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Racconto in musica 75: Panopticon (Iosonouncane – Prison)

Qualche mese fa ho svolto un corso online (quanti corsi online abbiamo frequentato? Alzi la mano chi lo ha fatto, così vi conto) sulla scrittura musicale, curioso di capire se ciò che faccio da metà della mia vita senza essere pagato lo faccio abbastanza bene da poter provare a farlo facendomi pagare (la frase che ho appena esposto poteva essere scritta in maniera molto più fruibile, ma adoro complicarvi e complicarmi la vita). La risposta al quesito sta tutta nel fatto che continuo a lavorare in fabbrica, anche se in realtà ha più a che fare col coraggio di chiudersi una porta alle spalle sperando che si apra un portone e di occupare il tempo libero scrivendo qualcosa per altri invece di occuparlo aprendo un blog, scrivendo racconti che ogni tanto qualche rivista pubblica e perdendo tempo in tante maniere appaganti per lo spirito ma non per l’ego schiavizzato dalla società della performance. Ma (tanto per cambiare) sto divagando.

Il corso in questione era tenuto da Giulia Cavaliere, firma abbastanza nota del panorama giornalistico musicale ed autrice per Minimum Fax del libro Romantic Italia (da cui viene tratto anche un podcast), in cui con invidiabile competenza analizza alcuni dischi della storia musicale italiana che hanno esplorato il tema dell’amore nelle sue diverse sfaccettature. Fra esercizi, consigli e suggerimenti c’è stato anche tempo per parlare in libertà, ad esempio di artist* che hanno fatto successo e che ci è capitato di incrociare/recensire in tempi non sospetti. Io potevo portare orgoglioso il nome dei Gazebo Penguins, lei poteva spendere un nome più grosso e che negli ultimi anni ha fatto un sacco di rumore: ovviamente è l’artista della settimana, Jacopo Incani, meglio conosciuto col moniker di Iosonouncane.

La carriera di Incani, in estrema sintesi, è legata al concetto di fare davvero e veramente il cazzo che gli pare. Non c’è, a mio avviso, una logica commerciale dietro al suo percorso artistico, il che non nega che una logica ci sia (ascoltatevi i suoi tre dischi in fila e noterete l’evoluzione) ma che è legata alla propria consapevolezza di ciò che vuoi dire e che senti di dover dire, al di là di quanto il pubblico lo possa apprezzare. Ammetto candidamente di aver scoperto Iosonouncane andando a ritroso, ascoltando l’ultimo disco Ira lungo la strada che mi porta a lavoro sotto la spinta del “non è che puoi fare sempre quello che non ascolta ciò di cui parlano tutti”: ci ho messo un po’ a entrarci in sintonia (abbastanza normale con un album che dura quasi due ore, ha una durata media dei brani oltre i cinque minuti e testi che mischiano arabo, spagnolo, inglese e francese), avevo pure mollato a un certo punto ma poi sono andato avanti ad ascoltare e mi si è aperta di fronte la meraviglia.

E pensare che tutto questo è partito nel 2010 con un disco totalmente diverso, quel La macarena su Roma in cui la musica gira attorno a loop più o meno stabili, la chitarra acustica compare spesso e volentieri e i testi sono quanto di più apparentemente esplicito, ironico e a volte cinico si possa trovare: anticipato nel 2008 da un Ep pubblicato gratuitamente su MySpace (sembra un’era geologica fa quando c’era MySpace, vero?), Primo pacchetto tematico gratuito, l’album viene pubblicato da quei gran fighi de La Famosa Etichetta Trovarobato (etichetta a cui resta fedele anche oggi che si sono palesate le major) e forse anche per questo, con riferimenti meno importanti di quelli che potete leggere su wikipedia, mi viene da definirlo un incrocio fra Caparezza e Musica Per Bambini. Incani usa la voce in maniera isterica, mette in scena un teatrino nazionalpopolare che non sa di già visto, incontra addirittura Antonio Gramsci in un call center (dove l’autore ha resistito stoicamente per due anni della sua vita): se ne accorgono al Premio Tenco, dove lo inseriscono fra i finalisti nella categoria Miglior opera prima, non vince e per cinque anni sparisce parzialmente dai radar, facendo cose (ad esempio curare le musiche di due spettacoli teatrali del duo Manitomotò) e vedendo gente (il cantautore Dino Fumaretto, con cui collabora per il disco Sono invecchiato di colpo e l’Ep Sotto assedio). Poi esce Die.

Il capitolo di mezzo della storia discografica di Iosonouncane non è il mio preferito, ma ricordo quanto il suo nome fosse sulla bocca di tutti ai tempi ed è già questo il miracolo: è un disco ostico (il che non gli ha impedito di essere candidato ancora al Tenco, stavolta per la categoria Album dell’anno), stratificato, con la voce molto meno protagonista e testi che girano attorno agli stessi elementi in maniera simile a mantra, di cui Incani rimarca in questa interessante intervista una valenza politica maggiore rispetto al precedente album. Passa solo un anno questa volta prima che esca qualcosa di nuovo, per la precisione uno split con i Verdena in cui Incani e il trio si coverizzano a vicenda due brani (ed è incredibile come Carne sembri scritta proprio per la band bergamasca), poi la storia è quella di oggi e parla di un disco che doveva uscire nel 2020, posticipato al 2021 (ma anticipato, a novembre 2020, da Novembre e la cover di Luigi Tenco Vedrai Vedrai, che non saranno poi compresi in Ira) e finalmente dato alle masse il 14 maggio di quest’anno: un disco che non sapevo di volere ed ora amo nel suo parlarmi direttamente alle emozioni, e che spero di vedere suonato integralmente dal vivo (così come è stato concepito) in una delle sette date programmate ad hoc per il 2022.

Prison è la settima traccia di Ira, ed è uno di quei brani che hanno il potere di farmi piangere. È una canzone perfetta nel suo incedere, persino quando cambia anima lo fa in un modo che sembra la naturale evoluzione del discorso: eleva lo spirito e poi te lo schiaccia a terra, piegato da una violenza sonora che è tutta nelle intenzioni più che nei suoni veri e propri e da una voce che accoltella. Ho legato a questa canzone discorsi sul Panopticon affrontati in un’incontro letterario su Michel Focault, immaginandomi un carcerato che si ritrova ad affrontare il percorso fisico e mentale verso la libertà (sono debitore, per la prima parte del racconto, anche di un’immagine tratta dal capitolo Inventario del libro La parola magica di Anna Siccardi, quel “liberante, liberante!” che i prigionieri urlano ad ogni scarcerazione) capendo presto che, come direbbe il protagonista di Old Boy, è finito solo in una prigione più grande. Questo è quanto, non mi resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Panopticon

Mi sveglio all’alba come in un giorno qualsiasi. Attorno a me tutto dorme ancora. L’asteroide di silenzio attorno a cui gravito è un’illusione di pace, ho smesso di sorprendermene da tempo. Ci vuol poco prima che la prigione si risvegli.

Oggi il rumore dei catenacci suona per l’ora della mia liberazione. Due guardie aprono un varco nel ferro col mio nome sulle labbra e niente più. Le mani battono mentre passo di fianco alle celle sul cammino verso l’uscita. Ululano le voci. Ci vediamo presto, dicono. Mi festeggiano e mi deridono dietro le sbarre, uomini che posso vedere solo a strisce. Così era il mio mondo fino a un attimo fa.

Mi viene spinto in mano ciò che possiedo sulla terra, chiuso in una busta. Quel poco che è la mia vita sta tutto qua, ma è mio come niente lo è stato negli ultimi anni. Le guardie mi scortano senza un sorriso, indifferenti al mio destino. Hanno salutato e riaccolto le stesse persone troppe volte, gli addii non li commuovono più.

Oltre il cancello il cielo è grigio come il cortile dell’ora d’aria. Cammino a piccoli passi, non smetto di guardarlo nemmeno per un istante. È ampio e sconfinato come gli spazi che voglio abitare, luoghi in cui il mio sguardo si possa perdere all’infinito. Tornerò alla terra dei miei antenati, ricomincerò da lì, dimostrerò a me stesso che c’è ancora una vita da vivere.

Ho tutto il tempo del mondo.

Posso ancora essere chiunque io voglia.

Chiudo gli occhi e sogno.

Attraverso la strada mentre il semaforo è ancora rosso. Un clacson gravita su di sé la mia attenzione, mi costringe a vederli. La bocca dell’autista urla parole che non capisco. E tutto attorno a me, occhi e bocche.

Cammino in fretta dall’altra parte della strada, poi rallento. Mi stanno guardando, lo so. Non si esce davvero, mi hanno detto. Raddrizzo la schiena, fingo indifferenza. Il battito del cuore è troppo forte per ingannare le loro orecchie attente.

Sugli angoli dei muri che contengono le banche occhi bionici scrutano ogni mio passo, mi seguono, dicono di me al mondo qualcosa che non so, forse nuove colpe da affibbiarmi. Sono certo che mi seguano dalle finestre, dagli spazi bui dei vicoli in cui mi infilo per sparire, trovare una scorciatoia per sottrarmi alla verticalità che mi schiaccia, alla pesantezza di cui s’inquina l’aria negli spazi opprimenti a cui non c’è alternativa.

I parchi sono gravidi di alberi senzienti, la natura qui non è un alleato di cui mi possa fidare, le voci delle ombre alle mie spalle scandiscono ai cellulari dalle radio dai televisori sillabe che sembrano sempre più messaggi in codice che dicono tutto di ciò che sono stato ma perché, perché non mi lasciano il futuro, perché mi ancorano agli errori, agli orrori, eppure avevano promesso, hai pagato dicevano, perché ora non mi si staccano di dosso mai nemmeno per un momento neanche per un istante, perché non mi sento libero come dovrei essere perché?

La fuga è inutile. Il mondo è ancora a strisce, il mondo sarà per sempre a strisce, almeno per me.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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