Racconto in musica 232: Moio di Giulio Vellar (Augustine – In the mountains) Call ALTROVE

È un’atmosfera onirica quella che avvolge i brani di Augustine, e In the mountains non fa eccezione. Nel sesto brano del suo primo disco, Grief and desire, la cantautrice ci fa perdere in un luogo e in una situazione, lasciando confusi i dettagli per aumentare la nostra sensazione di spaesamento: una condizione che assale inevitabilmente il lettore nel racconto di Giulio Vellar, dove sullo sfondo di un’aggressione in una casa isolata veniamo messi a parte del flusso di coscienza magnetico della vittima.


Moio, di Giulio Vellar

Fascinazione improvvisa: sono contento di vivere in quest’epoca?

(Lo vardo puntarme la Glock su pal muso, sto toco de merda. Me son girà un attimo e eccome qua, in xenocio.)

Sparatorie raffazzonate sono elemosina elettorale e pietà in propaganda, una forbicina ungueale che invece di sfoltire cuticole pacioccone sfregia lobi sacrificali.

(Podaria bestemar ma dopo co dovaria dirghe al Signore? Na rapina el mese scorso e n’altra desso. Son mia nero drio batare soto el lampion a LED, Diocan?)

Me ne sto qui, disteso e approssimativo in questo materasso di terracotta, lesinando coccole a 432 Hz e ballando stringendo me stesso, è un lento divenire e un lungo andare.

Errori sesquipedali nella ruvida psoriasi di Marc Augé. Scartavetrare nel grattare il più possibile e liscia l’ipotesi di agenda setting in mesi frazionari.

Antropico.

È la mia gentrificazione di sussistenza. Potrei sopravvivere anche trattenendo il fiato?

(Ma varda ti se devo stare in ‘sta situazione del caxo.)

Fattoidi ipocoristiche anacolute mentre emetti la tua fricativa interdentale e mi sento leggermente assolato e disperso lì tra le fronde di questi steli di grano, sgranocchiando OGM e parsimonia e Iddio mi è testimone, credo.

Ebbene credo di essere nel torto.

Agnizione di causa è un harite nel cadeau, un gozzovigliare nella bacchettoneria.

Sono solo e disteso, approssimativo nel divenire e nel guardarmi gli spermatozoi che sfanculano entrambi dopo che per gioco mi hai fatto venire nel vetrino del microscopio.

(Me vardo el dentro de la cana, la xe bela profonda. Sporca. Diocane te podaresi anca netarla.)

Giocattolo.

È una kermesse di dagherrotipo in tricopigmentazione di questo mio corpo romboidale in anamorfosi.

Dismorfia e

Il mio cuore è diedri frantumati in cuspidi in depressione, è una semplice implosione che avviene.

Gramaglia avvenente è così traslucido il tuo sudare proficuo nel mio respirare a zolle, sbuffando non so se farcela, eppure sbuffo e sclero nel mio essere ancora vivo.

Mi spacco le unghie strisciando e scartavetrando il terreno che mi schiaccia e mi sfonda.

Rappresaglia di dissonanze cognitive.

Graffio e ematizzo crinoline di fanghiglia geoide ed è un apogeo trasecolato di scatarri buttati in vacca.

Alla chetichella i miei refusi si spargono come un’infezione genitale al bordo della cappella, un simbolo di fedeltà migliore di quell’anello all’anulare che tanto tengo stretto ed è quel bitorzolo che cresce incontrastato e immondo e gioioso. Lì.

Spaparanzato, HPV.

Ti voglio bene, amore. E ti stimo tantissimo.

Giocherellando con le palle e il porro asseverato è profluvio di compulsioni ivi comprensive.

Propriocezione.

Sono qui e sono, forse,

Io.

Genuflesso e svaccato, slogato, contorsionista in tendinopatia e contuso nella realtà che quasi mi appartiene.

Voglio solo essere

Io.

Scremando delle facezie.

(Te vardo in faccia e cosa posso dirte? Vardame qua.)

Posso solo ridere e scherzare.

Ridere e scherzare.

(Ridare e scherxare fin a pissarme doso.)

Travolto e affogato nel mio stesso rifiuto.

Boia il Dio, boia.

(Varda sto qua, el ciapa tuto quelo che go e el va. El va fora dalla porta e mi resto qua, con la sola roba che el me ga lasà. ‘E braghe moie. E mi.

Che bato ‘e brocche.

Sbrodegà de paura.)

Boia.


L’autore: Giulio Vellar, del 1989, nato ad Asiago in provincia di Vicenza. Operatore socio sanitario in comunità alloggio disabili e in centro diurno per riabilitazione psichiatrica. Scrive nel tempo libero. Ha pubblicato in passato con Edizioni La Gru, Lahar Magazine, ConAltriMezzi, Shiva Produzioni, Quaerere, Threefaces e altre.


Il brano


Se volete ascoltare questo e gli altri brani che hanno ispirato i racconti della Call ALTROVE di Tremila battute ora potete farlo tramite questa playlist su Spotify: se invece volete ascoltare il brano senza sentirvi in colpa per come Daniel Ek sottopaga gli artisti e per come utilizza i ricavi qui sotto trovate un link più equo.


L’artista


Galeotta fu la presentazione del cartaceo Numero Due di Tremila battute: eravamo in quel della libreria El Topo di Roma (spazio fantastico che vi invitiamo a visitare) e parlando di musica, visto che noi ci abbiamo basato una rivista e loro, vendendo dischi oltre che libri, organizzano all’interno dello spazio piccoli concerti, è venuto fuori il nome di una cantautrice che li aveva impressionati. Quell’artista era Augustine, nome d’arte di Sara Baggini preso a prestito dalla protagonista del saggio Invention of hysteria di Georges Didi-Huberman, e artista è il termine migliore per definirla: valtellinese di nascita e umbra d’adozione, Baggini si trasferisce da Sondrio a Perugia a diciannove anni per frequentare l’Accademia di Belle Arti, dove si laurea in pittura presso il corso del professor Sauro Cardinali. La musica entra presto nella sua produzione, inscindibile da un approccio sinestetico con altre arti (fra cui la poesia) ma comunque terreno privilegiato, e il primo disco One thin line arriva nel 2010, in un periodo in cui Baggini collabora anche con alcune formazioni di musica elettronica.

Passeranno otto anni prima di vedere un nuovo disco di Augustine, e dopotutto lei stessa in questa interessante intervista afferma che le gestazioni dei suoi dischi “sono sempre elefantiache”. Grief and desire nasce e cresce nella sua casa nell’entroterra umbro, dove Baggini suona tutti gli strumenti e programma le basi, avvalendosi solo nella fase di mixaggio dell’aiuto di Daniele Rotella, produttore che tornerà poi a collaborare con lei. Il disco del 2018 è descritto nella sua stessa pagina Bandcamp come una sorta di romanzo autobiografico, con testi che rispecchiano l’oniricità che la musica esprime: Baggini si muove nel solco del folk e del dream pop, la voce e la chitarra acustica protagoniste principali con un riverbero marcato che ammanta tutto di un alone anni 80, fra i Cocteau Twins e Kate Bush (detto da uno che ha solo sfiorato la loro produzione musicale), e un’atmosfera che crea soprattutto attraverso la sua voce cristallina sprazzi di luce in una coltre principalmente ombrosa. Di ombre si compone inevitabilmente anche Proserpine, l’album del 2021 per cui Baggini si ispira al mito della dea latina dell’oltretomba, legando indissolubilmente questa influenza alla propria sfera emotiva. Registrato presso gli studi di La Cura Dischi a Perugia e pubblicato dalla stessa etichetta in collaborazione con I Dischi Del Minollo, Proserpine vede Baggini affiancata ancora una volta da Rotella e da altri musicisti (fra i quali vale la pena citare Fabio Ripanucci, coinvolto anche nel processo di produzione) e si spinge verso territori lievemente più oscuri, diminuendo i riverberi e componendosi di atmosfere allo stesso tempo più ricche e più essenziali, accompagnandoci in un viaggio sia introspettivo che simbolico inevitabilmente impregnato dal rapporto con la morte (Fanny, they killed me, How to cut your veins correctly), la solitudine (Good news) e la depressione (The dark place, Deep, so deep), pieno però della consapevolezza di chi ha affrontato i propri incubi e ci è sceso perlomeno a patti. Speriamo che gli elefantiaci processi compositivi di Baggini siano già in corso e ci portino presto un nuovo capitolo del suo percorso musicale, nel frattempo se passate da Perugia può essere che la troviate al giovedì alla Indigo Art Gallery, dove spesso e volentieri si esibisce.

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Unspeakable, ovvero il perché di Gaza le multinazionali non parlano mai

Qualche giorno fa ho fatto una prova. Ho cercato sull’app di Booking, il sito di prenotazioni alberghiere così comodo che probabilmente anche tu che stai leggendo hai usato almeno una volta nella vita, una destinazione specifica, non perché avessi intenzione di andarci ma solo per sapere se era possibile trovare una struttura proprio lì. Ne ho trovata più di una in realtà, ma una villa intera (con vista panoramica) mi sembrava fuori dai miei standard ordinari così ho preferito cercare informazioni su una struttura più piccola, il cui prezzo era accessibile anche se a fronte di una valutazione media decisamente più bassa. Le ragioni per lamentarsi i clienti ce l’avevano eccome dopotutto: spacciata come intero appartamento a disposizione, in realtà i clienti hanno accesso solo a una camera privata e il resto della casa (bagno compreso) è in condivisione con la famiglia che ci abita, la quale pare non abbia problemi a far sentire ai clienti anche le proprie performance sessuali. Ho trovato molti commenti di questo tipo, ma anche quello positivo del nipote del proprietario (dieci stelle, con tanto di commento “è sempre bello stare da mio zio”: sarà, ma a me sembrerebbe un po’ uno strozzino uno zio che ti fa pagare per dormire una notte a casa sua): nessuna lamentela invece sul problema più grosso, cioè che la struttura si trova in una parte di Gerusalemme formalmente parte della Cisgiordania, occupata invece da coloni israeliani.

Potete provare anche voi, con Neve Ativ o meglio ancora con Pisgat Ze’ev, anche se poi Booking tenderà ad invogliarvi a finanziare l’occupazione illegale dei territori palestinesi

A fare bella compagnia a Booking c’è anche Airbnb, società già sulla cresta dell’onda per le proteste su overtourism e caro affitti che per un breve periodo, fra novembre 2018 e aprile 2019, aveva però tolto dal suo sito la possibilità di soggiornare nelle colonie illegali israeliane: dal 2019 a oggi invece, a parte una dichiarazione d’intenti con cui la società prometteva di non guadagnare un dollaro/euro da quelle strutture devolvendo a generiche associazioni no profit il ricavato, Airbnb permette stabilmente di soggiornare nelle colonie illegali, avvallando di fatto l’occupazione israeliana di quei territori.

Sostanzialmente, dal 2024, le due agenzie (Morgan Stanley Capital International e Morningstar Sustainalytics, due delle principali agenzie di rating del mondo NDR), nell’assegnare i punteggi ESG alle aziende, hanno smesso di tener conto della violazione dei diritti umani dei palestinesi che vivono nelle zone coinvolte dal conflitto israelo-palestinese, ripulendo così la reputazione di alcune aziende agli occhi degli investitori: Airbnb ha migliorato il suo punteggio passando dalle forti perplessità del 2020, a “rischio medio” nel 2024 e a “rischio basso” del 2025. Nei report del 2024-2025 la Cisgiordania non compare più tra i material ESG issues di Airbnb: il rischio sociale rimane alto per altre ragioni (privacy, impatti sugli affitti urbani, sicurezza della piattaforma), ma non per la questione israelo-palestinese.

Questo è un passaggio cruciale nel contesto che stiamo analizzando: se i criteri di sostenibilità e responsabilità sociale – oggi centrali per gli investitori – vengono ripuliti da ogni riferimento alla Palestina, le aziende non hanno più alcun incentivo a prendere posizione.

A spiegare perché società come quelle sopracitate (e altre come Nike, Microsoft, Meta, Coca Cola e chi più ne ha più ne metta) restano in silenzio (quando non lucrano) di fronte al genocidio di Gaza e all’occupazione illegale della Cisgiordania ci ha pensato Martina Stefanoni nel suo Unspeakable – Il silenzio delle multinazionali davanti al genocidio di Gaza, un saggio giornalistico pubblicato a ottobre 2025 da Prospero Editore. Attraverso un numero enorme di fonti accertate l’autrice, giornalista e speaker dell’emittente milanese Radio Popolare, mostra che fra i licenziamenti di cinquanta dipendenti di Google attivi nella protesta No Tech for Apartheid e i conti stratosferici dei più grandi fondi d’investimento mondiali la distanza è più breve di quanto può sembrare, e che il supporto alla causa israeliana è sia ideologico che, soprattutto, economico.

Tanti dettagliati esempi per farvi incazzare

L’abilità di Stefanoni in Unspeakable è quella di riuscire a mediare fra un certo grado di complessità, impossibile da dribblare nel momento in cui si entra a gamba tesa in territorio economico/tecnologico, e un’ottima vena narrativa, attraverso la quale la giornalista ci porta a scoprire una mole desolatamente enorme di criticità comunicative delle grandi aziende quando si tratta di toccare il tema del post 7 ottobre. Tutta la prima parte del libro è dedicata a questo fronte, in una gara fra le big tech a chi cerca più attivamente di silenziare il dissenso interno (un campo in cui anche Starbucks fa la sua porca figura) e/o la richiesta di informazioni su quali tecnologie le aziende mettono a disposizione dell’esercito israeliano Vs l’inclinazione di altre grandi società, come Nike, di cavalcare certe ondate di risveglio sociale prendendo Colin Kapernick (giocatore di football americano estromesso dalla lega dopo la sua reiterata protesta, consistente  nell’atto di inginocchiarsi durante l’inno nazionale, per sensibilizzare sulle condizioni delle persone nere negli Stati Uniti) come testimonial per affermare la propria vicinanza al movimento che da lì a poco si sarebbe identificato nello slogan Black Lives Matter ma dimenticandosi per strada un’altra testimonial, la maratoneta australiana Grace Tame, il cui reiterato rifiuto di tacere sulla situazione del conflitto a Gaza le è valso la rescissione di un contratto da “ambasciatrice” dell’azienda da centomila dollari.

Della serie “slogan che invecchiano malissimo”, almeno quanto la sensibilità dei dirigenti

Tutto il libro è costellato di storie simili, dal già citato “affaire” Airbnb al modo fantozziano con cui Coca Cola ha cercato di placare le proteste della comunità musulmana nel mondo quando si è scoperta l’esistenza di una fabbrica della bevanda nella Cisgiordania occupata illegalmente (per ingraziarsi la clientela in Bangladesh, dove il calo dei consumi era arrivato al 23%, il colosso di Atlanta ha messo in onda uno spot con una star locale che evidenziava involontariamente proprio l’esistenza della fabbrica incriminata), ma abituato come sono al green/pink/rainbow washing mi ha colpito di più il caso attorno alla multinazionale dei gelati Ben&Jerry’s.

Nel luglio 2021, B&J’s annuncia la cessazione delle vendite dei propri prodotti nei territori palestinesi occupati. La presidente del consiglio di amministrazione Anuradha Mittal, dichiara al Financial Times: 《Il nostro gelato viaggiava su strade che i palestinesi non possono percorrere. Era chiarissimo che la presenza del nostro prodotto nei territori palestinesi occupati era incompatibile con i nostri valori》.

La reazione è immediata. L’allora primo ministro israeliano Naftali Bennett telefona ad Alan Jope, CEO di Unilever, accusando la sua sussidiaria di un “atto chiaramente anti-israeliano” che avrebbe suscitato una risposta “forte”, mentre il Ministro dell’economia israeliano si filma mentre getta vaschette di B&J’s nella spazzatura.

Fra le poche società ad aver portato avanti con coerenza e decisione una politica di attivismo sociale su molti fronti, dal supporto al movimento Occupy Wall Street alle campagne contro la trivellazione petrolifera in Alaska, l’azienda creata sul finire degli anni 70 da Ben Cohen e Jerry Greenfield era riuscita a strappare alla multinazionale anglo-olandese Unilever, al momento dell’acquisizione da parte di questi ultimi nei primi anni 2000, la promessa di mantenere un consiglio d’amministrazione indipendente per poter portare avanti le proprie missioni sociali. Pur con distanze ideologiche su alcune battaglie, il rapporto fra le due entità non ha avuto scossoni finché di mezzo non ci è finita prima la questione delle colonie illegali in Cisgiordania (pur di mantenere il marchio nei territori occupati Unilever ha fatto in modo di vendere la divisione Ben & Jerry’s israeliana al proprio licenziatario locale), poi quella della guerra a Gaza, con continue intromissioni nella libera scelta del consiglio d’amministrazione e dei dipendenti di B&J’s di manifestare il proprio dissenso riguardo alle azioni del governo israeliano. Un caso emblematico che porta dritti a una domanda: com’è possibile che si possa toccare tutto, persino abbandonare con le proprie aziende il mercato russo dopo l’invasione dell’Ucraina, ma non le politiche dello stato israeliano anche quando queste comportano violazione sistematica dei diritti umani e crimini di guerra?

Follow the money

Le unità d’élite dall’esercito, come la Unit 8200 (specializzata in intelligence e sorveglianza digitale), funzionano come fucine di competenze: molti fondatori di start-up hi-tech provengono da lì e portano con sé conoscenze e reti relazionali dall’esperienza vissuta nelle forze armate. A questo si aggiunge una presenza capillare delle multinazionali tecnologiche: giganti come Intel, Google, Microsoft, Amazon e Meta hanno aperto centri di ricerca e sviluppo in Israele non solo per entrare in contatto con competenze di eccellenza, ma anche per intercettare tecnologie emergenti spesso sviluppate da start-up locali.

L’immaginario energico e ottimista di Israele come Start-up Nation, però, tende a rimuovere sistematicamente dal discorso il contesto politico e coloniale in cui questa innovazione nasce, cresce e si alimenta. Israele sviluppa e commercializza molte tecnologie (dalla sorveglianza alle armi) che vengono sviluppate e testate quotidianamente sui palestinesi, in Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme Est.

Questa è la parte del libro più ostica, ma non ci sono modi facili per districare la tela di relazioni economiche che lega la cosiddetta “Start-up Nation” alle “Big three”, ovvero Blackrock, Vanguard e State Street. Illuminati propulsori della spinta ad aumentare il numero di donne in posizione di potere nei consigli d’amministrazione quando il vento tirava da quella parte, i tre fondi d’investimento hanno il cuore molto meno accogliente quando si parla di Palestina, e per varie ragioni (ovviamente tutte economiche).

Come spiegato benissimo da Stefanoni c’è un legame diretto fra il sostegno alla guerra e i ricavi, e questo avviene sia attraverso il sistema esplicato nella citazione più in alto sia attraverso i “war bonds”, titoli di stato che Israele emette pubblicizzandoli apertamente come modi per finanziare il conflitto e che le Big three acquistano e rivendono ottenendo ovviamente un disavanzo positivo. C’è poi tutta la questione della presenza dei fondi d’investimento in percentuali consistenti nei consigli d’amministrazione di molte delle più grandi aziende, sia generiche che nello specifico settore degli armamenti (la nostrana Leonardo è malcagata, con uno striminzito 6% delle azioni controllato dalle Big three, ma con la statunitense Lockheed Martin si viaggia già oltre il 30%), una scelta strategica che permette di avere un peso imponente su come e dove vanno investiti i soldi e anche su come devono comunicare dette aziende su specifici punti. Insomma, se la solita Airbnb si può permettere di rinunciare alle commissioni quando, con un’iniziativa nata dal basso, fra il 2 e il 3 marzo 2022 centinaia di persone hanno prenotato notti di soggiorno in Ucraina come forma di beneficenza diretta, mentre in Palestina le cose stanno come stanno, non vanno scagionati i dirigenti (il maschile qui è usato perché, ahinoi, la spinta progressista riguardo la parità di genere ed etnia si è già esaurita) ma bisogna guardare anche la longa mano più in alto che manovra. Paragoniamoli a Ed Sheeran questi dirigenti, toh, visto che come nella sua sfortunata traiettoria recente c’è lo zampino del signor Robert Kraft, filoisraeliano che puzza di sionista lontano un chilometro ma che afferma di fare beneficenza da ambo le parti della barricata, nella questione dei consigli di amministrazione manovrati entrano anche reti di investitori legate alla comunità ebraica e ai loro valori come JLens e associazioni statunitensi pro-Israele come ADL, fra le più attive nel denunciare il presunto antisemitismo di scelte legittime come quelle di Ben&Jerry’s.

Boycott, Divestment and Sanctions

L’Internet Movie Database non sembra di proprietà di Blackrock almeno

Una delle cose che ritengo più affossanti lette in Unspeakable è relegata in una nota a piè di pagina: il movimento BDS, nato nel 2005 su iniziativa della società civile palestinese per promuovere “campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni economiche contro Israele e il rispetto del diritto internazionale e dei diritti dei palestinesi”, dal 2015 è osteggiato da leggi in ben 35 stati USA che obbligano a “redigere liste di aziende considerate colpevoli di boicottare Israele, imponendo a fondi pensione e amministrazioni pubbliche di disinvestire da esse o vietando contratti con tali società”. Sembra una pietra tombale sulle iniziative popolari, ma Stefanoni non ci lascia con l’amaro in bocca e, pur consapevole della disparità di forze, dedica l’ultimo dei cinque capitoli alla resistenza e alle lotte che stanno riuscendo ad avere un effetto.

Nel 2009, durante l’Operazione Piombo Fuso sulla striscia di Gaza, Richard Ramsey, amministratore delegato di una società di telecomunicazioni britannica, inviò un’e-mail all’azienda tecnologica israeliana MobileMax: 《A seguito delle azioni intraprese dal governo israeliano negli ultimi giorni, non saremo più in grado di prendere in considerazione l’idea di fare affari con voi o con qualsiasi altra azienda israeliana》. Raanan Cohen, amministratore delegato di MobileMax disse che la comunicazione era arrivata senza preavviso e che nessuno nel consiglio di amministrazione se lo aspettava. Ramsey, però, ha candidamente spiegato che la decisione non era politica, ma semplicemente non voleva perdere clienti.

A schierarsi in maniera più netta contro le aziende che cercano di silenziare le proteste interne o supportano, apertamente o in maniera ambigua, le politiche repressive israeliane è ovviamente il mondo musulmano. Alla catena di supermercati francese Carrefour non sono bastati cartelli pro Palestina fuori dai propri punti vendita in alcune nazioni per lavare la vergogna di altri punti vendita presenti nelle colonie illegali, tanto che in paesi arabi come Giordania e Oman la catena ha dovuto chiudere bottega, mentre colossi come McDonald’s e Starbucks hanno registrato crescite molto minori del previsto nei mercati di Medio Oriente, Cina e India a causa di operazioni controverse come la decisione, nel 2023, della divisione israeliana di McDonald’s di fornire pasti gratuiti ai soldati impegnati nel conflitto a Gaza. La storia che però dà più speranza che questi movimenti dal basso riescano a bucare la coltre di silenzio aziendale è quella di Mary Manning, ma non vi racconterò qui la vicenda: se però siete interessati ad aprire dolorosamente gli occhi su un’altra forma di violenza agita sul popolo palestinese sapete già dove trovare anche questa piccola fiammella di speranza.

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Racconto in musica 231: Grilli grilli grilli di Orlando Vuono (Faccianuvola – Verticale)

L’immagine di una ragazza che balla da sola in spiaggia torna ciclicamente in Verticale di faccianuvola, un loop malinconico con cui l’autore esprime la nostalgia per un amore ormai lontano. A questo quadro Orlando aggiunge una sorta di sensualità rarefatta, la spiaggia e il mare e i grilli che diventano cornice di un momento di libertà spensierata, di un amore universale narrato con un ritmo incalzante.


Grilli grilli grilli, di Orlando Vuono


La luna, il fuoco, il mare. Fumo che lega la sabbia al cielo. Peroni suonate come tamburi e flauti di vetro. Le nostre voci allacciate alla chitarra e alla voce di Nico. Fiume Sand Creek, Hotel California, Minuetto. Mozziconi, tappi, ciabatte, zaini aperti.

Martina si alza e balla. Sara e Alice si alzano e ballano. Michele si alza e balla. Paolo e Carlotta si alzano e ballano. Resto seduto insieme a Nico e Mattia a suonare Wish You Were Here con una chitarra e due Peroni.

Sabbia smossa, orbite ellittiche, guizzi d’ombre. Gianna Gianna Gianna. Omarenero marenero marené. It’s a kind of magic, magic magic, magic magic.

Dall’altro lato del fuoco, il sorriso di Martina ci costringe a lasciare la chitarra, le Peroni, la sabbia calda e rossa. Raggiungiamo lei e gli altri sulla sabbia fredda e nera. Balliamo. Luna, mare, pini. Fuoco moribondo. Schiocchi di brace. Grilli grilli grilli.

Sulla sabbia fredda e nera cadono i vestiti di Martina. I vestiti di Sara. I vestiti di Carlotta. I vestiti di Alice, Paolo e Michele. I vestiti di Nico e Mattia. I vestiti miei.

Balliamo.

Siamo sabbia e vestiti. Tappi, mozziconi, legnetti, cenere. Teli, zaini, borse. Ciabatte spaiate. Corde di chitarra mute. Peroni vuote. Conchiglie rotte. Alghe secche. Luce lunare, salsedine, fumo. Aghi di pino. Orme fredde e nere. Il lieve, impetuoso sciabordio del mare.


L’autore: Orlando Vuono (Pieve di Cadore, 1990) si è laureato in Italianistica con una tesi su Stefano D’Arrigo. Vive a Roma, dove insegna alle superiori. Ha collaborato con «Dude Mag» e «Nuovi Argomenti». Suoi racconti sono apparsi su «Malgrado le Mosche», «Spaghetti Writers», «Micorrize», «Spazinclusi», «L’Equivoco», «Nido di Gazza» e «Narrandom».


Il brano


Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).


L’artista


Sarò onesto: ascoltando la prima volta le canzoni di Alessandro Feruda, in arte faccianuvola (moniker che deriva dalla frase A face in a cloud” carpita dalle pagine di Casa di foglie di Mark Z. Danielewski), ho pensato a Madame. Un modo di cantare simile, l’autotune, ma con l’aggiunta di un ritmo forsennato che ricorda più Pop X o il nintendocore di Kenobit che la cantautrice che Sanremo ha fatto conoscere anche a quell* come me. Valtellinese classe 2002, pianista dall’età di cinque anni con una traiettoria che sembra portarlo dritto al conservatorio, a cavallo della pandemia Feruda prima si iscrive alla facoltà di Fisica e poi torna alla musica, iscrivendosi nel 2021 alla Nam di Milano e iniziando a sperimentare con la musica elettronica. È da qui che arriva al progetto faccianuvola, pubblicando i primi brani su Soundcloud come afaceinacloud e arrivando al primo Ep nel 2022. In cinque brani Campi & tesori rimasti nascosti mette in luce la capacità di Feruda di coniugare sensibilità e hyperpop: un connubio strano e conturbante che evidentemente intercetta qualcuno ai piani alti della musica italiana, perché da indipendente che era in pochi mesi firma un contratto da autore con la Universal e poi arriva la Columbia/Sony a metterlo sotto contratto come faccianuvola, verso la fine del 2023, preludio al disco d’esordio Le stelle* il sole; l’arcobaleno)), uscito il 12 aprile 2024.

Il primo disco di faccianuvola mette in risalto quel modo un po’ bizzarro ma funzionale di mettere insieme sensibilità e giocosità, affinandolo, ma con il successivo Il dolce ricordo della nostra disperata gioventù (2025) l’asticella pende più per un pop ricercato e soffuso, malinconico a tratti come nella traccia che Orlando ha scelto come ispirazione per il suo racconto. Quale sarà la prossima evoluzione del progetto di Feruda non è dato saperlo, così come non è dato sapere quando potrete vederlo dal vivo: se la sua musica vi ha conquistato comunque potete seguirlo sui social o tenere d’occhio la pagina personale sul sito del suo booking qua.

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Una scena che vale un film: Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte

Chi segue questo blog da abbastanza tempo sa che sono un amante dei film strani, una passione che è sia croce che delizia. Sotto la genericissima formula “film strano” ci può infatti finire qualsiasi cosa, dall’horror low budget di un* esordiente al contorto dramma di un* autor* riconosciut*, e per ogni Holy motors esiste un The bad batch, per ogni Tetsuo c’è un Eraserhead, e la lista potrebbe andare avanti a lungo e a seconda dei gusti chiunque può schierarsi da una parte o dall’altra della barricata (provate a indovinare dove mi schiero nei due esempi sopra esposti). Ho preso le mie belle cantonate grazie a questa passione, eppure fra un film che so già quali corde toccherà ed uno da cui non so cosa aspettarmi io continuo a preferire la seconda visione, a volte anche se l’opera viene da una persona che mi ha già deluso. Tipo Ari Aster, nel quale dopo un paio di film poco riusciti continuo a voler credere, o tipo Jane Schoenbrun.

I saw the TV glow è il tipico film da cui puoi uscire soddisfatto o insoddisfatto senza capire perché. Incentrato sul rapporto fra due adolescenti outsider che si scoprono appasionat* della stessa serie tv, l’opera seconda della regista newyorkese ha un’estetica molto interessante, una trama allucinata quanto basta e quella voglia di dirti qualcosa senza spiegartelo chiaramente che, in tempi di sceneggiatori obbligati a rimarcare col grassetto ogni passaggio per evitare di perdersi per strada spettator* distratt* dallo smartphone, è un gran valore aggiunto: però non mi ha convinto. Dirò di più, mi sono proprio annoiato in svariati punti, anche perché tutto si può dire ma non che I saw the TV glow faccia del ritmo il suo punto forte. Eppure c’era qualcosa lì dentro, nascosto fra i colori fluo e le svolte di trama che non andavano dove ti saresti aspettato, che a fine visione mi aveva lasciato con il dubbio di essere io a essermi perso per strada, qualcosa che mi faceva pensare che io e Schoenbrun potevamo ancora andare d’accordo: così, appena ho visto il trailer di Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte, ho pensato “fanculo, mio al day one”.

Il summenzionato trailer

La trama di Camp Miasma è una di quelle che gridano “METACINEMA” proprio così, tutto in caps lock. È la storia di Kris Williams (Hannah Einbinder), giovane regista queer la cui squattrinata opera prima (una rivisitazione di Psycho dal punto di vista della tenda della doccia, così viene descritta) ha fatto abbastanza rumore da valerle l’ingaggio per il remake/reboot/requel/vaiasaperecosatirarnefuoriancora di un classico dell’horror: Camp Miasma, saga che omaggia apertamente Venerdì 13 ma, a causa di evidenti elementi transfobici (il killer è un* giovan* cresciuto dai genitori sia come maschio che come femmina, tornato dal mondo dei morti dopo che altri ragazzi, a detta di uno dei protagonisti del primo capitolo della saga, “sono stati costretti ad affogarlo”) è diventata la classica IP problematica. Consapevole di essere stata assoldata in un progetto dalle alte potenzialità di schianto, ma eccitata dalla prospettiva in quanto fan della prima ora della saga, Kris decide di contattare Billy Presley (Gillian Anderson), protagonista del primo capitolo, per mettere in ordine le idee su ciò che dovrà essere il “suo” Camp Miasma.  Il problema è che Billy si è ritirata dal cinema subito dopo le riprese del film, viene considerata una specie di Norma Desmond di Viale del tramonto degli anni 2000 e il fatto che viva all’interno del campeggio in cui si sono svolte le riprese dell’unica pellicola a cui ha preso parte non gioca a favore della sua sanità mentale.

Se in I saw the TV glow Schoenbrun non sentiva l’esigenza di esplicitare niente, in Camp Miasma invece la regista ha voglia di dire un sacco di cose. Attraverso i suoi personaggi, sia le protagoniste che i comprimari, parla di identità, di desiderio, di logiche cinematografiche e anche un po’ di cancel culture, il tutto mantenendo però un tono fra l’ironico e il surreale (in questo supportata da un cast pienamente in palla) e senza la necessità di spiegare qual è il giusto modo di vedere le cose. Nella tana del bianconiglio Kris scoprirà molte cose di sé mentre sprofonda in una realtà dove il killer Little Death (traducete in francese per trovare la per niente sottile metafora) potrebbe non essere solo un personaggio di fantasia, ma una creatura che aspetta sotto la superficie del lago che qualcuno lo evochi da una dimensione parallela in cui tutte le storie che lo vedono protagonista esistono davvero.

C’è un po’ di sangue in questo film?

Schoenbrun gioca con molti cliché degli horror, divertendosi a deriderli, citarli, ribaltarli o sfruttarli a seconda della bisogna, ma quello che le manca è la voglia di fare davvero paura: la componente horror del suo film sembra più quella splatterosa e volutamente di grana grossa dei primi film di Peter Jackson (o addirittura della Troma) piuttosto che quella di uno slasher, ed è piuttosto evidente nella lunga sequenza in cui Kris e Billy rivedono il primo Camp Miasma, le cui svolte narrative a base di sesso e morte risultano apertamente ridicole. Questa mancanza può risultare indigesta a chi si aspetta che un film che ragiona sull’estetica dell’horror debba a sua volta usare la grammatica del genere, e ammetto che in qualche momento pure io ho avuto la sensazione che Schoenbrun avesse fatto i compiti a casa solo a metà, rendendo “arty” qualcosa che non aveva minimamente quella pretesa, ma basta anche solo la memorabile sequenza di apertura, in cui viene esplorato tutto il “canone” di Camp Miasma (comprensivo di capitolo nello spazio, come capitò al povero Jason Voorhees in Jason X) per capire che la regista ha la sincera intenzione di omaggiare gli slasher, solo che per quello di cui le interessa parlare non ha bisogno di girare lei stessa uno slasher.

L’estetica di Camp Miasma (il film, non il film nel film) è infatti un tripudio di invenzioni, fra fondali dipinti a mano e un killer che è iconicamente metacinematografico (tutona bianca da Ris di Parma e lancia per uccidere la gente a parte, la testa racchiusa in una enorme ventola dell’aria condizionata che richiama esplicitamente una cinepresa è un’idea visiva geniale), il tutto messo al servizio di una regia che trova sempre modi originali per alternare il punto di vista di vittime e carnefice. Il punto dove però raggiunge l’apice, e se vogliamo anche quello in cui tradisce più apertamente la fonte, è la sequenza in cui Little Death massacra uno per uno i protagonisti di Camp Miasma (il film nel film, non il film).

Scelte estetiche non scontate in quello che potrebbe esservi stato venduto come un horror

Quello che in un buon slasher è semplicemente il punto in cui inventarsi modi originali per far morire la gente nelle mani di Schoenbrun diventa qualcosa di estatico, lirico, perfino sensuale. Little Death fa una strage piroettando con la sua lancia in una stanza chiusa, accompagnato da A long dicember dei Counting Crows, e quella che sarebbe la scelta musicale giusta solo per una parodia risulta invece tremendamente efficace. A un certo punto, nel pieno parossismo della sua furia, la telecamera (vera) stringe sulla telecamera (maschera) e riusciamo a vedere in slow motion il volto del killer (cioè quello di Jack Haven, che dev’essersi divertito davvero un sacco in quei panni) e la sua espressione trasmette qualcosa di ascrivibile alla pace dei sensi, un’estasi che è l’emblema perfetto di ciò che interessa prima di tutto a Schoenbrun, cioè il desiderio: chiamatemi sempliciotto, ma a me basta anche solo una scena del genere per iscrivere Camp Miasma fra le migliori esperienze cinematografiche almeno del 2026.

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Racconto in musica 230: Every cloud has a silver lining, di Antilla Manna (First Aid Kit – My silver lining)

Nei ritornelli di Silver lining le First Aid Kit parlano di una voce che le chiama, le spinge verso qualcosa che sia più di quello che hanno e che non basta loro per sentirsi vive, disposte pur di raggiungere quel qualcosa a non prendere la “easy road”. C’è una voce che chiama anche la protagonista del racconto di Antilla, una voce ancestrale a cui lei risponde con dubbi e tentennamenti, consapevole però di non poterle resistere: mentre la storia si dipana acquisisce un senso anche la forma del racconto, fatta di frasi brevi atte a veicolare i pensieri di una mente più semplice di quella che ci saremmo aspettati.


Every cloud has a silver lining, di Antilla Manna


Devo andare. Ormai è tardi. Gli altri sono già partiti. Sono in ritardo. Gli altri sono già partiti.

Ora mi alzo: spiccherò il volo. Migrerò da questo posto paludoso e umido. Non so per dove, ma si dice che bisogna solo seguire il flow. Lasciarsi tutto alle spalle per arrivare in un nuovo mondo. Non capisco perché devo fare tutto questo, ma so che devo farlo.

Sembra che gli altri sappiano già cosa fare, che strada prendere. Tutto chiaro. Ma io mi sento così spaesata. Ho perso i miei genitori quando avevo quattro mesi. Posso prendere un’altra strada, fare quello che voglio? O devo fare tutto come fanno loro? Quando spiccherò il volo tutto mi sarà chiaro: devo solo seguire il flow. È la prima volta che faccio questo viaggio.

La strada sarà lunga. Papà era del nord. Anche i nonni erano del nord. Forse riuscirò a trovare lo stesso posto dove hanno abitato. Storie dicono che qualcuno ha avuto il coraggio di rimanere qui tutto l’anno, e l’anno dopo ancora, per non spostarsi mai più. Ma io devo andare. Voglio sentire il vento che mi fa lacrimare gli occhi. Il freddo che penetra nel petto. Vedere la neve per la prima volta. Sentire la sua consistenza sotto le mie zampe palmate.


Devo andare. Ormai è tardi: sono rimasta solo io nello stagno. Gli altri sono già partiti, se non spicco il volo rischio di perderli.

Sgranchisco le ali. Faccio due passi.

Seguirò gli altri che ormai sono piccoli e neri come moscerini.

Sono pronta a partire.

Un bruciore improvviso mi trapassa l’ala.

Faccio fatica a mettere a fuoco i miei compagni.

Tutto il corpo formicola.

Le zampe perdono forza. Le guardo e non capisco perché s’impregnano di rosso.

Le palpebre sono pesanti: vorrei chiudere gli occhi per dormire un po’.

Guardo i raggi di sole dietro alle nuvole scure.

Sta facendo buio.

Ormai è tardi.


L’autrice: Nata a Milano, ma di origini procidane. Ama le piante, il mare, ed è affascinata da mitologia, surrealismo e tutto ciò che continua a muoversi sotto la superficie.
A diciannove anni ha fatto il suo primo viaggio in Australia, un’esperienza che ha cambiato il suo modo di vivere e pensare, motivandola a proseguire per altri lunghi viaggi in solitaria.
Nel novembre 2022 ha pubblicato, con la casa editrice Silele, la favola “Storia di una scimmietta curiosa e una lupa solitaria che incontrano una vecchia vacca Kobe“: una storia per tutti i “grandi”, da raccontare ai loro bambini (cresciuti e non).


Il brano


Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).


La band


L’immaginario country e folk statunitense, a livello puramente ambientale, è fatto di strade polverose, aria calda e secca, panorami sterminati. Forse solo quest’ultima caratteristica si può associare alla Svezia, terra natale delle sorelle Johanna e Klara Söderberg, che folgorate in tempi diversi sulla via del country folk (Klara dall’ascolto dei Bright Eyes, Johanna dalla visione di Fratello, dove sei? dei fratelli Coen) hanno pensato di seguire le orme paterne (il padre è stato musicista in una band dal nome che è tutto un programma: Lolita Pop) e fondare il loro progetto musicale. Che fossero predestinate lo dimostra il fatto che già dai primi brani pubblicati su MySpace nel 2007, quando entrambe erano ancora minorenni (Klara, quattordicenne, poteva suonare solo nei weekend a causa della scuola), ottennero visibilità e possibilità di suonare dal vivo, ma soprattutto che tramite un complicato incastro coinvolgente il loro fratello minore e il parco giochi dove andava dopo la scuola la loro musica arriva a Karin Dreijer, ai tempi voce dei The Knife (agevoliamo una clamorosa canzone con altrettanto clamoroso video dei The Knife) che le porta sotto l’ala protettrice dell’etichetta che il duo elettronico svedese aveva cofondato, la Rabid Records.

Possiamo chiamare certe occasioni “colpi di culo” o “destino”, sta di fatto che non contente di essersi accasate in un’etichetta che dà loro visibilità nazionale e completo controllo sulla loro musica le sorelle Söderberg, appena pubblicato l’Ep Drunken trees con la produzione del padre, caricano una cover di Tiger mountain peasant song dei Fleet Foxes sulla loro pagina MySpace e la ascolta proprio il leader della band, che dà loro visibilità internazionale e le porta a firmare un contratto con la statunitense Wichita Records. Niente più scuola per le sorelle, che sempre accompagnate dal padre (che pure lui si prende un permesso dalla scuola, in quanto insegnante di religione) cominciano la vera e propria carriera che le porterà  a pubblicare cinque album, svariati Ep, collaborare con gente come Jack White, sentire le loro canzoni in serie tv (Bones, Misfits) e videogiochi (Life is strange 2), suonare in festival internazionali un po’ in tutto il mondo, venire nominate tre volte come miglior band internazionale ai Brit Awards e finire, nel 2015, pure su un francobollo emesso in Svezia. Non male per due sorelle partite con un genere difficilmente associabile al freddo svedese, che pur mischiando la loro musica con influenze pop sempre più marcate con l’avanzare della carriera hanno dimostrato che l’amore per la musica non ha latitudini: a riprova di questo chiudiamo con l’aneddoto riguardante Johanna, che fra il 2010 e il 2011 pubblica col moniker MoA cover di artist* k-pop decisamente in anticipo sulle mode.

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Il numero cartaceo del 2026 è arrivato

L’estate è ormai agli sgoccioli, lo è anche la nostra prima call a tema e Tremila Battute si prepara a una nuova stagione di racconti, musica e non solo. Per festeggiare il ritorno all’attività, come ormai consuetudine da qualche anno, abbiamo pronto anche il nuovo numero cartaceo della rivista, il numero quattro per la precisione (che però è il quinto perché ci sta anche un numero zero, concepito quando ancora non pensavamo che ci saremmo mai messi davvero a pubblicarne uno all’anno). All’interno ci trovate, oltre agli sproloqui introduttivi con cui preannunciamo qualche cambiamento (ancora qualche giorno di pazienza e potrete vedere da voi qui sul sito), i racconti di Luca Murano, Luigia Brandimarte, Martina Ciullo, Matteo Aschedamini, Isabella Ballarini, Federica Partenzi, Gabriele Palumbo e Andrea Herman, oltre a una playlist su (cough cough) Spotify con tutte le canzoni che hanno ispirato le loro storie.

Ma dove lo trovate? A questo link innanzitutto, per scaricarlo in pdf in modo da poterlo leggere comodamente su qualunque device o magari stamparlo e pinzettarlo come una qualunque fanzine che si rispetti (DIY will never die); già stampato, infiocchettato e curato con amore dalla copisteria sotto casa invece per il momento non potete ancora trovarlo, ma se riusciremo a organizzare qualche presentazione o lasciarlo in qualche libreria di fiducia ve lo faremo sapere sui nostri canali social, che trovate poco più sotto. Ora sta a voi: scaricate, leggete, condividete e approfondite la conoscenza con l* nostr* autor*, che la lit web pullula di loro racconti che aspettano solo di essere letti!

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ALTROVE, la prima call per racconti di Tremila Battute

Avevamo preannunciato qualche novità, ed eccone subito una: Tremila Battute lancia la sua prima call per racconti. È arrivata l’estate, con questa stagione arrivano il caldo (praticamente dovunque), le zanzare (se siete sfortunat* come noi, milanesi d’adozione cresciuti accanto alle risaie) e la speranza di arrivare il prima possibile alle ferie, ammesso che abbiate la possibilità di farle. Noi vi chiediamo di immaginarvi altrove, in una delle ambientazioni che abbiamo scelto: parlate di persone in vacanza, in fuga, che vivono in uno di quei luoghi e sono felici o infelici nella loro condizione, escludete anche totalmente le persone dal vostro racconto se credete e stupiteci: potete inviare il vostri racconti dal 15 luglio al 15 settembre, noi li leggeremo durante i mesi estivi, vi proporremo un editing se necessario e inizieremo a pubblicarli dall’autunno. Ogni racconto selezionato avrà anche la possibilità di entrare nel numero cartaceo che uscirà nel 2027 (per quello del 2026 invece ci vediamo a settembre).

Avete solo tre limitazioni: la lunghezza massima (resta quella classica di tremila battute), la scelta di uno delle ambientazioni proposte e l’associazione a uno dei brani associati a ogni luogo/situazione. Tremila Battute resta una (aspirante) rivista letteraria che si propone di scovare scrittor* interessanti E farvi conoscere bella musica che non sempre arriva alle orecchie di tutt*, e il legame fra scrittura e musica resta imprescindibile per il progetto: potete scegliere la canzone il cui mood si associa meglio alla storia che avete già in mente, lasciarvi influenzare dalla musica o prendere direttamente ispirazione dal testo (quando c’è), quindi ascoltate prima le canzoni che abbiamo scelto per voi e fate felici sia noi che l* artist* che abbiamo selezionato.

Potete ascoltare tutti i brani in questa comoda playlist su Spotify, ma può essere che siate in disaccordo su come Daniel Ek e la società che ha creato programmano l’algoritmo del loro servizio, di come sottopagano l* artist*, di come cercano di riempire le playlist più ascoltate di brani costruiti con la IA o di come utilizzano i ricavi per investire in armi (non sono i soli a farlo, e non escludo che anche Giovanni WordPress supporti qualche guerra direttamente o indirettamente, ma siamo solidali col vostro fastidio). Ecco perché qui sotto trovate dei link alternativi, assieme a una breve presentazione di ogni brano.


MONTAGNA

AUGUSTINE – In the mountains (cantautorato, folk)

Abbiamo sentito parlare di Augustine grazie ai tipi della libreria romana El Topo, che oltre a essere un luogo bellissimo esteticamente e umanamente (noi ci abbiamo presentato il cartaceo numero due della rivista) ospita anche concerti di musica indipendente, fra cui quello della stessa cantautrice. Voce melodiosa appoggiata sugli arpeggi di una chitarra riverberata, in questo brano Augustine incanta con un’atmosfera sognante e rarefatta che lascia spazio anche a qualche sprazzo di malinconia.

CANCERVO – Cancervo (stoner, doom, psych)

Li abbiamo visti dal vivo al Rock in Riot, festival nella bergamasca che vi straconsigliamo se siete appassionat* di suoni belli forti, e ce ne siamo subito innamorati. Sospesi fra lo stoner e il doom, capaci di progressioni psichedeliche che fanno volare verso un altro mondo, in questo brano omonimo (derivato dal monte Cancervo, oltre che dalla creatura ibrida che secondo la leggenda lo abiterebbe) la band orobica si lascia andare a una lunga cavalcata strumentale fatta di riff monolitici e atmosfere crepuscolari.


MARE

TO DIE ON ICE – Un’estate (Lynch core, post jazz)

I To Die On Ice sono passati da queste parti con il loro primo disco, che ci aveva convinto pienamente. Quest’anno è uscito il secondo, Panoramica degli abissi, pieno di quell’atmosfera da Club Silencio che giustifica appieno l’appellativo “Lynch core” autoassegnato alla loro musica. Un’estate è l’incontro/scontro fra le atmosfere più stranianti dei film del regista recentemente scomparso, le canzoni malinconiche degli anni 60 e la furia hardcore che possiede la voce sul finire del brano.

NU GENEA – Marechià (funk, disco, fusion)

I Nu Genea non hanno bisogno di molte presentazioni: abitanti di quella terra di confine fra l’indie e il mainstream, figli di una tradizione che a Napoli da sempre mischia le atmosfere mediterranee con ritmi funk, disco e fusion, da anni sono una realtà consolidata anche al di fuori dei confini nazionali. Marechià è un limpido esempio dell’atmosfera solare che esplode da ogni loro nota, un brano dal ritmo coinvolgente impreziosito dalla voce di Célia Kameni.


FIUME

LA DISPUTE – Said the king to the river (post hardcore, emo)

Da anni sulla breccia con il loro mix di post hardcore ed emo, gli statunitensi La Dispute uniscono alla denuncia sociale tutta l’energia e la rabbia necessaria per cambiare le cose. Said the king to the river li vede al loro meglio, un brano tiratissimo su cui la voce salmodia e urla le liriche lunghe ed articolate che caratterizzano i testi scritti da Jordan Dreyer.

VIOLACIDA – La bella estate (cantautorato, indie)

Vecchia conoscenza da queste parti i Violacida, talmente vecchia che quando li abbiamo conosciuti Tremila Battute non esisteva ancora. La bella estate è uno dei brani più melodiosi del loro primo disco, capace di trasportare indietro nel tempo con le sue suggestioni vagamente sixties e di sollevarci da ogni pensiero con la sua atmosfera sognante. Ci aspettiamo presto nuova musica da loro, saremo accontentati? Nel caso saremo fra i primi a parlarvene.


ON THE ROAD

THE NEW EVES – Highway man (art rock, weird folk)

Scoperta recentissima, pescate fra le decine di artist* che hanno animato l’ultima recentissima edizione del Primavera Sound Festival di Barcellona, la band britannica è difficilmente paragonabile a qualsiasi altra abbiate incontrato. Basta ascoltare la loro Highway man per rendersene conto, seguendo la voce che salmodia una storia che la musica contribuisce a rendere una sorta di western contemporaneo.

ANNA CAROL – Immagina che bello sarebbe scappare (cantautorato, r&b)

Ci eravamo ripromessi di parlare di Anna Carol tempo addietro, dopo un talk a Il tempo delle donne dove si è alternata sul palco con Emma Nolde e Anna Castiglia. Autrice capace di far convivere cantautorato intimo e sensualità r&b, in Immagina che bello sarebbe scappare Carol ci porta all’interno di una relazione, condendone le dinamiche con evocative immagini di evasione.

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Racconto in musica 229: Guardami (Rosita Brucoli – Agente!)

È arrivata l’estate, è arrivato con essa un caldo che mi fa ricordare quando a lavoro ci si bloccava il compressore per le temperature e come ogni anno viene il momento di chiudere i battenti di Tremila Battute fino a quando, cambiamento climatico permettendo, riusciremo a respirare con più facilità senza sognare un climatizzatore che peggiorerà la situazione all’esterno del nostro appartamento da sessanta metri quadri. Questo è l’ultimo racconto della stagione, ma può essere che ci sentiremo ancora con qualche articolo (abbiamo almeno un disco di cui vorremmo parlarvi) e sicuramente con quella che sarà la prima call di Tremila Battute, di cui stiamo approntando gli ultimi dettagli: avrà un tema in linea con la voglia di evasione della stagione, una playlist dedicata a cui attingere per ispirazione (su Spotify, ma vedremo di darvi anche canali alternativi dove ascoltare i brani se come noi preferite boicottare LA PIATTAFORMA) e, ovviamente, ogni racconto che passerà la selezione sarà preso in considerazione per il numero cartaceo che uscirà nel 2027. E quello del 2026? Stiamo lavorando anche a quello, ma basta piani futuri e concentriamoci sul presente, ovvero su Rosita Brucoli.

Brucoli la conoscevo prima di conoscerla, anche se ovviamente non lo sapevo. L’ho sentita parlare alla presentazione del libro Matrilineare di Piergiorgio Pardo durante il Festivalino, dove sul palco era presente Giulia Mei e lei, fra il pubblico, è stata coinvolta in quanto con la stessa Mei ha pubblicato un singolo, Pubblicità, che guarda caso coinvolge proprio l’ambito in cui la sua voce mi aveva già raggiunto le orecchie. La cantautrice pugliese infatti è la voce dietro alla pubblicità radiofonica di dei grissini (che non nomineremo), e sembra strano ma già lì mi aveva colpito perché pensavo, senza ironia, “quanto impegno vocale per promuovere dei cazzo di grissini”, e per fortuna Brucoli la voce la usa anche per le sue cose, che nello specifico sono due dischi usciti rispettivamente nel 2022 (Camminare e correre, uscito con l’etichetta Vetrodischi) e sul finire del 2025 (Siamo stati guai, Sound To Be), in cui sono condensate le sue capacità. Più propenso ai suoni elettronici e urban il primo, più delicato ma non privo di momenti in cui graffiare le orecchie dell’ascolator* il secondo, entrambe le prove autoriali di Brucoli portano la sua voce e la sua capacità nello scrivere i testi in primo piano, dimostrando l’abilità di parlare di sofferenze private senza filtri, di trasformare il dolore in una forza che non occulta mai la difficoltà che ci vuole per superare ogni crisi e di farlo senza mai perdere una certa ironia, il sorriso a denti stretti che ti permette di tirare avanti anche quando tutto sembra remare contro di te. “Dimmi a che serve la creatività, forse a coprire ogni fragilità” canta in Buonanotte, una delle canzoni del primo disco, ma quelle fragilità soprattutto in Siamo stati guai vengono esposte senza filtri in un album che lei stessa vorrebbe fosse percepito come “sincero, gentile e crudo. Durante la scrittura di queste canzoni mi sono sentita così: gentile nei confronti di ricordi e suggestioni, a volte docili e a volte violente”. Potremmo ora farvi un lungo elenco dei traguardi raggiunti, dell* artist* con cui ha suonato o collaborato, ma siamo convinti che la musica vada prima di tutto ascoltata e che forse in queste righe abbiamo finito per sbrodolare fin troppo in note biografiche che dicono poco di ciò che un’artista fa e trasmette: il nostro invito è quindi, come sempre, di ascoltare le sue canzoni e se possibile andare a vedere Brucoli dal vivo (qui trovate le date), come cercheremo di fare noi il 16 luglio alla Cascina Nascosta di Milano, e se vorrete ci vediamo lì.

Agente! è la quarta traccia di Siamo stati guai, uno dei brani più ritmati e “aggressivi” del disco in cui Brucoli restituisce efficacemente la chiusura di un ambiente sociale in cui gli errori diventano etichette e la mancanza di prospettive sembra l’unica prospettiva. Per evocare almeno in parte l’atmosfera della canzone sono partito da un episodio raccontato da un amico, il fermo da parte dei carabinieri di lui e un altro ragazzo trasferitosi da tempo altrove che, una volta riconosciuto, viene apostrofato con la frase “pensavamo di esserci liberati di lei”: da lì parte un flusso di coscienza che vi lascio il piacere (spero) di scoprire un po’ più in basso, subito dopo la canzone che lo ha ispirato e i miei consueti auguri di buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Guardami


È stato un errore del cazzo, la mezza canna abbandonata in bella vista vicino al cambio, l’odore del fumo che ancora persiste e la consapevolezza che mai mi sarei permessa una simile leggerezza proprio mai se non me ne fossi andata, non fossi cambiata in qualcosa di diverso da quel che ora mi viene ricordato con un semplice

Gioiazza, pensavamo di esserci liberati di lei…

Padre scapestrato, madre fessa, sette in condotta, ripetente no ma potrebbe comunque impegnarsi di più anche se poi pure impegnandosi dove vuole andare? Via dalla vergogna di vergognarsi di una famiglia che fa quel che può ma non è abbastanza, via dalle occhiate di chi non ha molto di più ma trova comunque il modo di farti sentire inferiore, via dalle case di quei pochi ricchi che ottengono le tue mani e il tuo sangue ma il rispetto mai, neanche dai loro figli a cui vendi il fumo e appena gli viene un po’ di strizza ti inguaiano con quelle che poi per tutti diventano

Le belle abitudini non le perdiamo mai, eh?

Spacci al laureato, spacci all’operaio, spacci anche al poliziotto ma non direttamente che lui sia mai non si vuole inguaiare, spacci così poco che spaccio sembra una parolona ma ti beccano una volta e diventa il tuo segno distintivo, che parola adeguata distintivo, finisci per vederlo anche sui banchi dell’università, mentre fai la spesa, quando cerchi un monolocale in affitto in città al prezzo di una villa in provincia solo per dimostrare che sei qualcosa di più di quello che pensano di te quando la prima cosa che pensano è

Chissà che cosa abbiamo nel bagagliaio. Che ne dice se ci diamo un’occhiata, Gioiazza?

E ci guardano, come hanno sempre guardato dentro di te, con quella superficialità offensiva di chi sa cosa troverà e cosa invece mancherà per sempre. Un lavoro stabile, una famiglia, l’onestà che non ti riconoscono e non riconoscono a nessuno che ti sta attorno perché una terza media è infamante a prescindere anche se poi fra un errore e l’altro sei una persona migliore di quanto una laurea ti potrà mai far diventare, scusa mamma per aver voluto essere un po’ come loro, scusa papà per non aver voluto sgobbare da schiavo come te, mille scuse da usare anche se poi il bagagliaio è pieno solo di valigie e vestiti e neanche ci guardano davvero, buttano mezzo occhio e poi chiudono con un

Per stavolta vada pure, Gioiazza. Ma non rivediamoci troppo presto, intesi?

E vorresti dirgli ma guarda cazzo, ribalta tutto, prova a trovare quello che credi di trovare invece di farmi quel sorrisino da rottinculo solo perché hai un po’ di potere, guardami davvero e accorgiti che ce l’ho fatta a essere migliore di voi, guardami mentre invece ti ringrazio e passerò questi giorni di vacanza a maledirmi per questo.

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Orecchiabilità non scontata: Carneplastica degli Asianoia

Se doveste indovinare la canzone che mi viene più spesso da canticchiare in questi giorni ci sono buone probabilità che sbagliereste, almeno se siete assidu* frequentator* di questo blog. Se invece siete capitat* qui per la prima volta (benvenut*!) e la musica indipendente è tutt’altro che il vostro pane, sparando a caso avreste più probabilità di azzeccarci: è Bossa nostra di Gaia, una delle canzoni (mi pare) più programmate dell’airplay radiofonico, una di quelle che si contende la palma di tormentone estivo (anche se sono appena stato alla presentazione di un libro, che non vi cito perché probabilmente finirò per parlarne, in cui si affermava che nel 2025 l’industria musicalgoritmica non è riuscita a sfornare la cosiddetta “canzone dell’estate”) e quel tipo di musica che da queste parti normalmente è vista come la peste. Eppure non mi esce dalla testa e, cosa… migliore? Peggiore? NON MI DISPIACE CHE STIA LÌ. Forse è il segnale che siamo vicini all’apocalisse, ma perlomeno la seconda canzone che più spesso mi viene da cantare rientra pienamente nell’alveo di cui siamo soliti trattare da queste parti: è Pomeriggio banale, penultima traccia del disco Carneplastica degli Asianoia.

Non è un album che mi ha catturato subito Carneplastica, il primo della band (pubblicato a fine maggio da Costello’s Records) e pertanto caratterizzato anche da qualche sbavatura. Va inscritta in questo campo Raskolnikov, seconda traccia del disco dopo la gobliniana Sangue x 4, non perché non abbia già le sue cose interessanti da dire, a partire da una qualità dei testi che, citazionismo Dostoevskijiano a parte, si mostra già molto alta: è la messa in musica che difetta, con la voce di Valerio Mordenti che vuole dire troppe cose e fatica a stare dietro alla sua foga. Peccati di gioventù, si dirà, ma la cosa buona è che è l’unico difetto in una canzone certamente non epocale ma efficace, capace di fare da introduzione al sound della band che mischia suggestioni post punk ben sbandierate nel comunicato stampa, qualche eco nineties nell’atmosfera perlopiù cupa e oppressiva (ah, l’alternative rock anni novanta, quando l’artista più allegro c’aveva la depressione!) e, qui mi lancio io, una buona dose di emocore scuro e viscerale.

Che il post punk sia una linea percorsa con convinzione è evidente da alcuni dei brani più tirati e convincenti del lotto come Nuova fabbrica, in cui il trionfo dell’alienazione macchinica viene portato avanti con la rotondità del basso di Silvio Pece e lo sferragliare delle chitarre di Mordenti e Leonardo Viviani, e L’impostore, in cui il basso distorto nei ritornelli viene coadiuvato alla perfezione dalla batteria di Mattia Mingarini, che ci mette la giusta “garra” a lanciare Mordenti mentre urla la sua rabbia contro coloro che dominano il mondo nell’ombra (non trovando, ahinoi, miglior insulto che dargli del “figlio di puttana qualsiasi”, ma è l’unica caduta di stile dell’intero disco). Già dal terzo brano Per un’idea però la consapevole monotonia post punk si mischia alle chitarre arpeggiate tipiche dell’emocore, e complici le immagini fra desolazione provinciale e rabbia repressa di Mordenti ci si rende conto che gli Asianoia non inventano l’acqua calda, non suonano originali a tutti i costi ma particolari sì, hanno davvero una loro personalità ben definita il cui merito va in larga parte, ma non esclusivamente, ai testi.

Mordenti sa scrivere bene, ha sia la capacità di buttare lì con nonchalance frasi come “continuare a bere per non perdere la sete” (Caterina) che, soprattutto, di riuscire a creare un mondo con le sue parole, un mondo che è il nostro ma ripulito da ogni facile speranza e in cui per ottenere qualcosa bisogna lottare, perché “per cambiare bisogna distruggere senza alcuna pietà” (Irene cura l’informale, paradossalmente uno dei brani più morbidi del lotto, in cui la chitarra assume sonorità folk e i ritornelli si fanno forza di una voce femminile che, ahimè, non ho trovato fra i credits della cartella stampa). Ha anche una di quelle voci da anni novanta, di quelle alla Godano od Agnelli, non propriamente belle ma, con le dovute differenze di estensione vocale, capace di destreggiarsi sia sui toni alti che su quelli bassi: io ci ho messo un po’ a entrarci in sintonia, ma una volta trovata si nota solo solo la sua notevole capacità affabulatoria.

Persino brani come Il punto preciso dove ti hanno accoltellato, un po’ ripetitiva e “stanca” rispetto alla media, restano comunque episodi piacevoli all’interno del disco, anche grazie a momenti strumentali che non cambieranno il mondo della musica ma risultano funzionali al comparto generale. Carneplastica è un disco conciso e compatto, con ottimi momenti e cadute a vuoto risibili, su cui spicca la canzone citata all’inizio: Pomeriggio banale conferma le tendenze letterarie di Mordenti, citando dopo Shakespeare (Per un’idea) e Dostoevskij (Raskolnikov) quell’Antonin Artaud che col suo teatro delle crudeltà già aveva ispirato Pierpaolo Capovilla e soci, ma quel che convince del brano è la solita rabbia sotterranea che spazza via qualunque impressione di elitarietà culturale (al gran ballo della rivoluzione gli Asianoia sono invitati d’onore), oltre alla capacità di unire benissimo parti recitate e parti cantate. Gli suggerirei qualcosa? Forse uno studio sui suoni che renda la loro musica ancora più personale ma ehi, alla seconda “prova su strada” (la prima è l’Ep Abbiamo ceduto alle more, uscito un paio d’anni fa) non si può chiedere molto di più: certo non di battagliare con Gaia per il ruolo di tormentone dell’estate, ma un uomo può sognare…

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Racconto in musica 228: È ancora oggi (Lostatobrado – Tane)

Tutte le cose cambiano, e da poco tempo stiamo ragionando su come cambiare un poco anche Tremila Battute. Non sappiamo bene ancora come, il quando invece sarà probabilmente a settembre, quando arriverà anche un nuovo numero cartaceo della rivista: per intanto però si continua con le solite formule, e quindi vi presentiamo senza indugio Andrea Herman, autore del racconto della settimana e che col suo testo mi ha permesso di scoprire gli Lostatobrado.

Andrea è un altro di quegli autori che ho fortemente voluto dopo aver letto alcuni suoi racconti, pubblicati negli anni su varie riviste come Cadillac, Carie, Ammatula, Cattedrale, Effe, YAWP, Il rifugio dell’Ircocervo, Malgrado le mosche (dove è presente sia con dei racconti che delle fotografie), Efemera e Micorrize. Vive sull’Appennino reggiano e oltre che ottimi racconti scatta anche bellissime fotografie, a cui potete dare un’occhiata andando a curiosare sul suo profilo Instagram.

La prima impressione che ho avuto ascoltando Lostatobrado, band nata a Bologna nel 2023 composta da Lorenzo Valdesalici, Lorenzo Marra e Alessio Vanni, è stata quella di un glitch fra un mondo campestre e uno distopico, la seconda di un incontro/scontro fra le atmosfere di Iosonouncane, la capacità comunicativa de iFasti (pur con differenze enormi di poetica) e il cantautorato sghembo del loro conterraneo Emiliano Mazzoni. Eppure le suggestioni appena esplicitate non rendono perfettamente l’idea di una band  che con un mix di elettronica, cantautorato e una punta di folk riesce a creare un immaginario che guarda al mondo rurale senza nostalgia, mettendolo anzi all’interno del mondo attuale e delle sue contraddizioni e storture. Una carriera breve, portata avanti di notte (di giorno i tre sempre con la musica campano, ma quella per il cinema dove lavorano chi come compositore chi come sound designer) e capace di produrre già due dischi, Canzoni contro la ragione (2024) e Ahimè (fine 2025), e un Ep di due brani, Biada/Asini!, tutti pubblicati con l’etichetta/collettivo Ramaglie.

Il mondo de Lostatobrado non è un luogo rassicurante, vive di un’ibridazione fra antico e moderno irrisolta e forse impossibile, evoca attraverso i testi e un personale impianto elettroacustico immagini di uno scenario dove il sole può essere un animale che non ti fa dormire (Inutile), la tua dimora può divorarti e il tuo mare affogarti (Ego-logia), visioni post-apocalittiche o solamente post-cambiamento climatico di poiane sui residence e farina sui display (Chiome), un immaginario perlopiù cupo e minaccioso come un cielo nuvoloso che, quando riesce ad aprirsi, ha in brani come Auguri il sapore della favola. È una cosa che sembra automatica solo a posteriori, ma è emblematico e in qualche maniera una sorta di “di passaggio di consegne” che i C.S.I., in procinto di partire con un tour di reunion, siano entrati in contatto con il loro sound post-agricolo e li abbiano coinvolti non solo come band spalla, ma addirittura come arrangiatori e collaboratori sul palco per date come quelle di Ulan Bator e Pechino. Un attestato di merito che mi spinge a vederli dal vivo, e avrei potuto farlo ieri (per voi che leggete), sabato 13 giugno, ma ahinoi il locale Ul Caminett a Canegrate che doveva ospitarli è stato vittima PER LA SECONDA VOLTA del crollo di un albero che ne ha sfondato le cucine: approfittiamo quindi per rilanciare la loro campagna gofoundme, che le belle realtà vanno supportate soprattutto (ma non solo) nei momenti di difficoltà.

Tane è il primo brano di Ahimè, una canzone che si fa forza di immagini bucoliche per fissare controintuitivamente un clima di immobilità, un sentimento di stasi obbligata che l’urlo improvviso che la sconquassa riesce a evocare alla perfezione. Andrea col suo racconto riesce a trasmettere questa sensazione in maniera limpida, ambientando in una piccola comunità una storia altrettanto piccola ma piena di ciò che significa vivere in una realtà isolata. Potete trovare il suo racconto subito dopo la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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È ancora oggi, di Andrea Herman


L’ultima luce del giorno mi acceca. È ancora oggi. Un cane ringhia da qualche parte, sperso nella luce. Il sole s’accuccia dietro monte Forco e torno a vedere. La prima cosa che vedo è il muso del cane che spunta da una cancellata. La seconda è la carogna di un gatto gettata sul ciglio della strada. Sbatto le palpebre per levarlo, ma non se ne vuole andare. Nemmeno la carogna se ne va. Più avanti, il copricerchione di plastica di una Ford e tutt’attorno i campi della Macchiusa. Non aveva muso, il gatto. Era solo un ammasso di pelo rosso-bianco e sporco di polvere. È ancora oggi. Supero il copricerchione e ovunque è ringhiare. Poi il copricerchione smette.

Arrivo dal bar Milan. Mino è di fuori, sta svuotando i posacenere. Gli lancio un cenno di saluto. Faceva il muratore, veniva le mattine e le sere al bar e ora che il bar se l’è comprato viene le mattine e le sere. C’è chi sostiene abbia buttato dei soldi per fare uguale.

«Come stai?», chiede Mino.

«Cosa vuoi, te?», gli faccio.

Svuota un altro posacenere, raccoglie alcuni cadaveri di Ceres. Anche il gatto era svuotato e solo un ammasso di pelo, meno di un cencio da poco, nemmeno da vestire. Penso a quand’era in cantiere, Mino, la grande schiena e le grandi mani di polvere.

«C’è del giro?», chiedo.

«Non male», fa Mino.

Guardo dentro il bar e un po’ intorno. La vetrina tersa, senza aloni; l’insegna che prima pendeva e ora è in bolla, le pareti ristuccate di fresco. Si sente il rumore di un trattore, oltre il distributore di benzina. Trasporta dei grossi tronchi di legna e fa il giro della rotonda. Svanisce lento giù dagli Arduini.

«Hai messo in piedi proprio un bel posticino qui», dico.

«Sono contento», fa Mino.

«L’hai sistemato proprio a modo e verso».

«Ma bisogna correre».

«Sempre meglio che al cantiere».

«Non so, meglio, no, meglio credo no. Più pulito. L’ho fatto per mio figlio. Per lasciare a mio figlio qualcosa di più pulito».

Porta i cadaveri delle Ceres. Gli apro la porta. Suo figlio sta parlando con alcuni clienti appoggiati con i gomiti al bancone. Oltre i gomiti ci sono alcune cose da mangiare, bicchieri. I tavoli hanno ciascuno quattro sedie di vimini, allineate, con un portatovaglioli al centro di ogni tavolo. Un televisore attaccato alla parete lascia giù un po’ di musica. Si respira l’aria che arriva dopo la fatica.

«Fermati a bere qualcosa», fa Mino, «offre la casa».

«Un’altra volta», gli dico, «Mirupafshim».

«Bravo. L’hai detto bene».

Lascio andare la porta e resto a guardare per un attimo il padre che raggiunge il figlio. La grande schiena si allontana, in un bel posto pulito. Mi volto e la luce cola in crepuscolo su monte Forco, tentenna, tra il profilo delle pinete. È rossa-bianca come il gatto crepato sul ciglio. Il rumore del trattore sciama nella testa e sono cataste di pensieri, s’affollano, bruciano come sul monte. Spero che le cose per Mino e suo figlio vadano al meglio. È ancora oggi, per qualche ora. Questa è l’unica cosa da sapere. È ancora oggi e domani sarà oggi ancora.

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