Se c’è una cosa di cui vado orgoglioso, ed è un pensiero che porta con sé per forza di cose una certa visione elitaria di sé stessi, è il fatto di non essere nostalgico rispetto alla musica del passato. A quella del mio di passato, con cui ho affrontato la solitudine nella mia cameretta durante l’adolescenza o sviluppato forti legami fra una pogata e l’altra, ma anche a quella delle scene musicali storiche, dei momenti in cui si faceva “davvero” musica, un po’ perché quelle scene non sempre me le sono andate a recuperare a posteriori, un po’ perché quando le ho vissute, grandi (il grunge) o piccole (il punk del varesotto) che fossero, non mi ci sono mai sentito così tanto addentro da poter dire “ecco, questa è la colonna sonora della mia vita ed è svanita” (nonostante sessantacinque concerti circa dei P.A.Y.), molto perché semplicemente, se scavi, scopri che la musica non è morta nemmeno oggi, maggio 2026, e seppure con dinamiche diverse sia sociali che discografiche che qualunque cosa vogliate non trovi solo cadaveri ma vita e note che possono riempirti il cuore, a volte originali e a volte no e anche lì chissene se ci senti della passione e del gusto. E io quella passione e quel gusto, perso nelle ambivalenti sensazioni che ti assalgono alla fine di un viaggio, li ho trovati in un gruppo australiano ascoltato per caso dalle casse del locale di fronte all’hotel dove avrei passato di lì a poco la mia ultima notte a Seoul: preparatevi a fare un salto negli anni 70 evocati oggi dai Mildlife.
Della band nata nel 2010 e composta oggi da Thomas Shanahan (basso), Kevin McDowell (piano elettrico e synth), Jim Rindfleish (batteria e percussioni) e Adam Halliwell (voce, flauto e vocoder) non posso dire moltissimo perché non molto si trova (la loro pagina wikipedia salta qualunque cenno storico per passare direttamente all discografia, e va solo un pochettino meglio sulla pagina dedicata della loro attuale casa discografica), ma da tutt’altro che esperto dei seventies posso azzardare che il quartetto australiano abbia deciso di prendere molti degli elementi che caratterizzavano la musica di quel decennio e mischiarli in un melange ipnotico e ballabile al tempo stesso. Uso le formule kraut rock, funk, fusion e jazz da semiprofano perché sono ispirazioni evidenti anche a chi da quei generi si è sempre tenuto alla larga, ed è vero che i Mildlife sembrano nati nel periodo storico sbagliato, cavalcando un po’ la nostalgia per un decennio che non hanno nemmeno vissuto come Stranger Things e mille altri prodotti mediatici continuano a fare con gli immarcescibili (purtroppo) anni 80: eppure io, che da quella enorme e variegata scena non sono mai stato attirato se non attraverso chi da essa ha preso ispirazione in anni più o meno recenti, dall’ascolto di The magnificent moon, traccia iniziale del primo disco Phase (2017, Research Records) sono uscito con la voglia di perdermi nei loro ritmi pronti a loro volta a perdersi spesso in rivoli psichedelici.
Che i viaggi spaziali a base di sostanze psicotrope (al di là che ne facciano effettivamente uso, non ricordo a quale band chiesi a fine concerto di cosa si facevano per fare quella musica e toh, manco bevevano altro che drogarsi) siano una componente essenziale della musica dei Mildlife è abbastanza evidente anche solo a uno primo ascolto, ma lo è altrettanto la loro voglia di far ballare, che si amplia col tempo e con il continuo rimaneggiamento delle loro tracce in album di remix e collaborazioni con dj. Le due anime convivono senza scontrarsi in malo modo (e in fondo perché dovrebbero?), evolvendo l’approccio da dancefloor retrofuturistico (forse un po’ alla Daft Punk? Ammetto di aver seguito il duo francese troppo poco per poter rispondere a questa domanda che mi sono fatto da solo) nel secondo disco Automatic (2020, Heavenly Recordings) attraverso brani più compatti come Vapour, ma basta allungare il minutaggio (e i quattro strabordano spesso) per ritrovarci nei territori più mellifluamente lisergici di Citations, quasi nove minuti in cui ritrovarsi a danzare ad occhi chiusi nel caldo abbraccio dei synth, dei giri di basso sempre ispirati, delle note di chitarra puntuali e di quella voce che si insinua sensuale nella tua mente con testi semplici ma efficaci.
Squadra che vince non cambia, evolve “semplicemente” rimanendo sé stessa, e che vi piaccia o meno il loro sound Chorus (2024) può essere visto come un passo in avanti nel proprio sviluppo musicale o un “more of the same”, ed entrambe le opzioni sono vere (il disco di Schroedinger!): le formule sono quelle, il funk che ti scuote (Forever), le atmosfere morbide da cocktail in terrazza mentre il sole tramonta (Yourself) e i momenti più dilatati e derivativi in cui perdersi (la title track, Return to Centaurus), ma la sensazione di calore e passione non si attenua e resiste al passare degli anni, anche se detto da me che li ho scoperti a ritroso grazie alla selezione ispirata di qualcuno che ha aperto un locale proprio di fronte a un hotel con dinosauri alla reception (true story) in una delle zone più turistiche della capitale coreana.
Sunrise è la terza traccia di Chorus e mi ha ricordato la bucolicità di certa musica dei seventies, riletta in qualche maniera anche da band che non ho mai apprezzato molto come i Kings Of Convenience, quel modo di essere solare e spensierata che ti fa pensare a spazi aperti agresti attraverso un armamentario tecnico che più tecnologico (quasi) non si può. Ho deciso di impiantarci sopra/dentro una stramba collezione di frammenti di diario, ciò che rimane di un esperimento a metà fra la fuga da burnout e il ritorno alla natura che potrebbe o non potrebbe essere concluso e che nasce da un desiderio bizzarro: diventare una pianta. Non sono sicuro che il mio di esperimento, quello letterario, sia completamente riuscito, ma sono certo che cullati dalle note della canzone dei Mildlife vi ci perderete dentro più piacevolmente: buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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Educazione arborea
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(data sconosciuta) – …sempre meno ore al giorno, e mi ritrovo sempre più tempo a pensare beh, in fondo che male c’è se chiamo…
21 novembre – Sbronza colossale. Mi sono svegliato col mal di testa e ho pensato di aver buttato via tutto il lavoro fatto in questi mesi. Però mi veniva da ridere. È così sbagliato essere felici?
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23 febbraio – È passato quasi un anno e non ho ancora imparato a sviluppare la fotosintesi. Potrebbero volerci anni, ma sento di non avere più fretta. Starò seduto qui, ancora per un po’, poi forse brucerò questi appunti.
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