Racconto in musica 104: Luna (Verdena – Luna)

C’è un momento per tutto, anche per affrontare gli argomenti controversi. Che controverso, per Tremila Battute, significa addentrarsi in quella zona d’ombra dove indipendente si confonde pesantemente con commerciale, dove le major ci mettono lo zampone e l’innocenza dell’arte fatta per sé stessa sembra perdersi. Me lo sono pianificato, il momento in cui parlare dei Verdena, nominandoli di sfuggita settimana scorsa come il gruppo a cui A. A. Bondy fregò il nome, ma non mi aspettavo che per una volta sarei stato perfettamente sul pezzo, azzeccando la settimana in cui la band bergamasca ha finalmente annunciato l’arrivo di un nuovo disco.

Questo momento non sarebbe però arrivato senza il racconto di uno degli habitué di queste pagine, Alex Roggero, che arriva alla terza presenza e conquista la vetta della classifica in coabitazione con Stefano Tarquini e Alessio Barettini. Alex è fresco fresco di uscita del suo primo romanzo, Non farlo, edito da Ortica Editrice: un libro dal ritmo frenetico, intriso di citazioni pop, con una trama che continua a spiazzare il lettore prendendo svolte inaspettate, portando il protagonista a vagare per il mondo alla ricerca di un senso per la propria vita che sembra sempre più difficile da trovare. Lo trovate qui, e non vi pentirete dell’acquisto.

I Verdena, quindi. Una band da sempre associata al rock alternativo, alla musica fuori dai canoni consueti, eppure fin dal primo disco legata a doppio filo con la Universal (o meglio con la sua sussidiaria Black Out, fondata nel 1992 da Giuseppe Galimberti con l’ambizione di farne una label indipendente per gestione e scelte ma sfruttando i budget delle grosse produzioni: mica male come equilibrismo). I fratelli Alberto (voce, chitarra, pianoforte, tastiera e basso) e Luca Ferrari (batteria, percussioni, synth e tastiere) non immaginano probabilmente quell’approdo quando iniziano a far musica nel 1992, in una sala prove ricavata all’interno di un pollaio, né quando formano la band inizialmente chiamata Verbena nel 1995, nome cambiato per i motivi già esplicati. Dopo aver cambiato alcuni bassisti (fra cui vale la pena di ricordare Maurizio Brazzoduro, che suona sulla primo demo e ad oggi unico parto musicale in inglese della band, Froll sound) il trio si stabilizza con l’ingresso di Roberta Sammarelli (basso, tastiere e cori): incidono un’altra demo, compaiono in una delle mitiche compilation Soniche avventure della Fridge Records (negli anni ci passarono anche i Wolfango, ovvero una parte del mio cuore), attirano l’attenzione di un po’ di etichette indipendenti ma alla fine Luca Fanticone riesce a portarli alla Black Out, dando inizio alla storia che li proietta, solo fino a un certo punto, fuori dal pollaio di Albino.

Esiste un prima e un dopo, secondo me, nella carriera dei Verdena. Il prima è ciò che accade dal 1999 al 2007, gli anni in cui il trio viene etichettato piuttosto velocemente come “i Nirvana italiani” e cerca faticosamente di affrancarsene invece di cavalcare l’onda. D’altronde ascoltando Verdena (prodotto da Giorgio Canali, un altro pezzo del mio cuore), il disco d’esordio, ti viene da pensare proprio a quello: pezzi semplici e tirati, un certo disagio di fondo, la struttura verse-chorus-verse che Cobain stesso prese in giro con una certa autoironia in una b-side, testi stralunati che un mio amico odiava a morte (me lo ricordo che dice “ma cosa cazzo vuol dire Stenuo?)… Ma il tutto funziona. Verdena me lo sono ascoltato allo stremo, sapevo a memoria le canzoni, sarei anche voluto andarli a vedere ma trovai il Circolone di Legnano pieno per la loro data (mi capitò anche coi Matrioska, ma le due band non hanno fatto proprio la stessa carriera). Due anni dopo, con la produzione di Manuel Agnelli (e la collaborazione di vari Afterhours all’interno del disco), esce Solo un grande sasso e già quella semplicità che caratterizzava l’esordio muta sensibilmente: brani mediamente più lunghi, stratificati, la prova che il trio ha una forte personalità e non ha intenzione di essere una meteora. Il suicidio dei samurai (primo album registrato integralmente all’Henhouse, ovvero il pollaio delle origini riconvertito in studio di registrazione, che negli anni diverrà meta di pellegrinaggio per molti artisti indipendenti) nel 2003 consolida questa impressione ma si comincia anche a intravedere altro, una furia sin lì un po’ trattenuta che esplode impetuosa in Elefante e si insinua fra le pieghe di Balanite. Fra un album e l’altro esce anche una galassia di Ep che espandono ulteriormente il mondo musicale del trio, ma fino a quel punto i Verdena mi sembrano (vado a ricordo mio, per cui sicuramente fallace) una band a metà del guado: nella memoria collettiva sono ancora quelli di Valvonauta, e non hanno ancora creato qualcosa che riesca a farli percepire come una delle avanguardie più importanti in Italia.

Il dopo è ciò che succede dal 2011 ad oggi, quando i Verdena hanno fatto quel salto che fa coniugare al loro nome la qualità con la Q maisucola, qualunque cosa facciano. E loro non hanno la minima intenzione di non sfruttare quel momento per fare il cazzo che gli pare. Wow è l’apoteosi di questo concetto, un doppio album di ventisette canzoni talmente pieno di roba da darti le vertigini, talmente pieno di idee che è impossibile non trovare qualcosa di cui innamorarsi (ma anche di cui rimanere deluso eh, e ci sta): esce dopo quattro anni di silenzio e certifica che i Verdena sono una di quelle band che ormai vende perché sì, perché magari va di moda ma alle mode non si piega, al massimo le crea (e certi suoni di Wow secondo me hanno creato danni, ma nella loro opera funzionano eccome), che si può permettere come primo singolo una canzone come Razzi, arpia, inferno e fiamme che è spiazzante e non ti dà nessuna coordinata chiara per capire ciò che troverai all’interno dei due dischi… Anche perché una coordinata fatichi a trovarla anche dopo l’ascolto. Passano di nuovi quattro anni e ti puoi aspettare che si siedano sugli allori, come tante band arrivate che ora piazzano la commercialata perché tanto ormai non hanno niente da dimostrare: loro buttano fuori un altro doppio disco, fatto uscire in momenti separati (Endkadenz vol.1 il 27 gennaio 2015, Endkadenz vol.2 il 28 agosto dello stesso anno), selezionando un turnista per il tour (Giuseppe Chiara) con un annuncio sotto pseudonimo su Villaggio Musicale come una band qualsiasi e io, che pure trovo meno vari e coinvolgenti questi due dischi, non posso che continuare ad adorare il loro essere completamente fuori dagli schemi. Nel 2016 giocano con Iosonouncane a coverizzarsi a vicenda con uno split Ep, poi spariscono dalle scene per un periodo enorme per il mercato discografico: sette anni di silenzio (durante i quali non sono rimasti comunque inattivi, partecipando a progetti come Dunk, I hate my village e Animatronic), interrotto a gennaio 2022 dall’uscita della colonna sonora che realizzano per America Latina dei Fratelli D’Innocenzo e, qualche giorno fa, dall’annuncio di un nuovo disco che siamo pronti ad accogliere a orecchie aperte.

Ah, fra il prima e il dopo nel 2007 ci sta Requiem, ma riascoltandolo lo ritengo uno di quegli album talmente clamorosi che facciamo che ve ne parlo con calma giovedì o venerdì in un articolo a parte, se no qui facciamo notte.

Non vorrei poi adombrare ulteriormente il racconto di Alex ispirato a Luna, il primo singolo estratto da Il suicidio dei samurai. La luna evocata dai Verdena diventa per il protagonista della storia uno dei pochi punti fermi nella propria vita, che conosciamo attraverso momenti disconnessi che testimoniano del suo rapporto complicato col tempo e la memoria: potete addentrarvi nella sua mente subito dopo aver ascoltato il brano da cui è ispirato, qui sotto, mentre a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Luna, di Alex Roggero

Nelle notti di luna piena succedono sempre cose strane. Io, ad esempio, il mese scorso ho piantato un seme di avocado. Ora è alto tre metri.

Ultimamente non sono più sicuro che quello che mi succede sia davvero reale. Mi sembra sempre che manchi qualcosa.

Tutti mi chiedono costantemente come sto, ma a me sembra di stare benissimo. Mi sono disegnato una buffa faccina sorridente sul petto, mi fa stare bene guardarla ogni mattina allo specchio mentre mi lavo.

Ieri ho passato il pomeriggio con tutti i miei amici. Sono finalmente venuti a trovarmi, non li vedevo da mesi. Abbiamo mangiato una pizza, ascoltato un po’ di musica. Ero felice.

Il tempo sta scorrendo in modo davvero strano. È instabile, come se tutto crollasse su sé stesso. Penso sia colpa della luna.

Ogni mattina mi taglio i capelli.

Ho visto un gatto ieri pomeriggio nella mia stanza, non so proprio come ci sia finito qui dentro. Sembrava conoscermi.

Tutto invecchia troppo velocemente, non riesco a starci dietro. In frigo quello che voglio mangiare è sempre già marcio quando decido di mangiarlo.

So che qualcosa non sta andando come dovrebbe.

Un tizio qualche giorno fa mi ha detto che sono simpatico. Era molto anziano ma indossava una maglietta davvero buffa. Mi piacciono le persone come lui.

Quando chiudo gli occhi mi sembra di poter vedere lo scorrere del tempo. Va velocissimo e gira su sé stesso come se fossi seduto su una giostra di un luna park.

Penso di essere una brava persona, perché allora sono sempre così solo?

I miei genitori sono ancora in viaggio, ma mi hanno scritto che torneranno a trovarmi tra qualche giorno. Non vedo l’ora di rivederli, mi mancano davvero tanto.

Quando penso al futuro mi sento bene, voglio viaggiare anche io in tutto il mondo.

C’è un libro sul mio comodino, ma non l’ho comprato io. Succede spesso che qualcuno dimentichi cose sul mio comodino, nessuno sa però mai dirmi di chi sono, così alla fine le tengo tutte io.

Negli ultimi tempi ho la sensazione che le mie mani siano malate, penso sia dovuto a qualche forma di allergia. La pelle è sempre più dura, ruvida e rugosa. Quando tocco le pagine di un libro ho una strana sensazione, quasi di fastidio. Dovrei usare qualche crema forse.

Va tutto troppo in fretta, mi perdo dentro le giornate, non so come faccia la gente a restare concentrata sulle cose pratiche quando tutto scorre così velocemente. Per fortuna c’è la luna. La vedo crescere e riempirsi di luce. Guardando la luna riesco a percepire il tempo.

So che sto invecchiando, ho visto troppe lune crescere e scomparire ormai. Chissà quanti anni ho ora, chissà quante cose sono successe che non ricordo. Magari ho anche dei figli.

Non so cosa succederà domani, niente conta in fondo. Probabilmente dimenticherò nuovamente tutto.

L’unica cosa che posso fare ora, è ringraziare la luna.

Illumina, annulla le paure, o luna. Nulla è uguale.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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