È un’atmosfera onirica quella che avvolge i brani di Augustine, e In the mountains non fa eccezione. Nel sesto brano del suo primo disco, Grief and desire, la cantautrice ci fa perdere in un luogo e in una situazione, lasciando confusi i dettagli per aumentare la nostra sensazione di spaesamento: una condizione che assale inevitabilmente il lettore nel racconto di Giulio Vellar, dove sullo sfondo di un’aggressione in una casa isolata veniamo messi a parte del flusso di coscienza magnetico della vittima.
Moio, di Giulio Vellar
Fascinazione improvvisa: sono contento di vivere in quest’epoca?
(Lo vardo puntarme la Glock su pal muso, sto toco de merda. Me son girà un attimo e eccome qua, in xenocio.)
Sparatorie raffazzonate sono elemosina elettorale e pietà in propaganda, una forbicina ungueale che invece di sfoltire cuticole pacioccone sfregia lobi sacrificali.
(Podaria bestemar ma dopo co dovaria dirghe al Signore? Na rapina el mese scorso e n’altra desso. Son mia nero drio batare soto el lampion a LED, Diocan?)
Me ne sto qui, disteso e approssimativo in questo materasso di terracotta, lesinando coccole a 432 Hz e ballando stringendo me stesso, è un lento divenire e un lungo andare.
Errori sesquipedali nella ruvida psoriasi di Marc Augé. Scartavetrare nel grattare il più possibile e liscia l’ipotesi di agenda setting in mesi frazionari.
Antropico.
È la mia gentrificazione di sussistenza. Potrei sopravvivere anche trattenendo il fiato?
(Ma varda ti se devo stare in ‘sta situazione del caxo.)
Fattoidi ipocoristiche anacolute mentre emetti la tua fricativa interdentale e mi sento leggermente assolato e disperso lì tra le fronde di questi steli di grano, sgranocchiando OGM e parsimonia e Iddio mi è testimone, credo.
Ebbene credo di essere nel torto.
Agnizione di causa è un harite nel cadeau, un gozzovigliare nella bacchettoneria.
Sono solo e disteso, approssimativo nel divenire e nel guardarmi gli spermatozoi che sfanculano entrambi dopo che per gioco mi hai fatto venire nel vetrino del microscopio.
(Me vardo el dentro de la cana, la xe bela profonda. Sporca. Diocane te podaresi anca netarla.)
Giocattolo.
È una kermesse di dagherrotipo in tricopigmentazione di questo mio corpo romboidale in anamorfosi.
Dismorfia e
Il mio cuore è diedri frantumati in cuspidi in depressione, è una semplice implosione che avviene.
Gramaglia avvenente è così traslucido il tuo sudare proficuo nel mio respirare a zolle, sbuffando non so se farcela, eppure sbuffo e sclero nel mio essere ancora vivo.
Mi spacco le unghie strisciando e scartavetrando il terreno che mi schiaccia e mi sfonda.
Rappresaglia di dissonanze cognitive.
Graffio e ematizzo crinoline di fanghiglia geoide ed è un apogeo trasecolato di scatarri buttati in vacca.
Alla chetichella i miei refusi si spargono come un’infezione genitale al bordo della cappella, un simbolo di fedeltà migliore di quell’anello all’anulare che tanto tengo stretto ed è quel bitorzolo che cresce incontrastato e immondo e gioioso. Lì.
Spaparanzato, HPV.
Ti voglio bene, amore. E ti stimo tantissimo.
Giocherellando con le palle e il porro asseverato è profluvio di compulsioni ivi comprensive.
Propriocezione.
Sono qui e sono, forse,
Io.
Genuflesso e svaccato, slogato, contorsionista in tendinopatia e contuso nella realtà che quasi mi appartiene.
Voglio solo essere
Io.
Scremando delle facezie.
(Te vardo in faccia e cosa posso dirte? Vardame qua.)
Posso solo ridere e scherzare.
Ridere e scherzare.
(Ridare e scherxare fin a pissarme doso.)
Travolto e affogato nel mio stesso rifiuto.
Boia il Dio, boia.
(Varda sto qua, el ciapa tuto quelo che go e el va. El va fora dalla porta e mi resto qua, con la sola roba che el me ga lasà. ‘E braghe moie. E mi.
Che bato ‘e brocche.
Sbrodegà de paura.)
Boia.
L’autore: Giulio Vellar, del 1989, nato ad Asiago in provincia di Vicenza. Operatore socio sanitario in comunità alloggio disabili e in centro diurno per riabilitazione psichiatrica. Scrive nel tempo libero. Ha pubblicato in passato con Edizioni La Gru, Lahar Magazine, ConAltriMezzi, Shiva Produzioni, Quaerere, Threefaces e altre.
Il brano
Se volete ascoltare questo e gli altri brani che hanno ispirato i racconti della Call ALTROVE di Tremila battute ora potete farlo tramite questa playlist su Spotify: se invece volete ascoltare il brano senza sentirvi in colpa per come Daniel Ek sottopaga gli artisti e per come utilizza i ricavi qui sotto trovate un link più equo.
L’artista
Galeotta fu la presentazione del cartaceo Numero Due di Tremila battute: eravamo in quel della libreria El Topo di Roma (spazio fantastico che vi invitiamo a visitare) e parlando di musica, visto che noi ci abbiamo basato una rivista e loro, vendendo dischi oltre che libri, organizzano all’interno dello spazio piccoli concerti, è venuto fuori il nome di una cantautrice che li aveva impressionati. Quell’artista era Augustine, nome d’arte di Sara Baggini preso a prestito dalla protagonista del saggio Invention of hysteria di Georges Didi-Huberman, e artista è il termine migliore per definirla: valtellinese di nascita e umbra d’adozione, Baggini si trasferisce da Sondrio a Perugia a diciannove anni per frequentare l’Accademia di Belle Arti, dove si laurea in pittura presso il corso del professor Sauro Cardinali. La musica entra presto nella sua produzione, inscindibile da un approccio sinestetico con altre arti (fra cui la poesia) ma comunque terreno privilegiato, e il primo disco One thin line arriva nel 2010, in un periodo in cui Baggini collabora anche con alcune formazioni di musica elettronica.
Passeranno otto anni prima di vedere un nuovo disco di Augustine, e dopotutto lei stessa in questa interessante intervista afferma che le gestazioni dei suoi dischi “sono sempre elefantiache”. Grief and desire nasce e cresce nella sua casa nell’entroterra umbro, dove Baggini suona tutti gli strumenti e programma le basi, avvalendosi solo nella fase di mixaggio dell’aiuto di Daniele Rotella, produttore che tornerà poi a collaborare con lei. Il disco del 2018 è descritto nella sua stessa pagina Bandcamp come una sorta di romanzo autobiografico, con testi che rispecchiano l’oniricità che la musica esprime: Baggini si muove nel solco del folk e del dream pop, la voce e la chitarra acustica protagoniste principali con un riverbero marcato che ammanta tutto di un alone anni 80, fra i Cocteau Twins e Kate Bush (detto da uno che ha solo sfiorato la loro produzione musicale), e un’atmosfera che crea soprattutto attraverso la sua voce cristallina sprazzi di luce in una coltre principalmente ombrosa. Di ombre si compone inevitabilmente anche Proserpine, l’album del 2021 per cui Baggini si ispira al mito della dea latina dell’oltretomba, legando indissolubilmente questa influenza alla propria sfera emotiva. Registrato presso gli studi di La Cura Dischi a Perugia e pubblicato dalla stessa etichetta in collaborazione con I Dischi Del Minollo, Proserpine vede Baggini affiancata ancora una volta da Rotella e da altri musicisti (fra i quali vale la pena citare Fabio Ripanucci, coinvolto anche nel processo di produzione) e si spinge verso territori lievemente più oscuri, diminuendo i riverberi e componendosi di atmosfere allo stesso tempo più ricche e più essenziali, accompagnandoci in un viaggio sia introspettivo che simbolico inevitabilmente impregnato dal rapporto con la morte (Fanny, they killed me, How to cut your veins correctly), la solitudine (Good news) e la depressione (The dark place, Deep, so deep), pieno però della consapevolezza di chi ha affrontato i propri incubi e ci è sceso perlomeno a patti. Speriamo che gli elefantiaci processi compositivi di Baggini siano già in corso e ci portino presto un nuovo capitolo del suo percorso musicale, nel frattempo se passate da Perugia può essere che la troviate al giovedì alla Indigo Art Gallery, dove spesso e volentieri si esibisce.
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