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Racconto in musica 127: Mete (Emma Nolde – Berlino)

Voi cosa fate la mattina appena svegli? Io, non dico sempre ma quasi, penso a cosa ascoltare mentre vado a lavoro, un’ora di tempo da ammazzare facendo il pendolare al contrario in macchina fra Milano e Cerano. Perché ogni giorno esce musica nuova, un po’ me ne arriva da qualche promoter e mi sento in colpa se non ascolto tutti i dischi (ammetto di non riuscirci), poi ci sono i podcast che seguo normalmente (se anche a voi ogni tanto viene voglia di ascoltare dei racconti non perdetevi quelli de In fuga dalla bocciofila e inutile) e i podcast dei programmi radio che non riesco ad ascoltare al pomeriggio se non mi mandano in giro col furgone a fare le consegne e insomma, se non mi organizzo mi perdo per strada un sacco di cose. Tipo tutta la musica che è già uscita, che voglio recuperare per un motivo valido (ho sentito un brano di X e mi è piaciuto, chissà cos’altro fa) o per semplice curiosità, che finisce in un calderone di suggestioni che rischiano di rimanere tali perché aumenta ogni giorno, sborda da tutti i lati, come cazzo si chiamava quella band di cui ho sentito parlare e niente, andata (mi sono dimenticato anche come si chiamava la band grind che ha fatto un album di dieci tracce che dura dieci minuti e utilizza come “testi” pezzi dei discorsi di Papa Wojtyla, se siete fra i quattro che possono riconoscere questa descrizione aiutatemi). Il nome di Emma Nolde non so perché mi era rimasto impresso, non so dove l’ho sentito la prima volta e non so perché ho deciso di approfondire, ma se il racconto di questa settimana è ispirato a una sua canzone è perché per fortuna una mattina mi sono svegliato e ho deciso che avrei ascoltato le sue canzoni per rendermi più sopportabili le successive otto ore di lavoro.

Nolde e la musica sono un tutt’uno fin da quando era piccola, periodo in cui si è approcciata allo studio della chitarra classica. Io mi sarei incartato lì probabilmente, lei invece ha continuato e ha dato un esame al conservatorio, ha frequentato una scuola di musica, ha iniziato a scrivere brani in inglese a quindici anni e poi, una volta passata all’italiano, si è presentata al Rock Contest di Controradio (da cui non smettono di uscire alcuni dei nomi più fighi della musica indipendente italiana) nel 2019 con il brano Nero ardesia e si è classificata seconda, portandosi a casa anche il premio Ernesto De Pascale per il miglior testo in italiano. Non male per una diciannovenne che proprio grazie alla musica trova il modo di esprimere quello che sente e di come lo sente (come afferma in questa interessante intervista), e di cose da dire gliene rimangono abbastanza da riempirci il primo album, Toccaterra, uscito a settembre 2020 per la storica etichetta Woodworm. Le canzoni di Nolde oscillano fra la delicatezza del piano di Ughi e gli scarti improvvisi dei ritornelli elettronici di Resta, la voce che allo stesso modo si divide fra melodie e cadenze hip hop: i testi sono personali, intensi, raccontano di relazioni che non sempre vanno come si vuole e finisce che “per gli schiaffi abbiamo i visi rossi/non dormiamo da giorni” (Sfiorare), ma sanno illuminare i momenti e i gesti per cui vale la pena continuare a provarci, anche solo insegnare a qualcuno come ballare (male).

Suonare dal vivo a fine 2020 non è facile, ma Nolde riesce comunque a girare l’Italia per decine di date. Poi neanche il tempo di riposarsi e arrivano altri impegni, collaborazioni, soddisfazioni, una canzone con Generic Animal (un mazzo di chiavi, un ombrello lì in mezzo) a fine 2021 e la candidatura al Premio Tenco per la migliore opera prima (arriva appena dietro a Francesco Bianconi e Cristiano Godano, mica cazzi, ma tutt* si inchinano a Madame). La prima parte del 2022 porta un brano con gli Zen Circus, che la vogliono all’interno del loro disco di collaborazioni Cari fottutissimi amici (la canzone è Il diavolo è un bambino), ma di lì a poco torna protagonista in solitaria: esce il singolo Respiro, i fiati accompagnano la sua voce nel ritmo travolgente del ritornello e il sax la accompagna anche dal vivo, per un breve tour estivo che anticipa il nuovo disco. A fine settembre sempre per Woodworm esce Dormi, co-prodotto da Motta, un album che spicca per varietà e allo stesso tempo lima le asperità dell’esordio, forse un po’ più morbido ma in cui non mancano momenti dove scatenarsi (la mia preferita è Voci stonate). Nell’ultimo numero della sua newsletter la mia compagna sogna un Sanremo diverso, io ne sogno uno in cui nomi come quello di Emma Nolde diventino la norma e non rappresentino la quota indie che già devi ringraziare se te la concedono.

Berlino è la sesta traccia di Toccaterra, un brano dall’andamento sincopato che fra continui rallentamenti e accelerazioni contagia con la sua carica. Nel racconto che mi ha ispirato ho infilato ricordi della capitale tedesca, una relazione travagliata, una testa che si muove in mille direzioni e propositi per il nuovo anno che si spera di rispettare: lo trovate subito dopo il brano che lo ha ispirato (e il fantastico video che lo accompagna), a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Mete

La sua testa. Si reclina all’indietro per godersi gli ultimi sprazzi di sole in riva allo Sprea, tanto da far quasi scivolare a terra gli occhiali da sole, appare e scompare fra i parallelepipedi grigi del Memoriale dell’Olocausto. La sua testa la ossessiona. Si scuote dinnanzi alla ricostruzione di un tempio greco al Pergamonmuseum perché, cazzo dai, che pacchianata. E poi chissà quanto avranno speso per trasportarlo pezzo per pezzo dalla Grecia, meglio se lo lasciavano lì.

La sua testa si shakera avanti e indietro in un locale dove mettono nu metal come se fosse ancora la musica di un futuro di cui si sono stancati tutti in fretta, oscilla mentre ascolta un musicista di strada che suona, chissà perché, Anarchy in the Uk in francese, come in un vecchio documentario sul punk perché il punk a Berlino non può non esserci. Non sei stata a Berlino se non c’era del punk o della techno.

Immagini, fantasie. Perché a Berlino non ci sono mai state insieme, a malapena ci è stata lei da sola. Ci ha passato un giorno e mezzo con una compagnia di amici e gli è rimasto in mente un confuso collage di luoghi da cartolina, tappe imprescindibili, strani incontri da sbronza e il mal di testa al risveglio. La porta di Brandeburgo potrebbe essere in Alexanderplatz per quel che ricorda, o forse vicino a quel centro culturale ficcato in un casermone abbandonato dove l’hanno portata a un concerto. Quando sono entrati sul palco un italiano e un egiziano facevano finta di giocare a calcio, era tutto metallico e si ricorda di un tizio che gli raccontava di aver cantato lì sopra con la sua band, in un inglese stentato sporcato con chissà quale lingua. It’s a shit, le ha detto, cantare lì sopra è una merda perché prendi un sacco di scosse.

Eppure è lì, a Berlino, che immagina loro due insieme. Ne hanno parlato distrattamente una volta, sarebbe un bel viaggio, io non ci sono mai stata, io non ricordo quasi niente. Per quel che ne sa potrebbe essere lì adesso, nella notte di capodanno, mentre lei è a una festa in casa con la solita compagnia di amici, la stessa di quella giornata e mezza improvvisata, e la sua testa è altrove a muoversi con quella naturalezza che l’ha affascinata fin da quando si sono conosciute. Fra una canna e l’altra immagina, fantastica, recrimina: qui si sta sfracellando le ovaie.

Al countdown di mezzanotte arriva moderatamente sbronza, come tutti d’altronde. Alza il proprio calice che sgorga schiuma per brindare all’ennesimo augurio di felicità, all’ansia dei primi propositi per il nuovo anno che verranno immancabilmente traditi. Mette fra le speranze quel viaggio, quella testa, si augura che quel proposito resisterà alle delusioni del tempo che scorre.

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Racconto in musica 126: La famiglia in decomposizione (Cloud Nothings – No future/No past)

Qualche anno fa avevo smesso di scrivere di musica. Da un bel po’ di tempo parlavo di dischi solo in una rubrichetta di recensioni brevissime, quasi solo dei dischi di un paio di promoter che me li mandavano perché nel frattempo nella redazione era scoppiato l’amore per l’indiefolk, io di indiefolk ci capivo poco ed evitavo di averci a che fare: detto in parole semplici mi sembrava di essermi rinchiuso in un circolo che dava ben pochi stimoli e ben pochi stimoli mi sembrava di proiettare verso l’esterno. Penso di essere stato inattivo per qualche mese, forse un semestre, poi mi arrivò la chiamata (sostituite chiamata con messaggio su Facebook) di un ex collaboratore dello stesso sito per cui scrivevo io, che nel frattempo aveva aperto il suo blog e cercava collaboratori. Se ho continuato a scrivere di musica insomma (non è per forza di cose un bene, giudicate voi) lo devo all’entusiasmo di Michele Montagano e a StorDisco, webzine ora in stato vegetativo (ogni tanto pubblica qualche recensione l’altro fondatore Giovanni Amoroso) ma che mi ha permesso di scoprire tant* artist* di cui ho parlato anche qui, di aprirmi verso generi che non avevo ancora ascoltato (non è sempre un’esperienza piacevole, ma aiuta) e di riprendere a farmi meravigliare. Perché scrivo tutto questo? Perché ricordo che Michele era un grande appassionato del progetto Cloud Nothings, e grazie a Francesca Coppola e al racconto che ha generosamente donato alla causa ho la possibilità di approfondirne la conoscenza.

Ma iniziamo da Francesca, napoletana di Portici classe 1982 con una passione per la scrittura che spazia dalla poesia alla prosa. Sono infatti due raccolte poetiche quelle con cui si affaccia al panorama letterario, Non togliermi il vestito (2017, LietoColle) e Ultimatum dall’inverno (2019, Ensemble), ma negli ultimi tempi ha iniziato a “rincorrere” i racconti, cosa che evidentemente le riesce bene visto che ne ha pubblicati tanti in lungo e in largo nella litweb: potete leggerli su Salmace, Grande Kalma, Lo Scisma, multiperso, Enne2 (sul numero 1), Quaerere, Malgrado le mosche, Super Tramps Club, E(i)sordi, Birò, Racconticon e presto su Nabustorie e Nido di Gazza. Di sé aggiunge che ogni giorno si reinventa e ogni volta ne è insoddisfatta, ma noi ci teniamo a dirle che noi siamo soddisfattissimi del suo racconto.

In alto ho parlato di progetto introducendo Cloud Nothings perché tutto è nato dalla testa di Dylan Baldi, giovane musicista dell’Ohio che come nella miglior tradizione lo-fi componeva e registrava in solitaria nel garage di casa dei genitori per poi piazzare il tutto su vari profili MySpace di band fittizie fra le quali, appunto, Cloud Nothings. Inizia nel 2009 e di lì a poco un promoter newyorkese nota il suo mix di sensibilità pop e urgenza punk e lo contatta per suonare in un concerto da lui organizzato, spingendo Baldi verso due decisioni: formare una vera e propria band, per poter presenziare al concerto; mollare il college per fare il musicista, decisione che, a differenza di quanto sarebbe successo a me, trova i genitori d’accordo. Scelte giuste in ogni caso, perché le cose per Cloud Nothings si muovono veloci: l’Ep d’esordio Turning on con la Bridgetown Records, la firma di un contratto con la Carpark Records (cui rimane legato a tutt’oggi), la riedizione dell’Ep con l’aggiunta di alcune tracce a farne un vero e proprio album d’esordio e un tour in America ed Europa, il tutto nel solo 2010. Roba da rimanerci sotto, invece Baldi produce un altro album nel 2011 (l’omonimo Cloud Nothings) per poi entrare a stretto giro di nuovo in sala di registrazione, stavolta con tutta la band che già lo accompagnava dal vivo (il batterista Jason Gerycz, il chitarrista Joe Boyer e il bassista TJ Duke) e soprattutto con il guru Steve Albini (di cui vi abbiamo già parlato): il risultato è Attack on memory, un disco in cui la scanzonatezza punk delle prime composizioni si ammanta di nuova energia, si permea di una tristezza combattiva e porta a piena maturazione la vena compositiva di Baldi, capace di straziare con le poche frasi ripetute come un mantra sempre più aggressivo in No future/No past e di piazzare un’inedita parentesi strumentale nella potentissima Wasted days… E sono solo le prime due tracce del disco!

Attack on memory ha un grandissimo successo (ed è disco dell’anno per Michele Montagano), proietta Cloud Nothings in tour perfino in Giappone e Australia e gli apre le porte di festival prestigiosi come il Coachella. Da lì in avanti la sua produzione non si ferma mai e se la formazione cambia (Boyer lascia già nel 2013, rimpiazzato solo in un secondo momento da Chris Brown, mentre Duke abbandona nel 2022) non muta il mix sonoro che ha decretato la fortuna di Baldi e soci, capace di suscitare nostalgia e allo stesso tempo carica di energia propositiva, uno stile che si fa sempre più personale album dopo album. A quasi un decennio di distanza le strade dei Cloud Nothings e di Albini si incrociano nuovamente, ma quello che diventerà l’ottavo disco, The shadow I remember, deve attendere a causa della pandemia: nemmeno questo ferma però Baldi e Gerycz, che con un interscambio digitale continuo fra Philadelphia e Cleveland danno vita nel 2020 a The black hole understands, riempiendolo di speranza in un periodo di paure. A oggi Cloud Nothings è una band che non ha perso nulla dello spirito originario, una favola indipendente che ha portato Baldi e soci sui palchi di tutto il mondo e che, per chi ha voglia di farsi un viaggetto in Spagna, farà tappa a Barcellona e Madrid nei primi giorni di giugno.

Di No future/No past ho già detto qualcosa più in alto, ma si potrebbe parlare a lungo della disperazione che emerge dalla musica e dal relativo video, incapace però nella sua carica straziante di soffocare l’energia che Baldi infonde con la sua voce sempre più roca e sgraziata. L’associazione con il racconto di Francesca mi è venuta spontanea perché anche nel suo testo c’è un simile equilibrio, la storia di una famiglia che cade lentamente a pezzi narrata attraverso il punto di vista della figlia, costretta a subirne il destino ma abbastanza forte da concedersi un’ultima rivalsa. Potete trovare il racconto subito dopo il brano che lo ha ispirato, come al solito: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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La famiglia in decomposizione, di Francesca Coppola

La marcia prosegue senza intoppi. Qualche grido fa ritornello nell’aria troppo calda, nella parte di fila dove c’è sempre chi parla dei cazzi suoi. Io conto i sampietrini, interrogandomi sulla presenza di una conchiglia incastrata fra le pietre.

Con mio padre non ho mai parlato. Adesso ho quarant’anni e lui ha smesso di compierli. Ricordo quei pochi pomeriggi, quando di sabato ci portava a casa dei nonni.

Appestata, è questo il termine che userei per parlarne. Aveva soffitti alti, stanze chiuse e un odore di vecchio. A volte sentivo il profumo buono delle arance, sapevo dell’esistenza di un giardino in cui non ero mai entrata. Mio nonno non guardava mio padre e mio padre non aveva mai slanci verso sua madre. Quando è morta la nonna, mio padre non ha pianto: è sceso in giardino, si è fatto un bicchiere di vino e poi subito un altro. Quando è morto il nonno, era un alcolizzato.

Meno male che era secco, quante volte lo abbiamo messo a letto mentre mia madre gli sputava contro ogni sorta di rimprovero. Lui fingeva di capire e rideva, col tempo ho imparato bene quel sorriso falso. Ogni volta che qualcuno veniva a farci visita, lui si ergeva a falco e sbraitava perché era ora di cenare, perché aveva appena finito di pranzare, perché faceva caldo o freddo. Poi lo vedevi camminare a passo svelto verso la porta, lisciarsi i baffi e sorridere a denti larghi invitando i malcapitati ad entrare. Mia madre a quei tempi piangeva da sola in sala da pranzo, credeva che nessuno la vedesse. La ricordo in piedi sul water mentre cercava di sturare il sifone, o quando si improvvisava riparatrice di televisioni e incollatrice di carta da parati.

«Non hai talento» diceva mio padre, lui che aveva ottenuto il posto fisso con la domandina scritta da uno zio. «Vai che sei forte» diceva mia madre, sopravvalutandomi. Allora ho capito che le distanze accecano chiunque: me che studiavo l’albero genealogico non riuscendo a capacitarmi del grado di parentela, lui che non vedeva oltre la bottiglia, mia madre che decise di non portare più di due pesi.

«Ti lasceremo in eredità una casa, di cosa ti lamenti?» diceva mio padre. In quei momenti avrei preferito vederlo abbattuto dall’alcol. Dovevo rallegrarmi di ereditare una casa pur avendo conosciuto un unico mare, quello vicino alla fogna nei pressi dell’appartamento. Ci avevo rimediato un fungo della pelle su quella spiaggia inquinata. Avevo indossato jeans corti per la mia altezza, scarpe consumate, giubbini troppo leggeri, ma potevo contare su una casa.

A lui però non bastava. Avrebbe voluto quella dei suoi genitori e il terreno circostante, ma i cavalli, le galline e gli ettari coltivati furono mangiati dai debiti.

Oggi si chiude l’ennesimo capitolo ma il finale deve essere sempre degno. Ecco il mio talento, ora ho imparato a chiudere il cerchio. Quindi, papà, volevi essere cremato? Invece ho scritto per te la decomposizione: ami o no la terra? Sono pronta, ho comprato il tuo vino preferito, mentre vai giù brinderò insieme ai vermi.

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Ma che ne sanno i 2000? Suggestioni dal millennio passato nei dischi di Mosè Santamaria e Panda Pakse

Non sono passati nemmeno due mesi da quando ho parlato di futuri perduti in musica ed eccomi qui a parlare di retromania. Che Mark Fisher e Simon Reynolds abbiano toccato dei tasti scoperti non lo scopro certo io oggi, fa specie però che nel giro di poco tempo mi siano arrivati alle orecchie due dischi che riprendono non solo gli stilemi della musica di fine millennio scorso, ma anche un certo immaginario di quei periodi. Nel caso specifico sono stati Mosè Santamaria, col suo terzo album Come cani per strada (uscito per l’etichetta vicentina LaCantina Records), e i Panda Pakse, con il loro ep d’esordio autoprodotto Questo viaggio, a riportarmi indietro di un bel po’ di anni, seppur con approcci differenti, un diverso decennio di riferimento ma curiosamente la stessa data di uscita, il 9 dicembre.

Spiritualità e Festivalbar

Animale musicale decisamente strano Mosè Santamaria. All’interno delle sue canzoni convivono (o sgomitano, a seconda dei casi) la spiritualità orientale e l’immaginario collettivo più comune, approccio cantautorale e pop sbarazzino, tematiche sociali e disimpegno estremo. I precedenti dischi #Risorse umane (2015) e Salveremo questo mondo (2019) mantenevano un certo equilibrio fra tutte queste anime, ma con Come cani per strada Santamaria fa una virata sonora piuttosto decisa verso il pop, pur non abbandonando i temi che caratterizzano i suoi testi. Nella breve traccia introduttiva lo mette subito in chiaro, affidando ad uno spoken word la propria lezione di vita, mentre nella seconda traccia Come un Buddha sotto un fico il cantautore manifesta la ricerca di un’interiorità autentica, alternando strofe dal ritmo quasi rap a ritornelli più morbidi che si appoggiano su una base ritmata e al tempo stesso sognante. L’equilibrio regge anche nella traccia numero tre, Occhi nudi, un pop synthetico con batteria ultraottanta che intriga con la sua sottile vena oscura, almeno fino a che Santamaria non se ne esce con un “però se ci pensi siamo dei marziani/ a preferire gli uragani agli uramaki” che apre la strada a una serie di riferimenti culturali inseriti un tanto al chilo e senza un’apparente logica.

Non è nuovo a questo tipo d’operazione il cantautore genovese, che ha sempre unito il sacro ed il profano, ma nei testi di Come cani per strada il gioco gli sfugge spesso di mano. I riferimenti pop vengono buttati nei testi per fare rima e nulla più, con una leggerezza che sa di superficialità, fra buchi nell’ozono di cui non ha colpa Yōko Ono e storie d’amore che finiscono con la sparizione anche dei pan di stelle (Skinny). Anche lo sguardo critico sulla società sembra poco approfondito, limitato a poche frasi sulla vuotezza degli status symbol odierni che potevano andare bene anche quarant’anni fa, negli anni ’80 di cui la nostalgia è palpabile in brani come Festivalbar (in cui la metrica in alcuni punti lascia a desiderare) o la conclusiva Epitaffio, e che proprio per questo sembrano datate. Meglio allora il disimpegno completo, perché fra il cosmo che brucia dei Cavalieri dello Zodiaco e un Bowie inserito fra il chiaro e lo scuro (più l’affermazione che non serve a un cazzo andare al seggio elettorale) Festivalbar è divertimento puro, Yōko Ono costringe a battere il piede volenti o nolenti e anche i momenti più scanzonati di Epitaffio fanno venir voglia di ballare, mentre funziona meno il soul sghembo e anacronistico (chi sogna oggi l’America con jeans strappati e Seven Up?) di Skinny, una storia d’amore finita male a cui l’ironia toglie qualsiasi enfasi.

Mosè Santamaria rimane un enigma, un koan impossibile da decifrare. Come cani per strada appare però come il suo album meno riuscito, quello in cui inseguendo un suono e un immaginario retrò che va paradossalmente di moda perde di vista l’obiettivo di cementare una personalità che emergeva più nitida nel precedente Salveremo questo mondo. Più divertimento che verità insomma, soprattutto se avete gli anni ’80 nel cuore.

Un viaggio nello spazio e nel tempo

Da un animale strano a quattro musicisti che suonano vestiti da animali il passo non è così breve, perché ci passa un decennio di musica. Se gli anni ’80 fanno da sfondo al disco di Mosè Santamaria sono i ’90 a influenzare i Panda Pakse, band senese formatasi nel 2019 e che, dopo aver attraversato il periodo storico peggiore per tenere insieme una band, arriva alla pubblicazione del primo Ep di sei brani. Questo viaggio ha il tipico sapore di certo rock alternativo italico di fine millennio: l’alternanza fra la chitarra acustica e quella elettrica, strofe leggere e ritornelli incazzosi, una certa amarezza di fondo che permea anche i brani più ariosi. Il rischio più grosso di un’operazione del genere? Apparire niente più che un “more of the same”.

Fra i pregi di Questo viaggio c’è sicuramente da annoverare la voce, capace di toccare vari registri ed efficace tanto nei momenti più melodici (Lorelei) quanto nei punti in cui accelera e macina parole a mitraglia (le strofe di Fiori del male). Anche gli arrangiamenti denotano un’ottima cura, dilungandosi un po’ troppo con svolte che sembrano voler aggiungere carne sul fuoco laddove non sempre se ne sente la necessità (la parte centrale della title track) ma piazzando qua e là qualche chicca (il cambio di tonalità fra strofe e ritornelli in Pezzo 9), ma questo non toglie che i sei brani dell’Ep hanno una forte carenza di personalità. Gli anni ’90 come fonte d’ispirazione vengono citati esplicitamente nel comunicato stampa e utilizzati come riferimento culturale nella chiassosa e ironica Dragon banale (tutta giocata sulla serie animata tratta dal manga di Akira Toriyama, assurta a fenomeno mediatico negli anni 2000 con l’aumentare della tamarraggine dei personaggi), omaggiati involontariamente con una cover che ricorda tematicamente quella di Doolittle dei Pixies (che per dovere di cronaca è uscito però nel 1989), ma è nelle sonorità che emerge il debito creativo con quel periodo.

C’è poca ricerca nei suoni dei Panda Pakse, distorsioni standard e melodie che sanno di già sentito, e non aiuta il fatto che l’energia non riesca ad esplodere nei punti in cui dovrebbe farlo. L’equilibrio fra gli strumenti aiuta la voce ad emergere ma rende anonimo il risultato, e riesco a immaginarmi i quattro senesi in fase di mixaggio, indecisi sul da farsi, perché ci sono passato e so cosa vuol dire non avere il coraggio di sacrificare nessuno finendo col non esaltare niente. Hanno potenzialità inespresse, capacità melodiche che possono essere sfruttate meglio che nella comunque interessante Lorelei, ma alla fine il brano che rimane più in testa è il meltin’ pot scatenato di Dragon banale, a cui il Caparezza di Abiura di me potrebbe guardare con un certo rispetto: poco per rimanere nelle orecchie a lungo, ma qualcosa su cui lavorare per proiettarsi verso il futuro senza guardarsi troppo alle spalle.

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Racconto in musica 125: Nino (C + C = Maxigross – Gioia)

Guarda te i casi della vita. Avevo pensato già a un’introduzione per questo articolo, un ragionamento che partiva dal quanto siamo disposti a spendere per la musica che amiamo (che sì, valeva pure quando i cd si vendevano ma noi ce li masterizzavamo/scaricavamo e da lì indietro, ma oggi che la musica te la ascolti gratis grazie a Internet è ancora più difficile dare un valore al lavoro dell* artist*) e finiva a Sale, l’ultimo disco dei C + C = Maxigross uscito nel novembre 2020 che per scelta non è stato messo su Spotify ma solo sul loro Bandcamp, ascoltabile solamente pagando e comunicato in una maniera che illumina la realtà sotterranea della musica indipendente italiana, fatta di musicist* che ci credono un sacco ma che poi, al netto delle spese pagate per portare avanti la loro passione, fanno fatica a mandare avanti la baracca. E questo discorso rimane valido eh, ma si dà il caso che in questi giorni sia uscito Cosmic res, il nuovo disco della band veneta, per cui mi viene da ragionare sulle coincidenze della vita e su quanto tu possa organizzare una cosa a un modo e poi scopri all’improvviso che c’è altro di cui parlare. Ma non è che sia un ragionamento così nuovo o così interessante, perciò facciamo che saltarlo e andare al cuore dell’articolo, che poi è parlare della band e dello scrittore che mi ha spinto a parlarne, cioè Sebastiano Scordato.

Sebastiano, messinese classe 1982 trapiantato a Mantova, è uno di quelli che a leggere quante cose ha fatto non sai da dove partire. Laureatosi nella sua città natale in Scienze del servizio sociale con la tesi “Il teatro e il sociale”, inizia da subito a unire la sfera sociale e quella artistica nel suo lavoro di operatore, mediatore culturale e assistente sociale. La drammaturgia in particolare è un amore che lo spinge a studiare sceneggiatura alla Scuola Holden di Torino con Alessandro Di Pauli e drammaturgia in un corso tenuto da Tino Caspanello, esperienze che lo portano a spaziare in lungo e in largo per il panorama artistico. Sebastiano è infatti paroliere, scrittore, poeta, sceneggiatore e drammaturgo, professioni che l’hanno portato a pubblicare molto materiale personale come la saga (in corso) de I cento racconti, di cui a breve uscirà il quinto capitolo (e che potete recuperare anche in audiolibro), la raccolta poetica Le isole di fronte al mare e l’antologia Racconti per dormire, ma anche molto materiale per altri artisti come i testi del singolo Il ministro e dell’album La mia Odissea per il cantautore Ciccio Cucinotta e i cori per il poema sinfonico che il Maestro Marco Triolo sta traendo dall’Eragon di Cristopher Paolini. Basta così? Nemmeno per sogno! Membro fondatore delle associazioni storiche I cavalieri della stella e Tercio viejo de Sicilia, del giornale Paese Italia Press e dell’etichetta musicale New Horizon, Sebastiano trova il tempo anche di pubblicare racconti e contributi vari nella rivista Sulla quarta corda di Monica Pezzella, per la quale attualmente funge anche da collaboratore e copywriter: se dovessi aver disgraziatamente dimenticato qualcosa in questo tornado di attività di sicuro ne trovate traccia nel suo sito, dove trovate anche i servizi editoriali che offre.

Riassumere una storia articolata lunga quindici anni è in sé un tentativo già fallimentare, soprattutto quando sul loro sito quella storia la trovate invece descritta con dovizia di particolari, ma siamo qui per tentarci e vale la pena di darvi almeno un’infarinatura di ciò che sono stati e sono i C + C = Maxigross, gruppo che ho incrociato dal vivo una sola volta in quel di Lu Monferrato nel 2014 ma che, seppur da lontano e in maniera discontinua, ho visto crescere e mutare in qualcosa di sempre diverso. Un collettivo, così si definiscono fin dagli inizi anche se a fondarlo sono in tre, Francesco Ambrosini, Filippo Brugnoli e Tobia Poltronieri, perché a conti fatti dal primo Ep Singar (2011, 42 Records) a Cosmic Res (2023, Trovarobato e Dischi Sotterranei) passano dodici anni e un numero ben più ampio di collaborazioni, formazioni che variano anche all’interno dello stesso tour per accogliere membri in un flusso continuo, artisti di ogni parte del mondo che si uniscono come il norvegese Martin Hagfors (con cui registrano l’Ep An instantaneous journey with Martin Hagfors & C + C = Maxigross) o il senegalese Alioune Slysajah, la fondazione di un’etichetta (Vaggimal Records, creata nel loro studio in una casa di montagna) e anche di un’altra etichetta/collettivo/studio di registrazione (Tega, sotto cui sono usciti i loro ultimi dischi e i progetti solisti di Tobia e Niccolò “Cru” Cruciani, membro stabile dal 2014), l’organizzazione di un festival nella loro Lessinia (il Lessinia Psych Fest!, che va avanti per quattro edizioni di cui la prima senza permessi e pubblicizzata quasi solo col passaparola, cosa che porta la band a pagare una multa ma non incide sul successo della due giorni di musica), concorsi vinti (Arezzo Wave), concerti fatti in Italia e per il mondo (123 quelli del tour di Ruvain, fra il 2013 e il 2014, e poi tour negli Stati Uniti, l’inserimento nel cartellone principale del Primavera Sound Festival nel 2016…) oddio come faccio a star dietro a questo mare di informazioni? I C + C = Maxigross poi non edulcorano niente della loro storia, fatta di successi ma anche di cadute, ti parlano senza problemi del concerto di fine agosto 2018 al Carroponte di Milano andato (quasi) vuoto e delle sole 80 copie vendute su vinile del disco Deserto (2019) a fronte di diecimila euro di spesa per registrarlo, per due anni sfanculano Spotify (è cosa buona e giusta) lasciando Sale solamente su Bandcamp e facendolo ascoltare solo pagando (tutto il ragionamento che facevo all’inizio loro lo fanno meglio e in maniera più approfondita qui) e insomma, continuano a lottare e resistere insieme a noi.

Ma la musica, vi chiederete? Un flusso in costante cambiamento, dal folk a qualunque cosa il folk può diventare quando lo si sporca con la psichedelia, con ritmi di ogni parte del mondo, con la spiritualità, cantando in inglese (fino a Fluttarn, 2015) e italiano (dall’Ep Buona speranza, 2017), stupendo e stupendosi di quanto la musica può toccare tasti diversi e farti rilassare o farti ballare (ascoltatevi Piedi asciutti da Sale) e può mutare con le esperienze e con gli amici che suonano insieme a te o con cui condividi il palco. Amici come Matteo Givone degli Indianizer, Andrea Guagnelli dei Brothers In Law e Mirko Bertuccioli dei Camillas, cui è dedicato Sale, e soprattutto Miles Cooper Seaton, musicista statunitense fondatore degli Akron / Family trapiantatosi a Verona fin dal 2015 e collaboratore, compagno di avventure sul palco e dietro al mixer, spentosi nel 2021 a soli 41 anni e a cui è dedicato Cosmic Res. Si può anche qui riassumere in poche parole un viaggio musicale così lungo e così pieno di emozioni, sensazioni, gioia e dolore? No, per qui andate qui e cominciate ad ascoltare… E ciò che vi piace compratelo!

Ho appena parlato di gioia e dolore e proprio Gioia si intitola la canzone che io e Sebastiano abbiamo deciso di associare al suo racconto, un curioso esperimento che unisce l’osservazione di una scena comune vista sotto la lente dell’unicità alla sua abilità come paroliere. Nella canzone dei C +C = Maxigross, ultima traccia di Deserto, abbiamo trovato le stesse sensazioni, quella capacità di esistere a un ritmo diverso e di gioire anche solo per il fatto di esserci. Perdetevi fra le note e le parole, le trovate qui in basso: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Nino, di Sebastiano Scordato

Il profumo di acqua che irriga i campi, il sole leggero che riscalda le piante. Silenzio, poi il vento che soffia pacato in una strada di campagna, il rumore dell’acqua che scorre in lontananza, l’odore di polvere e zagara.

Mi hai portato in questa strada,

il tuo amore mi hai negato.

Mi hai portato nella tua strada,

senza fiato mi hai lasciato.

Un anziano in lontananza risale la strada, sorridente, in groppa al suo scooter elettrico a quattro ruote. L’uomo ha baffi bianchi poco curati; i suoi occhi puntano in avanti, verso la lieve salita che lo aspetta; con lui, due chihuahua – uno bianco e uno nero, anche loro avanti con l’età – sorridenti si avvicinano ai bordi della strada, odorano in un punto e poi fanno pipì.

Mi hai promesso amore eterno,

e mi hai dato solo tormento;

dicevi di amarmi con il cuore in mano,

ora mi lasci senza sostegno.

Ritorna da me amore caro,

amore vero,

ritorna da me.

Non lasciarmi sola senza alcun calore

nel buio del tuo torpore.

Una musica accompagna l’anziano, che sorride e risale la lieve salita; i due cani lo precedono mentre l’uomo, placido, si sposta a destra della strada. Si ferma, tocca una busta nella cesta anteriore dello scooter; al tocco la musica cambia, i due cani sentendo il nuovo ritmo lo guardano, assorti.

Il colore della vita dà sul rosso,

ma non si ferma mai neanche su un dosso,

una salita,

una discesa.

Il colore della gioia dà sempre sul giallo

e si vede proprio quando ballo.

Inizia a camminare con questa canzone,

fermati solo con una ragione.

Mentre l’uomo cerca qualcos’altro, la musica cambia di nuovo. I due cani si allontanano da lui; il nero attraversa la strada, mettendosi ad annusare un’aiuola, quello chiaro, impossibilitato dagli anni a muoversi bene, avanza verso la salita di qualche metro: nel muoversi sembra quasi danzare al ritmo di quella musica. C’è il suono leggero dell’acqua che scorre e del vento, che porta il profumo di zagara.

Solo i raggi del sole si muovono verso la via.

Altro posto ti aspetta,

sui tuoi passi

trova la forza,

sulle tue gambe trova la felicità.

Una macchina passa e si ferma nei pressi dell’uomo, che continua a sorridere e farsi gli affari propri mentre cerca, ancora, qualcosa nella busta di plastica. I due cani ritornano; quando lo raggiungono, la macchina li supera e loro riprendono il cammino. L’anziano ha proprio sopra la testa una zagara che sbuca tra le foglie.

La felicità troverai alla fine della salita,

la felicità che tanto cercavi.

I due cani lo guardano; l’uomo sorride e riprende la marcia, lento, in mano la zagara e il suo profumo.

Una nuova vita dopo una salita,

una vita dietro un destino

primavera e cammino

l’amore e poi…

L’anziano scompare dietro la salita, avvolto dalla luce del sole che va a imbrunire; si sente ancora la musica, ma piano piano anche lei scompare, lasciando posto al rumore di acqua che scorre, mentre il vento tra le foglie porta con sé l’odore di zagara.

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Guillermo sì, Guillermo no: la scalata di Del Toro alla conquista di Netflix

Come si fa a non voler bene a Guillermo Del Toro? Il regista messicano ha una faccia bonaria che ti fa venir voglia di abbracciarlo, ma tutta la tenerezza che ispira sarebbe nulla se ti piantasse lì che so, un Funny games a caso. Invece lui coi suoi film ti dà l’idea di un eterno bambino affascinato dalla magia del cinema, uno che riesce a vincere un Oscar con quella favola che riesce a risultare originale pur senza inventare niente che risponde al nome di La forma dell’acqua, che rende un blockbuster un film di robot enormi e kaiju che si menano (Paficic rim) ma che allo stesso tempo spende un sacco di soldi per la sua idea di gotico e fa flop (Crimson Peak). Non è uno a cui riescono tutte le ciambelle col buco, per cui non si porta dietro quell’aria da vincente che avvolge i conterranei Cuarón e (soprattutto) Iñárritu (suoi grandi amici tra l’altro): loro si guarderebbero bene dallo sbandierare ai quattro venti progetti che non prendono mai piede come il lovecraftiano Le montagne della follia, e probabilmente se prendessero un impegno con Peter Jackson lo manterrebbero invece di scaricargli il peso de Lo hobbit sulle spalle… Ma come faceva Jackson a prendersela con uno che come lui si è fatto la gavetta con pellicole da cui i “veri” registi si sarebbero tenuti lontani, dall’horror di Mimic ai cinecomic (quando ancora i cinecomic non erano garanzia di incassi) come Blade II e i due capitoli di Hellboy? Insomma, a Guillermo Del Toro non si può voler male, e a criticarlo si fa peccato. O no?

Caso vuole che in pochissimo tempo il regista sia sbarcato su Netflix non con una, bensì con due opere che recano impresso il suo marchio. Ha aperto le danze Cabinet of curiosities, serie antologica che si rifà ai classici del genere (sullo stile di Ai confini della realtà e Alfred Hitchcock presenta, tanto che Del Toro introduce ogni episodio in prima persona) aggiungendoci un bel po’ di orrore, gli ha fatto seguito Pinocchio, il progetto dei sogni di un sacco di registi e che a un sacco di registi ha segato le gambe (lui stesso se lo è visto segare in partenza più volte dal 2008 a oggi). E com’è andata?

Per fare Lovecraft non basta l’amore

Orrore cosmico in 3, 2, 1…

Cabinet of curiosities è una serie che vede Del Toro nei panni di nume tutelare. La sua mano dietro la macchina da presa non c’è, è solo parzialmente coinvolto nella sceneggiatura (due episodi, Lotto 36 e Il brusio, sono tratti da suoi racconti), ma è facile intuire che si sia divertito un mondo a coinvolgere nell’avventura registi che apprezza e a cui il successo ha arriso a fasi alterne: se si escludono i semi esordienti Guillermo Navarro (che come direttore della fotografia ha in compenso una carriera lunghissima, spesso a fianco di Del Toro) e David Prior (autore nel 2020 dell’interessante The empty man) il resto del parterre è una sequela di nomi noti del cinema underground, da Vincenzo Natali (The cube, Splice, il bellissimo e misconosciuto Nothing) al giovane Keith Thomas (fresco fresco del nuovo adattamento de L’incendiaria di Stephen King) passando per Ana Lily Amirpour (A girl walks home alone at night, The bad batch), Panos Cosmatos (Mandy), Catherine Hardwicke (dall’esordio ottimo con Thirteen a Twilight in soli cinque anni) e Jennifer Kent (Babadook, The nightingale). L’orrore è un genere con cui tutti in qualche maniera hanno avuto a che fare e così Del Toro, anfitrione di una camera delle meraviglie (sale in cui, particolarmente fra il XVI e il XVIII secolo, i collezionisti conservavano raccolte di oggetti straordinari e insoliti) la cui magnificenza è seconda solo alla sua pericolosità, invita ognun* di loro ad appropriarsi di un oggetto e narrarne la storia, spesso fonte di disavventure per l* malcapitat* che vi entrano in contatto.

“Andiamo alla ricerca di modi per morire male”

Oltre che di registi esperti la serie si avvale anche di un cast di tutto rispetto, formato sia da caratteristi di lungo corso (Tim Blake Nelson, Peter Weller, Crispin Glover) che da attori capaci di conquistare piccolo (Andrew “Rick Grimes” Lincoln) e grande (F. Murray Abraham, premio Oscar nel 1984 per Amadeus) schermo, ma il talento può poco senza una buona storia da narrare ed è qui che le cose iniziano a scricchiolare. Del Toro ambisce a ricreare parzialmente il fascino di serie televisive di decenni fa, ma lo fa troppo spesso con tropi narrativi che arrivano da quel periodo quando non da epoche più vecchie, epoche in cui accanto al brivido c’era sempre la morale: è questa che emerge spesso come vera protagonista, aleggia intorno al brutto carattere del protagonista di Lotto 36 e si frappone fra il tombarolo Masson (David Hewlett, fedelissimo di Vincenzo Natali) e i suoi truffaldini guadagni in I ratti del cimitero, ma la novella educativa mal si sposa con l’orrore esplicito dei primi due episodi, lasciandoli a mezza strada fra il puro intrattenimento, la necessità di stemperare la tensione con un po’ di humor e l’ansia di voler dire qualcosa che conosciamo già. L’episodio diretto da Natali ha anche l’onere di tirare in ballo uno dei nomi grossi dell’horror, Howard Phillips Lovecraft (anche se, nel caso specifico, la citazione dei Grandi Antichi arriva da un racconto di Henry Kuttner, compagno di merende dello stesso scrittore), ma dopo che Richard Stanley ha dato a tutti una lezione di stile con l’adattamento de Il colore venuto dallo spazio (2019) non bastano i tentativi di un volenteroso ma basilare Thomas (Il modello di Pickman) o di un’estetizzante Hardwicke (I sogni nella casa stregata) a rendere giustizia alle invenzioni del maestro di Providence.

Giuro che ho una collega che fa ste facce a lavoro, altro che L’apparenza

Dove non può la narrazione, altalenante anche ne L’autopsia di Prior (bravo a tenere alta la tensione fino a metà episodio, meno nel tirare le fila di una vicenda che anche qui si perde in troppe questioni morali), può forse l’estro visionario. È questo che lega gli episodi di Amirpour e Cosmatos, ma se la cura estetica miracolosa alla base de L’apparenza si fa forza degli sguardi allucinati di Kate Micucci e Martin Starr per portare avanti una storia di mutazioni, senso d’inadeguatezza e orrore sociale sfruttando gli stereotipi senza cavalcarli troppo, in La visita il regista greco-canadese spreca un sontuoso impianto scenico a cavallo fra gli anni 70 e gli anni 80 (pure musicalmente, con temi che omaggiano esplicitamente le opere di John Carpenter) incentrando l’episodio su un gruppo di persone in una stanza e alimentando una tensione che, quando si risolve, manda un po’ a quel paese tutta la premessa abilmente costruita nonostante dei dialoghi spesso poco credibili. Alla fin fine brillano particolarmente le donne, perché oltre all’episodio di Amirpour va fatto un plauso a Kent, la cui favola gotica a base di fantasmi e uccelli si rivela efficace, piena di sensibilità e capace di spaventare più di tutti gli altri episodi messi insieme senza la necessità di puntare sul gore: Il brusio chiude in bellezza un’antologia che innova poco e riadatta senza troppa maestria vecchi canoni, ma se la qualità di un’eventuale seconda stagione fosse quella dell’ultimo episodio entrerei volentieri ancora nella camera delle meraviglie di Del Toro.

Fascisti e Collodi

“Io questa storia me la ricordavo diversa”

Ha un po’ del melodrammatico la storia di coppia che chiude Cabinet of curiosities, un registro narrativo che a Del Toro non dispiace affatto: non per niente i primi dieci minuti del suo Pinocchio sono un profluvio di buoni sentimenti che sai già che porteranno verso la rovina, e quella rovina si concretizza nella morte di Carlo, figlio dell’umile falegname Geppetto che passa dal costruire un crocifisso ad attaccarsi al collo della bottiglia in tempo zero (e lo si può pure capire, poveraccio). Un inizio inaspettato e zoppicante, condito da dialoghi a rischio diabete e qualche frase che sembra scritta da chi l’Italia l’ha immaginata solo da turista come manco i protagonisti della seconda stagione di The White Lotus, ma se un compaesano definisce Geppetto “un cittadino italiano modello” forse è perché a inizio Novecento il patriottismo era un sentimento ancora molto in voga e di lì a poco sarebbe stato cavalcato da quello che è a tutti gli effetti uno dei protagonisti della rilettura operata dal regista messicano: il fascismo.

Un fascista piccolo piccolo

È curioso come Del Toro sia affascinato dai movimenti dittatoriali europei. Dopo le opere ambientate agli albori del regime di Francisco Franco in Spagna (non ho mai visto La spina del diavolo, ma per Il labirinto del fauno non ho problemi a usare la parola capolavoro) ecco che Pinocchio prende vita in pieno periodo fascista, finendo per restare coinvolto di striscio negli eventi storici che hanno sconvolto L’Italia e il mondo intero. Non è l’unico cambio operato rispetto alla novella originale, perché al regista la storia di Collodi sembra interessare più come matrice per innestare le sue idee: ecco allora che le figure del Gatto, della Volpe e di Mangiafuoco vengono riassunte dal losco Conte Volpe e dalla sua fidata scimmia Spazzatura, Pinocchio acquisisce la capacità di tornare dal regno dei morti (cosa che lo rende appetibile per il podestà del paese, interessato a sfruttarlo come soldato definitivo) e proprio qui, in un mondo popolato da conigli-becchini che giocano infinite partite a carte, il burattino incontra il contraltare dello Spirito del bosco (in vece della Fata Turchina) che lo ha reso senziente: la Morte, una sorta di chimera che gli insegnerà il valore della vita. Ogni modifica è azzeccata e dona ulteriore spessore a una storia che più che accentrarsi sulla maturazione in un bambino vero (il grillo Sebastian come guida morale riesce a fare ben poco) punta il focus su cosa voglia dire essere umani, affiancando tematiche persino cupe a momenti di puro divertimento e, soprattutto, di gioia per gli occhi.

A fianco di una storia narrata con la giusta enfasi Pinocchio mette anche un comparto tecnico di prim’ordine, affidandosi completamente allo stop-motion (a opera dell’esperto Mark Gustafson, co-regista della pellicola) e realizzando senza ausilio di computer grafica scene che lasciano a bocca aperta (io sono rimasto incantato dai colori sullo sfondo durante uno scontro fra Pinocchio e il Conte Volpe). Non dovremmo più stupirci di fronte alla magnificenza delle opere realizzate con questa tecnica (ho ancora nel cuore Coraline e la porta magica), eppure Del Toro riesce a superare ogni aspettativa e mentre seguiamo l’irriverente epopea del burattino di legno fra bizze, complotti e ribellioni al regime, risate e commozione si mischiano senza più far ricorso ai toni melassosi dell’incipit, che risulta così funzionale alla storia ed efficace nell’aumentare la nostra sorpresa di fronte al rutilante spettacolo lì da venire.

Conigli neri idoli del film

Quella che è stata una trappola per la carriera di molti registi (fra le vittime illustri ricordiamo Francesco Nuti e Roberto Benigni) per Del Toro diventa l’ennesimo trionfo. Il suo Pinocchio diverte e fa pensare, allarga le tematiche dell’opera originale e, nel farlo, si fa beffe del fascismo e della sua ideologia (nonché del Duce, “ridotto” a macchietta comica): come si fa a non voler bene a quest’uomo?

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Racconto in musica 124: Dopo il disastro (Spread – M. C. ‘n. H. n. F.)

Come ho raccontato più di una volta questo blog è nato nel periodo migliore e peggiore allo stesso tempo: il peggiore perché inaugurarlo alle porte della pandemia ha eliminato i live per lungo tempo, e io ingenuamente mi dicevo “parlerò di un sacco di artist* che scoprirò dal vivo” (poi comunque è successo); il migliore, si fa per dire, perché in quel periodo ho avuto un sacco di tempo per abituarmi a gestire il blog con una routine che altrimenti non sarei riuscito a mantenere (e ogni tanto infatti non ci riesco, l’articolo di metà settimana è saltato).

Mi ritengo una persona fortunata, anche se a volte questo pensiero assume forme un po’ contorte. Mi ritengo fortunato perché mio padre è morto il 2 marzo 2020 per motivi non inerenti il covid e in tempo per fare un funerale a cui hanno potuto partecipare alcuni amici; mi ritengo fortunato per quel tempo in più, anche se era dovuto alla chiusura delle ditte non necessarie e alla successiva (lunga) cassa integrazione; mi ritengo fortunato perché, nonostante il lockdown, io e la mia compagna siamo riusciti a rimanere innamorati quanto e più di prima (e lei, a differenza mia, doveva pure lavorare in smart working). Penso di essere un realista che tende all’ottimismo, so che poteva andare meglio ma anche che c’è una fiumana di persone che se la sono passata molto, molto peggio nelle fasi più atroci della pandemia, e che i problemi strutturali che hanno causato certe situazioni sono ben lungi dall’essere risolti. Se l’è passata sicuramente peggio di me ad esempio un medico di base della Val Cavallina, in provincia di Bergamo, che dalle sette di mattina a notte fonda si occupava dei suoi pazienti con visite domiciliari e consigli su whatsapp, barcamenandosi fra le difficoltà strutturali di cui sopra che gli hanno impedito di avere anche le mascherine necessarie nelle prime settimane di contagi, come racconta lui stesso qui: quel medico io lo conosco, più come voce che come faccia dato che ho avuto la fortuna di vederlo sul palco solo una volta (2018, Ambria Music Festival a Zogno), ma provai istintivamente ancora più affetto per Roberto Longaretti e per i suoi Spread.

Non è così facile trovare informazioni sugli Spread, uno dei segreti meglio custoditi della florida scena bergamasca, tanto che prima di oggi ignoravo l’esistenza del loro primo disco, Anche i cinghiali hanno la testa, uscito nel 2009 dopo i primi anni passati a suonare nella zona e autoprodurre una demo. Di quel disco rimangono poche tracce nell’internet (o sono io che non sono bravo a cercare), giusto un paio di brani su YouTube che testimoniano già della potenza vocale di Longaretti e della tangenzialità (che cazzo di parola ho tirato fuori?) della loro musica, che sotto la patina di un grunge/stoner “istituzionale” promette derive succulente ma non per tutti i palati. Ignoro anche quali fossero i componenti della band ai tempi, ma quando nel 2011 esce per l’etichetta Il verso del cinghiale il secondo disco, C’è tutto il tempo per dormire sotto terra, della formazione fanno parte Paolo Fusini alla chitarra, Paolo Colleoni alla batteria, Stefano Meli al basso e Francesca Arancio al violino, mentre un tot di amici collaborano in altri brani fra cui Fabio Intraina che lo registra (quanti dischi fighi sono usciti dal Tray Studio di Inzago) e Alberto Ferrari che lo masterizza nell’Henhouse Studio dei suoi Verdena. Il disco è qualcosa di storto, deviato, inquietante e assolutamente impossibile da ignorare, uno di quei dischi che si amano o si odiano e io, come avrete capito se ne parlo qui, faccio parte della schiera dei secondi: partire con una cover depressa e rallentata di Fin che la barca va di Orietta Berti è già particolare di per sé, ma il delirio è ben lungi dal cominciare visti i versi animaleschi che introducono Charlie, i continui cambi di ritmo di In guardia, le urla concitate nel finale di M. C. ‘n. H. n. F., la calma improvvisa e medievaleggiante di Il castello di Poppi (fun fact: anni dopo ho conosciuto una ragazza che abitava vicino a quel castello) e mille altre sfumature di una personalità unica. Il disco me lo spolpo parecchio, loro dividono il palco con Afterhours, Le luci della centrale elettrica e molti altri (fra cui non potevano mancare i Verdena) ma poi per anni li perdo di vista, dato che ne passano ben sette prima che Longaretti e compagni tornino a produrre qualcosa: lo fanno nel 2018 con Vivi per miracolo, uscito per Go Down Records e registrato da Alberto Ferrari nel pollaio/studio dei Verdena con una formazione che vede uscire Meli e Arancio ed entrare Valentino Novelli al basso, mostrando la stessa fantasia negli arrangiamenti e nelle linee vocali ma con una graniticità maggiore (non per niente la Go Down è l’etichetta dello stoner per eccellenza nel panorama italiano). Io finalmente me li vedo live, poi arriva la pandemia e che succede? Succede che la vita va avanti e arrivano anche belle notizie, come il matrimonio di Longaretti con Roberta Sammarelli e la canzone Bimba che gli Spread fanno uscire proprio nello stesso periodo, l’estate 2020 in cui ancora si faticava a tornare alla vita normale ma ci si provava: oggi che i concerti sono tornati a essere una realtà consueta la band è ancora qui e lotta insieme a noi, tanto che l’ultima data risale a inizi novembre al mitico Joe Koala di Osio Sopra, e pare che qualcosa bolla in pentola per il futuro.

M. C. ‘n. H. n. F. è l’acronimo di “Merry Christmas and Happy New Fear”, e dato che per tradizione in questo periodo cerchiamo di rispettare il tema natalizio non potevo trovare canzone migliore per farmi ispirare. L’immaginario da pranzo di Natale in famiglia è ben presente nella folle rincorsa delle liriche sparate a raffica da Longaretti, e mi ha tirato fuori un racconto che pesca dai ricordi personali, da qualche stereotipo e da una di quelle frasi che ci siamo ripetuti fino allo sfinimento mentre eravamo chiusi in casa, “ne usciremo migliori”, che oggi di solito usiamo cinicamente guardando gli altri per dirci che non è stato così: ma noi che giudichiamo siamo migliorati o peggiorati? La risposta nel testo che segue la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto, buona lettura e darvi appuntamento a gennaio.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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https://www.rockit.it/spread/canzone/merry-christmas-e-happy-new-fear/29871

Dopo il disastro

Eccolo, il momento. Quello in cui rimpiangi il lockdown, il coprifuoco, l’isolamento sociale e la distanza posta fra te e coloro a cui vuoi bene per il loro bene, solo per il loro bene.

È ancora Natale. Sapevi che sarebbe arrivato questo giorno, non puoi fuggire. Non puoi deludere tutti. Ti hanno già invitato in quattro, fra cui una cugina che ti sta anche simpatica. Una volta, da piccolo, ti aveva detto “non diventiamo come loro”.

LORO.

Prepari una torta salata. Nella tua famiglia il pranzo di Natale funziona così: ognuno porta qualcosa. Tu non ti sbizzarrisci, vai su qualcosa di semplice e sano, vegetariano (non vegano), sia mai che qualcuno abbia sviluppato un ribrezzo per la carne. Una volta uno zio acquisito ha fatto un dolce troppo cioccolatoso e allora

(io sta merda non la mangio ho il diabete mi vuoi ammazzare sarà buono quel tuo cazzo di affettato comprato al discount questa carne odora di merda oh c’hai messo l’acqua nel vino eheheheheh cazzo ridi che c’hai i denti scompagnati OOOOOOOOOHHHHH PORCO DI QUEL)

Sorridono tutti. Sorridi anche tu. Il primo è passato, c’è una bella atmosfera. La pasta al forno aveva quella crosticina bruciacchiata che ti piace tanto ma a tua madre no, proprio no. Ma non ha detto nulla. Ti hanno fatto domande sulla tua vita personale, le solite cose che non sopporti

(ma vivi ancora da solo quand’è che ti trovi una fidanzata almeno la camicia potevi stirarla)

ma che oggi è più facile tollerare. È il livello minimo di disagio che riesce a metterti a tuo agio, a farti dimenticare quanto poco ci vuole a trasformare tutto in una battaglia, quanto peso si porta dietro una parola qualsiasi come quella che ora potrebbe uscire dalla bocca di tuo cugino

(ancora con questo cazzo di debito io non ti devo un cazzo hai capito allora parliamo di quella volta in macchina dietro al supermercato schifoso pervertito di merda vogliamo mettere sul piatto tutto davvero vogliamo farlo ho pulito la merda dal culo di tuo padre per sette anni tu smettila di piangere troietta è stato un errore nell’app del ciclo di sua madre)

C’è il dolce. Semplice, classico: un panettone senza canditi. Tuo nonno dice che per chi vuole c’è il pandoro. La cugina che ti sta simpatica ha portato la crema al mascarpone, la porta in tavola e ti guarda con un’espressione che sembra voler dire “da non crederci, vero”? Infatti non ci credi. Sembrano altre persone, persone piacevoli. Forse è vero che ne siete usciti migliori, ma il fatto che questo ti dia fastidio ti fa sentire come se l’unico a non essere cambiato sia proprio tu.

Ti senti una merda.

Dopo il caffè e gli amari i primi parenti cominciano a salutare. Chi resta non parla male di chi se ne va. Ti stai quasi adattando a questo clima di affetto reciproco, poi tua sorella fa un accenno alla questione del loculo nella cappella di famiglia, solo un piccolo accenno, possiamo parlarne un’altra volta.

Sorridi. Sei più simile a loro di quanto vorresti. Avrete tutto il tempo di litigarvi il posto dove dormire sotto terra.

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Racconto in musica 123: L’albero della conoscenza (Diego Deadman Potron – Carnhate)

Ci sono concerti che possono farti innamorare di qualche artista immediatamente. A volte è la carica della band, come quando vidi per la prima volta Le Capre A Sonagli e fui travolto da questi pazzi che saltavano, usavano catene per suonare la batteria e si gettavano in mezzo al pubblico, il tutto mentre il cantante e chitarrista Stefano Gipponi se ne stava comodamente seduto su un amplificatore con la sua acustica; a volte può essere al contrario la postura dimessa, tipo quella con cui un vibrante ma ancora sconosciuto Vasco Brondi aka Le Luci Della Centrale Elettrica catturò la mia intenzione in apertura a Il Teatro Degli Orrori in un locale ormai chiuso dell’hinterland novarese (ciao ciao Piccole Iene/ Rock’n’roll Arena); a volte possono essere le parole giuste per descrivere le proprie canzoni, una semplice frase in apertura a un brano, qualcosa tipo “questa canzone parla di un tizio che si taglia il cazzo e decide di metterlo a essiccare sopra il caminetto”: è con parole simili a queste che Diego Deadman Potron attirò la mia attenzione a un concerto anni fa, tenendola calamitata per tutto il tempo.

Mi dà modo di parlarne un vecchio amico di Tremila Battute, Danilo Di Prinzio. Ospite del blog in altre due occasioni, Danilo entra nel novero dei collaboratori più assidui insieme a Stefano Tarquini, Alessio Barettini e Alex Roggero, il che mi riempie il cuore di gioia e di affetto verso ognuno di loro. Pubblicato su svariate riviste coi suoi racconti, vincitore di alcuni concorsi con i suoi testi sia letterari che poetici, da poco ha pubblicato con la casa editrice I Quaderni Del Bardo la raccolta di racconti Elezione al rango di contemplatore della Luna, che potete trovare qui.

Chi è Diego Deadman Potron? Il bluesman oscuro che racconta storie di violenza e disagio, di uomini che apostrofano le proprie donne dicendo “se non capisci questo concetto, dovrò usare il ferro”? Il chitarrista scatenato che assieme al batterista Christian Amendolara spande stoner a piene note coi Dead Man’s Blues Fuckers, che ebbi la fortuna di incrociare nel 2016 al Balla Coi Cinghiali? Il cantastorie bizzarro che canta allegramente del ben poco rassicurante Mr. Choppy? Tutto questo e non solo, perché nell’arco della sua più che decennale carriera Potron ha esplorato tutte le anime del blues, dalla cupezza alla levità, dagli arpeggi acustici alle distorsioni. La sua carriera comincia nel 2006 come one man band, chitarra elettrica a tracolla, cigar box, batteria al piede e una voce profonda con cui affascinare il pubblico con le sue storie, spesso come opening act (sia in Italia che in tutta Europa) di gente come Bob Log III, Turbonegro e San Nick Oliveri (la mia labile memoria non mi rende sicuro di questa affermazione, ma è probabile che proprio a un suo concerto lo abbia incrociato la prima volta). Al primo disco ufficiale ci arriva tardi, nel 2013, quando la Ammonia Records (quanti ricordi punk che ho legati all’Ammonia!) produce Electro Vodoo, un disco grezzo, sporco e trascinante (ascoltate Demon in my ass e provate a restare fermi), la matrice da cui solo tre anni dopo si svilupperanno i Dead Man’s Blues Fuckers. Il 2016 è anche l’anno in cui sempre Ammonia produce il fantastico split in cui il one man band Potron incontra la one woman band Elli De Mon: il risultato è Vs, un concentrato di emozioni in cui emerge il lato più intimistico del “Deadman” e che lo porterà a intraprendere una nuova direzione nei suoi album solisti.

La differenza la si può già ascoltare nel 2018, anno in cui esce Winter session (dopo una parentesi ancor più fragorosa, ovvero l’esordio nel 2017 dei Dead Man’s Blues Fuckers Phase II, pubblicato da Femore e Crono Sound Factory): composto da brani in cui i suoni acustici hanno più peso, dal respiro più ampio e con affinità evidenti con il panorama musicale folk, le nove canzoni di Potron sono piccoli gioielli introspettivi che non perdono comunque per strada le atmosfere “maledette” che hanno contraddistinto la produzione del bluesman fino a quel momento. Il 2020 è l’anno di Ready to go, altre dieci tracce fra intensità e ironia (che titolo fantastico è While I sleep my dog goes to the beach and play Bo Diddley?) in cui si fa notare la cover di Stayin’ alive, ennesima rilettura del brano dei Bee Gees (senza discostarci troppo di genere ricordiamo quella degli Hormonauts) che riesce comunque a essere piena di personalità. L’ultimo capitolo della storia musicale di Potron, almeno dal punto di vista discografico, si chiama Safari station ed è una nuova collaborazione, questa volta con il polistrumentista e cantante Andrea Van Cleef: l’album del duo, uscito nel 2021 per Rivertale Productions, espande ulteriormente il cosmo musicale, ma fra l’ascesa continua di You and I were born for better things e la lenta progressione della title track resistono salde le radici di un suono che Potron maneggia con energia e sentimeno unici. E la primavera sembra promettere novità, che potrete assaggiare al Bloom di Mezzago andando a vederlo di supporto agli Ardecore il 23 dicembre…

L’albero della conoscenza, il racconto propostomi da Danilo, non è nato sulle note di Carnhate ma entrambi siamo stati concordi sul fatto che il brano potesse esserne un’ottima “casa musicale”: la levità della musica e la semplicità del testo di Potron, unito alle immagini di libertà interiore che ne scaturiscono, ben si associavano al linguaggio usato da Danilo, una melodia di frasi lunghe e articolate che svelano una realtà scabrosa, a tratti respingente, ma che mantiene un germe di purezza proprio grazie al modo in cui è raccontata. Potete leggerla come al solito dopo il brano che l’ha ispirata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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L’albero della conoscenza, di Danilo Di Prinzio

È con la guancia contro la porta, gli occhi chiusi, le narici attente a percepire ogni molecola di fragranza. Lo sente con tutta la pelle, il suo odore, lì dentro nel cervello, in una elaborazione da confondere la ragione. Poi il fruscio delle vesti, un soffio leggero sulle piastrelle, un passo come di danza, lui al di qua della porta, le tende tirate le une di fianco alle altre, per spegnere il mondo affinché si sveli l’eccesso che abita la sua interiorità senza luce, alterato dall’effluvio del passo di lei, un braccio levato in avanti e un altro indietro, mentre cammina lungo il corridoio. Poi ecco che la sente fermarsi, e sprofonda nel viaggio che seduce, che non ha requie, che costringe la mano a sfiorarsi tra le gambe, sulla costrizione dei pantaloni.

Quanto tempo impiegherò per avanzare nel deserto di questa casa? Io lo so che lui è lì, che aspetta impaziente che io traversi la porta, che raggiunga il bagno per disfarmi di questi abiti sempre troppo ingombranti. So che sta lì sperando che gli conceda il privilegio dello strofinio del liquido ebbro sulle sue labbra avide di me. Allora incedo lentamente, un passo dietro l’altro. Chi ha colpa? Loro, i nostri genitori, i custodi della nostra vita. Allora compiere il misfatto, allora allontanarli dalla possibilità della conoscenza, allora escluderli dall’amore innaturale. Ma cos’è innaturale? Cosa non lo è? Quello che sento, se mi vibra, nella milza, nel fegato, nelle viscere, nell’orrido del cuore, non è dunque parte della natura? Non è esso stesso natura?

Lei riprende ad avanzare, mentre lui stringe con il pugno il turgido pulsante elemento creativo, gli occhi viaggiano frugando nella fantasia, alla ricerca della composizione della nudità della ragazza, nudità che ha scovato a tratti, che ha rubato nelle notti inconsapevoli, quando lei era chiusa in bagno, quando la spiava attraverso il buco della serratura, quando anche allora stringeva il membro agitandolo fino a schizzare l’immaturità della carne contro la porta, non come adesso in cui il culmine del piacere lo raggiunge nel momento preciso in cui la porta del bagno si chiude.

Supero la sua camera, mi prende un turbinio nelle fessure, avanzo accelerando di pochissimo il passo. Dall’esterno nessuno avrebbe potuto accorgersene, ma io lo sento nello scorrere feroce del sangue, nelle pareti delle arterie che forzano violente verso l’esterno, che quasi scoppiano, procedo rasente il muro, sfiorandolo con la punta delle dita. Poco dopo m’infilo in bagno, accosto la porta, tocco la chiave, ma la lascio in quella posizione. Lo specchio rimanda l’immagine del desiderio, trasformato in un rossore tiepido sulle guance, sulle labbra, tra le gambe, aspetto, perché so che arriverà, ma non so quando, fremo, aspetto e fremo.

Lui esce, in un balzo è in bagno, lei è di fronte allo specchio con i palmi stretti intorno al bordo del lavabo, Dio chiama da lontano, li cerca nell’ansia del risveglio e tutta la storia a venire.

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Presenti distopici e futuri assenti nella musica di Barriera e Collars

Foto di mali maeder da Pexels: https://www.pexels.com/it-it/foto/uomo-vicino-alla-pittura-110818/

“È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”: questa frase è spesso la prima che viene in mente quando si pensa a Mark Fisher, il giornalista e filosofo inglese autore del saggio Realismo capitalista e di innumerevoli articoli su media e società sul suo blog k-punk (di cui Minimum fax sta curando una capillare pubblicazione), eppure lui stesso nelle prime pagine del suo saggio più famoso ci tiene a non rivendicarne la paternità (attribuita ora a Fredric Jameson, ora a Slavoj Žižek). Meno noti invece sono i suoi scritti riguardo all’hauntologia (termine ripreso da Jacques Derrida), in cui Fisher esplorava i sentimenti di nostalgia per i futuri che non si realizzeranno o per un passato mai realmente vissuto (tipo quella voglia di essere nati negli anni 80 che vi prende quando guardate Stranger things: fidatevi, non erano niente di che): proprio a queste riflessioni mi hanno fatto pensare due dischi, Olodramma di Barriera e Hauntology dei Collars, che seppur diversissimi (e difficilmente associabili al fronte musicale che lo stesso Fisher e Simon Reynolds battezzarono come musica hauntologica) hanno in sé un germe di quei ragionamenti.

Presente distopico

Siamo ancora intrappolati nel ventesimo secolo, lo afferma Fisher in Spettri della mia vita e lo sottolinea Valerio Casanova, musicista casertano che con lo pseudonimo di Barriera omaggia l’autore inglese nella settima traccia del suo Olodramma, disco d’esordio uscito a fine novembre per Il Piccio Records. Di quel ventesimo secolo ci sono svariate tracce nelle dieci canzoni che compongono l’album, fantasmi degli anni ’80 che emergono soprattutto in alcuni punti di Dovehomessomiopadre? e nella conclusiva Una cosa che dimentico sempre, ma rispetto a molto electro-pop odierno Barriera ha il merito di spingersi oltre, indagare musicalmente un futuro che nei testi assume invece la forma dell’ansia.

Lo schermo onnipresente del cellulare tramite cui qualcuno può fissarti di nascosto, la digitalizzazione dei rapporti, la fallacità della memoria, questi alcuni dei temi su cui Casanova riflette, spesso scherzando ma sempre con una certa amarezza. Più ci si addentra in Olodramma più i contorni della realtà diventano sfocati, persi nella dicotomia fra ritornelli smaccatamente orecchiabili e glitch sonori, indecisi se sorridere di fronte a riferimenti pop e rime semplicistiche o inquietarci di fronte all’orizzonte tecnologico che abbiamo di fronte, e fa quasi incazzare il fatto che, alla fine del giro, l’impressione è quella di un giro nel tunnel degli orrori: divertente e solo sottilmente inquietante, incapace di lasciare il segno a lungo.

Barriera in alcuni brani dimostra una maturità inaspettata per un esordio, dagli stop & go elettronici che mischiano gli /handlogic con ritmiche vocali simil-trap in Semivocale alle oscurità rischiarate da synth celestiali di Deserto rosso, tuttavia la ricerca di una leggerezza che passa spesso attraverso l’ironia finisce per smorzare l’impatto di molti episodi all’interno del disco. Il gioco funziona nella già citata Dovehomessomiopadre?, in cui l’allegria della musica e del testo crea un effetto straniante al pensiero che si parla pur sempre di un padre morto da anni ficcato dentro a un cellulare, ma strofe come “e ti rivedrò in un cinema d’inverno/ in un giardino in un bar/ in un angolo del Sichuan” (l’iniziale Nuvola) o “la gente mi vede da lontano/ sono un motore a gas propano” (Cinema Carmen) non aiutano a concentrarsi su arrangiamenti molto curati pur nella loro apparentemente semplice carica pop-danzereccia. Anche nel delineare la perdita dell’amore, un tema personale che Casanova trasfigura all’interno della sua musica, si avverte una limitazione che lo accomuna a molta poptronica contemporanea: l’assenza non è mai troppo dolorosa da non poterci scherzare su, come se i sentimenti andassero regolarmente esorcizzati senza approfondirli; come se a prenderli sul serio ci si mostrasse troppo fragili.

Promette bene Barriera, anche se non ci crede ancora fino in fondo: Olodramma è un album pieno zeppo di belle idee e prodotto ottimamente dal fido Blindur (al lavoro anche sul precedente Ep, Abbandonarsi), ma può fissare l’asticella molto più in alto di così.

Futuro assente

La combinazione di lavoro precario e comunicazioni digitali conduce a un assedio dell’attenzione. In questo stato oberato e insonne, sostiene Berardi, la cultura viene de-erotizzata. L’arte della seduzione richiede troppo tempo, e a giudizio di Berardi rimedi come il Viagra non rispondono a un deficit biologico, ma culturale: rimasti disperatamente a corto di tempo, di energia e di attenzione, pretendiamo soluzioni rapide. Come nel caso della pornografia, un altro degli esempi citati da Berardi, lo stile retrò ci offre la promessa facile e rapida di una variazione minima di una soddisfazione già familiare.

Mark Fisher, Spettri della mia vita

Già nel 2013, anno in cui Fisher scriveva queste righe, eravamo assediati da narrazioni che non facevano che riproporci riscaldato ciò che già avevamo ingurgitato. È un business che funziona quello della nostalgia, quello della riproposizione di schemi a cui possiamo adattarci senza sforzo, tanto che è dal 2009 che non abbiamo un’annata in cui nella Top 20 degli incassi cinematografici mondiali si piazzino almeno tre film che non siano sequel, reboot, adattamenti, biografie e vattelapesca. In un panorama così pieno di passato diventa difficile immaginare il futuro, al massimo si può avere nostalgia (ancora lei) di quei futuri che avevamo immaginato e non si sono realizzati.

Nel pieno di questo periodo storico i Collars (che erano già stati graditi ospiti di Tremila Battute) se ne escono con un disco di cinque tracce che prende ispirazione proprio da queste riflessioni, da (cito dalla presentazione) “l’impotenza creativa dell’industria culturale e dei suoi modi di produzione”. E cosa puoi creare in un contesto del genere, come puoi reagire artisticamente alla deriva? La reazione del trio strumentale bolognese (dalla formazione originale è uscito il chitarrista Michele Malaguti) è principalmente rabbiosa.

La musica hauntologica, formata perlopiù da artisti elettronici come Burial e The Caretaker, rievoca nelle sue composizioni l’estetica del passato; i Collars invece in quel passato ci si sentono invischiati loro malgrado, ci si dibattono cercando di spezzare quelle catene. I cinque brani di Hauntology (pubblicato da Grandine Records) sono più concisi a livello di minutaggio rispetto all’esordio del 2020, non per forza meno vari (soprattutto nella coppia centrale formata da Crisalide e Possessione) ma ancora più decisi nel dispiegare un muro di suono aggressivo. Già dalla prima traccia, Tra le ceneri, emerge però una seconda anima, una rarefazione sonora che porta quasi tutti i brani a finire con lunghi outro in cui la furia si consuma lasciando spazio a tappeti sonori desolanti (è curioso che l’unico brano che non segue questo schema s’intitoli Spettri): anche in questa scelta si riverbera l’incatenamento di cui sono/siamo vittime, una sorta di resa ad una battaglia impari ma consapevoli dell’aver almeno lottato per far sentire la propria voce.

Fra le distorsioni al vetriolo della parte centrale di Crisalide e l’andamento monolitico di basso e batteria in Tra le ceneri emerge la malinconia, una vaga tristezza che viene veicolata perlopiù dalla chitarra di Davide Gherardi e che arriva al suo apice nella conclusiva Bagliore, una lenta ascesa fino a uno sfogo breve ma intenso che plasma in nuova forma il tema iniziale: poi l’abbandono, una silenziosa dissoluzione; il bagliore non illumina un futuro in cui possiamo credere.

Registrato e mixato come il precedente disco dal bassista Enrico Baraldi, Hauntology è un degno seguito di Tracoma ma non riesce a trovare nuove strade, ripercorre gli stessi solchi con una fantasia parzialmente strozzata dal respiro meno ampio dei brani e un’energia che risulta amplificata per gli stessi motivi. Forse è nelle suggestioni ectoplasmiche dei finali che si può trovare nuova linfa, integrando quella desolazione nelle composizioni invece di lasciarla a corollario della narrazione sonora: quale che siano le vie che prenderanno i Collars io resto curioso di vedere come immagineranno un futuro mai così difficile da delineare.

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Racconto in musica 122: L’attesa (Dead Cat In A Bag – Unanswered letters)

Qualche anno fa, prima che l’ansia consumistica si sviluppasse in me sotto la subdola formula dell’acquisto compulsivo di libri (non immaginatemi sommerso dai volumi, ma la media rimane comunque all’incirca 1 a 2: uno ne leggo, due ne compro), iniziai a richiedere prestiti in biblioteca. Quella di Cerano, il mio ex paesino, aveva la comodità di appoggiarsi a un meccanismo di interscambio che permetteva di ricevere qualsiasi volume dall’intera provincia: tu cercavi sul sito del BANT quello che ti interessava e, se era disponibile in una qualsiasi delle biblioteche collegate, te lo facevano arrivare. Un sistema comodissimo, che mi ha permesso di leggere libri difficili da trovare come Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi di Tom Robbins o opere che preferivo tastare con mano prima di acquistarle come Centuria di Giorgio Manganelli (poi compulsivamente comprato). Un sistema talmente comodo che una volta feci il passo più lungo della gamba, perché tanta abbondanza era legata a una regola vecchia come il mondo (bibliotecario): entro un mese i libri li devi restituire.

Io mi feci prestare insieme, quindi da leggere tutti in un mese, la trilogia di Samuel Beckett composta da Molloy, Malone muore e L’innominabile (contavano come un libro solo), più un altro volumetto che sforava le 1200 pagine che avevo deciso sarebbe stata la mia più grande fatica letteraria dopo Ulisse di James Joyce (che ancora aspetta da anni il suo momento). Risultato? La trilogia la finii con molta fatica in tre settimane, il colosso di mille e rotte pagine mi toccò farmelo prestare da un amico perché, anche se me ne innamorai subito, finirlo in una settimana significava mettermi in malattia e non fare altro tutto il giorno… E lo avrei pure fatto, perché si trattava di Infinite Jest e da lì nacque il mio amore (postumo) per David Foster Wallace. Se ho fatto questo lunghissimo cappello introduttivo però non è a causa di DFW, ma perché la trilogia beckettiana mi fu spassionatamente consigliata, a margine di un mio post su Facebook in cui chiedevo alla gente la propria triade di personaggi letterari preferiti (ad anni di distanza alcuni probabilmente li cambierei), da Luca “Swanz” Andriolo, l’inconfondibile voce dei Dead Cat In A Bag.

Non è facile parlare di un gruppo con un nome simile quando ti è appena morto il gatto. Ciao Zoid, ora sei nel luogo di cui David James Poissant scriveva

Il mio primo incontro con l’ensemble piemontese è avvenuto del 2014 con Late for a song, secondo disco della band dopo Lost bags (2011, entrambi usciti per l’etichetta Viceversa), ed è stato subito amore viscerale. Nella musica dei Dead Cat In A Bag si uniscono influenze blues d’oltreoceano con ritmi e strumenti dell’est Europa, fisarmoniche transalpine e battiti oscuri che sembrano provenire da luoghi oscuri che non siamo sicuri di voler esplorare, su cui si appoggiano le liriche sofferte eppure non prive d’ironia di Andriolo, che con la sua voce arrochita dalla vita talora sussurra suadente e talora atterrisce, urlando la sua sofferenza in una memorabile Old shirt. È lui il maestro di cerimonia, la figura che fin dall’inizio lega un manipolo di musicisti provenienti dalle esperienze più disparate così come svariate sono le sue (attore, autore di colonne sonore, polistrumentista che ha collaborato anche con progetti di cui abbiamo già parlato come Guignol e HO.BO): nella bio sul loro sito vengono citati Enrico Farnedi, Mattia Barbieri, Carlo Barbagallo, Liam McKahey, Alberto Stevanato, Fabrizio Rat, Francesco Valtieri, ma se solo nel primo disco collaborano ventidue (!) musicisti capite che la lista potrebbe essere lunga… E dire che sono partiti come trio voce-banjo-violino-fisarmonica-elettronica!

L’attività live della band li porta su palchi come quelli del Collisioni Festival di Barolo, li affianca a nomi come Hugo Race e Bonnie Prince Billy e li porta negli studi di Radio 2 e della Radio Svizzera, il tutto mentre Andriolo trova il tempo per concepire anche un album solista: come Swanz The Lonely Cat pubblica nel 2017 per l’etichetta Desvelos un disco omaggio alle sue svariate influenze, Covers on my bed, stones on my pillow, riuscendo allo stesso tempo a rendere giustizia alle fonti facendole comunque sue. Passa solo un anno ed eccolo già di nuovo in carreggiata con i Dead Cat In A Bag, perché il 2018 vede l’uscita di Sad dolls and furious flowers (Gusstaff Records), un nuovo tuffo nel meltin’ pot musicale infarcito anche di letteratura, fra Pasolini, Shakespeare e Borges: per descriverlo all’uscita usai il termine apocalittico, scomodai Nick Cave e i Nine Inch Nails, ma la verità è che il flusso sonoro dei Dead Cat In A Bag sfugge a ogni definizione perché si ridefinisce a ogni canzone, portando l’ascoltatore verso nuove forti emozioni. L’ultima tappa (per ora) del viaggio musicale di Andriolo e soci è recente, solo pochi mesi fa: We’ve been through è uscito sempre per Gusstaff Records, mantiene quella varietà intrisa di dolore e dell’energia necessaria per farvi fronte, accoglie il solito stuolo di ospiti (nell’iniziale The cat is dead c’è anche il basso di Gianni Maroccolo) e porta avanti un discorso artistico fra i più brillanti della penisola.

Unanswered letters arriva dritta dritta da Late for a song ed è una canzone pregna di gravità, lenta nel suo incedere con un arpeggio di chitarra che si dipana al di sotto di liriche che rimangono comunque pervase da una funerea ironia: nel mio racconto ho cercato di mantenere queste suggestioni, un’impresa titanica affrontata a colpi d’amore non corrisposto, parole fuori moda e scherzi del destino. Se ci sono riuscito sta a voi valutarlo, leggendo le righe che seguono la canzone da cui sono state ispirate, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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L’attesa

L’amore ha i suoi tempi, a volte corre ed altre arranca: nel suo caso diede frutti insperati quando ormai aveva ottant’anni, dopo una giovinezza passata a progettare un futuro migliore e troppi anni spesi a riprendersi dalla delusione dei sogni irrealizzati.

Le lettere del suo spasimante avevano tutte il fascino decadente di un’epoca andata. Una cura per le parole che non si usava ormai da tempo, smarrita nella convinzione che la spontaneità fosse più preziosa dell’elaborazione dei propri sentimenti, si univa nelle sue missive a un dolore di fondo che solitamente mal si sposa con l’amore, e qui invece lo infiammava. L’uomo caduto vittima della malia dei suoi occhi guardava al mondo come ad un luogo di sola sofferenza, in cui ogni sollievo illude e acuisce il tormento per la prossima beffa del destino.

Ma in fondo alla tenebra, sosteneva, solo una luce poteva convincere gli occhi a riaprirsi al mattino: in mille modi diversi, dopo rime ornate o commenti al vetriolo sulla società che svilisce le virtù, l’anima ingenua che la bramava lasciava sempre emergere la bellezza della sua figura quale unica fonte di salvezza dalla pena. C’era, in quelle chiose finali elaborate e quasi stucchevoli, un accenno d’ironia che gli amici dell’uomo non trovavano in nessun altro suo atteggiamento: la pena interminabile della vita era alimentata da quell’amore, un circolo vizioso da cui non riusciva a sottrarsi.

Lei legge e rilegge, maneggiando con cura quei fogli vergati in bella grafia, perché il cuore che trema non permette alla mano di esser meno ferma. Ride di alcune espressioni, sospira di fronte ad elogi che le ricordano quando di spasimanti ne aveva più di uno, e armati di ben altro che le parole. Si era lasciata tentare dai regali, dalle promesse, dalla lussuria, per poi cedere ad un regista che voleva farne la sua musa, ma la felicità e il successo erano durati troppo poco e l’avevano sprofondata in quel noioso anonimato che la gente comune chiama vita vera. Tutto fino agli ottant’anni, tutto fino al ritrovamento di quelle parole d’amore.

Fra le pieghe del sentimento aulico se ne intravede un altro, uno di cui ora scrivono i biografi dopo la riscoperta dei libri del suo spasimante: una passione per la morte, l’anelito alla fine di ogni tormento. Se n’era andato giovane, l’innamorato, e sconosciuto ai più, convinto dalla freddezza dell’amata che il suo aspetto rispecchiava il suo talento, misero l’uno quanto l’altro. Ma ora, a decenni dalla morte, ogni sua parola assume importanza, ogni frase getta nuova luce sull’oggi e la sua perdita di valori: poche lettere d’amore, un tempo snobbate, diventano una ricchezza inestimabile.

Lei legge e rilegge quelle missive, trattandole con la cura che si riserva a un tesoro. Ora assume un valore finalmente, l’amore, ma non certo quello che lui sperava: forse sottoterra può raggiungerlo l’ironia del fato, d’essersi ucciso aspettando una risposta che in fondo è meglio non sia giunta mai.

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Streaming vs streaming: The playlist, la serie su Spotify targata Netflix

Come tante altre persone appassionate di musica, ho un rapporto ambivalente con Spotify. Apprezzo la possibilità di ascoltare musica gratis (anche se da qualche mese sono passato all’abbonamento premium) e ho scoperto più di un’artista tramite la Discover weekly (croce e delizia: se una settimana sbaglio ad ascoltare solo una band, la settimana dopo l’algoritmo ha già deciso che il genere che fa è il mio preferito di sempre e per sempre, consigliando solo quello); non sono però cieco di fronte alle varie rimostranze fatte al colosso svedese, tanto che in calce al link della Playlist di Tremila Battute è stabilmente inserito un altro link, relativo ad un articolo di Ilario Luisetto che parla dei miseri ricavi ad ascolto delle band. Quando la mia compagna mi ha parlato di una docu-serie su Spotify ho avuto una reazione altrettanto divisiva: prima ho pensato “no, io una cosa che sarà di fisso celebrativa non la guardo per principio”, poi mi sono detto “ma sì, alla peggio ne parlo male nel blog”. Se sto scrivendo questo articolo, ovviamente, è perché ho optato per la seconda via, sentendomi male fin da subito quando ho scoperto che A) The playlist non ha niente del documentario, è fiction pura basata su avvenimenti reali, e B) la serie inizia col fondatore Daniel Ek che spara una frase motivazionale a caso prima di salire su un palco di fronte al pubblico adorante. Aggiungiamo che la serie è originale Netflix, il che contrariamente a tutti gli intenti della piattaforma è spesso sinonimo di boiata, e abbiamo un quadro foschissimo della situazione.

E invece…

…Non è una celebrazione!

The playlist è un animale strano. Passi tutta la prima puntata a vedere l’ascesa di Ek, un genietto dell’informatica che dopo uno scazzo sul lavoro si mette in proprio e vende il suo primo programma per dieci milioni di dollari (per quel che ho capito dobbiamo anche a lui la pubblicità selettiva su ogni sito in cui entriamo), uno che dopo aver comprato Ferrari e Rolex d’ordinanza decide che vuol fare a gara a chi ha le palle più grosse con i guru della Silicon Valley e s’inventa l’idea di una piattaforma legale per lo streaming musicale (il tutto in piena tempesta giudiziaria su The Pirate Bay, uno dei siti di download illegale più famosi della storia, portato avanti anch’esso da programmatori svedesi), poi sul più bello (o brutto, a seconda di quanto vi stia simpatico Ek) il punto di vista cambia.

La miniserie diretta da Per-Olav Sørensen, composta da sei episodi, è infatti articolata proprio come una playlist, in cui le tracce sono l* protagonist* della vicenda. Il discografico Per Sundin, la rappresentante legale Petra Hansson, il programmatore capo Andreas Ehn e il socio e principale finanziatore Martin Lorentzon hanno tutti la loro versione da raccontare su come Spotify è diventato quello che è e con le loro narrazioni aggiungono dettagli a una storia che, avanzando, ripercorre spesso anche eventi già raccontati da altr*, mostrando come la visione iniziale di Ek si modifichi, portando la start up a scendere a patti con regole che si riprometteva di cambiare e facendo esplodere conflitti talvolta insanabili.

E la selezione è pure random!

La vera forza di The playlist è nei dettagli, quelle piccole incongruenze che diventano sempre di più man mano che si avanza col racconto e che raramente vengono fatte notare. Serve attenzione per accorgersi che le parole che Sundin rivolge a Ek al loro primo incontro/scontro sono diverse nel ricordo che ne hanno i due, ancora di più ne serve per notare la disposizione del team di programmatori nella foto che li ritrae all’inizio dei lavori: nella versione di Ek lui nicchia all’invito di mettersi al centro, perché tutti sono importanti; in quello di Ehn, senza che la cosa venga accentuata polemicamente, Ek fa bella mostra di sé con tutto il team intorno. Una scelta che mantiene vivo l’interesse, ma che da sola non basterebbe a sorreggere l’intero impianto: per fortuna la serie svedese ha anche altre frecce al suo arco.

Per quanto il cast sia formato da illustri sconosciuti (almeno per me che non sono esperto della serialità svedese) tutti funzionano, dall’Ek spocchioso di Edvin Endre al vulcanico Lorentzon di Christian Hillborg, uno che perde le energie solo di fronte a sua algidità Peter Thiel (cofondatore di PayPal, uno dei primi investitori esterni di Facebook e noto transumanista), ma anche qui è nei dettagli che si trovano le cose migliori: andate a vedere il primo bacio che si danno Ehn e la sua fidanzata, osservate bene e noterete un lieve tremore nel labbro di Joel Lützow, un’emozione difficile da simulare. A differenza della moda hollywoodiana di rendere tutto più bello il casting si è inoltre concentrato su un’aderenza estetica che a volte non rende addirittura giustizia alle controparti reali (anche se Endre, che ha recitato nella serie ad altissimo tasso testosteronico Vikings, si è imbruttito parecchio per la parte), il che non è affatto scontato in un mondo in cui il carismatico ma tutto sommato normale Steve Jobs viene interpretato dall’avvenente Michael Fassbender. Un plauso va fatto anche alla messa in scena, che trova idee sempre originali per variare di tono ogni narrazione: l’idea può essere puramente di scrittura (l’intervista radiofonica tramite cui Lorentzon espone il suo punto di vista) o estetica, come il riutilizzo creativo degli stessi ambienti nel girovagare di Petra Hansson/ Gizem Erdogan per ottenere i diritti delle case discografiche, ma convince sempre.

Spoiler: i pirati informatici non ci fanno una gran figura

La serie è ispirata al libro Spotify untold di Sven Carlsson e Jonas Leijhonhufvud, ma dubito che gli autori si siano spinti nel futuro come fa The playlist nell’ultimo episodio. Dopo che tutti hanno detto la loro tocca infatti alla cantante immaginaria Bobby T (interpretata da Janice Kamya Kavander) tirare le fila, mostrando Spotify per quello che è e che potrebbe diventare: un’azienda milionaria che dà le briciole a coloro che ne decretano il successo, innervata nel music business che voleva smantellare (le case discografiche nel 2013 incassavano il 70% dei guadagni della piattaforma, e marchi come Sony e Universal possiedono il 6% delle azioni se non di più, come emerge da questo articolo) e pronta a distinguere fra artist* di serie A e artist* di serie B, come rischia di fare il “geniale” Discovery mode. L’episodio finale pecca un po’ di spettacolarizzazione, ma ha il pregio di mettere sul banco anche questioni laterali (l* musicist* si lamentano con Spotify, ma quelli sotto contratto con le multinazionali della musica quanto ricevono dalle stesse?) e di chiudere senza risposte certe se non una: al business non importano i diritti, ma le percentuali di guadagno.

The playlist è lontana dall’essere la serie perfetta, ma per sei episodi intrattiene e provoca riflessioni sulla libera fruizione della musica, sui diritti di chi la fa, su quanto sei disposto a svenderti per realizzare un progetto e su quanto siamo disposti a svenderci per avere ogni comodità. A me ha fatto riflettere anche su quanto Netflix può aver cambiato le carte in tavola nel mondo del cinema e della tv, ma facciamo che se scopro qualcosa di losco (e di sicuro c’è qualcosa di losco dove girano miliardi di dollari) ve ne parlo in un altro articolo… A meno che nel frattempo Spotify non voglia rispondere a tono pubblicando un podcast originale in cui sbugiarda la grande N. Tu-duuummmm!

P.S. Comunque dopo la visione ho disdetto l’abbonamento premium.

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