È arrivato quel periodo dell’anno, e come per il caldo sembra essere arrivato in anticipo (anche se, nel momento in cui leggerete, le temperature potrebbero essere già calate un po’ ovunque): è la stagione degli horror, che non si chiude mai veramente ma che in estate vede un’impennata di titoli non sempre validi, raramente spaventosi e spesso copie viste, riviste e straviste di filoni che funzionano, dalle case infestate agli esorcismi passando per le suore inquietanti. Ci sono però le annate buone, e quella del 2025 lo è stata sicuramente: bastavano due titoli, Bring her back dei fratelli Philippou e Weapons di Zach Cregger (a loro volta conferme dei rispettivi e meritevoli esordi, Talk to me e Barbarian) a salvare l’intera stagione, soprattutto il primo che, per merito di uno dei bambini più inquietanti della storia del cinema e di un coltello, ancora mi fa venire i brividi a ripensarci. Anche questa stagione estiva anticipata ha già trovato la sua bella doppietta, ed è un binomio dalla qualità paragonabile se non migliore, che sta portando per questi motivi e non solo un sacco di gente in sala (nel caso di Milano quasi esclusivamente nei multisala di periferia, che all’interno vai a capire perché se li schifano quasi tutti a parte il benemerito Cinema Beltrade) a vedere Backrooms di Kane Parsons e Obsession di Curry Barker, registi che messi assieme hanno meno dei miei anni e lo dimostrano maneggiando la materia col giusto equilibrio fra innovazione e tradizione.
“The Cube incontra Essere John Malkovich“

Questa frase l’ho rubata alla mia compagna, con la quale stavo discutendo a fine proiezione sui meriti e demeriti del film di Parsons, uno che a vent’anni (VENT’ANNI!) si è ritrovato dietro la macchina da presa a dirigere una sorta di trasposizione cinematografica di un filone di creepypasta (leggende metropolitane nate su internet di cui è difficile stabilire la paternità, essendo alimentate dai singoli utenti con contenuti postati su forum, social network e YouTube) di cui ha aiutato a stabilire l’estetica. Le backrooms del titolo altro non sono che enormi spazi nascosti formati da stanze comunicanti collegate senza una logica apparente, le stesse su cui Parsons DA MINORENNE ha creato una grande quantità di video sul suo seguitissimo canale YouTube e che Clark (Chiwetel Ejiofor), venditore di mobili in crisi coniugale e alcolizzato, trova dietro una parete nel seminterrato del suo già inquietante e poco frequentato magazzino in periferia. Dopo aver fatto la sua conoscenza e quella della sua psicoterapeuta Mary (Renate Reinsve), una che dà subito l’impressione di avere tanti problemi quanti quelli che dovrebbe risolvere nelle altre persone, veniamo pian piano introdotti in questo inquietante sottomondo, accessibile attraversando letteralmente una parete e che intuiamo essere fin da subito non solo partorito da una mente che non ragiona come la nostra (il termine “escheriano” qui non vale, perché più che impossibili questi spazi sono caoticamente disfunzionali e allo stesso tempo gelidamente familiari), ma anche abitato da qualcosa che non sembra essere felice di fare nuove conoscenze. Aggiungete al mix l’equilibrio mentale vacillante di Clark, la sua cavalcante ossessione per mappare quello spazio sterminato, il coinvolgimento camera a mano di una coppia di dipendenti e una misteriosa vigilanza esterna e avrete pronto il tipico quadro che non può che appendersi storto.

La cosa migliore di Backrooms, nonché la fonte di ogni inquietudine, sono i momenti di esplorazione di questa architettura che, come illustrato efficacemente dal protagonista, sembrano “ricordare sé stesse, ma in modo sempre più sbagliato”. Se in vita vostra siete mai entrati in un Mercatone Uno (catena ormai fallita di mobilifici a basso prezzo con cui le backrooms del film condividono anche l’onnipresente colore giallo, anche se l’incubo consumistico che più mi hanno ricordato è il Risparmione di Suno, vicino a Novara, dove i miei mi costringevano a girare ripetutamente per stanze ammobiliate che non avremmo comprato MAI) potete capire la desolazione inquietante di stanze create per essere vissute ma che non accolgono nessuno, che immaginate di notte non possono che contenere tonnellate di disagio, e col carico di porte che non si aprono, mobili agglomerati a caso, rumori che evocano presenze nascoste e la consapevolezza che basta un niente per perdere qualsiasi punto di riferimento è facile capire quanto basti l’abilità ingegneristica a Parsons per ottenere una buona metà dell’effetto ansiogeno che vuole ottenere. Entra presto in gioco anche una componente psicologica dietro la costruzione di questi spazi, che è il motivo per cui alla mia compagna è scappato il paragone con Essere John Malkovich: come la porticina dietro uno scaffale al settimo piano e mezzo di un palazzo adibito ad uffici, che dà accesso al cervello di un attore famosissimo, le backrooms sono la normalizzazione di un’impossibilità, qui rappresentata da un glitch che dà accesso a stanze infinite pensate…da chi? O da cosa?
Il problema di Backrooms è che oltre a quell’onnipresente velo di inquietudine c’è poco altro. Il film è ben diretto e ben recitato, ma le decisioni che prendono l* protagonist* sembrano classicamente sbagliate (da stereotipo horror, forse un giorno avremo un lungometraggio sullo stile di Hell no?) o difficilmente giustificabili anche con la componente psicopatologica, e tutta l’azione si concentra in poche scene (pretestuosa poi una buona metà di quella girata con telecamera a mano, perché viene da chiedersi chi nella stessa situazione perderebbe tempo a concentrarsi sulle riprese) che, per quanto ansiogene, a fine proiezione mi hanno lasciato comunque un senso di insoddisfazione e di squilibrio fra le varie parti, come se all’improvviso ci si fosse resi conto che bisognava chiudere senza esagerare con la durata e lo si è fatto con una certa approssimazione. Ciò che però mi ha più inviperito è la componente di monitoraggio esterno (non è un vero spoiler, che ci sia qualcuno di fuori che conosce le backrooms e le tiene sott’occhio viene svelato nella prima metà del film), un accenno che spinge per essere espanso in uno o più sequel (non aspettatevi una chiusura che vi dia delle risposte) e che mi ha ricordato l’operazione messa in piedi con The Cube e relativi seguiti: il film del buon Vincenzo Natali (recuperate il suo Nothing se doveste riuscire nella titanica impresa di rintracciarlo) però bastava a sé, pur nella totale assenza di risposte, perché l’intreccio e le dinamiche fra l* protagonist* erano una scusa sufficiente per vedere vagare delle persone fra trappole mortali installate non si sa da chi né perché, mentre arrivat* alla fine di Backrooms siamo portati a chiedere delle risposte visto che è il mistero la parte interessante del film, e non i personaggi che vediamo interagire al suo interno. In conclusione io mi sento un po’ preso per il culo, ma ammetto di non riuscire più a vedere con gli stessi occhi quella parte di parete obliqua nel seminterrato dove faccio yoga. Perché è così? Cosa c’è dietro?
Una vecchia premessa per uno sviluppo attuale

Uno dei problemi che ho avuto con Backrooms (cosa che era successa anche con Weapons l’anno scorso) è stata anche la visione dopo un film che in quanto a carico d’ansia e puro terrore mi aveva già conquistato, ovvero Obsession. Opera seconda del ventiseienne Curry Barker (nessuna parentela con lo scrittore e regista Clive), il film ha una premessa molto più banale e rispondente a un filone già sfruttato dal cinema horror ma senza abusarne, quello degli oggetti maledetti e dei desideri che si realizzano nella maniera sbagliata. A dare il là alla vicenda è Baron (Michael Johnston), soprannominato da tutti Bear, un giovanotto riservato che scopriamo da subito essere innamorato dell’amica e collega Nikki (Inde Navarrette) come nella più classica delle relazioni cantate da Max Pezzali per una vita: la regola dell’amico che non sbaglia mai, non vorrai mica rovinare un così bel rapporto nemmeno quando è lei a chiederti apertamente se ne sei innamorato, ma quello che manca in quel tipo di canzoni è un bastoncino che una volta spezzato esaudisce i desideri e che Bear, contraddicendosi per la prima di molte volte nell’arco del film, utilizza per chiedere che Nikki lo ami più di qualsiasi altra persona sulla faccia della terra. Cosa mai potrà andare storto?

Basta già questo inizio a mettere l’angoscia nello spettatore, almeno se come me prova vergogna per l* protagonist* delle commedie romantiche quando si trovano coinvolti nei più classici equivoci. Solo che una volta finita quella parte, e una volta concluso anche il veloce montaggio dell’idilliaco sbocciare di un amore perfetto, la situazione precipita velocemente e Bear realizza cosa significa veramente essere amato sopra ogni cosa, finendo nella versione ancora più da incubo di una relazione tossica. L’abilità di Barker nel maneggiare una trama talmente metaforica da non aver nemmeno bisogno di rimarcarlo in qualche maniera, sta sia nello switch di genere (avremmo mai potuto parteggiare per un uomo violento e possessivo, anche se costretto ad esserlo da un incantesimo?) che nel modo in cui ci dimostra sottilmente quanto Bear, idealmente la vittima nella relazione, sia in realtà un inetto che, oltre ad aver espresso il desiderio sbagliato, è l’ultima persona al mondo capace di prendersi un minimo di responsabilità. Passiamo il tempo a gridargli interiormente di scappare quando Nikki lo guarda dormire da un angolo in ombra della stanza da letto o quando entra in gioco dello scotch da pacchi, ma allo stesso tempo sappiamo che se lo merita, perché è la stessa persona che dopo essere andato a letto con una Nikki confusa ci tiene a smarcarsi da qualsiasi accusa di essersi approfittato di lei e che è incapace di reagire quando la follia della sua compagna la porta all’autolesionismo, mettendo anzi il broncio di chi ha ricevuto in regalo il cucciolo che tanto desiderava e poi si scazza non appena si rende conto che deve anche occuparsene: non possiamo davvero volergli male di fronte all’inferno che gli si spalanca di fronte, ma ci è sempre ben chiaro che le vittime sono due e solo una non ha fatto niente per meritarselo.

Se il film è così riuscito, con pregi di scrittura che portano a geniali momenti comici perfettamente amalgamati nella trama riguardanti gli One wish willow che condannano Bear e Nikki (non per niente da quel tipo di mondo arriva Barker, attivo nel duo comico That’s a bad idea insieme a Cooper Tomlinson, qui presente nei panni del migliore amico di Bear), molto del merito va però a Navarrette, rivelazione assoluta e mattatrice della pellicola in ogni scena che la vede protagonista. La sua è una performance sia fisica che vocale (fatevi un favore e guardatelo in lingua originale), fatta di overacting e fragilità, espressioni tenute qualche secondo di troppo e scatti improvvisi che rendono la sua “freaky” Nikki (azzeccatissimo anche il rimando alla sua bizzarria ai tempi delle scuole) totalmente imprevedibile, capace di prendersi la scena anche quando è fuori fuoco sullo sfondo o mentre geme per un rapporto sessuale che dalla sua espressione facciale sembra più uno stupro (un dettaglio su cui è la mia compagna ad avermi fatto porre l’attenzione). La sua follia incombe anche quando non è presente, perché sappiamo che prima o poi Bear dovrà tornare nel loro nido d’amore o che, ancora peggio, potrebbe essere lei a raggiungerlo, e questo connubio fra una scrittura sopraffina e un’attrice totalmente in parte ci costringe a stare all’erta dall’inizio alla fine della pellicola, tesi sulla poltrona come se fossimo noi all’interno di quella relazione e capaci nonostante ciò di provare per lei una genuina pena.
Obsession è costato meno di un milione di dollari (un decimo circa di Backrooms, che pure non ha un budget da megaproduzione) ed è stato girato in soli venti giorni, ma ogni centesimo e ogni minuto sono stati investiti alla perfezione, dal trucco (quando vi viene il dubbio che qualche espressione di Navarrette sia “aiutata” dalla computer grafica fate riferimento al team di make-up) alla fotografia passando per la scelta delle location (una delle classiche periferie statunitensi da cui nessuno sembra poter uscire realizzato) e le musiche a base di synth di Rock Burwell (nessuna parentela con l’autore di colonne sonore Carter), particolare quest’ultimo che fa sembrare in certi momenti Obsession più eighties di Backrooms nonostante sia il secondo ad essere ambientato ai tempi di Reagan. Se proprio vogliamo l’unica nota stonata è la volontà di Barker di tornare sull’argomento con un sequel o una serie antologica, che è di solito il modo in cui rovini quanto di buono realizzato: non ci vuole molto a immaginare che la Blumhouse che lo ha prodotto gli dia il budget per realizzarlo, così come farà sicuramente la A24 con Backrooms, ma non fasciamoci la testa prima del tempo e per ora godiamoci la nostra meritata tensione.
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