Racconto in musica 225: Educazione arborea (Mildlife – Sunrise)

Se c’è una cosa di cui vado orgoglioso, ed è un pensiero che porta con sé per forza di cose una certa visione elitaria di sé stessi, è il fatto di non essere nostalgico rispetto alla musica del passato. A quella del mio di passato, con cui ho affrontato la solitudine nella mia cameretta durante l’adolescenza o sviluppato forti legami fra una pogata e l’altra, ma anche a quella delle scene musicali storiche, dei momenti in cui si faceva “davvero” musica, un po’ perché quelle scene non sempre me le sono andate a recuperare a posteriori, un po’ perché quando le ho vissute, grandi (il grunge) o piccole (il punk del varesotto) che fossero, non mi ci sono mai sentito così tanto addentro da poter dire “ecco, questa è la colonna sonora della mia vita ed è svanita” (nonostante sessantacinque concerti circa dei P.A.Y.), molto perché semplicemente, se scavi, scopri che la musica non è morta nemmeno oggi, maggio 2026, e seppure con dinamiche diverse sia sociali che discografiche che qualunque cosa vogliate non trovi solo cadaveri ma vita e note che possono riempirti il cuore, a volte originali e a volte no e anche lì chissene se ci senti della passione e del gusto.  E io quella passione e quel gusto, perso nelle ambivalenti sensazioni che ti assalgono alla fine di un viaggio, li ho trovati in un gruppo australiano ascoltato per caso dalle casse del locale di fronte all’hotel dove avrei passato di lì a poco la mia ultima notte a Seoul: preparatevi a fare un salto negli anni 70 evocati oggi dai Mildlife.

Della band nata nel 2010 e composta oggi da Thomas Shanahan (basso), Kevin McDowell (piano elettrico e synth), Jim Rindfleish (batteria e percussioni) e Adam Halliwell (voce, flauto e vocoder) non posso dire moltissimo perché non molto si trova (la loro pagina wikipedia salta qualunque cenno storico per passare direttamente all discografia, e va solo un pochettino meglio sulla pagina dedicata della loro attuale casa discografica), ma da tutt’altro che esperto dei seventies posso azzardare che il quartetto australiano abbia deciso di prendere molti degli elementi che caratterizzavano la musica di quel decennio e mischiarli in un melange ipnotico e ballabile al tempo stesso. Uso le formule kraut rock, funk, fusion e jazz da semiprofano perché sono ispirazioni evidenti anche a chi da quei generi si è sempre tenuto alla larga, ed è vero che i Mildlife sembrano nati nel periodo storico sbagliato, cavalcando un po’ la nostalgia per un decennio che non hanno nemmeno vissuto come Stranger Things e mille altri prodotti mediatici continuano a fare con gli immarcescibili (purtroppo) anni 80: eppure io, che da quella enorme e variegata scena non sono mai stato attirato se non attraverso chi da essa ha preso ispirazione in anni più o meno recenti, dall’ascolto di The magnificent moon, traccia iniziale del primo disco Phase (2017, Research Records) sono uscito con la voglia di perdermi nei loro ritmi pronti a loro volta a perdersi spesso in rivoli psichedelici.

Che i viaggi spaziali a base di sostanze psicotrope (al di là che ne facciano effettivamente uso, non ricordo a quale band chiesi a fine concerto di cosa si facevano per fare quella musica e toh, manco bevevano altro che drogarsi) siano una componente essenziale della musica dei Mildlife è abbastanza evidente anche solo a uno primo ascolto, ma lo è altrettanto la loro voglia di far ballare, che si amplia col tempo e con il continuo rimaneggiamento delle loro tracce in album di remix e collaborazioni con dj. Le due anime convivono senza scontrarsi in malo modo (e in fondo perché dovrebbero?), evolvendo l’approccio da dancefloor retrofuturistico (forse un po’ alla Daft Punk? Ammetto di aver seguito il duo francese troppo poco per poter rispondere a questa domanda che mi sono fatto da solo) nel secondo disco Automatic (2020, Heavenly Recordings) attraverso brani più compatti come Vapour, ma basta allungare il minutaggio (e i quattro strabordano spesso) per ritrovarci nei territori più mellifluamente lisergici di Citations, quasi nove minuti in cui ritrovarsi a danzare ad occhi chiusi nel caldo abbraccio dei synth, dei giri di basso sempre ispirati, delle note di chitarra puntuali e di quella voce che si insinua sensuale nella tua mente con testi semplici ma efficaci.

Squadra che vince non cambia, evolve “semplicemente” rimanendo sé stessa, e che vi piaccia o meno il loro sound Chorus (2024) può essere visto come un passo in avanti nel proprio sviluppo musicale o un “more of the same”, ed entrambe le opzioni sono vere (il disco di Schroedinger!): le formule sono quelle, il funk che ti scuote (Forever), le atmosfere morbide da cocktail in terrazza mentre il sole tramonta (Yourself) e i momenti più dilatati e derivativi in cui perdersi (la title track, Return to Centaurus), ma la sensazione di calore e passione non si attenua e resiste al passare degli anni, anche se detto da me che li ho scoperti a ritroso grazie alla selezione ispirata di qualcuno che ha aperto un locale proprio di fronte a un hotel con dinosauri alla reception (true story) in una delle zone più turistiche della capitale coreana.

Sunrise è la terza traccia di Chorus e mi ha ricordato la bucolicità di certa musica dei seventies, riletta in qualche maniera anche da band che non ho mai apprezzato molto come i Kings Of Convenience, quel modo di essere solare e spensierata che ti fa pensare a spazi aperti agresti attraverso un armamentario tecnico che più tecnologico (quasi) non si può. Ho deciso di impiantarci sopra/dentro una stramba collezione di frammenti di diario, ciò che rimane di un esperimento a metà fra la fuga da burnout e il ritorno alla natura che potrebbe o non potrebbe essere concluso e che nasce da un desiderio bizzarro: diventare una pianta. Non sono sicuro che il mio di esperimento, quello letterario, sia completamente riuscito, ma sono certo che cullati dalle note della canzone dei Mildlife vi ci perderete dentro più piacevolmente: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Educazione arborea


Dai frammenti di un diario semicarbonizzato ritrovato in una baita di montagna, autore sconosciuto

(data sconosciuta) – …e lei mi diceva amore, spenderei una vita a osservarti, finché poi si è scoperto che per una vita intendeva quella di chiunque ma non la sua. È lì che ho cominciato a pensarci, anche se non me ne sono reso conto subito: se non volevo più soffrire, dovevo diventare una cazzo di pianta. Così ho…

13 marzo – C’è così tanto da imparare osservando le foglie. È un attimo e pam, eccole lì. Non ci avevo mai fatto caso. Questo è il miracolo della vita, altro che i bambini.

(data sconosciuta) – …il pene come cannuccia, e tutti giù a ridere. Ma si rendono conto di cosa vuol dire fare una cosa del genere? È come rendere il proprio corpo un tempio. Anche io s…

26 aprile – Oggi non ho mangiato, cinque ore di meditazione filate. Non ho mai pensato a lei. Sento che sta funzionando.

28 aprile – Mi sbagliavo, non ho ancora sviluppato la fotosintesi. In fon…

(data sconosciuta) – …cazzoni. Però, anche se mi hanno distratto dal mio impegno quotidiano, non posso dire che mi sia di…

6 giugno – Bagno di sole fino a sera. Ho sbagliato a concentrarmi sugli alberi, io devo essere un albero. E loro devono la vita al sole.

4 agosto – Le scorte di scatolette stanno finendo. È un bene? Imparerò a fare a meno del cibo se non ne ho più? Il fatto che ci stia pensando potrebbe già essere un problema. Forse anche il fatto che io stia tenendo un diario è un problema. I cerchi di un albero possono essere considerati corrispondenza vegetale?

(data sconosciuta) – …sembrava che tuonasse, e invece era il mio…

18 settembre – Mangiato funghi trovati vicino alla baita. Mai provato così tanto amore per la vita, qualunque vita. Bella sensazione, ma sospetto che essere un albero non sia proprio quella cosa lì. Dovrebbe importartene e non importartene allo stesso tempo, no?

19 settembre – Vomitato per tutto il giorno. Maledetti funghi.

28 settembre – Comincia a far freddo. Dovrei mettermi una coperta mentre medito all’aperto, o è un po’ come truffare?

(data sconosciuta) – …sempre meno ore al giorno, e mi ritrovo sempre più tempo a pensare beh, in fondo che male c’è se chiamo…

21 novembre – Sbronza colossale. Mi sono svegliato col mal di testa e ho pensato di aver buttato via tutto il lavoro fatto in questi mesi. Però mi veniva da ridere. È così sbagliato essere felici?

22 dicembre – Ci sono sempre meno ore di sole, ma presto ce ne saranno di più. Penso che potrei cambiare aria per un po’, giusto per capire se questa vita mi manca. Forse per diventare un albero devo distaccarmi dall’idea di voler diventare un albero.

(data sconosciuta) – …st’alba, proprio questa, io vorrei ricordarmela per sempre e spero di dimenticarla il prima possibile, perché…

23 febbraio – È passato quasi un anno e non ho ancora imparato a sviluppare la fotosintesi. Potrebbero volerci anni, ma sento di non avere più fretta. Starò seduto qui, ancora per un po’, poi forse brucerò questi appunti.

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Un messaggio di pace con un bel po’ di groove: Until we are free dei fabric

Non sono una persona particolarmente ansiosa, tuttavia da ormai quasi due mesi a questa parte ho preso l’abitudine (buona? Cattiva?) di controllare le notizie dal mondo subito appena sveglio, cioè intorno alle 6:30 del mattino. Lo faccio a causa del conflitto nel vicino oriente (formula alternativa a medio oriente che rubo a Giampaolo Musumeci, il cui utilissimo programma Nessun luogo è lontano purtroppo non riesco più ad ascoltare causa cambio di lavoro), che non è ovviamente l’unica guerra in corso, anzi, ma è quella da cui si finisce per aspettare sempre le notizie peggiori per chi vive nel nostro quadrante globale, e per quanto non è che di notte accada molto più che qualche nuova dichiarazione di Donald Trump quello scroll mattutino lo affronto con un misto di timore e speranza: timore (spesso fondato) che le cose possano peggiorare, speranza (inguaribile ottimista) che se ne esca in qualche maniera, che purtroppo quasi sicuramente non migliorerà per nulla le condizioni di vita di chi in Iran spera in un cambio di regime. Visto che il vento è latore di conflitti e non sembra ancora pronto a cambiare direzione (lo è mai stato?) qualunque messaggio di pace e amore è ben accetto (inguaribile figlio dei fiori fuori tempo massimo), ed è stato quindi il benvenuto l’album d’esordio dei fabric, collettivo che con Until we are free (Four Flies Records) si propone proprio di portare avanti un discorso che fa di frate(sore)llanza, rispetto dei diritti e pace fra le persone il proprio asse portante: che lo facciano con un mix di funk, soul e afrobeat, scatenando le membra oltre a riscaldare il cuore, è solo un punto in più per parlarne in queste pagine.

Non inizia in realtà nel migliore dei modi l’approccio col disco, che pur  trascinato dal basso di Bob Colella (già nei Big Mountain County) e ripieno di groove fino all’orlo ha stranamente qualcosa di schematico e rigido. Taste this sound e soprattutto Make me dance invogliano il piedino a battere il tempo, rallegrano e coinvolgono ma sembra allo stesso tempo mancare qualcosa, complice anche la voce di Utibe Joseph che in questi brani dimostra grande energia ma manca di calore, caratteristica che comincia a emergere invece a partire dalla terza traccia, Go let your freedom grow, dove le percussioni prendono più spazio alla batteria (tutto suonato da Alex Dusty dei Giuda) e un arrangiamento che lascia spazi di morbidezza elettronica fra una scarica di beat e l’altra mostra un potenziale che va oltre quello di band capace di far solamente saltare il pubblico.

Non sono novellin* l* membr* dei fabric, tuttavia l’ascolto di Until we are free dà l’impressione del live di una band ancora in fase di rodaggio: inizio un po’ balbettante, poi dopo una Fight a cui manca una certa dose di energia per farsi inno di resistenza indimenticabile (lo metterei comunque nella playlist di qualunque associazione presente nel corteo del 25 aprile, che abbiamo bisogno di un ricambio generazionale rispetto ai pur validi 99 Posse e Modena City Ramblers) arriva la svolta. La voce melodiosa di Symo emerge sinuosa,  Joseph sfodera inaspettate doti rap e la riflessione amara sul cambiamento climatico di Tic toc ci fa definitivamente entrare nel mood giusto, complice anche la tastiera di Tiziano Tarli (anche alle chitarre) che trova il giusto equilibrio fra ariosità e spirito urban. L’intermezzo di No more, discorso programmatico in musica intenso quanto breve, ci riporta già verso territori più solari e apre al momento in cui l’allegria si fa carica gioiosa, attraverso la chitarra di Tarli che con un riff azzeccatissimo illumina una Once again che è il brano perfetto per trascinare le masse: le redini sono definitivamente mollate e da qui i fabric non si fermano più fino quasi alla fine.

Feel it corre come i brani d’apertura ma l’alternarsi di batteria e percussioni, un arrangiamento che si concede una pausa che raddoppia l’effetto quando la corsa ricomincia e le voci molto più efficaci delle due cantanti la rendono incisiva, e anche la successiva Aria comvince con la sua luminosità, nonostante un incipit teso da colonna sonora anni 70 (ispirazione dichiarata è Angola adeus di Armando Trovajoli) faccia rimpiangere un po’ che i fabric non decidano di incupirsi leggermente per sfociare in territori più affini ai Calibro 35. La conclusione principalmente affidata a piano e voce di Falling down sembra sancire che è il momento di tirare il fiato, ma proprio quando sembra concludersi il brano ha un guizzo energico che torna a far muovere la testa, sebbene col lato più morbido e soul della band.

Esce alla distanza questo Until we are free, ma quando lo fa mostra tutte le potenzialità di una band che sa cosa vuol dire (Joseph oltre che musicista è anche attivista) e sa che vuol dirlo esprimendo gioia di vivere e non solo timore per un futuro che appare oggettivamente cupo: sono curioso di vedere questa carica dal vivo, nel frattempo ho un modo per esorcizzare i miei apprensivi risvegli mattutini.

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Il miglior film che (forse) non vedrete mai: Hundreds of beavers

Non ci sono arrivato certo per primo, anzi. C’è voluta innanzitutto questa recensione su I 400 calci a farni drizzare le antenne, ma contando che stiamo parlando di un film del 2022 (e la recensione del 2024) anche loro ci erano arrivati con un certo ritardo: la palma di scopritor* va invece a chi l’ha selezionato per il Cine Underground Film Festival nel 2023, la rassegna di cinema horror/sci-fi/action/fantasy/trash rigorosamente a basso budget che il benemerito Circolo Gagarin di Busto Arsizio ospita ormai da anni, e io mi mangio le mani pensando al fatto che me le sono perso in anteprima nazionale. Che cosa, vi starete chiedendo. La risposta è Hundreds of beavers.

Alcune delle centinaia di castori

Ma che cos’è Hundreds of beavers? In maniera molto stringata l’opera prima del regista Mike Cheslik, girata nell’arco di due inverni in Michigan e Wisconsin col budget infimo di 150000 dollari, racconta la storia di un rivenditore di Applejack (acquavite ottenuta dalla distillazione del sidro di mele, potenzialmente la mia kryptonite) negli Stati Uniti del 1800, il quale a seguito del rocambolesco fallimento della sua attività si trova costretto a sostentarsi in una nuova maniera. Jean Kayak (Ryland Brickson Cole Tews), questo il suo nome, passerà così dal servire da bere ai cacciatori di pellicce a diventare egli stesso uno di loro, cercando al contempo di ottenere la mano della figlia del mercante (Olivia Graves): ma fra il dire e il fare ci sono di mezzo lupi, conigli, faine e, soprattutto, centinaia di castori. La semplicità della trama, architettata da Cheslik e Tews (che avevano già collaborato, il primo agli effetti speciali e il secondo come regista, in quell’altra probabile perla che risponde al nome di Lake Michigan monster) come parodia di The revenant e dei survival movie in generale, non riflette appieno lo stupore che coglie guardando il trailer e rendendosi conto che tutti gli animali, compreso il cavallo di un nativo americano che aiuterà Kayak in alcuni punti della sua “avventura”, sono interpretati da persone in costume. E non è la cosa più assurda.

Dove non arriva il budget possono la fantasia e il mestiere, come insegna anche il “vanity project” Mad God del mago degli effetti speciali Phil Tippett (ve ne avevamo parlato qui) che di soldi ne aveva spesi anche qualcosa meno mettendoci però TRENT’ANNI e un esaurimento nervoso per finirlo, e Cheslik la sua idea è riuscito a renderla unica nonostante le limitazioni. Girato in bianco e nero e senza dialoghi, Hundreds of beavers sembrerebbe rifarsi al cinema muto di inizio secolo ma ci vuol poco ad accorgersi che il paragone più adatto è con i Looney Tunes.

Io ci vedo pure un po’ di quel gran pezzo di videogioco che è Cuphead

Dopo aver visto letteralmente andare in fumo la propria attività, Kayak si ritrova nudo in mezzo alla neve senza altro da fare che cercare di cacciare qualcosa per poter sopravvivere, e i suoi maldestri tentativi di procacciarsi cibo sono subito caratterizzati da un umorismo da cartone animato. Figlio dei fallimenti di Gatto Silvestro e Wile E. Coyote, oltre che dell’eredità storica della commedia slapstick (Tews è fenomenale nell’affrontare in maniera tremendamente seria ogni assurdo ostacolo che gli si para di fronte), Kayak rischia di immolarsi contro tronchi d’albero segati, finisce continuamente in buche che si aprono sotto i suoi piedi, costruisce trappole fallaci (e, quando anche riesce a farle funzionare, le faine sono pronte a rubargli le prede da sotto il naso) e si ritrova pure continuamente bersagliato da un picchio ogni volta che fischia per festeggiare uno scampato pericolo, piccolo campionario delle vicissitudini che deve affrontare prima di riuscire a cacciare il suo primo coniglio. Già in questa fase il ritmo del film è altissimo, una sequela di gag in cui genialità e stupidità vanno a braccetto, il tutto unito a una messa in scena che agli umani in costume da animale unisce una moltitudine di effetti speciali digitali, inserti di disegni e un tripudio generale di elementi diversi che invece di cozzare l’uno con l’altro rendono Hundreds of beavers originalissimo, orgogliosamente artigianale ma esteticamente unico.

Babbo Natale con le sue ren… volevo dire, il maestro cacciatore, il suo discepolo e i cani da slitta

Una volta riuscito a ottenere la sua prima pelliccia (e il suo primo pasto), Kayak inizia l’addestramento che lo porterà a diventare un cacciatore fatto e finito. Fondamentali saranno l’incontro con il mercante (Doug Mancheski), recalcitrante fornitore dei mezzi necessari a migliorare le proprie capacità (una delle prime cose che gli fornirà, all’adeguato prezzo in pellicce, sarà un coltello delle dimensioni di una falange, ironicamente le stesse dimensioni dell’immagine sul prezzario), e con il maestro cacciatore (Wes Tank), una sorta di babbo natale con tanto di slitta trainata però da cani (ovviamente persone travestite da cani, che passano le nottate accanto al fuoco a giocare a carte) che introdurrà Kayak alle tecniche migliori per affinare le proprie capacità. In questa fase il film diventa un vero e proprio tutorial da videogioco, con tanto di mappa che potrebbe venire benissimo da un Super Mario Bros dell’epoca a 8 bit: quello che non cambia è il ritmo forsennato con cui ci si muove fra una gag e l’altra, compartecipi delle difficoltà che Kayak è costretto ad affrontare mentre cerca di dominare con effetti esilaranti tanto il ghiaccio quanto l’aria, trovando il tempo fra una sosta e l’altra dal mercante di flirtare con sua figlia, tanto graziosa quanto letale nello sventrare gli animali (e bravissima anche nella lap dance!). Sarà proprio lei il motore scatenante della battaglia che ci è stata annunciata fin dal titolo, e con un colpo di genio tanto stupido quanto efficace il titolo del film ci viene esposto trionfalmente quasi a due terzi della pellicola, quando il mercante comunica in maniera sprezzante al protagonista che per avere la mano della figlia dovrà portargli letteralmente centinaia di castori, ovviamente morti. E qui Hundreds of beavers, per quanto non sembri possibile, accelera ancora.

Mappe da videogioco ne abbiamo?

Spoilerare un film come Hundreds of beavers non è davvero peccato, perché sono il ritmo, il tono e l’estetica ciò che ne fa un’incredibile esperienza cinematografica, tuttavia la mole di cose che succedono fra quando Kayak accetta la “quest” per ottenere la mano dell’amata e il momento in cui la risolve è talmente enorme e piena di “stupidissime genialate” che dire troppo significa togliere un po’ di sorpresa. La cittadella che abbiamo visto costruire ai castori per tutto l’arco del film è un paese dei balocchi comprensivo di tribunale, laboratori scientifici (necessari per… no dai, non ve lo dico) e mille cunicoli in cui vengono convogliati i tronchi, e al protagonista ne succederanno di ogni, fra scazzottate degne di Bud Spencer e Terence Hill e inseguimenti che rimandano invece a Benny Hill. Lo scontro finale in una pellicola del genere non può che essere qualcosa di clamoroso, e Hundreds of beavers non si fa mancare nemmeno quello: portando nel calderone di influenze anche i kaiju giapponesi la storia dell’ascesa di Kayak from zero to hero si conclude degnamente, e l’applauso finale in sala è stato il degno coronamento di un’esperienza che non pensavo di riuscire a fare e invece sì, ce l’ho fatta. Io.

“Spiegati meglio o ti apro la pancia e ne estraggo tutti gli intestini peluchosi”

La buona notizia è che, dopo una distribuzione autogestita che ha fruttato a Cheslik la ragguardevole cifra di un milione e mezzo di dollari, Hundreds of beavers è arrivato anche nelle sale italiane il 26 marzo grazie al distributore Parthénos; la cattiva è che quelle sale, se le mie ricerche sono esatte, sono state solo sei in tutta Italia (ma sono in aumento costante, tenete d’occhiola pagina Instagram italiana del film), fra cui l’Anteo Palazzo del Cinema di Milano dove il 31 marzo, in una (piccola) sala gremita nonostante la concomitanza con la fallimentare trasferta in terra bosniaca della nazionale maschile di calcio, ho potuto godermi il film su uno schermo degno dello spettacolo, e per i bolognesi all’ascolto la possibilità di goderne è ancora aperta almeno fino a martedì 21 aprile, tutti i giorni ore 18:45, al Cinema Odeon. È il preludio a un’uscita in dvd/bluray/qualunque supporto fisico ancora resista? È possibile che qualche piattaforma di streaming lo metta in catalogo dopo l’uscita, seppur limitata, nei cinema? Al momento tutto tace, ma la speranza è l’ultima a morire e con la perseveranza di Jean Kayak anche voi potete mantenere accesa la fiammella nel vostro cuore, sperando che questa si sia accesa grazie alle mie parole. Nel caso non siano bastate, però, non mi resta che linkare qui sotto il trailer del film: non mi azzarderò a dire, parafrasando un noto ex calciatore, che se rimarrete insensibili di fronte a questi due minuti scarsi di gioia per gli occhi avete un bidone dell’immondizia al posto del cuore, ma il mio di cuore farà i salti di gioia se avrò svoltato la giornata anche solo a uno di voi, e se vorrete condividere con me l’ansia di poterlo vedere un giorno per intero (o se siete fra quelli che l’hanno visto, in sala con me c’era uno che diceva di averlo fatto già DUE VOLTE) sarò lieto di rispondervi nei commenti.

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Racconto in musica 224: Calma (Sprints – Something’s gonna happen)

Ci sono i periodi di fuoco e i periodi di calma, quelli in cui ragionare su ciò che stai facendo e quelli in cui tirare dritto senza farsi troppi problemi. Tremila Battute è in un periodo di mezzo fra questi poli, con ancora delle cose da dire (e potenzialmente più tempo per farlo: ho smesso di fare bottoni per andare a lavorare in una piccola carpenteria metallica più vicina a casa, cambio comprensivo anche di una fisiologica ansia da prestazione visto che io di meccanica so poco e niente) ma una voglia altalenante di farlo. È anche un periodo in cui non arrivano contributi esterni, il che implica che o mi metto tutte le settimane a scrivere un nuovo racconto, rendendo più un vanity project che una (aspirante) rivista letteraria questo spazio, o aspetto che il vento cambi direzione e Tremila Battute attiri nuove e vecchie leve della litweb folgorate sulla via della musica bella che fa la fame (altro che Damasco, Gesù passaci il testimone). In tutto questo non ho comunque smesso di cercare nuova musica, e complice la calata in terra italiana degli irlandesi SPRINTS sono prima andato a vederli live in quel del solito Arci Bellezza e poi, sfruttando un vecchio racconto che mi sembrava calzare ad hoc per una loro canzone, ho deciso di portarli in questo spazio per farli conoscere anche a coloro che ancora non li hanno mai sentiti.

Una delle cose che mi ha colpito durante la performance della band composta da Karla Chubb (voce e chitarra), Sam McCann (basso e cori), Jack Callan (batteria) e l’ultimo arrivato Zac Stephenson (chitarra e cori), al di fuori della musica, è stata la candida ammissione di aver intrapreso solo da un anno la carriera di musicist* a tempo pieno, un passo che immagino possa spaventare quanto e più di un cambio lavorativo dopo quasi ventiquattro anni di onorata carriera nella produzione di bottoni. Lo stesso passo deve essere sembrato troppo lungo a Colm O’Reilly, ex chitarrista e membro fondatore degli SPRINTS, che nel maggio del 2024, a soli quattro mesi dalla pubblicazione del primo disco Letter to self (pubblicato dall’etichetta berlinese City Slang), ha lasciato il gruppo citando “a desire to retreat from public performance” come motivazione. E dire che con Chubb e Callan, compagn* di scuola, aveva fatto musica fin dalla tenera età di dieci anni, ma le cose per i tre hanno cominciato a farsi serie dopo l’ingresso di McCann e l’uscita, nel 2019, delle prime canzoni: Pathetic e The cheek bastano ad attirare l’attenzione di Daniel Fox della Gilla Band (ai tempi ancora chiamata Girl Band: abbiamo raccontato questa storia qui), che produce un’altra loro canzone, Kissing practice, nel 2020, preludio al primo Ep della band che esce l’anno seguente e a una collaborazione con Fox che dura tutt’oggi (scopro inoltre che è dietro anche allo splendido nuovo album dei Dry Cleaning, di cui non vi abbiamo colpevolmente parlato ma vi invitiamo caldamente ad ascoltare). Manifesto (Nice Swan Recordings) viene ispirato dalla campagna Repeal the Eighth Amendment, attraverso la quale il referendum del 2018 volto a cambiare un articolo della costituzione che dal 1983 vietava l’aborto (salvo casi di gravi rischi per la salute della madre, e ci mancherebbe pure) vide la vittoria in larga maggioranza del sì, e questo è chiarissimo nella potente e cadenzata title track, dove per non lasciare nessun dubbio su come la pensano gli SPRINTS Chubb canta “And I don’t need nobody to tell me what to do/ what to say”. Basta già questo pugno di canzoni a settare lo stile della band: energia punk, voce potente che ricorda un po’ quella di Brody Dalle delle The Distillers (anche se Chubb cita principalmente Patti Smith, Siouxsie and the Banshees e P.J. Harvey come ispiratrici) e la capacità di risultare personali anche con canzoni dritte e senza troppi fronzoli.

Nel 2022 esce sempre per Nice Swan un nuovo Ep, A modern job, in cui per evidenziare ancora meglio come la pensano sul mondo e sui diritti descrivono la title track come “una critica all’esistenza moderna e un’esplorazione di cosa vuol dire crescere come persona queer […] quando cresci queer tutte queste cose ordinarie (innamorarsi, sposarsi ndr) possono sembrare straordinarie, fuori portata e, in alcune parti del mondo, illegali”, poi nel 2024 è il momento del passaggio a City Slang e del debutto “lungo”, quel Letter to self a cui abbiamo accennato sopra e il cui messaggio Chubb riassume in questa frase: “Non importa in che contesto sei nat*, o che esperienze hai fatto, c’è una via per emergere da questo ed essere felice con te stess*” (gli asterischi sono miei, ma immagino che la frontwoman approverebbe). Il primo Lp degli SPRINTS è una lunga corsa con pochi momenti per rifiatare, più melodici ma sempre e comunque intrisi di energia distorta (Shaking their hands), più una curiosità che avevo colto live e che resta all’ascolto su disco: Cathedral, la terza traccia, assomiglia parecchio in alcuni punti a Gli spari sopra di Vasco Rossi, e anche se l’eventuale omaggio è più probabilmente diretto alla fonte originaria (Celebrate degli An Emotional Fish, band irlandese di cui Rossi riprese in toto la musica) mi piaceva l’idea di citare su Tremila Battute uno degli artisti più lontani dal concetto di indipendente che restano in Italia.

Passato il “divorzio” da O’Reilly, ritrovata una forma stabile dopo alcune date di prolungamento del tour di Letter to self portato avanti con diversi turnisti alla chitarra solista, gli SPRINTS ci mettono poco a tornare in studio di registrazione col fido Daniel Fox e già nel settembre 2025 vede la luce All that is over, che a livello di potenza non sigura certo nel confronto col disco precedente. Basta lasciarsi trascinare dal primo singolo Descartes per ritrovare tutta l’energia della band, capace di virare in territori più affini al post punk in Beg ma capaci anche di farsi più riflessivi e dilatati nella conclusiva Desire: pensavo fosse tardi per consigliarvi di goderveli dal vivo, dove Chubb si dimostra la frontwoman imperiosa che si intuisce essere sentendola su disco, ma ho appena modificato l’articolo in seguito alla scoperta che giovedì 2 luglio suoneranno aggratis in quel di Soliera, in provincia di Modena, all’interno dell’Arti Vive Festival (domenica 5 luglio c’è anche Iosonouncane!), per cui se siete in zona andateci e se non siete in zona e avete abbastanza soldi per la benza fateci comunque un pensierino.

Something’s gonna happen è la settima traccia di All that is over e risente anch’essa dell’influsso post punk che ultimamente ha invaso Irlanda, Regno Unito e non solo: dritta, cadenzata, caratterizzata da una tensione costante che esplode catarticamente solo in alcuni punti ultrasonici, anche nelle parole di Chubb risuona dell’attesa continua di un “qualcosa” di non identificato, un cambiamento che negli ultimi tempi sembra essere sempre delineato al ribasso. Nel brevissimo racconto che ho deciso di associare alla canzone quest’attesa potrebbe essere eterna, specchio di un mondo in cui al meglio delle possibilità l’umanità ha raggiunto la “noluntas” teorizzata da Arthur Schopenhauer, al peggio è ormai vittima inconsapevole di un sistema che decide per te cosa desiderare: fatevi la vostra idea della situazione nelle poche righe che seguono il solito link alla canzone, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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Calma


Non sai quanto ci vorrà per abituarti. Tutto questo tempo immobile, tutta questa calma.

Ti hanno detto che non soffrirai più il freddo né il caldo. Non avrai fame, non avrai sete. Con della paglia al posto del cuore smetterai di avere desideri.

Senza più passione apprezzerai la contemplazione. Ti accorgerai di quanto basti poco per vivere felice.

Non ti accorgerai di quanto poco basti per convincerti che sia stata una tua scelta.

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Racconto in musica 223: Di un altro pianeta (Left This Planet – Orbite parallele)

Quello che più apprezzo della musica strumentale è che, nelle sue forme migliori (o che, semplicemente, vanno più incontro ai miei gusti), riesce facilmente a evocare nella mia mente immagini e storie. Ho già raccontato la storia di come da un disco dei Vonneumann abbia tratto un romanzo metanoir (probabilmente terribile, sono anni che non lo rileggo), ho giusto di recente recensito un disco basandomi (anche) su come la musica si legava o meno che non le storie che mi ero creato in testa a partire dai titoli delle canzoni, ma in fondo posso dire che ogni racconto dedicato a una canzone strumentale su Tremila Battute nasce un po’ da quella propensione lì. Poi arrivano dischi che, come quello dei Vonneumann evocato poco sopra, mi fanno fare lo scatto un po’ più in là, scatenano una fantasia più larga che abbraccia tutto il disco e si materializza (solo nella mia testa, sono sicuro che non ci combinerò assolutamente niente) nella forma di una storia che parte da una cameretta e straborda nella science fiction a base di teletrasporto, IA e rapine su pianeti distanti: quel disco è Wabi Sabi, l’esordio discografico dei Left This Planet, e il racconto che leggerete più in basso è solo l’inizio di una storia che probabilmente non scriverò mai ma chissà, chi può dirlo, non si sa mai.

Math, post-rock e midwest emo, questi gli ingredienti sbandierati nel comunicato stampa che mi ha permesso di venire a conoscenza dell’esistenza della band pratese formata da Michelangelo (batteria), Giacomo (chitarra), Matteo (basso) e Matteo (chitarra), un mix che mi ha incuriosito e di cui diffidavo allo stesso tempo, forse perché mi sembravano mondi che non vedevo così affini, forse perché io di midwest emo me ne intendo come di curling (sì, ora ve ne intendete tutti di curling, ma parliamone fra due anni e non a olimpiadi invernali fresche di chiusura). E invece cavolo, Wabi Sabi, uscito il 12 febbraio per le etichette 1a0 e Vina Records (la stessa per cui escono i Fuyumeku), questi elementi riesce a coniugarli davvero bene: ci sono incroci chitarristici che associo alle prime cose degli At The Drive-In, un senso di leggerezza spensierata che lascia spazio a bordate distorte fin troppo grezze (ma funzionali al contesto generale) e la fantasia necessaria a portare ogni brano dal punto A al punto B senza perdere un secondo dell’attenzione dell’ascoltatore.

C’è molto dei Russian Circles in quanto fanno i Left This Planet, e se in Blue Panda has died, so we walk è più un’atmosfera che riescono a creare nella prima parte del brano, io non riesco a credere che ciò che accade dal minuto 3:28 al minuto 3:56 di Ricordatevi che suonate in un ristorante non sia un omaggio alle cavalcate serrate che si trovano in canzoni come questa o questa della band di Chicago. È un problema per me? Certo che no, io adoro i Russian Circles e non vedo l’ora di rivederli dal vivo, ma potrebbe esserlo per una band che si limita a scimmiottare lo stile di qualcun altro: invece in Wabi Sabi c’è tanto di proprio, la capacità di coniugare una tensione quasi drammatica con la leggerezza, incroci di strumenti funzionali e mai onanistici, sfoghi distorti che arrivano nei punti giusti (e durano il giusto) come in Megadesica e una sorta di allegria nostalgica che aleggia su tutto, capace non so perché di farmi sentire come uno studente che ha appena finito il college negli States (chissà, magari proprio nel midwest) o di evocarmi il fantasma di una band di molti anni fa che forse ricordo solo io (sarebbe un peccato mortale), i Rosolina Mar, che facevano un genere diverso ma avevano la stessa capacità di portare leggerezza facendo qualcosa di tutt’altro che semplice. Potrei parlarne per ancora mille righe, spiegare come la capacità di ascendere e discendere coi tempi perfetti di Radio Antenna Tower abbia la capacità di entusiasmarmi, di come perso nelle pieghe della storia che mi stavo costruendo in mente il Blue Panda che muore nella penultima canzone sia coinvolto nel Supercolpo all’Iperplanet (la quinta traccia), ma arrivati a questo punto o vi ho convinto ad ascoltarlo, e allora andrete subito sulla loro pagina Bandcamp, oppure sono tutte parole gettate al vento: fate la cosa giusta, che giusto per rimarcare il concetto è ASCOLTARLO.

Nel delirio di onnipotenza che mi viene quando ho una bella idea, cioè prima di ritornare sulla terra e capire che un lavoro e una buona dose di cazzonaggine mi permettono di mettere giù solo una piccola parte delle centocinquanta idee che mi vengono, ho pensato addirittura a un corto cinematografico che si basi sulla storia che state per leggere (davvero, con tanto di inquadrature e dialoghi! Se c’è un regista all’ascolto mi scriva che facciamo i big money), ispirata dalla traccia iniziale di Wabi Sabi, Orbite parallele. Avendo scritto in alto che l’ascolto del disco mi ha proiettato nel cervello suggestioni (anche) di science fiction forse ho fatto un mezzo spoiler, ma fate conto che non vi abbia detto niente (nonostante abbia appena commesso l’errore di ripetermi, che potevo non fare) e andate più in basso con la mente aperta, non prima però di aver ascoltato la canzone che ha ispirato il racconto: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Di un altro pianeta


La cosa fra me e Mariot è che temo non ci incontreremo mai. Il primo motivo è che non so se le piacerei se ci vedessimo dal vero. Tengo tre filtri sulla mia immagine ogni volta che ci videochiamiamo e la volta che me ne sono dimenticato uno mi ha chiesto se stavo bene, mi vedeva pallido e smagrito. Mi sono inventato una scusa e intanto pensavo Fosse solo quello il problema, anche se onestamente non è che sia proprio sto sfacelo, ma se è bastato quel filtro disattivato a farla prendere male boh, io non so. Magari si è solo preoccupata per me, il che sarebbe positivo, ma non credo.

Mamma da basso urla che è pronto il pranzo, io lo riporto a Mariot che oggi sento solo in chat, perché non mi va di farmi vedere. Quando i miei sono a casa non c’è un minimo di privacy, ma è una comoda scusa. Le dico che devo staccare e lei mi scrive un NOOOOOOOOOOOOOO tutto così, in caps lock e anche più O di quelle, e mi fa bene e male allo stesso tempo: bene perché penso che ci tenga, male perché temo che quell’attaccamento sia un’illusione e, anche se fosse vero, potrebbe non bastare.

L’altro motivo per cui penso che io e Mariot non ci incontreremo mai è che lei, rispetto a me, sta su un altro pianeta.

Mamma entra in camera senza bussare e mi chiede Ma ce le hai le orecchie?, io le dico che sto per scendere. Non mi hai sentito? le urlo, e mi devo rimangiare un Cazzo perché se no sono guai. Lei sbatte la porta e io cerco di chiudere la conversazione con Mariot anche se non voglio, inizio a scriverle di come mi sono dovuto rimangiare il Cazzo ma poi mi blocco. La farebbe ridere il lapsus? La mia mascolinità ne risulterebbe intaccata? Ma quale mascolinità, a lei piacciono i maschi decostruiti, e anche se non ho ancora capito bene come ci si decostruisca mi sa che non mi sono costruito abbastanza da dovermene preoccupare, o almeno è quello che mi immagino visto che parliamo da sei mesi e lei mi ha detto spesso che non sono come gli altri, che sono sensibile. Se ne parlassi a qualcuno, tipo a Cobble durante le prove o quando ci fumiamo il Docrime, temo che mi direbbe quello che non voglio sentirmi dire: che cambiano i tempi, ma un maschio sensibile va incontro alla frase Ti vedo solo come un amico più facilmente. E io dovrei farmi sei mesi di astronave per farmelo dire, senza i soldi né il tempo per affrontare il viaggio. C’è una soluzione più facile, mi dice sempre lei, e io tergiverso perché ho troppa paura di dirle che ho paura dell’alternativa.

Mamma da basso urla ancora, io chiudo la chat e il cuoricino che mi ha inviato mi resta impresso negli occhi. Prima di scendere guardo fuori i tubi che si allungano verso il cielo e le strisce che li attraversano, strisce che una volta erano persone e che teoricamente torneranno ad esserlo altrove. Tipo a tre pianeti di distanza, dove sta Mariot. Mi dico che un giorno ce la farò a superare la paura, che le molecole sanno benissimo come riunirsi nella mia forma sgraziata, ma è solo la prima sfida con me stesso che devo superare.

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Selezioni fatte bene: Obladì di Revolver Edizioni

Come ogni aspirante scrittore, che senza una pubblicazione tuttora preferisce considerarsi in maniera un po’ autoclassista “scrivente”, la scoperta e/o la nascita di una nuova casa editrice porta con sé una curiosità duplice. Da una parte c’è la novità in sé e per sé: hai esaurito o quasi i volumi di editor* che adori, o semplicemente arrivi da un periodo in cui vuoi provare qualcosa di nuovo e nel territorio inesplorato dell’inconsueto una nuova casa editrice può valere lo sforzo d’attenzione quanto una vecchia che non hai mai frequentato; dall’altra c’è lo scrivente, appunto, che anche in una nicchia ristretta di case editrici per cui vorrebbe pubblicare (sono contro l’invio multiplo indiscriminato, ma ognuno decide per sé) finisce per trovare quasi solo finestre di lettura chiuse e una generica incapacità di rendersi interessante e/o capire come si arriva davvero a poter far leggere qualcosa a qualcuno: per questo tipo di lettore (e il sottoscritto ne fa parte in qualche maniera), una nuova casa editrice è anche un’opportunità, un porto potenziale, ma il sottoscritto non propone se non legge e allora di Revolver Edizioni, nata solo nel 2023 ma di cui ho già sentito parlare parecchio (questione di bolle? Chissà, forse solo affinità letteraria), ho comprato ben tre libri in pochi mesi, e qui è dove il primo tipo di lettore incontra il secondo.

Ho comprato a una presentazione Leggermente mossa di Carlo Lei, attirato dalla sua premessa e dalla curiosità di vedere lo stile con cui era portata avanti quella premessa (la prefazione a un romanzo che si fa romanzo essa stessa), poi la raccolta di racconti Frana di Laura Scaramozzino, che essendo passata di qua mi impone quasi automaticamente la lettura. In entrambi i casi ho trovato scritture interessanti ma non convincenti fino in fondo, anche se i pregi sopravanzavano i difetti: sono un avido lettore di qualsiasi cosa pubblichi Pidgin nonostante il mio primo approccio con la casa editrice di Stefano Pirone sia andato così così, quindi ho pensato che valesse la pena di insistere anche con Revolver e mi sono portato a casa pure Obladì, un’antologia di racconti nata da una call che io, scrivente che vorrebbe pubblicare ma troppo disimpegnato sui social, ho bucato bellamente scoprendo che esisteva solo a giochi già fatti (cercare di pubblicare: lo stai facendo male).

Avevo alte aspettative su Obladì, in parte per alcuni dei nomi coinvolti (ho avuto il piacere di ospitare qui Mattia Grigolo e Cristina Pasqua, e ho letto molti dei racconti di Rachele Salvini e Giulio Iovine pubblicati qua e là sulla litweb), in parte per un dietro le quinte inaspettato: ho letto pure uno dei racconti che aveva passato la prima scrematura, ma non la selezione finale. Si chiama La birra, lo ha scritto Tommaso Aveta ed è un’incredibile descrizione dell’ascesa del nazismo vista attraverso gli occhi di una persona qualunque e della sua passione/dipendenza per/dalla birra, uno di quei racconti che quando lo leggi dici “cazzo che bravo”. E non ha passato la selezione. Per non passare la selezione un racconto così gli altri devono essere dei mezzi capolavori, ho ragionato a posteriori, e in effetti sì, io La birra ce lo avrei messo lo stesso (anche se sarebbe stato un pesce fuor d’acqua a livello di epoca, in una raccolta che privilegia la contemporaneità e qualche sbirciata al futuro prossimo) ma tutto si può dire tranne che qualcun* dentro Obladì gli ha soffiato il posto senza meritarlo.

《Donato?》

《Cosa?》

《Ieri notte ho sognato…》

D’istinto mi porto la mano sul polso destro, dove ancora sento le gocce di bava della stronfiata dell’edmontosauro. Ma Donato non mi lascia il tempo di spiegare. Si volta e mi prende per le spalle.

《Ecco, questo è esattamente quello che non devi fare》.

《Cosa?》

《I sogni. Le fantasie. La fuga dalla realtà. Non scappare, Tommi》.

《Non posso impedirmi di sognare. Capita》.

《Restami vicino》.

《Restami accanto tu, piuttosto》ribatto allora. 《Se mi fai sentire uno stupido, andremo poco lontano》.

Donato sospira e mi affonda la testa nel collo.

Giulio Iovine, I dinosauri sono meglio delle persone

Sull* già citat* Salvini, Iovine, Grigolo e Pasqua (in rigoroso ordine di apparizione) sentivo di poter andare sul sicuro, e oltre a non essere deluso mi sono anche parzialmente stupito. Avendo appena letto Shittysburg, terzo volumetto della collana Stormo della già citata Pidgin (collana diretta dal già citato e a breve ricitato Grigolo, quante ricitazioni in questo articolo!), in Corridori di Salvini ho ritrovato l’ambientazione della peggio periferia statunitense, stereotipata quanto si vuole ma, narrata da chi negli states ci abita, capace di aprire un piccolo squarcio su persone dalle aspettative limitate che per realizzarle lottano comunque nel grigiore quotidiano, mentre avendo letto negli anni un ampio numero di racconti di Pasqua nel suo brevissimo Stessa cosa faceva lei ho trovato “solo” la sua consueta capacità di metterti di fronte all’orrore quotidiano (nel caso specifico principalmente quello della malattia) con una naturalezza disarmante; ho trovato poi potentissimo il biografico Tornado di Grigolo, per quello che viene raccontato e per come lo fa, di scena in scena senza un collante evidente a legare il tutto, e ancora di più I dinosauri sono meglio delle persone di Iovine, la cui passione per le enormi creature estinte già conoscevo ma, applicata oniricamente a una home invasione da parte di fascisti di merda contro una coppia gay, trasforma il tutto in qualcosa che ti fa ridere e commuovere e incazzare allo stesso tempo. Sapevo che potevo andare sul sicuro qui, non sapevo che il meglio doveva ancora venire.

Ismail tossisce. Bianca continua, parlando di Barbaresco e Nebbiolo e del sole sulle colline. Siamo tutti sulla stessa barca, navigando sulla stessa rotta, rinchiusi dentro le bottiglie, ci muoviamo tra le onde rosse, sulle colline, sulle strade dell’Afghanistan e dell’Iran.

È un po’ acido, un po’ amaro, ma per sentirlo devi berne un po’ e aspettare. È più un sentimento interiore. Le barche salgono sulle colline e noi spaesati saltiamo fuori dalla bottiglia, dall’incubo e gridiamo: 《Evviva khoresh! Evviva la rivoluzione! Evviva la febbre e evviva lo Zerinol!》. Ismail tossisce forte, ma nessuno gli dà da bere; l’acqua è fredda. È dicembre.

Parimah Avani, Evviva

Non analizzerò tutti i racconti della raccolta nel dettaglio, probabilmente vi annoierei e potenzialmente vi toglierei qualche sorpresa. Quello che posso dire, in generale, è che non ho trovato un racconto brutto che sia uno, e voi direte “bella forza, la selezione serve apposta a quello” ma hey, potevano essere selezionati anche da qualcun* con gusti completamente diversi dai miei, e invece. Dal ritmo serrato e lisergico con cui la descrizione di una cena di Parimah Avani si contamina delle sofferenze dei popoli iraniano e afghano (Evviva) all’ambientazione piena di inquietudine in cui Giuseppe Fiore getta due personaggi costretti a scavare fosse senza capirne il motivo (Pale), passando attraverso il Divorzio in cui Lidia Noviello alterna più punti di vista per analizzare il destabilizzante rapporto simbiotico di due gemelle e le Istruzioni per vivere da soli che Laura Bucciarelli utilizza per mostrarci due solitudini diverse che si incontrano attraverso le finestre delle rispettive case, Obladì prende la forma di un caleidoscopio di situazioni e atmosfere nettamente diverse ma amalgamate con sapienza: storie capaci nei casi migliori di indagare la nostra società sia attraverso la lente del contemporaneo che tramite una fantascienza alla Black Mirror, e seppure la Fame di Francesca Chiti e la <<Side quest>> di Mauro Colarieti (così come I.P.A. di Alessandro Fabris, un po’ irrisolto nel finale dopo aver cucinato una buona pietanza a base di inquietudini fantatecnologiche e interrogativi sull’identità) siano ottimi esempi dell’una e dell’altra categoria il meglio lo si raggiunge altrove.

Non sono una persona normale, non amo in modo normale. Gli uomini non mi piacciono. Mi ossessionano. Dell’uomo che mi piace mi ossessiona qualunque cosa, a partire dai messaggi che mi manda. Quanti me ne manda, ogni quanto tempo. Le parole che usa. Si accorge quando sono infastidita? Si accorge che ho avuto una giornata difficile? Perché non se ne accorge? Di lui mi ossessiona il passato. Le sue ex fidanzate e i viaggi che hanno fatto insieme. Se ce n’è traccia, passo in rassegna le vecchie foto che trovo sui social. Dal 2011. Mi ossessionano anche le donne che ha frequentato, i loro corpi, le loro origini. Di che colore avevano la pelle? Che esperienze hanno condiviso con lui? Erano belle? E quanto, rispetto a me? Archivio le poche informazioni che mi dà, cerco di proteggermi il più possibile. La mia mente si fonde con il desiderio dell’uomo che mi piace. Voglio queste donne come le ha volute lui. La foga di esaurire la sua vita mi consuma e mi consuma. È una cosa che non riesco a controllare.

Francesca Chiti, Fame

L’Esperienza immersiva di Giuliana Zeppegno riesce a fare benissimo speculative fiction: immagina una situazione futuribile non così distante da noi (un videogioco di guerra simulata in cui non si capisce il confine fra realtà e finzione), descrive (in maniera forse troppo arzigogolata) le regole entro cui ci muoviamo e crea un legame forte con un personaggio senza che ci sia bisogno di caratterizzarlo eccessivamente. Non basterebbero però questi elementi a farne uno dei racconti migliori se non arrivasse un finale incredibile a confondere ancora di più le carte, potentissimo nelle immagini e nel creare un ribaltamento inaspettato: Zeppegno ha già pubblicato due romanzi e con questo racconto mi ha già convinto a mettere in lista d’acquisto l’ultimo, L’indignata, uscito nel 2024 per Terrarossa.

Il sistema si offuscò per un istante, la risposta era sbagliata. In quei casi si poteva proseguire o decidere di abbandonare, a seconda dell’effetto che faceva quell’informazione su chi stava combattendo. Creso aveva sempre abbandonato. Sparare addosso a gente vera sapendo che lo è non era come farlo senza esserne sicuri. L’ebbrezza si tingeva di una tonalità macabra, che interferiva con il divertimento. Quella volta però era così certo che le scene fossero virtuali che pensò a un bug, a un errore di etichettatura. Gli sembrava tutto estremo, come caricaturato. Entrò quindi nel livello successivo senza smettere di mitragliare.

Giuliana Zeppegno, Esperienza immersiva

Ha pubblicato invece solo raccolte di poesie Alessandro Grippa, ma sono già andato a recuperare altri suoi racconti online dopo aver divorato Lichene, cronistoria attraverso determinate date di come una ragazza affronta un problema che è bene non spoilerare, anche se ci mette ben poco a palesarsi. Il modo in cui Grippa sviluppa la narrazione è da manuale, denota una voce originale e tutta sua che trascina, coinvolge e sa benissimo su cosa fare luce. Già iniziare con le parole “Un tenerissimo procione” il racconto mi aveva bendisposto, ma da lì si va solo a migliorare e per me è già un piccolo miracolo. Mi faccio l’appunto di portarlo su questa (aspirante) rivista, spero di riuscirci.

Tutto il tragitto per andare al lavoro stamattina è il tentativo di inquadrare il fastidio la delusione provate la scorsa sera dai suoi. Così forti da averle lasciato addosso una vertigine. Passa in rassegna le forme del bosco. Frassini faggi qualche castagno. Perché papà è così? E perché mamma insiste? Se questo è il senso di responsabilità grazie davvero ma passo. Una penombra sulla vita degli altri.

Alessandro Grippa, Lichene

Cosa aggiungere d’altro a questo quadro? Forse che la stringatissima introduzione riesce a buttare lì più aneddoti interessanti di un saggio? O che l’antologia si apre con una citazione de Il grande Lebowski? O che la copertina di Francesco Dezio è la più azzeccata per i tempi che corrono? Se non si è capito Obladì mette il meglio di una generazione di scrittor* (editorialmente) giovani che a loro volta danno il meglio, e come modo di festeggiare un anno di pubblicazioni direi che non si poteva volere di più. E lo scrivente che c’è in me, lui che dice? Dice che si sentiva in colpa, perché la casa editrice aveva aperto una finestra per gli invii spontanei e questa, a differenza della call, non l’ho bucata e ho provato a inviare il mio primo e (finora) unico romanzo: forse mi andrà bene, probabilmente andrà male (per ragioni statistiche, non perché pensi che il mio romanzo faccia cagare), ma perlomeno so di averlo affidato in alcune delle migliori mani possibili e, soprattutto, di averlo inviato senza saperlo a qualcuno che ha gusti più simili ai miei di quanto potessi aspettarmi.

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Racconto in musica 222: Memoria (Oh Petroleum – What’ve dug this hole for?)

Quante volte rispondiamo “dopo me lo vado a cercare” quando qualcuno ci consiglia un libro, un film o una canzone? E quante di queste volte ci scordiamo del suggerimento subito dopo, a volte perché non ci interessa davvero e altre volte anche in buona fede, perché la memoria trattiene quel che trattiene e non sempre riusciamo a capire come funziona? Io ho sviluppato un metodo non efficacissimo, ma utile alla bisogna: schede di google costantemente aperte. Mi hai consigliato un libro? Sta lì in mezzo, da qualche parte, devo solo andare a cercare. Un film? Idem. Solo che le schede si accumulano, son più di cento, alcune stanno lì inerti da anni e dentro c’è di tutto, forse ancora i locali coreani dove si suona dal vivo. Però ogni tanto scavo, recupero, e se si tratta di musica questo recupero può essere graduale, continuo, sedimenta pian piano e alla fine quatta quatta quella musica arriva fino qua, partendo da qualche parola scambiata con Maurizio Vierucci una sera al Circolo Masada di Milano e arrivando a queste righe che dedico al suo progetto musicale Oh Petroleum.

Troverete poco su Oh Petroleum vagando sullo stesso google, giusto l’essenziale: la sua pagina Bandcamp, i suoi profili social, un paio di interviste e qualche bio scarna da cui emergono un passato da batterista e un progetto precedente, Creme, al cui unico disco aveva partecipato anche Cristina Donà. Brindisino, artista a tutto tondo i cui interessi vanno dalla videoarte alle colonne sonore, in fondo di Vierucci non ci serve sapere molto per godere della sua musica, scarna ed essenziale come le informazioni che si trovano sul progetto. Cinque dischi pubblicati dal 2011 a oggi, i primi due recuperabili sul suo canale YouTube (l’esordio omonimo e Memory of mine memory to be del 2012) e gli altri sulla propria pagina Bandcamp (The script was about the enemy del 2018, Beast del 2022 e Nine days del 2024), tutti rigorosamente autoprodotti, tutti pregni di un’atmosfera sospesa fatta di blues maledetto e folk apocalittico.

Ma che vuol dire poi la formula qui sopra? Blues maledetto? Folk APOCALITTICO? Eppure è calzante, perché il mondo mai definito che Vierucci crea con le sue parole sembra fuori dal tempo, forse condannato od ormai prossimo alla fine, le cui ultime vestigia vengono cantate con una voce allo stesso tempo profonda e acuta, un po’ Hank Williams e molto Anohni Hegarty, accompagnata quasi unicamente da una chitarra che attraverso la ripetizione delle note ci avvolge come un mantra. Cupo e affascinante, il panorama etereo evocato nei dischi di Oh Petroleum ricorda un po’ quello di Mount Eerie, violento eppure ammantato di un’aura di sacralità decadente (A piece of the mystic, da The script was about the enemy), fatto di vite tragiche appena tratteggiate (Punches and kicks, da Beast) e di immagini legate fra loro a mostrare un quadro indefinito in cui perdersi (Wild boars, da Nine days), indefinito come quel nome così evocativo, Oh Petroleum, che in una vecchia intervista definisce “solo un’immagine romantica, il cui significato reale in effetti ha valore solo per due persone a questo mondo”. Cosa aggiungere a questa descrizione che non sia di troppo? La musica di Vierucci va ascoltata, vissuta, bisogna entrarci lasciandosi trasportare e scoprendo da sé un mondo altro che può essere respingente oppure avvolgente, ma di certo impossibile da ignorare.

Non ho scritto un racconto nuovo basandomi sul testo di What’ve dug this hole for?, sesta traccia dell’album Beast, ma ne ho associato uno vecchio alle immagini che Vierucci crea con il suo testo, intriso di nostalgia, decadenza e la sensazione strisciante che il mondo che conoscevamo non sia più. Anche nella mia storia il vecchio mondo non è più, i contorni di quello nuovo sono indefiniti, e la buca evocata nel titolo continua ad essere scavata giorno dopo giorno in un loop infinito. Potete valutare se l’associazione ha un senso da sol* andando più in basso, mentre a me come al solito non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Memoria

Ogni giorno, nella casa in mezzo al lago, un ragazzo si sveglia e pensa che oggi sarà una bellissima giornata. Scende le scale, osserva le foto incorniciate: il diciottesimo compleanno, la laurea, la foto ricordo in un parco a tema. Si vede abbracciato a sua madre, mancata da poco, e si commuove un po’: passerà, pensa, col tempo passa tutto.

Ogni giorno entra in cucina e trova suo padre, seduto al tavolo. Si stupisce di quanto sia invecchiato, sembra aver preso dieci anni in una notte. Si preoccupa e gli chiede se va tutto bene. Hai una faccia che fa paura, gli dice.

Ogni giorno il padre si alza con un sospiro. Si reca nella stanza accanto, apre il lucchetto di un cassone metallico e tira fuori un’arma, poi torna in cucina e uccide suo figlio. Lo fa senza passione, non sente nemmeno le urla. Usa armi sempre diverse per non soccombere alla noia, spesso armi bianche perché ogni proiettile è un rischio, una volta ha rimbalzato contro una maniglia e per poco non ci rimaneva secco. E poi la sua mira è peggiorata, la vista non è più quella di una volta.

Scarica il cadavere nel bruciatore in giardino, come ogni giorno. All’inizio li seppelliva in terra, ma lo spazio è finito presto: i suoi esperimenti si sono rivelati più complicati del previsto.

Ogni giorno, finito di smaltire la salma, il padre scende nel bunker adibito a laboratorio. Osserva i corpi nelle vasche di coltura, alcuni poco più che embrioni, altri in piena adolescenza. Estrae il più avanzato, lo porta in casa e lo prepara al risveglio: gli spiegherà cos’è successo, ciò che ha fatto, risponderà a ogni domanda. Il giorno seguente, aspetterà al tavolo della cucina per vedere se la mente di suo figlio è riuscita a immagazzinare nuovi ricordi.

Il padre va a letto presto, ogni giorno più stanco. Di notte fa un sogno, sempre lo stesso: vede suo figlio risvegliarsi e andare in camera del padre, trovandolo morto nel sonno, lo vede disperarsi e cercare di chiamare qualcuno all’esterno, ma le linee non funzionano. Lo vede ripetere gli stessi gesti ogni giorno, in un loop infinito, ma quando si sveglia il ricordo dell’incubo si fa confuso.

Al piano di sopra sente un movimento. Suo figlio si è alzato.

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Sanremo, la musica indipendente e quella insopprimibile voglia di vedere l* propr* artist* preferit* “farcela”

Inizio questo articolo in un lunedì mattina libero dal lavoro, ad ormai due settimane dall’unica manifestazione musicale del paese che viene chiamata “kermesse”, e lo premetto subito: non so dove andrò a parare. Se volete leggere la migliore analisi del Festival di Sanremo dal punto di vista del dietro le quinte (niente gossip, ma cifre e magheggi discografici) andate qui, all’interno del Cerchio Perfetto del nostro amico Lorenzo Santangeli, se invece volete inseguire il bianconiglio col rischio di girare in tondo e non ricavarne niente (ma incontrando sul percorso un sacco di link a nostri vecchi racconti) seguitemi in questo viaggio che ha come prima fermata la musica di Emma Nolde.

Certo, ci sono ovviamente i Jalisse, ma a noi attira di più l’attenzione il nome di Venerus

Qui a Tremila Battute vogliamo molto bene a Nolde, tanto che abbiamo dedicato alle sue canzoni ben due racconti. Quando abbiamo visto il suo nome nella lista qui sopra ci è un po’ pianto il cuore, quando è emerso assieme a quelli di Marta Del Grandi e Anna Castiglia durante una conferenza stampa in cui Carlo Conti è stato incalzato sulla sua direzione artistica evidentemente patriarcale (si può dire che la scelta è prettamente musicale solo se non porti canzoni come quelle di Eddie Brock o Tredici Pietro, per fare solo due nomi a caso) ci siamo giustamente infervorati, quando nella puntata del podcast su Sanremo del Post realizzata prima dell’inizio della gara il giornalista Stefano Vizio ha elencato i nomi di Baustelle, Motta, Giorgio Poi, Any Other e Cristina Donà per un ipotetico Festival che porti DAVVERO della bella musica un po’ gli occhi ci si sono modellati a cuoricino. Però poi ci siamo chiesti: perché?

Negli anni al Festival di Sanremo sono passat* tant* artist* che apprezziamo e fanno/facevano parte del panorama musicale indipendente, sempre da outsider, raramente con successo, a volte con esiti disastrosi. Facciamo qualche nome? Andando più o meno in ordine, dal 2000 in poi: Subsonica (quello stesso anno fra l* giovani partecipava anche il buon Moltheni), Bluvertigo (due volte!), Afterhours, Marlene Kuntz, Marta Sui Tubi, Lo Stato Sociale (che ai tempi odiai abbastanza), Zen CircusBugoEugenio In Via Di Gioia (fra l* giovani), Coma_Cose, Colapesce/Di Martino, Giovanni Truppi e, in questa edizione, il duo Maria Antonietta/Colombre, che siccome fanno coppia anche nella vita li hanno subito etichettati come cosplayer dei Coma_Cose, con buona pace della carriera pre Festival, e le Bambole Di Pezza, che ricordo come stella non certo più brillante del panorama punk del varesotto. E da questo calcolo ho lasciato volutamente fuori gente come i Negramaro e i Pinguini Tattici Nucleari, che dal basso provengono (i Pinguini hanno suonato alla Cooperativa Portalupi di Vigevano, per dire) ma ci hanno messo poco a fare il giro e diventare, per me medesimo, nemici del popolo e di tutto ciò che considero buona musica, ma che sono quelli che davvero “ce l’hanno fatta”: riempiono o riempivano gli stadi, li riconoscerebbe anche mia madre se fosse ancora viva, le radio ci vanno a braccetto e flirtano con le grandi star della musica italiana, tipo il boss della Costa Toscana Max Pezzali. L* altr*? Quelli a cui la partecipazione al Festival ha reso di più sono forse i Subsonica, che erano già belli lanciati ma a cui Tutti i miei sbagli (che ai tempi ho odiato, rivalutandola poi visto quel che passa il convento) ha dato ulteriore spinta, mentre trovo ininfluente se non dannosa la scelta per chiunque altr* appaia in quella lista, almeno a lungo andare. Voglio dire, se sei Cristiano Godano e ti intervistano a Radio Deejay, ignorando che suoni da una vita la chitarra sul palco, pensi che qualcuno che non parla di musica di mestiere e che non bazzica i luoghi oscuri della musica italiana riconoscerà mai il tuo nome? Voglio dire, se pure io ho dimenticato che i Bloody Beetroots sono arrivati secondi con Raphael Gualazzi, di cosa stiamo parlando?

Ciao Max, cantaci quella sulla Costa Concordia!

Bisogna riconoscere poi che non tutt* quest* artist* sono facilmente adattabil* al contesto sanremese, tant’e che della già citata Tutti i miei sbagli trovai forzato l’innesto di archi che è il minimo sindacale richiesto ad una canzone sanremese per giustificare la presenza di un’orchestra. Colapesce e Di Martino, due carriere fortunate che si uniscono e ne formano una che vince al Superenalotto, erano forse quelli che dovevano cambiare meno per convincere, al pari di altri esponenti del cantautorato indie passati dalla Liguria con ottimi risultati (Brunori Sas e Lucio Corsi, mi aspetto prima o poi anche Dente), giicandosi benissimo le loro carte senza snaturarsi troppo, ma la maggior parte delle band diventa più leggera delle loro cose migliori (al pari di molti rappr/trapper che arrivano all’Ariston e perdono sia le rime serrate che la carica, aridatece Rancore) e certi cantautori sghembi o non vengono capiti o si adattano fuori tempo massimo a un contesto che non è mai stato loro (penso a Truppi nel primo caso e a Bugo nel secondo, e fra l’altro il mio conterraneo ceranese nel frattempo si è pure ritirato). Ricordo che la canzone degli Zen Circus l’ho trovata interessante ma non abbastanza da andarmela a cercare volontariamente, ricordo che dei Marta Sui Tubi mi piaceva più quella che non ha superato la tagliola iniziale (formula inventata per due o tre anni e subito abbandonata) e di quella dei Marlene non ricordo una nota che sia una, e sono gruppi (soprattutto gli ultimi due) per cui ho avuto un certo trasporto negli anni: non ricordavo nemmeno che nell’anno della partecipazione degli Afterhours, con una Il paese è reale più apprezzabile per il progetto che ci stava dietro che per la canzone in sé, vinse Marco Carta salvandoci da un’accoppiata del male formata da Povia (con Luca era gay!!!) e Sal Da Vinci, ma a volte sei tu che mangi l’orso e a volte è l’orso che mangia te e quest’anno ci è toccata Per sempre sì, col suo bel bagaglio di cristianesimo e romanticismo tanto esasperato quanto problematico.

Certo, per sempre sì, ma ti sembra il momento storico migliore per dire “la vita che senza te non vale niente, non ha più senso vivere”?

Quindi l* artist* che Tremila Battute supporta a Sanremo ottengono poco e concedono anche poco, almeno alle nostre orecchie, e nonostante questa consapevolezza ogni volta ci guida l’animo degli inguaribili ottimisti che sperano in una rivoluzione dal basso che non avviene mai. E se poi anche avvenisse, se un qualunque genere di nicchia venisse portato alla kermesse e ottenesse successo e strali, poi cosa succede? Siamo pur sempre nel mondo in cui i biglietti dei concerti sono sproporzionati, all’interno di un sistema che spinge l* artist* a fare il passo più lungo della gamba (di solito all’interno di uno stadio), e se le rose non fioriscono nemmeno nei piccoli e grandi club (riporto solo un sentito dire, ma pare che i già citati Baustelle non abbiano esattamente riempito il loro primo Forum di Assago) la pressione perlomeno è minore: se poi la notorietà ti costringe a scappare velocemente dentro un furgone coi vetri oscurati appena finito di esibirti (Nina Zilli durante la serata finale del Festival, vista coi miei occhi subito dopo un qualche evento promozionale a corollario della manifestazione canora) meglio essere meno conosciut* e un poco meno stressat*, anche se devi fare un altro lavoro per mantenerti tipo Steve Albini o Pierpaolo Capovilla, sempre che per quest’ultimo non arrivi il cinema a permettergli di smettere di fare il cameriere.

Ora che abbiamo messo giù un sacco di motivazioni per sperare che nella manifestazione sonora più ingiustamente famosa d’Italia la musica indie smetta di entrarci e lasci spazio a, che so, la musica demenziale (bene o male quello slot anni fa era coperto da gente come Francesco Salvi e Federico Salvatore, poi sono arrivati Elio E Le Storie Tese e hanno cambiato le carte in tavola), smetteremo quindi di gasarci quando qualche artista di cui abbiamo narrato le gesta qui dentro verrà invitato sul palco dell’Ariston? Probabilmente no, forse perché siamo troppo poco integralisti o semplicemente dei sognatori incalliti, che sperano sempre che le band non si ammoscino con l’avanzare dell’età e che prima o poi anche nel luogo dei sentimenti urlati con tutto il trasporto possibile ci possa essere spazio abbondante per qualcosa di diverso, magari pure per (eresia!) la musica strumentale. È pur sempre il Festival della canzone italiana, mica dell* cantanti, no? E allora, in attesa che Stefano De Martino ci porti gli Zu, vi lasciamo con queste riflessioni a casaccio da mettere da parte o buttare nel bidone dell’umido, intanto si è fatto giovedì sera e tutto va… uhm… bene?

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La musica immaginata: Ancient impulses of a paranoid idol di The Future Sound Of Koyaanis Naqoy

Ci sono dischi che non vanno solo ascoltati, vanno vissuti. Questo è uno di quelli.

Mi spiego meglio: Ancient impulses of a paranoid idol è difficile, se non impossibile, da valutare nella categoria bello/non bello, va ascoltato attraverso la lente del riuscito/non riuscito. Gioca una partita a sé i cui paletti sono fissati entro i limiti dell’elettronica minimale e atmosferica di Koyaanis Naqoy (al secolo Andrea Doro), condita da una buona dose di psichedelia e una ancora più robusta di spirito noise, e la batteria jazzata/jammata e spesso ipnotica di Antonio Vessa, una guida giustamente affidabile solo fino a un certo punto che crea riferimenti ritmici a cui ancorarci nel viaggio manco fosse il batterista di Birdman. Il connubio nasce con una chiara predisposizione all’inprovvisazione, e non per niente Ancient impulses of a paranoid idol è stato registrato interamente dal vivo, come in una lunga jam che, come tutte le jam, ha un solo rischio: di fare qualcosa che finisce per piacere più a chi lo fa che a chi ascolta.

I The Future Sound Of Koyaanis Naqoy danno alle loro canzoni dei titoli elaborati il che, almeno a uno come me, scatena la fantasia. Deriva anche da questo la delusione che ho provato con la prima traccia Open the door, your uncle is there to greet you, che crea una cappa piuttosto oppressiva a rendere impossibile immaginare un’incontro piacevole con questo zio venuto apposta a salutarci, ma non riesce a svilupparla nella sua relativa brevità (quattro muniti, il brano più corto del lotto) e si chiude con una colata noise ad asfaltare tutto senza che se ne riesca a percepire l’utilità. Intuivo latente il rischio dell’innamoramento per il suono particolare ma disturbante e We believe in Werner Herzog non ha dissipato quei timori, perché nonostante una struttura che cambia d’atmosfera all’incirca a metà brano io dentro quei pattern di batteria e quel cesellamento elettronico che si parlano solo fino a un certo punto non riuscivo a perdermi. Se fossi abbastanza esperto del cinema di Herzog mi azzarderei a dire che non ci sento il regista austriaco lì all’interno, ma il concetto è quello. Poi succede qualcosa.

Basta un piccolo dettaglio a volte per creare un mondo, e i rintocchi liquidi che punteggiano armonicamente il magma etereo di Under the pressure of giada’s eyes assolvono pienamente a questo compito. Con un titolo del genere mi sarei immaginato un’atmosfera da noir, gli occhi di una femme fatale da stereotipo ad incombere sull’ascoltatore, invece veniamo dolcemente cullati sul fondo dell’oceano alla ricerca di un tesoro sommerso, magari un idolo nei cui occhi finiamo per trovare qualcosa che non ci riempie di meraviglia ma di tensione, di pari passo con l’oscuramento sonoro che lentamente ci avvolge. Un dettaglio diverso ma simile nella funzione, ovvero un’acciottolio percussivo che dà un tocco di gotico alla bisogna, funge da innesco per immaginare davvero mostri in agguato in Look mom, the blue monsters are coming, ma c’è meno carne al fuoco e il brano si spegne un po’ senza risolversi chiudendo senza pocchi un disco che poco prima aveva mostrato orizzonti molto più interessanti.

È infatti il quarto e penultimo brano del disco, I flatten myself like a biscuit, one day, on tuesday, a rappresentare il punto più interessante del percorso. Sorta di viaggio fantasmatico condotto dallo spettro dei Boards of Canada più introspettivi e cadenzato da un drumming ancestrale e tambureggiante, la canzone riesce a mantenere alta l’attenzione per dieci minuti cambiando quasi solo minimi dettagli, intrisa di un’atmosfera sospesa dalla quale emergiamo placidi in un futuro postindustriale meno oppressivo di quanto sarebbe plausibile immaginare, forse perché nel frattempo la nostra coscienza si è appiattita come un biscotto o anche di più, spaghettificati e in tensione assoluta verso un buco nero che ci trascina con sé. Serve un po’ di astrazione per godere al meglio di un disco come Ancient impulses of a paranoid idol, o forse basta avere un amore spassionato per il loro sound molto ma molto particolare: io ho deciso di viaggiare e, quando le coordinate si sono allineate al mio sentire, mi sono goduto parecchio il panorama.

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Racconto in musica 221: Figlio dell’Africa (CarroBestiame – Figlio dell’Africa)

Qui a Tremila Battute siamo molto interessati a una lettura politica della realtà. Dall’uso del linguaggio all’analisi di eventi di cronaca, rimestando nel vicino quanto nell’estremamente lontano (se non avete mai pensato di potervi appassionare alla politica vietnamita ascoltate questa puntata del podcast Altri Orienti e ricredetevi), ogni evento può spingerci a capire un po’ meglio in che direzione va il mondo e se quella direzione andrebbe corretta o meno. Eppure non parliamo così spesso di grandi temi, preferiamo perlopiù farlo per interposta persona: attraverso le parole di Mark Fisher ad esempio, facendoci spiegare da Elena Granata come potrebbe essere una città più sostenibile, da Agnese Codignola come potremmo mangiare (eticamente) meglio o da Andrea Staid come abitare gli spazi in una maniera diversa. Ci siamo anche fatti spiegare dalle pagine del libro di Dipo Faloyin che L’Africa non è un paese e ammetto che, attraverso questa lettura, ho qualche remore riguardo all’idea di intitolare una canzone Figlio dell’Africa, così, generico, senza riferimenti: al netto dell’approssimazione però è chiaro, nel testo della canzone dei CarroBestiame, l’intento di sensibilizzare sul tema della migrazione e delle terribili condizioni in cui questa avviene, e se poi il racconto che Federica Partenzi ha tratto da quella canzone si rivela teso e privo di retorica che vuoi fare se non pubblicarlo? E allora eccoci qui.

Partiamo da Federica quindi, folignate doc che nella cittadina umbra è nata, cresciuta e dieci anni fa ha realizzato, mollando il precedente lavoro di programmatrice, il sogno di qualunque buon* frequentator* di Tremila Battute: aprire un locale di musica dal vivo (lei non ci ha scritto il nome, ma vi suggeriamo che potreste trovarla dietro il bancone del SoundBBQ). Proprio fra i tavoli e il bancone è nato il suo amore per la scrittura, portato avanti inizialmente per divertire l* amic* ed evolutosi in varie direzioni, dall’horror psicologico alla fantascienza passando per il racconto queer, esplorando storie di corpi, identità e potere per interrogare la società contemporanea. Coi suoi testi ha ottenuto il terzo posto nel concorso THS.project ed è stata finalista al Premio Omphalos 2025, mentre se volete toccare con mano la sua scrittura potete fiondarvi sull’ultimo numero di Enne2, leggere l’antologia Zona marginale disponibile gratuitamente sul sito di Cohibeo (trovate il suo racconto firmato col moniker Harleythequeer, che è lo stesso con cui potete trovarla sui social) o attendere l’avvio del progetto di mentorship Absolute Beginners ideato dall*amic* di Topsy Kretts, per cui Federica è stata selezionata come autrice inaugurale.

Anche i CarroBestiame vengono da Foligno, e il loro cammino musicale inizia più o meno nello stesso periodo in cui nasce il SoundBBQ: 2016, inizialmente in trio chitarra-voce-violino e con l’ambizione di portare ovunque ci sia una presa di corrente un repertorio composto da cantautorato, folk e musica irlandese. Fin qui potrebbe essere la classica storia di una cover band qualsiasi, ma qualcosa cambia nel 2019 con l’ingresso di basso e batteria nella formazione (se non metto i nomi dei musicisti è perché i potenti mezzi di Tremila Battute non mi hanno portato a trovarli, e visto che loro stessi non li scrivono sul loro sito ufficiale rispettiamo la privacy) e la progressiva stesura di brani inediti, che porta i CarroBestiame a registrare le prime tracce nel 2021 e ad esordire col primo singolo, Lunga vita al becco (uscito tramite Formica Dischi e (R)esisto), nella primavera del 2023. Storia di Bastiano, caprone poco produttivo che riesce a sfuggire alla macellazione, la canzone indica già la vena musicale principale da cui attinge la band: folk multietnico con testi che parlano di riscatto e situazioni tragicomiche, un po’ Modena City Ramblers e un po’ Vallanzaska nel loro personale intento di divertire e fare anche un po’ pensare.

Il 2023 è anche l’anno in cui la band si aggiudica lo European Celtic Contest di Montelago, benzina utile in un motore già rodato da più di cento concerti per arrivare alla pubblicazione del primo disco, In fondo al lago, pubblicato nel 2024 per Black Dingo Productions. Già la title track, storia di una creatura figlia di una sirena e un drago che si ritrova ovviamente ad essere cacciata dalla popolazione locale, setta il tono delle storie che i CarroBestiame raccontano nelle otto tracce dell’album: vite di persone fuori dai riflettori, con le loro ipocrisie (il poliziotto di Profumo di ciliege) e le loro abitudini (La festa del santo), esposte con partecipazione e ironia in modo da ridere del mondo senza farsene beffa. Lo stesso canovaccio viene ripercorso l’anno successivo con l’Ep Venivo dal letame, cinque nuove tracce in cui la band trova il modo di espandere il proprio immaginario sia rimanendo nel territorio del farsesco (Una cena a casa mia) che facendosi più seria con la già citata Figlio dell’Africa, brano che a chiudere un cerchio ideale vede la partecipazione di Dudu Morandi e Fry Moneti dei Modena City Ramblers. Sempre attivi sul palco, dove negli anni hanno aperto a gente come Giorgio Canali, Pierpaolo Capovilla, Davide Van De Sfroos e Folkstone, prossimamente li potrete trovare il quel di Firenze il 31 maggio e sul sito ufficiale potete rimanere aggiornati sui loro spostamenti in lungo e in largo per l’Italia.

Il brano che Federica ha scelto come ispirazione sceglie la carta dell’empatia e della commozione per tirarci dentro, narrando la storia di Marlo attraverso il suo tragico epilogo nel Mar Mediterraneo. Un approccio sicuramente utile in un momento storico in cui il governo continua a dar battaglia alle ONG attive nel soccorso dei migranti, infischiandosene delle sentenze che riescono a dare torto a queste politiche solo dopo mesi, eppure mi ha colpito molto di più lo scarto che si realizza nel racconto: una storia tesa di realtà quotidiana, priva di retorica e di punti di appiglio certi, quasi un noir metropolitano in pochissime battute che del fenomeno migratorio mette a fuoco la macchina burocratico/criminale che la sfrutta e si concentra sul fratello di Marlo, costretto ad alimentare come può un sogno fragile come le navi che LE STESSE GUARDIE COSTIERE LIBICHE E TUNISINE CHE DESTRA E SINISTRA FINANZIANO DA ANNI mettono in mare fregandosene delle persone a bordo. Trovate il racconto subito dopo il brano che lo ha ispirato, buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Figlio dell’Africa, di Federica Partenzi


Nella penombra l’uomo fuma, dietro la scrivania. Prende il telefono e lo appoggia davanti a Karim. Solleva la cornetta.
«È mezzanotte», sentenzia.
Karim fruga nelle tasche dei Levis ed estrae un foglietto sgualcito. Con l’indice compone il numero, sussurrando ogni cifra.
«Pronto, fratello sei tu?»
«Karim, sono ancora sulla spiaggia.»
Karim fissa l’uomo nella penombra. «Quando partite?»
«Tra qualche ora.»
Karim fa un cenno all’uomo. «I soldi sono arrivati?»
«Certo fratello!»
L’uomo afferra il telefono.
«Chiamami quando sbarchi in Italia.»
«Posso portare la stratocaster?» Marlo ride. «Andrò a suonare in America!»
Una goccia di sudore cade sulle Adidas immacolate di Karim.
L’uomo dietro la scrivania interrompe la chiamata e si volta a fumare. Fissa il mare coperto da nuvole livide di pioggia.
Karim china il capo ed esce.

La luce del giorno inonda l’ingresso del magazzino. La serranda si alza, Karim esce dietro il gruppo di uomini.
«Hai un bel carico da vendere,» avvisa l’uomo con la camicia bianca. Dalla tasca estrae l’accendino e si accende una sigaretta.
«Tra un mese avrai i soldi.»
«Tuo fratello?» L’uomo con la sigaretta sorride, mostrando i denti gialli tutti uguali.
«Un ritardo di un paio di giorni.»
«Hai un mese, con o senza tuo fratello.» L’uomo getta ai piedi di Karim la sigaretta accesa che sporca di cenere le sneaker Prada. Poi, scortato dai due uomini con gli occhiali scuri, se ne va.
«Vedrai non ti deluderò!» grida Karim, salutando.
L’uomo di spalle si ferma per un attimo. «Non siamo amici.»
Sale in macchina. Le gomme fischiano sinistre sull’asfalto.
«Merda», bisbiglia Karim. Calcia una lattina che vola contro la serranda.

Karim aspetta, appoggiato al muro. Un ragazzo si avvicina, allunga la mano, Karim gliela stringe furtivo. Il ragazzo sorride. «Tuo fratello è scappato in America?» Karim prende i soldi, grugnisce incomprensibile.

Karim estrae dalla tasca dei jeans l’Iphone. La scritta “Marlo Bro” illumina il viso di Karim. Sfiora l’icona, una nuova chiamata. Trattiene il respiro: “Chiamata Terminata”. Bestemmia, poi cerca il contatto della spiaggia. Lo sfiora, il tono della chiamata è libero.
«Volete comprare un biglietto?» risponde una voce metallica.
«Qui non è arrivato nessuno», sbotta Karim.
«Noi garantiamo solo la partenza.»

Scorre avanti e indietro il feed: Mare poco mosso; nessun barcone in difficoltà; nessuno sbarco. Karim fissa la luna, poi china il capo e torna a cercare sui gruppi telegram. Con la mano sulla fronte, biascica: «Non può essersi dileguato.»


Sotto l’indice che trema, c’è il numero di Marlo. Accanto al nome, il numero di chiamate. Lo sfiora ancora. Il tono è ritmico, regolare. Lento.
Afferra il cellulare. «Marlo, dove sei finito?»
«Marlo? Non c’è nessun Marlo.»

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