Racconto in musica 78: Spavaldo (Moltheni – Spavaldo)

Quand’è che ci si può definire esperti di qualcosa? In questo blog finora ho parlato, solo negli articoli domenicali di presentazione del racconto settimanale, di settantacinque artist* divers*, e non è che li conoscessi tutti così bene. In un paio di occasioni ho ricevuto l’aiuto di chi si è occupato del racconto, ma sono molte di più le occasioni in cui mi sono improvvisato ottimo conoscitore di un argomento che ho approfondito perlopiù tramite wikipedia e controlli incrociati fra vari siti, consapevole che per un vero appassionato le mie parole sarebbero risultate lacunose. Ecco perché questa settimana ho preferito delegare tutto, trovandomi di fronte a un ottimo racconto altrui cui si coniuga una presentazione scritta da qualcuno che conosce molto meglio di me Moltheni, l’artista ospite di questa settimana.

Il racconto è di una nuova/vecchia conoscenza di Tremila Battute ovvero Alessio Barettini, che solo un mesetto fa esordiva su queste pagine con un racconto dedicato a una canzone dei Guignol. In quell’occasione parlai brevemente della sua venerazione per David Bowie, un amore di cui mi sono potuto rendere conto leggendo un suo articolo relativo all’album 1. Outside su Critica Impura: prima di apprezzarlo come narratore, qualche riga più in basso, stupitevi di fronte alla sua conoscenza enciclopedica e al modo in cui la snocciola con una scorrevolezza che posso solo invidiare.

Ma siamo qui per parlare di Moltheni, cantautore dallo stile riconoscibilissimo e musicista poliedrico, e il caso vuole che conosca personalmente qualcuno che ne conosce vita, morte e miracoli. Roberto Conti è già apparso su questo blog con un racconto dedicato ai Baustelle, è un grande amico con cui ho condiviso per anni l’esperienza di portare in case private i concerti con Asap – As Simple As Passion (solo una delle tante iniziative organizzate dall’associazione da lui creata) e per fedeltà artistica fa impallidire i miei 68 concerti visti dei P.A.Y., la mia band preferita: Roberto veleggia ampiamente oltre i 100, non potevo quindi che chiedere a lui una breve introduzione più personale e sentita dell’elenco di dati che avrei potuto fornirvi io.

“Era il 1999 quando Umberto Giardini, misconosciuto cantautore che aveva scelto lo pseudonimo Moltheni (nome attinto da una farmacia milanese), esordiva lanciato da Francesco Virlinzi, che con la sua Cyclope Records aveva contribuito a portare in Italia, e a Catania in particolare, nomi pesantissimi del rock internazionale. Erano anni luminosi per Moltheni che condivideva il palco con Verdena, Carmen Consoli, Afterhours e Massimo Volume, partecipava a Sanremo (nel 2000), passava in radio e in tv sui canali musicali. Poi, dopo la morte di Virlinzi e un periodo di stop, Moltheni torna con una label indipendente, La Tempesta, e rinasce artisticamente affermandosi come riferimento della scena indie di quegli anni. All’apice del successo decide però di dire basta e di mettere nel cassetto il progetto dopo la pubblicazione della raccolta Ingrediente Novus, nel 2009.

Qualche anno più tardi il nostro torna con il suo nome di battesimo, Umberto Maria Giardini, scegliendo una direzione musicale più elettrica e sperimentale rispetto al folk dell’ultimo periodo Moltheni. UMG si allontana dai territori indie, ormai diventati troppo battuti e musicalmente sterili. In tutta la sua carriera Giardini coltiva anche progetti musicali collaterali (Stella Maris, Pineda, Formosa, solo per citare i principali) e si dedica alla produzione e alla scoperta di nuovi talenti musicali.

Nel 2020, in piena pandemia Covid, ecco un ultimo colpo di coda di Moltheni: Senza eredità è un disco di brani inediti del passato, riadattati e risuonati con molti dei musicisti che accompagnarono la sua carriera. Giardini in tanti anni ci ha abituati a frequenti colpi di scena: suicidi artistici e improvvise rinascite, sempre all’insegna della libertà artistica e di un metodo di lavoro rigoroso e prolifico.”

Spavaldo è proprio una canzone che arriva da quest’ultima raccolta, un brano di cui mi sono innamorato ascoltandolo live in un concerto milanese di questo strano 2021 in cui la musica, piano piano, sta tornando protagonista anche in presenza. Alessio ha raccolto al volo la sfida di trarne un racconto, una storia di movimenti interiori intrisa di poesia che si dipana lungo i corridoi di un centro commerciale: a voi non resta che leggerla, subito dopo l’ascolto del brano che l’ha ispirata, a me non resta che augurarvi come al solito buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Spavaldo, di Alessio Barettini

Entro. Le porte automatiche lasciano passare me ma rifiutano alcune domande. I centri commerciali non sono posti per le domande. Per quelle ci sono le vacanze, i resort, la guide che spiegano le grotte e si lasciano andare a raccontare le trasformazioni che hanno visto negli ultimi vent’anni. La felicità ha sempre due facce.

Cammino, le mani in tasca, la testa ciondolante a supportare una curiosità senza seguito, gli occhi che saltellano tra i riflessi delle vetrine e l’interno dei negozi. Mi interrogo su quello che potrei acquistare se ci entrassi. In alcuni casi il dubbio galleggia nel mio campo visivo e svanisce tra le luci dei fari disposte secondo criteri ragionati dagli arredatori, tra le superofferte dei menù scritte col gesso sulle lavagne e quelle di soggiorni e camerette fino a 10% di sconto.

Proseguo, fino all’ingresso del supermercato, tra i negozi, chiedendomi costantemente cosa sia tutto questo, come mai sia così stridente il confronto tra me e lui, o tra me e la mia camminata, tutta diversa dai miei reali intenti, persino assorta, sbrigativa, già desiderosa di uscire per una sigaretta meritata, per una telefonata inattesa, per un’idea nuova che non so di possedere ancora.

Regalo, un ultimo sguardo trasversale alla profumeria davanti all’entrata, mentre con le mani scavo nelle tasche in cerca della lista della spesa. La mia anima sospesa non uscirà da questo solco, dalla routine cremosa che ci lega le viscere e fa brillare tutto, cancellando ogni grano di polvere e imponendo un programma scomposto, impossibile, furtivo, lo racchiude dentro il nostro segno che non hai mai saputo leggere, il gioco di te e di me che mi incide con precisione artigianale, anima in edizione limitata.

Esco. Nella linea blu del cielo che si alza sopra le costruzioni e i magazzini ringrazio me stesso ad alta voce, in modo che tutto il mio io mi senta. Con me escono tutte le vette dei miei pensieri e tutti i loro bassifondi. Io, in mezzo, a testa alta, verso quell’orizzonte che non ho, lanciando il mio cuore verso l’immagine ignota che mi aspetta. Il telefono suona, è il tuo numero. Non rispondo, non avrei parole. Quel che ho fatto e quel che non ho fatto non ne hanno mai avute, né ne avranno. Ma tu questo non lo sai. Il tuo centro è fuori di me.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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