Innovazione e tradizione in Backrooms e Obsession

È arrivato quel periodo dell’anno, e come per il caldo sembra essere arrivato in anticipo (anche se, nel momento in cui leggerete, le temperature potrebbero essere già calate un po’ ovunque): è la stagione degli horror, che non si chiude mai veramente ma che in estate vede un’impennata di titoli non sempre validi, raramente spaventosi e spesso copie viste, riviste e straviste di filoni che funzionano, dalle case infestate agli esorcismi passando per le suore inquietanti. Ci sono però le annate buone, e quella del 2025 lo è stata sicuramente: bastavano due titoli, Bring her back dei fratelli Philippou e Weapons di Zach Cregger (a loro volta conferme dei rispettivi e meritevoli esordi, Talk to me e Barbarian) a salvare l’intera stagione, soprattutto il primo che, per merito di uno dei bambini più inquietanti della storia del cinema e di un coltello, ancora mi fa venire i brividi a ripensarci. Anche questa stagione estiva anticipata ha già trovato la sua bella doppietta, ed è un binomio dalla qualità paragonabile se non migliore, che sta portando per questi motivi e non solo un sacco di gente in sala (nel caso di Milano quasi esclusivamente nei multisala di periferia, che all’interno vai a capire perché se li schifano quasi tutti a parte il benemerito Cinema Beltrade) a vedere Backrooms di Kane Parsons e Obsession di Curry Barker, registi che messi assieme hanno meno dei miei anni e lo dimostrano maneggiando la materia col giusto equilibrio fra innovazione e tradizione.

“The Cube incontra Essere John Malkovich“

Direttamente dalle case da incubo del canale Instagram di Mangiapregasbatty

Questa frase l’ho rubata alla mia compagna, con la quale stavo discutendo a fine proiezione sui meriti e demeriti del film di Parsons, uno che a vent’anni (VENT’ANNI!) si è ritrovato dietro la macchina da presa a dirigere una sorta di trasposizione cinematografica di un filone di creepypasta (leggende metropolitane nate su internet di cui è difficile stabilire la paternità, essendo alimentate dai singoli utenti con contenuti postati su forum, social network e YouTube) di cui ha aiutato a stabilire l’estetica. Le backrooms del titolo altro non sono che enormi spazi nascosti formati da stanze comunicanti collegate senza una logica apparente, le stesse su cui Parsons DA MINORENNE ha creato una grande quantità di video sul suo seguitissimo canale YouTube e che Clark (Chiwetel Ejiofor), venditore di mobili in crisi coniugale e alcolizzato, trova dietro una parete nel seminterrato del suo già inquietante e poco frequentato magazzino in periferia. Dopo aver fatto la sua conoscenza e quella della sua psicoterapeuta Mary (Renate Reinsve), una che dà subito l’impressione di avere tanti problemi quanti quelli che dovrebbe risolvere nelle altre persone, veniamo pian piano introdotti in questo inquietante sottomondo, accessibile attraversando letteralmente una parete e che intuiamo essere fin da subito non solo partorito da una mente che non ragiona come la nostra (il termine “escheriano” qui non vale, perché più che impossibili questi spazi sono caoticamente disfunzionali e allo stesso tempo gelidamente familiari), ma anche abitato da qualcosa che non sembra essere felice di fare nuove conoscenze. Aggiungete al mix l’equilibrio mentale vacillante di Clark, la sua cavalcante ossessione per mappare quello spazio sterminato, il coinvolgimento camera a mano di una coppia di dipendenti e una misteriosa vigilanza esterna e avrete pronto il tipico quadro che non può che appendersi storto.

“La risolvo io la situazione!”

La cosa migliore di Backrooms, nonché la fonte di ogni inquietudine, sono i momenti di esplorazione di questa architettura che, come illustrato efficacemente dal protagonista, sembrano “ricordare sé stesse, ma in modo sempre più sbagliato”. Se in vita vostra siete mai entrati in un Mercatone Uno (catena ormai fallita di mobilifici a basso prezzo con cui le backrooms del film condividono anche l’onnipresente colore giallo, anche se l’incubo consumistico che più mi hanno ricordato è il Risparmione di Suno, vicino a Novara, dove i miei mi costringevano a girare ripetutamente per stanze ammobiliate che non avremmo comprato MAI) potete capire la desolazione inquietante di stanze create per essere vissute ma che non accolgono nessuno, che immaginate di notte non possono che contenere tonnellate di disagio, e col carico di porte che non si aprono, mobili agglomerati a caso, rumori che evocano presenze nascoste e la consapevolezza che basta un niente per perdere qualsiasi punto di riferimento è facile capire quanto basti l’abilità ingegneristica a Parsons per ottenere una buona metà dell’effetto ansiogeno che vuole ottenere. Entra presto in gioco anche una componente psicologica dietro la costruzione di questi spazi, che è il motivo per cui alla mia compagna è scappato il paragone con Essere John Malkovich: come la porticina dietro uno scaffale al settimo piano e mezzo di un palazzo adibito ad uffici, che dà accesso al cervello di un attore famosissimo, le backrooms sono la normalizzazione di un’impossibilità, qui rappresentata da un glitch che dà accesso a stanze infinite pensate…da chi? O da cosa?

Il problema di Backrooms è che oltre a quell’onnipresente velo di inquietudine c’è poco altro. Il film è ben diretto e ben recitato, ma le decisioni che prendono l* protagonist* sembrano classicamente sbagliate (da stereotipo horror, forse un giorno avremo un lungometraggio sullo stile di Hell no?) o difficilmente giustificabili anche con la componente psicopatologica, e tutta l’azione si concentra in poche scene (pretestuosa poi una buona metà di quella girata con telecamera a mano, perché viene da chiedersi chi nella stessa situazione perderebbe tempo a concentrarsi sulle riprese) che, per quanto ansiogene, a fine proiezione mi hanno lasciato comunque un senso di insoddisfazione e di squilibrio fra le varie parti, come se all’improvviso ci si fosse resi conto che bisognava chiudere senza esagerare con la durata e lo si è fatto con una certa approssimazione. Ciò che però mi ha più inviperito è la componente di monitoraggio esterno (non è un vero spoiler, che ci sia qualcuno di fuori che conosce le backrooms e le tiene sott’occhio viene svelato nella prima metà del film), un accenno che spinge per essere espanso in uno o più sequel (non aspettatevi una chiusura che vi dia delle risposte) e che mi ha ricordato l’operazione messa in piedi con The Cube e relativi seguiti: il film del buon Vincenzo Natali (recuperate il suo Nothing se doveste riuscire nella titanica impresa di rintracciarlo) però bastava a sé, pur nella totale assenza di risposte, perché l’intreccio e le dinamiche fra l* protagonist* erano una scusa sufficiente per vedere vagare delle persone fra trappole mortali installate non si sa da chi né perché, mentre arrivat* alla fine di Backrooms siamo portati a chiedere delle risposte visto che è il mistero la parte interessante del film, e non i personaggi che vediamo interagire al suo interno. In conclusione io mi sento un po’ preso per il culo, ma ammetto di non riuscire più a vedere con gli stessi occhi quella parte di parete obliqua nel seminterrato dove faccio yoga. Perché è così? Cosa c’è dietro?

Una vecchia premessa per uno sviluppo attuale

Benvenuti nel sogno di ogni incel— forse

Uno dei problemi che ho avuto con Backrooms (cosa che era successa anche con Weapons l’anno scorso) è stata anche la visione dopo un film che in quanto a carico d’ansia e puro terrore mi aveva già conquistato, ovvero Obsession. Opera seconda del ventiseienne Curry Barker (nessuna parentela con lo scrittore e regista Clive), il film ha una premessa molto più banale e rispondente a un filone già sfruttato dal cinema horror ma senza abusarne, quello degli oggetti maledetti e dei desideri che si realizzano nella maniera sbagliata. A dare il là alla vicenda è Baron (Michael Johnston), soprannominato da tutti Bear, un giovanotto riservato che scopriamo da subito essere innamorato dell’amica e collega Nikki (Inde Navarrette) come nella più classica delle relazioni cantate da Max Pezzali per una vita: la regola dell’amico che non sbaglia mai, non vorrai mica rovinare un così bel rapporto nemmeno quando è lei a chiederti apertamente se ne sei innamorato, ma quello che manca in quel tipo di canzoni è un bastoncino che una volta spezzato esaudisce i desideri e che Bear, contraddicendosi per la prima di molte volte nell’arco del film, utilizza per chiedere che Nikki lo ami più di qualsiasi altra persona sulla faccia della terra. Cosa mai potrà andare storto?

A giudicare da questo sorriso niente, non fosse che dura qualche minuto di troppo

Basta già questo inizio a mettere l’angoscia nello spettatore, almeno se come me prova vergogna per l* protagonist* delle commedie romantiche quando si trovano coinvolti nei più classici equivoci. Solo che una volta finita quella parte, e una volta concluso anche il veloce montaggio dell’idilliaco sbocciare di un amore perfetto, la situazione precipita velocemente e Bear realizza cosa significa veramente essere amato sopra ogni cosa, finendo nella versione ancora più da incubo di una relazione tossica. L’abilità di Barker nel maneggiare una trama talmente metaforica da non aver nemmeno bisogno di rimarcarlo in qualche maniera, sta sia nello switch di genere (avremmo mai potuto parteggiare per un uomo violento e possessivo, anche se costretto ad esserlo da un incantesimo?)  che nel modo in cui ci dimostra sottilmente quanto Bear, idealmente la vittima nella relazione, sia in realtà un inetto che, oltre ad aver espresso il desiderio sbagliato, è l’ultima persona al mondo capace di prendersi un minimo di responsabilità. Passiamo il tempo a gridargli interiormente di scappare quando Nikki lo guarda dormire da un angolo in ombra della stanza da letto o quando entra in gioco dello scotch da pacchi, ma allo stesso tempo sappiamo che se lo merita, perché è la stessa persona che dopo essere andato a letto con una Nikki confusa ci tiene a smarcarsi da qualsiasi accusa di essersi approfittato di lei e che è incapace di reagire quando la follia della sua compagna la porta all’autolesionismo, mettendo anzi il broncio di chi ha ricevuto in regalo il cucciolo che tanto desiderava e poi si scazza non appena si rende conto che deve anche occuparsene: non possiamo davvero volergli male di fronte all’inferno che gli si spalanca di fronte, ma ci è sempre ben chiaro che le vittime sono due e solo una non ha fatto niente per meritarselo.

La faccia di chi ha appena pestato una merda, e comincia a rendersi conto che quella merda è lui

Se il film è così riuscito, con pregi di scrittura che portano a geniali momenti comici perfettamente amalgamati nella trama riguardanti gli One wish willow che condannano Bear e Nikki (non per niente da quel tipo di mondo arriva Barker, attivo nel duo comico That’s a bad idea insieme a Cooper Tomlinson, qui presente nei panni del migliore amico di Bear), molto del merito va però a Navarrette, rivelazione assoluta e mattatrice della pellicola in ogni scena che la vede protagonista. La sua è una performance sia fisica che vocale (fatevi un favore e guardatelo in lingua originale), fatta di overacting e fragilità, espressioni tenute qualche secondo di troppo e scatti improvvisi che rendono la sua “freaky” Nikki (azzeccatissimo anche il rimando alla sua bizzarria ai tempi delle scuole) totalmente imprevedibile, capace di prendersi la scena anche quando è fuori fuoco sullo sfondo o mentre geme per un rapporto sessuale che dalla sua espressione facciale sembra più uno stupro (un dettaglio su cui è la mia compagna ad avermi fatto porre l’attenzione). La sua follia incombe anche quando non è presente, perché sappiamo che prima o poi Bear dovrà tornare nel loro nido d’amore o che, ancora peggio, potrebbe essere lei a raggiungerlo, e questo connubio fra una scrittura sopraffina e un’attrice totalmente in parte ci costringe a stare all’erta dall’inizio alla fine della pellicola, tesi sulla poltrona come se fossimo noi all’interno di quella relazione e capaci nonostante ciò di provare per lei una genuina pena.

Obsession è costato meno di un milione di dollari (un decimo circa di Backrooms, che pure non ha un budget da megaproduzione) ed è stato girato in soli venti giorni, ma ogni centesimo e ogni minuto sono stati investiti alla perfezione, dal trucco (quando vi viene il dubbio che qualche espressione di Navarrette sia “aiutata” dalla computer grafica fate riferimento al team di make-up) alla fotografia passando per la scelta delle location (una delle classiche periferie statunitensi da cui nessuno sembra poter uscire realizzato) e le musiche a base di synth di Rock Burwell (nessuna parentela con l’autore di colonne sonore Carter), particolare quest’ultimo che fa sembrare in certi momenti Obsession più eighties di Backrooms nonostante sia il secondo ad essere ambientato ai tempi di Reagan. Se proprio vogliamo l’unica nota stonata è la volontà di Barker di tornare sull’argomento con un sequel o una serie antologica, che è di solito il modo in cui rovini quanto di buono realizzato: non ci vuole molto a immaginare che la Blumhouse che lo ha prodotto gli dia il budget per realizzarlo, così come farà sicuramente la A24 con Backrooms, ma non fasciamoci la testa prima del tempo e per ora godiamoci la nostra meritata tensione.

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Racconto in musica 227: Abbandonarsi a vivere (Prozac + – Più niente)

Uno dei refrain che utilizzo più spesso è “ci sono tantissime cose di cui vorrei scrivere ma manca il tempo/la voglia/il compito in classe me lo ha mangiato il gatto (trova l’intruso)”. Fra queste c’erano; una serie televisiva intitolata Something very bad is going to happen, piuttosto dimenticabile ma che mi ha fatto imbestialire per il modo in cui ci tiene a stabilire delle regole precise che poi disattende nel finale solo per buttarla in caciara, motivo per cui volevo parlarne spoilerando esattamente il finale; legandomi al discorso spoiler volevo parlare anche di The drama, film scritto e diretto da Kristoffer Borgli (regista da tenere d’occhio, non ha ancora fatto capolavori ma ogni suo film uscito finora è molto interessante) in cui una coppia avviata verso il matrimonio vede crollare le proprie certezze a causa della rivelazione di un segreto da parte di lei, segreto su cui si basa tutta la campagna marketing e non viene svelato da nessuna recensione che ho letto (ne ho lette poche ok, magari in altre lo fanno) ma che secondo me È la cosa interessante di cui parlare, ovvero il fatto che il personaggio interpretato da Zendaya da giovane è andata vicinissima al compiere una strage a scuola a causa del bullismo subito; poi però sono andatato a vedere Un anno di scuola, opera seconda di Laura Samani (sono curioso di recuperare anche il suo primo interessante lungometraggio, Piccolo corpo), e vista l’ambientazione didascalicamente scolastica avevo pensato di legarmi in questo modo a The drama, immaginando quindi un articolo che passasse di palo in frasca saltellando fra le suggestioni. E alla fine cosa ho fatto? Niente, solo questa breve introduzione utile però a A) consigliarvi i due film, e sconsigliarvi la serie se vi fa incazzare come a me il cambio di regole in corsa B) reintrodurre su queste pagine Gabriele Palumbo, che come me è andato a vedere il film di Samani e ha deciso di scrivere un racconto sulla canzone che parte sui titoli di coda, ovvero Più niente dei Prozac +.

Gabriele è già passato di qui un anno e mezzo fa, in un momento in cui ancora mi auguravo che non avvenisse la rielezione di Trump, e se la situazione politica internazionale nel frattempo è cambiata un bel po’ (indovinate se in meglio o in peggio, pesando però sulla bilancia anche la sconfitta alle elezioni ungheresi di Orban) pure nella sua vita sono successe cose. Scrittore, sociologo, memer e altre cose che non gli permetterebbero di vivere a Milano (anche se ci vive lo stesso), laureato in Sociologia a Perugia e in Relazioni internazionali a Pisa, ha poi deciso di darsi al marketing digitale. Uno dei motivi per cui lo avevamo contattato ai tempi, oltre che per i suoi racconti sulla litweb, sono stati la sua esperienza nell’organizzazione di concerti e la collaborazione con etichette discografiche (l’ospite perfetto per noi), anche se la lezione che ne ha tratto è che è più bello stare fra il pubblico che nei backstage. Autore di un romanzo (Ci siamo solo persi di vista, VJ Edizioni 2015) e di una biografia musicale (Ministri. Suoniamo per non lavorare mai, Arcana 2019), da pochi mesi è tornato nelle librerie con Un capibara entra in un bar (People), estensione cartacea dei concetti che approfondisce nella sua imprescindibile newsletter Capibara (che più di una volta vi abbiamo consigliato, e continuiamo a farlo), incentrata su società, politica, meme e altre cose che fanno ridere ma anche riflettere e aperta dopo la fine di due progetti a cui è stato parte attiva, cioè il collettivo Dischirotti e la rivista Fantastico.esclamativo. Ha lavorato come Marketing Manager, libraio e ora sta capendo cos’altro fare: inoltre ha fatto stand-up e un TEDx, pur tenendoci ad aggiungere «Sì, ma niente di serio». Ospite ad una delle serate organizzate dalla nostra aspirante rivista in quel del Salotto Masada (il 4 giugno c’è l’ultima, accorret* numeros*!), nell’occasione ha letto il suo precedente racconto per un podcast di cui potete trovare tutte le puntate qui.

Si potrebbe partire da mille direzioni diverse per parlare dei Prozac +, una di quelle band che penso potessero avere un successo duraturo solo in quella strana congiuntura socio-cultural-musicale degli anni 90, ben descritta dal saggio che Valerio Mattioli ha dedicato a quel decennio e in cui un piccolo spazio se lo prende anche Pordenone. È qui che dalla fine degli anni 70 si forma una scena artistica bizzarra e attiva principalmente nella musica che rimarrà nota ai più come The Great Complotto, volutamente provocatoria (una delle band, gli Hitler SS, organizzarono a Londra un concerto “suonato” con strumenti di cartone che vennero distrutti all’inizio della performance) e capace di scuotere una provincia che così a sensazione mi dà l’idea di buco del culo del mondo molto peggio che vivere vicino a Novara, dove comunque con la patente a Milano in quaranta minuti ci arrivavo per vedermi un concerto: di quella scena facevano parte anche i Futuritmi, band new wave che ha il “merito” di portare in maniera del tutto improbabile sul palco di Sanremo International due futuri eroi del panorama musicale indipendente, ovvero gli irriconoscibili (qui c’è il video) Davide Toffolo e Gian Maria Accusani, motori trainanti l’uno dei Tre Allegri Ragazzi Morti e l’altro di quei Prozac + da cui siamo partiti.

Ci vogliono cinque anni da quel Sanremo ad Accusani per tornare su uno schermo televisivo, per la precisione con il video di Pastiglie, primo singolo della band (uscito dall’album d’esordio Testa plastica, pubblicato da una Vox Pop che ai tempi faceva la voce grossa nel panorama indipendente eppure non farà in tempo a vivere abbastanza da pubblicarne un secondo disco) di cui oltre a lui (autore di tutti i testi, voce, chitarra e batteria) fanno parte la cantante e chitarrista Eva Poles, voce principale e inconfondibile del gruppo, e la bassista Elisabetta Imelio. Io lo beccai sull’ormai da lungo tempo morta Videomusic, in un momento storico in cui il punk a cui avevo accesso era perlopiù il cosiddetto “flower punk” che diede vita anche a un’omonima compilation, ma anche all’interno di quel periodo dove punk e pop sfumavano spesso e volentieri gli uni negli altri (forse il Finley e i Dari ce li siamo andati a cercare?) il trio di Pordenone era una creatura strana che parlava una sua lingua tutta sua, fatta di testi ripetitivi cantati con un accenno lievemente isterico da Poles e capace di mantenere un ambiguo equilibrio fra la carica semplice e trascinante della musica e le storie di disagio e marginalità che raccontava. Li ascoltavo insieme a molte altre band che ebbero minor fortuna su Radio Lupo Solitario, e probabilmente quando tre anni dopo sfondarono con Acida, LA canzone che conoscono tutt* che trainerà al successo il secondo disco Acido Acida (1998, già sotto EMI) mi chiedevo “perché loro sì?”. Li ho amati con parsimonia i Prozac +, mai visti dal vivo nella loro lunga carriera durata altri tre dischi e conclusasi (mai ufficialmente) nel 2007, salvo una parentesi nel 2018 per celebrare i vent’anni dall’uscita del loro disco più fortunato, eppure a posteriori provo dell’affetto per il modo in cui riuscirono a tirare dritto coerentemente con uno stile musicale diretto ed efficace, ripulito da certe asperità man mano che ne proseguiva il percorso (non penso di offendere Poles affermando che la sua voce è moto migliorata con gli anni) e portato avanti poi con qualche cambio di sonorità da Accusani e Imelio nei Sick Tamburo, tornati nell’alveo indipendente sotto La Tempesta di quel Toffolo con cui tutto era partito. E si potrebbe parlare della tragica scomparsa dopo lunga malattia di Imelio nel 2020, di ciò che ancora fanno Accusani (che i Sick Tamburo continua a portarli avanti) e Poles, o dei successi ottenuti nell’arco di quei vent’anni in cui l’industria musicale mutava e chiudeva ogni possibile spazio di gloria duratura a band con il background dei Prozac + (non mi ci vedo un gruppo punk grezzo come loro agli inizi aprire agli U2 negli anni 2020, pure che sembrano tutt* impazzit* per gli Angine De Poitrine e mi chiedo se li ascoltano anche o li guardano e basta), ma qui siamo nel terreno dell’amarcord e forse più che parlare e fare aneddotica spicciola ci conviene ascoltare e basta, come ho fatto io in questi giorni andando a recuperare i brani di una band che volente o nolente ha accompagnato una parte consistente del mio viaggio verso l’età adulta.

In Un anno di scuola Più niente, terza traccia di quel Gioia nera che nel 2004 concluderà il percorso discografico dei Prozac +, appare come accennato nel finale in una versione cantata da Accusani con la conterranea Elisa, e pare che la regista abbia fatto fatica ad ottenere il brano per la colonna sonora (scelta splendida, così come il piano sequenza che accompagna). Storia asciutta di un addio, non triste ma a suo modo malinconica, la canzone nel racconto che Gabriele ne ha tratto viene espansa e assume contorni maggiormente definiti, rendendo la città che fa da sfondo più concreta e la lei che se ne va per non ritornare, se non coi ricordi e i rimpianti, un personaggio di cui vediamo parte di quel futuro neanche poi così geograficamente lontano. Potete leggere la storia più in basso, subito dopo il brano e i miei auguri di buon ascolto e buona lettura, e chissà che il 4 giugno al Masada non leggeremo anche questo racconto…

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Abbandonarsi a vivere, di Gabriele Palumbo


Le finestre dei palazzi storici sono ancora accese, ma hanno cambiato ritmo. Non sfidano più la luna; ora sembrano solo proiettori che mandano a ripetizione un film muto, uno di quelli che cercavamo in cineteca e che non guardavamo mai.

Ti ho vista, ieri, o forse ho visto l’ombra di chi eri, che è quasi la stessa cosa. Mi sei passata davanti sotto i portici, dove il rumore dei passi rimbomba sempre un po’ troppo, come un cuore che ha perso il tempo. Non hai alzato gli occhi. Hai mantenuto lo sguardo fisso su un punto lontano, forse su una di quelle scritte sui muri che fotografavi per non perderti. Questa volta però non cercavi la strada per tornare, ma il modo più veloce per scivolare via.

Sei diventata cinica, di quel cinismo lucido e tagliente che avevi sempre temuto, quello di chi smette di aver paura dell’inverno perché ha deciso di abitarci dentro per sempre. Ti ricordi quando dicevi che le città senza fiumi sono inutili? Ora cammini in questa città asciutta come se fossi tu l’acqua che manca, evaporata, lasciando solo il sale sulle pareti.

Eri, ed ora più non sei. Non per gli altri, che continuano a fermarti per strada chiedendoti una firma, scambiando la tua assenza per mistero e la tua stanchezza per fascino. Loro non sanno dei pinguini, dei numeri inventati nella notte o della pizza mangiata sui muretti per curare la rabbia. Per loro sei un’immagine, per noi un vuoto che ha preso la forma di una poltrona di velluto rimasta troppo a lungo al sole.

Dici che tra noi non c’è più niente, con la bocca stretta, come se le parole fossero pietre da sputare per non affogare. Potresti avere ragione: le confidenze, i sogni di rivedere Twin Peaks, le corse ai concerti per sentire solo l’inizio, forse sono state davvero niente. Un niente bellissimo, ingombrante, che riempiva le stanze e faceva sembrare il neon meno freddo.

Ma verrà un giorno in cui il velluto smetterà di inghiottire i tuoi pensieri e inizierà a restituirteli. Ti fermerai davanti a un palazzo vetrato fuori città, di quelli che ti facevano sentire viva, e vedrai il tuo riflesso. Cercherai di abbracciare qualcun altro, di nasconderti dietro una nuova città in salita, ma sentirai quel sapore di caffè bruciato in fondo alla gola.

Ripenserai a quei non detti che portavi addosso, capirai che non puoi scappare dai finali se continui a scriverne di nuovi ogni volta che qualcuno prova a dirti che sei bella sul serio. Passerai ancora davanti a noi, che non ti dimenticheremo. Non perché siamo buoni, ma perché sei tatuata sui muri della città, tra un “Io e te x sempre” e un disegno osceno fatto di fretta. Sei arte moderna, dopotutto: entusiasmante e terribile allo stesso tempo.

Quando finalmente ci ripenserai, in quel bar dove la birra ha ancora lo stesso sapore amaro, ti accorgerai che il niente è l’unica cosa che non sbiadisce mai. Ma non potrai farci più nulla; sarà solo un’altra finestra accesa in una casa senza nessuno dentro.

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Racconto in musica 226: L’impegno (Lambrini Girls – Love)

Come dimostra questo articolo, pubblicato parecchio tempo fa, ho sempre avuto una passione per l* cosiddett* “underdog”, artist* o band che riescono ad ottenere successo nonostante tutto giochi contro di loro. Sarà stato il fatto di essere stato un (mediocre) musicista, o di aver ascoltato negli anni decine di artist* che avrebbero meritato miglior fortuna e invece puf, il mondo si è dimenticato di loro, ma quando quell’un* su mille, cantato da un artista che difficilmente vedrete mai su queste pagine, ce la fa io ci vedo della giustizia poetica, soprattutto quando ce la fa mantenendo un’invidiabile coerenza, anche quando le proprie battaglie potrebbero metterti i bastoni fra le ruote. È il caso delle Lambrini Girls, band punk inglese per cui, come da buona tradizione riot grrrl, è impossibile scindere musica e attivismo.

Formatesi nel 2019 come band di quattro elementi comprendente la chitarrista e corista Phoebe Lunny, la cantante Flora Kimberly, la bassista Fox O’Reilly e la batterista Catt Jack, tempo un anno e mezzo dal primo concerto nel maggio dello stesso anno e le Lambrini Girls hanno già perso due pezzi: Kimberly e O’Reilly escono dal gruppo (wikipedia suggerisce che la seconda viene sostituita perché non può partecipare a un concerto, strana dinamica), e mentre Lunny si sobbarca il peso della voce principale al basso entra Selin Macieira-Boşgelmez, già collega di Lunny dietro al bancone di un bar di Brighton e con lei attiva come musicista nelle Wife Swap USA (band che prendeva il nome da uno di quei reality che, dalla breve descrizione letta, fanno sembrare Temptation Island pura avanguardia). Non sembrano le migliori premesse per una carriera di successo, se ci aggiungiamo che il Lambrini nel loro nome è un vino di pessima qualità che Lunny definisce “toilet wine for sluts”, ma se questa scelta sembra indicare un’attitudine al non prendersi sul serio che nove volte su dieci porta allo scioglimento senza che nessuno si ricordi di te quando si tratta di COSA dire le Lambrini Girls hanno le idee molto più chiare e battagliere.

Fra il 2021 in cui esce il primo singolo Homewrecker e il 2022 in cui partecipano al The Great Escape Festival di Brighton sostituendo una band all’ultimo minuto (la classica sliding door), facendosi notare dall’etichetta Big Scary Monsters che le mette sotto contratto, le Lambrini Girls passano da realtà sotterranea a band emergente che comincia a far rumore. Lo fanno con la musica, veloce e diretta, ma soprattutto con le parole: con i primi singoli che andranno a formare l’Ep You’re welcome (2023, finanziato con 6000 sterline frutto dell’eredità paterna di Macieira-Boşgelmez) il trio parla di machismo imperante e delle difficoltà di essere una persona queer nella società britannica, alternando ironia e sarcasmo (purgatorio e inferno secondo il testo di una vecchia canzone dei Marta Sui Tubi) e lanciandosi senza paura all’attacco di ciò che non piace loro. Intanto perdono un altro pezzo, la batterista Jack che lascia prima del concerto di lancio del disco, ma ormai la corsa è iniziata e si fa forza della convinzione nelle proprie idee e della rabbia contro chi ci si oppone, tipo le femministe transfobiche che nel Regno Unito vengono etichettate con l’acronimo TERF (e di cui J.K. Rowling è una nota esponente, pensateci quando rileggete Harry Potter).

Nel tempo che intercorre fra l’uscita dell’Ep e il primo disco Who let the dogs out (2025 e sì, il titolo è un riferimento alla canzone dei Baha Men) le Lambrini Girls se la prendono in musica e di persona contro la politica di destra britannica (ma pure, molto in anticipo sui tempi, contro l’attuale primo ministro Keir Starmer, e vedendo la sua politica anti immigrazione non si può dar loro torto), contro il regime israeliano (rifiuteranno di partecipare all’SXSW e al Great Escape Festival, che pure le aveva lanciate, a causa della presenza di sponsor dichiaratamente dalla parte di Israele nel conflitto a Gaza), contro gli shit job, il maschilismo tossico, il razzismo, la disparità di genere nel mondo musicale e l’omofobia, con un animo battagliero da “noi contro tutti” che può affossarti e invece nel loro caso le proietta nei primi posti di ogni classifica di fine anno, che è poi dove le ho scoperte io a posteriori. E ammetto di averci messo un po’ a entrare in connessione con i loro brani, che da stereotipo sul punk mi sembravano tutti molto simili, ma complice dei suoni ruvidi e aggressivi più della norma e la voce incazzosissima di Lunny pian piano Who lets the dog out è entrato anche nei miei ascolti, magari non tanto da apparire nei primi posti delle mie classifiche di fine anno (una cosa divertente che non faccio più se non per il blog di Alessandro Busi) ma abbastanza da spingermi a creare un racconto su una loro canzone. Nel frattempo le Lambrini Girls hanno girato il mondo, hanno continuato a portare avanti le loro istanze anche tramite campagne di sensibilizzazione e raccolta fondi e hanno saltato l’ennesimo festival, ma questa volta non per protesta: invitate al Coachella di quest’anno, hanno dovuto declinare l’invito perché Lunny in Australia si è procurata una frattura dell’osso del collo e un trauma cranico, che sembra un cazzo di problema grave ma evidentemente lo è molto meno di quanto appare leggendolo visto che il duo ha già annunciato nuove date da maggio in avanti. Daje!

Love è la penultima traccia di Who let the dogs out, un brano che parla di amore tossico e che esprime il lato più noise delle Lambrini Girls. Nel testo mi ha colpito particolarmente la strofa iniziale che paragona il vero amore alla “collina sbagliata su cui morire”, e questa associazione nella mia mente ha operato lo scarto verso una realtà distopica in cui alle coppie che si uniscono in matrimonio viene chiesto forzatamente di scegliere la collina su cui verranno seppellite: il racconto che ne è scaturito è probabilmente più agrodolce della canzone a cui è ispirato, ma questo lo valuterete leggendolo più in basso, oltre il brano in questione e i miei auguri di buon ascolto e buona lettura.

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L’impegno


Alla fine è stata la collina a dividerci. Tu ne volevi una anonima, in mezzo ai palazzi di una città a est, io ci tenevo ad avere per principio una vista decente anche se poi non avremmo mica visto niente, di sicuro non insieme, di sicuro non io una volta passata ai più. E lo sapevo, certo, ma ci ho comunque fatto una battaglia.

Forse è per quello che te lo impongono. Sanno che scegliere il posto dove restare quando muori è un po’ come decidere di stare insieme per sempre, devi sconfiggere il terrore che ti prende quando capisci che i bigliettini carini, i fiori agli anniversari e l’amore con cui ci tenevamo la testa a turno sul cesso dopo una sbronza potrebbero durare meno di quella relazione su cui ti chiedono di investire, non solo emotivamente ma nel senso pecuniario del termine.

Sposarsi è una fesseria, dicevamo. Sposarsi è per persone che non siamo noi, noi che siamo speciali e invece abbiamo finito per volere le stesse cose di tutti. Era sbagliato? O abbiamo sbagliato noi? Forse ho confuso l’amore con l’attaccamento, io che non riuscivo a sopportare la solitudine e invidiavo il modo in cui invece tu sembravi a tuo agio anche da sola, quello che avrei voluto veramente rubarti invece della maglietta di un gruppo punk che adesso non riesco neanche ad ascoltare più.

Sono passati i mesi e la ferita brucia ancora, così come brucia il conto in banca mentre volatilizzo una parte sempre più importante del mio stipendio nel mutuo di qualcosa che nemmeno voglio più. Ma ho preso un impegno, almeno pecuniario, e lo porterò a termine fosse l’ultima cosa che faccio: se morirai prima di me verrò a chiederti ancora scusa per averti deluso, proprio sulla collina che amavi più di me.

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Album bello, genere da definire: No comply dei Baratro

Ci sono generi con cui ho un rapporto complicato, e il post-hardcore è uno di questi. Non che non mi piaccia, ho molti amici post-hardcore: il problema è che all’interno dei suoi confini ho ascoltato band che in comune avevano in fondo solo la tendenza a suonare pesanti e strani, flirtando di volta in volta col noise, il math, il doom e chi più ne ha più ne metta. Post-hardcore è quella sigla che mi sembra venga affissa quando di una band non sai dire esattamente cosa fa, ed è la prima a cui ho pensato (chi è senza peccato scagli la prima etichetta arbitraria) ascoltando No comply, secondo disco dei milanesi Baratro uscito l’8 maggio per la benemerita etichetta Supernatural Cat.

Milanesi d’adozione i Baratro, visto che se il chitarrista Federico Hartridge può vantare una militanza nei meneghini Council Of Rats le coordinate di provenienza degli altri membri sono più lontane: la Bologna dei Marnero per il batterista Luca Antonozzi e la ben più distante New York degli Unsane per il bassista e vocalist Dave Curran, tutti riuniti intorno alla casa base del centro sociale Cox 18. A questo trio, già artefice di un Ep (Terms and conditions, 2020, con Gj Ottone dietro le pelli) e un disco (The sweet smell of unrest, 2024) si è aggiunto Matteo Bennici al violoncello, ampliando le coordinate musicali di una band che fa della potenza e della varietà le sue caratteristiche più spiccate.

Dietro al filo conduttore della voce grattugiata ed aspra di Curran si muove una band che fin dalla seconda canzone (i quaranta secondi dell’iniziale Dawn fungono da efficace introduzione ai toni cupi del disco) mostra come muscoli e cervello possono andare d’amore e d’accordo: Hold fast è un brano mutevole che parte con strofe asciutte e ritornelli massicci, con il lavoro del power trio coadiuvato alla perfezione dal violoncello di Bennici che, lungi dal fungere da mero accompagnamento, dona simmetrie stridenti che veicolano verso una seconda parte della canzone in cui la potenza sonora si innalza per non scendere più. Giocano fra i generi i Baratro, schizzando di sabbiosità stoner le strofe di Keep’em needing (aiutati in questo dalla cigar box di Gipsy Rufina) e lasciandosi andare al barocchismo spinto in Dusk, dove il violoncello è assoluto protagonista insieme alle noise machines analogiche dell’ospite Nàresh Ran, ma quando vogliono sanno essere concisi e diretti. Guardare a Pick a side per averne un’idea, partenza lancia in resta con la chitarra a tirarsi dietro una componente ritmica martellante che, nel momento del rallentamento, riesce a donare al brano ulteriore potenza e una coerenza di visione che la rende sia varia che unitariamente massiccia, un nucleo musicale pronto a sfracellarsi sulle orecchie dell’ascoltatore fingendo la semplicità.

Non ci prova nemmeno a mostrarsi semplice invece 120 on 280, complice la voce delirante dell’ospite Eugene Robinson che chitarra e basso accompagnano rimpallandosi riff piacevolmente obliqui in uno dei brani migliori del lotto, appena un gradino sopra al granitico sludge metal di Not all there, in cui a forzare un paragone coi Melvins arriva la seconda batteria frutto della collaborazione con l’altro ex Unsane Vinnie Signorelli. Convincono un po’ di meno la cupa e introspettiva Insidious, una delle poche tracce in cui il violoncello si limita ad armonizzare invece di trovare soluzioni originali, e la scheggia velocissima End trasmission, paradossalmente più efficace quando rallenta e si fa rocciosa all’inverosimile, ma la chiusura con la title track (in cui appare l’ennesimo ospite, Christian Biscaro a moog e cori) torna su alti strandard, riuscendo efficacemente a tenere insieme melodia e potenza con un arrangiamento cangiante degno del miglior post metal (che così chiudiamo anche il cerchio delle influenze).

Da musicisti con una certa storia alle spalle è lecito aspettarsi alti standard, ciononostante i Baratro stupiscono per il modo in cui riescono a trovare un loro suono caratteristico unendo svariate influenze. Chiamatelo sludge/noise come segnato nella breve bio sulla loro pagina Bandcamp, chiamatelo post-hardcore come ho fatto io o forse non chiamatelo che è meglio, ma ascoltatelo se avete voglia di sfogare in musica la stessa frustrazione per come vanno le cose nel mondo che ai membri della band ha ispirato No comply (nonché la sua cover, opera del fotografo palestinese Rajab Al Reefi del Gaza Skate Team): non conformatevi, prendete una posizione e non arrendiamoci.

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Mettiamo in fila un po’ di saggistica bella

Alla fine il discorso che sto per fare è un po’ da disco rotto: ci sono tante belle cose di cui parlare, e troppo poco tempo per farlo. O forse, onestamente, è anche che ho i miei limiti di capacità critica, e che spesso la voglia di fruire di un film, un libro, un disco o una serie tv vince sulla voglia di passare quel tempo ad analizzare ciò di cui ho fruito prima. Arriva però anche il punto in cui prendi baracca e burattini e dici “però questi libri sono belli e la gente  dovrebbe saperlo”, e anche se probabilmente ne ha già parlato gente più titolata di me oggi ho deciso di mettere in fila qualche buon consiglio di lettura saggistica, lasciandovi delle suggestioni più che una critica perché… beh, il tempo è quello che è, e le capacità pure (dicevamo del disco rotto?).

Ma bando alle ciance, e cominciamo da

Il turismo che non paga, di Cristina Nadotti

Avrete già sicuramente sentito parlare del problema dell’overtourism, ammesso che non ne abbiate subito anche le conseguenze. Città prese d’assalto dai turisti, prezzi degli affitti che salgono a causa di AirB&b e compagnia, la popolazione locale che si ribella e i governi che perlopiù brancolano nel buio cercando una soluzione che accontenti vivibilità e investimenti. Eppure il quadro è ben più complesso del problema “meglio un cittadino contento o un esercente col portafoglio gonfio”, e la giornalista Cristina Nadotti nel suo saggio d’inchiesta edito da Edizioni Ambiente riesce a mettere in fila molte delle motivazioni per cui non dovremmo guardare al turismo come un problema in sé e per sé, quanto capire come fare a ripensarlo.

“[…]Spesso ad agosto, nella sala d’attesa gremita, siamo arrivati ad avere quattro pazienti che stavano lì a fare il pediluvio. Erano bagnanti arrivati da noi dopo un fastidioso incontro con una medusa, ormai l’infermiere del triage li trattava subito: piedi a bagno nell’acqua calda, perché quella rilasciata dalle meduse è una tossina termolabile e l’unica cosa da fare è quella. Sono arrivato ad appendere cartelli fuori dal Pronto soccorso con le istruzioni sul da farsi in caso di incontri con le meduse, ma niente, entravano e chiedevano aiuto, così noi li assistevamo nell’unico modo possibile. E questo è il lato leggero della questione, perché ricordo le estati a Imperia e Bordighera come un incubo, turni infiniti con le stesse risorse di sempre. Se nel resto dell’anno possono esserci dei momenti di relativo affollamento, in estate cambia tutto: il coma etilico ti arriva tutte le notti e la gente gira, e si fa male, a tutte le ore. E queste emergenze si sommano a quelle usuali”.

L’invivibilità dei luoghi simbolo del turismo non è data solo dalle difficoltà ad attraversare le strade attorno ad un monumento famoso senza dover fare a spintoni, ma è ben più ampia e tocca tutti i servizi di base. Nadotti fa alcuni esempi partendo da un luogo che conosce bene, Alghero, per dimostrare come ad esempio l’aumento dei turisti nella città sarda abbia paradossalmente portato a una maggiore disoccupazione, o che lì come in altri luoghi servizi quali la raccolta dei rifiuti, la sicurezza pubblica, il servizio sanitario e persino la rete fognaria si ritrovino in determinati periodi ad affrontare gravi emergenze senza che queste siano affrontate con più personale a disposizione visto che, come scrive l’autrice a pagina 30, anziché per i servizi di base “l’imposta di soggiorno viene reinvestita soprattutto per attirare nuovi turisti. E allora aumentarla non può in alcun modo essere un deterrente contro il sovraffollamento, al massimo può essere uno strumento per puntare al tanto sbandierato ‘turismo di qualità’, che altro non è che il tentativo di scoraggiare chi può spendere poco”.

Purtroppo, ancora una volta, emerge l’incapacità di considerare il turismo come un’industria che ha bisogno di una strategia di lungo periodo chiara, di una programmazione che non può ignorare gli effetti dei cambiamenti climatici. Emerge anche l’idea di poter piegare la natura totalmente ai propri voleri: se arrivare su una cima richiede preparazione, impegno e fatica, si costruisce un impianto per portarci più gente possibile e il più in fretta possibile, se si vuole sciare e non nevica  si dà il via ai cannoni. È l’idea di una montagna addomesticato, da self- service, il contrario di quello che un approccio rispettoso della natura e degli eventi climatici richiede.

I problemi connessi al turismo toccano tanto le città quanto i piccoli borghi, tanto il mare quanto la montagna, e sebbene il quadro dipinto dall’autrice attraverso interviste con esperti di ogni più disparato settore sembri a tinte fosche va detto atto a Nadotti di cercare anche le soluzioni, magari piccole e circoscritte (come il progetto di Noemi Guzzo a Lorica, nella Sila, per rendere il luogo attrattivo in ogni mese dell’anno rispetto al solo periodo sciistico, puntando al contempo alla sostenibilità del progetto sia dal punto di vista economico che di quello della comunità ospitante) ma forse quelle più necessarie. Come spiega ad esempio il professore ordinario di Progettazione architettonica e urbana al Politecnico di Torino Antonio De Rossi in un passaggio che segue quello riportato più in alto, “si parla di montagna come se fosse un monolite, mentre ogni seria programmazione, anche turistica, dovrebbe prendere in considerazione le diverse montagne, basti pensare a quanta differenza c’è tra le Alpi e l’Appennino”.

Nadotti affronta nei tredici capitoli del libro un’enormità di problematiche, dal modo in cui i parchi nazionali sono organizzati al green washing passando per l’inquinamento dei luoghi turistici (non avete idea delle mutande che vengono abbandonate sui sentieri escursionistici…) e per quelle località che devono reinventare i propri servizi a causa dei cambiamenti climatici, dimostrando grande abilità divulgativa, passione e capacità di trovare sempre le persone giuste a cui chiedere un parere. Il turismo che non paga aiuta a mettere in fila e collegare notizie che sentiamo spesso, come l’utilizzo sempre maggiore di neve artificiale o il problema affollamento nelle località toccate dalle rotte delle grandi navi da crociera, aiutandoci a puntare l’attenzione sui progetti lodevoli (già dal 2024 Rimini e Riccione si sono organizzate per avere più medici e mezzi di soccorso nei tre mesi estivi) e dandoci i mezzi necessari anche per essere, a nostra volta, turisti più responsabili.

PLAYHER – Rappresentazioni femminili nei videogiochi, di Giulia Martino e Francesco Toniolo

Quando ho acquistato il libro di Martino e Toniolo, pubblicato nel 2025 dalla casa editrice Tlon, mi aspettavo di leggere un excursus storico su come la rappresentazione femminile nei videogiochi fosse cambiata nel corso degli anni, grazie alla nuova sensibilità acquisita anche in un settore che, memori del gamergate del 2014, fatica ad accettare che l’industria videoludica non sia solo una cosa per maschi. In realtà PLAYHER fa un lavoro diverso, anche più interessante per certi versi: focalizza l’attenzione su alcuni videogiochi, non per forza i più popolari, andando poi ad indagare legami storici e culturali che possono averne influenzato lo sviluppo, tramite i quali possiamo giudicare l’operato delle software house che ci hanno lavorato e, soprattutto, ampliare il discorso alla società.

Il caso che ha generato le maggiori discussioni è senz’altro quello della tiratrice scelta Quiet, cui si è già accennato: infettata dagli stessi parassiti che avevano aiutato The End a conseguire poteri eccezionali e una lunghissima vita (più di cento anni), Quiet indossa soltanto un bikini e delle calze di nylon strappate per riuscire a respirare tramite la propria pelle. Peccato che The End, abitato dagli stessi parassiti, fosse un uomo anziano con indosso una tuta mimetica integrale: un’incoerenza spiegabile soltanto con il maggiore appeal sessuale di una giovane donna nei confronti di un certo tipo di audience.

Ci si può giustamente scandalizzare per l’esempio sopra esposto, proveniente dalla fortunata saga di Metal Gear Solid, così come interrogarsi se il look provocante di Bayonetta, la strega protagonista del videogioco omonimo, sia simbolo di indipendenza o una mercificazione del corpo femminile, ma quello che interessa a  Martino e Toniolo non è (solo) questo. La figura di The Boss, soldata eccezionale e mentore/avversaria del protagonista Solid Snake in Metal Gear Solid 3: Snake eater, viene analizzata sì nel suo aderire o meno a determinati stereotipi di genere, ma è anche lo spunto per approfondire storicamente il ruolo della donna nelle forze armate; Bayonetta funge invece da spunto per un’analisi estetica della figura della strega nel lungo periodo dell’inquisizione, e di come è cambiato man mano che le persecuzioni si facevano sempre più brutali. È un approccio più verticale, affascinante anche se a volte più ostico per l* lettor* (godrete maggiormente del capitolo su Horizon Zero Dawn a seconda di quanto la ricerca storica sulle società matriarcali rientri nei vostri interessi), affrontato dall* due autor* con sana passione e un livello di approfondimento e ricerca encomiabile, frutto di un’analisi di fonti che spaziano dalla saggistica storico/filosofica agli articoli internazionali di critica videoludica.

Il medium videoludico realizza, forse senza rendersene conto, quella che è la grande promessa dalle app di dating e dai corsi di seduzione: prepara il tuo profilo in questo modo e vedrai che l’algoritmo ti porterà al matching perfetto; studia questi pattern di conversazione e vedrai che le ragazze saranno attratte da te. Alano Badiou ha descritto molto bene questo fenomeno, parlando dei rischi di questa seduzione “gamificata, in cui si cerca il più possibile di rimuovere il dolore del rifiuto e dell’incomprensione. Si tratta di un tentativo di rimozione decisamente in linea con quanto proposto nella 《società senza dolore》contemporanea.

Paradossalmente, il vero problema di fondo non sarebbe legato al fatto che le relazioni di Mass Effect sono troppo deterministiche, ma che oggi venga venduta sempre più quella stessa promessa di determinismo relazionale come antidoto alla solitudine, al dolore e alla paura di non piacere.

Rimpallandosi i capitoli l’un l’altra Martino e Toniolo affrontano vari argomenti, passando con agilità da un esame dell’imprenditoria femminile (e non solo) attraverso due personaggi dell’a me sconosciuto Disco Elysium al legame fra genere e intelligenze artificiali tramite la IA femminile Shodan nei due seminali capitoli di System Shock, e in ogni loro analisi riescono a illuminare elementi nascosti e a volte contraddittori, portandoti a fare un ragionamento salvo poi toglierti il tappeto da sotto i piedi. Per un* amante dei videogiochi il valore di PLAYHER è sicuramente maggiore, ma il pregio di questo saggio è di prendere spunto da quell’ambito per affrontare questioni più ampie e interessanti, anche per i non gamer, della semplice agency della principessa Zelda nella saga che da lei prende il nome ma, ahinoi, raramente la vede protagonista.

Novanta – Una controstoria culturale, di Valerio Mattioli

Nel 2023 ho avuto la fortuna di imbattermi in Ex Machina, saggio dell’editor Valerio Mattioli uscito per Minimum Fax che partiva da un’idea assurda eppure analizzata con rigore, competenza e la giusta dose di cospirazionismo allucinato: alfieri della “intelligent dance music” come Aphex Twin, Autechre e Boards Of Canada fanno solamente musica o stanno complottando alle nostre spalle per portarci verso un futuro in cui le IA ci domineranno? La lettura di quel libro fu illuminante, sia per scoprire una scena musicale che conoscevo solo di striscio che per conoscere un autore di cui colpevolmente non ho ancora recuperato le precedenti opere: quando però mi sono trovato davanti a Novanta, pubblicato anche questo nel 2025 da Einaudi, non ho potuto esimermi dal comprarlo e divorarlo, anche perché in questo caso Mattioli parla di qualcosa che sento molto più vicino.

Uno di questi posti era l’occupazione di Via Correggio 18, nel quadrante Ovest della città agli antipodi dell’ormai malinconica via Leoncavallo. Sorta ancora nel 1975 all’interno di una ex fabbrica di prodotti per l’infanzia e utilizzata a scopo perlopiù abitativo, l’occupazione era originariamente nata per mano di un variegato gruppo composto da appartenenti ai gruppi della sinistra extraparlamentare, hippie capelloni sotto acido, militanti anarchici, giovani del quartiere e persino qualche cattolico di sinistra. In pieno riflusso, di quell’accolita dalla bizzarra composizione tipicamente anni Settanta, era ormai rimasto poco: ma il destino di Via Correggio 18 cambiò per sempre nel 1982, quando gli occupanti rimasti decisero di lasciare in gestione uno dei capannoni in disuso a un gruppo di giovanissimi punk, che ne ribattezzarono gli spazi con un nome sinistramente preveggente nel decennio che si apprestava a fare i conti con l’epidemia di Aids: Virus.

Mattioli questa volta ci porta in giro per tutta l’Italia nel decennio allargato che va dalla caduta del muro di Berlino nel 1989 al G8 di Genova del 2001, ripercorrendo il fermento sociale, politico e soprattutto culturale che ha avuto nei centri sociali il suo motore principale. L’analisi parte ovviamente prima, illustrando il contesto che dalle ultime lotte negli anni settanta porta a un decennio di disimpegno con gli ottanta (mi chiedo sempre perché la macchina della nostalgia paia essersi bloccata proprio lì…), mostrando il germe in nuce che con le prime occupazioni di posti come il Leoncavallo a Milano porterà nel decennio successivo a un proliferare di spazi occupati dove fare sì politica ma anche, e soprattutto, divertirsi e sperimentare.

Non era solo il fatto che ai rave degli Ostia Rioters non pagavi un biglietto ma te la cavavi con una semplice sottoscrizione a piacere: a testimoniare il cambio di clima era piuttosto una vibrazione indocile, radicale, sovversiva, che, sospinta dai bellicosi ritmi della techno-rivoluzione prossima ventura, trasformava la festa del sabato sera in una gigantesca adunata di sediziosi – 《ALIMENTA RIOT》. In altre parole, per quanto la stessa parola “politica” venisse adoperata con molta cautela dagli stessi protagonisti, era altresì chiaro che il movimento degli illegali si situava orgoglioso all’interno della tradizione antagonista nata dall’incrocio tra controcultura e militanza di strada. L’esempio più celebre in tal senso resta il famigerato Decalogo distribuito da Hard Raptus nel 1995 per prevenire le latenti spinte (di nuovo) 《commerciali》che rischiavano di corrompere la purezza del movimento. I suoi punti, che in realtà erano solo nove, oltre a invitare i lettori a 《non divinizzare i dj. Non divinizzare le droghe》, rivendicavano l’esigenza di 《occupare nell’area urbana strutture sempre diverse》e recitavano chiaro e tondo: 《Non concepire la partecipazione al rave come unione spirituale tra corpo-musica-droga ma come intervento ad un momento materiale di disordine urbano》.

È una storia inizialmente musicale quella ripercorsa da Mattioli, che dalle occupazioni studentesche del movimento della Pantera agli inizi del 1990 arriva dritta alle scene che attorno ai centri sociali si crearono di lì a poco, coi primi vagiti del rap che rimbalzando fra il Forte Prenestino di Roma, l’Isola nel Cantiere di Bologna e il Tien’a Ment di Napoli portano alla formazione in poco tempo di artisti del calibro di Assalti Frontali, Sangue Misto, Sud Sound System e 99 Posse. Ma gli anni novanta non sono solo quelli di una nuova ondata di musica di protesta (che in alcuni casi nemmeno voleva essere percepita come politicizzata), ma pure quelli della techno e dei rave che soprattutto nella capitale animano in maniera sempre più anarchica le nottate dei giovani, un grimaldello che l’autore utilizza per ampliare gli orizzonti e gettarci nel calderone che al Cox 18 di Milano mischiando musica industrial e cultura hacker porta già nel 1987 alla creazione della seminale rivista Decoder, all’interno del movimento situazionista che a Bologna (e in parte a Roma) porterà alla nascita del multividuo Luther Blisset, nell’avanguardia teatrale/mediatica di Cane CapoVolto a Catania e Motus a Rimini e nelle radio che di tutto quel movimento facevano da cassa di risonanza, da Radio Blackout a Torino passando per Radio Sherwood a Padova, Controradio a Firenze e chi più ne ha più ne metta. E poi il cyberpunk, la nascente lotta No Tav e il proseguio di quella femminista e della comunità LGBT (che proprio in quel periodo inizia ad adottare con orgoglio il termine queer), la letteratura con il fenomeno della Gioventù Cannibale e i Mille Lire di Stampa Alternativa, rivoli che sgorgano in ogni direzione mappati in un’andirivieni continuo lungo decine e decine di luoghi lungo tutta la penisola che spiace non citare uno per uno, ma sarebbero troppi.

Già nel maggio del 1995, sulla storica emittente di movimento Radio Città Futura, lanciano la loro versione locale di Radio Blissett, che va in onda ogni sabato da mezzanotte in poi accompagnando le derive spontanee dei giovani a caccia di illegali, e l’effetto è immediato: l’attacco psichico dichiarato contro l’Anagrafe del Comune di Roma convoglia in piena notte oltre 150 persone che, nello stupore della polizia municipale, si riversano in pieno centro città per scagliare il loro OM contro la principale istituzione a guardia del concetto di 《identità unica imposta》. Un rave organizzato non in qualche fabbricone abbandonato di ultraperiferia ma, su ispirazione di quanto già fatto a Bologna, direttamente  a bordo di un autobus notturno, si trasforma in una gigantesca festa che va presto fuori controllo fino a che a intervenire sono le forze dell’ordine che sparano in aria provocando il panico generale. Quando, ai partecipanti a questo insolito illegale itinerante, la polizia impone di dichiarare le proprie generalità,  la risposta è sempre la stessa: 《Luther Blissett》. Il risultato sarà una denuncia per adunata sediziosa, resistenza, oltraggio e aggressione a pubblico ufficiale, con tanto di processo che per qualche tempo terrà occupata una stampa indecisa se ha a che fare con un semplice scherzo o un pericoloso complotto ordito da una congregazione di sovversivi: la risposta, chiaramente, è che si trattava di entrambi.

Mattioli è troppo intelligente per occupare più di cinquecento pagine con una semplice operazione nostalgia fatta apposta per chi quel periodo lo ha vissuto in pieno o, come me, lo ha solo sfiorato attraverso la scena punk che gravitava attorno a Radio Lupo Solitario nel varesotto e l’attrazione del Cavalcavia Occupato di Novara (esperienze di cui sento la mancanza nel libro, soprattutto per la prima, ma l’autore è consapevole di non poter arrivare dappertutto e riesce comunque a tirare le fila del movimento che dall’hardcore punk di Negazione e Kina porta fino all’emocore dei Fine Before YouCame), e infatti di quel movimento troppo ampio e variegato mostra anche le crepe e le incomprensioni che lo porteranno a implodere. Dall’apice con la manifestazione contro lo sgombero del Leoncavallo nel 1994 al dramma del G8 di Genova c’è tutto un periodo fatto di idee geniali, fanzine che nascono e muoiono in continuazione, avvicinamenti alla politica ufficiale e resitenze più o meno convinte al mainstream che, nel frattempo, cerca di far diventare i giovani dei centri sociali un prodotto da impacchettare e vendere al miglior offerente. Epopea ondivaga e multisensoriale, densa delle speranze che hanno animato le controculture nate in quel periodo e ammantata delle nubi grigie che si stagliano all’orizzonte, Novanta riesce a restituire nell’unico modo possibile la fotografia di un periodo storico che è stato intriso di mille derivazioni: la passione di chi lo ha vissuto da dentro.

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Racconto in musica 225: Educazione arborea (Mildlife – Sunrise)

Se c’è una cosa di cui vado orgoglioso, ed è un pensiero che porta con sé per forza di cose una certa visione elitaria di sé stessi, è il fatto di non essere nostalgico rispetto alla musica del passato. A quella del mio di passato, con cui ho affrontato la solitudine nella mia cameretta durante l’adolescenza o sviluppato forti legami fra una pogata e l’altra, ma anche a quella delle scene musicali storiche, dei momenti in cui si faceva “davvero” musica, un po’ perché quelle scene non sempre me le sono andate a recuperare a posteriori, un po’ perché quando le ho vissute, grandi (il grunge) o piccole (il punk del varesotto) che fossero, non mi ci sono mai sentito così tanto addentro da poter dire “ecco, questa è la colonna sonora della mia vita ed è svanita” (nonostante sessantacinque concerti circa dei P.A.Y.), molto perché semplicemente, se scavi, scopri che la musica non è morta nemmeno oggi, maggio 2026, e seppure con dinamiche diverse sia sociali che discografiche che qualunque cosa vogliate non trovi solo cadaveri ma vita e note che possono riempirti il cuore, a volte originali e a volte no e anche lì chissene se ci senti della passione e del gusto.  E io quella passione e quel gusto, perso nelle ambivalenti sensazioni che ti assalgono alla fine di un viaggio, li ho trovati in un gruppo australiano ascoltato per caso dalle casse del locale di fronte all’hotel dove avrei passato di lì a poco la mia ultima notte a Seoul: preparatevi a fare un salto negli anni 70 evocati oggi dai Mildlife.

Della band nata nel 2010 e composta oggi da Thomas Shanahan (basso), Kevin McDowell (piano elettrico e synth), Jim Rindfleish (batteria e percussioni) e Adam Halliwell (voce, flauto e vocoder) non posso dire moltissimo perché non molto si trova (la loro pagina wikipedia salta qualunque cenno storico per passare direttamente all discografia, e va solo un pochettino meglio sulla pagina dedicata della loro attuale casa discografica), ma da tutt’altro che esperto dei seventies posso azzardare che il quartetto australiano abbia deciso di prendere molti degli elementi che caratterizzavano la musica di quel decennio e mischiarli in un melange ipnotico e ballabile al tempo stesso. Uso le formule kraut rock, funk, fusion e jazz da semiprofano perché sono ispirazioni evidenti anche a chi da quei generi si è sempre tenuto alla larga, ed è vero che i Mildlife sembrano nati nel periodo storico sbagliato, cavalcando un po’ la nostalgia per un decennio che non hanno nemmeno vissuto come Stranger Things e mille altri prodotti mediatici continuano a fare con gli immarcescibili (purtroppo) anni 80: eppure io, che da quella enorme e variegata scena non sono mai stato attirato se non attraverso chi da essa ha preso ispirazione in anni più o meno recenti, dall’ascolto di The magnificent moon, traccia iniziale del primo disco Phase (2017, Research Records) sono uscito con la voglia di perdermi nei loro ritmi pronti a loro volta a perdersi spesso in rivoli psichedelici.

Che i viaggi spaziali a base di sostanze psicotrope (al di là che ne facciano effettivamente uso, non ricordo a quale band chiesi a fine concerto di cosa si facevano per fare quella musica e toh, manco bevevano altro che drogarsi) siano una componente essenziale della musica dei Mildlife è abbastanza evidente anche solo a uno primo ascolto, ma lo è altrettanto la loro voglia di far ballare, che si amplia col tempo e con il continuo rimaneggiamento delle loro tracce in album di remix e collaborazioni con dj. Le due anime convivono senza scontrarsi in malo modo (e in fondo perché dovrebbero?), evolvendo l’approccio da dancefloor retrofuturistico (forse un po’ alla Daft Punk? Ammetto di aver seguito il duo francese troppo poco per poter rispondere a questa domanda che mi sono fatto da solo) nel secondo disco Automatic (2020, Heavenly Recordings) attraverso brani più compatti come Vapour, ma basta allungare il minutaggio (e i quattro strabordano spesso) per ritrovarci nei territori più mellifluamente lisergici di Citations, quasi nove minuti in cui ritrovarsi a danzare ad occhi chiusi nel caldo abbraccio dei synth, dei giri di basso sempre ispirati, delle note di chitarra puntuali e di quella voce che si insinua sensuale nella tua mente con testi semplici ma efficaci.

Squadra che vince non cambia, evolve “semplicemente” rimanendo sé stessa, e che vi piaccia o meno il loro sound Chorus (2024) può essere visto come un passo in avanti nel proprio sviluppo musicale o un “more of the same”, ed entrambe le opzioni sono vere (il disco di Schroedinger!): le formule sono quelle, il funk che ti scuote (Forever), le atmosfere morbide da cocktail in terrazza mentre il sole tramonta (Yourself) e i momenti più dilatati e derivativi in cui perdersi (la title track, Return to Centaurus), ma la sensazione di calore e passione non si attenua e resiste al passare degli anni, anche se detto da me che li ho scoperti a ritroso grazie alla selezione ispirata di qualcuno che ha aperto un locale proprio di fronte a un hotel con dinosauri alla reception (true story) in una delle zone più turistiche della capitale coreana.

Sunrise è la terza traccia di Chorus e mi ha ricordato la bucolicità di certa musica dei seventies, riletta in qualche maniera anche da band che non ho mai apprezzato molto come i Kings Of Convenience, quel modo di essere solare e spensierata che ti fa pensare a spazi aperti agresti attraverso un armamentario tecnico che più tecnologico (quasi) non si può. Ho deciso di impiantarci sopra/dentro una stramba collezione di frammenti di diario, ciò che rimane di un esperimento a metà fra la fuga da burnout e il ritorno alla natura che potrebbe o non potrebbe essere concluso e che nasce da un desiderio bizzarro: diventare una pianta. Non sono sicuro che il mio di esperimento, quello letterario, sia completamente riuscito, ma sono certo che cullati dalle note della canzone dei Mildlife vi ci perderete dentro più piacevolmente: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Educazione arborea


Dai frammenti di un diario semicarbonizzato ritrovato in una baita di montagna, autore sconosciuto

(data sconosciuta) – …e lei mi diceva amore, spenderei una vita a osservarti, finché poi si è scoperto che per una vita intendeva quella di chiunque ma non la sua. È lì che ho cominciato a pensarci, anche se non me ne sono reso conto subito: se non volevo più soffrire, dovevo diventare una cazzo di pianta. Così ho…

13 marzo – C’è così tanto da imparare osservando le foglie. È un attimo e pam, eccole lì. Non ci avevo mai fatto caso. Questo è il miracolo della vita, altro che i bambini.

(data sconosciuta) – …il pene come cannuccia, e tutti giù a ridere. Ma si rendono conto di cosa vuol dire fare una cosa del genere? È come rendere il proprio corpo un tempio. Anche io s…

26 aprile – Oggi non ho mangiato, cinque ore di meditazione filate. Non ho mai pensato a lei. Sento che sta funzionando.

28 aprile – Mi sbagliavo, non ho ancora sviluppato la fotosintesi. In fon…

(data sconosciuta) – …cazzoni. Però, anche se mi hanno distratto dal mio impegno quotidiano, non posso dire che mi sia di…

6 giugno – Bagno di sole fino a sera. Ho sbagliato a concentrarmi sugli alberi, io devo essere un albero. E loro devono la vita al sole.

4 agosto – Le scorte di scatolette stanno finendo. È un bene? Imparerò a fare a meno del cibo se non ne ho più? Il fatto che ci stia pensando potrebbe già essere un problema. Forse anche il fatto che io stia tenendo un diario è un problema. I cerchi di un albero possono essere considerati corrispondenza vegetale?

(data sconosciuta) – …sembrava che tuonasse, e invece era il mio…

18 settembre – Mangiato funghi trovati vicino alla baita. Mai provato così tanto amore per la vita, qualunque vita. Bella sensazione, ma sospetto che essere un albero non sia proprio quella cosa lì. Dovrebbe importartene e non importartene allo stesso tempo, no?

19 settembre – Vomitato per tutto il giorno. Maledetti funghi.

28 settembre – Comincia a far freddo. Dovrei mettermi una coperta mentre medito all’aperto, o è un po’ come truffare?

(data sconosciuta) – …sempre meno ore al giorno, e mi ritrovo sempre più tempo a pensare beh, in fondo che male c’è se chiamo…

21 novembre – Sbronza colossale. Mi sono svegliato col mal di testa e ho pensato di aver buttato via tutto il lavoro fatto in questi mesi. Però mi veniva da ridere. È così sbagliato essere felici?

22 dicembre – Ci sono sempre meno ore di sole, ma presto ce ne saranno di più. Penso che potrei cambiare aria per un po’, giusto per capire se questa vita mi manca. Forse per diventare un albero devo distaccarmi dall’idea di voler diventare un albero.

(data sconosciuta) – …st’alba, proprio questa, io vorrei ricordarmela per sempre e spero di dimenticarla il prima possibile, perché…

23 febbraio – È passato quasi un anno e non ho ancora imparato a sviluppare la fotosintesi. Potrebbero volerci anni, ma sento di non avere più fretta. Starò seduto qui, ancora per un po’, poi forse brucerò questi appunti.

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Un messaggio di pace con un bel po’ di groove: Until we are free dei fabric

Non sono una persona particolarmente ansiosa, tuttavia da ormai quasi due mesi a questa parte ho preso l’abitudine (buona? Cattiva?) di controllare le notizie dal mondo subito appena sveglio, cioè intorno alle 6:30 del mattino. Lo faccio a causa del conflitto nel vicino oriente (formula alternativa a medio oriente che rubo a Giampaolo Musumeci, il cui utilissimo programma Nessun luogo è lontano purtroppo non riesco più ad ascoltare causa cambio di lavoro), che non è ovviamente l’unica guerra in corso, anzi, ma è quella da cui si finisce per aspettare sempre le notizie peggiori per chi vive nel nostro quadrante globale, e per quanto non è che di notte accada molto più che qualche nuova dichiarazione di Donald Trump quello scroll mattutino lo affronto con un misto di timore e speranza: timore (spesso fondato) che le cose possano peggiorare, speranza (inguaribile ottimista) che se ne esca in qualche maniera, che purtroppo quasi sicuramente non migliorerà per nulla le condizioni di vita di chi in Iran spera in un cambio di regime. Visto che il vento è latore di conflitti e non sembra ancora pronto a cambiare direzione (lo è mai stato?) qualunque messaggio di pace e amore è ben accetto (inguaribile figlio dei fiori fuori tempo massimo), ed è stato quindi il benvenuto l’album d’esordio dei fabric, collettivo che con Until we are free (Four Flies Records) si propone proprio di portare avanti un discorso che fa di frate(sore)llanza, rispetto dei diritti e pace fra le persone il proprio asse portante: che lo facciano con un mix di funk, soul e afrobeat, scatenando le membra oltre a riscaldare il cuore, è solo un punto in più per parlarne in queste pagine.

Non inizia in realtà nel migliore dei modi l’approccio col disco, che pur  trascinato dal basso di Bob Colella (già nei Big Mountain County) e ripieno di groove fino all’orlo ha stranamente qualcosa di schematico e rigido. Taste this sound e soprattutto Make me dance invogliano il piedino a battere il tempo, rallegrano e coinvolgono ma sembra allo stesso tempo mancare qualcosa, complice anche la voce di Utibe Joseph che in questi brani dimostra grande energia ma manca di calore, caratteristica che comincia a emergere invece a partire dalla terza traccia, Go let your freedom grow, dove le percussioni prendono più spazio alla batteria (tutto suonato da Alex Dusty dei Giuda) e un arrangiamento che lascia spazi di morbidezza elettronica fra una scarica di beat e l’altra mostra un potenziale che va oltre quello di band capace di far solamente saltare il pubblico.

Non sono novellin* l* membr* dei fabric, tuttavia l’ascolto di Until we are free dà l’impressione del live di una band ancora in fase di rodaggio: inizio un po’ balbettante, poi dopo una Fight a cui manca una certa dose di energia per farsi inno di resistenza indimenticabile (lo metterei comunque nella playlist di qualunque associazione presente nel corteo del 25 aprile, che abbiamo bisogno di un ricambio generazionale rispetto ai pur validi 99 Posse e Modena City Ramblers) arriva la svolta. La voce melodiosa di Symo emerge sinuosa,  Joseph sfodera inaspettate doti rap e la riflessione amara sul cambiamento climatico di Tic toc ci fa definitivamente entrare nel mood giusto, complice anche la tastiera di Tiziano Tarli (anche alle chitarre) che trova il giusto equilibrio fra ariosità e spirito urban. L’intermezzo di No more, discorso programmatico in musica intenso quanto breve, ci riporta già verso territori più solari e apre al momento in cui l’allegria si fa carica gioiosa, attraverso la chitarra di Tarli che con un riff azzeccatissimo illumina una Once again che è il brano perfetto per trascinare le masse: le redini sono definitivamente mollate e da qui i fabric non si fermano più fino quasi alla fine.

Feel it corre come i brani d’apertura ma l’alternarsi di batteria e percussioni, un arrangiamento che si concede una pausa che raddoppia l’effetto quando la corsa ricomincia e le voci molto più efficaci delle due cantanti la rendono incisiva, e anche la successiva Aria comvince con la sua luminosità, nonostante un incipit teso da colonna sonora anni 70 (ispirazione dichiarata è Angola adeus di Armando Trovajoli) faccia rimpiangere un po’ che i fabric non decidano di incupirsi leggermente per sfociare in territori più affini ai Calibro 35. La conclusione principalmente affidata a piano e voce di Falling down sembra sancire che è il momento di tirare il fiato, ma proprio quando sembra concludersi il brano ha un guizzo energico che torna a far muovere la testa, sebbene col lato più morbido e soul della band.

Esce alla distanza questo Until we are free, ma quando lo fa mostra tutte le potenzialità di una band che sa cosa vuol dire (Joseph oltre che musicista è anche attivista) e sa che vuol dirlo esprimendo gioia di vivere e non solo timore per un futuro che appare oggettivamente cupo: sono curioso di vedere questa carica dal vivo, nel frattempo ho un modo per esorcizzare i miei apprensivi risvegli mattutini.

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Il miglior film che (forse) non vedrete mai: Hundreds of beavers

Non ci sono arrivato certo per primo, anzi. C’è voluta innanzitutto questa recensione su I 400 calci a farni drizzare le antenne, ma contando che stiamo parlando di un film del 2022 (e la recensione del 2024) anche loro ci erano arrivati con un certo ritardo: la palma di scopritor* va invece a chi l’ha selezionato per il Cine Underground Film Festival nel 2023, la rassegna di cinema horror/sci-fi/action/fantasy/trash rigorosamente a basso budget che il benemerito Circolo Gagarin di Busto Arsizio ospita ormai da anni, e io mi mangio le mani pensando al fatto che me le sono perso in anteprima nazionale. Che cosa, vi starete chiedendo. La risposta è Hundreds of beavers.

Alcune delle centinaia di castori

Ma che cos’è Hundreds of beavers? In maniera molto stringata l’opera prima del regista Mike Cheslik, girata nell’arco di due inverni in Michigan e Wisconsin col budget infimo di 150000 dollari, racconta la storia di un rivenditore di Applejack (acquavite ottenuta dalla distillazione del sidro di mele, potenzialmente la mia kryptonite) negli Stati Uniti del 1800, il quale a seguito del rocambolesco fallimento della sua attività si trova costretto a sostentarsi in una nuova maniera. Jean Kayak (Ryland Brickson Cole Tews), questo il suo nome, passerà così dal servire da bere ai cacciatori di pellicce a diventare egli stesso uno di loro, cercando al contempo di ottenere la mano della figlia del mercante (Olivia Graves): ma fra il dire e il fare ci sono di mezzo lupi, conigli, faine e, soprattutto, centinaia di castori. La semplicità della trama, architettata da Cheslik e Tews (che avevano già collaborato, il primo agli effetti speciali e il secondo come regista, in quell’altra probabile perla che risponde al nome di Lake Michigan monster) come parodia di The revenant e dei survival movie in generale, non riflette appieno lo stupore che coglie guardando il trailer e rendendosi conto che tutti gli animali, compreso il cavallo di un nativo americano che aiuterà Kayak in alcuni punti della sua “avventura”, sono interpretati da persone in costume. E non è la cosa più assurda.

Dove non arriva il budget possono la fantasia e il mestiere, come insegna anche il “vanity project” Mad God del mago degli effetti speciali Phil Tippett (ve ne avevamo parlato qui) che di soldi ne aveva spesi anche qualcosa meno mettendoci però TRENT’ANNI e un esaurimento nervoso per finirlo, e Cheslik la sua idea è riuscito a renderla unica nonostante le limitazioni. Girato in bianco e nero e senza dialoghi, Hundreds of beavers sembrerebbe rifarsi al cinema muto di inizio secolo ma ci vuol poco ad accorgersi che il paragone più adatto è con i Looney Tunes.

Io ci vedo pure un po’ di quel gran pezzo di videogioco che è Cuphead

Dopo aver visto letteralmente andare in fumo la propria attività, Kayak si ritrova nudo in mezzo alla neve senza altro da fare che cercare di cacciare qualcosa per poter sopravvivere, e i suoi maldestri tentativi di procacciarsi cibo sono subito caratterizzati da un umorismo da cartone animato. Figlio dei fallimenti di Gatto Silvestro e Wile E. Coyote, oltre che dell’eredità storica della commedia slapstick (Tews è fenomenale nell’affrontare in maniera tremendamente seria ogni assurdo ostacolo che gli si para di fronte), Kayak rischia di immolarsi contro tronchi d’albero segati, finisce continuamente in buche che si aprono sotto i suoi piedi, costruisce trappole fallaci (e, quando anche riesce a farle funzionare, le faine sono pronte a rubargli le prede da sotto il naso) e si ritrova pure continuamente bersagliato da un picchio ogni volta che fischia per festeggiare uno scampato pericolo, piccolo campionario delle vicissitudini che deve affrontare prima di riuscire a cacciare il suo primo coniglio. Già in questa fase il ritmo del film è altissimo, una sequela di gag in cui genialità e stupidità vanno a braccetto, il tutto unito a una messa in scena che agli umani in costume da animale unisce una moltitudine di effetti speciali digitali, inserti di disegni e un tripudio generale di elementi diversi che invece di cozzare l’uno con l’altro rendono Hundreds of beavers originalissimo, orgogliosamente artigianale ma esteticamente unico.

Babbo Natale con le sue ren… volevo dire, il maestro cacciatore, il suo discepolo e i cani da slitta

Una volta riuscito a ottenere la sua prima pelliccia (e il suo primo pasto), Kayak inizia l’addestramento che lo porterà a diventare un cacciatore fatto e finito. Fondamentali saranno l’incontro con il mercante (Doug Mancheski), recalcitrante fornitore dei mezzi necessari a migliorare le proprie capacità (una delle prime cose che gli fornirà, all’adeguato prezzo in pellicce, sarà un coltello delle dimensioni di una falange, ironicamente le stesse dimensioni dell’immagine sul prezzario), e con il maestro cacciatore (Wes Tank), una sorta di babbo natale con tanto di slitta trainata però da cani (ovviamente persone travestite da cani, che passano le nottate accanto al fuoco a giocare a carte) che introdurrà Kayak alle tecniche migliori per affinare le proprie capacità. In questa fase il film diventa un vero e proprio tutorial da videogioco, con tanto di mappa che potrebbe venire benissimo da un Super Mario Bros dell’epoca a 8 bit: quello che non cambia è il ritmo forsennato con cui ci si muove fra una gag e l’altra, compartecipi delle difficoltà che Kayak è costretto ad affrontare mentre cerca di dominare con effetti esilaranti tanto il ghiaccio quanto l’aria, trovando il tempo fra una sosta e l’altra dal mercante di flirtare con sua figlia, tanto graziosa quanto letale nello sventrare gli animali (e bravissima anche nella lap dance!). Sarà proprio lei il motore scatenante della battaglia che ci è stata annunciata fin dal titolo, e con un colpo di genio tanto stupido quanto efficace il titolo del film ci viene esposto trionfalmente quasi a due terzi della pellicola, quando il mercante comunica in maniera sprezzante al protagonista che per avere la mano della figlia dovrà portargli letteralmente centinaia di castori, ovviamente morti. E qui Hundreds of beavers, per quanto non sembri possibile, accelera ancora.

Mappe da videogioco ne abbiamo?

Spoilerare un film come Hundreds of beavers non è davvero peccato, perché sono il ritmo, il tono e l’estetica ciò che ne fa un’incredibile esperienza cinematografica, tuttavia la mole di cose che succedono fra quando Kayak accetta la “quest” per ottenere la mano dell’amata e il momento in cui la risolve è talmente enorme e piena di “stupidissime genialate” che dire troppo significa togliere un po’ di sorpresa. La cittadella che abbiamo visto costruire ai castori per tutto l’arco del film è un paese dei balocchi comprensivo di tribunale, laboratori scientifici (necessari per… no dai, non ve lo dico) e mille cunicoli in cui vengono convogliati i tronchi, e al protagonista ne succederanno di ogni, fra scazzottate degne di Bud Spencer e Terence Hill e inseguimenti che rimandano invece a Benny Hill. Lo scontro finale in una pellicola del genere non può che essere qualcosa di clamoroso, e Hundreds of beavers non si fa mancare nemmeno quello: portando nel calderone di influenze anche i kaiju giapponesi la storia dell’ascesa di Kayak from zero to hero si conclude degnamente, e l’applauso finale in sala è stato il degno coronamento di un’esperienza che non pensavo di riuscire a fare e invece sì, ce l’ho fatta. Io.

“Spiegati meglio o ti apro la pancia e ne estraggo tutti gli intestini peluchosi”

La buona notizia è che, dopo una distribuzione autogestita che ha fruttato a Cheslik la ragguardevole cifra di un milione e mezzo di dollari, Hundreds of beavers è arrivato anche nelle sale italiane il 26 marzo grazie al distributore Parthénos; la cattiva è che quelle sale, se le mie ricerche sono esatte, sono state solo sei in tutta Italia (ma sono in aumento costante, tenete d’occhiola pagina Instagram italiana del film), fra cui l’Anteo Palazzo del Cinema di Milano dove il 31 marzo, in una (piccola) sala gremita nonostante la concomitanza con la fallimentare trasferta in terra bosniaca della nazionale maschile di calcio, ho potuto godermi il film su uno schermo degno dello spettacolo, e per i bolognesi all’ascolto la possibilità di goderne è ancora aperta almeno fino a martedì 21 aprile, tutti i giorni ore 18:45, al Cinema Odeon. È il preludio a un’uscita in dvd/bluray/qualunque supporto fisico ancora resista? È possibile che qualche piattaforma di streaming lo metta in catalogo dopo l’uscita, seppur limitata, nei cinema? Al momento tutto tace, ma la speranza è l’ultima a morire e con la perseveranza di Jean Kayak anche voi potete mantenere accesa la fiammella nel vostro cuore, sperando che questa si sia accesa grazie alle mie parole. Nel caso non siano bastate, però, non mi resta che linkare qui sotto il trailer del film: non mi azzarderò a dire, parafrasando un noto ex calciatore, che se rimarrete insensibili di fronte a questi due minuti scarsi di gioia per gli occhi avete un bidone dell’immondizia al posto del cuore, ma il mio di cuore farà i salti di gioia se avrò svoltato la giornata anche solo a uno di voi, e se vorrete condividere con me l’ansia di poterlo vedere un giorno per intero (o se siete fra quelli che l’hanno visto, in sala con me c’era uno che diceva di averlo fatto già DUE VOLTE) sarò lieto di rispondervi nei commenti.

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Racconto in musica 224: Calma (Sprints – Something’s gonna happen)

Ci sono i periodi di fuoco e i periodi di calma, quelli in cui ragionare su ciò che stai facendo e quelli in cui tirare dritto senza farsi troppi problemi. Tremila Battute è in un periodo di mezzo fra questi poli, con ancora delle cose da dire (e potenzialmente più tempo per farlo: ho smesso di fare bottoni per andare a lavorare in una piccola carpenteria metallica più vicina a casa, cambio comprensivo anche di una fisiologica ansia da prestazione visto che io di meccanica so poco e niente) ma una voglia altalenante di farlo. È anche un periodo in cui non arrivano contributi esterni, il che implica che o mi metto tutte le settimane a scrivere un nuovo racconto, rendendo più un vanity project che una (aspirante) rivista letteraria questo spazio, o aspetto che il vento cambi direzione e Tremila Battute attiri nuove e vecchie leve della litweb folgorate sulla via della musica bella che fa la fame (altro che Damasco, Gesù passaci il testimone). In tutto questo non ho comunque smesso di cercare nuova musica, e complice la calata in terra italiana degli irlandesi SPRINTS sono prima andato a vederli live in quel del solito Arci Bellezza e poi, sfruttando un vecchio racconto che mi sembrava calzare ad hoc per una loro canzone, ho deciso di portarli in questo spazio per farli conoscere anche a coloro che ancora non li hanno mai sentiti.

Una delle cose che mi ha colpito durante la performance della band composta da Karla Chubb (voce e chitarra), Sam McCann (basso e cori), Jack Callan (batteria) e l’ultimo arrivato Zac Stephenson (chitarra e cori), al di fuori della musica, è stata la candida ammissione di aver intrapreso solo da un anno la carriera di musicist* a tempo pieno, un passo che immagino possa spaventare quanto e più di un cambio lavorativo dopo quasi ventiquattro anni di onorata carriera nella produzione di bottoni. Lo stesso passo deve essere sembrato troppo lungo a Colm O’Reilly, ex chitarrista e membro fondatore degli SPRINTS, che nel maggio del 2024, a soli quattro mesi dalla pubblicazione del primo disco Letter to self (pubblicato dall’etichetta berlinese City Slang), ha lasciato il gruppo citando “a desire to retreat from public performance” come motivazione. E dire che con Chubb e Callan, compagn* di scuola, aveva fatto musica fin dalla tenera età di dieci anni, ma le cose per i tre hanno cominciato a farsi serie dopo l’ingresso di McCann e l’uscita, nel 2019, delle prime canzoni: Pathetic e The cheek bastano ad attirare l’attenzione di Daniel Fox della Gilla Band (ai tempi ancora chiamata Girl Band: abbiamo raccontato questa storia qui), che produce un’altra loro canzone, Kissing practice, nel 2020, preludio al primo Ep della band che esce l’anno seguente e a una collaborazione con Fox che dura tutt’oggi (scopro inoltre che è dietro anche allo splendido nuovo album dei Dry Cleaning, di cui non vi abbiamo colpevolmente parlato ma vi invitiamo caldamente ad ascoltare). Manifesto (Nice Swan Recordings) viene ispirato dalla campagna Repeal the Eighth Amendment, attraverso la quale il referendum del 2018 volto a cambiare un articolo della costituzione che dal 1983 vietava l’aborto (salvo casi di gravi rischi per la salute della madre, e ci mancherebbe pure) vide la vittoria in larga maggioranza del sì, e questo è chiarissimo nella potente e cadenzata title track, dove per non lasciare nessun dubbio su come la pensano gli SPRINTS Chubb canta “And I don’t need nobody to tell me what to do/ what to say”. Basta già questo pugno di canzoni a settare lo stile della band: energia punk, voce potente che ricorda un po’ quella di Brody Dalle delle The Distillers (anche se Chubb cita principalmente Patti Smith, Siouxsie and the Banshees e P.J. Harvey come ispiratrici) e la capacità di risultare personali anche con canzoni dritte e senza troppi fronzoli.

Nel 2022 esce sempre per Nice Swan un nuovo Ep, A modern job, in cui per evidenziare ancora meglio come la pensano sul mondo e sui diritti descrivono la title track come “una critica all’esistenza moderna e un’esplorazione di cosa vuol dire crescere come persona queer […] quando cresci queer tutte queste cose ordinarie (innamorarsi, sposarsi ndr) possono sembrare straordinarie, fuori portata e, in alcune parti del mondo, illegali”, poi nel 2024 è il momento del passaggio a City Slang e del debutto “lungo”, quel Letter to self a cui abbiamo accennato sopra e il cui messaggio Chubb riassume in questa frase: “Non importa in che contesto sei nat*, o che esperienze hai fatto, c’è una via per emergere da questo ed essere felice con te stess*” (gli asterischi sono miei, ma immagino che la frontwoman approverebbe). Il primo Lp degli SPRINTS è una lunga corsa con pochi momenti per rifiatare, più melodici ma sempre e comunque intrisi di energia distorta (Shaking their hands), più una curiosità che avevo colto live e che resta all’ascolto su disco: Cathedral, la terza traccia, assomiglia parecchio in alcuni punti a Gli spari sopra di Vasco Rossi, e anche se l’eventuale omaggio è più probabilmente diretto alla fonte originaria (Celebrate degli An Emotional Fish, band irlandese di cui Rossi riprese in toto la musica) mi piaceva l’idea di citare su Tremila Battute uno degli artisti più lontani dal concetto di indipendente che restano in Italia.

Passato il “divorzio” da O’Reilly, ritrovata una forma stabile dopo alcune date di prolungamento del tour di Letter to self portato avanti con diversi turnisti alla chitarra solista, gli SPRINTS ci mettono poco a tornare in studio di registrazione col fido Daniel Fox e già nel settembre 2025 vede la luce All that is over, che a livello di potenza non sigura certo nel confronto col disco precedente. Basta lasciarsi trascinare dal primo singolo Descartes per ritrovare tutta l’energia della band, capace di virare in territori più affini al post punk in Beg ma capaci anche di farsi più riflessivi e dilatati nella conclusiva Desire: pensavo fosse tardi per consigliarvi di goderveli dal vivo, dove Chubb si dimostra la frontwoman imperiosa che si intuisce essere sentendola su disco, ma ho appena modificato l’articolo in seguito alla scoperta che giovedì 2 luglio suoneranno aggratis in quel di Soliera, in provincia di Modena, all’interno dell’Arti Vive Festival (domenica 5 luglio c’è anche Iosonouncane!), per cui se siete in zona andateci e se non siete in zona e avete abbastanza soldi per la benza fateci comunque un pensierino.

Something’s gonna happen è la settima traccia di All that is over e risente anch’essa dell’influsso post punk che ultimamente ha invaso Irlanda, Regno Unito e non solo: dritta, cadenzata, caratterizzata da una tensione costante che esplode catarticamente solo in alcuni punti ultrasonici, anche nelle parole di Chubb risuona dell’attesa continua di un “qualcosa” di non identificato, un cambiamento che negli ultimi tempi sembra essere sempre delineato al ribasso. Nel brevissimo racconto che ho deciso di associare alla canzone quest’attesa potrebbe essere eterna, specchio di un mondo in cui al meglio delle possibilità l’umanità ha raggiunto la “noluntas” teorizzata da Arthur Schopenhauer, al peggio è ormai vittima inconsapevole di un sistema che decide per te cosa desiderare: fatevi la vostra idea della situazione nelle poche righe che seguono il solito link alla canzone, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Calma


Non sai quanto ci vorrà per abituarti. Tutto questo tempo immobile, tutta questa calma.

Ti hanno detto che non soffrirai più il freddo né il caldo. Non avrai fame, non avrai sete. Con della paglia al posto del cuore smetterai di avere desideri.

Senza più passione apprezzerai la contemplazione. Ti accorgerai di quanto basti poco per vivere felice.

Non ti accorgerai di quanto poco basti per convincerti che sia stata una tua scelta.

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Racconto in musica 223: Di un altro pianeta (Left This Planet – Orbite parallele)

Quello che più apprezzo della musica strumentale è che, nelle sue forme migliori (o che, semplicemente, vanno più incontro ai miei gusti), riesce facilmente a evocare nella mia mente immagini e storie. Ho già raccontato la storia di come da un disco dei Vonneumann abbia tratto un romanzo metanoir (probabilmente terribile, sono anni che non lo rileggo), ho giusto di recente recensito un disco basandomi (anche) su come la musica si legava o meno che non le storie che mi ero creato in testa a partire dai titoli delle canzoni, ma in fondo posso dire che ogni racconto dedicato a una canzone strumentale su Tremila Battute nasce un po’ da quella propensione lì. Poi arrivano dischi che, come quello dei Vonneumann evocato poco sopra, mi fanno fare lo scatto un po’ più in là, scatenano una fantasia più larga che abbraccia tutto il disco e si materializza (solo nella mia testa, sono sicuro che non ci combinerò assolutamente niente) nella forma di una storia che parte da una cameretta e straborda nella science fiction a base di teletrasporto, IA e rapine su pianeti distanti: quel disco è Wabi Sabi, l’esordio discografico dei Left This Planet, e il racconto che leggerete più in basso è solo l’inizio di una storia che probabilmente non scriverò mai ma chissà, chi può dirlo, non si sa mai.

Math, post-rock e midwest emo, questi gli ingredienti sbandierati nel comunicato stampa che mi ha permesso di venire a conoscenza dell’esistenza della band pratese formata da Michelangelo (batteria), Giacomo (chitarra), Matteo (basso) e Matteo (chitarra), un mix che mi ha incuriosito e di cui diffidavo allo stesso tempo, forse perché mi sembravano mondi che non vedevo così affini, forse perché io di midwest emo me ne intendo come di curling (sì, ora ve ne intendete tutti di curling, ma parliamone fra due anni e non a olimpiadi invernali fresche di chiusura). E invece cavolo, Wabi Sabi, uscito il 12 febbraio per le etichette 1a0 e Vina Records (la stessa per cui escono i Fuyumeku), questi elementi riesce a coniugarli davvero bene: ci sono incroci chitarristici che associo alle prime cose degli At The Drive-In, un senso di leggerezza spensierata che lascia spazio a bordate distorte fin troppo grezze (ma funzionali al contesto generale) e la fantasia necessaria a portare ogni brano dal punto A al punto B senza perdere un secondo dell’attenzione dell’ascoltatore.

C’è molto dei Russian Circles in quanto fanno i Left This Planet, e se in Blue Panda has died, so we walk è più un’atmosfera che riescono a creare nella prima parte del brano, io non riesco a credere che ciò che accade dal minuto 3:28 al minuto 3:56 di Ricordatevi che suonate in un ristorante non sia un omaggio alle cavalcate serrate che si trovano in canzoni come questa o questa della band di Chicago. È un problema per me? Certo che no, io adoro i Russian Circles e non vedo l’ora di rivederli dal vivo, ma potrebbe esserlo per una band che si limita a scimmiottare lo stile di qualcun altro: invece in Wabi Sabi c’è tanto di proprio, la capacità di coniugare una tensione quasi drammatica con la leggerezza, incroci di strumenti funzionali e mai onanistici, sfoghi distorti che arrivano nei punti giusti (e durano il giusto) come in Megadesica e una sorta di allegria nostalgica che aleggia su tutto, capace non so perché di farmi sentire come uno studente che ha appena finito il college negli States (chissà, magari proprio nel midwest) o di evocarmi il fantasma di una band di molti anni fa che forse ricordo solo io (sarebbe un peccato mortale), i Rosolina Mar, che facevano un genere diverso ma avevano la stessa capacità di portare leggerezza facendo qualcosa di tutt’altro che semplice. Potrei parlarne per ancora mille righe, spiegare come la capacità di ascendere e discendere coi tempi perfetti di Radio Antenna Tower abbia la capacità di entusiasmarmi, di come perso nelle pieghe della storia che mi stavo costruendo in mente il Blue Panda che muore nella penultima canzone sia coinvolto nel Supercolpo all’Iperplanet (la quinta traccia), ma arrivati a questo punto o vi ho convinto ad ascoltarlo, e allora andrete subito sulla loro pagina Bandcamp, oppure sono tutte parole gettate al vento: fate la cosa giusta, che giusto per rimarcare il concetto è ASCOLTARLO.

Nel delirio di onnipotenza che mi viene quando ho una bella idea, cioè prima di ritornare sulla terra e capire che un lavoro e una buona dose di cazzonaggine mi permettono di mettere giù solo una piccola parte delle centocinquanta idee che mi vengono, ho pensato addirittura a un corto cinematografico che si basi sulla storia che state per leggere (davvero, con tanto di inquadrature e dialoghi! Se c’è un regista all’ascolto mi scriva che facciamo i big money), ispirata dalla traccia iniziale di Wabi Sabi, Orbite parallele. Avendo scritto in alto che l’ascolto del disco mi ha proiettato nel cervello suggestioni (anche) di science fiction forse ho fatto un mezzo spoiler, ma fate conto che non vi abbia detto niente (nonostante abbia appena commesso l’errore di ripetermi, che potevo non fare) e andate più in basso con la mente aperta, non prima però di aver ascoltato la canzone che ha ispirato il racconto: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Di un altro pianeta


La cosa fra me e Mariot è che temo non ci incontreremo mai. Il primo motivo è che non so se le piacerei se ci vedessimo dal vero. Tengo tre filtri sulla mia immagine ogni volta che ci videochiamiamo e la volta che me ne sono dimenticato uno mi ha chiesto se stavo bene, mi vedeva pallido e smagrito. Mi sono inventato una scusa e intanto pensavo Fosse solo quello il problema, anche se onestamente non è che sia proprio sto sfacelo, ma se è bastato quel filtro disattivato a farla prendere male boh, io non so. Magari si è solo preoccupata per me, il che sarebbe positivo, ma non credo.

Mamma da basso urla che è pronto il pranzo, io lo riporto a Mariot che oggi sento solo in chat, perché non mi va di farmi vedere. Quando i miei sono a casa non c’è un minimo di privacy, ma è una comoda scusa. Le dico che devo staccare e lei mi scrive un NOOOOOOOOOOOOOO tutto così, in caps lock e anche più O di quelle, e mi fa bene e male allo stesso tempo: bene perché penso che ci tenga, male perché temo che quell’attaccamento sia un’illusione e, anche se fosse vero, potrebbe non bastare.

L’altro motivo per cui penso che io e Mariot non ci incontreremo mai è che lei, rispetto a me, sta su un altro pianeta.

Mamma entra in camera senza bussare e mi chiede Ma ce le hai le orecchie?, io le dico che sto per scendere. Non mi hai sentito? le urlo, e mi devo rimangiare un Cazzo perché se no sono guai. Lei sbatte la porta e io cerco di chiudere la conversazione con Mariot anche se non voglio, inizio a scriverle di come mi sono dovuto rimangiare il Cazzo ma poi mi blocco. La farebbe ridere il lapsus? La mia mascolinità ne risulterebbe intaccata? Ma quale mascolinità, a lei piacciono i maschi decostruiti, e anche se non ho ancora capito bene come ci si decostruisca mi sa che non mi sono costruito abbastanza da dovermene preoccupare, o almeno è quello che mi immagino visto che parliamo da sei mesi e lei mi ha detto spesso che non sono come gli altri, che sono sensibile. Se ne parlassi a qualcuno, tipo a Cobble durante le prove o quando ci fumiamo il Docrime, temo che mi direbbe quello che non voglio sentirmi dire: che cambiano i tempi, ma un maschio sensibile va incontro alla frase Ti vedo solo come un amico più facilmente. E io dovrei farmi sei mesi di astronave per farmelo dire, senza i soldi né il tempo per affrontare il viaggio. C’è una soluzione più facile, mi dice sempre lei, e io tergiverso perché ho troppa paura di dirle che ho paura dell’alternativa.

Mamma da basso urla ancora, io chiudo la chat e il cuoricino che mi ha inviato mi resta impresso negli occhi. Prima di scendere guardo fuori i tubi che si allungano verso il cielo e le strisce che li attraversano, strisce che una volta erano persone e che teoricamente torneranno ad esserlo altrove. Tipo a tre pianeti di distanza, dove sta Mariot. Mi dico che un giorno ce la farò a superare la paura, che le molecole sanno benissimo come riunirsi nella mia forma sgraziata, ma è solo la prima sfida con me stesso che devo superare.

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