Racconto in musica 85: Le mani più veloci dell’Ovest (Steve Gunn – Stonehurst cowboy)

L’appetito vien mangiando, il sonno vien dormendo e io, a furia di stare in pausa, ho finito per far durare le ferie natalizie quasi fino a febbraio: che ci volete fare sono un accidioso, se mi fermo è finita. Per fortuna sono arrivat* un bel po’ di narrator* nuov* a svegliarmi dal letargo, quindi finisco questo cappello introduttivo fra i più brutti che abbia mai fatto iniziando a presentarvi Laura Scaramozzino, autrice del primo racconto del 2022 e grandissima appassionata della musica di Steve Gunn.

Quello con Laura è stato un incontro casuale, avvenuto sulle pagine digitali di una rivista che ha pubblicato entramb*: da lì a proporle un passaggio su Tremila Battute il passo è stato breve, contando che la musica è una fonte d’ispirazione anche per le sue storie. Il suo curriculum letterario è lungo e variegato, fra partecipazioni ad antologie (Materia oscura, raccolta di racconti di fantascienza edita da Delosdigital, e Strane creature, reinterpretazioni della realtà pubblicate da Watson Edizioni, per citare solo un paio delle sue innumerevoli partecipazioni), romanzi (il fantascientifico Screaming Dora e Louise Brooks. Due vite parallele, libera rivisitazione ucronica della vita di una delle prime stelle del cinema hollywoodiano, entrambi usciti per Watson) e incursioni nella letteratura per ragazzi (il distopico Dastan verso il mare, uscito nel 2021 per Edizioni Piuma e selezionato al Premio Internazionale di letteratura Città di Como). Anche il mondo delle riviste letterarie l’ha accolta con entusiasmo, a partire da Inkroci (qui e qui) per proseguire con Quaerere, Sulla quarta corda, Lost Andromeda Tales, Clean Rivista, In fuga dalla bocciofila, Suite italiana e, ci scommettiamo, molte altre in futuro.

Passiamo invece a Steve Gunn, artista originario della Pennsylvania per cui l’accezione “poliedrico” è riduttiva. Inizia la sua carriera come chitarrista dei Violators, la band che accompagna Kurt Vile nelle sue esibizioni dal vivo, ma già dal 2007 affianca a questo impegno una produzione solista che lo vede pubblicare negli anni un numero sterminato di lavori, spesso in collaborazione con altri artisti (notevoli e sperimentali i suoi progetti con Mike Gangloff, Melodies for a savage fix, e Mike Cooper, Cantos de Lisboa). Caratterizzato da uno stile che mescola blues e country, autore di testi profondi e non di rado introspettivi, nel 2016 Gunn viene messo sotto contratto dalla Matador Records, una delle etichette indipendenti più iconiche del panorama statunitense che già pubblica i dischi di Vile (con cui l’anno prima ha fatto uscire uno split). Il risultato di questo matrimonio è Eyes on the lines, primo di tre album (i successivi saranno The unseen in between, 2019, e Other you, 2021) in cui alterna brani intimi voce-chitarra ad altri con arrangiamenti più elaborati, proseguendo una sperimentazione sonora che lo ha portato a realizzare anche un Ep di soli tre pezzi nel 2020, Livin’ in between, in cui a fianco di una cover di Neil Young, influenza facilmente prevedibile, appare una versione totalmente stravolta di un classico dei Misfits, Astro zombies: se non è una prova dell’amore per la musica a tutto tondo questa, io non so cos’altro possa convincervi.

Stonehurst cowboy, quarta traccia di The unseen in between, è una delle canzoni più personali e dolorose di Gunn, dedicata al padre morto. Laura è riuscita a prendere spunto da quelle parole e dalle malinconiche note che l’artista estrae dalla sua chitarra per accompagnarci in un cammino luttuoso, pervaso di tristezza ma anche di gratitudine per un amore che unisce al di là di ogni barriera: quello per la musica. Trovate il racconto subito dopo il brano che lo ha ispirato, in una versione acustica suggerita dalla stessa Laura: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Le mani più veloci dell’Ovest, di Laura Scaramozzino

Anche le mie vanno veloci. Sfiorano, pizzicano, segnano. E lasciano fare. Cancello spazi tra le corde e nelle pause ricompongo ciò che alle dita sfugge. Il fingerpicking è una sintesi elettrica di acqua e luce. È la musica, padre, il sole sopra i capelli. Un appunto sul bloc notes azzurro.

Mi piacciono le giacche scure, assottigliano la mia figura nella penombra. Amo apparire inconsistente, svanire sul palco. La chitarra è una presenza sufficiente. Oggi, però, è diverso, avrei bisogno di consistenze. Della mia e della tua. Vorrei, padre, che le nostre mani misurassero il tempo. Le tue con un gancio a vuoto nel brusio di un pranzo, le mie sullo strumento a cui hai sempre sorriso. Ai tuoi tempi avresti potuto gettare a terra chiunque, i tuoi pugni erano quelli di un eroe dei manga. Un frullio invisibile. Un superpotere. Ci scherzavi su e mi mostravi le mosse. Ridevi di tutto ciò che avresti potuto fare e non hai mai fatto. Del Vietnam che non hai visto ma scorreva nel tuo sangue, nei tuoi diciott’anni senza preavviso.

Mamma ha gli occhi rossi e il vestito nero. Non si è seduta un momento. Ha servito tutti, mi si è avvicinata e ha distolto lo sguardo. Non ho mai avuto una faccia contenta, nonostante la tua allegria. L’allegria che ti ha salvato le notti e la voce. Non che io sia un tipo triste, te lo dicevo sempre. Sono solo uno che si concentra. Non ho altro modo di guardare alle cose.

I presenti mi lasciano stare. La piega delle labbra verso il basso aiuta, e così le spalle che si curvano. La gente non sa quanto pesino gli strumenti, sembrano così leggeri nelle mani di chi li suona. Qualcuno potrebbe pensare che il mio dolore è troppo grande e un giorno, forse, lo sarà davvero. Lo diventerà al punto che ci scriverò un disco. Parlerò di te, di quando sei tornato dall’addestramento e solo gli alberi erano quelli di sempre. Lo farò presto, quando la ruga sulla fronte non sarà più solo uno sforzo di concentrazione. Del resto, padre, non abbiamo altro modo per reagire. Ci restano i racconti e qualche memoria delle domeniche pomeriggio.

Potrei prendere un vassoio sul tavolo in fondo alla sala, girare fra le sedie e gli uomini in nero. Sporgere le fette di tacchino freddo a un vicino o una zia di cui non ricordo il nome, ma preferisco rimanere qui, a osservare. Come ho sempre fatto.

Quando ti sei ammalato, hai cominciato a guardarmi in modo diverso. Come se, improvvisamente, ti assomigliassi. Come l’avessi scoperto per caso. Forse hai riflettuto sulle mani, su quelle mani veloci come il vento. Sulle dita che si serrano in un pugno o si sciolgono sulla chitarra. Le differenze sono tutto e sono niente, padre. Il tuo dolore e il mio sanno incontrarsi. Il Vietnam e il cancro hanno segnato il tempo. Un tempo che era il tuo e adesso è il nostro, delle parole. E della musica.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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