Racconto in musica 132: Cenere (Lazza – Cenere)

E ora parliamo di Sanremo. Eh sì, ci tocca. Da qualche anno a questa parte la mia compagna mi ha convinto a seguire la kermesse (vent’anni di pseudogiornalismo musicale solo per poter scrivere KERMESSE) e non solo la finale, ma pure le serate precedenti, il che in era Amadeus significa tirare l’una e mezza/ due per quasi tutta la settimana, che poi è quello che faccio normalmente ma seguendo cose più interessanti. Non sono qui per fare la disamina di ciò che non va nel Festival della canzone italiana, ci vorrebbero ore e non ne verremmo a capo: il punto è che con le persone giuste, con lo spirito giusto e magari partecipando al Fantasanremo (la cui sigla di quest’anno è stata composta, nel vero senso della parola, dagli Eugenio In Via Di Gioia, già nostri ospiti parecchio tempo fa) la visione del Festival è un’esperienza divertente anche non essendo d’accordo su quasi NESSUNA delle scelte artistiche. Capita anche che fra la canzone palla di un egocentrico odioso, quella palla del vincitore annunciato, quella palla di un sequestratore di bambini e quella palla di uno da cui ti aspettavi dell’ironia e invece se ne esce con un video che ti ammazza moralmente io mi sia ritrovato a tifare per l’unico che almeno sembrava al passo coi tempi (anche grazie a Dardust, che a Sanremo è fra i pochi ad aver capito che magari gli anni 60 possiamo dimenticarceli invece di fare gare fra Morandi, Ranieri e Albano), l’unico o quasi che ti faceva dire “ah ma quindi siamo nel 2023?”. Questa è quindi la storia di come io mi sia ritrovato a tifare per Lazza nella cinquina finale di Sanremo, di come Alex Roggero abbia fatto la stessa cosa col suo gruppo di amici e di come una sera, dopo qualche birra, lui mi abbia proposto di scrivere un racconto basato sulla canzone che, alla fine, non è riuscita di poco a sconfiggere il monopolio delle canzoni palla: incidentalmente è anche la storia di come su un blog di musica indipendente stia entrando dalla porta principale l’artista che ha venduto più dischi in Italia nel 2022.

Ma potevo dire di no ad Alex? Ormai è arrivato alla sua quarta partecipazione, e dopo aver portato su queste schermate i Cigarette After Sex, i Fine Before You Came e i Verdena gli ho concesso volentieri di farci entrare nel mondo del commerciale che più commerciale non si può. Oltre a scrivere per questo blog Alex continua coi suoi progetti (vi ricordiamo del suo libro Non farlo), e se per caso siete a Milano alle 19 di venerdì 31 marzo potete venire alla libreria Alaska, dove dialogherà con Claudia Grande, autrice per Il Saggiatore del libro Bim Bum Bam Ketamina: di fianco c’è anche una vineria, venite a farvi un bicchiere con noi mente si parla di letteratura e stranezze assortite.

Non fingerò di conoscere vita, morte e miracoli delle scene trap e rap, non fingerò di conoscere nemmeno la carriera di Jacopo Lazzarini, in arte Lazza, per gli amici Zzala come il titolo del suo primo disco uscito nel 2017. Ciò che posso fare è un rimpastone di wikipedia, la passione per la musica iniziata con lo studio del piano e migrata poi verso l’hip hop, l’ingresso nei primi collettivi verso la fine degli anni ’10 e i primi mixtape a partire dal 2012 (il primo in assoluto, Destiny Mixtape, viene distribuito gratuitamente). L’uscita dal collettivo Blocco Recordz e l’ingresso nella famiglia 333 Mob è un punto importante, sia per la carriera di Lazza che per quella del neonato collettivo: come raccontato in questo interessante articolo il rapper di Calvairate e la sua crew arrivano a riempire i Magazzini Generali di Milano nel novembre 2017 con il tour di Zzala improvvisando, imparando pian piano come inserirsi nel panorama musicale e senza il budget delle major, che però fiutano l’affare e ovviamente si inseriscono. Lazza firma per la Island/Universal a fine 2018, continua a collaborare con alcuni dei nomi più importanti del panorama rap nazionale sia nelle proprie canzoni che come produttore (Ernia, Salmo, Fabri Fibra, Gué Pequeno) e a marzo 2019 fa uscire Re Mida, il suo secondo disco prodotto sempre con la sua crew. Il successo è enorme, tanto che ad ottobre dello stesso anno viene realizzata una versione deluxe del disco con bonus track e, soprattutto, Re Mida (Piano Solo), che contiene alcuni brani del disco riarrangiati per voce e pianoforte: un collegamento con le proprie origini musicali e un passo inaspettato per un rapper che, pur condendo le sue canzoni di temi abusati nella scena e che non posso far finta di sopportare (l’invidia degli altri, gli altri rapper che non sanno rappare, l’autenticità, la ricchezza ostentata e le donne viste perlopiù come oggetti), dimostra con questo progetto di avere una notevole sensibilità.

Questo suo lato esce in maniera maggiore anche in Sirio (2022), l’album con cui Lazza sfonda completamente e che diventa il disco più venduto dell’anno. Ad arrangiamenti più ammiccanti verso il grande pubblico il rapper affianca alcuni testi legati alla propria sfera emotivo/sentimentale, mostrando una figura più fragile di quella che parla dei suoi problemi con la grinta di un cane che è sempre e comunque pronto ad azzannarti. Il palco di Sanremo è stato il passo forse obbligato per ottenere una riconoscibilità artistica al di fuori della scena rap, ed è stato un passo decisamente azzeccato: a Lazza ora il difficile compito di capire come coniugare la fama mainstream con l’autenticità indipendente, ma dopotutto sono anni che ci canta di non essere cambiato e forse dovremmo credergli.

Il lavoro che ha fatto Alex con Cenere è rispettoso del testo di Lazza, e allo stesso tempo stravolge storia e ambientazione, giocando anche con prima, seconda e terza persona: una misteriosa figura parla al protagonista immobilizzato, inerme, e da lì si dipana una vicenda di cazzate a cui rimediare, debiti da pagare e, forse, un futuro migliore a cui aspirare. Potete entrare in questa storia subito dopo il link al brano che l’ha ispirata, possibilmente lasciandola in sottofondo per meglio cogliere i legami fra i testi: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Cenere, di Alex Roggero

Tu credi nell’oroscopo? No? Beh, classico dei Toro. Ma se questa mattina avessi letto il giornale probabilmente lo avresti saputo che sarebbe stata una brutta giornata. Tranquillo non ti sto psicoanalizzando. Stai calmo o ti farai male. Hai paura vero? Scommetto che non ricordi dove ti trovi. Eppure ci conosciamo da un po’ ormai. Sei già stato qui più di una volta. Vabbè non importa, tanto tra poco sarà tutto finito. Ti prego smettila di gridare, non rendere ancora più complicata questa cosa. Ora seguimi. Non fare domande, non abbiamo tempo. Ma davvero non mi riconosci? Certo che hai combinato un bel casino eh, che cazzo avevi in mente di fare? Ok, hai ragione, non sono affari miei. Ora però apri le orecchie, te lo dirò solo una volta. Adesso ti slegherò le mani, lo farò lentamente, se provi a fare cazzate sappi che entro dieci minuti qualcuno di molto meno ragionevole di me verrà a prenderti e fidati, non vuoi sapere cosa succederà a quel punto. Quindi stai calmo e respira. Ossigena bene quel cervellino da cavallo pazzo che ti ritrovi va bene? Ehi, dico a te Mr. SpaccoBottigliaAmmazzoFamilia. Ecco bravo, vedo che hai capito. La vedi quella Cabriolet? Ora tu ci salirai sopra e lo farai con calma e in silenzio. Non guarderai cosa c’è nel baule, non controllerai cosa c’è nel cruscotto, non farai un bel cazzo di niente ok? Ho già impostato il navigatore. Tu devi semplicemente seguirlo. Nessuna cazzata, nessuna improvvisazione. Sali su quella macchina e sparisci. Una volta arrivato a destinazione sarai ufficialmente libero. Per sempre.

Salgo in macchina, accendo la radio, abbasso il finestrino. Cerco di non pensare a niente. Metto in bocca una sigaretta. Guido nel modo più noioso che io riesca a immaginare. Una mano sul volante, l’altra fuori dal finestrino. Cento chilometri orari. Fisso. Non uno di più né uno di meno. Le altre macchine mi sorpassano lentamente sulla sinistra, io mi lascio sorpassare. Non posso rovinare tutto, non questa volta. Chissà se è davvero ancora viva. Che coglione, è tutta colpa mia. Come sempre. Chissà se vorrà ancora vedermi. Io al posto suo non vorrei nemmeno più sentir nominare il mio nome. Abbiamo perso tutto ed è solo colpa mia. Se potessi solo tornare indietro ora saprei cosa fare. Ma forse sono ancora in tempo, oggi finalmente metterò la parola fine a questo cazzo di debito e potrò ricominciare a vivere. Mancano solo dieci chilometri al punto segnato sulla mappa. Dieci chilometri e sarò finalmente libero.

Arriva nel parcheggio di un centro commerciale. Vede quattro uomini che lo stanno aspettando. Scende dalla macchina. Lo fa lentamente, con le mani bene in vista.

Rimane immobile, come chi non sa che fare. Sente delle parole, non quelle che avrebbe voluto sentire. Il freddo metallo di una pistola gli accarezza la nuca. Ha giusto il tempo di pensare un’ultima volta a lei, bella come Venere.

Si accascia al suolo. Finalmente anche lui potrà sparire come cenere.

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Elephants In The Room, Fvzz Popvli e il pericolo della narrazione unica (del rock)

(Chiedo scusa a Chimamanda Ngozi Adichie per la citazione impropria del suo discorso, che vi invito ad ascoltare)

Ho in mente quest’immagine. Alcun* amic* sono in un appartamento, fuori fa freddo e cosa c’è di meglio di una cioccolata calda se fuori fa freddo? Del rum direi, ma gli amic* in questione preferiscono non alcolizzarsi. Uno di loro ce li presenta: c’è quello con la testa fra le nuvole (lo si capisce dal fatto che guarda pensieroso fuori dalla finestra), quello imbranato (lo si capisce perché… mmm… porta un sacco di tazze in equilibrio senza romperle? Qui già qualcosa non quadra), quella ritardataria (lo si capisce perché arriva in ritardo) e quella patita del rock. Da cosa si capisce che è una patita del rock? Grazie per averlo chiesto: perché ha una maglietta con scritto sopra ROCK.

PERCHÉ HA UNA MAGLIETTA CON SCRITTO SOPRA ROCK?!?!?! Ma cosa aveva in mente chi ha creato la pubblicità del Ciobar del 2010, Salvini che indossa le felpe con i nomi delle località turistiche del nord Italia?

“Ciao sono Matteo Salvini, patito di Jesolo e del razzismo”

D’altronde quando il rock in Italia viene portato avanti da Virgin Radio forse non dovremmo stupirci se qualcun* che lavora nella pubblicità si ritrova a pensare che basti una maglietta per farti diventare rockettara. Quella di Virgin è una narrazione che fa dello “style rock” un pastone unico che A) mischia confusamente ribellione e status quo, perché è figo idolatrare le grandi rockstar ma tu non ti azzardare a fare altrettanto, e B) propaganda solo ciò che è già stato premasticato e digerito dall’industria musicale, il che non vuol dire che sia tutto merda (anche se il passaggio seguente è quello) ma di sicuro stai adeguando il tuo pubblico a non rischiare le proprie orecchie neanche per un secondo. Eppure il rock (che è morto, è in coma, è vivo o forse non lo è mai stato, non essendo una forma di vita basata sul carbonio come sostenevano i Verbena) è così bello da esplorare in tutti i suoi anfratti, negli angoli nascosti dove i riff durano quindici minuti o un album intero solo sei minuti (astenersi dall’ascolto i bigotti), nei punti dove si ibrida con qualunque altro genere e crea affascinanti mostri. È soprattutto una questione di suoni, intenzione, attitudine e passione che è limitante ridurre a un conglomerato unico, a un unico calderone rock in cui vale tutto e non vale niente. Le formazioni romane degli Elephants In The Room e i Fvzz Popvli ad esempio, senza andare agli antipodi del genere, posso dire che giocano allo stesso gioco ma non le metterei mai nello stesso campionato.

Il bel gioco dura poco

Gli Elephants In The Room (Daniele Todini, Emanuele Stellato e Eric Borrelli, insieme dal 2019) fanno un gioco pulito, ordinato, strofe piuttosto tranquille che lanciano l’assist ai ritornelli e batteria che si limita spesso al cassa/rullante per invogliare il pubblico a battere le mani. Nel loro disco d’esordio One step forward, two steps back (pubblicato il 24 febbraio dall’etichetta MZK Lab) mischiano una punta di funky (I love it) ad uno schema musicale che distorce le chitarre e il basso quanto basta per non sconvolgere l’ascoltatore, lasciando il compito alla voce di trainare veramente il tutto. Formula originale? Certamente no. Persino banale? Ni, perché non è facile creare una canzone che al primo ascolto ti si ficca in testa, volente o nolente, e la loro Baby io continuo a canticchiarmela a lavoro anche se non è nemmeno il brano che preferisco del lotto.

Meglio infatti I’ll be waiting, che all’inizio solare con chitarrina leggera e sognante oppone ritornelli che riescono a sorprendere (meno l’assolo a tutto wah, ma funzionale al casino finale), o la carica ammiccante di Should be running, che inspessisce il giusto una formula altrimenti fin troppo leggera. Gli Elephants In The Room praticano a memoria un gioco perfetto per l’airplay radiofonico, ma peccano di personalità: l’impressione è quella di avere di fronte una formazione che preferisce lo spettacolo al risultato, ma che quello spettacolo finisce per farlo in maniera troppo leziosa, passaggi sonori continui con pochissimi tiri nel cuore dell’ascoltatore. Non aiuta l’aver lasciato per il finale due brani fin troppo molli come Something about you e Waste of time, col ritmo che rallenta per portare a casa un risultato che alla fine non soddisfa. Sono giovani e hanno tempo per migliorare, magari portando imprevedibilità all’interno di uno schema che sembra troppo improntato sul dare al pubblico quello che pensano possa volere.

A favore dello sporco impossibile

I Fvzz Popvli sono più concreti, diretti, senza fronzoli. Il loro schema non è per forza originale, mischiando a tutto il fuzz che è possibile trovare sul campo lo stoner veloce di scuola Fu Manchu e lo space rock anni ’70, ma in III (uscito per Retro Vox Records il 3 marzo, in un profluvio di tre visto che è anche il loro terzo disco) le sbavature portano imprevedibilità, la cattiveria agonistica esalta. Cominciano senza troppi scossoni con Monnoratzo, quadrati come le squadre in cui non abbondano piedi buoni, poi tirano fuori dal cilindro i bizzarri riff filo-orientali di Kvng Fvzz e lasciano intravedere un po’ di fantasia fra le pieghe delle distorsioni sporche che ammantano il tutto. L’accelerazione però avviene a metà album, un uno-due letale portato avanti con il miscuglio neo-noir che esplode nel post-punk più fuzzato (o fvzzato) di sempre di Post shit e concluso dalla meticolosa confusione di Last piece of shame, un groviglio di distorsioni con pochissime pause che disorienta, sporca il gioco così tanto che appare impossibile ripulirlo.

Pure i Fvzz Popvli hanno un momento di stanca, traccheggiano a metà campo su 20 cent blues rischiando qualcosa e quando ripartano con Tied sembrano aver perso brillantezza, ma un assolo cosmico con finale ruvido e conciso permettono di arrivare all’Outro col risultato in saccoccia. Il power trio creato nel 2016 (o anno domini MMXVI, come preferiscono loro) dal bassista Datio e dal chitarrista Pootchie mette in campo un’esperienza maturata in pochissimo tempo (con tanto di tour europei), dimostrando che con la giusta carica il gioco sporco può risultare divertente quanto il miglior tiki-taka.

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Racconto in musica 131: Cavaliere di giugno (Feng Suave – Venus flytrap)

Non sempre con una band o un’artista l’amore è immediato. Mi sono messo come regola aurea di ascoltare molte volte un disco prima di scriverne perché anni fa il primo album dei Violacida, Storie mancate, mi sembrò inizialmente debole, già sentito, niente di che: al decimo ascolto mi era ormai entrato nelle vene, gli diedi un voto altissimo (quando ancora scrivevo recensioni con voti, un piacere perverso e una tortura messi insieme) e finii per organizzare addirittura due date della band di cui una, scoprii solo la sera stessa, sarebbe stata l’ultima della loro carriera (che continua nei progetti solisti di Ciulla e Gionata). Non so dire quale loro brano mi abbia fatto scattare la scintilla, di sicuro so dirlo dei Feng Suave, il gruppo di questa settimana: è stato la seconda volta che ho ascoltato Day one, canzone che chiude il loro secondo Ep Warping youth del 2020, quando già mi aspettavo l’improvvisa crescita similorchestrale (ma portata avanti solo da basso, chitarre e batteria) che trasfigura un brano intimo voce-chitarra in un’esperienza mistica che riesce a commuovermi e farmi provare nostalgia per un passato idealizzato che non ho mai neanche vissuto, ma questo effetto è ovviamente tutto tranne che razionale. Sarà amore per sempre? Sarà una cosa di un certo periodo e poi ognuno per la sua strada? Non lo so, ma intanto ringrazio Antonio Vangone per avermeli fatti scoprire.

Antonio è un amico di Tremila Battute di rara prolificità, soprattutto nella prosa brevissima. Oltre ad aver già pubblicato due racconti su queste pagine, e ad essere un assiduo frequentatore del multiperso, Antonio sta per uscire con una propria collezione di microfinzioni dal titolo Attribuzioni, pubblicata nella collana Glossa di piédimosca edizioni. Gli abbiamo chiesto se gli piacciono gli spaventapasseri e lui ha ammesso che sì, gli sono sempre piaciuti: solo grossi scoop su Tremila Battute!

I Feng Suave sono olandesi, per la precisione di Amsterdam, per cui nel nostro giro del mondo musicale oggi riusciamo a mettere un’altra piccola bandierina. Il loro nome vuol dire “vento liscio” ed è proprio una sensazione di leggerezza quella che lascia la musica composta da Daniël De Jong e Daniël Elvis Schoemaker, duo di produttori e songwriter che appaiono sulle scene musicali con questo progetto nel 2018, anno di uscita del primo Ep omonimo, autoprodotto come tutta la loro discografia. In soli quattro brani i Daniëls (da non confondersi con quelli che stasera faranno probabilmente incetta di Oscar con questo film) creano un mondo sonoro che pesca dal soul e dal pop psichedelico di Beatlesiana memoria per aggiungerci groove nei punti giusti (By the poolside), ottenendo un mix sensuale che si fa forza della voce acuta di De Jong per carezzare languidamente le orecchie dell’ascoltatore. L’intenzione sembra essere quella lì, ibridare il calderone pop con gli elementi giusti per far sciogliere il pubblico, ma l’estetica del duo è tutto tranne che seria e ammiccante (il nome se lo sono scelto leggendo l’etichetta di una bottiglia di shampoo) e ne è una riprova il video di Half moon bag, la canzone che apre il secondo Ep, Warping youth, pubblicato nel giugno 2020: modelli loro malgrado, i Daniëls esprimono tutta la mancanza di entusiasmo possibile, mentre scorrono le note di una canzone che si fa forza anche dell’ukulele per trasportare verso mete caraibiche ammantate di una sottile malinconia.

Warping youth è quasi un punto di passaggio, quello in cui perdono parte del proprio groove per lanciarsi definitivamente verso il fronte più psichedelico del pop, ma con ancora qualche ritrosia: a fare da spartiacque potrei mettere l’entusiasmante finale della già citata Day one, perché ciò che viene dopo pesca molto da quell’immaginario di grandiosità che non si dimentica della delicatezza. Per il successivo e, al momento, ultimo Ep, So much for gardening (2021), i Daniëls mettono insieme una banda ultravariegata di nove elementi, rendendo il loro pop ancora più arioso ed orchestrale, con momenti di pura delizia come l’ironica tirata anti-capitalistica Come gather ‘round. Si sono trasformati negli anni, mischiando gli elementi che compongono la loro musica in cocktail sempre diversi, ma la mutazione non li ha snaturati ed è possibile riconoscere il loro tocco in ogni nota dei (purtroppo pochi) brani che hanno prodotto.

Manca in realtà una canzone al lotto, ed è quella da cui Antonio ha deciso di farsi ispirare per il suo racconto. Venus flytrap è un singolo uscito nel novembre 2018, un brano su un amore vissuto con la consapevolezza di uscirne con le ossa rotte (la Venus flytrap del titolo è una pianta carnivora, e De Jong canta chiaramente “I’m just a bug and I’m yours to slowly digest”), permeato comunque della loro consueta leggerezza che riesce a rendere questo rapporto tossico bizzarramente romantico. Il racconto di Antonio prende gli elementi di natura (benigna e matrigna) e sensazioni intense della canzone e le trasfigura in una parabola di mutazione: da parte di quale animale, reale o meno, non è dato sapere (ma potete chiederlo nei commenti se siete curiosi), a voi provare a scoprirlo leggendolo qui sotto, subito dopo il brano che lo ha ispirato. Buon ascolto quindi, e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Cavaliere di giugno, di Antonio Vangone

Nascere nel buio, nella fertile umidità. Strisciare tra radici e legno marcio. Succhiare, mordere e digerire per lunghi mesi. Raddoppiare, triplicare. Accumulare ciechi le forze per prove lontane, pericoli ancora inimmaginati.
Cambiare al nuovo freddo, scoprendosi deboli e immobili nell’attesa. Sciogliersi e continuamente ricostruirsi secondo disegni atavici. Mescolarsi al tempo che scorre senza poterlo percepire.
Una sera di metà primavera, d’improvviso uscire in sé stessi. Conoscere una prima tenerezza, poi inesorabilmente farsi duri. Conoscere il bisogno dell’altro, poi arrendersi al volo. Passare sotto crepuscoli inafferrabili, sbattere contro comignoli, stipiti, porticati, grondaie. Cercare senza successo, subire un urto troppo violento. Rimanere a pancia in su e sperare in una spinta, un soffio di vento, un becco o una scarpa.
Sopportare impotenti una nuova oscurità, rossa e ruvida, battuta da grandi gocce di pioggia.
La mattina, trovarsi mutati in una enorme creatura molle, avvolta in larghi fili che ne trattengono gli arti. Liberarsi rumorosamente dalla trappola. Seguire l’istinto fino all’acqua, raccolta nel bianco e nel liscio. Sentirsi caldi, calmi, sereni, alla luce di un’alba viva. Sentire una presenza avvicinarsi: un contatto, sentirlo tenero nella voce e dolce nell’odore e tenero da stringere, ma freddo e duro nello sciogliersi dalla stretta, nel venire respinti nella propria tana. Seguire le sue istruzioni senza capirle, cambiarsi d’abito e seguire il corpo giù dalle scale, salire nel ronzio dei suoi simili, di nuovo senza capire; fare cose senza capire, avere tanti strumenti senza capire che farsene, comandare su cose che non si capiscono. Tornare, andare, tornare; mangiare cose che non si capiscono, osservare cose intangibili, ascoltare rumori inutili.
Triturarsi in un’ira nuova, schiacciarsi in una stanchezza nuova, sollevarsi in un divertimento nuovo, allungarsi in un’ebbrezza nuova, contorcersi in un piacere nuovo. Sciogliersi presto in un terrore nuovo, l’ultimo breve spasmo, poi l’inizio dell’estate.

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Andare dove ti porta la musica: DOMOMENTÁL, il nuovo disco dei Sabbia

È necessario che tutti gli schizzi evolvano in un disegno? Questa frase, non mia ma di una fonte che mi venisse un colpo se mi torna in mente (pensavo fosse presa dal meraviglioso Waking Life di Richard Linklater, ma se proviene da lì non riesco a ritrovarla), mi è balenata in testa già dopo il primo ascolto di DOMOMENTÁL, il disco dei Sabbia che arriva a cinque anni dal precedente Kalijombre (entrambi pubblicati dall’etichetta Kono Dischi). Per chi è un affezionato lettore di questo blog il connubio psichedelico tra stoner e jazz della band biellese non risulterà nuovo, visto che gli abbiamo dedicato uno dei primi racconti in musica, ma il bello di certe band è che non si accontentano di replicare quanto già proposto, anche se quello che hanno proposto è già di suo personale e fuori dagli schemi. Cosa aspettarsi quindi dai nuovi quattro + due brani (le tracce iniziali e conclusiva, Marcobit part 1 e Marcobit part 2, fungono fondamentalmente da eteree intro e outro)?

La risposta, che è anche la risposta alla domanda con cui si apre l’articolo, arriva già con Ombelico, la seconda traccia del disco. Lenta e ossessiva, trascinata lungo il suo percorso da radi accordi di chitarra e basso, percussioni, fantasmatici vagheggi elettronici e un sax dolente, nei suoi nove minuti di durata la canzone ci porta in un viaggio senza meta. L’inquietudine ossessiva che la alimenta ha un crescendo ma è di lieve intensità, pronto a deludere le aspettative che crea, poi si scema verso il silenzio senza capire bene cosa si è ascoltato. È un grosso rischio partire in questa maniera, con una breve traccia introduttiva perlopiù elettronica che sembra presa da un vecchio film di fantascienza e farla seguire da un brano che sembra non voler andare da nessuna parte, e io stesso ammetto di essermi trovato spiazzato, eppure è proprio questo il punto in cui i Sabbia fanno selezione all’ingresso: loro vanno dove li porta la musica, anche in nessun luogo se è lì che devono andare, e Ombelico è proprio un viaggio senza scopo, un’attesa potenzialmente infinita, una tensione che non si risolve.

TagliCollaCarta sembra seguire questo canovaccio statico, aprendosi su un ritmo tutto strambo disegnato da un sax mononota, ma se le sonorità mantengono le stesse atmosfere plumbee ecco che gli strumenti trovano libero sfogo nella graniticità di basso e batteria e nelle ragnatele costruite da synth e tastiere (in sottofondo, ad alimentare l’inquietudine, arrivano anche dei vocalizzi riverberati), almeno fino a quando non viene decretato lo stop. Da lì un nuovo inizio, suadente, una di quelle crescite che mi hanno fatto innamorare della loro musica, le note centellinate e i riff protratti fino al momento in cui ti aspetti di sentire l’esplosione e poi ancora un po’ più in là, una spaghettificazione dell’ascoltatore che viene tirato e tirato finché finalmente il sax non arriva a concedere il giusto sfogo alle orecchie, forse troppo breve per dissetare dopo aver ricercato così a lungo la fonte ma comunque capace di ricordare che a quel gioco lì, quello della costruzione dell’attesa e del successivo appagamento, i Sabbia sanno ancora giocare eccome.

Così come sanno giocare coi ritmi tutti matti. Dopo una breve parentesi ambient la successiva Sguazza parte lancia in resta con l’ennesimo giro di sax ossessivo e trascinante, a cui basso e batteria si accodano mentre la chitarra ci cesella sopra con arpeggi delicati. Sei lì che ti aspetti un brano più quadrato e diretto, invece a metà i Sabbia si prendono una pausa, riprendono ad accelerare, impazziscono e sembra di tornare ancora a quella storia degli schizzi, un finale convulso che sporca volutamente il quadro fino a lì dipinto: è ancora un’illusione però, un miraggio nel deserto, perché il vero finale è sensuale e malinconico allo stesso tempo, abbastanza da giustificare l’influenza dei film porno anni settanta che la band sbandiera sul proprio profilo Facebook.

E la sensualità, carezzevole, ammiccante, è la cifra stilistica che contraddistingue Arancione, col suo basso rotondo a disegnare note su un ritmo percussivo tenue e riflessivo. Arancione come il colore di un tramonto nel deserto, infatti vengono in mente i Kyuss di Space cadet messi ko da una dose troppo robusta di ganja, almeno finché la chitarra non decide di cullarci aprendo spiragli di una Summer of love mai finita. Potrebbero accontentarsi di questo i cinque membri della band, un tuffo in un passato idealizzato dove rinfrancarci e sperare di restare per sempre, ma la sensualità è mischiata alla malinconia e ci rendiamo conto, nostro malgrado, che il luogo dove ci hanno portato è solo l’ennesimo miraggio, che il viaggio non è ancora finito. Sono ancora le note di chitarra a mostrarci quanto la nostra nostalgia è alimentata da un luogo che non esiste, che abbiamo solo immaginato, alternando riff pacati e strimpellate riverberate come carezze che prima ci blandiscono e poi ci consolano. Siamo ormai arrivati, il breve tempo di un vagheggio elettronico anch’esso meno passato di quel che vorrebbe sembrare con Marcobit part 2 (rubo una citazione, virandola in domanda, al giornalista musicale Erik Davis a proposito del primo album dei Boards Of Canada, così come riportata nel fantastico libro Ex Machina di Valerio Mattioli: “È il modo in cui le macchine ricordano il loro passato?”) e si conclude.

Potrei parlare di DOMOMENTÁL come dell’album della maturazione per i Sabbia, ma la band biellese sapeva cosa faceva già dalla prima canzone pubblicata sul proprio Bandcamp. Il nuovo disco è semmai la certificazione che da loro ci si può aspettare di tutto, che non gli interessa seguire le proprie orme solo per compiacere sé stessi o i propri fan, che la musica è prima di tutto ricerca e che la loro ricerca continua. Parlare di immediatezza per un gruppo che fa musica strumentale dal minutaggio elevato è un azzardo, ma sicuramente DOMOMENTÁL è meno immediato dei precedenti dischi: perdercisi dentro, dargli tempo per rivelare i suoi segreti, seguire quelle strade sonore che possono non portare da nessuna parte od ovunque, rimane però un’esperienza altamente consigliata.

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Racconto in musica 130: Il ciclo (Fernweh – Drift)

Cosa avete da fare la prossima settimana? Qui a Tremila Battute vi consigliamo una gita milanese, per due motivi. Il primo è che c’è BookPride, la fiera dell’editoria indipendente, e vagare fra gli stand di tante case editrici che credono fortissimo in forme laterali di letteratura è sempre una bella esperienza, nonché partecipare alle varie presentazioni/discussioni che si svolgeranno nelle aree adibite all’uopo (ci troverete pure noi, a chiacchierare insieme ad Angelo Calvisi del suo libro Mattoncini). Il secondo motivo è che il 12 marzo si chiude la mostra Bosch e un altro Rinascimento a Palazzo Reale, e per gli amanti dell’arte è una tappa imprescindibile. Certo, alcune delle opere del pittore fiammingo sono purtroppo già ritornate a casa, ma capolavori come il Trittico delle tentazioni di Sant’Antonio o il Trittico del giudizio finale valgono da soli l’ingresso e la mostra è organizzata impeccabilmente per farvi entrare in quel mondo affascinante e inquietante allo stesso tempo (io ci sono rimasto dentro per tre ore, e sono volate): non è solo un modo di dire, perché al termine del percorso un’esperienza audiovisiva immersiva vi permetterà di vedere animarsi il Trittico del giardino delle delizie, grazie alla collaborazione fra lo studio milanese di multimedia design Karmachina e la band di cui i parliamo questa settimana, ovvero i Fernweh.

Formatisi a La Spezia nel 2015, i Fernweh (termine tedesco che possiamo tradurre, prendendo a prestito una delle frasi che si intersecano nella loro omonima canzone, come “nostalgia di qualcosa che non è ancora avvenuto e ci manca già”) sono un trio composto da Emiliano Bagnato (chitarre e sintetizzatori), Lorenzo Cosci (batteria e percussioni) e Daniel Leix Palumbo (tastiere e sintetizzatori). Iniziano come gruppo di improvvisazione live, spaziando fra mondi sonori affini al post rock, al noise e alla sperimentazione elettronica, ma presto il progetto prende due strade parallele: una prettamente da band, che li porta alla pubblicazione del primo omonimo album nel luglio 2018, e una da sound designer, propiziata dall’incontro con Paolo Ranieri di Karmachina. La collaborazione fra Fernweh e Karmachina inizia con Homage to Maya, performance multimediale che rende omaggio al lavoro della videoartista Maya Deren attraverso alcuni suoi lavori degli anni ’40, travalicando già i confini nazionali attraverso la presentazione del progetto in vari club e festival di video arte e cinema. Tramite il canale YouTube della band potete avere un assaggio di tutti i lavori portati avanti negli anni: Utopie radicali. Oltre l’architettura: Firenze 1966-1976, ospitato all’interno di Palazzo Strozzi fra ottobre 2017 e gennaio 2018 e dedicato al movimento radicale di design che animò in quel decennio il capoluogo toscano; Luminale, video mapping proiettato sulla facciata dell’Opera Antica di Francoforte che ne ripercorre la storia, dalla costruzione delle fondamenta nel IX secolo alla destinazione a sala concerti odierna, passando per il bombardamento che lo danneggiò durante la Seconda Guerra Mondiale e la successiva ricostruzione grazie al contributo della popolazione; Tríptiko, la già citata opera multimediale ispirata da Hieronymus Bosch, presentata per la prima volta ai Princess of Asturias Awards di Oviedo nel 2019.

Nel frattempo i Fernweh continuano anche con l’attività live, dividendo il palco anche con Tobjah dei C + C = Maxigross di cui vi avevamo già parlato poco tempo fa, ma sul fronte discografico tutto tace. Questo almeno fino al 24 febbraio, quando Tríptiko diventa anche un disco: musica elettronica che fonde suggestioni moderne con suoni d’epoca, anche senza la sua componente visiva l’opera mantiene tutto il suo fascino e porta l’ascoltatore in un altrove che passa dall’estatico al cupo, perfetto contraltare all’immaginario da cui prende spunto.

La traccia che mi ha influenzato non è presa però dall’ultimo lavoro dei Fernweh, bensì dalla prima traccia del loro disco d’esordio, Drift. Viaggio strumentale che parte da suggestioni algide prettamente elettroniche per animarsi in corsa con chitarre distorte e batteria, la canzone mi è sembrata la colonna sonora perfetta per una storia che avevo già in testa e che dai suoni della band ha attinto per trovare una forma diversa: potete leggere il racconto come al solito dopo il brano che l’ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Il ciclo

Ascolta. Resta concentrato. La senti quella vibrazione? È qualcosa che si riesce solo a intuire. Una sensazione passeggera, come quando ti sembra di essere a un passo da una grande rivelazione. La radiazione di fondo dell’universo, l’elenco di informazioni attraverso cui tutto si assembla in una nuova forma. Pensi che a quel livello di profondità scatti un allarme per le nostre umili vicissitudini? Che una rivoluzione, un attentato riuscito o fallito, possano in qualche maniera turbare l’esistenza? Eppure a noi continua a importare, e siamo anche noi parte del creato.

Osserva. Non ti lasciare incantare dalle voci che dicono che siamo distaccati dalla natura. Non è così. Siamo elementi del grande gioco, solo un po’ più consapevoli degli altri. Questa consapevolezza ci ha portati qui, nella sala di regia dove si scrive il futuro, quel piccolo pezzo che ci riguarda direttamente. Tutto è collegato, puoi vederlo coi tuoi occhi. Lo squillo di un telefono, cartelli e megafoni branditi in strada, una colazione fatta con latte e biscotti piuttosto che con un toast al prosciutto. Il proiettile che trapassa il cranio, il sangue che si mischia col latte: danni collaterali. Il tè troppo caldo che scotta il labbro, un dado gettato in un vicolo: segnali. Se sai leggere le informazioni puoi capire il corso degli eventi. Se puoi capirlo, puoi anche cambiarlo.

Agisci. Sei qui per questo. Non ti fare scrupoli inutili. Se tutto è uno, come possiamo sbagliare? Se diamo una direzione diversa agli eventi, non è quella che avrebbero sempre dovuto prendere? Qualcuno ti dirà che stiamo mandando il mondo alla deriva, ma le parole vuote abbondano sulla bocca di chi non sa farsi carico delle proprie azioni. Il potere è solo un’altra faccia della responsabilità.

Ciò che facciamo va fatto. Ciò che facciamo è sempre stato fatto. La nostra libertà è compressa fra ciò che conosciamo e ciò che decidiamo di ignorare, ma è pur sempre libertà. Unisci i puntini, e otterrai un ciclo. Spezza il ciclo, e otterrai il controllo. Ottieni il controllo, e spera di non essere al centro di un ciclo di cui non abbiamo ancora compreso i margini.

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Tre podcast per capire (un po’ di più) il mondo

Il mondo oggi è un posto complicato in cui vivere. Non è che mille anni fa fosse più semplice viverci (sicuramente era più facile morirci, statistiche sulla vita media alla mano), figuriamoci nella preistoria con le battute di caccia ai mammut, ma la complessità ha assunto forme diverse: in parole povere, oggi abbiamo la possibilità di saperne molto di più sulla sorte di chi è lontano da noi, siamo connessi in svariate maniere col resto del globo e ciò che succede in un angolo estremo della Terra può avere ripercussioni anche su di noi. Gestire questa complessità non è semplice, viene da nascondere la testa sotto la sabbia (esattamente così), ma il quieto vivere non ci aiuterà certo a gestire le conseguenze degli eventi che preferiamo ignorare: ecco perché Tremila Battute ha deciso di venire in vostro soccorso, offrendovi tre validi podcast che possono aiutarvi a conoscere meglio situazioni internazionali di cui spesso sappiamo poco (quando non niente), adatti a qualunque livello di approfondimento.

L’infarinatura giornaliera – Stories di Cecilia Sala

Per quelli che vogliono partire in maniera soft, ma senza lesinare sulla qualità, Stories di Cecilia Sala è sicuramente il modo migliore per rompere il ghiaccio. Giornalista classe 1995, firma de Il Foglio e con un lungo curriculum giornalistico alle spalle, Sala pubblica dal lunedì al venerdì nella sua striscia giornaliera un breve approfondimento su fatti di cronaca internazionale, spesso direttamente dai luoghi in cui si sono svolte le vicende. Nonostante la brevità (le puntate durano all’incirca dieci minuti) la giornalista è abilissima nell’andare dritta al punto, facendo luce sia su aspetti poco dibattuti di eventi che hanno già un’eco mediatica importante (come la guerra in Ucraina e le proteste in Iran, di cui analizza fatti poco noti e riporta testimonianze dirette), sia su vicende che normalmente non trovano spazio sulla stampa e in televisione: è il caso ad esempio del Sud Sudan, cui ha dedicato quattro puntate in occasione della visita di Papa Francesco, offrendo direttamente sul campo un’ampia panoramica della nazione più giovane al mondo, piagata da una guerra intestina che ne mina qualsiasi possibilità di crescita.

Sala ha il pregio di andare a scovare anche storie più leggere ma non meno interessanti, come la crociata anti-smartphone della sedicenne newyorkese Logan Lane o le prove della stupidità di Bing, l’IA di Microsoft che fa sembrare ChatGPT ancora più intelligente (anche se i racconti basati su canzoni li scrive tutti uguali. Buuuuu ChatGPT, buuuuuuu!!!!!). Per seguirla in giro per il mondo basta collegarsi alla piattaforma del male a Spotify, che ne ha acquisito l’esclusiva da Chora Media.

L’approfondimento settimanale – Globo di Eugenio Cau

Il Post, oltre a essere un giornale online con una linea editoriale molto interessante, è anche una cornucopia di podcast per qualsiasi gusto, dall’ormai celeberrimo Indagini a quello per impallinati di videogiochi Joypad. Da pochi mesi è entrato a far parte di questa ricca offerta anche Globo, l’approfondimento di politica internazionale condotto dal giornalista Eugenio Cau, che si pone l’obiettivo di analizzare uno specifico contesto a puntata attraverso interviste con esperti. Dalla Cina al conflitto Israelo-Palestinese, passando per il Brasile post-Bolsonaro e per contesti meno “mainstream” come la Nigeria e il Nagorno-Karabakh, Cau e i suoi ospiti offrono in un’ora scarsa una panoramica ben più ampia di quella che possiamo percepire da un telegiornale qualsiasi, partendo spesso da quesiti apparentemente bizzarri (avreste mai pensato di dover sperare in un riarmo della Germania?). La qualità delle interviste è alta, l’autorevolezza degli ospiti anche (principalmente firme importanti del giornalismo, come il corrispondente dalla Germania del Corriere della sera Danilo Taino o il fondatore di China Files Simone Pieranni), il tono è pacato qualunque sia l’argomento trattato, che si tratti del travagliato rapporto dei britannici con la Brexit o delle testimonianze di Daniele Raineri, uno dei più importanti inviati di guerra italiani, dopo un anno dall’inizio del conflitto in Ucraina.

Globo esce ogni mercoledì e potete recuperarlo facilmente dalle varie piattaforme di streaming, oppure direttamente dal sito del Post a questo link.

L’approfondimento giornaliero – Nessun luogo è lontano

In questo caso non si tratta propriamente di un podcast, bensì di un programma radiofonico che va in onda dal lunedì al venerdì fra le 16 e le 17 su Radio 24. In quell’ora giornaliera Giampaolo Musumeci e la sua redazione si avventurano oltre qualunque frontiera, analizzando situazioni e conflitti spesso dimenticati dai media. Difficilmente avrete sentito parlare della regione del North Kivu in Congo, probabilmente ignorate qual è la situazione nel Myanmar dopo il golpe militare che ha deposto la democraticamente eletta Aung San Suu Kyi, e la temibile compagnia mercenaria russa Wagner vi sarà nota per le sue efferate azioni in guerra, meno per il suo ruolo nell’instabile scacchiere del Sahel: Musumeci e la sua squadra è proprio lì che puntano l’obiettivo, con veloci dossier giornalieri e approfondimenti mirati che permettono all’ascoltatore di scoprire maggiori dettagli sugli eventi principali di politica internazionale, così come di venire a conoscenza di situazioni critiche meno “pubblicizzate” ma non per questo meno importanti. Il giro del mondo della redazione di Nessun luogo è lontano è anche nel segno del metal, visto che a ogni nazione visitata viene associata una band locale: per i fedeli del dio metallo la playlist Nessun metallaro è lontano è un ascolto obbligato (e ci sono anche gli ChthoniC, a cui Ilaria Petrarca ha dedicato un racconto su questo blog pochi mesi fa).

Per chiunque non ha la possibilità di connettersi nell’orario di programmazione (tipo me quando non ho la fortuna di fare le commissioni pomeridiane col furgone della fabbrica dei bottoni in cui lavoro) è possibile recuperare le puntate sulle varie piattaforme o direttamente dal sito di Radio 24, precisamente a questo indirizzo.

E allora, da dove avete intenzione di partire per conoscere meglio il mondo intorno a voi?

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Racconto in musica 129: Cinque gin tonic (Venerus – Dreamliner)

Se Tremila Battute fosse un paese sarebbe gemellato con Berlino. Ci sono motivazioni affettive (ci sono stato una sola volta, più di dieci anni fa, ma ne conservo un bellissimo ricordo. E ci ho visto pure i Pennywise!), letterario-musicali (vedi al capitolo Emma Nolde, giusto un paio di settimane fa) e, soprattutto, perché la capitale tedesca continua a sfornare collaborator*. Dopo Mattia Grigolo e Mattia Cecchini (a cui è unita dalla collaborazione con Rivista Eterna, di cui fa parte in quanto membro del comitato di valutazione) è infatti un’altra berlinese d’adozione, Francesca Addei, a palesarsi su queste pagine per proporre una sua storia, che per una casualità ancora più interessante prende ispirazione da un concerto berlinese di un artista della mia (sempre d’adozione) Milano, ovvero Venerus.

Ma partiamo da Francesca, romana che ci mette trentasei anni per lasciare, nel 2013, la capitale italiana alla volta di quella tedesca. Lì vive con un marito, un cane epilettico, una perenne carenza di vitamina D (che spero aiuti a pagare l’affitto o il mutuo) e diverse piante tutte incredibilmente ancora vive (non posso dire altrettanto delle poche che sono entrate in casa mia). Alla famiglia si è aggiunto da poco un lievito madre di nome Nino che già progetta la conquista del mondo, un mondo per cui Francesca ama viaggiare e che vorrebbe esplorare più di quanto già non faccia. Altro di sé preferisce non dire, perché non ama molto descriversi e parlare di sé in terza persona, lasciamo quindi spazio alla sua scrittura con i racconti pubblicati da Malgrado le mosche, Spazinclusi e le narrazioni che pubblica sul suo blog Don’t be So La-Di Da.

“Venerus per me era un suggerimento di Spotify, uno di quelli che ti fanno dire ‘che bel pezzo questo, fammi approfondire’. Fino a che un amico non mi ha parlato di un suo live qui a Berlino dove vivo e dove naturalmente i concerti di musica italiana sono più rari e quasi sempre di artisti già molto conosciuti, con un pubblico solido e garantito. Forte della sua voce e del suo piano Venerus ci ha tenuto incollate ed incollati fino all’ultima nota, con stile, gentilezza e cura e non avrei potuto essere più felice di aver preso quel biglietto quasi alla cieca.” Questo è il modo in cui Francesca è entrata in contatto con Andrea Venerus, cantautore, polistrumentista e produttore discografico che in pochissimi anni e con soli due Ep e un disco è riuscito a conquistare il pubblico italiano e non solo. Fondamentale per la sua carriera il trasferimento a Londra a diciotto anni, dove va a studiare musica ed entra in contatto con il multiforme caleidoscopio sonoro della capitale inglese. Il bagaglio con cui rientra in Italia è carico di suggestioni R&B e soul, condensate nelle atmosfere ritmicamente raffinate di A che punto è la notte, il primo Ep che pubblica nel 2018 sotto l’etichetta milanese Asian Fake, a cui unisce una voce sensuale e melodiosa che si appoggia perfettamente sulle note e le completa. Non pago di questo esordio Venerus comincia a collaborare con un ampissimo ventaglio di artisti nostrani, nomi come Gemitaiz, Franco126 e soprattutto Mace, che coproduce nel 2019 il suo singolo Love anthem No. 1: è il preludio al secondo Ep, Love anthem, a seguito del quale intraprende il suo primo tour e viene invitato anche ad aprire alcune date per Noemi.

Non c’è solo la propria musica però nell’universo di Venerus. Fra il 2019 e il 2020 produce infatti insieme a Mace il disco DNA di Ghali e in seguito collabora alla realizzazione di alcune tracce per l’album d’esordio dello stesso Mace, OBE, uscito nel febbraio 2021. A solo qualche mese di distanza esce nuovamente fuori il Venerus musicista, visto che la Asian Fake (in collaborazione con Sony) pubblica il suo primo album, Magica musica, sedici tracce leggere e sognanti che scivolano nelle orecchie dell’ascoltatore rimanendovi impresse a lungo, come sa fare la musica pop quando non è solo calcolo ma è soprattutto estensione dell’anima dell’artista. Al disco collaborano amici di vecchia data e non, un panorama variegato che va da Frah Quintale ai Calibro 35, e il successo con cui viene accolto convince Venerus a pubblicare, alla fine dello stesso anno, una versione live del disco in cui si manifestano tutta la carica e la libertà con cui si approccia alle proprie canzoni dal vivo. Il 2022 lo vede sempre sul palco, prima con il tour Estate degli angeli che descrive come un’esperienza più che come un concerto, poi con il Piano soltanto Europe che lo proietta nel continente, dove un’italiana trapiantata in Germania se ne innamora fino a farlo sbarcare qui.

Dreamliner è uno dei primi singoli di Venerus, uscito nel 2018 e già ammantato di quelle caratteristiche che caratterizzano la sua musica: atmosfera suadente, voce carezzevole su una base raffinata che guarda anche al jazz. Francesca ha deciso di abbinarla a un racconto che prende spunto proprio da una scena intravista al suo concerto berlinese, su cui ha poi ricamato una storia che parla, per dirla con le sue parole, di sorellanza e troppo alcool. Potete leggerlo subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Cinque gin tonic, di Francesca Addei

Apri gli occhi e nello specchio ci sei tu. Non ti piace osservarti al mattino, speri sempre che l’incontro con la tua immagine arrivi quando il gonfiore è già passato.

Questa però non è la tua casa e fai fatica a ricordare dove ti trovi, ciò che ti appare da subito chiaro è che nello specchio non ci sei solo tu: dietro la tua testa sbuca una massa di capelli arruffati.

Ti paralizzi, chiudi gli occhi e li riapri, a volte basta quel piccolo movimento per scacciare immagini indesiderate ma stavolta non è così.

Ti muovi in modo impercettibile, abbastanza da riuscire a non toccare quel corpo.

Percepisci che si tratta di una donna e nel frattempo ricordi: sei in un ostello, in una città che non è la tua, ieri sera c’è stato un concerto che hai aspettato per mesi.

La donna dietro di te ha il respiro pesante ed il fatto è di per sé rassicurante, una sconosciuta nel letto puoi gestirla ma solo a patto che sia viva.

Quando il concerto è finito sei andata nel bar accanto al locale, hai bevuto tre gin tonic e il mondo si è trasformato in un posto sfocato e delizioso da vivere.

Tutto chiaro: sei ancora sbronza e non esiste nessuna donna. A volte, quando ti metti a letto dopo qualche drink di troppo, riesci a tenere la testa appoggiata solo da un lato e se provi a girarla dalla parte opposta crolla l’argine della lucidità rimasta.

Forse è una cosa del genere, provi a chiudere gli occhi e poi a riaprirne solo uno ma la testa crespa è sempre lì e sospira beata nel sonno.

Al quarto gin tonic bevuto al bancone ti sei accorta di una coppia accanto a te, stavano litigando in modo concitato. Al quinto drink hai realizzato che non era solo una lite tra due fidanzati alterati perché hanno iniziato a spintonarsi e lei è volata a terra.

Tu l’hai aiutata a rialzarsi e lui si è avvicinato con aria minacciosa dicendoti, se non ricordi male, di farti i cazzi tuoi.

La testa crespa sembra ridere nel sonno e nel frattempo ricordi: hai preso lo sgabello e glielo hai spaccato in testa.

La ragazza ti ha guardata con occhi spaventosamente larghi, tu le hai teso una mano e siete scappate fuori mentre il gorilla si rialzava a fatica.

“Non so dove andare” ti ha detto la ragazza “vieni a dormire in ostello da me, domani ci pensiamo” le hai risposto mentre correvate una accanto all’altra nell’aria tiepida.

Due occhi si spalancano di colpo in mezzo a quella massa di capelli, la sconosciuta solleva di poco il busto appoggiandosi sul gomito, poi ti sorride allo specchio e domanda: “ho fame, secondo te la colazione è inclusa?”

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Psichedelia, danza e spiritualità nei dischi de I Gini Paoli e Bosco Sacro

Gli iniziati, radunati in associazioni private (come i thiasoi dionisiaci) o al seguito di “carismatici itineranti” – come li chiama Burkert – si lanciavano in danze sfrenate su ritmiche ossessive, facevano uso di bevande psicotrope misteriose le cui ricette si tramandavano da secoli, oltre che seguire pratiche (come la sessualità di gruppo dionisiaca) che obbedivano a tradizioni che abbiamo completamente perduto.

Così Chiara Baldini, nel suo saggio Tramonto al tempio all’interno de La scommessa psichedelica, descrive l’esperienza all’interno di culti misterici dell’antica Grecia come quello di Dioniso. Un’unione di sacro e profano (almeno per quella che è la distinzione che facciamo oggi di pratiche inscindibili per gli iniziati), profondità e leggerezza, il tutto aiutato da “espedienti naturali” per acuire il contatto con l’alterità. Ascoltando Esotica naturalizada de I Gini Paoli (band genovese al suo secondo disco) e Gem dei Bosco Sacro (gruppo formato da membri di Julinko, The Star Pillow e Tristan da Cunha) quest’immagine mi è tornata in mente più volte, perché i due album sembrano parlarsi, avvicinarsi a temi simili pur partendo da basi musicali molto distanti.

Il movimento

I Gini Paoli sembrano usciti da una strana comunione fra la cumbia dei Cacao Mental e l’attitudine soundtrackara (perdonatemi il neologismo) dei Calibro 35. Soprattutto i primi due brani strumentali di Esotica naturalizada (pubblicato dall’etichetta Marsiglia Records), Colazione con Biancosarti trafugato e Achtung! Banditi (omaggio, quest’ultimo, a una pellicola omonima del 1951 sulla Resistenza partigiana genovese, di cui riprende alcuni estratti), potrebbero essere usciti comodamente dalla colonna sonora di qualche film italiano degli anni ’70, giocando in maniera divertita con influenze tropicali, basso funkeggiante e synth che creano un tappeto sonoro avvolgente. La band genovese coinvolge fin dal primo ascolto e man mano che le canzoni si susseguono arriva anche la voce, che in un miscuglio di italiano e spagnolo ci accompagna in un mondo di danza, sostanze psicotrope e panorami naturali evocati, ricercati, rimpianti. A fianco di un andamento musicale che alterna momenti più votati alla psichedelia (Gaigo, che si fa forza della presenza massiccia del sitar) a esotismi spensierati (Conga su conga) I Gini Paoli creano una struttura tematica che, attraverso testi essenziali, parla di concetti mai così attuali: riscaldamento globale, speculazione edilizia e ritorno ad una comunione con la natura più intensa.

Fra microplastiche e Fibrocemento, “orche spaventate in porto a Pra” (Conga su conga) e cure alternative a base di psilocibina (Cumbia del Monte Fasce) il quintetto (Mariasole Calbi a batteria e voce, Angelo Carta a chitarra e voce, Giovanni Ciapessoni a synth, sitar, chitarra e diamonica, Gabriele Guerrini alle percussioni e Carlo Silvestri a basso e voce) unisce sapientemente il divertimento alla profondità, piantando silenziosamente sottopelle il germe di un mondo migliore da raggiungere danzando. Ecco quindi che viene naturale (termine quanto mai azzeccato) seguire, agitandosi al ritmo delle percussioni e dondolando la testa al seguito dei riff chitarristici, la vecchina che in Cumbia del Monte Fasce va a raccogliere funghi psichedelici, ballare con gli occhi chiusi seguendo i rimpalli fra chitarra e sitar di Conga su conga, finendo idealmente in riva al mare a scatenarsi attorno a un falò che brucia come il sangue nelle vene durante Miyazaki, carrozzone con, che nel nome di un regista noto per la sua sensibilità ambientale (ne avevamo parlato qui) conclude un viaggio che attraverso il movimento sfrenato auspica una rivelazione, la presa di coscienza del nostro essere un tutt’uno con ciò che ci circonda.

I Gini Paoli ci tengono a dare il buon esempio non solo attraverso la loro musica, ma anche mostrando materialmente quanto le tematiche affrontate in Esotica naturalizada siano per loro importanti: il disco è stampato in un’edizione a ridotto impatto ecologico, e attraverso la collaborazione con l’azienda zeroCO2 metteranno a dimora un albero ogni tre copie vendute.

La meditazione

Approccio musicale completamente diverso quello dei Bosco Sacro, che già nel nome rivelano però l’emergere di tematiche affini: comunione con la natura e spiritualità sono infatti elementi che risuonano tanto nelle liriche di Giulia Parin Zecchin (al cui progetto Julinko avevamo dedicato un racconto) quanto nelle sonorità ipnotiche create dalle chitarre di Francesco Vara e Paolo Monti e dalla batteria di Luca Scotti. Gem (pubblicato da Avantgarde Music) nasce da un’unica sessione di registrazione all’AMM Monteggiori Studio di Lorenzo Stecconi, e di questa sua genesi istintiva rimane traccia lungo i sei brani che lo compongono, tutti uniti da un’atmosfera oscura che rimanda a rituali dimenticati, segreti sussurrati nelle orecchie degli iniziati.

Viene spontaneo il paragone con la selva oscura di Dantesca memoria ascoltando Gem, perché alle sonorità ancora pervase di una certa dose di luce dell’iniziale Ice was pure si sostituiscono subito vibrazioni più profonde, col ritmo che si mantiene lento e cadenzato, quasi a evocare le ritmiche ossessive della citazione iniziale. Non c’è nulla da temere però all’interno della natura tenebrosa in cui si inabissano testi e musica dei Bosco Sacro, perché chi esperisce l’eterno ciclo della natura non ha nulla da temere dalla morte (Be dust), né dagli sfoghi improvvisi di chitarra e batteria che rompono il tappeto ambient di Emerald blood (che si apre con un fraseggio che ricorda gli Alice In Chains più cupi). Il magma creato dalla band è di rara coesione, forse troppa per non risultare in certi momenti quasi ridondante, ma ad aiutarci a ritrovare la via fra chitarre che sembrano synth e una batteria tribaleggiante arrivano la varietà della voce di Zecchin, che passa dal sussurro cospiratorio al vocalizzo malinconicamente acuto, la progressione continua di Les arbres rampants, la rarefazione conclusiva di Bosco Sacro.

Sfuggenti come le rivelazioni dei culti misterici, i brani di Gem possono apparire inizialmente ostici: chi avrà il coraggio di farsi avvolgere dal suo connubio estremamente personale di doom e ambient proverà però una sensazione familiare, come il ritorno a una dimensione perduta per la quale abbiamo provato una struggente malinconia senza nemmeno accorgercene.

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Racconto in musica 128: La mia strada (Pavement – Here)

Durante il lockdown, con tanto tempo a disposizione visto che fare bottoni non è considerato un’attività necessaria (pensateci quando vi cadranno i pantaloni), oltre ad aprire questo blog ho pensato: ma se mi proponessi a qualche rivista/blog musicale con l’intenzione di farmi pagare per parlare di musica? Ci ho pensato tipo per dieci minuti, in parte perché mi sembra molto capitalistico far diventare un lavoro quella che è stata sempre una passione (ma attenzione al lavoro fatto per amore, quando riuscirò a parlare dell’interessantissimo Il lavoro non ti ama di Sarah Jaffe approfondirò la questione), in parte perché ho la classica sindrome dell’impostore. Scrivo di musica da vent’anni abbondanti, ma conoscere tutti gli album degli Zeus! fa curriculum se poi non hai ascoltato mai – MAI – un qualsiasi disco dei Beatles? Dei Rolling Stones? Ma anche, andando su cose più recenti e affini al mondo musicale di cui tratto, dei Pavement, una di quelle band seminali che hanno influenzato molto di ciò che ho ascoltato nel corso della mia vita. Fortuna che Alessio Barettini, uno degli aficionados di Tremila Battute, ha deciso di togliermi le castagne dal fuoco proponendomi non solo di occuparsi del racconto di questa settimana, ma anche di parlare della band di Stephen Malkmus e soci al posto mio.

Alessio è alla sua quarta presenza qui, associando la sua penna a nomoni come Guignol, Moltheni e Casino Royale. Ogni volta che passa lo ritroviamo in altre vesti, impegnato in nuove collaborazioni, e siamo felici che l’ultima di queste lo veda partecipe di quel gran bel progetto che è Read and Play, che qui pubblicizziamo e supportiamo con piacere: godetevelo mentre parla del libro di Massimo Zamboni, membro fondatore di CCCP e CSI, di Madrigale senza suono di Andrea Tarabbia o di Pensa il risveglio di Alessandro Cinquegrani, e ascoltate le playlist da lui associate a queste opere.

“Pavement. Nel nome di questa band c’è una storia fra le più banali del mondo dell’indie rock. Un gruppo di amici inizia a suonare, senza sapere che nel giro di soli due album diventerà un punto di riferimento per un’intera generazione cresciuta a suon di Nirvana e Metallica stanca di un’attitudine troppo decadente del rock. 

I Pavement la decadenza ce l’hanno ma insieme al romanticismo e al modernismo, sono figli del ’68 e di Lou Reed ma anche di Eliot, di Beckett, di Mark E.Smith e di una Killing moon che si trucca da scherzo per non spaventarsi troppo della sua bravura.

Questa band di bravi ragazzi guidati da Stephen Malkmus mette radici nel mondo della musica e dopo 5 album di studio si scioglie, lasciando un mito che a suon di reunion dimostra che il segno lasciato non è stato una posa. La musica? Lo-fi, semplice nell’impalcatura, dai ritmi mai ridondanti, dalle raffinate imperfezioni. I testi verbosi, postmoderni, indecifrabili, flussuosi (?), intellettuali.

Here è un brano che compare nel primo album, Slanted and enchanted. Un piccolo gioiello, ripreso fra gli altri da altri mostri sacri della scena come Mercury Rev, Tindersticks, Built to Spill. Il mondo in tre accordi. Una luce che si accende incantevole, poi il nulla. Everything is ending here.” Alessio del brano scelto riesce a catturare in pieno con le proprie parole l’aura crepuscolare eppure ironica, di chi va avanti nonostante gli ostacoli che la vita gli pone davanti. Non vi resta che immergervi nel flusso di questa autoanalisi di una crisi, andando un po’ più in basso e ascoltando in sottofondo la canzone che l’ha ispirata: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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La mia strada, di Alessio Barettini

Ridevo. Che altro potevo fare, dopotutto? Anni di lavoro spazzati via. Anni di amore, spazzati via. Un progetto di vita, quasi. Un progetto di tanto tempo fa, un sogno che si stava frantumando nella realtà, prima di scoprire che no, quel sogno non era pronto per svegliarsi, quel disegno non era fatto per comporsi. Era la mia strada, mi ero detto. Il mio lascito preventivo. Tutta la mia enfasi giovanile che si era salvata dal grande naufragio della maturità. E ora che ero rimasto solo, dapprima rabbia, poi sconforto, poi incomprensione e altra incomprensione, sovrapposta a trame del tempo che non si erano mai specializzate in soluzione dei problemi. Avevo persino, lo confesso, pensato alla religione, come se pregando potessi far apparire il miraggio del deserto.

Poi, il tempo era passato. Ancora lui, a farmi fare i conti con questo stupido scherzo del destino, questo spreco di tempo che mi aveva visto sul piedistallo del mondo con un biglietto vincente in mano, che tuttavia si disintegrò senza prima farmi ritrarre quella mano, rimasta a guardare i miei occhi che cercavano di guardare la mano, ma non mettevano a fuoco, guardavano oltre, la polvere della terra che iniziava a muoversi, la polvere dei pensieri che cercava una parola, un appiglio, un meglio da mostrami senza ingannare la corposa schiera dei miei sentimenti offesi.

Non tornò mai, quel mantra che mi aveva messo in moto. Fu l’inizio di qualcos’altro, il cui senso vidi solo molto, molto più tardi, dopo mari di nebbia e albe orizzontali che non sembravano innalzarsi mai. Ho visto quella stessa fine per anni, davanti ai miei occhi, credendo fosse realtà. Così diceva di chiamarsi. Smisi di crederci, un giorno.

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Amori, amicizie e incomprensioni, o del perché dovreste andare a vedere Decision to leave e Gli spiriti dell’isola

Ho un brutto rapporto col cinema. No, volevo dire che ho un brutto rapporto COI cinema, il luogo fisico. Quando abitavo nella provincia novarese mi capitava di vedere il trailer di qualche film, innamorarmene e poi rimanere deluso perché non lo proiettavano da nessuna parte nel raggio di almeno quaranta chilometri. Che voglio dire, Emiliano Mazzoni si deve fare un’ora e mezza di strada se anche solo vuole andarci a vedere un film qualsiasi, ma lui abita sull’Appennino modenese e puoi metterla in conto quella difficoltà. Io ci rimanevo male.

Poi mi sono trasferito a Milano, evviva! Ho pure un multisala a dieci minuti a piedi di distanza, doppio evviva! E invece ci risiamo, non ci proiettano né Decision to leave di Park Chan-wookGli spiriti dell’isola di Martin McDonagh.

Ma posso andare a vedere i Me Contro Te!

Mi sarà anche venuto il culo molle, che prima prendevo la macchina per andare a vedere Sette psicopatici allo spettacolo di mezzanotte e mezza e ora mi lamento se mi devo fare quaranta minuti coi mezzi per andare a quello delle ventuno e trenta, ma cazzo anni fa sono riuscito a vedere Hardcore in un cinema relativamente vicino, quella tamarrata di Hardcore (ero da solo in sala, ma vabbè)! Com’è possibile che devo ancora fare fatica per andare a vedere un film che è candidato a nove premi Oscar?

Ok, lo sfogo è finito, ora vi spiego perché dovete combattere la sindrome del culo molle per andare a vedere questi due film (e magari riesco anche a spiegare perché ne parlo insieme).

Lost in translation

Quello fra Hae-joon (Park Har-il) e Seo-rae (Tang Wei) è un rapporto complicato. Che sia un rapporto d’amore non vi è dubbio, già al primo sguardo Hae-joon è rapito dalla bellezza di Seo-rae, ma a frapporsi fra loro c’è innanzitutto un problema linguistico (lei è cinese, lui coreano), che a parte piccole incomprensioni viene però bypassato piuttosto velocemente, o così pare; un altro problema è il fatto che lui sia sposato, una relazione che si consuma solo nei fine settimana con una moglie dai ragionamenti molto analitici (del tipo “dobbiamo fare sesso una volta a settimana così la dopamina in circolo ci farà rimanere innamorati”, non letterale ma quasi) a cui sembra sinceramente affezionato ma con un distacco che non si capisce quanto sia frutto dell’usura e quanto di dinamiche che nella loro storia sono sempre andate così; il terzo problema è che lei è sospettata di aver ucciso il marito spingendolo giù da una montagna, e lui è l’ispettore incaricato del caso.

“Alfine…”

Park Chan-wook è uno che ha le idee chiare. Sa quello che vuole raccontare, come raccontarlo e come fare in modo che torni tutto. I suoi film sono orologi svizzeri ma non sono freddi, anzi fanno leva sui sentimenti giungendo a toni melodrammatici e vanno spesso in direzioni che non ti aspetti. Così chi si approcciasse a Decision to leave aspettandosi un thriller poliziesco potrebbe rimanere deluso, ma solo in parte: qui il gioco non è capire se Seo-rae è colpevole o meno, ma vedere quanto la corda che unisce amore e senso del dovere possa tendersi prima che Hae-joon si spezzi. Perché sospetti ne ha, l’indagine la manda avanti, ma è chiaro anche al suo partner Soo-wan (Go Kyung-pyo) che l’obiettività non è più fra le sue qualità e non riesce nemmeno a nasconderlo, così come ce lo sbatte in faccia platealmente il regista: con la moglie rifiuta il sushi perché non gli piace, nel primo lungo interrogatorio con Seo-rae non ci pensa due volte a offrirgliene da un ottimo ristorante (e a carico del distretto). Fra allucinazioni dovute all’insonnia, un altro caso di omicidio da risolvere e avvicinamenti riluttanti la storia finirà per prendere una piega inaspettata, portando una storia iniziata in montagna a finire in riva al mare.

Decision to leave non è sorretto solo da un’ottima storia, che strizza neanche tanto velatamente l’occhio a La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock, ma anche da una messa in scena che è una delizia per gli occhi. Chan-wook si prodiga in esercizi di stile a profusione, giocando con gli specchi, le telecamere, le distanze e qualunque diavoleria gli venga in mente, il tutto coerentemente con la storia che sta raccontando: si fa prendere un po’ la mano solo all’inizio di quello che potremmo definire il “secondo atto” del film, quando veniamo sballottati improvvisamente in una scena di violenza senza capire come ci siamo finiti, ma il regista ci mette poco a riprendere le fila del discorso e portare a conclusione in maniera magistrale (e agghiacciante) una vicenda che si fa forza anche di dettagli minimi, come le scarpe indossate o dei messaggi vocali che hanno significati differenti a seconda di chi li ascolta. In un’intervista Chan-wook ha dichiarato che voleva scrivere una storia d’amore in cui non venissero mai dette le parole ‘ti amo’: ci è riuscito alla grande, miscelando melodramma, thriller e anche insospettabili dosi d’umorismo.

P.S. A distanza di anni da Memories of murder resiste la ‘buona’ abitudine della polizia coreana di sbronzarsi in compagnia e fare interrogatori molto poco ortodossi

Una risata ti seppellirà

Se il cinema di Park Chan-wook è un meccanismo preciso, quello di Martin McDonagh è una lenta discesa verso l’abisso. Le sue storie già non iniziano dai migliori presupposti, fra killer in fuga (In Bruges), sceneggiatori in crisi (Sette psicopatici) e madri che cercano vendetta (Tre manifesti a Ebbing, Missouri), ma quel che può andare male non fa che andare peggio. Così quando all’inizio di Gli spiriti dell’isola Colm Doerty (Brendan Gleeson) annuncia a Pádraic Súilleabháin (Colin Farrell), fino a quel momento da tutti considerato il suo migliore amico, che non vuole avere più niente a che fare con lui, si capisce facilmente che le dimensioni del conflitto sono destinate ad aumentare.

Distanze

Il rapporto fra Colm e Pádraic è fatto di incomprensioni, concetti espressi a metà, fissazioni immotivate. Perché Colm, che afferma di voler evitare l’ex amico per concentrarsi sulla musica e sul suo violino, è disposto addirittura a tagliarsi le dita pur di non averci più a che fare? Non ha senso (“non gioverebbe alla tua musica” gli dicono), così come non ha senso che lo trovi improvvisamente noioso: “è sempre stato così”, gli fa notare la sorella di Pádraic Siobhán (Kerry Condon), così come gli fa notare che su quell’isola maledetta sono tutti noiosi. Ma in fondo non serve un motivo per farsi la guerra, una guerra silenziosa a differenza di quella civile che si svolge sulla terraferma, un conflitto di cui da Inisherin fanno fatica a capire le motivazioni (il poliziotto dell’isola, pagato per presenziare a un’esecuzione, non si interessa neanche di quale fazione sia il condannato) e riescono solo a rimpiangere i bei tempi in cui si sparava solo agli inglesi. D’altronde il movimento nazionalista irlandese è sullo sfondo di molte opere teatrali di McDonagh, come Il tenente di Inishmore di cui questo Gli spiriti dell’isola (The banshees of Inisherin in originale, lo stesso titolo dell’opera che Colm cerca di ultimare) è l’ideale successore, dato che rappresenta la conclusione della sua Trilogia delle Isole Aran.

Natura morta

Il dramma in via di formazione non impedisce ai film di McDonagh di essere divertenti, intrisi di uno humor nero irresistibile e di un ritmo nei dialoghi che tradisce la genesi teatrale dell’opera (ma si potrebbe dire lo stesso di qualunque altro suo film). Gli spiriti dell’isola è perlopiù una pellicola fatta di parole, che si appoggia forzatamente sulle interpretazioni, e se la chimica fra la coppia Farrell-Gleeson è ben oliata (i due erano protagonisti anche di In Bruges, valso a Farrell un Golden Globe che ha appena bissato) anche i comprimari non sono da meno, dall’intensa Condon all’ingenuo scemo del villaggio interpretato da Barry Keoghan, passando per personaggi che riescono a farsi ricordare pur con un minutaggio minore sullo schermo come il barista dell’unico pub dell’isola, il perverso poliziotto interpretato da Gary Lydon, l’inquietante signora McCormick o il prete che cerca inutilmente di fare da paciere, confessando con esiti rivedibili Colm. Se delle nove candidature agli Oscar quattro arrivano dalle interpretazioni c’è un motivo, ma la bellezza del film arriva anche da altro.

Natura maestosa

Laddove Park Chan-wook si prodiga in numeri da circo Martin McDonagh predica semplicità. Luce perlopiù naturale, spazio alla recitazione e spazio soprattutto ai panorami naturali, quasi un contraltare immobile e indifferente alle vicende troppo umane dei protagonisti, impegnati in una battaglia sempre più atroce che non prevede una fine. L’amore per gli spazi unisce i due registi (entrambi i film funzionano meglio di mille guide per invogliare a visitare Irlanda e Corea del Sud), così come la voglia di concentrarsi sulle difficoltà di comunicare, capirsi e, in fondo, amarsi. Entrambe le vicende si concludono di fronte al mare, entrambe in fondo non si concludono: l’amore e la guerra continuano a esistere, alimentando le gioie e i drammi nella vita come nel cinema.

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