Racconto in musica 108: Vittorie (Warpaint – Majesty)

Ci sono ricordi che rimangono impressi ed altri che svaniscono. Prendiamo ad esempio gli eventi occorsi il 4 luglio 2011, un anonimo lunedì (a parte per gli statunitensi) in cui la situazione viene rivitalizzata dal Circolo Magnolia di Milano, dove i Dinosaur Jr. arrivano per suonare integralmente il loro album Bug. Di quella serata ho dimenticato un sacco di cose, riscoperte solo facendo un salto nel passato grazie a una ricerca veloce su internet, come la presenza sul palco in apertura di Bud Spencer Blues Explosion, Mona, Iori’s Eyes e Cosmetic. Come ho fatto a dimenticarmi questo dettaglio, io che sono un cultore dei concerti con un sacco di artist* a poco prezzo (il biglietto costava 15 euro)? Forse ha contribuito il fatto che il tutto iniziasse alle 18:30, e arrivando dal novarese difficilmente avrò potuto vedere esibirsi tutti; magari i due accrediti ottenuti senza nemmeno crederci troppo, di cui uno da fotografo che permise a un mio amico di vedersi parte del concerto sotto il palco (realizzando delle orribili foto con una macchinetta ben lontana dai limiti della professionalità, che caricai comunque sul sito per cui scrivevo allora), hanno diluito il ricordo dell’economicità della serata; sicuramente è stata “colpa” di una delle band di supporto, che suonando mentre gli ultimi raggi del sole svanivano è riuscita a creare un’atmosfera magica che faceva sentire altrove, un altrove improbabile che conteneva immagini da festa universitaria, party chillout in piscina e spiagge assolate di Los Angeles, eclissando chiunque è salito prima e dopo di loro. Quel gruppo erano le Warpaint, e guarda un po’ vengono proprio da Los Angeles.

La band si forma il giorno di San Valentino 2004, data in cui il nucleo originario viene completato: Emily Kokal (voce, chitarra e synth) e Jenny Lee Lindbergh (basso e cori) reclutano infatti la sorella di quest’ultima Shannyn Sossamon (batteria e cori) e Theresa Wayman (chitarra, tastiera, percussioni e cori), iniziando a fare musica con idee abbastanza chiare su ciò che vogliono esprimere coi loro strumenti e le loro voci. Ci mettono un po’ a carburare, esibendosi nell’area di Los Angeles e mietendo consensi sempre più ampi, finché nel dicembre 2007 entrano finalmente in studio per registrare il loro primo Ep con il produttore Jacob Bercovici e un nome di poco conto, un certo John Frusciante, a occuparsi di mixaggio e mastering. Exquisite corpse esce nel 2008, inizia a imporsi localmente (va al numero 1 della classifica di Amoeba Records, che in California è un’istituzione) e l’anno dopo viene ristampato dall’etichetta Manimal Vynil, che lo distribuisce in tutto il mondo: una copia arriva anche sulla scrivania di qualcuno alla Rough Trade Records a Londra, perché la storica etichetta britannica decide di metterle sotto contratto per il primo full lenght.

Nel frattempo Sossamon, attrice di richiamo internazionale (potreste averla vista in film come Il destino di un cavaliere, Le regole dell’attrazione e nella serie Wayward Pines) lascia il suo posto dietro le pelli e, dopo un breve casting, è Stella Mozgawa (batteria, tastiera, chitarra e cori) a prenderne il posto. Con questa formazione le Warpaint registrano The fool, un esordio fulminante in cui si mescolano efficaci strutture pop mischiate ad arrangiamenti più liberi e fantasiosi, riverberi sognanti e qualche piccolo richiamo folk, il tutto unito dallo splendido incrocio fra le voci delle componenti: le canzoni di cui mi sono innamorato arrivano da lì, e io me lo sono ascoltato persino andando a correre alle sei di mattina (una scelta non esattamente sensata per dare la carica, ma tant’è). Inizia un lunghissimo tour per gli Stati Uniti e l’Europa che tocca anche festival storici come quelli di Glastonbury e Reading nel Regno Unito e il Coachella negli states, al termine del quale le componenti del gruppo annunciano di voler sviluppare nuovi percorsi musicali.

L’omonimo secondo album, uscito nel 2014, è in effetti una parziale sterzata pur rimanendo all’interno delle stesse atmosfere soffuse: il singolo Love is to die è un ammiccante concessione al pop, ma nelle dodici tracce del disco c’è spazio per tanti brani che fanno della dilatazione sonora la loro ragion d’essere, rendendo Warpaint un’esperienza più psichedelica ma meno varia. L’anno seguente vede l’uscita del disco solista di Lindberg, Right On!, ma la band non perde tempo a realizzare il terzo album: Heads up esce già nel 2016 ed è un nuovo rimescolamento, caratterizzato da un’inversione di rotta che all’attitudine “viaggiosa” preferisce un approccio più freddo e synthetico. Nel 2017 le rivedo al Mad Cool Festival a Madrid (casualmente nell’immenso cartellone del festival sono presenti anche i Dinosaur Jr.), ma parte della magia che me ne aveva fatto innamorare si è persa.

Passano ben sei anni senza un’uscita discografica, un lungo periodo in cui altre priorità di vita privata e lavorativa mettono in parziale stand by il progetto. Sarebbe un periodo più breve in realtà se non ci si mettesse la pandemia di mezzo, perché Kokal, Lindbergh, Wayman e Mozgawa tornano in studio a inizio 2020 e sono costrette quasi subito a continuare i lavori nei propri studi casalinghi improvvisati: finite le registrazioni passano lungo tempo ad affinare, rivedere, costruire e ricostruire ogni canzone nell’attesa di un periodo buono per far uscire il disco, cioè quando saranno libere di fare un tour per supportarlo. Il momento è arrivato a maggio di quest’anno quando ha visto la luce Radiate like this, un album che contiene gli ormai riconoscibili elementi che caratterizzano la loro musica e qualche influenza più apertamente anni 80, decennio che le componenti non hanno mai nascosto di amare con le dichiarazioni di stima e debito creativo verso Siouxsie and the Banshees o i Tears For Fears: al momento sono in tour nel Nordamerica, speriamo in un viaggetto in Europa che le riporti anche in Italia, magari all’aperto e al tramonto.

Majesty è l’ottava traccia di The fool, un brano delicato in cui le atmosfere soffuse e dilatate delle Warpaint si distendono al meglio delle loro potenzialità. La canzone parla di una storia d’amore ormai finita, la disillusione che segue la convinzione di aver trovato nell’altra persona il proprio re o la propria regina: ho preso alcuni di quegli elementi per delineare il cammino di una coppia, fra elementi fiabeschi e dinamiche individualiste fin troppo attuali. Il racconto lo trovate come al solito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Vittorie

Specchio specchio delle mie brame, dicono all’unisono, chi è la coppia più bella del reame?, sentendosi felici per l’esito scontato della risposta: ci sono loro lì davanti, nessuna magia se non quella delle mani intrecciate, dei corpi desiderosi di rimanere così, indivisibili. Era il primo periodo del loro amore, caratterizzato dalla comunione d’intenti e dall’orgoglio di essere migliori delle altre coppie che vedono passeggiare per strada, così scialbe nelle loro eterne routine.

Iniziano poi le concessioni all’altrui volontà, serate fuori in compagnia o gite fuori porta accettate con un sorriso e poche rimostranze. Solo quando le concessioni prendono il nome di compromessi si accorgono del potere che hanno le parole di influenzare la realtà, perché persino lo specchio, interrogato dopo la riappacificazione che segue un litigio, mostra solo l’una o l’altra figura. Chi ha ceduto scompare dalla cornice, come se a contare non fossero più la bellezza dell’unione ma la soddisfazione individuale, la convinzione di aver vinto, la sopraffazione dell’altra metà di una coppia non più indissolubile.

Troppi compromessi, affastellati gli uni sugli altri, diventano un peso che avvelena l’animo. Prima di farsi avvizzire lo spirito, concordano, resta solo una soluzione: lasciarsi, trattare la resa quando ancora c’è spazio per il dialogo e si può evitare lo scoppio di una guerra. C’è spazio per la commozione nell’addio, per la nostalgia che evocano i ricordi più belli, per un lungo abbraccio seguito da promesse che non verranno mantenute: rimaniamo in contatto, non perdiamoci di vista. Le parole nelle loro bocche hanno perso il potere, la realtà ora è la distanza che si fa sempre più ampia a ogni giorno che passa.

Ma resta un timido legame, qualcosa che non ammetterebbero di fronte a nessuno. La belligeranza resiste allo scorrere del tempo, al formarsi di nuovi amori e nuovi legami, sempre labili e passeggeri. Di fronte allo specchio, agli angoli opposti della vita, si piazzano due individui separati che chiedono per rassicurarsi chi l’ha avuta vinta, in cerca dell’ultima vittoria sul fantasma sbiadito di una persona una volta cara. Non chiedono, per timore della risposta, a chi pesa di più la solitudine, perché sanno che il riflesso non mentirebbe: questa sconfitta accomuna i loro destini.

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Amore e altre stranger things nell’esordio discografico di Maseeni

Si immaginava di essere così profetico Manuel Agnelli quando nel 1999 cantava che Non si esce vivi dagli anni 80? A furia di ritorni di fiamma il decennio più rimpianto (anche da chi non c’era) finirà per seppellirci tutti quanti, per la gioia di Randy “The Ram” Robinson anche se, a ben guardare, il personaggio interpretato da Mickey Rourke in The wrestler stravedeva per l’hard (e glam) rock e non per i synth e le batterie che suonavano come fustini di detersivo di cui abbondava il pop di quegli anni. Ogni volta che li si dà per morti, pensando che magari un “bel” concerto di Venga Boys, Eiffel 65 e Aqua possa fare da apripista per un ritorno dei nineties, ecco che gli anni ’80 tornano a ruggire, con Stranger Things a prendere il posto dei Goonies e Blinding lights di The Weeknd a fare da ideale colonna sonora. Poi passano gli anni e ti accorgi che niente è cambiato, ma tutto comincia a scricchiolare: la quarta stagione della serie dei Duffer Brothers amplifica la dose di cliché (o erano così anche le altre stagioni, e non me ne ero mai accorto?), Harry Styles scrive una canzone che suona vecchia di quarant’anni con la stessa tastierina di una vecchia di quattro ed esce pure un nuovo Top Gun (in cui purtroppo manca una scena come quella che avevo immaginato io). In che fase del revival siamo? E in che anno di preciso?

Anche in Italia gli anni 80 hanno attecchito un’altra volta, almeno a sentire le canzoni di Tommaso Paradiso, e pure Lorenzo Masini, in arte Maseeni, si assesta sulla scia di un indie-pop che pesca sonorità del passato rimescolate in ottica moderna. Classe 1994, attivo da anni con vari progetti (Govinda, Weird Bloom, Big Mountain County), Canzoni d’amore del terzo tipo è il suo primo disco da solista (prodotto dall’etichetta Porto Records) e fa dell’orecchiabilità e della leggerezza i propri punti di forza. Otto canzoni che scorrono veloci e si insinuano subito in testa, registrate con l’aiuto di Marina Cristofalo delle Lilies On Mars (chitarra, basso, synth e cori) e di Alfredo “Mammaliturchi” De Luca (synth).

L’inizio chitarra/voce di Mi hai lasciato solo il cane setta già in qualche maniera il mood: tanti riverberi, una buona dose di ironia e i synth che entrano alla fine del brano per dare un senso di bizzarro al tutto, mostrando quanto Masini sia attento ai dettagli. Gli arrangiamenti sono infatti il fiore all’occhiello del disco, apparentemente semplici ma capaci di sterzate melodiche inaspettate, come quella che anticipa la coda strumentale di Non mi sono mai preso cura di te o il rallentamento dai toni vagamenti psichedelici nel finale di Non ti batte più il cuore. Pur rimanendo in un solco pop ben definito il disco ha una discreta varietà, con i suoi momenti più introspettivi (Dimenticarti) e giocosi (Superblu), con synth e chitarre liber* di sfogarsi e il basso che si ritaglia il suo momento da protagonista trascinando dietro di sé la melodia di Sei una canzone, secondo singolo estratto dall’album. Un buon lavoro di cesello non può però prescindere da una forte personalità, ed è qui che emergono i difetti del progetto.

Canzoni d’amore del terzo tipo è un disco tecnicamente valido, ma suona come qualcosa scritto a tavolino. Il modo di cantare, l’utilizzo saltuario delle parolacce, i testi che non si prendono sul serio, tutto sembra far parte di un copione che Maseeni mette in scena per arrivare al prodotto indie-synth-pop perfetto per le masse ma che, rivolgendosi più all’esterno che all’interno, manca di anima. Non aiuta che queste canzoni d’amore sembrino scritte più per delle figure estrapolate dai testi di altre canzoni che per delle persone reali, donne dalle caratteristiche troppo comuni per rimanere impresse o, al contrario, descritte da particolari esageratamente artificiosi che sembrano messi lì più che altro per fare rima (emblematico il caso di Superblu, con la strofa “sei la terra dei Fenici/ e di chi ama andare in bici”). Fra ragazze che “se ne fregano dei modi e delle mode” (Sei una canzone) e non hanno tempo per l’amore (La fine del mondo), citazioni pop pretestuose e un paio di “cazzo” qua e là per rinforzare concetti deboli (in Quasi due innamorati, dove la strofa “come cazzo sto bene davvero/ sei un’orchestra che suona il bolero” sembra scritta da un Achille Lauro poco ispirato, e curiosamente la canzone è cantata in una maniera molto simile) i dettagli sonori finiscono per passare in secondo piano, eclissati da storie poco interessanti.

Ci sono storie d’amore che finiscono bene e altre che finiscono male: le Canzoni d’amore del terzo tipo sembrano invece parlare di quelle storie che rimangono lì a metà perché nessun* fa il passo decisivo, preoccupat* più di non scottarsi che di mettersi in gioco per davvero. Maseeni ha musicalmente le doti per dire la sua nel panorama musicale, ma il suo primo disco suona come qualcosa ideato per piacere a tutt* e che finisce per essere, citando ancora il testo di Sei una canzone, “senza infamia e senza lode”.

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Racconto in musica 107: Perché non può funzionare sempre così? (Daughter – Mothers)

Di solito inizio questi articoli introduttivi con aneddoti che riguardano il come ho conosciuto la tal band/artista, mantenendo alto il mistero su di chi sto parlando nonostante sia scritto in grosso nel titolo. Oggi farò qualcosa di lievemente diverso, e per farlo dovrò andare indietro nel tempo di una ventina d’anni. Ho già parlato spesso di Indie-Zone, webzine musicale che lotta e resiste con noi (in varie incarnazioni) dai primi anni duemila: per ragioni totalmente casuali che hanno a che fare con le relazioni sentimentali di una mia amica e un programma sull’alternative rock di Radio Lupo Solitario mi ritrovai a far parte della “redazione” della prima versione di Indie-Zone, con le virgolette d’obbligo visto che eravamo in tre/quattro e le riunioni si svolgevano nelle rispettive case smazzandosi dischi sconosciuti (e i pochi, rarissimi, di artisti conosciuti da noi ma comunque sconosciuti alle masse) da recensire poi con dubbia professionalità. Nonostante le premesse IZ crebbe, si affinò, ampliò le rubriche all’interno (mi occupai per anni, a un certo punto quasi in solitaria, del Sonic Sushi Bar, recensioni brevissime che mi hanno aiutato col concetto di sintesi) portando anche alla nascita de Il provocatore, in cui il patron della webzine sproloquiava con fantasia decrescente su temi musicali dicendo la sua in maniera, nomen omen, provocatoria (ricordo titoli tipo “Teatro Degli Orrori come i Savoia: via dall’Italia!” o “Gli Wombats puzzano di pesce marcio”). La crescita portò anche altri redattori, gente che non viveva fra il novarese e la lomellina come noi ma arrivava da svariate zone d’Italia: ricordo in particolare una colonia veneta, almeno due/tre (oggi la precisione qui non è di casa) collaborator* che per anni scrissero i loro pezzi prima che IZ implodesse, che il dominio del sito storico scadesse e che poi, attraverso gli sforzi di Tommaso “TUM” Vecchio rinascesse dalle sue ceneri nella forma attuale, con nuov* collaborator* mentre noi altr* si vagava altrove, facendo cose e vedendo gente come si suol dire (e una rondine non fa primavera, toh). Nella colonia veneta c’era anche un padovano, uno che la penna non l’ha mai dismessa e che dalle recensioni è passato ai racconti e ai romanzi: il suo nome è Alessandro Busi, ed è un piacere immenso averlo oggi ospite qui, con un racconto ispirato ad una canzone dei Daughter.

Dire che ricordo le recensioni di Alessandro sarebbe una falsità, perché non ricordo quasi neanche le mie, ma che erano scritte con competenza e professionalità questo lo posso affermare con certezza, visto che era un periodo oltretutto in cui qualcun* ogni tanto partiva per la tangente e faceva stroncature al veleno da cui partivano pure polemiche lunghissime. Le stesse caratteristiche le ha portate nella narrativa, ambito in cui non sono mancati fin da subito gli attestati di stima, rappresentati da pubblicazioni su pubblicazioni nelle principali riviste letterarie: Grafemi, Tuffi, Tre Racconti, inutile, Altri Animali, Settepagine, Risme (sul Numero zero), Split, Clean, Fillide (questo lo potete ascoltare!), I Libri Degli Altri, Atomi di Oblique Studio, L’Ircocervo, Fragmint, Multiperso e In Allarmata Radura. Ciliegina sulla torta, a dicembre 2021 è uscito il suo primo romanzo per pièdimosca Edizioni, Fino all’inizio, di cui potete leggere qui una recensione sul sito dei compari di Read and play ascoltando la playlist dedicata, visto che (come testimonia anche la sua presenza qui) la musica resta una sua grande passione. Quando non scrive e non ascolta musica Alessandro lavora come psicologo e psicoterapeuta nella sua Padova e aggiorna il suo blog Come un cane sulla luna.

Passiamo invece ai Daughter, una di quelle band che a leggerne la storia ti viene da pensare alle casualità della vita, o alle barzellette in cui ci sono un italiano, un francese, un inglese… In questo caso ci sono una italo-irlandese cresciuta nella periferia londinese, Elena Tonra (voce, chitarra, basso e piano), che fin da giovanissima sublima nella scrittura e nella musica le difficoltà della vita, esemplificate dal bullismo subito a scuola: la sua strada si incrocia con altri due londinesi d’adozione, Igor Haefeli (chitarra, basso, tastiere e programmazione), chitarrista di origini svizzere, e Remi Aguilella (batteria e percussioni), batterista francese, tutti frequentanti l’Institute Of Contemporary Music Performance e che, dopo averla vista esibirsi dal vivo in acustico, decidono di iniziare a collaborare. Siamo nel 2010, la band registra i primi demo e, dopo aver ricevuto pareri positivi, autoproducono il loro primo Ep registrandolo nel monolocale di Haefeli: esce così il 20 aprile 2011 His young heart, quattro brani in cui la voce melodiosa di Tonra si sposa alla perfezione con le atmosfere musicali rarefatte create dagli strumenti, un dream-folk pieno di personalità che comincia a far drizzare qualche antenna, in primis quelle dell’etichetta Communion Records che nello stesso anno produce il loro secondo Ep, The wild youth. A piccoli passi il trio allarga la sua sfera d’influenza, conquistando prima il pubblico londinese e poi la storica etichetta britannica 4AD, che li mette sotto contratto nel 2012 portandoli al primo disco l’anno seguente. In If you leave la loro musica si fa ancora più eterea, densa di riverberi e sognante: il pubblico apprezza, la critica anche e il sogno musicale di Tonra, Haefeli e Aguilella diventa realtà con un tour di 130 date che li porta fra il 2013 e il 2014 a esibirsi in estremo oriente, negli Stati Uniti (di supporto ai The National) e in Australia.

Il seguito non si fa attendere molto, almeno se si conta sul fatto che i Daughter non smettono di esibirsi dal vivo: Not to disappear esce infatti nell’estate 2016, senza perdere le caratteristiche che li hanno resi famosi ma ampliando la gamma di suoni, a volte anche più sporchi e decisi rispetto a quanto ascoltato in passato (sentite il ritmo indiavolato di No care per farvi un’idea). Neanche il tempo di riposarsi che il 2017 vede di nuovo i tre protagonist* di un’uscita discografica molto particolare: una colonna sonora, ma per un videogioco. Music from Before the storm raccoglie le musiche create dai Daughter per l’omonimo videogioco sviluppato da Deck Nine Games (e seguito dello stupendo Life is strange, già di suo strapieno di azzeccatissime canzoni fra l’indie-pop e l’indie-folk) ed è l’ennesimo simbolo di un’ecletticità che Tonra espande ulteriormente l’anno successivo col suo primo album da solista, Ex:Re, ripubblicato nel 2021 con l’orchestra d’archi 12 Ensemble ed il supporto della compositrice Josephine Stephenson.

Una delle caratteristiche che hanno reso grandi i Daughter sono anche i testi di Tonra, evocativi e sottilmente ambigui: Mothers non fa eccezione, parlando di maternità con immagini diverse da quelle che normalmente vengono utilizzate per descriverla. Alessandro ha tratto dalla canzone un racconto che parla di genitorialità e preoccupazioni, partendo con la fortissima immagine di un padre impegnato nell’acquisto di una pistola: se, come da lezione Checoviana, la pistola che appare è destinata a sparare sta a voi scoprirlo più in basso, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Perché non può funzionare sempre così?, di Alessandro Busi

I’ll stay here, the provider of the constant sting they call love”
Daughter – Mothers

«Ne vorrei una piccola.»

Il commesso annuì, «Basta che faccia il suo mestiere, giusto?»

Mise sul bancone una di quelle che le riviste specializzate chiamano armi da borsetta. «Beretta Pico. È un calibro 9 corto.» Avvicinò lo smartphone per compararne le dimensioni.

«La prendo.»

«Non vuole vederne altre?»

Scosse la testa. «Mi piace, la prendo.»

Il commesso verificò che il nome sul porto d’armi e quello sulla patente coincidessero, che la fotografia raffigurasse una versione passata di quell’uomo. «Et-to-re Manzoni» sillabò mentre trascriveva i dati.

«Sono io.»

«Che cognome importante.»

Ettore alzò le spalle come a dire che ci si abitua; come a evitare di dire: non mi parlare e dammi quella pistola; come a evitare di lasciare lì tutto e scappare via; come a evitare di mettere in moto l’auto, sgommare fuori dal piazzale, dimenticare le aggressioni, fermarsi al McDonald’s, prendere due menù cheeseburger da asporto, arrivare a casa, urlare «Tesoro, ho portato la cena!», lasciarsi baciare, chiedere «Ti piace?», pulirle l’angolo delle labbra dalla maionese, gettare le scatole sporche di formaggio e salse nel secco, ascoltare la voce di sua moglie che ninna loro figlia mentre la allatta, vederle piccole, pensare che la vita deve funzionare così, perché non può funzionare sempre così?

Pagò con la carta e ringraziò per il regalo di una piccola scatola di munizioni.

Prese il sacchetto fra pollice e indice.

«Ce ne hai messo di tempo» disse sua moglie quando lo vide salire in auto. Dietro, la loro bambina dormiva nel seggiolone. «Andiamo? Ho una fame.»

Allungò la mano e si fece consegnare il sacchetto dal marito.

«La porto indietro?» chiese lui.

«Madonna, Ettore. La metti sotto chiave.»

«Sì. Ma…»

«Ma? Alice ha sette mesi: come fa ad aprire l’armadio, prendere la pistola, caricarla e spararsi?»

«Hai ragione. È solo per sicurezza, per noi.»

«Vuoi che facciamo la fine dei…»

«No.»

«Ecco.»

Svoltò a destra alla rotonda. Per strada non c’era nessuno.

Lei aveva preso la pistola, la paragonava con la lunghezza delle sue dita. «Non è incredibile che una cosa così piccola possa toglierti la vita?» Fece un ghigno e se la puntò alla tempia. «Sbeong.»

Piegò il collo e tirò fuori la lingua a penzoloni.

Lui rallentò. «Michela, per favore.»

Lei si liberò dalla cintura di sicurezza e si mise in ginocchio sul sedile, dando la schiena al parabrezza. Allungò le braccia e puntò l’arma dritta verso la testa di loro figlia.

«Amore» disse lui.

Rallentò ancora, fino a fermare l’auto in mezzo alla corsia.

«Michela.»

«Ti immagini?»

Alice sbuffò una bolla di saliva. Michela mosse la schiena come attraversata da un brivido. Ettore mollò il volante, picchiettò il costato di sua moglie, che si rimise a sedere e lasciò cadere la pistola nel sacchetto. Alzò le mani a mo’ di resa, sbuffò, tirò le ginocchia verso il collo.

«Ci fermiamo a prendere due panini?» propose lui.

Un’auto li superò suonando il clacson e mostrando le corna fuori dal finestrino. Risero come non facevano da un bel po’.

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Come il racconto, ma con più traumi: Spiderhead

Qualche anno fa ho frequentato un corso di scrittura creativa alla scuola Belleville di Milano, a conclusione del quale ho presentato un progetto editoriale a un editore e ad un agente letterario. Il mio progetto partiva già con una pecca: era una raccolta di racconti. Per la precisione una raccolta di Storie d’amore andate in merda (questo il nome in codice), che a me sembrava una gran bella idea ma evidentemente a chi ha letto la mia presentazione e la sinossi no. Nel prepararmi a comunicare il mio progetto la editor Cristina Tizian mi suggerì di trovare un secondo filo conduttore da aggiungere a quello dell’amore (finito in merda), perché a quanto pare sono l’unico a cui non frega niente che una raccolta di racconti non presenti legami specifici fra una storia e l’altra, e visto che le mie storie avevano molti spunti surreali e fantascientifici mi suggerì un libro da cui trarre ispirazione: Nel paese della persuasione di George Saunders.

Dalla lettura di quel libro ammetto di essere uscito, a livello puramente editoriale, con la convinzione che se hai la supercazzola pronta puoi convincere la gente di legami inesistenti, perché nel libro di Saunders non ho trovato chissà quale unità (anzi, l’ho apprezzato proprio per questo). Ho scoperto però un autore con una fervida fantasia, la capacità rara di variare tono e stile con efficacia e il gusto per il meltin pot di generi, tutte cose che ho adorato fin da subito. Non ho ritrovato nelle sue altre raccolte lette finora (Pastoralia e Dieci dicembre, nell’ordine precedente e successiva a Nel paese della persuasione) lo stesso equilibrio fra critica sociale, sarcasmo ed empatia, ma qualche sprazzo di quella verve sì: ad esempio nel racconto Fuga dall’aracnotesta, inserito in Dieci dicembre, da cui ho scoperto con una certa sorpresa che è stato tratto un film prodotto da Netflix.

Io non so che gusto abbia Netflix nel confezionare immagini di lancio e locandine in cui gli attori fissano il vuoto, possibilmente da angolazioni diverse, ma il caso ha voluto che ad attirare la mia attenzione fosse il faccione di Chris Hemsworth, un nome abbastanza grosso da alimentare la speranza che questo fosse un progetto più interessante della media (non come la mia raccolta) e pertanto meritevole di un approfondimento. Appena partito il trailer ci ho messo poco a fare due più due, meno del tempo che ci è voluto per veder spuntare il nome di Saunders come ispiratore della sceneggiatura, e a quel punto mi è scattata la curiosità anche se, a leggerne in giro, non sembravo proprio perdermi granché. Ma che ci volete fare, per fortuna un uomo può sognare, e siccome non avevo nient’altro di cui parlare e non volevo saltare l’appuntamento per la seconda settimana ho deciso che guardare il film tratto da un racconto che non sembrava offrire abbastanza spunti per un film poteva essere una buona idea.

Spiderhead mi ha fatto tornare in mente due cose. Una è un film, Ex Machina, una delle pellicole più riuscite degli ultimi anni a tema fantascientifico; l’altra è questo articolo (che forse avevo già citato in precedenza), in cui si parla di come il trauma sia una parte ormai essenziale del background dei personaggi di finzione e di come finisca per appiattirne la caratterizzazione. La pellicola di Joseph Kosinski mette infatti i suoi personaggi in una situazione potenzialmente simile a quella di Ex Machina (pochi personaggi concentrati in una località isolata, un esperimento in corso e il mistero riguardante le vere intenzioni di chi lo ha progettato), ma il confronto è reso impari (anche) da un abuso del trauma.

Qui c’è stato un trauma

La trama vede Jeff (Miles Teller), un detenuto che si è volontariamente iscritto a un progetto sperimentale pur di sottrarsi al carcere, prestarsi come cavia per gli esperimenti di Steve Abnesti (Hemsworth), un loquace e carismatico tecnico di laboratorio che attraverso alcune fiale, inserite in un meccanismo alla base della spina dorsale, influenza le percezioni sensoriali ed emotive delle persone: con una dose di Luvactin™ una persona qualsiasi ti appare la più bella sul pianeta, con il Verbaluce™ ti esprimi in maniera più precisa e raffinata e ci sono altre fiale che stimolano l’appetito, l’ilarità o, al contrario, la tristezza. Il racconto di Saunders stava tutto qui: una situazione ristretta, un esperimento apparentemente bizzarro le cui connotazioni morali e materiali si fanno sempre più complicate e lo strano rapporto fra carcerieri e carcerati che fa alternativamente sorridere e riflettere, fino a quando non si fa inquietante.

«Basta, mi sono rotto», disse Abnesti. «Verlaine? Come si chiama? Quello che do un ordine e lui obbedisce?»

«Docilflex®», disse Verlaine.

«Ce l’ha il Docilflex® nel MobiPak®?», disse Abnesti.

«Il Docilflex® è in ogni MobiPak®», disse Verlaine.

«Deve rispondere “Affermativo”?» disse Abnesti.

«Il Docilflex® è di classe c, quindi…», disse Verlaine.

«Ecco, io mi domando e dico», disse Abnesti. «A che serve un farmaco per l’obbedienza se bisogna chiedergli il permesso di usarlo?»

George Saunders, Fuga dall’Aracnotesta

Come si crea un film da un racconto che al massimo potrebbe dare materiale per una puntata non troppo lunga di Black Mirror? Aggiungendoci cose e, possibilmente, estremizzandole. Così quando su Jeff viene sperimentato il Luvactin™ non si trova più di fronte due ragazze passabili con cui all’improvviso ha voglia di fare sesso (e lo fa) come se avesse di fronte le donne più belle del pianeta, ma una ragazza effettivamente bella e una donna scheletrica più anziana di lui; la struttura dell’Aracnotesta è più delineata e complessa, tanto da permettergli di dividere la sua stanza con Lizzy (Jurnee Smollett), una ragazza arrivata da poco che si delinea chiaramente fin dalle prime scene come il love interest del protagonista (e che nella locandina, senza un senso logico, ha la posa sinuosa della classica femme fatale che non è) e da permettere a noi di vedere gli altri “ospiti” della struttura, utilizzati perlopiù come macchiette comiche; Abnesti (SPOILER) non è più un semplice operatore (cosa che nel racconto si evince chiaramente dal dialogo riportato sopra), bensì il capo del progetto che è oltretutto dipendente dagli stessi prodotti che testa sulle sue cavie; i personaggi vengono caricati di un passato traumatico, usato alla bisogna per spiegare perché agiscono come agiscono, e la trama si concentra più su quello che sull’esperimento in sé le cui implicazioni passano sostanzialmente sotto traccia: succedono cose, muore della gente e fatichi a capire perché e, soprattutto, perché dovrebbe fregartene qualcosa.

Ma ci tengono a specificare la fonte: tutto questo è molto metanarrativo

Ritornando al paragone con Ex Machina, nel film di Alex Garland tutto funzionava perché non spiegava niente di più di ciò che era necessario: il passato dei personaggi rimaneva fuori dal contesto, i loro rapporti erano tutti incentrati sul “qui ed ora” e tutto era collegato a filo strettissimo con l’esperimento alla base della trama. Spiderhead è invece un film confuso, che vira dal comico al thriller senza una direzione precisa, che aumenta sempre di più la dose di traumi con l’avanzare degli eventi (emblematico il caso di Jeff, condannato al carcere per un incidente da ubriaco le cui conseguenze ci vengono svelate in almeno tre distinti flashback sempre più approfonditi) per… Boh, giustificare le azioni di chi le compie? Davvero? Davvero il fatto che (SPOILER) Abnesti sia stato abbandonato a otto anni dal padre presso una famiglia adottiva (dicendogli che lo avrebbe portato al campo estivo) lo giustifica nel creare sostanze con cui vuole avere il controllo sulla mente delle persone? Non ci crede neanche lo sceneggiatore, che infatti liquida quello che poteva essere un dialogo pieno di pathos come scena di intermezzo fra una scazzottata e una fuga.

Non voglio mettere più croci addosso a Spiderhead di quante se ne meriti, perché esiste ben di peggio, ma lo spreco è una cosa che mi fa incazzare. Gli sceneggiatori Rhett Reese e Paul Wernick hanno preso una storia con del potenziale e, nello stiracchiarla per farla stare nella cornice di un’ora e quaranta, hanno deciso di concentrarsi su caratteristiche da pilota automatico invece di espandere le domande insite nella fonte (si può cambiare la natura umana? Dove ci si può spingere per farlo? Ha senso farlo? Potrebbe davvero portare a un mondo migliore?), che rimangono solo abbozzate. Il risultato finale è una discreta performance attoriale (Hemsworth si sarà divertito molto a girarlo), condita un bombardamento di musica fra ogni scena (un trucco per camuffare la sceneggiatura tentennante? Gli esce sicuramente meglio che a Cinquanta sfumature di nero, ma non è che sia un paragone nobilitante) e una trama con colpi di scena perlopiù telefonati a cui non manca un happy ending che, guarda un po’, era assente nel racconto di Saunders: una concessione a quello che Netflix pensa voglia il pubblico (e magari lo vuole veramente), esattamente ciò che le pellicole che vogliono davvero dire qualcosa di memorabile non fanno.

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Racconto in musica 106: Fantasmi di provincia (L’Orso – Baci dalla provincia)

Foto di copertina di Valeria Pierini (http://valeriapierini.it/?page_id=1406)

Avete mai pensato all’obsolescenza tecnologica associata alla fruizione della musica (che frase eh? Si vede che sono un perito elettrotecnico)? Non intendo il fatto che se avete una musicassetta in casa probabilmente non avete nessun mezzo per ascoltarla, ma il fatto che i server su cui vengono caricati i nostri contenuti possano essere cancellati, che i siti (e social network) che siamo abituati ad usare possano un giorno sparire con tutto ciò che abbiamo affidato alla memoria digitale, e magari solo a quella. Questa domanda ha cominciato a circolarmi nel cervello a partire da questo articolo (scoperto con soli tre anni di ritardo), in cui si parla della cancellazione di tutti i contenuti antecedenti il 2019 su MySpace, social ante litteram in cui erano custodite ben cinquanta milioni di canzoni. Cinquanta milioni! Pensate a quante band che nel frattempo si sono sciolte e di cui magari le uniche tracce erano riscontrabili proprio lì, tipo i miei [progetto morosa], la copia degli Offlaga Disco Pax che mettemmo in piedi io e un amico con testi che parlavano di apocalissi, Voltaire, violenza domestica e serial killer giapponesi. In questo blog cerco di parlare prevalentemente di gruppi che sono ancora attivi (e che pertanto potete ancora sovvenzionare per fare in modo che continuino a fare musica), ma un salto nel passato ogni tanto è cosa buona e giusta per tenere traccia della storia della musica indipendente: quindi oggi parliamo di L’Orso, band scioltasi nel 2016 e scelta da Antonio Vangone come musa ispiratrice per il suo racconto.

Antonio l’ho scovato in quel bellissimo luogo che è il multiperso creato da Carlo Sperduti, di cui siamo entrambi assidui frequentatori (qui trovate tutte le sue microfinzioni), rimanendo affascinato dalla sua eclettica fantasia. E proprio con la narrativa brevissima lo vedremo esordire prossimamente con pièdimosca, casa editrice molto interessante di cui vi abbiamo già parlato (e continueremo a parlare molto presto). Classe 1995, Antonio è stato finalista al Premio Raduga nel 2017 e ha sparso i suoi racconti su molte riviste letterarie: potete leggerlo su Split, Firmamento, Pastrengo, Clean, Ammatula, Risme (sul numero 3), COYE (al momento in stato “gatto di Schroedinger”: forza!), Bomarscé e altre. Ricordate: i link sono fatti per essere cliccati, non fate i timidi!

Il progetto L’Orso nasce invece a Ivrea nel 2010 da un’idea di Mattia Barro, che già nell’anno successivo autoproduce il primo Ep L’adolescente, cinque brani costruiti perlopiù sul binomio chitarra-voce (o anche ukulele-voce) che parlano della realtà di provincia, un tema caro a Barro che infatti, già preso sotto l’ala dell’etichetta Garrincha Dischi e unitosi artisticamente a Tommaso Spinelli (basso e voce), chiamerà proprio La provincia il suo secondo Ep, uscito sempre lo stesso anno. È un periodo molto prolifico per L’Orso, che nel biennio 2011-2012 partecipa anche a due compilation di Garrincha (Il cantanovanta, con la cover di Serenata Rap di Jovanotti, e Il calendisco, con la cover di Luglio di Riccardo Del Turco), fa uscire un terzo Ep (La domenica) e approda infine, nel 2013, al primo album omonimo. L’Orso (il disco) si divide equamente fra brani dei precedenti Ep e canzoni nuove, tutti immersi in una cornice indie-pop-folk che passa dall’introspettivo allo sbarazzino, mischiando esperienze personali e riferimenti alla cultura pop (splendida la canzone semi-dedicata a James Van Der Beek con ospiti i Magellano). Parte un tour di svariate date in giro per l’Italia (e qualche puntata anche in Europa), L’Orso si trasforma sempre più in una band con l’ingresso di Gaia D’Arrigo (synth, violino, tastiere e cori) e Giulio Scarano (batteria) e nell’autunno dello stesso anno una riuscita campagna su Musicraiser li porta a suonare con un’orchestra alle spalle al Teatro Oscar di Milano.

Si fermano dopo questa serie inarrestabile di soddisfazioni? Manco per idea! A fine 2013 esce un quarto Ep di outtakes e inediti (Il tempo passa), nei primi mesi del 2014 collaborano con Mecna (ospite in una versione alternativa di Quanto lontano abiti, b-side del singolo Ti augurerei il male) e a febbraio 2015 esce il secondo disco, Ho messo la sveglia per la rivoluzione, cui collaborano nel brano Baader-Meinhof anche i compagni d’etichetta Lo Stato Sociale. Nel frattempo si sono divise le strade con Spinelli e Scarano, sostituiti da Omar Assadi (chitarra e voce), Francesco Paganelli (basso e voce) e Niccolò Bonazzon (batteria), la musica si è fatta più elaborata e più tendente al pop elettronico e qualcosa, fuori dai riflettori, comincia a scricchiolare. Il pubblico se ne accorge solo a cose fatte, quando nel 2016 la band annuncia sui social prima una pausa a tempo indeterminato e poi, qualche mese più tardi, lo scioglimento definitivo, ma Barro rimuginava probabilmente già da un po’ su quel che stava facendo e su quanto aderisse ancora alla sua visione della musica e della vita: “non stavo pensando a chi fosse davvero Mattia”, dirà in seguito, quando dopo tre anni di silenzio tornerà all’attività musicale cambiando completamente. Splendore, il moniker (derivato dal cognome della madre) con cui è conosciuto oggi, è un progetto completamente nuovo per genere musicale (sperimentazione elettronica, condita sempre da un certo retrogusto pop) estetica e narrazione di sé, visto che Barro fa coincidere la svolta di carriera con l’annuncio della sua pansessualità e la rivendicazione di essere un artista bi+. Ci sarebbe molto da dire anche su Splendore e sul collettivo Ivreatronic di cui è parte integrante, e chissà che non lo faremo un giorno…

Baci dalla provincia è una delle prime canzoni de L’Orso, ed è uno dei brani migliori per definire la poetica della band: il racconto di alcuni episodi di vita lungo gli anni, un lui e una lei che si sfiorano fra lavoro, università, concerti e feste con un’unica consapevolezza, “la provincia ci ha uccisi”. Antonio sfrutta questa ambientazione per mostrare il rapporto fra due persone, il bancone di un bar e le scelte fatte nella vita a dividerli, mentre in un’anonima serata si raccontano aneddoti strani ed inquietanti prima di lasciarsi nuovamente. Potete leggere il racconto come al solito subito dopo la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Fantasmi di provincia, di Antonio Vangone

Raccontami la cosa più strana che ti sia mai capitata, gli dice, una sfida negli occhi chiari.

Dal bancone, con la testa pesante e le narici piene d’alcol, la guarda, mente.

Una volta da bambino mi sono perso. Ero in campeggio con i miei genitori dalle parti di Rimini, una sera dopo cena loro stavano assistendo a non ricordo quale spettacolo, cabaret mi pare, comunque sia mi allontanai. Seguivo una luce, tipo, una luce piccola più grande di una lucciola ma non una luce del tipo stai morendo, non la luce in fondo al tunnel, capito no? Sferica, velocissima, pensa un alieno o una fata, oppure uno di quei fulmini globulari di cui parlano tanto su Internet, boh. Dopo un po’ la persi di vista. Ricordo solo la tristezza di non vederla più e che mi ritrovai mano nella mano con una signora anziana, mi sorrise e mi disse ora ti porto da mamma e papà, ma quando arrivammo all’ingresso del campeggio mi salutò. Mi chiamò per nome, ma non ricordo di averle mai detto come mi chiamavo e neppure che i miei genitori fossero lì. Ero piccolo, è vero, a quell’età i ricordi non sono affidabili, però fu stranissimo comunque. Per quanto ci rifletta non so darmi una spiegazione normale.

Silenzio. È bella mentre pulisce attenta un bicchiere, fischia piano.

Bella storia. Ti meriti un premio, ti va un altro gin tonic?

Certo. Però raccontami qualcosa anche tu.

Posso provarci, ma dubito di averne alla tua altezza. Ti ricordi di Giacomo, no?

Purtroppo.

Già. Ai tempi abitava con i genitori in quel palazzone rosa in via Emilia. Una notte prendo l’ascensore, viveva all’undicesimo piano, a me gli ascensori non piacciono di base ma insomma ero obbligata, si ferma ed entra un tizio, completo marrone, abbastanza in là con gli anni e già lì mi cago sotto, erano tipo le tre di notte e questo tizio è un armadio. Non sembra prestarmi attenzione, quindi un po’ mi calmo. A un certo punto però si gira e il suo volto è cambiato, cioè quando è salito mi era parso normale, ora è orribile, non so come descrivertelo, come quello di un demone giapponese, paonazzo, tutto zanne e cattiveria. La sua espressione non la dimenticherò mai, era di rabbia pura, terrificante. Non so come abbia fatto a non urlare… Rimaniamo così fermi per un paio di minuti, poi per fortuna l’ascensore si ferma al secondo piano e lui scende. Poi chiesi a Giacomo se per caso il condominio fosse infestato. Se la rise, mi disse che avrebbe chiesto ai suoi genitori o alla nonna, solo che ovviamente non lo fece mai. Non era il tipo da interessarsi a cose del genere.

Capisco. Che roba, mamma mia.

Sì, eh.

Che fine ha fatto Giacomo?

Boh, ha trovato lavoro a Torino. Ora vive lì, credo. Preferisco non interessarmene troppo.

Fai bene.

Tu?

Io?

Quand’è che riparti?

Ah, martedì.

Ti sei fermato poco, stavolta.

Sì, ho un sacco da fare con gli esami.

Capisco, capisco. Ah, è ora di chiudere. Ti serve un passaggio?

No, grazie mille, non c’è bisogno, faccio due passi.

Va bene.

Attenta ai vecchi demoniaci.

Tu alle strane luci.

Mi raccomando.

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Racconto in musica 105: Questione d’efficienza (White Hills – No will)

Milano, 10 giugno 2017. In quel della Santeria si svolge la seconda edizione di un festival, l’OOOM, che dal nome e dalla line up sembra promettere davvero bene in quanto a esperienza psichedelica… Anche se in realtà io conosco solo uno dei gruppi che suona, sono lì principalmente per loro e, parlandoci, gli confesso che non so mica cosa facciano gli altri. Il chitarrista della band mi dice “tranquillo, dopo ci droghiamo e ci facciamo un bel viaggio”, quindi dopo la loro esibizione… Ci facciamo una canna. Sì, niente LSD o chissà che. Siete delusi? Vi aspettavate un racconto tipo Paura e delirio a Las Vegas? Mi spiace, sarà per la prossima, ma l’esperienza psichedelica c’è comunque.

La crea, già con la sola presenza sul palco, la terza band in cartellone, dopo Valerian Swing e In Zaire e prima dell’esibizione di Paolo Spaccamonti e Föllakzoid. Il batterista, camicia rossa elegante, amplifica il suo colorito cadaverico che, vuoi anche per le dimensioni, lo fa sembrare una specie di Frankenstein agghindato per le grandi occasioni; la bassista sembra uscita da Matrix, fasciata da capo a piedi in abiti di pelle nera aderente; il chitarrista, per rimanere in tema, arriva dritto dritto pure lui da un film degli anni ’90, perché è una copia sputata del lercissimo produttore discografico Philo Gant in Strange days. Quando iniziano a suonare, condendo i suoni acidi dei loro strumenti con riverberi sulle voci (degli ultimi due) e tappeti di synth lisergici (suonati sempre dagli ultimi due), il mio cervello va in corto circuito e se ne innamora seduta stante. La band sul palco in quel momento erano i White Hills.

Probabilmente la band newyorkese formata da Ego Sensation (voce, basso, synth) e Dave W. (voce, chitarra e synth), fondatori e unici membri stabili dal 2003 ad oggi, è una di quelle per cui usare la formula rock psichedelico aiuta a dirimere in fretta la questione su “che genere fanno”? E lo so che vuol dir tutto e vuol dir niente, ma provate ad addentrarvi nella loro sterminata discografia e ci troverete di tutto: elettronica, hard rock, stoner, post-punk, industrial, il tutto spesso ammantato di riverberi ed echi che rimbalzano nelle orecchie fino allo stordimento di ogni capacità intellettiva. Fare una cronistoria della loro carriera è un’impresa, significa sgomitare fra album, Ep, live, split (con GNOD e Heartless fra gli altri), tutti editi dal 2009 dall’etichetta Thrill Jockey, che ogni tanto spuntano fuori come funghi allucinogeni, quindi meglio concentrarsi sulla descrizione che danno di loro stessi su bandcamp:

White Hills are proponents of transformation through sound. The music made by Dave W. and Ego Sensation is risky and cutting edge, while being hyper-conscious of society’s constant desire for a new and better drug.

Il desiderio di una “nuova e migliore droga” doveva essere presente anche nel regista Jim Jarmusch, che dopo averli scoperti live li ha voluti a tutti i costi all’interno della sua personalissima rilettura del vampirismo Only lovers left alive, nel 2012, immortalandoli live mentre eseguono la canzone Under skin or by name. Ipnotici, selvaggi, Dave W. e Ego Sensation dal vivo rilasciano la stessa carica sensuale e prorompente che emerge nel film (che vi consiglio) e che mi ha portato a godermeli dal vivo ancora nel 2019, grazie al Circolo Gagarin di Busto Arsizio, dove anche in duo e con Ego Sensation costretta dietro la batteria (e col basso registrato) hanno comunque dimostrato di essere una furia che si sfoga in ogni direzione consentita, basta che ti lasci alla fine l’impressione di una bella botta.

No will è la traccia che apre Walks for motorists, album del 2015 che rimane fra i miei preferiti. Il ritmo incalzante, il titolo (più che il testo) e lo sfogo finale mi hanno fato immaginare una storia ambientata principalmente in un ufficio dove si svolge un lavoro non ben definito, con una figura sfuggente la cui mancanza di volontà sembra occultarla alla memoria e improvvise sparizioni a fare da contorno: la trovate come al solito dopo il brano che l’ha ispirata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Questione d’efficienza

Facci caso. Sta sempre a qualche sedile di distanza dal tuo, sulla metropolitana, ma se ti giri anche solo per un attimo fatichi a ricordarne il volto. Si può essere completamente anonimi? Sì.

Lavora nel tuo stesso ufficio, te ne sei accorto solo dopo qualche mese. Sta lì davanti allo schermo del computer come in attesa di una rivelazione, le mani che si muovono lente sulla tastiera. Chiedi, durante una pausa caffè, se la risorsa allocata alla postazione 118 è produttiva. Chi?, ti chiedono. Nessuno, rispondi, e parli d’altro.

Sapere che esiste a volte ti innervosisce. Come si fa ad andare avanti per inerzia? Sgobbate tutti per un avanzamento di carriera, una casa più grande, una macchina più veloce. Tutti. Passare accanto alla postazione 118 è come trovarsi vicino a un’idrovora che assorbe la volontà: pochi secondi e non sei più sicuro di quello che vuoi ottenere dalla vita. Vorresti parlarne davanti al gin tonic del venerdì in ufficio, alle nove di sera, ma te ne scordi. Non era importante.

Siete efficienti, ma non abbastanza. Dall’alto arriva un richiamo generico: qualcuno non produce come dovrebbe. Vi guardate con facce stupite, sorridi dentro perché sai che non si parla di te. Sei una risorsa essenziale, non come 217 o 72, vecchie, fuori mercato: sacrificabili. Poi passi davanti alla postazione 118 e ti ricordi chi è l’anello debole: eppure resiste. Cosa fa tutto il tempo? Cosa non fa? Forse bisognerebbe non fare per ottenere una promozione? Sei qui da quasi due anni, avrebbero già dovuto accorgersi di te, il panico ti stringe la gola ma sulla scrivania c’è un nuovo documento da analizzare e torni efficiente, risoluto. A cosa stavi pensando poco fa?

97 non c’è più. Avresti pensato a tutti, ma non a 97. Anche per il resto dell’ufficio è così, lo percepisci. Le chiacchiere alla macchinetta del caffè sono meno spontanee, più veloci: hanno tutti fretta di tornare al lavoro. Pensi che forse lo hanno promosso, dev’essere così.

No, dice una voce vicino a te.

118. Sta lì con una postura gobba che ti sembra stranamente familiare, le mani immobili sul tastierino numerico. La sua massima concentrazione confina con la noia. Non può aver parlato, sarebbe uno sforzo troppo grande.

Una sera a casa ti accorgi di una figura fuori dalla finestra. La guardi, ti sembra di conoscerla. Sorride. Sbatti le palpebre, ti volti e torni in cucina. Cosa mangerai stasera?

42. 237. 69. Manca sempre più gente in ufficio. Evitate di parlarne, vi scambiate falsi sorrisi di circostanza. Per distrarti pensi a una macchina veloce, un giardino con piscina.

Arrivi il lunedì e le postazioni sono deserte, gli schermi spenti, nessuno che batte sulle tastiere. Percorri i corridoi tre volte prima di accorgerti che non sei solo.

118 ti aspetta. Fa segno con la mano di avvicinarti, questa volta non puoi fare a meno di prestare attenzione. Sullo schermo c’è un numero, lo riconosci. È il tuo.

E 118, con calma, come se l’operazione fosse troppo noiosa per metterci impegno, schiaccia il tasto delete.

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Sull’arte del fare quel cazzo che ti pare: Requiem dei Verdena

Se fossi un giornalista serio questo articolo inizierebbe con un disamina su ciò che funzionava nel 2007, un’analisi attenta sulle mode musicali e su ciò che c’è stato prima: e invece no. Non che io non prenda seriamente quello che scrivo, ma la mia memoria ha parecchi buchi e se si parla di datare un disco buonanotte, figuriamoci ricordarmi cosa ascoltavo in un dato anno o, ancora peggio, pensare a cosa andava per la maggiore: vi posso cantare a memoria tutte le canzoni di Dall’impero delle tenebre de Il Teatro Degli Orrori, ma l’informazione che è uscito nell’aprile 2007 non so per quanto resisterà nella mia mente, ed è un album che ho adorato. Era il momento del noise? Boh. So solo che, facendo qualche rapida ricerca, la classifica degli album più venduti in Italia fa venire una tristezza infinita.

Primo posto? Davvero? Ma io torno ad ascoltarmi i Plasma Expander piuttosto

Non ricordando ciò che è venuto prima e ciò che c’era in quel momento (e, se proprio vogliamo, manco ciò che è venuto dopo, ma scartabellando fra i miei dischi ho scoperto che nel 2008 era uscito l’omonimo esordio dei Fake-P, uno dei gruppi italiani più sottovalutati della storia e che vi consiglio di recuperare in qualche maniera) è utopico pensare che io sappia entrare nella testa dei Verdena per capire cosa li ha portati a concepire Requiem, ma di certo il quarto album della band bergamasca è stato una bella sorpresona per tutti. Che Alberto Ferrari, Roberta Sammarelli e Luca Ferrari non si fossero accontentati dell’etichetta di “Nirvana italiani” era già chiaro da Solo un grade sasso, ma ascoltando i primi tre album si percepiscono, a livello di suoni e atmosfere, più similitudini che differenze: un certo gusto per le melodie malinconiche e disagianti, arrangiamenti che spesso privilegiano la ripetizione di determinati riff, il tutto espresso con più fantasia col passare degli anni. Requiem cambia tutto, pur non disconoscendo quanto fatto fino a quel momento.

Lo si evince già dal primo singolo estratto, Muori delay, che pure non è per niente la traccia più rappresentativa. Breve rispetto alla durata media degli altri brani del disco, presa bene rispetto ai loro soliti standard, la canzone che fa da apripista all’album fa già capire che le sonorità sono più grosse e grezze, che Alberto ha voglia di sperimentare con la voce e che gli arrangiamenti si preannunciano più elaborati: in neanche tre minuti infilano un riffettino hard rock che ti si appiccica addosso, un ritornello stoner con un effetto tellurico che aumenta col passare dei secondi e un assolo dai toni vagamente psichedelici. Tre cose distinte che messe insieme funzionano parecchio, e capiterà spesso che le associazioni nei brani siano tutt’altro che scontate.

Tralasciando Marti in the sky, introduzione sui generis che se non altro testimonia della voglia di giocare (e in parte inquietare, con quelle voci che si affastellano sul finale), Don Calisto è il punto in cui si capisce quanto il suono dei Verdena è cambiato. Ed è la traccia numero due. È tutto più sporco, grezzo ma in maniera personale, la voce tirata indietro rispetto agli strumenti e più sguaiata, l’arrangiamento semplice e dritto è l’unico elemento che fa sentire un po’ a casa ma l’energia che si respira è diversa, più libera e selvaggia, come se la band si fosse liberata di qualche freno inibitorio che ancora inconsciamente resisteva. Non prendere l’acme, Eugenio non rappresenta il punto più lisergico del disco, ma arrivati qui abbiamo già la certificazione che i Verdena hanno deciso di fare il cazzo che gli pare e di fregarsene di qualsiasi discorso riguardante la vendibilità della loro musica.

La traccia numero tre di Requiem è un continuo ritorcimento su sé stesso degli stessi elementi che suonano sempre nuovi, alza e abbassa il livello della tensione emotiva con istinto più che calcolo, sembra già esplodere tutto al minuto 2:32 e invece torna con naturalezza al riff iniziale, prosegue incantando per un altro minuto abbondante e poi diventa un macigno grosso e lento il cui unico scopo è frantumarti le orecchie col suo incedere, un destino che ti avevano già suggerito ma che stupisce comunque dispiegandosi in tutta la sua potenza. Sei minuti di magnificenza che passano veloci come un lampo e che allo stesso tempo sembrano durare un’eternità, un’eternità che a livello discografico è rappresentata da canzoni come Il Gulliver e Sotto prescrizione del dott. Huxley, più di dieci minuti di durata a testa. Lo avevo già detto che con questo disco il trio ha deciso di fare il cazzo che gli pare?

Sono i dettagli a fare grande un disco, le cose che ti lasci alle spalle con noncuranza inanellando subito dopo qualcosa che non ti fa rimpiangere quell’abbandono. Come quando parte Isacco nucleare e ti dispiace che il riff granitico con cui inizia venga abbandonato dopo cinque secondi, ma tanto dopo hanno modo di sballottarti il cervello nel cranio con tanta irruenza che dici va be’ amen, chi ci pensa più dopo che le urla nel ritornello si fanno strumento e ti mettono dentro ansia e voglia di pogare contro le pareti, e invece il finale è tutto per quel riff che ti avevano fatto subodorare all’inizio. Come quando Il caos strisciante gioca a riproporre stilemi più conosciuti, malinconia e distorsioni più accomodanti, alternandoli a momenti in cui parte per la tangente e si insinua malevola come le creature di Lovecraft infettavano gli incubi dei malaugurati che ci avevano a che fare. Come quando Angie, la traccia più radiofonica (non a caso scelta come secondo singolo) insieme a Trovami un modo semplice per uscirne, abbandona la placida tristezza in cui si è crogiolata per sprofondare nel finale in un’inquietudine sottile, fatta di frammenti sconnessi di frasi e di vagheggiamenti elettronici che si chiudono di botto, lasciandoti confuso. Come quando (e poi la smetto) Canos butta nel calderone suggestioni folk, psichedelia e un’atmosfera al contempo sensuale e oppressiva.

L’inquietudine, Alberto Ferrai 2007

I membri della band hanno spiegato che, diversamente dai precedenti dischi in cui le cose più sperimentali venivano lasciate da parte per poi trovare spazio negli Ep, qui le lunghe jam in sala prove hanno avuto un’importanza fondamentale per la costruzione dei brani. È un modo di lavorare che risulta evidente nelle due lunghissime canzoni citate prima, talmente dense di spunti da meritare un articolo a parte (e contate che già questo articolo nasce come costola di un discorso più generale, per cui non esageriamo). Il Gulliver piazza dentro di tutto, si apre con una melodia bella ariosa che quando viene ripresa, dopo un terremoto di frequenze basse, ti stupisce per quanto due cose apparentemente agli antipodi possano funzionare insieme, poi quando ti aspetteresti la fine parte in gita nel deserto con i Kyuss di Spaceship landing e poi muta ancora e ancora, fra saliscendi emozionali e almeno uno stop & go che ti lascia col cuore sospeso; Sotto prescrizione del dott. Huxley ha invece una progressione più ordinata, e nel finale si apre a una psichedelia più orientaleggiante (o, se vogliamo, a ciò che in occidente è stato influenzato dall’oriente), chiudendosi con un coro di voci al contrario che sono state registrate mentre una processione passava fuori dalla loro Henhouse, lo studio di registrazione ricavato da un pollaio che è da anni la loro casa base: diversamente da Tuco ne Il buono, il brutto e il cattivo, in questo caso anche Dio era dalla loro parte.

Verticalità allucinate

Che dire di più? Insomma, azzeccano pure i video: la gioia nonsense di Muori delay a base di nuoto sincronizzato e impiegati tuffatori; la lenta deriva sensual-horror di Angie, con la band che fa le veci dell’orchestrina su un battello retrò (gli sguardi fra l’allucinato e il perverso che fa Alberto negli attimi finali mi fanno pensare che qualcuno dovrebbe dargli una parte in un film); l’appuntamento a gravità zero di Canos, che a livello estetico mi ricorda alcune parti di Under the skin (ma con sette anni di anticipo); l’allucinata verticalità di Isacco nucleare, nata all’interno di un contest con cui i Verdena hanno coinvolto direttamente i fan. Requeim è un disco che, a quindici anni di distanza, non ha perso niente del suo fascino, della sua bizzarria, della sua estrema libertà: ti vien da dare il merito alla fantasia percussiva di Luca, ma poi ti accorgi di quanto sono cambiati i suoni della chitarra di Alberto e quanto è versatile la sua voce (sui testi non mi esprimo, non è che li abbia mai capiti ma posso esprimere un roboante chissenefrega se qualcuno mi tocca nel profondo cantando del fatto che “non cresce più poesia”. Però mi chiedo: perché un hare krishna non dovrebbe prendere l’acme?) e finisci per ricordarti che senza il basso granitico di Roberta tutto questo non suonerebbe così grosso, così stoner. Se ho una speranza per il nuovo disco, annunciato qualche giorno fa, è che vada dove gli pare ma con l’effetto spiazzante che, ancora oggi, Requiem mi lascia ad ogni ascolto.

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Racconto in musica 104: Luna (Verdena – Luna)

C’è un momento per tutto, anche per affrontare gli argomenti controversi. Che controverso, per Tremila Battute, significa addentrarsi in quella zona d’ombra dove indipendente si confonde pesantemente con commerciale, dove le major ci mettono lo zampone e l’innocenza dell’arte fatta per sé stessa sembra perdersi. Me lo sono pianificato, il momento in cui parlare dei Verdena, nominandoli di sfuggita settimana scorsa come il gruppo a cui A. A. Bondy fregò il nome, ma non mi aspettavo che per una volta sarei stato perfettamente sul pezzo, azzeccando la settimana in cui la band bergamasca ha finalmente annunciato l’arrivo di un nuovo disco.

Questo momento non sarebbe però arrivato senza il racconto di uno degli habitué di queste pagine, Alex Roggero, che arriva alla terza presenza e conquista la vetta della classifica in coabitazione con Stefano Tarquini e Alessio Barettini. Alex è fresco fresco di uscita del suo primo romanzo, Non farlo, edito da Ortica Editrice: un libro dal ritmo frenetico, intriso di citazioni pop, con una trama che continua a spiazzare il lettore prendendo svolte inaspettate, portando il protagonista a vagare per il mondo alla ricerca di un senso per la propria vita che sembra sempre più difficile da trovare. Lo trovate qui, e non vi pentirete dell’acquisto.

I Verdena, quindi. Una band da sempre associata al rock alternativo, alla musica fuori dai canoni consueti, eppure fin dal primo disco legata a doppio filo con la Universal (o meglio con la sua sussidiaria Black Out, fondata nel 1992 da Giuseppe Galimberti con l’ambizione di farne una label indipendente per gestione e scelte ma sfruttando i budget delle grosse produzioni: mica male come equilibrismo). I fratelli Alberto (voce, chitarra, pianoforte, tastiera e basso) e Luca Ferrari (batteria, percussioni, synth e tastiere) non immaginano probabilmente quell’approdo quando iniziano a far musica nel 1992, in una sala prove ricavata all’interno di un pollaio, né quando formano la band inizialmente chiamata Verbena nel 1995, nome cambiato per i motivi già esplicati. Dopo aver cambiato alcuni bassisti (fra cui vale la pena di ricordare Maurizio Brazzoduro, che suona sulla primo demo e ad oggi unico parto musicale in inglese della band, Froll sound) il trio si stabilizza con l’ingresso di Roberta Sammarelli (basso, tastiere e cori): incidono un’altra demo, compaiono in una delle mitiche compilation Soniche avventure della Fridge Records (negli anni ci passarono anche i Wolfango, ovvero una parte del mio cuore), attirano l’attenzione di un po’ di etichette indipendenti ma alla fine Luca Fanticone riesce a portarli alla Black Out, dando inizio alla storia che li proietta, solo fino a un certo punto, fuori dal pollaio di Albino.

Esiste un prima e un dopo, secondo me, nella carriera dei Verdena. Il prima è ciò che accade dal 1999 al 2007, gli anni in cui il trio viene etichettato piuttosto velocemente come “i Nirvana italiani” e cerca faticosamente di affrancarsene invece di cavalcare l’onda. D’altronde ascoltando Verdena (prodotto da Giorgio Canali, un altro pezzo del mio cuore), il disco d’esordio, ti viene da pensare proprio a quello: pezzi semplici e tirati, un certo disagio di fondo, la struttura verse-chorus-verse che Cobain stesso prese in giro con una certa autoironia in una b-side, testi stralunati che un mio amico odiava a morte (me lo ricordo che dice “ma cosa cazzo vuol dire Stenuo?)… Ma il tutto funziona. Verdena me lo sono ascoltato allo stremo, sapevo a memoria le canzoni, sarei anche voluto andarli a vedere ma trovai il Circolone di Legnano pieno per la loro data (mi capitò anche coi Matrioska, ma le due band non hanno fatto proprio la stessa carriera). Due anni dopo, con la produzione di Manuel Agnelli (e la collaborazione di vari Afterhours all’interno del disco), esce Solo un grande sasso e già quella semplicità che caratterizzava l’esordio muta sensibilmente: brani mediamente più lunghi, stratificati, la prova che il trio ha una forte personalità e non ha intenzione di essere una meteora. Il suicidio dei samurai (primo album registrato integralmente all’Henhouse, ovvero il pollaio delle origini riconvertito in studio di registrazione, che negli anni diverrà meta di pellegrinaggio per molti artisti indipendenti) nel 2003 consolida questa impressione ma si comincia anche a intravedere altro, una furia sin lì un po’ trattenuta che esplode impetuosa in Elefante e si insinua fra le pieghe di Balanite. Fra un album e l’altro esce anche una galassia di Ep che espandono ulteriormente il mondo musicale del trio, ma fino a quel punto i Verdena mi sembrano (vado a ricordo mio, per cui sicuramente fallace) una band a metà del guado: nella memoria collettiva sono ancora quelli di Valvonauta, e non hanno ancora creato qualcosa che riesca a farli percepire come una delle avanguardie più importanti in Italia.

Il dopo è ciò che succede dal 2011 ad oggi, quando i Verdena hanno fatto quel salto che fa coniugare al loro nome la qualità con la Q maisucola, qualunque cosa facciano. E loro non hanno la minima intenzione di non sfruttare quel momento per fare il cazzo che gli pare. Wow è l’apoteosi di questo concetto, un doppio album di ventisette canzoni talmente pieno di roba da darti le vertigini, talmente pieno di idee che è impossibile non trovare qualcosa di cui innamorarsi (ma anche di cui rimanere deluso eh, e ci sta): esce dopo quattro anni di silenzio e certifica che i Verdena sono una di quelle band che ormai vende perché sì, perché magari va di moda ma alle mode non si piega, al massimo le crea (e certi suoni di Wow secondo me hanno creato danni, ma nella loro opera funzionano eccome), che si può permettere come primo singolo una canzone come Razzi, arpia, inferno e fiamme che è spiazzante e non ti dà nessuna coordinata chiara per capire ciò che troverai all’interno dei due dischi… Anche perché una coordinata fatichi a trovarla anche dopo l’ascolto. Passano di nuovi quattro anni e ti puoi aspettare che si siedano sugli allori, come tante band arrivate che ora piazzano la commercialata perché tanto ormai non hanno niente da dimostrare: loro buttano fuori un altro doppio disco, fatto uscire in momenti separati (Endkadenz vol.1 il 27 gennaio 2015, Endkadenz vol.2 il 28 agosto dello stesso anno), selezionando un turnista per il tour (Giuseppe Chiara) con un annuncio sotto pseudonimo su Villaggio Musicale come una band qualsiasi e io, che pure trovo meno vari e coinvolgenti questi due dischi, non posso che continuare ad adorare il loro essere completamente fuori dagli schemi. Nel 2016 giocano con Iosonouncane a coverizzarsi a vicenda con uno split Ep, poi spariscono dalle scene per un periodo enorme per il mercato discografico: sette anni di silenzio (durante i quali non sono rimasti comunque inattivi, partecipando a progetti come Dunk, I hate my village e Animatronic), interrotto a gennaio 2022 dall’uscita della colonna sonora che realizzano per America Latina dei Fratelli D’Innocenzo e, qualche giorno fa, dall’annuncio di un nuovo disco che siamo pronti ad accogliere a orecchie aperte.

Ah, fra il prima e il dopo nel 2007 ci sta Requiem, ma riascoltandolo lo ritengo uno di quegli album talmente clamorosi che facciamo che ve ne parlo con calma giovedì o venerdì in un articolo a parte, se no qui facciamo notte.

Non vorrei poi adombrare ulteriormente il racconto di Alex ispirato a Luna, il primo singolo estratto da Il suicidio dei samurai. La luna evocata dai Verdena diventa per il protagonista della storia uno dei pochi punti fermi nella propria vita, che conosciamo attraverso momenti disconnessi che testimoniano del suo rapporto complicato col tempo e la memoria: potete addentrarvi nella sua mente subito dopo aver ascoltato il brano da cui è ispirato, qui sotto, mentre a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Luna, di Alex Roggero

Nelle notti di luna piena succedono sempre cose strane. Io, ad esempio, il mese scorso ho piantato un seme di avocado. Ora è alto tre metri.

Ultimamente non sono più sicuro che quello che mi succede sia davvero reale. Mi sembra sempre che manchi qualcosa.

Tutti mi chiedono costantemente come sto, ma a me sembra di stare benissimo. Mi sono disegnato una buffa faccina sorridente sul petto, mi fa stare bene guardarla ogni mattina allo specchio mentre mi lavo.

Ieri ho passato il pomeriggio con tutti i miei amici. Sono finalmente venuti a trovarmi, non li vedevo da mesi. Abbiamo mangiato una pizza, ascoltato un po’ di musica. Ero felice.

Il tempo sta scorrendo in modo davvero strano. È instabile, come se tutto crollasse su sé stesso. Penso sia colpa della luna.

Ogni mattina mi taglio i capelli.

Ho visto un gatto ieri pomeriggio nella mia stanza, non so proprio come ci sia finito qui dentro. Sembrava conoscermi.

Tutto invecchia troppo velocemente, non riesco a starci dietro. In frigo quello che voglio mangiare è sempre già marcio quando decido di mangiarlo.

So che qualcosa non sta andando come dovrebbe.

Un tizio qualche giorno fa mi ha detto che sono simpatico. Era molto anziano ma indossava una maglietta davvero buffa. Mi piacciono le persone come lui.

Quando chiudo gli occhi mi sembra di poter vedere lo scorrere del tempo. Va velocissimo e gira su sé stesso come se fossi seduto su una giostra di un luna park.

Penso di essere una brava persona, perché allora sono sempre così solo?

I miei genitori sono ancora in viaggio, ma mi hanno scritto che torneranno a trovarmi tra qualche giorno. Non vedo l’ora di rivederli, mi mancano davvero tanto.

Quando penso al futuro mi sento bene, voglio viaggiare anche io in tutto il mondo.

C’è un libro sul mio comodino, ma non l’ho comprato io. Succede spesso che qualcuno dimentichi cose sul mio comodino, nessuno sa però mai dirmi di chi sono, così alla fine le tengo tutte io.

Negli ultimi tempi ho la sensazione che le mie mani siano malate, penso sia dovuto a qualche forma di allergia. La pelle è sempre più dura, ruvida e rugosa. Quando tocco le pagine di un libro ho una strana sensazione, quasi di fastidio. Dovrei usare qualche crema forse.

Va tutto troppo in fretta, mi perdo dentro le giornate, non so come faccia la gente a restare concentrata sulle cose pratiche quando tutto scorre così velocemente. Per fortuna c’è la luna. La vedo crescere e riempirsi di luce. Guardando la luna riesco a percepire il tempo.

So che sto invecchiando, ho visto troppe lune crescere e scomparire ormai. Chissà quanti anni ho ora, chissà quante cose sono successe che non ricordo. Magari ho anche dei figli.

Non so cosa succederà domani, niente conta in fondo. Probabilmente dimenticherò nuovamente tutto.

L’unica cosa che posso fare ora, è ringraziare la luna.

Illumina, annulla le paure, o luna. Nulla è uguale.

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Fantascienza e antropocentrismo: la terza stagione di Love, Death & Robots

La mia memoria storica fa abbastanza schifo (spero di non diventare, da anziano, uno di quelli che dice “erano meglio i politici di una volta!”), ma ricordo che quando, nel 2019, uscì la prima stagione di Love, Death & Robots la serie antologica di Netflix venne lanciata in pompa magna. Fece parlare tanto di sé, anche per questioni poco chiare riguardo all’algoritmo di riproduzione casuale degli episodi (si pensò che il sistema basava l’ordine sulle preferenze sessuali degli utenti, fatto smentito dall’azienda che, a ogni buon contro, già con la stagione due evitò di riproporre l’idea), ma soprattutto perché doveva essere una ventata d’aria fresca nel mondo dell’animazione. Lo è stata? Boh.

Se parliamo di yogurt, la risposta è sì

Magari sono un eterno insoddisfatto, ma mi aspettavo decisamente di più dalla serie creata, fra gli altri, da David Fincher e Tim Miller, perché al netto di qualche episodio che punta sulla simpatia e qualcuno che tira fuori idee niente male (su tutti Il dominio dello yogurt, ma meritano una menzione anche La testimone e Zima Blue) una fetta molto consistente delle storie puntava su testosterone, battaglie e conquiste… E ok che la parole Death nel titolo avrebbe dovuto farmi subodorare qualcosa, ma di modi originali per morire se ne possono inventare un sacco. Se parlando di animazione il livello è piuttosto alto, insomma, quando si passa sul fronte narrativo la soddisfazione cala sensibilmente, e questo nonostante siano stati adattati racconti di scrittori anche piuttosto quotati come Joe R. Lansdale. La seconda stagione, uscita nel 2021, riduceva la quantità a soli otto episodi invece dei diciotto della prima, abbassando la media sanguinolenta della serie ma senza riuscire a infilare nessuna chicca: i migliori risultano quelli che fanno ridere di più, ovvero Servizio clienti automatico ed Era la notte prima di Natale, ma la malinconica storia de Il gigante affogato (tratto da un racconto del maestro J. G. Ballard) rappresenta un imperfetto tentativo di spingersi un po’ oltre e provare a far pensare un po’ di più lo spettatore. Perché in fondo è questo che speravo facesse Love, Death & Robots: che mi desse storie con cui interrogarmi, sulla scia di una certa fantascienza che soprattutto negli settanta (con romanzi capolavoro come Solaris di Stanislaw Lem o Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij) riusciva a guardare allo spazio non come una frontiera da conquistare ma come un luogo da cui imparare ad andare oltre, magari anche oltre il concetto di umano.

All’uscita della terza stagione (che mi pare aver avuto meno battage pubblicitario, ma potrebbe essere solo un’impressione) mi sono quindi approcciato alla visione con questa speranza, continuando ad ignorare che la serie è stata partorita come “progetto parallelo” ad un mai concretizzatosi sequel del film d’animazione del 1981 Heavy Metal, ovvero non esattamente la cosa più profonda mai partorita. Sono rimasto soddisfatto stavolta?

Io che spero nel superamento dell’antropocentrismo narrativo

La risposta è, ancora una volta, sì e no. Sì perché c’è almeno un episodio che vale l’intera stagione, Jibaro (scritto e diretto dallo stesso Alberto Mielgo che aveva già griffato La testimone), che a livello di ritmo, estetica e originalità narrativa riesce a rendere estremamente coinvolgente la vicenda di una sorta di sirena sudamericana e dei conquistadores da lei irretiti; sì perché ho trovato le svolte di trama di Un brutto viaggio (diretto da Fincher con una computer grafica che mi ha ricordato quel gran pezzo di videogioco che risponde al nome di Dishonored), una sorta di problema del carrello ferroviario che coinvolge l’equipaggio di un vascello e un enorme crostaceo che vuole un passaggio per un’isola da trasformare in buffet, fresche e non scontate; sì perché è impossibile non intenerirsi di fronte all’apocalisse zombie di La notte dei minimorti, isterica e pucciosissima deriva in flash forward della classica resurrezione dei morti a cui siamo abituati (con tanto di scopata in territorio consacrato a fare da causa scatenante). No, invece, per almeno un paio di motivi.

Uno è la continua mancanza di veri spunti di approfondimento. Se non potevo aspettarmela da Morte allo squadrone della morte, battaglia a colpi di humor da action anni ’80 fra un gruppo di soldati e un orso cyberpunk, dalla missione di liberazione ostaggi in territorio ostile che finisce per trovare (SPOILER) un parente di Chtulu imprigionato sottoterra in Sepolti in sale a volta o dalla quota simpatia, rappresentata in questo caso da un Mason e i ratti che porta nel futuro l’annoso problema delle infestazioni di roditori nelle fattorie, ben altro sembravano promettere La pulsazione della macchina e Sciame.

La pulsazione della macchina vede due astronaute, Kiverson e Burton, finire vittime di un incidente durante l’esplorazione di Io, una delle lune di Giove: solo la prima sopravvive ed è costretta a trascinare il cadavere della seconda per rifornirsi di ossigeno, nel disperato tentativo di arrivare al punto in cui potrà mettersi in contatto col comando della missione. Le ferite riportate la costringono ad assumere prima della morfina e poi dell’anfetamina, per lenire il dolore e per aumentare la resistenza, ma quando il satellite comincia a parlarle attraverso il cadavere della collega per Kiverson è difficile capire se il tutto è frutto di un’allucinazione o meno. Lisergico nella messa in scena, inutilmente sboccato nei dialoghi/monologhi, l’episodio pone effettivamente domande simili a quelle del già citato Solaris, ma quando (SPOILER) Kiverson scopre che Io è in realtà un’enorme macchina non può fare a meno di chiederle qual è il suo scopo, il che mi ha un po’ mortificato perché riduce tutto alla necessità di una funzione… E infatti Io risponde che la sua missione è conoscere Kiverson, il che fa molto circolarità ma anche “volemose bene”, e poi si chiude tutto lì con una certa frettolosità che non manca di affliggere parecchi episodi. Chissà se anche il racconto di Michael Swanwick, che gli valse nel 1999 il Premio Hugo per il miglior racconto breve, aveva lo stesso finale.

Ma se La pulsazione della macchina riesce comunque a mettere da parte l’antropocentrismo per la maggior parte della sua durata, Sciame (adattato dal racconto di un altro calibro da novanta, Bruce Sterling) sembra poterlo superare agilmente e invece si schianta in vista del traguardo in maniera più fragorosa. Raggiunta dal dottor Simon Afriel, la ricercatrice Galina Mirny illustra al nuovo arrivato l’ecosistema dello Sciame, una colonia aliena in cui varie razze coabitano in armonia. Ovviamente l’avidità degli esseri umani causerà un patatrac, ma l’ecosistema troverà il modo di ribaltare la situazione a suo favore: nel finale (ALTRO SPOILER) a Simon viene lasciata la scelta di fungere da “riproduttore libero” (Galina è già stata assorbita da nuove entità sviluppatesi come elemento di difesa), per creare una razza ibrida che possa fungere da protezione alla probabile invasione umana, oppure essere assorbito, e lui accetta di rimanere indipendente sfidando l’entità che gli parla attraverso Galina con frasi di una retorica senza senso come “noi non diventeremo parassiti, gli umani sono diversi”. Già, peccato che lui è andato lì proprio con l’intenzione di sfruttare per fini economici (lavoratori che non si lamentano! Il capitalismo perfetto!) le scoperte di Galina! Ma in fondo l’uomo da certe dinamiche non riesce proprio a uscire, come ci suggeriscono in maniera sottile i creatori della serie…

Siamo qui per guardare il peggio degli esseri umani

Il secondo grande difetto della terza stagione di Love, Death & Robots è proprio quello di guardare spesso all’umanità in maniera cinica e sarcastica. Le dinamiche fra i membri dell’equipaggio in Un brutto viaggio non spandono ottimismo sulla collaborazione reciproca e l’empatia, i motivi che spingono l’umanità ad entrare in contatto con lo Sciame sono capitalismo allo stato puro, ma niente è più mortifero dell’analisi compiuta dagli androidi in gita su una terra post-apocalittica in Tre robot: strategie d’uscita. Seguito di un episodio della prima stagione, scritto come il precedente da John Scalzi (uno degli autori più presenti: anche Il dominio dello yogurt è frutto della sua mente), Strategie d’uscita mette in scena un tour per le ultime comunità in cui l’umanità si è rifugiata nel tentativo di sopravvivere all’apocalisse climatica, fra survivalisti, magnati informatici e politici edonisti. I commenti dei tre androidi mettono alla berlina i comportamenti autodistruttivi che già ben conosciamo, con un tono di insopportabile superiorità che non penso convincerà nessuno ad adottare uno stile di vita più sostenibile, portandolo al massimo a pensare “guarda quanto facciamo schifo” prima di andare a fare la spesa all’Esselunga invece di servirsi, che so, degli Alveari di quartiere (escludendo il commento sul nostro fare schifo quello sopra sono io, parlo molto di sociale ma poi i miei grossi difetti è bene che si sappiano). Alla fine si torna sempre lì, all’antropocentrismo: lo diceva già George Carlin quarant’anni fa, con tutti gli enormi difetti che può avere un discorso ambientale fatto allora, che alla fin fine noi stiamo cercando di preservare il nostro habitat e che ciò che la Terra vuole difficilmente riusciremo a comprenderlo (Marte è deserto, ma anche quello è stato creato dalla natura), ma ci piace considerarci elementi esterni, parassiti, virus, per poi sfoggiare improvviso orgoglio e tornare a mortificarci subito dopo. Forse il miglior commento alla nostra supposta importanza nell’economia dell’Universo è la piccola scoreggia che fa il nostro pianeta esplodendo, nel finale di La notte dei minimorti, se non sapesse anche quello un po’ di mortificazione autoassolutoria (e con queste due parole in fila sono pronto per il Pulitzer dei poveri.

Quindi la prossima stagione non la guarderò? Andiamo, sono un essere umano, sono vittima della coazione a ripetere (questa frase invece volevo giocarmela a un cocktail party) sempre gli stessi errori: la sto già aspettando al varco, con l’incrollabile speranza che riesca a parlarmi di speranza… Ma forse sto guardando dalla parte sbagliata, meglio che mi vada a rivedere Arrival.

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Racconto in musica 103: L’elenco dei rimpianti (A. A. Bondy – Oh the vampyre)

“Non essendo una forma di vita basata sul Carbonio-14 il rock non può essere morto, perché tecnicamente non è mai stato vivo”. Questa frase l’ho letta anni fa (e la riporto a memoria, perché figurati se Google mi aiuta a rintracciarla) e magari l’ha detta qualcuno di importante, ma io la ricordo collegata a una band di Birmingham (quella in Alabama) che per un breve periodo riuscì a ritagliarsi un posto al sole per poi scomparire velocemente dai radar: i Verbena. Me ne innamorai nel mio oscuro periodo post-grunge, pieno più di delusioni che di vere scoperte, grazie al successo che ottennero col secondo disco Into the pink sotto una major come la Capitol Records e con la produzione di un certo Dave Grohl: la band a quel punto aveva già cambiato tre nomi, alcuni componenti e persino il ruolo di alcuni componenti (Anne-Marie Griffin iniziò come chitarrista e passò al basso proprio nel secondo album, Les Nuby lasciò la chitarra a Griffin uscendo dalla band per poi rientrarvi come batterista), ma sembrava bella solida, energica e dotata anche di momenti malinconici più interessanti rispetto alla media… O forse ero io che avevo deciso che loro erano bravi e gli altri no. Durarono solo un altro disco, La musica negra, che mi deluse perché se n’era andata Griffin (le dedicarono comunque l’album, scopro solo oggi), in molti punti flirtava col pop e col folk e c’era addirittura un featuring con Ambrosia Parsley degli Shivaree, che mi sembrava una mossa commerciale fatta solo perché questi ultimi erano sulla cresta dell’onda: si sciolsero poco dopo, io mi recuperai le loro vecchie cose con la mia lentissima connessione dei primi anni duemila (grazie Soulseek!) e non ne seppi più niente per anni (fun fact: pare che i Verdena volessero chiamarsi Verbena, ma scoprirono che qualcuno gli aveva fregato il nome. A conti fatti non gli è andata così male).

Ma perché vi ho fatto tutto questo preambolo su una band sciolta e che, ve lo dico subito, non si è mai più riunita? Perché A. A. Bondy, l’ospite musicale di questa settimana, di quella formazione era cantante, chitarrista e principale songwriter.

Non so se fu una ricerca casuale o cos’altro a mettermi di nuovo sulle sue tracce, ma scoprii che Auguste Arthur “Scott” Bondy aveva continuato la sua carriera musicale solo nel 2007, a quattro anni di distanza dallo scioglimento dei Verbena e a due dal suo debutto solista con American hearts (Superphonic Records/ Fat Possum Records). Nel frattempo avevo dato qualche chance in più al folk di entrarmi nelle orecchie e così il suo secondo album When the devil’s loose, uscito come il resto della sua discografia per la Fat Possum, riuscì a farmi innamorare soprattutto perché è un capolavoro: minimale, intenso, testi ispiratissimi e la voce di Bondy che carezza l’ascoltatore, me lo ascoltai a ripetizione e penso lo recensii pure nella rubrichetta di recensioni brevi che al tempo monopolizzavo su Indie-Zone. Due anni dopo, forse perché a Bondy piace cambiare o forse perché gli piace spiazzarmi, la sua formula musicale muta ancora: ritmi di batteria più statici, qualche inserto elettronico, riverberi a pioggia e un risultato che strizza l’occhio all’alt-folk, questo è ciò che emerge nel 2011 con il terzo disco Believers, l’ultimo prima di una scomparsa dalle scene che dura per otto anni. Quando esce dal silenzio, Bondy lo fa con un disco che amplifica le suggestioni elettroniche del precedente, lanciandoci in un vortice di viscerale glacialità: Enderness, uscito nel 2019, è essenziale, freddo nei suoni quanto la realtà che vuole evocare, quella della vita ai margini degli Stati Uniti (come dice Gianfranco Marmoro nella sua bella recensione su Ondarock, dalla quale scopro anche che al povero Bondy è andata a fuoco la casa subito dopo le registrazioni del disco). Evidentemente schivo di natura, da allora è nuovamente scomparso dai radar (salvo intraprendere due tour europei nel 2019 che, come capita troppo spesso, non hanno toccato l’Italia), ma me lo aspetto riproporsi in una nuova veste all’improvviso e sono curioso di scoprire quale sarà (un album a cappella magari? Chi può dirlo).

Oh the vampyre è la quinta traccia di When the devil’s loose e parla, guarda un po’, di vampiri, ma lo fa attraverso alcuni flash della vita di un neo-vampirizzato che, un po’ come il Louis de Pointe du Lac interpretato da Brad Pitt in Intervista col vampiro quando scopre il cinema, sembra riflettere malinconicamente su ciò che ha perso più che su ciò che ha guadagnato, il tutto su un tappeto sonoro di rara dolcezza. Ho deciso di trarne un racconto in forma di elenco, punto per punto alcune delle cose che difficilmente ci mancherebbero se non fossimo costretti a vivere solo di notte nutrendoci di sangue: potete trovarlo al solito dopo lo splendido brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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L’elenco dei rimpianti

  • Il traffico della metropolitana all’ora di punta, la sensazione claustrofobica della pressione fra un mare di persone con cui condividere unicamente un pensiero: Ma tutta questa gente proprio adesso doveva salire?
  • Le scottature dopo il primo sole al mare, immancabili nonostante la protezione 50 applicata con cura, e il piacere di staccare la pelle abbrustolita a piccole strisce durante la doccia.
  • Le domeniche passate a ripetermi Adesso mi alzo per poi lamentarmi, una volta in piedi, di aver sprecato l’ennesimo fine settimana dormendo.
  • La tristezza dei tramonti in inverno, che arrivano sempre troppo presto.
  • Trovarmi di troppo a un picnic in cui sono l’unico single, lasciato da poco, mentre tutti dimenticano quanto possono far soffrire una lieve carezza o un bacio distratto.
  • La paura del buio.
  • La croce con cui mi hanno insegnato a barrare il rigonfiamento della pelle dopo una puntura di zanzara, e lo schiaffo che mi infliggo cercando di scacciarle nel dormiveglia.
  • Il timore dei pipistrelli, al passaggio sotto i lampioni del viale alberato vicino a casa, ridendone con gli amici ma proteggendo comunque i capelli fatti crescere con tanta dedizione.
  • Il risveglio in un bagno di sudore, in campeggio, quando scopro di aver piazzato la tenda dove il sole picchia già alle sette del mattino.
  • Le palpebre che calano durante il viaggio in macchina, a notte fonda, con la convinzione insopprimibile che anche questa volta ce la farò a non schiantarmi.
  • Il risveglio del lunedì mattina.
  • La fatica con cui, per il trentesimo compleanno, ho fatto l’alba con gli amici di una vita, senza che nessuno avesse il coraggio di dire Ma chi ce lo fa fare?
  • La paura di investire qualcuno al ritorno da lavoro, in primavera, col sole negli occhi e le persone pronte ad attraversare, come sempre, senza guardare.
  • La perdita di sensi alla vista del sangue, che non ho mai capito perché mi facesse tanta impressione.
  • Il continuo gorgogliare dei piccioni sul balcone di casa dei miei e mia mamma che con i soliti, inutili gesti, cerca di evitare che ci facciano i loro bisogni.
  • La fila di due ore, in pieno agosto, per la nuova attrazione in un parco divertimenti che si rivela, con somma delusione nostra e scherno di chi ci ha aspettato al bar, una nuova versione del solito cinema 4D.
  • L’ultimo bacio, la passione e l’urgenza nelle tue labbra prima del morso che mi ha reso ciò che sono: aspetto al buio il tuo ritorno, confondendo ogni notte il bisogno d’amore con la fame.

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