Racconto in musica 113: Disequazioni e shamisen (ChtoniC – Supreme pain for the tyrant)

Per quanto uno cerchi di ascoltare di tutto, ci sono e ci saranno sempre dei paletti oltre i quali non riesce ad andare. Può essere la mancanza di tempo per approfondire ciò che ad un primo ascolto non ci convince, molto più spesso è la mancanza di voglia che ci fa restare nell’alveo di ciò che già conosciamo: io poi ho 43 anni, quando arriverà il momento in cui mi trasformerò nella versione musicale di un umarell, sbraitando con tutti che “ormai non esce più niente di bello/ di originale”? Per contrastare questa deriva ben vengano coloro che decidono di collaborare col blog portando anche le loro influenze, perché allargano i miei orizzonti e mi liberano momentaneamente dal compito di consigliarvi solo ciò che piace a me: accogliamo quindi in grande stile il metal, che qui è stato sempre trattato molto tangenzialmente, e lo facciamo viaggiando fino a Taiwan per incontrare gli ChthoniC, il tutto grazie a Ilaria Petrarca.

I più assidui frequentatori di questo blog forse ricorderanno di quando AppleTv+ mi rubò un’idea per farci una serie. Quando ho incrociato il racconto Voodoo child di Ilaria su Specularia ho provato una sensazione simile, ma in questo caso lei è semplicemente riuscita prima di me a immaginare un futuro in cui è possibile comprare e vendere il proprio tempo: potevo evitare di contattarla per ottenere un racconto? Redattrice della sezione narrativa di ILDA – I libri degli altri, collaboratrice della rivista Donne difettose, Ilaria scrive ed edita per passione e i suoi racconti sono arrivati un po’ dappertutto, sul web e non solo: partecipante alle selezioni finali nell’edizione 2020 del concorso 8×8 organizzato da Oblique Studio, potete leggerla su Micorrize, Digressioni, Narrandom, Risme (sul numero 2), Salmace, Offline (sotto lo pseudonimo Zeta Reader), nonché all’interno delle raccolte Hortus mirabilis di Moscabianca Edizioni, Déjà vu di Alessandro Polidoro Editore (in collaborazione con la rivista Grado Zero) e 404 – Fantascienza non conforme. Devota a Bjork e PJ Harvey, quando è felice ascolta Jamiroquai, quando è triste Karma Chamaleon dei Culture Club e quando festeggia una buona notizia Nicky Minaj: nel mezzo ci entra tutto il resto fra cui il brontolio della moka, che rimane la sua melodia preferita.

Chiediamo sempre a chi collabora con Tremila Battute se vuole cimentarsi nella presentazione dell* artist* a cui è associato il proprio racconto: Ilaria ha accettato, e non avremmo saputo trovare parole migliori delle sue per introdurvi alla musica degli ChthoniC.

“Guardo il filmato di un concerto del 2015. Il frontman capellone, la bassista sexy, i componenti ombra di una metal band come tante. Occhi a mandorla, testi in cinese. Siamo a Taipei, a 9 mila km est dall’Italia.

Sul pubblico plana uno stormo di foglietti, sono le “banconote del demonio”. Si sa che un concerto metal è la celebrazione della Morte con Sofferenza, Disperazione e Satana nel backstage. Attenzione, però, quei bigliettoni non sono né coriandoli dark né una denuncia al capitalismo. In alcuni Paesi dell’Asia, infatti, si usa bruciare finte banconote ai funerali per offrire ai defunti una dote da spendere nell’Aldilà. È questo il dettaglio che mi aspettavo: gli ChthoniC sono una band fortemente legata alle tradizioni.

Il nome che si sono dati si può tradurre con “sotterraneo”, “appartenente al profondo della terra”, ed evoca atmosfere oscure perfette per un gruppo metal. Allo stesso tempo, esso rimanda alla sostanza di uno stato de facto, un’entità geografia non riconosciuta, e a un popolo che abita una terra che non può governare: Taiwan.

La band nasce a metà degli anni Novanta per volere di Freddy Lim, uno studente animato dalla rivendicazione dell’indipendenza di Taiwan. Ispirato dal metal scandinavo, impasta elementi di symphonic metal con le note dell’ehru (un cugino asiatico della fidula medievale) e di altri strumenti orientali come il koto e lo shamisen. Nei testi si racconta di leggende, miti ed eventi sanguinosi della storia del popolo taiwanese, come i fatti del 28 febbraio 1947 (Kuomintang vs civili) e l’incidente di Wushe del 1930 (giapponesi vs aborigeni). Lim la definisce “musica tradizionale vestita da metal” o “oriental metal” – una formula simile a quella che descrive i suoni dei contemporanei Orphaned Land e Salem.

Gli ChthoniC raggiungono il successo in Asia e nei primi anni Duemila portano la loro musica negli Stati Uniti. Qui sono subito notati e chiamati “i Black Sabbath dell’Asia”; il chitarrista degli Anthrax Rob Caggiano produce un loro album e partecipano all’Ozzfest nel 2007. Nei testi inizia a comparire la lingua inglese che affianca il cinese (predominante), il giapponese e la lingua aborigena.

Freddy è un frontman carismatico, impegnato sul fronte dei diritti civili: lavora per Amnesty International e polemizza contro il mancato riconoscimento di Taiwan da parte delle Nazioni Unite, chiamando il tour del 2007 “UNlimited Taiwan Tour”. Nelle prime esibizioni live si travestiva da cadavere, ma nel 2015 ha già un look diverso. Porta una canotta nera senza maniche – più comoda dei costumi da cadavere, dice – e ha il volto truccato come un Ba Jia Jiang, un demone del folklore cinese nato da un esorcismo, con la missione di proteggere il territorio su cui è posto a fare da guardia. La bassista, sua moglie, è ingabbiata in un’armatura di metallo.

Arresto il filmato, faccio una ricerca veloce per visionare del materiale più recente. Negli ultimi anni Lim ha intrapreso la carriera politica, è un parlamentare; nei video “istituzionali” veste in camicia bianca e si lega i capelli in una lunga coda scura. Il prezzo per l’impegno politico contro il Kuomintang gli costa la messa al bando in alcune zone della Cina, per esempio Hong Kong, dove gli rifiutano il visto d’ingresso.

L’ultimo album registrato in studio dagli ChthoniC risale al 2018; è più power metal e aumenta la componente di strumenti tradizionali. Un concerto del 2019 vede Freddy sfoggiare una divisa in stile My Chemical Romance e la bassista in un abito scollato da gothic lady. Nel 2020 esce il singolo “Supreme Pain for the Tyrant”, una critica aperta al Partito Nazionalista Cinese. Nel 2021, al Megaport Music Festival, sulle divise compaiono decori a strisce catarifrangenti; la band rilascia un ultimo singolo, “Turn The Sun Off”.

Le esercitazioni militari cinesi al largo di Taiwan accrescono i timori per un’invasione del Paese, anche alla luce della situazione internazionale sempre più critica. Freddy Lim è stato confermato nel suo ruolo in Parlamento. A trent’anni dalla nascita, la band ha cambiato componenti, abiti, sonorità e lingua dei testi, ma il messaggio di fondo rimane lo stesso. “Stand up like a taiwanese”, l’unica certezza sul loro futuro.”

Supreme pain for the tyrant è una canzone apparsa per la prima volta nell’album del 2013 Bu-tik, il settimo della loro carriera, rilasciata in forma riarrangiata nel 2020. Il racconto di Ilaria rende direttamente protagonista la musica degli ChthoniC, utilizzata da un professore piuttosto sui generis per spiegare la Teoria dei giochi di John Nash in un frammento di vita vivido e coinvolgente: potete scoprire come subito dopo il link alla canzone da cui è stato ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Disequazioni e shamisen, di Ilaria Petrarca

Sheng ci insegnava teoria dei giochi. Taiwanese, era uno spaghetto alto con gli occhiali tondi. Aveva sei anni più di me ed era in Europa grazie a una borsa di studio. Parlava poco e solo a lezione. Faticava a scrivere in orizzontale, così i segni sulla lavagna curvavano verso il basso a mano a mano che si allontanavano dal margine sinistro. Sheng ci disegnava arcobaleni matematici e restavamo a bocca aperta non di certo per la meraviglia: nessuno capiva le sue formule. Io, in particolare, mi perdevo tra vincoli e disequazioni.

Spiegava in un inglese non nativo, colorato di accenti orientali e consonanti soffiate appena. Evitava le divagazioni, si atteneva alle dimostrazioni, era un soldato dell’alta formazione. Eppure, aveva pubblicato su riviste di qualità: era tanto ardito nella ricerca quanto era schivo e rigido nelle relazioni.

La sua inesperienza nell’insegnamento, unita a una compostezza che rasentava l’antipatia, erano stati facili appigli per battute e imitazioni. Sapevano tutti che era oggetto di scherno, persino gli altri docenti e il personale amministrativo.

Capimmo subito che il suo sarebbe stato un esame difficile. Per risolvere gli esercizi che assegnava i miei compagni di corso e io stavamo in biblioteca fino alla chiusura.

Ricordo il testo di un esercizio su due amici italiani che volevano uscire insieme ed erano indecisi se andare a un concerto degli “Chthonic” o al bowling. La scelta dipendeva dalla qualità del gruppo e ci veniva chiesto di trovare l’equilibrio di Nash sia quando entrambi sapevano che la musica era ok che quando lo ignoravano, perché il gruppo era sconosciuto in Italia.

“Voi li avete mai sentiti?

Quel dettaglio aveva attratto la mia attenzione, sentivo che Sheng ci stava suggerendo qualcosa – o si stava prendendo gioco degli italiani che vogliono sempre divertirsi?

Andai in bagno con il cellulare e scoprii che gli Chthonic suonavano death metal su testi antifascisti e indipendentisti che inneggiavano contro gli invasori storici di Taiwan, i cinesi e i giapponesi. Le loro armonie erano brutalizzate da chitarre ossessive, sonorità basse e canti cavernosi; nelle pause incalzavano i colpi sulla doppia cassa, e i dolci assoli di shamisen erano coperti dal growl. Sheng il silenzioso, era questa la musica che ascoltava? Erano questi i versi che intonava?

Una delle mie compagne entrò in bagno e mi chiese di spegnere la musica.

La mattina seguente Sheng risolse l’esercizio alla lavagna. “Le asimmetrie informative rendono possibile il comportamento strategico” disse e andò avanti col programma. Quando uscì dall’aula un compagno gli fece il verso e ridemmo tutti.

Studiai a lungo la soluzione di quell’esercizio e passai l’esame per un pelo. Non condivisi mai con Sheng la mia scoperta degli Chthonic, ma li ascolto ancora e lo immagino a preparare l’esercizio, a scegliere di citare quel nome che nessuno di noi conosceva. E tra il frastuono delle disequazioni, ecco la nota di uno shamisen.

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L’ennesima reunion del dinamico duo: il pop secondo Cedric Bixler Zavala e Omar Rodriguez-López in The Mars Volta

È una storia d’amore (musicale) lunga e appassionata quella che unisce il cantante Cedric Bixler Zavala e il chitarrista Omar Rodriguez-López, tanto da passare attraverso tre decenni e quattro gruppi. Iniziata negli anni 90 con gli At The Drive-In, band con cui i due diedero una personale ed energica versione di ciò che doveva essere il post-hardcore, proseguì negli stessi anni con il progetto parallelo De Facto, sorta di valvola di sfogo alle limitazioni che il resto dei componenti degli ATD-I (acronimo appena inventato) poneva loro in sede di composizione. Neanche i De Facto però bastarono a Cedric e Omar, che dopo aver goduto di una certa libertà nell’Ep Vaya (a tutti gli effetti miglior cosa partorita dagli At The Drive-In) furono costretti a tarpare le ali ai loro voli pindarici: “mai più”, devono essersi detti dopo Relationship of command, e così via di scioglimento per entrambi i progetti e nascita di una nuova band pronta al volo. Così nascono i The Mars Volta.

Riassumere la carriera dei Mars Volta è parecchio complicato. Sorta di discendenza spuria del progressive rock e dell’art rock, la band ha spaziato fra un nugolo enorme di generi fra il 2001 e il 2012, anno di uscita del sesto e ultimo disco Noctourniquet, e più il tempo passava più il progetto si formava a immagine e somiglianza del duo, lasciando ai restanti componenti (cambiati di continuo) il compito di “resident band”. L’amore non è bello se non è litigarello dice però un detto popolare che ho sempre considerato particolarmente scemo, e anche Cedric e Omar finiscono per scazzare: neanche il tempo di rifondare per un tour gli At The Drive-In che i Mars Volta vengono sciolti, apparentemente a causa dei mille impegni paralleli di Rodriguez-López (e basta una capatina sulla sua pagina wikipedia per non fare fatica a crederlo: nel biennio 2012/2013 fece uscire sette album a proprio nome, nel solo 2016 addirittura 12!). Sembra la fine di un’era, con Cedric che si fa anche lui gli affari suoi fondando gli Zavalaz, invece passano un paio d’anni e i due creano gli Antemasque (l’unico album, omonimo, è datato 2014), altri due e riuniscono gli At The Drive-In senza il nemico-amico Jim Ward (durano il tempo di un disco, il deludente In-ter-a-li-a, poi vanno in stand-by) e oggi, dopo una pausa più lunga di quel che è lecito aspettarsi da due persone così prolifiche, arriva anche la reunion dei Mars Volta. Cosa si saranno inventati questa volta per stupirci?

Hanno deciso di fare un disco pop.

Gli si può addirittura credere, a tratti. Non mi sarei infatti mai aspettato dieci anni fa che i Mars Volta potessero intingere nella gioia e nella spensieratezza le loro note come fanno in Vigil o in Collapsible shoulders, o che si potessero trovare a loro agio con la sensualità soul di Shore story, ma di certo non basta questo a fare di un disco un disco pop. Non basta se inizi un brano con il piglio di chi sta puntando a un featuring con Santana manco fossimo ai tempi di Corazon espinado per poi finirlo alzando il tiro e facendo moderatamente casino (Que Dios te maldiga mi corazon), o se parti con una batteria che lascia presagire scenari anni 80 e lasci tutti con un palmo di naso innestandoci subito un cantato tarantolato (No case gain), perché quello che farebbe un artista pop è dare alla gente ciò che si aspetta mentre per Cedric e Omar (che qui riformano in parte la vecchia banda, portando sul carrozzone la bassista Eva Gardner, il tastierista Marcel Rodriguez-López e il batterista Willy Rodriguez Quinones) il massimo del compromesso è cercare di risultare accessibili autolimitandosi.

Ci sono sprazzi della gloria passata nei quattordici brani di The Mars Volta, lampi di fantasia che emergono dall’andatura frammentata e dalle svisate chitarristiche di Flash burns from flashbacks, dagli arrangiamenti sempre ricercati che nel finale lasciano spazio a strutture più complesse (Tourmaline, Equus 3 e The requisition sono un gran bel trittico), ma i Mars Volta del 2022 cercano di inscatolare queste suggestioni in un minutaggio da airplay radiofonico (sforano oltre i quattro minuti solo in due occasioni, e di pochi secondi) che finisce per lasciare molti brani indecisi sulla strada da prendere. Ascoltate Graveyard love, con quel suo utilizzo cupo dell’elettronica che si avvale però di un ritmo coinvolgente: ci si aspetterebbe uno sviluppo a un certo punto, invece nel momento del lancio il brano finisce troncato di netto. Questo difetto è disseminato in molti canzoni del disco, in maniera più o meno evidente, quasi che la band avesse paura che lasciandosi prendere la mano potesse tornare a cazzeggiare per delle ore: meglio porre un freno prima che sia troppo tardi allora perché qui si deve essere concreti, anche se questo impedisce a brani come la bella e malinconica Blank condolences di spiccare il volo, anche se spesso l’idea di pop che emerge è stabilizzarsi su una struttura il più possibile simile a quella strofa-ritornello ammazzando le dinamiche per apparire solari o delicati (la già citata Vigil e Cerulea).

La cosa strana, dopo questo commento non esattamente entusiasta, è dover ammettere che The Mars Volta è un disco piacevole. Non è una delusione cocente come lo fu il primo e unico disco degli At The Drive-In post-reunion, che perdeva per strada tutta l’energia dimostrata negli anni 90, non è nemmeno il ritorno in grande stile di una band che comunque in grande stile aveva lasciato (Noctourniquet a me piacque un sacco, anche perché Rodriguez-López fece un passo indietro e i brani soffrivano meno della sua spasmodica voglia di spippolare con la chitarra quando cavolo gli pareva e piaceva), bensì l’album onesto di un gruppo che cerca di rielaborare il proprio passato musicale in una maniera fruibile da un pubblico più ampio, senza mutare eccessivamente il proprio suono e ricordando qua e là che la classe c’è ancora. Auguriamoci che il dinamico duo sciolga giusto un poco le briglie in futuro, perché nelle evoluzioni abortite sul nascere c’è tanto potenziale inespresso, e nel frattempo godiamoci questa svolta pop che pop non è: poteva andare molto peggio, poteva essere senz’anima come uno degli ultimi dischi dei Muse.

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Racconto in musica 112: L’uomo nero (Battles – Leyendecker)

Ho questo ricordo. Potrebbe essere un falso ricordo, potrebbero cambiare gli orari segnalati, ma così è come mi è rimasto in mente. È il 2007, sto guardando Mtv e la fascia oraria è quella preserale. Viene annunciato il video di una band nuova, lo pompano abbastanza e questo mi incuriosisce parecchio. Quando parte la canzone (Atlas) vedo quattro musicisti in una stanza fatta di specchi che suonano un ritmo ossessivo, il cantato modificato elettronicamente. La canzone finisce, io rimango perplesso: non l’ho capita, non mi ha preso. Succede.

Quello è stato il mio primo approccio con i Battles. Quel che mi fa strano a ripensarci, e che mi fa venire il dubbio che le cose non siano andate proprio così, è che fra le sette e le otto di sera Mtv possa aver passato con un certo entusiasmo il primo singolo di una band math rock matta da legare. Mtv era diversa, allora? Un altro mondo era possibile, e l’ho lasciato sfuggire malcagando quel video? O forse confondo le otto di sera con mezzanotte passata, l’orario in cui normalmente veniva relegato ciò che le masse rifiutavano a priori? Se anche voi siete stat3 partecip3 di questa allucinazione scrivetemi, intanto io faccio ammenda e vi parlo un po’ di quella band che ai tempi non capii (beata ignoranza).

Wikipedia parla della band come di un supergruppo, termine che non sono abituato ad associare a gente che arriva dall’underground ma che in effetti ci sta. Dopotutto Ian Williams (chitarra e tastiere) si è fatto più di dieci anni a sperimentare con band seminali come Storm & Stress e Don Caballero, John Stainer (batteria) è stato il primo batterista degli Helmet e ha seguito un certo Mike Patton in uno dei sui tanti progetti deliranti, i Tomahawk, Tyondai Braxton (chitarra, tastiere e voce) oltre a essere figlio d’arte di un famoso jazzista aveva già un disco solista pubblicato e David Konopka… Ok, lui è quello su cui so di meno visto che dei Lynx fatico a trovare informazioni (google mi suggerisce una band soul britannica degli anni 80: non penso proprio). Com’è come non è i quattro fanno fronte comune nel 2002 e, alla faccia del supergruppo, buttano fuori un paio di Ep per label talmente indipendenti che manco le avevo mai sentite nominare (EP C per la Monitor e B EP per la Dim Mak Records, entrambi nel 2004), prove discografiche che saranno poi riunite in un unico disco quando i Battles fanno il salto e si accasano, nel 2006, con una delle label indipendenti più affezionata alla sperimentazione, soprattutto elettronica: la britannica Warp (ecco due esempi del loro roster). Il primo parto creativo sotto la nuova etichetta è Mirrored (2007), un concentrato di follia contagiosa che ti fa venire voglia di saltare anche se non riesci a capire esattamente su che ritmo lo stai facendo, che alterna cupezze ossessive a suoni che non riesco a definire in maniera diversa da “giocattolosi”, il tutto con Braxton che ci canta e vocalizza sopra con la voce spesso modificata all’estremo e SEMPRE sopra le righe. Ai tempi ero sordo, ora ci sento e me lo godo.

Basta però un album alla superband per cominciare a perdere i pezzi. Quando nel 2011 esce Gloss drop Braxton ha appena lasciato per concentrarsi sulla sua carriera solista, perché ha già troppe date su cui concentrarsi, perché ha un gomito che fa contatto col ginocchio… Insomma, durante la produzione dell’album ci sono stati degli scazzi, nessuno era soddisfatto del risultato e così Williams, Konopka e Stainer riscrivono tutto in quattro mesi togliendo quelle che Stainer definì alla BBC “ridicolous, terrible vocals” per sostituirle con ospitate di un certo livello (fra le altre Kazu Makino dei Blonde Redhead e Gary Numan): il risultato è ancora matto al punto giusto, sempre in bilico fra il divertito e il cerebralmente ossessivo con estremi da una parte (il primo singolo Ice cream, con la voce di Matias Aguayo) e dall’altra (Inchworm). Fra febbraio e aprile 2012 la band fa uscire quattro Ep, una serie intitolata Dross glop in cui le canzoni dell’album vengono stravolte in versione dance da vari artisti, giusto per non farsi mancare niente.

Bisogna aspettare il 2015 per La Di Da Di, il terzo album di quello che ora è ufficialmente un trio. Questa volta niente voci sostitutive, si bada al sodo e i Battles pubblicano un disco completamente strumentale (Konopka dichiara che, dal suo punto di vista, la voce è un quarto strumento totalmente insignificante nel loro progetto, perché nessuno di loro ha qualcosa da dire e non sono capaci veramente di cantare), il che non sminuisce il loro carico di fantasia compositiva. Williams e Stainer però devono ripensarci a quella questione delle voci, perché quando Konopka lascia la band nel 2018 loro tornano a sperimentare l’effetto che fa la voce sulle loro ritmiche deliranti: Juice B crypts (2019), ad oggi l’ultimo album di quello che si è ormai ridotto a un duo, ospita ad esempio un certo Jon Anderson degli Yes, autopropostosi per una collaborazione (inizialmente per suonare la batteria, te pensa), e non perde niente di quell’alchimia che ha reso unico il loro suono. Quest’estate sono passati da Milano e io, vai a capire perché, me li sono persi: sono passati quindici anni dal 2007, ma io confermo di non capire un cazzo.

Quando ho ascoltato per la prima volta Leyendecker, la quinta traccia di Mirrored, il pensiero mi è subito corso a un vecchio racconto di Stephen King intitolato The boogeyman, la storia di un uomo che ha appena perso un figlio e che rivela ad uno psichiatra l’inquietante storia che si cela dietro la morte. Ho rielaborato queste suggestioni lasciandomi trasportare dalle note della band, sottilmente inquietato dal mugolio distorto di Braxton che immaginavo provenire da un armadio socchiuso, di notte… Potete leggere il racconto subito dopo la canzone da cui è tratto, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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L’uomo nero

Non devi avere paura dell’uomo nero. Questo è stato il tuo primo insegnamento padre, e io ho ti subito dato ascolto. Anche quando mamma ha detto che te n’eri andato io continuavo a scrutare il buio, senza temere mostri ma cercando un segno dove gli altri vedevano solo terreno fertile per gli incubi. E laggiù ti trovavo.

Lo dicevo, ai miei amici, che nel buio non c’era niente da temere. Quando mi confidavano timorosi le loro notti insonni io pensavo alla tua voce, alle rassicurazioni che mi mandavi dalla soglia dell’armadio. Mi addormentavo cullato dal suono calmo della tua voce, e con la stessa pacatezza cercavo di convincerli a dormire sonni tranquilli. Invano. La paura li attanagliava e questo sanciva una distanza fra me e loro, una differenza che me li faceva sentire lontani anche quando eravamo vicini. Per tutta l’infanzia ebbi compagni, ma non amici.

A che mi servivano? Prima di addormentarmi tu mi insegnavi tutto quello che c’era da sapere, eri l’unica voce di cui avessi bisogno. Ma più crescevo più la tua voce si faceva flebile, arrivando prima al sospiro e poi a qualcosa di simile al gemito. Infine, non ti sentii più. La mia adolescenza fu più simile a quella dei ragazzi che mi stavano attorno: confusa, dolorosa, a volte atroce. Per superarla dovetti adattarmi, seguire le indicazioni di mia madre. La donna che avevi abbandonato mi insegnò la via della normalità, perché senza la tua guida non riuscivo più a sentirmi speciale, migliore.

Finii la scuola. Cercai un lavoro. Credetti di trovare degli amici, e alcuni non si rivelarono tali. Mi innamorai di una donna e pensai di poter costruire una vita con lei, ma non era quella giusta. Mi innamorai di nuovo, ma non ero io quello giusto. Inseguii un sogno di conformità che sentivo mio e mi era estraneo, finché non misi su famiglia con una compagna abbastanza perspicace da capire che il nostro amore bastava solo per accontentarsi l’una dell’altro. Poteva bastare.

Ebbi un figlio con lei. La gioia della paternità mi avvolse come un bozzolo mentre le grida di mia moglie venivano coperte dalle sue, emerso dalle oscurità del corpo. Allora capii, mentre lo stringevo fra le braccia per la prima volta: tutto ciò che avevo fatto, tutto ciò che avevo vissuto, tutto era servito a farmi arrivare a quel momento.

Si può temere solo ciò che non si è, e i nostri legami con la materia della notte sono stretti. Il giorno in cui sono diventato padre ho capito perché non dovevo avere paura. Guardai la soglia che divideva l’anta dell’armadio dallo spazio che mi stavi lasciando, padre, e quando sentii che quell’antro era libero entrai a prendere il mio posto. Il nostro posto.

Ora è qui che devo stare. Ma ci sarò sempre per darti la buonanotte, figlio mio, almeno fino a quando dovrai fare a meno di me. Veglierò ogni notte finché non chiuderai gli occhi, prima di andare a trovare i bambini meno fortunati di te.

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Il caso Moro raccontato senza parole: Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo di Blak Saagan

Un annetto e mezzo fa mi è capitato di vedere un film che mi ha sorpreso. Si chiama Historia de lo oculto, è del regista argentino Cristian Ponce e ne ho parlato già qui: è una pellicola horror atipica, incentrata su un gruppo di giornalisti che cerca di mandare in onda le prove che il governo è assoggettato da una congrega di stregoni, ma quello che colpisce è il modo in cui sottotraccia parla di tutt’altro (dei figli perduti dei desaparecidos nello specifico). Ricordo quanto mi ha colpito accorgermi all’improvviso che ciò che stavo guardando aveva una chiave di lettura ulteriore, una sensazione che ho riprovato di recente con un disco: quel disco è Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo del musicista veneziano Samuele Gottardello aka Blak Saagan.

Una storia sempre d’attualità

Ci sono svariati eventi accaduti durante i cosiddetti anni di piombo che ancora oggi vengono evocati spesso e volentieri. Il periodo fra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 80 è stato contrassegnato da stragi di stato, terrorismo, violenza armata dilagante e chi più ne ha più ne metta, episodi che per fortuna non ho vissuto in prima persona e che a scuola, figuriamoci, non sono mai stati toccati nemmeno di striscio, ché i miei libri di storia dopo la seconda guerra mondiale facevano un pastrocchio unico ultrasuccinto che tanto dai, da quand’è che la storia recente è importante? Ci hanno pensato altri media a darmi delle basi attraverso cui espandere la mia conoscenza di quel periodo, e fra tutte le cose successe una in particolare mi ha sempre colpito particolarmente: il rapimento e il susseguente omicidio del Presidente della Democrazia Cristiana ed ex Presidente del Consiglio Aldo Moro.

È una di quelle storie che continuano a ispirare analisi e opere a distanza di anni, basti pensare che nel 2022 è uscito il film Esterno notte di Marco Bellocchio (che torna sul “luogo del misfatto” dopo Buongiorno, notte del 2003) e in maniera tangenziale ne ha parlato anche un podcast de Il post. Una vicenda che ha ancora molti punti oscuri, in cui sono state tirati in ballo anche rituali esoterici: una vicenda che Blak Saagan ha deciso di prendere come sfondo per il suo secondo disco, uscito nel giugno 2021 per le etichette Maple Death Records (che aveva già pubblicato il precedente A personal voyage) e la svizzera Kakakids.

Il modo in cui sono arrivato a questo disco è tortuoso e casuale. Il suo nome mi è capitato davanti mentre consultavo la line up dello splendido festival Libera la festa di Osio Sopra (a cui non sono andato, shame on me), mi ha incuriosito abbastanza da decidere di ascoltarlo e così, con i tempi lenti che di solito intercorrono fra una mia decisione e la sua realizzazione, un paio di mesi dopo ho ascoltato Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo con solo una vaga idea del genere, nessuna idea di quando fosse uscito (fino ad oggi pensavo fosse del 2022) e ignorando che fosse una sorta di concept album sul caso Moro (e qui la colpa è mia, visto che il titolo riprende l’ultima lettera di Moro alla moglie): il dubbio mi è sorto arrivato alla traccia sei, Ore 9: attacco al cuore dello stato, provocandomi quella sensazione di stupore di cui parlavo nell’introduzione. Perché, come per Historia de lo oculto, il disco di Blak Saagan riesce a fondere una spiccata vena autoriale con un quid storico che gli dà una forza ancora maggiore.

Dagli anni settanta col terrore

Il disco è formato da tredici tracce strumentali che spaziano dal kraut rock alla new wave passando per la musica ambient, toccando insomma un po’ tutte le derivazioni elettroniche degli anni 70. La scelta acuisce l’impressione di trovarsi di fronte a un’ideale “colonna sonora” della vicenda, pur senza risultare una copia di stilemi del passato o, men che meno, un semplice esercizio di stile: Gottardello alterna synth angelici (Convergenze parallele, La trattativa – La speranza, Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo) e riff ossessivi (Saltano le pecorelle, Dentro la prigione del popolo), sfocia nell’inquietudine (L’uomo incappucciato) per poi virare verso energiche ventate new wave (Achtung! Achtung!), riuscendo ogni volta a trovare il mood giusto per accompagnare gli eventi che hanno costellato la tragica epopea di Moro.

La varietà è sicuramente uno dei punti di forza del disco, ma a rendere la scommessa vincente sono altri due fattori: un’incredibile attenzione al dettaglio e un approccio “modulare” alla composizione. Ci si può rendere conto del primo già ascoltando la seconda traccia, Scuola Hyperion, densa di suoni in sottofondo che sembrano opzionali ma che risultano essenziali per creare l’atmosfera ipnotica e vagamente minacciosa del brano; il secondo fattore, invece, esplode particolarmente nelle tracce più lunghe, ad esempio Aperitivo al Bar Olivetti e la già citata Dentro la prigione del popolo, in cui con dinamiche diverse Gottardello si diverte ad affastellare suoni in un continuo gioco al rialzo, arrivando nel primo caso ad un semi-ribaltamento delle dinamiche scarne e perturbanti con cui parte il brano, e nel secondo caso a un’evoluzione camaleontica dello stesso tema (e al suo seppellimento sotto un mare di synth nel finale) che mi ha ricordato le dinamiche di scrittura dei brani dei Fuck Buttons (un duo che non smetterò mai di consigliarvi).

La conclusione del viaggio con la title track distende gli animi, concentrandosi non sulla triste realtà ma su quella luce evocata dalla frase scritta da un Moro ormai certo della condanna a morte. Mi sono chiesto se avesse senso parlare di un disco a più di un anno dalla sua uscita, ma una simile cura (evidenziata anche dalla cover, ad opera di Zona Luce) merita la possibilità di sorprendere qualcun altro oltre a me: quindi ascoltatevelo, siatene attratti o respinti ma dategli un’occasione di mostrarvi la Storia in una maniera inedita e affascinante.

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Racconto in musica 111: Re dei granchi (Saito & Lester, Nowhere – Glidin’ along)

Venerdì prossimo dovrò andare a vedere un concerto di Marracash, uno di quei concerti perennemente rimandati causa pandemia. “Aaaaaaah, Tremila Battute si vende alla musica commerciale!”, sento già sussurrare la folla oceanica che segue queste pagine: in realtà no, il concerto mi è stato proposto dalla mia fidanzata e contando che la trascino a vedere di tutto chi sono io per dirle di no? Contando che, oltretutto, non si ha abbastanza tempo per ascoltare qualsiasi cosa (o forse si potrebbe averlo e manca abbastanza voglia e apertura mentale), e io ho di rap/hip hop/trap/qualsiasi sottogenere vogliate trovare sono piuttosto a digiuno. “Sì vabbe’”, sento di nuovo sussurrare la folla oceanica, “questo vuole approfondire ‘sti generi e va a vedere Marracash” ma che ci volete fare, io vado in direzione ostinata e a cazzo e quel che riesco a trovare sulla mia strada approfondisco: ben venga allora che, totalmente a caso, proprio questa settimana tornano i racconti, torna Antonio Vangone e mi porta in dono un duo di producer e beat maker, Saito e Lester, Nowhere.

Qualcuno di voi si ricorderà di Antonio per il suo racconto dedicato alla band L’Orso (lo trovate qui). Scovato in quel fantastico luogo di breve perdizione (ché i racconti sono lunghi massimo 1500 battute) chiamato multiperso, dove il nostro ha proposto recentemente altre quattro microfinzioni (l’ultima, guarda un po’, uscita proprio oggi), Antonio continua a produrre belle cose con la sua penna/tastiera: presto potrete leggerlo su volume fisico nell’antologia del multiperso, in uscita in autunno, e più avanti su un volume in proprio per la collana glossa di piédimosca edizioni.

Che dire invece di Saito e Lester, Nowhere, vista la mia conclamata ignoranza in materia? Partiamo col dire che sono due beatmaker di Prato, fulminati in tempi diversi sulla via del chill-hop (alcuni dischi di Saito sono tributi a Nujabes, dj e produttore giapponese purtroppo deceduto nel 2010 che è stato definito il padrino del genere e che, fra le altre cose, ha partecipato alla colonna sonora di quel gran bel pezzo di anime che è Samurai Champloo), del boombap e del lofi hip-hop, che nel 2015 scoprono di abitare letteralmente a due minuti a piedi di distanza l’uno dall’altro (come raccontano in questa intervista su La casa del rap, da cui ho saccheggiato molto del materiale di questo articolo) e decidono perciò di collaborare. Il primo risultato di questo lavoro a quattro mani è Groove marauders nel 2017, tredici brani fitti di collaborazioni con altri beatmaker e rapper della scena, nazionali e internazionali (molte collaborazioni si sono sviluppate tramite soundcloud, permettendo ai due di raggiungere nomi come l’angolano Ntourage o il giapponese Minthaze) la cui caratteristica principale è il groove caldo, rilassante e galvanizzante al tempo stesso. Saito e Lester, Nowhere accolgono l’ascoltatore in un’atmosfera retrò piena di fantasia compositiva, e siccome i beat sembrano uscirgli dalle orecchie persino nel sonno passa solo un anno prima delle loro nuove collaborazioni: Glidin’ along esce a gennaio del 2018 e contiene venti brani spesso sotto i due minuti di durata, beat che confermano l’abilità del duo nel mischiare campioni che vanno dal jazz alle suggestioni orientali, Groove marauders 2 esce invece a settembre ispirato, come scrivono sul profilo bandcamp di Saito, “dalla Chinatown di Prato e dalle strade vuote della città durante l’estate”. Questi album sono stati le ultime collaborazioni fra i due, che continuano a mischiare beat e influenze singolarmente e con elevata prolificità (in alto ho linkato i loro profili bandcamp, ma vi conviene seguirli anche su spotify e sui loro profili social per essere aggiornati su quel che combinano), ma chissà che il futuro non ci riservi qualche sorpresa…

Cosa abbia portato Antonio a immaginare un granchio gigante immerso in uno scenario vagamente postatomico sulle note di Glidin’ along sinceramente lo ignoro: forse lo zampettio dei piccoli granchi che porta sul suo guscio ricorda i beat leggeri del brano, forse semplicemente è bello farsi trasportare altrove dalla musica e ritrovarsi dove non ci si sarebbe mai aspettati di arrivare. Potete approfondire il rapporto fra la voce narrante e il Re dei granchi più in basso, subito dopo il brano che ha ispirato il racconto: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Re dei granchi, di Antonio Vangone

Il re dei granchi cammina tronfio tra le rovine della città. Lo vedo arrivare ogni mattina, mi affaccio dalla finestra della cucina e lui è lì. Mi piace osservarlo mentre faccio colazione, accendo il gas sotto la moka e lui è chino su un cumulo di macerie, prendo i cereali dalla dispensa e lui rovista tra i rifiuti con le sue enormi chele, strappa le parietarie dal cemento e se le porta alla bocca modulare mentre io mastico le mie barchette al cioccolato. Lo aspetto.

La cosa che più mi piace di lui è che si porta sulla schiena tanti altri granchi, alcuni larghi come piatti per la pizza, altri più piccoli del mio pollice. Scivolano sul suo guscio producendo un suono magnifico che ho imparato ad associare alla serenità del primo mattino. Sembra quasi che giochino allegri; so che in realtà lottano, si litigano il cibo che schizza dalle fauci del loro sovrano, si divorano tra loro. Però sono carini, scatto loro foto zoomate storte con il cellulare, fanno un bel suono con le loro zampette, con i loro gusci che scivolano sul guscio del re, lo percuotono, lo graffiano.

La cosa che meno mi piace di lui è lo sguardo vorace che mi rivolge quando nota la mia presenza, anche se è ingiusto parlare di sguardo: i suoi occhi sono neri e vacui: lucidi come specchi: ballano su e giù: non hanno nulla da comunicare, tranne la completa, fugace attenzione del potere assoluto, imbattuto. Lo guardo di rimando, dalla mia finestra al primo piano; penso che forse potrebbe riuscire ad arrampicarsi fin qui, pensa che forse potrebbe riuscire ad arrampicarsi fin qui. Mi accendo una sigaretta. Sogno di mangiarlo, sogna di mangiarmi. Nel frattempo, ci facciamo compagnia.

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Una piccola critica a Nope attraverso l’utilizzo di Shyamalan e degli anime dello Studio Trigger

Fra un regista che fa cose che mi piaciucchiano ma di cui mi aspetto già l’andamento e uno che fa cose da cui non so cosa aspettarmi, due volte su tre sceglierò il secondo: ecco perché ogni volta che esce un film di Jordan Peele me lo recupero quasi subito.

“Eri grande in Big Mouth!” (semi-cit.)

Get out fu un esordio col botto, con tanto di nomination agli Oscar e elezione d’ufficio nel pantheon dei futuri innovatori del cinema horror: me lo andai a vedere al cinema e, al di là della genialità del canovaccio e della sua attualità, mi convinse poco col suo esagerato mix di generi (magari faccio caso a parte, non avevo apprezzato manco Kill Bill per lo stesso motivo). Apprezzai molto di più Us, anche se per quello non gli sganciai soldi in sala: seguii le vicende della famiglia Wilson e dei loro doppi su un volo diretto negli Stati Uniti, gustandomi la prestazione fantastica e inquietante di Lupita Nyong’o (i film me li guardo quasi sempre doppiati, ma questo vi consiglio assolutamente di vederlo in lingua originale per apprezzare il suo lavoro sulla voce) e trovando molto interessante l’analisi sociologica che fa da sfondo alla vicenda. Quindi Nope sono andato a vederlo appena tornato dalle vacanze? Yep.

Il contagioso entusiasmo di Daniel Kaluuya

Di che parla in nuovo film di Jordan Peele? Di una famiglia di allevatori di cavalli per il cinema, una lunga tradizione messa in crisi dal green screen, la morte del patriarca e… Da qualcosa che si aggira per i cieli sopra il ranch. E cosa fai quando hai qualcosa di misterioso e potenzialmente pericoloso sopra la tua testa? Cerchi di filmarlo per farci i soldi, ovviamente.

Nope è un animale strano e, da tradizione Peeliana (se si può già parlare di tradizione al terzo film), parla di un sacco di cose e va in direzioni che non ti aspetti. Su tutto ciò di cui parla in sottotraccia, abbozzando temi e possibili analogie, preferisco lasciar parlare Xena Rowlands de I 400 calci, sulle direzioni inaspettate della trama cercherò di approfondire io col rischio di incorrere in qualche SPOILER (scritto così dovrebbe mettervi abbastanza in allarme).

Il film è fondamentalmente una caccia, in cui cacciatore e preda si danno spesso e volentieri il cambio. Non ti aspetti quel che succede finché non succede perché non ci sono particolari avvisaglie del pericolo finché questo non si presenta come tale, il che è buono e giusto contando che OJ (Daniel Kaluuya, efficacissimo nella sua ombrosità) e Emerald (Keke Palmer) si ritrovano ad avere a che fare con una creatura di un altro mondo il cui comportamento, proprio per questo, è imprevedibile. È però anche un film che, man mano che procede, vuol mettere in scena uno spettacolo sempre più grandioso, aggiungendo personaggi alla “battuta di caccia” (l’annoiato commesso Angel, interpretato da Brandon Perea, lo scontroso regista Antiers Holst interpretato da Michael Wincott) e sacrificandone altri per aggiungere carne al fuoco (il proprietario del parco divertimenti a tema western Ricky Park, uno stralunato Steven Yeun che per me sarà sempre il Glen di The walking dead), ma soprattutto modificando le regole del gioco a uso e consumo della propria visione. In questa ansia di esagerazione, e nella volontà di fissare regole che valgono “perché sì”, stanno a mio parere i due principali difetti di Nope, perché se vuoi sbroccare dovresti prendere esempio dai migliori e se vuoi fissare regole arbitrarie non dovresti prendere esempio dai peggiori.

Ecco perché ora vi presento lo Studio Trigger.

Di cieli sfondati e vestiti animati

Sopra e sotto: tamarraggine entusiasta all’ennesima potenza

Trigger è il nome di uno studio di animazione creato da alcuni transfughi del celeberrimo Studio Gainax (quello fondato da Hideaki Anno e creatore di Neon Genesis Evangelion, qualcosa di cui magari avete sentito parlare anche senza essere cultori dell’animazione giapponese). Fra le loro molteplici opere io ne ho viste un paio, ovvero Sfondamento dei cieli Gurren Lagann, realizzato nel 2007 ancora sotto Gainax, e Kill la kill, realizzato in proprio nel 2013: in comune i due anime hanno molto, dal fatto che il tuo nemico possa diventare il tuo alleato subito dopo al concetto di amicizia e fedeltà ancorato in profondità nel cuore dei personaggi, ma questi non sarebbero tratti così distintivi se non ci fosse un livello di esagerazione e tamarraggine portato così in là da far sembrare i Super Sayan di Dragon Ball dei bulletti da discoteca (cosa a cui li ho sempre associati).

L’espressione di Broly di fronte all’esagerazione negli anime dello Studio Trigger

Senza stare a farvi un riassunto delle trame dei due anime, che se no facciamo notte, sappiate che Gurren Lagann parte con il protagonista che trova un robottino nelle viscere della terra e finisce con lo stesso robottino che è diventato grosso come una costellazione (o forse usa le costellazioni come arma, scusate l’ho visto un po’ di anni fa); Kill la kill, invece, parte con una ragazzina che arriva in un Istituto studentesco per vendicare la morte del padre e finisce con una battaglia per la terra combattuta fuori dall’atmosfera. L’esagerazione è una costante di entrambe le serie, una caratteristica con cui devi scendere a patti fin dall’inizio fra personaggi le cui dimensioni dipendono dal grado di aggressività che hanno in quel momento, combattimenti che sfasciano città intere e poteri che funzionano “perché sì” (memorabile la prima “fusione” del Gurren Lagann), senza uno straccio di spiegazione che non sia “la loro volontà è talmente forte che ovviamente sono riusciti a farlo”… Ed è una giustificazione che ti devi dare da solo, perché nessuno ha tempo di fermarsi a spiegartelo. Eppure tutto funziona magnificamente, perché l’entusiasmo con cui i creatori procedono senza sentire il bisogno di parlare di livelli e potere (sì, Dragon Ball, ce l’ho ancora con te) è contagioso e ti porta a meravigliarti per ogni nuova invenzione, per ogni cosa totalmente improbabile che la trama infila (in Kill la kill i buoni sono dei nudisti!) con il solo intento di correre più velocemente e più rumorosamente possibile verso il finale, caratterizzando i personaggi in maniera che quei pochi tratti distintivi bastino a farteli amare e ricordare.

Nope nel finale cerca l’esagerazione, ovviamente senza neanche provare ad avvicinarsi ai livelli dello Studio Trigger, ma non è la sua natura. Sembra che all’improvviso inizi un secondo film, uno che non ti aspettavi ma che forse neanche il regista si aspettava di portare lì (SPOILER: dove gli Ufo si pappano la gente insomma), e che basa il suo andamento su una regola che è fondamentale e la cui efficacia è direttamente proporzionale alla nostra voglia di crederci (aka “sospensione dell’incredulità”).

Quanto avete amato gli Shyamalan twist?

L’acqua ci fa male, andiamo a conquistare un pianeta fatto principalmente d’acqua

Tanto vale tutto

A me Signs è piaciuto. I primi film di M. Night. Shyalaman mi sono piaciuti tutti, anche se Il sesto senso l’ho visto sapendo già come finiva, anche se The village svoltava pesantemente a metà e ti ritrovavi a guardare non dico un altro film, ma un qualcosa di molto diverso da quel che ti aspettavi (e l’ho già scritto sopra che preferisco uno che sa sorprendermi a uno che mi porta verso un bellissimo posto che conosco già). Il regista indiano si è però guadagnato lo stigma di autore che ribalta tutto in un sol colpo, lo Shyamalan twist appunto, e in Signs questo ribaltamento è la cosa che rischia di far affondare un film che fino a quel punto era riuscito a mantenere alta la tensione con una buona prova attoriale e un punto di vista inedito per un film di invasioni extraterrestri: perché gli alieni del film, che si sono fatti chissà quanti anni luce di strada per arrivare fino a noi, si accorgono alla prima pioggia di essere allergici all’acqua. In un pianeta formato al 70% circa d’acqua. Controllare prima?

Jordan Peele basa tutto il secondo atto del suo film su qualcosa di simile ad uno Shyamalan twist al quadrato: la creatura assume contorni molto diversi da quelli che pensavamo e i protagonisti imparano qualcosa su di lei senza che ci sia un motivo logico per cui quella cosa dovrebbe funzionare. La cavalcata finale (in tutti i sensi) è tanto entusiasmante quanto siete disposti a dare credito alle fondamenta barcollanti su cui si basa la tattica dei protagonisti, un patto con gli spettatori che non arriva alla sospensione dell’incredulità necessaria per credere a una razza aliena che non si è informata sulle caratteristiche morfologiche del pianeta che vogliono conquistare, ma che pregiudica comunque il piacere della visione a chi non riesce a sottostare a quel patto.

È quindi un brutto film Nope? No, ma se non siete convinti amanti di Peele forse vi conviene aspettare di recuperarlo da qualche altra parte (che poi arrivo a un mese dalla prima proiezione a parlarvene, ancora un po’ e lo tolgono). È probabilmente la sua pellicola più confusa, quella in cui il numero di cose che voleva fare era maggiore di quello che era in grado di gestire… Ma ben vengano registi che ci provano, ché io il prossimo film vado a vederglielo ancora.

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Racconto in musica 110: Dettagli (Inude – Hudea)

Ci sono attori le cui carriere hanno alti e bassi, e non sempre gli alti corrispondono ai momenti di maggior successo. Per esempio, prendete Keanu Reeves. L’attore canadese (eh sì, non lo sapevo manco io che era canadese) fra l’inizio degli anni 90 e i primi anni 2000 ha spaziato attraverso i generi azzeccando una serie di film impressionante: Point break, Piccolo Buddha, Dracula, Speed, L’avvocato del diavolo, Johnny Mnemonic, Matrix, non tutti per forza dipendenti dalle sue capacità (ricordo critiche che lo dipingevano come un attore inespressivo) ma oh, se lo volevano alcuni dei più grandi registi un motivo doveva esserci. Poi sono arrivati i sequel di Matrix (su cui io stendo volentieri un velo pietoso), i primi flop, le nomination ai Razzie Award e Constantine, la ciliegina sulla torta di una fase che sembra chiudere per Reeves le porte del cinema dei grossi budget, complice anche il ruolo di protagonista in quel capolavoro intitolato A scanner darkly in cui sembravano riuniti buona parte degli ex divi sulla cresta dell’onda (tipo Robert Downey Jr. e Winona Ryder, che in tempi diversi sono ritornati al top con un dito medio alzato verso chi ne aveva annunciato la fine). Ma Keanu Reeves, che qualcuno sospetta far parte di una schiera di immortali che conta fra i membri anche Morgan Freeman, rinasce come attore che fa il cazzo che gli pare: soprattutto dopo il 2014 comincia a illuminare la scena in piccole parti che spesso sono una delle cose migliori dei film a cui partecipa (il leader spirituale semi-pappone di The bad batch, il rozzo gestore di motel di The neon demon) e fa capire al mondo quanti casini possono nascere se ammazzi il cane della persona sbagliata con la trilogia di John Wick, saga action in cui brilla per carisma e capacità atletiche. Oggi Reeves mi piace immaginarlo un po’ come Bill Murray, uno che quando non ha voglia di lavorare spegne il telefono e quando lo riaccende c’è qualcuno che gli propone Matrix Resurrection: bella la vita, se sei Keanu Reeves.

Ma perché tutta sta premessa? Non dovremmo essere qui a parlare di Elena Soprano e del suo racconto ispirato a una canzone degli Inude? Il legame c’è, fidatevi…

Elena da queste parti è già stata gradita ospite, portando in dono un suo racconto ispirato alla musica di Steve Reich. Scrittrice poliedrica dalla lunghissima carriera che non fa distinzioni fra racconti, romanzi per adulti e romanzi per ragazzi, Elena con questo racconto mostra un amore per il teatro che già emergeva nella sua precedente storia. Dobbiamo aspettarci presto una sua svolta di carriera sul palco? Non ci è dato saperlo, ma chissà…

Quando Keanu Reeves inizia a vestire i panni di John Wick inizia anche la carriera degli Inude. È il 2014 infatti l’anno in cui Giacomo Greco (voce, synth e batteria elettronica), Flavio Paglialunga (chitarra, synth, voce e programming) e Francesco Bove (tecnico del suono e dubmaster), musicisti pugliesi che hanno già collaborato in precedenza, decidono di mettere in piedi un progetto che unisca elettronica e pop con un respiro internazionale: non una delle operazioni più semplici, ma già il primo Ep autoprodotto Love is in the eyes of the animals (2016) dimostra che il trio pugliese sa quello che fa e ha una spiccata capacità di coniugare ritmo, melodia e originalità in maniera simile agli /handlogic (ricordate? Ve ne avevo parlato qui e qui). Altra impresa difficile è quella di saper portare sul palco la stessa energia del disco, ma anche qui gli Inude dimostrano di sapere il fatto loro calcando palchi italiani ed europei senza alcun timore reverenziale, arrivando a suonare per più di 80 date e al fianco di artisti del calibro dei Moderat. Su di loro punta gli occhi l’etichetta Oyez!, che nel dicembre 2019 pubblica il primo disco della band: Clara Tesla esprime il lato più melodico e “atmosferico” del trio, fra tappeti di synth sognanti che placano lo spirito lasciando il piede a battere il tempo senza quasi accorgersene. Nel 2020 c’è un nuovo cambio di etichetta e gli Inude entrano a far parte del roster della Factory Flaws, per la quale ad aprile di quest’anno pubblicano Primavera, un disco che mostra l’ennesima evoluzione del trio in pochissimo tempo: i sette brani dell’album brillano per varietà, passando agevolmente dalle suggestioni soul di We share alla delicatezza ariosa di There is no way out, e lo spettro sonoro si allarga a suoni più decisi e strutture che, non fosse per la durata piuttosto breve, in Ok, it’s monday e Noisy floor, silent room (di cui vi consiglio la visione dello splendido video, estratto dal cortometraggio Photograph of me) avvicinano gli Inude al post-rock. La band è in giro per concerti (vivaiddio i concerti!), vedete di non perderveli.

E qui è dove si scopre perché ho fatto tutto quel preambolo sulla carriera di Keanu Reeves: l’attore è infatti a suo modo protagonista del racconto che Elena ha ideato ispirandosi a Hudea, il brano che apre il primo Ep degli Inude, una storia che ha a che fare con una pièce teatrale molto particolare ambientata in un futuro prossimo in cui Matrix è arrivato alla sua ottava incarnazione. I dettagli li lascio scoprire a voi, Tremila Battute intanto si prende un breve periodo di pausa ma vi aspetta a settembre con nuove band e nuovi narratori: intanto, come al solito, buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Dettagli, di Elena Soprano

La pièce si intitolava Dettagli e non era stato facile trovare chi interpretasse un Keanu Reeves anziano che voleva riprendersi l’anima della recitazione, svincolata da fama e ruolo, dopo il Matrix n. 8. Parole “trappole di significati” incapaci di catturare la reale intenzione delle cose: la regista si innamorò subito di questo testo sulle barriere del linguaggio e concepì una regia come improvvisazione interattiva. Gli spettatori digitando un vocabolo su una tastiera lanciavano un input a un software che, dopo aver associato lettere di 30 alfabeti e 4000 lingue a numeri, elaborava e proiettava sulla parete dei punti: uniti da una luce laser davano vita a una forma/non forma, una sorta di costellazione simbolo di un nuovo senso del termine. L’attore, indossando una maschera col volto di Reeves, creava allora una narrazione sul significato. Ad ogni incipit cambiava maschera, con immagini del viso sempre più giovane, fino a ad arrivare a quello di un neonato. A questo punto l’interprete si sdraiava al centro della scena fingendo di addormentarsi mentre gli spettatori, in silenzio, si mettevano a loro volta una maschera di Reeves novantenne: il testimone della ricerca di senso veniva passato dall’attore al pubblico. Sull’effetto sonoro di un vagito, partivano gli applausi.

La pièce incuriosì, da un piccolo teatro lombardo arrivò a Roma. Entrò in un circuito di teatri olandesi d’avanguardia, poi fu il boom. La gente adorava il gioco alchemico della parola trasformata in linea di luce, quasi un teatro terapia che giustificava l’elevato costo del biglietto. Certo, la riuscita della performance dipendeva dal protagonista, non tutti avevano talento e background culturale per improvvisare in modo credibile. E non sempre l’attore era in forma.

Una sera, nel Dettagli Tour al West End di Londra, Anthony Wilson, un performer di solida formazione shakespeariana, ebbe un malore. Lo spettacolo cominciò con quarantacinque minuti di ritardo. Nel brusio dell’inizio non si capì il nome del sostituto che, ad ogni linea rielaborata dal computer, vide immagini di animali. L’improvvisazione fu un racconto dove si inanellavano leggende di creature mutanti l’una nell’altra fino ad arrivare all’ultima, un lupo, un lupo che per animale domestico aveva l’uomo. Non si seppe mai con precisione chi recitò in quella serata. Quando l’attore si tolse l’ultima maschera era truccato per sembrare Keanu Reeves, come del resto era stato per tutti i precedenti interpreti. Sui quotidiani uscirono nomi diversi e qualcuno pensò che la cosa fosse voluta. Un anno dopo però, per l’addio alla carriera, il vero Keanu Reeves, più bianco di Gandalf il bianco, diresse un corto, Love is in the eyes of the animals. Chi aveva assistito alla serata di Londra e vide il film riconobbe non solo le stesse storie, ma la stessa capacità di svelare in dettagli l’ombra delle parole dove si rifugia il non detto, il segreto delle cose che si dissolvono nell’invisibile oltre l’apparenza del tempo.

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La prigione come stato mentale in Codice a sbarre di Giulia Tubili

Una delle prime cose che ho fatto dopo aver iniziato a scrivere con altalenante serietà è stato iscrivermi a qualche concorso letterario. Ce ne sono a bizzeffe in Italia e basta fare un salto su un qualsiasi sito-raccoglitore per accorgersene, ad esempio su uno qualsiasi dei tre che hanno proprio “concorsi letterari” nel nome: alcuni sono trappole per spillare soldi ad aspiranti autori, altri sono validi, qualcuno prevede un tema, molti sono gratuiti e come palestra per testare la propria competenza con le parole possono essere un buon banco di prova (già che ci siamo vi ricordiamo che anche Tremila Battute è partner di un concorso, Note d’inchiostro, il cui tema è ovviamente inerente la musica: trovate qui il bando completo, ci sono ancora una decina di giorni per iscrivervi!).

Fra quelli che più mi sono rimasti nel cuore c’è sicuramente Il giardino di Babuk – Proust en Italie, premio organizzato dall’associazione culturale romana La Recherche. Ho partecipato tre volte ed è stato con loro che ho provato l’ebbrezza della mia prima (di pochissime) premiazione dal vivo: il fatto che poi sia arrivato ventiseiesimo è un dettaglio di poco conto, perché ho avuto un’impressione di serietà e correttezza che mi ha convinto a riprovarci. Il sito della loro associazione è un contenitore multiforme di racconti, poesie, libri resi gratuiti dagli autori, articoli sulla cultura in genere e, dal 2020, i membri fondatori Roberto Maggiani e Giuliano Brenna hanno anche creato una casa editrice che si chiama Il ramo e la foglia. Visto che hanno una collana dedicata ai racconti (a cui io stesso ho provato a mandare i miei) non potevo esimermi dal curiosare un po’ fra le uscite, approdando infine fra le pagine di Codice a sbarre, l’esordio letterario per Giulia Tubili.

Ammetto che con un titolo del genere la prima cosa a cui ho pensato è stato questo album del gruppo punk Pornoriviste, ma al di là dell’omonimia la scrittura di Tubili ha ben poco a che fare col punk se non un certo gusto per lo shock. Le storie contenute in Codice a sbarre hanno spesso a che fare con la violenza, con gli aspetti più oscuri dell’animo umano e creano un effetto piacevolmente stridente con lo stile impeccabile e spesso aulico della narratrice, che sempre in prima persona ci porta nelle menti raramente pentite dell* protagonist* di queste vicende.

Capisci che tutto è andato a puttane quando ti rendi conto di trovare noioso anche il voyeur di turno a cui piace masturbarsi sull’immagine più intima e goffa di te.

Kurt Cobain è moribondo

Tubili nella vita fa l’attrice e la sua professione entra prepotentemente in questo libro. Il suo impegno è legato al cinema più che al teatro, ma la tensione e la concentrazione prima di una performance emergono vivide nell’attenzione al dettaglio con cui la protagonista di Ecclesialand si prepara ad entrare su una scena decisamente particolare e molti racconti, da Il miglio giallo (insieme andiam dal Mago) ai due racconti che hanno per protagonista l’audace Andrée Moreau, hanno la monuziosità emotiva del monologo. Il meglio sotto questo punto di vista è dato da Ziggystein, il primo racconto della raccolta e l’ultimo a essere stato ideato (secondo quanto riportato dall’autrice in questa intervista), perché il ritmo con cui Asher “Ziggy” Meyerowitz, stand up comedian sempre in attesa del grande salto, intrattiene il suo pubblico con un repertorio degno del miglior Woody Allen è trascinante: un plauso va poi fatto alla forma con cui ci viene narrata la storia, perché dandoci già nella prima pagina gli argomenti e l’andamento generale della performance Tubili riesce a non sminuire la sorpresa, in modo simile (giusto per rimanere su paragoni tosti) a quanto fa Hannah Gadsby nel suo incredibile spettacolo Douglas, per poi sparigliare le carte in un finale che mantiene la brillantezza del monologo ma si chiude senza troppa enfasi.

Eeeeed ecco che Ben chiude la sigla con la sua nota preferita. Sì, quella totalmente sbagliata, avete presente? Per chi non ha presente, sappiate che Ben deve aver fatto cadere della salsa tartara sul suo spartito e dunque improvvisa dai tempi della guerra di Indipendenza. Pensavo che il tête-à-tête con il Giappone risvegliasse il suo orgoglio musicale ma è un tradizionalista, si vede. Se dovesse mai riuscire nell’impresa di azzeccare quella nota, mi sentirei smarrito e, a casa, non ci si può sentire smarriti. Dico bene?

Ziggystein

La forma con cui l* protagonist* ci raccontano le loro peripezie è minuziosa, attenta ai dettagli sia esteriori che interiori, ma l’utilizzo di una prosa alta per ogni narrator* finisce per appiattire le differenze fra di loro. Per quanto alcun* si lascino andare con più leggerezza al turpiloquio o all’utilizzo di termini gergali si ha sempre l’impressione di trovarsi di fronte a personaggi di elevata cultura, condizione plausibile fintanto che ci viene narrato poco del loro passato ma in qualche modo irreale, soprattutto quando anche comprimari galeotti si lasciano andare a frasi troppo forbite per il contesto (succede in Virus ex animo). Sostenere che una bella scrittura sia un problema è un gran volo pindarico, ma Tubili difetta della capacità di adattarla al contesto: quando lo stile si sposa con la storia, come accade ad esempio in La farfalla del limone, si soprassiede senza problemi a qualche dilungamento di troppo, in altri casi è il ritmo con cui ci viene narrata a intrappolarci (Gitanes e Jeu du Mouline), ma spesso la sospensione dell’incredulità viene minata dall’eloquio lezioso con cui ogni personaggio racconta e si racconta.

– Pietra, cantami quella canzone. La solita canzone. –

Però lei rimane zitta e raccoglie tempo come margherite da intrecciare in ghirlande che spieghino questa lunga pausa. Io, smanioso, cerco di non dare a vedere il mio fervore e attendo con scarsi risultati ma, pur rendendosi conto del mio ticchettante disagio, la mia amata insiste e mi annusa a pieni polmoni.

– Tesoro mio, quale canzone? Temo d’averla scordata, ricordami come fa. –

Così trasecolo. Esternamente resto nella posizione accartocciata che permette l’egemonia sul mio scheletro esausto ma, dentro, qualcosa spezza la magia che si percepiva nitida da ieri a cena, tra una forchettata di spaghetti allo scoglio e una goccia di cera sfuggita con flemma alla candela che illuminava il tavolo.

La polena, mia moglie

Molte dei racconti, parlando di prigioni reali o di prigioni dell’animo, finiscono per essere un conto alla rovescia verso una rivelazione. Tubili gestisce bene la tensione, dilungandosi su dettagli apparentemente superflui per tenerci sulla graticola, ma i finali non sono sempre all’altezza dell’attesa e questo finisce per minare il racconto in toto. Codice a sbarre non è un libro esente da difetti, ma lo stile dell’autrice è maturo e va solo calibrato meglio su storie che lo sappiano valorizzare, il che per un’esordiente di nemmeno trent’anni è un risultato di non poco conto: buona la prima insomma, ma ci si può solo aspettare di più dal prosieguo della carriera di questa poliedrica autrice.

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Racconto in musica 109: Un altro modo (Rootical Foundation – Smile)

(foto di Erika Ghezzihttp://www.erikaghezzi.com)

Avete presente l’imbarazzo di quando vi dimenticate di fare gli auguri a qualcun*? Aprite Facebook, notate che è il compleanno di un amico e dite “dopo gli scrivo/lo chiamo”, e quel momento non arriva mai… Ma ve ne ricorderete a notte fonda. Peggio ancora se la persona in questione ha organizzato una festa e voi per quella data avete già preso un impegno (tipo andare a vedere uno dei più fantastici spettacoli teatrali in circolazione): vergogna, vergogna, vergogna! Spero allora che la Rootical Foundation non se ne abbia a male se per i loro appena compiuti sedici anni di attività, festeggiati al Salice Legnano domenica 10 luglio, arrivo in ritardo con gli auguri e porto in dono un breve racconto e una fallace introduzione, ma da esperti di good vibes quali sono penso di essere il ben accetto.

Non sono un grande esperto di reggae, lo avrete notato dal fatto che questa è la prima band del genere di cui parlo. I Rootical li ho pure scoperti tardi grazie a un amico, ai tempi dell’uscita del loro quinto lavoro in studio ovvero l’album Still learning (2018), ma la loro storia parte molti anni prima, nel 2004 per la precisione, quando un gruppo eterogeneo di musicisti della provincia milanese decide di fare fronte comune, uniti dall’amore per il roots rock reggae delle origini e per l’ondata new roots di fine anni 90. La Rootical Foundation nasce così e nel 2006 vede già la luce il primo Ep autoprodotto, Ri-Uscire, con brani in italiano e inglese. Passano ben sei anni prima che veda la luce il primo disco, Human rights, dedicato come da titolo ai diritti umani e il cui ricavato è stato in parte devoluto all’associazione Stand Up For Jamaica Onlus, e quel lungo periodo i Rootical lo passano sul palco: i loro live sono coinvolgenti e travolgenti, una big band in cui convivono i fiati di Filippo Cozzi (sax) e Gabriele Bonsignori (trombone), la chitarra di Stefano Re, il basso di Umberto Pastori, la batteria di Luigi Grittini, le tastiere di Giovanni Pastorino, i cori di Monica Lamperti e Susanna Cisini e la voce trascinante di Matteo Riccardi, tutt* unit* nel creare una situazione di gioia e ballo sfrenato. Non è un caso che comincino a girare per alcuni dei più importanti festival reggae italiani ed europei, dal Lake Side Festival svizzero al Rototom Sunsplash, uno dei più importanti eventi a livello continentale (che siamo riusciti a regalare agli spagnoli dopo sedici anni di good vibes in provincia di Pordenone).

I Rootical sono un perfetto esempio di come fare rete fra artisti, e se nel primo album si fanno notare i featuring con Raphael, Sun Sooley e Pierodread non mancano gli ospiti anche in Reload, l’Ep che la band fa uscire nel 2014: Romain Virgo si unisce alla festa in Smile, Michele “Rootsman I” Mulas (ai tempi voce dei Train To Roots) ci mette del suo a creare il groove in Tell it fe dem. Altro Ep nel 2016 (e altro featuring, questa volta con Attila), Forward, in cui la band allarga ancora i suoi orizzonti e piazza negli ultimi due brani un concentrato di dub magistrale. Il già citato Still learning è al momento l’ultimo capitolo ufficiale della loro storia musicale, frenata ovviamente dalla pandemia (uno degli ultimi concerti visti prima del lockdown è stato il loro, all’SOS Fornace di Rho), ma oltre a partecipare a una compilation benefica già nell’aprile 2020 (la trovate qui) nel frattempo i Rootical hanno anche occupato il tempo diversificando la loro attività. Il 25 settembre 2021 ha infatti esordito The Trap – Diritti & rovesci di esistenze precarie, una commistione di musica reggae e teatro ideata da Riccardi e Bonsignori per la regia di Riccardo Colombini in cui le canzoni della band si alternano alla performance attoriale di Giorgia Battocchio e Fabio Gabriele Biffi per parlare di precarietà, sfruttamento e diritti negati nel mondo del lavoro: speriamo che presto questo progetto possa approdare sui palcoscenici di tutta Italia perché non è da tutti riuscire a far riflettere strappando nel frattempo anche un sorriso amaro, nell’attesa siete invitat* a Magenta venerdì 16 settembre per Rock Fights Cancer, una tre giorni benefica in cui potremo salutare l’estate a ritmo di reggae e punk.

Smile è uno dei brani che compongono l’Ep Reload e, a mio modesto parere, una delle canzoni che meglio riescono a esprimere la vitalità della Rootical Foundation: un inno al sorriso da parte di una band consapevole di quante disparità ci siano al mondo, non l’ingenuo approccio di tante hit estive ma quello ragionato che ci spinge ad approcciarci alla vita in maniera positiva nonostante le difficoltà che possiamo incontrare lungo il cammino. Il racconto che mi ha ispirato fa molto prontuario di auto-aiuto da moda mindfullness (e nasce principalmente come risposta a questa modalità di sorriso), ma spero di essere riuscito a infondervi un po’ della carica del brano: lo trovate come al solito subito dopo la canzone, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Un altro modo

C’è un’altra strada. Un sorriso che non è una maschera, una protezione, il modo con cui reciti la parte che hanno pensato per te. Contrai i muscoli della bocca pensando che la sofferenza sul tuo volto deluderebbe qualcuno, ma la sofferenza è parte della vita. Non devi dimenticartene o scacciarla, ma prenderne coscienza: affrontare la difficoltà con spirito sereno ti aiuterà a sorridere anche in mezzo alla tempesta.

Questo non è un viaggio solitario. La competizione non è una modalità automatica, non vi si risponde con gli stessi metodi e le stesse dinamiche. Siamo sulla stessa barca e possiamo remare insieme, ma serve la volontà di cambiare, noi stessi e gli altri. I momenti in cui hanno tradito la tua fiducia guardali come eccezioni, non come regole: la sfiducia nasce quando pensi che tutto il mondo ce l’abbia con te, ma se ti guardi davvero intorno puoi trovare mani tese e puoi tenderla anche tu. Ma se quella mano cerca di ferirti non dissimulare, perché sorridere non significa accettare tutto: non rifiutare la rabbia, ma falla fluire solo quando serve e non lasciarle avvelenare le ore che passi rimuginando su un torto.

Non usare il sorriso per fingere che nella tua vita vada tutto bene. I problemi esistono, seppellirli sotto un’immagine vincente di sé crea solo l’illusione di un mondo perfetto. Usa il tuo sorriso per convincere te e gli altri che i problemi si possono superare, perché molte volte sono meno grandi di quel che immaginiamo e lo sono perché non abbiamo il coraggio di chiedere aiuto. Che il tuo sorriso sia il tuo coraggio, quello con cui dici io ci sono se serve, io ci sono per te: qualcuno se ne approfitterà, ma anche questi sono problemi che puoi lasciarti alle spalle con una risata al posto di un rimorso.

Sorridi per vivere, non per sopravvivere. La vita può essere crudele, tutte le cose che ti fanno paura sono reali ed è inutile far finta che non sia così. Ma puoi far sì che quella paura non rappresenti un limite, perché ognuno di noi impara da piccolo ad addormentarsi nonostante il buio che ci circonda e in cui immaginiamo chissà quali mostri. Non è solo la speranza del giorno a venire che ci deve guidare, ma anche la consapevolezza che la notte viene per uno scopo. Forse non lo capirai mai, forse finirai per piegarti perché non tutti vivono come vorrebbero e non tutti muoiono felici. Ma prova ad affrontare le intemperie con un sorriso e la luce del tuo cuore saprà scaldarti nelle ore più buie: un unico cuore, che batte all’unisono in tutto ciò che esiste.

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La fascinazione di Hollywood (e della critica) per il trash

È con grande dispiacere che vi do la notizia della morte dell’attore turco Cüneyt Arkin. Come chi è? Ok, ammetto che il suo nome ci era completamente sconosciuto fino a qualche giorno fa, quando dal necrologio dedicatogli da Il Morto Del Mese ho (ri)scoperto la storia di L’uomo che ha salvato il mondo, pellicola nota ai più come lo Star Wars turco. Forse è indelicato ricordarsi di lui solo per il film peggiore in cui ha recitato, visto che ne ha girati più di 240, ma il livello di trash a cui arriva Dünyayi Kurtaran Adam (questo il titolo originale) è secondo solo agli aneddoti relativi alla sua produzione.

Il primo di una serie di sguardi intensi che durano almeno una ventina di secondi

Pare infatti che, al di là dell’utilizzo senza permesso dei temi di Indiana Jones e dello stesso Guerre Stellari, Arkin (che del film è anche autore) e soci a un certo punto abbiano deciso di rubare la pizza de L’Impero colpisce ancora il giorno prima della proiezione al cinema, tagliando selvaggiamente pezzi di pellicola da inserire all’interno della propria opera e riportandola così, monca, laddove poi è stata data in pasto agli spettatori ignari di perdersi dei pezzi. Purtroppo i potenti mezzi di Tremila Battute non sono bastati per trovare prove a conferma di questa storia (abbiamo cercato di raggiungere almeno qualche “fortunato” cinefilo al cinema quel giorno, ma i nostri rapporti diplomatici col regime di Ankara non sono dei migliori visto che hanno uno stronzo come presidente), ma già solo questo basterebbe a farci una sceneggiatura da vendere a qualche produttore Hollywoodiano seduta stante: dalle parti di Los Angeles sembrano infatti essere molto incuriositi da quelli che la critica ha bollato come i peggiori film mai realizzati, e la critica stessa sembra essere particolarmente generosa con le opere realizzate partendo da quella base, chiudendo un bizzarro circolo vizioso/virtuoso. L’ultimo ad accorgersi di questa regola non scritta è stato Eddie Murphy con

Dolemite is my name, 2019 (Dolemite, 1975)

Che stile, gli anni 70

Rudy Ray Moore (Eddie Murphy) è un aspirante artista che sogna di diventare Qualcuno. Ha fatto il musicista, ma neanche il dj del negozio di dischi dove lavora è disposto a mettere i suoi dischi; fa il comico di spalla ai numeri musicali in un locale, ma la gente non ride e le sue idee vengono costantemente bocciate; la sua giovinezza è ormai alle spalle, e il tempo per farsi un nome sembra essere sempre meno. Per sua fortuna gli viene un’idea brillante, o meglio la ruba: prendendo spunto dai racconti in rima sboccati di un senzatetto che ogni tanto si palesa nel negozio si inventa il personaggio di Dolemite, un cantastorie vestito da pappone il cui successo è veloce e inarrestabile. Rudy comincia a girare per locali anche fuori dai confini della California, una casa discografica lo mette sotto contratto quando fiuta l’affare e il successo finalmente arriva.

Rudy però vuole di più: vuole girare un film, anche se non sa nemmeno da che parte iniziare. Il risultato non sarà dei migliori, tutt’altro, ma saprà trovare il suo pubblico.

Dolemite, quello vero, venne girato nel 1975 con un budget ridicolo e la totale ingenuità su come andasse realizzato tecnicamente un film. Moore sapeva però intrattenere ed era riuscito a capire che cosa chiedeva il suo pubblico tanto che, nella pellicola diretta da Craig Brewer che ne ripercorre il making of, quando alla prima il proprietario del cinema gli chiede se la comicità è volontaria lui risponde sorridente che doveva esserci dentro di tutto, perché è questo che piace alla sua gente. Parte dell’insperato successo fu dovuto anche all’onda lunga del genere blaxploitation, molto in voga allora e che vedeva per la prima volta attor* ner* come protagonist*, seppur in trame dalla grana grossissima: il termine non fu mai accettato dai maggiori registi di quell’ondata (Melvin Van Peebles su tutti) perché ritenuto razzista, ma fu il genere stesso ad attrarre critiche ed elogi in egual misura fra chi sosteneva che fosse l’ennesimo modo di sfruttare la comunità nera (molti registi e produttori erano bianchi) e chi invece affermava che quelle pellicole erano un mezzo di liberazione. La riscoperta negli anni 90, dovuta principalmente al Jackie Brown di Quentin Tarantino (che aveva come protagonista un’icona di quegli anni, Pam Grier), non ha calmato le polemiche, tanto che su altri livelli anche una puntata della serie Dear White People entra nell’argomento (nella terza stagione il regista Jerry Skyler, in un colloquio con la studentessa Max, le dice: “il vostro stile l’hanno inventato gli europei, il mio è tipico dei neri, e il venduto sarei io?”): Dolemite is my name affronta la questione alla sua maniera, mostrandoci un protagonista che sa quali sono i pericoli dello sfruttamento commerciale delle sue idee e cavalca l’onda riuscendo sempre a emergerne vincitore senza mai dimenticarsi della comunità di cui fa parte (sfruttamento iniziale delle idee altrui a parte). L’Academy non ha mostrato attenzioni per questa storia, ma la giuria dei Golden Globe ha pensato bene di candidare la pellicola per il Miglior film commedia o musicale e per il Miglior attore (Murphy): peccato si siano dimenticati di lodare anche la fantastica performance di Wesley Snipes, che nei panni dell’attore e riluttante regista D’Urville Martin dà il meglio di sé.

The disaster artist, 2017 (The room, 2003)

Le facce che farete quando leggerete il budget e gli incassi di The room

Se Dolemite, pur con tutti i limiti del caso, è diventato col procedere dei lavori un film perlomeno simile a ciò che Rudy Ray Moore aveva in mente, difficilmente si può pensare che Tommy Wiseau avesse in mente The room proprio in quella maniera. O forse sì, perché Wiseau è l’uomo del mistero, una figura così strana e affascinante da convincere James Franco a fare un film su di lui e sulla realizzazione del suo “capolavoro”, interpretandolo anche.

The disaster artist è la storia dell’amicizia, nata ad un corso di recitazione, fra Wiseau e Greg Sestero (Dave Franco), uno dei tanti che sogna Hollywood e che ci arriverà, in qualche maniera. Basato su un libro dello stesso Sestero, il film ripercorre il loro rapporto che sfocia presto nel coinvolgimento nel grande sogno di Wiseau, un film girato e interpretato da lui stesso per mostrare al mondo il proprio potenziale… Che è purtroppo inesistente. James Franco riesce a creare una pellicola spassosissima ma abbastanza sensibile da non sbeffeggiare la figura principale, un equilibrio difficile da trovare vista la sua eccentricità: di Wiseau infatti si sa pochissimo di vero, afferma di essere nato a New Orleans ma pare che il suo vero nome sia Piotr Wieczorkiewicz (Wiseau è effettivamente più facile da pronunciare) e abbia origini polacche, ha fatto lavori umili nella sua vita ma all’improvviso aveva disponibilità economiche enormi spuntate dal nulla e tutto ciò che si può fare è accettare la sua versione, così come stargli dietro mentre la sua opera definitiva si inabissa.

The room è stato considerato dai critici “il Quarto potere dei film brutti”, il tutto a fronte dei SEI MILIONI DI DOLLARI necessari a girarlo. Se oggi il pubblico lo apprezza e organizza anche visioni di mezzanotte, ai tempi gli voltò le spalle portando a un incasso nelle sale di soli 1800 dollari: il giusto destino per un film totalmente sgangherato e che possono amare solo i veri cultori del trash, quelli che apprezzano i film brutti quando sono involontariamente brutti e non quando sono confezionati per esserlo (Asylium, sto parlando con voi: grazie per Sharknado, ma anche basta). Il tipo di pubblico di cui probabilmente fa parte anche Franco, uno che passa dal divertirsi con la sua bella compagnia in film spassosissimi come Strafumati al calarsi nei panni dell’escursionista Aron Ralston, bloccato sotto una roccia per 127 ore nel film omonimo; uno che nel solo biennio 2013/2014 dirige e interpreta due film tratti da romanzi di William Faulkner alternandoli a commedie demenziali come Facciamola finita (capolavoro) e The interview; uno che per The disaster artist riceve la candidatura agli Oscar per la Miglior sceneggiatura originale, ai Golden Globe quella per il Miglior film commedia o musicale e vince il riconoscimento per il Miglior attore in un film commedia o musicale, e due anni dopo (ma con un film girato nel 2014, Zeroville) viene candidato a due Razzie Award come Peggior attore e Peggior regista (con il suo sodale Seth Rogen a fargli compagnia come Peggior attore non protagonista). Come si fa a non voler bene a James Franco e Tommy Wiseau?

Ed wood, 1994 (Plane 9 from outer space, 1959)

Zombie che per uscire dalla tomba devo essere aiutati da poliziotti ne abbiamo in questo film?

Riguardo ai due precedenti film c’è una piccola curiosità che li lega: la presenza in entrambi di Bob Odenkirk in ruoli minori, niente di trascendentale ma la classica chicca che a me fa sempre piacere segnalare (e che di solito riceve commenti entusiastici tipo “ah, ok”). Ben diverso il legame che unisce The room a Plane 9 from outer space: il primo è stato paragonato a Quarto potere, in termini ovviamente dispregiativi come spiegato più in alto, mentre il regista del secondo ha addirittura incontrato Orson Welles e lo ha sempre visto come proprio nume tutelare. Almeno è quello che ci racconta Tim Burton nel suo Ed Wood, la vera storia del peggior regista di tutti i tempi.

La pellicola di Burton in realtà non si basa unicamente sulla lavorazione di quello che è stato definito “il più brutto film di tutti i tempi” (parere poi ammorbidito, ma senza che questo togliesse il primato di peggiore al suo regista), ma ripercorre tutta la carriera di Edward D. Wood Jr., eccentrico amante del cinema che si presta alla settima arte con tantissima volontà e un’incapacità manifesta di mettere insieme qualcosa di decente. Diversamente da Dolemite e da The room, di cui ho visto solo alcune clip, io un paio di film di Wood li ho guardati e sono un’esperienza straniante: troppo brutti per non continuare a guardarli, troppo noiosi per mantenere gli occhi aperti, richiedono uno sforzo allo spettatore che manco La sottile linea rossa di Terrence Malick… E in metà del tempo! Solo il Burton dei tempi d’oro poteva trarre un capolavoro dalla storia di un perdente di successo, e solo il suo attore feticcio Johnny Depp poteva interpretare Wood con quell’ingenuo entusiasmo che non si ferma di fronte a niente, coinvolgendo nel suo ciclone trash medium, wrestler, personaggi televisivi in declino, congreghe religiose e il povero Bela Lugosi (interpretato da Martin Landau), ormai schiavo della sua interpretazione di Dracula e della tossicodipendenza.

Ancora oggi Ed Wood non ha perso niente del suo fascino, un esempio ammirabile (e che ha fatto scuola) di come si possa trarre una grande storia da quello che sembra un esempio di fallimento da cui stare alla larga, ancora di più oggi che viviamo nella cosiddetta società della performance. Il pubblico lo premiò, la critica pure: Landau con il suo intenso Bela Lugosi si portò a casa un Oscar e un Golden Globe, Rick Baker, Ve Neill e Yolanda Toussieng alzarono al cielo l’Oscar per il Miglior trucco, Depp e Burton si dovettero accontentare delle nomination ai Golden Globe per Miglior attore in un film commedia o musicale e della nomination a Miglior film nella stessa categoria. Oggi entrambi non vivono la miglior fase delle proprie carriere, ma guardare il momento del loro massimo splendore è un’esperienza che, nel caso non lo abbiate ancora visto, va fatta. E lunga vita al trash!

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