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Temi che non invecchiano: scoprire Principessa Mononoke nel 2021

Hayao Miyazaki è un nome che difficilmente qualcuno non avrà mai sentito nominare. I più vecchi ricorderanno l’anime Conan il ragazzo del futuro, con cui il regista giapponese aveva mosso i primi passi da autore (dopo aver diretto parecchi episodi della prima serie di Lupin III, personaggio con il quale esordì alla regia di un lungometraggio ne Il castello di Cagliostro), ma il grande pubblico e la critica si accorsero veramente di lui quando nel biennio 2002-2003 La città incantata vinse l’Orso d’oro al Festival di Berlino e in seguito l’Oscar al miglior film d’animazione, unico esempio di animazione orientale a riuscirci in un segmento dominato negli anni perlopiù da Disney e Pixar. Non fingerò di essere un esperto della sua filmografia, perché nonostante vari amici appassionati delle sue opere ho ancora molte lacune: un film su tutti però mi ha colpito, visto con estremo ritardo solo un mese fa, ed è Principessa Mononoke.

Storia di uno scontro fra umani e natura ambientato nel Giappone del sedicesimo secolo, la pellicola veicola uno dei temi più cari a Miyazaki, quello ecologista. Non è difficile ritenerne attuale il messaggio, in tempi in cui le contromisure al surriscaldamento globale si fanno strada nei piani politici di quasi tutte le nazioni (con logiche, ahinoi, ancora principalmente capitalistiche), ma sono anche altri i motivi per cui, guardandolo oggi, Principessa Mononoke non ha perso niente della sua carica.

Un mondo inclusivo

Sebbene la trama segua il viaggio di Ashitaka alla ricerca di una cura alla piaga che lo affligge, infezione ricevuta nello scontro con un Dio-Cinghiale trasformato in demone dal rancore, il giovane principe rappresenta più l’ago della bilancia fra forze contrastanti che il vero motore dell’azione. A portare avanti la storia sono infatti due donne: San, la principessa spettro (termine italiano più vicino al giapponese Mononoke) che protegge la foresta, alleata della Dea-Lupo Moro da cui è stata salvata e cresciuta, ed Eboshi, padrona della Città del Ferro simbolo del progresso che avanza.

Pensare a due personaggi femminili così forti in un contesto come quello giapponese, dove ancora oggi (o forse maggiormente oggi) il sessismo è ben radicato, soprattutto sul luogo di lavoro, è una scelta di larghe vedute da parte di Miyazaki, che in generale mostra nell’arco del film come il sesso non sia una discriminante in nessun contesto: quando gli uomini muovono verso la montagna, impegnati nel recupero della testa del Sommo Dio-Bestia, sono le donne a difendere la città dall’attacco dei samurai, senza che a nessuno venga in mente di dubitare delle loro capacità. La scelta è in realtà coerente con il periodo storico, visto che nell’antico Giappone non era inusuale vedere donne in posizioni di potere (le cose cominciarono a cambiare dal 1600 in avanti, durate i periodi Edo e Meiji), ma rappresenta l’ennesimo tassello nella filmografia di un regista che, a differenza di quanto fatto in occidente dalla Disney per decenni, ha spesso dipinto le donne come padrone del loro destino e non vincolate al salvatore di turno.

Ecologia come rapporto paritario con la natura

Anche il messaggio ecologista, già esplicitato nel cappello introduttivo, rappresenta un tema che Miyazaki ha affrontato svariate volte, particolarmente nel film Nausicaä nella Valle del vento. L’avanzare del progresso, esemplificato dalla Città del Ferro che vede nella foresta solo una fonte da cui attingere indiscriminatamente, divide sempre più l’uomo dal contatto con la natura, tanto che apparizioni come quelle dei kodama, bizzarri spiriti degli alberi che testimoniano della buona salute degli stessi, provocano reazioni d’orrore nel soldato ferito che Ashitaka salva dalla morte. Non c’è però nel messaggio del film un connotato moralistico, bensì la volontà di esplicitare l’importanza del dialogo: bene e male non sono termini ascritti all’una o all’altra categoria, perché anche la natura sa essere crudele quando il rancore la avvelena (succede agli Dei-Cinghiale Nago e Okkoto, ma anche al Sommo Dio-Bestia che, nel tentativo di recuperare la sua testa, avvelena tutto ciò che incontra), quindi sono la pace e la coabitazione a dover regnare per rendere prospere tanto la foresta di San quanto la città di Eboshi.

Secondo questa logica Miyazaki dipinge anche i suoi personaggi, tutti dotati di saggezza ma anche di lati oscuri. Per citare I Cani e la loro Wes Anderson né i “buoni” né i “cattivi” lo sono davvero fino in fondo, tanto che basta ascoltare le parole che la Dea-Lupo Moro rivolge ad Ashitaka prima che questi parta per la Città del Ferro per capire che, se anche la ragione può essere da una delle due parti, l’odio ci mette poco ad avvelenare gli animi più giusti:

Io quassù col corpo che va marcendo mentre porgo gli orecchi alle grida del bosco sto aspettando quella donna, mentre sogno l’istante in cui le azzannerò quella sua testa!

Moro

Dalla parte della natura, costretta suo malgrado a difendersi dagli attacchi umani, assistiamo a episodi come quello dei saggi Oranghi che di fronte ad Ashitaka ferito pensano di cibarsene per acquisirne la forza, mentre nella Città del ferro che sta crudelmente rovinando la foresta le armi sono sviluppate da uomini colpiti dalla lebbra, che Eboshi accoglie quando nessun altro è disposto a farlo, dimostrando uno spirito caritatevole laddove sembrava esserci solo calcolo. Persino il bonzo Jiko quando appare la prima volta dimostra con le sue parole una saggezza che mal si accorda con la decisione, quale emissario dell’Imperatore, di tagliare la testa al Sommo Dio-Bestia per nient’altro che cupidigia. La pace fra tutte queste diverse forze in gioco è un equilibrio difficile da trovare, possibile solo grazie ad Ashitaka che, prima ancora che ad una cura per sé, ambisce a “discernere ogni cosa con pupille non offuscate”, augurio che l’anziana Hii gli rivolge prima che egli sia costretto ad abbandonare il suo villaggio: ecco quindi che natura e uomo (posto che l’uomo possa essere pensato al di fuori della natura, ma potremmo passarci ore a discuterne filosoficamente) tornano a essere una cosa sola se si ha il coraggio di guardare al di là delle categorie che siamo abituati a conoscere, rinnovando quel rapporto simbiotico che perdiamo mossi dall’ego o dall’odio per l’altro.

Una lingua comune per instaurare il dialogo

Non mi intendo di doppiaggio, quindi non mi dilungherò sulla polemica che si sviluppò nel 2014 quando, in vista della riedizione di Principessa Mononoke, il film venne integralmente ridoppiato: qui trovate un articolo che, al netto di innegabili interventi sul senso della storia, propende per l’operato svolto nella vecchia versione, qui uno dove si esalta quella nuova. Senza minimamente conoscere tutto questo mi sono avvicinato all’opera di Miyazaki nella “2014 edition”, innamorandomene proprio per il lavoro svolto sulla lingua.

Era intenzione del regista, anche per calarsi nella realtà del Giappone in cui si svolgono le vicende, quella di usare una lingua aulica e desueta, direzione che il nuovo doppiaggio accoglie in pieno. Ascoltare le linee di dialogo è una gioia per le orecchie, anche quando la complessità rende difficile capire completamente il discorso, perché in fondo quello a cui stiamo assistendo è la messa in scena di un mondo in cui già si sta perdendo la capacità di dialogare. Lo sforzo che dobbiamo fare è in qualche maniera parte dell’esperienza, commisurato a quello che i personaggi sono costretti ad affrontare per arrivare infine ad un punto comune.

La cura nei dialoghi è riscontrabile anche nelle sottili differenze fra il linguaggio utilizzato nel villaggio di Ashitaka, patria degli Emishi (popolo discendente diretto delle prime popolazioni di cacciatori raccoglitori che si instaurarono in Giappone), e quello utilizzato nei restanti luoghi: ancora più denso (e stiamo parlando di un film in cui alcune ragazze, ridendo di una battuta, esclamano “senza dubbio” in risposta, come se limitarsi alla risata fosse stupido), trova un senso nelle parole di uno degli anziani, che argomenta riguardo alla prossima partenza di Ashitaka:

Battuti nella battaglia con lo Yamato, sono più di cinquecento anni che ciceriamo in queste terre. E ora dicono che la forza del sovrano dello Yamato stia appassendo, e che anche le zanne degli shogun si siano spezzate. Tuttavia, anche il sangue della nostra stirpe si è altresì sciupato. In un momento simile, che il giovanotto dato a divenire il capo della nostra stirpe si metta in viaggio per l’Ovest potrebbe essere il destino.

Nelle parole dell’anziano ci sono l’idea di un isolamento che, se da una parte permette al proprio popolo di mantenere salde radici con la natura (prima di uccidere il corrotto Dio-Cinghiale Nogo Ashitaka tenta in in tutti i modi di dialogare con lui, e al suo cadavere vengono offerti un tumulo e celebrazioni nonostante il pericolo corso), dall’altra prospetta loro un lento declino. Il viaggio del principe della stirpe, prospettato da un destino che non possono capire ma accettano comunque, porterà effettivamente nel mondo parte di quella saggezza, aiutando a ristabilire un equilibrio che, una volta spezzato definitivamente, avrebbe comunque mostrato i suoi effetti anche nelle terre degli ultimi Emishi.

Al di fuori di quell’isolato Eden le parole non sono certo rozze, tuttavia il linguaggio perde un poco del suo carattere aulico. Se il senso del film è riscontrabile nella necessità di un dialogo fra forze contrapposte, altrettanto valore va dato alle parole che questo dialogo devono veicolare: questa scelta linguistica apparentemente solo estetica acquista valore proprio in questo contesto, dimostrando che anche solo un lieve imbarbarimento del linguaggio ci priva di parole che possano essere terreno comune. Miyazaki ci insegna così ad avere cura delle parole, un monito importante ancora di più oggi che siamo persi in bolle da cui fatichiamo ad uscire per aprirci all’altro. Prestiamo attenzione a come le usiamo, facciamo in modo che siano uno strumento di apertura e, se non riusciamo ad attingere a quelle ormai perse, creiamone di nuovo che rispecchino quel senso di comunità.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

2 pensieri riguardo “Temi che non invecchiano: scoprire Principessa Mononoke nel 2021

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