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Come gestire il tempo e lo spazio: 7 dei Repetita Iuvant

Un bel po’ di anni fa recensii un disco che rimane tuttora la cosa più brutta che mi sia mai capitata in mano. Non dirò di chi era (forse l’ho già fatto da qualche parte), anche perché dopo quell’Ep di quattro tracce la band in questione pubblicò un buon album con le idee molto più chiare e un secondo disco spettacolare, ma se c’è un motivo per cui è ancora in casa mia dipende dal fatto che riusciva a sbagliare tutto. Cover disegnata (male) a mano, registrazione pessima, pezzi di un hard/space rock senz’anima, tutti difetti che venivano amplificati da una presentazione laconica e tronfia al tempo stesso, poche frasi che sapevano di arroganza: non ricordo le tracce, solo vagamente il disegno, ma quel “no schemi” esaltato come un timbro di originalità autoassegnato mi si è stampato in testa.

Sempre qualche anno fa, ma più tardi rispetto al disco di cui parlavo sopra, ascoltai per la prima volta i Godspeed You! Black Emperor, iniziando con colpevole ritardo da ‘Allelujah! Don’t bend! Ascend!. Rimasi folgorato (non per niente ve ne ho parlato di recente), anche se a dire il vero fui soddisfatto solo da due tracce su quattro perché le altre mi sembravano inutilmente prolisse: la cosa strana è che i brani che trovai “troppo lunghi” erano i due più corti, mentre Mladic e We drift like worried fire, entrambe sui venti minuti di durata, restano ad anni di distanza due delle canzoni più belle che abbia mai ascoltato (la prima mi fa sempre piangere, ma proprio sempre!).

Che c’entrano questi miei ricordi con 7, l’album d’esordio dei Repetita Iuvant uscito il 18 novembre per l’etichetta Loudnessy Sonic Dream? Il motivo c’è: leggere che si defiscono una band post-postista perché “sentono che nessuna classe di pregiudizi o considerazioni civiche, storiche o accademiche possono inibire l’impulso immaginativo” mi ha fatto temere di trovarmi di fronte a un altro gruppo che sopravvalutava il proprio talento: poi mi sono messo all’ascolto, e ho trovato suggestioni sonore che mi hanno ricordato l’abilità dei GY!BE nel gestire le dilatazioni temporali.

I Repetita Iuvant sono in tre (Andrea Testa alla batteria, Daniele Isetta alla chitarra e Cristoforo Da Costa a chitarra e synth), e fanno qualcosa che è effettivamente difficile da definire: post-rock verrebbe da dire (soprattutto ascoltando la quarta traccia, Albinus), visti gli strumenti e la refrattarietà a strofe e ritornelli; ambient si sarebbe tentati di catalogarli, vista l’ariosità del synth e degli effetti con cui le chitarre si mascherano spesso e volentieri; un ibrido electro-rock sulla scia degli esperimenti più “desertici” di Floating Points, si potrebbe tranquillamente azzardare. Tutte etichette valide ma che non riescono a imbrigliare l’esperienza d’ascolto in una casella specifica, perché la musica del trio di La Spezia sembra composta per esploratori solitari del cosmo, troppo densa di suoni per le buie immensità galattiche ma abbastanza evocativa da proiettarci su pianeti bucolici e lievemente inquietanti come quelli suggeriti dalla splendida cover del fumettista Brucio, mondi che ancora non capiamo e che sembrano in attesa di capire se esserci amichevoli od ostili.

Basato su un’equazione numerica (e in questo chiusura della trilogia iniziata con gli Ep 3 e 3+1) e registrato completamente in presa diretta, 7 è fluidità musicale allo stato puro. I Repetita Iuvant sanno come sfruttare la dilatazione del tempo, gestiscono i suoni portandoli al limite di ciò che potrebbe risultare noioso per poi convogliare l’attenzione su un’armonizzazione perfettamente amalgamata col tessuto della canzone o su un rallentamento della batteria (il lavoro di quest’ultima è perfetto come dinamica e intenzione), se la cavano piuttosto bene anche quando c’è solo da orchestrare una crescita graduale e dense di attese come quella dell’iniziale Lopinter. Dove danno il meglio però, analogamente ai GY!BE, è nei brani più lunghi (e più elettronici), Callipigia e Costalta: la prima è un “more of the same” di quattordici minuti e mezzo, giocato su sfumature che risultano affascinanti come le onde del mare in perpetuo mutamento descritte da Stanislaw Lem in Solaris, la seconda si avvicina ai venti minuti giocandosela fra salite e discese che lasciano più spazio ai silenzi senza comunque stravolgere la propensione alla sovrastimolazione sonora della band. Hanno anche dei difetti, sia chiaro, in primis delle chiusure dei brani spesso frettolose e secondariamente, ma in maniera direttamente collegata, la mancanza di un’amalgama fra le varie tracce che per un album del genere sarebbe stata l’apoteosi, peccati veniali che risaltano proprio perché il lavoro di cesello è talmente raffinato da amplificare anche le sfumature peggiori.

È un bel disco 7? Assolutamente sì. Può piacere a tutti? Assolutamente no. L’album d’esordio dei Repetita Iuvant è divisivo, respinge col suo melting pot di influenze e allo stesso tempo attrae con l’armoniosità dei suoi suoni, potrebbe diventare il compagno fidato dei tuoi viaggi mentali (a me ne ha fatti fare parecchi in macchina) come ridursi a tappeto sonoro in sottofondo mentre sei impegnato a fare altro. Il mio consiglio? Se siete amanti della sperimentazione e non vi spaventa ciò che si nasconde negli interstizi delle caselle di genere dategli un’opportunità, le profondità del cosmo vi aspettano.

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Racconto in musica 120: Nogdrim (Helms Alee – Tumescence)

Nell’anno di grazia 2015 avevo già deciso con largo anticipo quale sarebbe stato il mio concerto dell’anno: Russian Circles (ve ne ho parlato svariate volte, in particolare qui) al Lo Fi di Milano. Se non siete mai stati al Lo Fi, locale che tristemente trovò la sua ingiusta fine alla fine dell’anno seguente (ma chi lo gestiva è ancora attivo nell’organizzazione di concerti, seguiteli), vi siete persi tanta roba: inculato alla fine di una strada senza uscita, attorniato da una parte dai binari del treno e dall’altra da strade sporche e capannoni industriali, si trovava proprio all’interno di uno di questi capannoni e organizzava concerti fra i più storti e pesanti che si trovassero in quel del capoluogo lombardo. il 3 aprile di quell’anno (non lo ricordo a memoria, ho controllato su Google) ci entrai per la prima volta, innamorandomene subito anche per la sua atmosfera fra l’industriale (era pur sempre in un capannone) e cyberpunk: mentre attendevo il “piatto principale” vidi salire sul palco, con uno sfondo torreggiante di schermi televisivi impilati uno sull’altro, la band di supporto composta da 1) chitarrista simil-vichingo che alterna vocalizzi e urla belluine 2) bassista rocciosa che dimostra un’insospettabile voce melodiosa 3) batterista ipertatuata che canta pure lei mentre si perde in ritmi belli contorti. Anche l’occhio vuole la sua parte, ma fu naturalmente la musica a farmi decidere di seguire da lì in avanti anche gli Helms Alee (che, curiosità, hanno supportato i Russian Circles in Italia anche quest’anno), ovvero (come avrete già intuito) la band ospite di questa settimana.

Quando li incrociai a Milano il trio composto da Ben Verellen (chitarra e voce), Dana James (basso e voce) e Hozoji Matheson-Margullis (batteria e voce) era già attivo da qualche anno, precisamente dal 2007. Formatisi a Seattle, del suono che rese famosa la città come capitale del grunge non hanno praticamente niente: gli Helms Alee uniscono sapientemente sfoghi urticanti e melodie soffuse, incroci fra gli strumenti dal vago sapore math e rallentamenti gonfi di bassosità più vicini allo sludge metal, voci angeliche e urla aggressive. Dopo un Ep omonimo pubblicato nell’anno della formazione, il loro primo disco Night terror esce per l’etichetta Hydra Head Records nel 2008 e fissa già la base del loro suono, portato avanti con coerenza (ma senza mai difettare di fantasia) nei successivi cinque album. Dopo l’uscita del secondo disco Weatherhead nel 2011 (da cui vi prego, se siete appassionati di Beavis & Butthead, di recuperare il video della canzone 8/16, insieme un omaggio alla serie di Mike Judge e una parodia dei video che andavano per la maggiore negli anni 90, tipo quelli di November rain e Under the bridge) avviene il passaggio alla Sargent House (etichetta anche degli stranominati Russian Circles), per la quale pubblicano nel 2014 Sleepwalking sailors, album dalla cover magnifica e con cui imparo a conoscerl* e apprezzarl*, prima del quale piazzano una sfilza di tre split in due anni con band come Ladder Devils, Tacos! e Young Widow. I successivi Stillicide (2016) e Noctulica (2019) amplificano la vena ossessiva e oscura della loro musica, ma la pandemia invece di rinchiuderli ancora di più in una gabbia di pessimismo e fastidio espande i loro orizzonti: Keep this by the way (2022), registrato dalla band stessa in totale autonomia in uno studio ricavato nel negozio di amplificatori di Verellen, si apre a suoni più ariosi della norma (Big Louise ne è l’esempio massimo) mantenendo comunque la grinta che dal vivo li rende un’esperienza unica.

Trarre un racconto da una loro canzone è stata un’impresa che mi ha tenuto in ballo per settimane se non mesi, perché i loro testi sono tutto tranne che facilmente comprensibili (figuriamoci poi per me che con l’inglese non sono in rapporti strettissimi). Alla fine mi sono lasciato guidare dalle immagini che scaturivano nella mia testa all’ascolto di Tumescence, la seconda traccia di Sleepwalking sailors, insieme un bell’esempio dell’incrocio di voci e della carica energetica della band: protagonista del racconto è una piccola creatura, il Nogdrim, cui anni fa dedicai un racconto e che si fa rappresentazione di molte cose (alcune delle quali espresse in maniera un po’ pedante, me ne rendo conto), dalla medicalizzazione delle ansie senza che venga modificata la società che le crea alla mancanza di empatia verso il prossimo. Se vi sentite pronti potete leggere il racconto più in basso, subito dopo il brano che lo ha ispirato: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Nogdrim

Se solo potesse lo ammazzerebbe, affonderebbe le mani in quel pelo sudicio e stringerebbe fino a soffocarlo. Ma non può. Mentre guarda la creatura ai suoi piedi contorcersi sente già la rabbia svanire, cerca di tenerla con sé ma l’odio si tramuta in una lieve malinconia.

Il Nogdrim non lo giudica. Sbava e si agita, assorbe il suo malumore con la riluttanza di chi non può fare altro.

Nessuno terrebbe in casa un animale del genere: infatti non è una scelta, ma un’imposizione. Frutto di un esame di laboratorio andato troppo male o troppo bene, a seconda dei punti di vista, il Nogdrim si è rivelato una panacea per la convivenza pacifica, elimina lo stress dalle persone nutrendosene per sopravvivere. Nel Distretto 17 quasi tutti ne hanno uno, una sperimentazione su vasta scala dopo che i primi test sulla popolazione hanno dato esito positivo.

Dover assistere mentre il Nogdrim agisce è una delle cose che sopporta meno di quella creatura. La pelle chiazzata di escrescenze viola, che fanno pensare a tumori, pulsa violentemente mentre quelle che suppone siano zampe (inutili, il Nogdrim per spostarsi striscia in maniera patetica) si agitano in ogni direzione. È una sofferenza condivisa che alla fine lascia l’uno sazio e l’altro rasserenato, almeno per poco.

Sa che c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo. Il Nogdrim è stato “donato” alle fasce meno abbienti della popolazione, gente sottopagata che per vivere fa lavori di merda e deve ringraziare di averne uno. Il Distretto 17 si è sempre distinto per le sue rivendicazioni, per i frequenti scontri con la polizia, ma dal di fuori è sempre stato visto come uno di quei posti dove non conviene aggirarsi di notte: ora, dopo un mese dall’arrivo dei Nogdrim, le occupazioni in fabbrica sono finite e il vociare per le strade fino a tarda notte è stato sostituito da un tenue brusio. L’amministrazione cittadina si vanta dei suoi risultati e gli abitanti sono felici, ma solo per il tempo che intercorre fra uno scoppio di rabbia e l’altro.

La verità è che non è cambiato niente. I problemi sono gli stessi di prima, ma chi dovrebbe occuparsene ha trovato una comoda soluzione, come curare una malattia invece di prevenirla. Al solo pensarci sente le vene pulsare sulla fronte, ma il Nogdrim è lì per quello: anestetizza, lenisce, stringe le pareti della gabbia di rispettabilità sociale e tutto al solo costo di una vita piena di dolore.

Sa che c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo, ma fa sempre più fatica a dare un nome al suo disagio. Sa che c’è qualcosa di sbagliato anche nell’utilizzo di una creatura sventurata per migliorare una società malata, ma non riesce a provare empatia per il suo destino: quando il processo finisce, il Nogdrim si allontana lentamente e lui è troppo stanco per pensare.

I primi esami di laboratorio hanno evidenziato che, nell’assorbire lo stress che è la loro unica fonte di vita, i Nogdrim soffrono terribilmente, ma nessuno ha protestato per questo. A nessuno importa della vita dei Nogdrim.

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Un film in tre atti dalla doppia anima: Triangle of sadness

Ruben Östlund, questo sconosciuto… Almeno per me. Ammetto di non aver mai frequentato il cinema del regista svedese, ma al Festival di Cannes se ne sono a dir poco innamorati: primo premio nella sezione Un certain regard nel 2014 con Forza maggiore, Palma d’oro nel 2017 con The square, Östlund in questo 2022 ha bissato il premio più ambito (finendo dritto dritto nel numeroso novero dei registi in testa al palmares del festival francese, insieme a nomi come Michael Haneke e Francis Ford Coppola) con la sua ultima pellicola, Triangle of sadness. Un po’ attirato dal riconoscimento, un po’ dal trailer e molto dal carico di critica sociale che emerge da quest’ultimo, ho deciso di andare al cinema a vedermelo. E ora vi starete chiedendo: com’è?

Di certo non mi sono annoiato come loro

Triangle of sadness ha molto in comune con le pellicole che l’hanno preceduto sul gradino più alto del podio del festival, Parasite (di cui ho parlato qui) e Titane (di cui ho accennato qualcosa qui): della prima eredita la critica alle caste sociali più elevate, qui vivisezionate durante una crociera superlusso il cui comandante Thomas Smith (Woody Harrelson) preferirebbe trovarsi altrove, della seconda mutua parzialmente quella mancanza di senso della misura che rendeva il film di Julia Docurnau un assalto sensoriale. Insomma, per dirla con un termine di gialappasiana (e desueta) memoria, questo è un film che sul tema della disparità sociale non la tocca affatto piano.

La parte urlata

HO VINTO LA CAZZO DI PALMA D’OROOOOOOOO!!!!!!

I ricchi sono brutta gente. I ricchi vivono in un mondo tutto loro, non si curano delle persone comuni e non capiscono (e men che meno vi sottostanno) le più basilari norme della convivenza sociale che regolano la vita del 99% della popolazione mondiale. Questo assunto è perlopiù condiviso, ma non ci impedisce di ambire allo stesso status come fa la coppia di modell* composta da Yaya (Charlbi Dean, prematuramente scomparsa a fine agosto) e Carl (Harris Dickinson), ospiti di una crociera ultralusso grazie alla loro visibilità come influencer: possiamo invidiarli o rabbrividire all’idea di trovarci nella stessa situazione (David Foster Wallace farebbe sicuramente parte della seconda schiera, visto l’orrore provato nella normale crociera di cui ha parlato in Una cosa divertente che non farò mai più), ma Östlund decide di far navigare la sua trama verso lidi che possano mettere tutti d’accordo, e l’attracco finale è quello dell’umiliazione dei potenti.

Tutto il secondo atto del film (intitolato Lo yatch) è uno sberleffo senza freni verso l* ospit* della crociera, dipint* perlopiù come stupid* buzzurr* i cui desideri sono ordini per tutto il personale a bordo (a sua volta diviso in caste), anche quando chiedono di organizzare un tuffo collettivo per tutto l’equipaggio o di lavare le vele di un’imbarcazione che non ne possiede. Sembra di trovarne qualcuno decente qua e là ma è tutta apparenza, perché la coppia di anzian* tanto carin* ha fatto fortuna con le mine antiuomo (eh, bei tempi quando l’opinione internazionale non le condannava…) e lo sviluppatore informatico timido e solitario è disposto a pagare la compagnia femminile a suon di rolex (regalati eh, mica si pensi che voglia corromperle): si salva giusto Therese (Iris Berben), cui un ictus ha ridotto il vocabolario alla frase “In den wolken” (Sulle nuvole, in tedesco), impedendole quindi di mostrare la bassezza morale che impera sullo yatch. Tutta questa arroganza trova la giusta punizione durante la cena col capitano, organizzata dal recalcitrante Smith durante una tempesta che finisce per agitare gli animi e, soprattutto, gli intestini degli ospiti: lo spettacolo vomitevole (nel vero senso della parola) che ne consegue è tanto morboso quanto insistito, e mentre la maggior parte dei presenti erutta da ogni orifizio e la nave stessa viene invasa dai liquami (sull’esaltante ritmo di New noise dei Refused) il capitano socialista e l’oligarca russo che con la merda si è costruito un impero si combattono in vivavoce a suon di citazioni di Marx e di capitalisti famigerati. Tutto sopra le righe, tutto fracassone, ma qual è lo scopo?

“Sei curioso di saperlo?”

Lo scopo è semplicemente urlare forte che i ricchi fanno schifo, sono dannosi e inutili (la loro inutilità si paleserà ampiamente nel terzo atto, L’isola), ma è un concetto talmente abusato che sulle prime si resta storditi di fronte alla mancanza di ulteriori spunti di riflessione. Östlund si diverte e fa divertire il suo pubblico con una specie di gogna cinematografica, proiettando fantasie di rivalsa da cui è difficile possa scaturire una reale presa di coscienza sullo stato delle cose, ma o non è interessato a dare un suo punto di vista originale sulla disparità sociale o, peggio, è convinto di farlo con del citazionismo spinto e col ribaltamento di ruoli del terzo atto: troppo poco in ogni caso, ma per fortuna il regista svedese non sa solo urlare.

La parte sussurrata

Se sulla disparità sociale Triangle of sadness non ci dice niente che già non sapessimo, e ce lo fa urlare in faccia da personaggi dalla caratterizzazione spesso bidimensionale, sulla disparità di genere il film suggerisce invece riflessioni più interessanti. Lo fa soprattutto nel primo atto, Carl e Yaya, mostrandoci dall’interno una delle poche professioni in cui le differenze salariali sono ribaltate: quello di modelli e modelle.

“Vorrei dire la mia sulla disparità di genere, ma non so da dove iniziare”

La scena iniziale, in cui un giornalista piuttosto sadico intervista i modelli ad un casting, mette già in chiaro come nel mondo delle sfilate siano più gli uomini ad essere sfruttati che non le donne (anche se, come spiega questo vecchio articolo de Il post, la carriera dei modelli dura mediamente più di quella delle modelle), ma il peggio per Carl è che la sua parabola è in discesa mentre quella della sua fidanzata Yaya è in ascesa. Ritrovatosi parte debole della coppia in un mondo che (ancora) non accetta la subalternità maschile, il “povero” Carl si ritrova ad alternare schizofrenicamente giuste rimostranze con atteggiamenti da maschio alpha vecchia maniera: chiede che, in virtù del gap economico, sia Yaya a pagare la cena in un lussuoso ristorante, ma di fronte alle rimostranze di lei si lascia andare a modi aggressivi decisamente inquietanti; non vuole sottostare ai ruoli di genere che impone la società, ma appena vede un membro dell’equipaggio dello yatch fare gli occhi dolci alla sua fidanzata viene preso da un raptus di gelosia, provocandone il licenziamento; messo alle strette per un suo comportamento individualista nel terzo atto, invece di pentirsene cerca di passare all’attacco (magistrale il modo in cui Yaya gli fa notare il suo bellicoso linguaggio del corpo).

“Ora ti spiego, col massimo della calma che mi consentono i miei ormoni, come dovrebbero andare le cose”

Per la restante fauna maschile le cose non vanno certo meglio, perché nel terzo atto l’inutilità dei ricchi viene mostrata anche tramite una evidente crisi del patriarcato (e si sa che capitalismo e patriarcato sono amici di vecchia data). Costretti a dipendere dalle donne e incapaci di svolgere anche compiti semplici come tenere acceso un fuoco, gli uomini ritrovatisi sull’isola mostrano un barlume della “perduta mascolinità” solo dandosi alla caccia, ma quando la preda si dimostra più coriacea del previsto ecco che anche questa illusione testosteronica crolla, mettendo in luce una fragilità che è tanto ironica quanto commovente nel trovare sfogo in un pianto disperato. La critica sociale di Östlund è monocromatica ma la sua rappresentazione delle dinamiche di genere risulta più sfumata, e anche se il regista parteggia chiaramente per le donne (che riescono a essere meglio degli uomini anche quando sfruttano il potere per ottenere favori sessuali) il modo in cui affronta questi temi è diametralmente opposto a quello con cui ci dice la sua sul capitalismo: lascia che siano le azioni a parlare per i personaggi, senza proclami, trattenendosi nel finale anche dal rispondere in maniera chiara a una domanda (il capitalismo è un virus che infetta anche chi lo ha sempre storicamente subito?) che è più banale di quanto suggerito in punta di piedi fra un conato di vomito e l’altro.

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Racconto in musica 119: Pregiudizi (Eiko Ishibashi – Park)

Come siete messi a conoscenza del cinema giapponese? Io non posso dirmi certo un esperto, ma la cinematografia del Sol Levante mi ha sempre affascinato per la sua capacità di andare in molteplici direzioni, spesso totalmente divergenti. Che c’azzecca l’amore per la natura di Miyazaki con la commistione fra carne e metallo del Tetsuo di Shin’ya Tsukamoto? Come si fa a passare dalla narrazione in punta di piedi di Departures alla violenza degli yakuza (a tratti intrisa di lirismo e poesia) nei film di Takeshi Kitano? Magari in Giappone hanno una percezione del loro cinema che è simile alla nostra, vanno in sala e dicono “ah sì, il solito film che facciamo qua” come noi lo diciamo all’ennesimo film dello stesso manipolo di attori impegnato in primi piani intensi (qualunque riferimento a Boris è assolutamente voluto), ma il giorno in cui ci ritroveremo una roba sovrabbondante come Paprika del compianto Satoshi Kon qui in Italia io ringrazierò il dio del cinema in ginocchio sui ceci.

Ok, direte voi, ma perché questo excursus sul cinema giapponese? Perché questa settimana parliamo di Eiko Ishibashi, autrice della colonna sonora della pellicola vincitrice del Premio Oscar per il Miglior film internazionale Drive my car, e per essere più precisi è Lorenzo Santangeli a parlarne, ovvero l’autore del racconto di questa settimana.

Lorenzo è nato a Roma nel 1983, ma dalla città eterna si è spostato spesso e volentieri in giro per il mondo: Vienna, Dortmund, Lione e per un breve periodo anche Kyoto sono le città in cui ha abitato, poi nel 2014 si è trasferito a Londra per motivi di studio e risiede tuttora lì, lavorando part-time in un’agenzia pubblicitaria. Nel 2019 la casa editrice Ensemble ha fatto uscire il suo primo romanzo, Kernel, mentre suoi racconti negli anni sono stati pubblicati su riviste come La Nuova Verdə o, nel caso del racconto Il cinghiale, direttamente su Amazon (non chiedetemi perché il mio browser ha deciso di andare sulla pagina indiana del colosso, ho paura della risposta). Ha scritto altre cose, tutte prontamente respinte, ma a consolarlo dei rifiuti arriva la musica, con cui si diletta per svago e benessere personale. Nel tempo libero aiuta un amico a gestire un esperimento su Anobii, e se siete curiosi di sapere di cosa si tratta non vi resta che andare qui.

Non potrei presentare Ishibashi meglio di Lorenzo, per questo lascio a lui la parola per introdurre l’artista giapponese.

“Nel 2021 è uscito un film giapponese dal titolo “Drive My Car”. Il film ha vinto tre premi al Festival di Cannes, uno per la miglior sceneggiatura. La colonna sonora è firmata da Eiko Ishibashi, e il discreto successo europeo del film ha dirottato molte persone verso la sua opera, che è un labirinto o un castello pieno di stanze, stanze da letto, stanze per leggere, stanze per sognare e stanze per ballare, ci sono sale ampie e ben illuminate, e studi, biblioteche, anche corridoi ombrosi, segrete al lume di torcia, e cucine nei piani di sotto dove sui fornelli sta sempre cucinando qualcosa. Infatti Eiko Ishibashi, che impara pianoforte a Monbara, nella prefettura di Chiba, in Giappone, è una musicista nel senso più spaziale e verticale del termine, è sempre attiva, con le sue mani plasma la materia musicale a seconda del bisogno espressivo. In questo complesso che è la sua opera, Eiko Ishibashi mostra un piano da solista, un piano in cui collabora, un piano in cui sperimenta, un piano dove supporta altri a cui lascia la prima linea. Sono piani che si intersecano, si incontrano, si mischiano e si respingono. Musicista sempre più emancipata, indipendente soprattutto nell’arte, oltre che nell’aspetto più commerciale del termine, Eiko Ishibashi se affascina è un intero mondo da scoprire, in cui è possibile entrare da più di una porta e dove si può andare ovunque fin dall’inizio. Per orientare l’ascoltatore curioso ma impaziente, o il turista che vuole provare soltanto le attrazioni più rinomate, bisognerebbe creare un depliant simile a quelli dei parchi di divertimento. Per questo genere di semplificazioni c’è Internet, i siti come Discogs in cui trovare liste e crediti e hyperlinks. In questo breve articolo di presentazione torna magari utile evidenziare che intorno al centro di gravità di questa musicista giapponese da anni ruotano alcune lune di cui lei stessa talvolta è satellite. Due nomi su tutti sono quelli di Tatsuhisa Yamamoto e Jim O’Rourke, il primo principalmente batterista, il secondo guru di una scena ormai dimenticata la cui gloria ha raggiunto l’apice negli anni ’90. Con loro due Eiko Ishibashi ha instaurato quello che a tutti gli effetti è un rapporto d’amore, una relazione sentimentale dove si scopa facendo musica, dove l’erotismo sta nei ritmi e nelle armonie vocali, dove la seduzione è negli arrangiamenti, e il mistero è rinnovato dalla natura delle proprie passioni. Questa relazione ha generato negli anni figli belli e introversi, che leggono la poesia e frequentano i club dove ancora si può fumare dentro, sebbene ora al puzzo di tabacco si mischiano le fragranze dolci e fruttate delle sigarette elettroniche, e dove si beve sì birra, ma anche whiskey, liquore di riso e vino di prugna. In fondo si è di fronte a una donna riservata, devota alla sua arte, coraggiosa come pochi nell’esplorare, plasmando, questo suo mondo, nell’espandere questo suo castello di suoni fino all’ultimo alito di vita. Il pezzo scelto per fare paio con il racconto è preso da “Gasping_Sighing_Sobbing”, una collaborazione con il pianista jazz Hiroshi Minami, album che, sebbene fruibile gratuitamente su Bandcamp, non compare nelle piante del castello che si trovano in rete. Non stupisce, perché in questa imperterrita devozione non è raro che una porzione di musica sfugga, soprattutto quando trattiene delicatezza ed evoca sguardi verso altri pianeti, suggerendo che un viaggio interstellare è solo l’ennesimo sogno a occhi aperti di un essere insignificante. Altre collaborazioni fanno più rumore, come quella con il temutissimo Merzbow, un nome che da solo fa gracchiare le casse.

Un buon modo per entrare nella pregevole dimora di Eiko Ishibashi è andarla a vedere sul palco, dimensione dove la pluralità degli interessi non si smorza, e anzi contribuisce a popolare la galassia. Lo scorso 9 Novembre a Berlino, per esempio, Eiko Ishibashi si è esibita insieme a Will Guthrie, Brunhild Ferrari e Christoph Heeman. Una piccola nota per chi ancora non ha avuto il piacere di assistere a uno qualsiasi dei suoi concerti: non si tratta di una diva, né tantomeno di una femmina fatale. Infatti, per chi ha avuto la fortuna di vederla dal vivo, lei si è mossa nella sala senza alcuna posa, senza che dal suo corpo emanasse alcuna aura mistica. La sua persona è totalmente ridotta al minimo, per riversarsi in musicalità.”

La canzone che ha ispirato Lorenzo è Park, la penultima traccia del disco Gasping_Sighing_Sobbing del 2019, e lascio ancora che sia lui a introdurre la storia che ne ha tratto: “Nel racconto che segue, una ricerca rileva la presenza massiccia, in Giappone, di un certo tipo di donna. Non si sa se Eiko Ishibashi faccia parte di questo gruppo o no, ma più di un ascoltatore ha giurato di essere rimasto incantato dalla sua musica.” Se siete curiosi di sapere di quale tipo di donne si parla, e come queste incideranno sulla vicenda, non vi resta che andare poco più in basso, subito dopo il brano: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Pregiudizi, di Lorenzo Santangeli

I componenti della squadra avevano espresso alcuni dubbi sul comportamento del loro pilota Bianchi durante le qualifiche del gran premio di Kyoto, sul circuito urbano di Uji City, dove cinque anni fa ha ottenuto la sua prima pole, ma non avrebbero mai potuto sospettare quello che sarebbe accaduto il giorno della gara.

La sera precedente erano andati tutti insieme a mangiare ramen in un posto vicino l’albergo, la donna che cucinava aveva contribuito all’atmosfera rilassata. Dopo il tradizionale brindisi pre-gara si sono tutti ritirati nelle camere di buon’ora. Durante la notte alcuni dicono di aver sentito strani rumori, ma nessuno sa essere più preciso. Pare che, poco prima dell’alba, Silvestro Bianchi sia stato visto insieme a una donna.

A pochi minuti dal semaforo verde il pilota sembrava in ottima forma, anche più sereno del solito. Durante il giro di ricognizione ha comunicato alla squadra di sentire la moto come mai prima, era pronto a volare. I primi giri hanno confermato quelle sensazioni: Bianchi ha mantenuto la prima posizione e ha respinto i ripetuti attacchi di Joaquin Barca che lo tallonava. Al dodicesimo giro, però, Bianchi ha preso una strada sbagliata ed è scomparso tra le strade della città.

I responsabili dell’organizzazione giurano che non c’era modo di deviare dal circuito e i video, esaminati al dettaglio, hanno confermato che fino all’undicesimo giro quella via non era accessibile: per quanto strana la circostanza, si esclude che il pilota si sia perso. Bianchi e la sua squadra sono famosi per il lavoro minuzioso prima di ogni gara, il team si avvale di strumenti d’avanguardia per considerare ogni variabile. Emblematico l’episodio durante il gran premio d’Austria, quando il pilota ha evitato un suicida che correva sul circuito perché, come aveva dichiarato più tardi, grazie ai dati forniti dalle ricerche, se lo aspettava.

Quello che è accaduto in Giappone rimane un mistero, ma secondo i membri della sua squadra il motivo per cui Silvestro Bianchi è scomparso è da ricondurre alla donna con cui pare si sia incontrato la notte, all’altezza del palazzo di una nota casa produttrice di videogiochi sulla riva del fiume Uji. Uno dei rappresentanti del team, durante l’intervista rilasciata ad un blog su cui si scrive di sport e cultura, ha dichiarato che, a prescindere dagli eventi, l’intera squadra si prende le responsabilità dell’accaduto: se infatti avessero creduto ai risultati delle loro ricerche, senza dar retta invece alle proprie convinzioni, non si sarebbero fatti trovare impreparati in questa triste situazione. Quando gli è stato chiesto di essere più chiaro, l’uomo ha rivelato i dati di cui erano entrati in possesso: secondo i loro studi al momento il ventotto per cento della popolazione femminile giapponese, di cui un’alta concentrazione residente proprio a Kyoto, è composta da streghe, un dato che a tutti i componenti della squadra, per lo più ingegneri, era parso ridicolo. Rimane la profonda amarezza di un pensiero: che il grande pilota, e caro amico, Silvestro Bianchi, sia scomparso a causa dei loro pregiudizi.

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Racconto in musica 118: Piano (Floating Points – Silurian blue)

Ci sono artist* la cui carriera è un inaspettato processo di maturazione. Vale un po’ in qualsiasi ambito: ci si sarebbe aspettati dal Leonardo Di Caprio ragazzino di Genitori in Blue Jeans (ma anche solo di Romeo + Juliet) performance attoriali come quella che l’ha portato all’Oscar per The revenant (anche se la scena in cui continuo a preferirlo è questa)? Da una Melissa Panarello che inizia la carriera letteraria col caso mediatico pruriginoso 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire (passando per Mistero su Italia 1, giusto per non farsi mancare nulla) ci si sarebbe aspettati una lunga carriera che l’ha portata anche, nel novembre 2020, ad aprire una propria agenzia letteraria (che porta alla pubblicazione libri che ci sono piaciuti molto come questo)? Spostandoci in un ambito e in una zona più vicini a ciò di cui stiamo per parlare, chi riconoscerebbe Blur e Radiohead ascoltando in fila il loro primo disco e l’ultimo? Ebbene, tutto questo impallidisce al confronto della multiforme carriera di Sam Shepherd da Manchester, in arte Floating Points.

Dai club al desert rock, dalla musica orchestrale all’ambient, dal 2009 il nome Floating Points è sinonimo di ricerca, sperimentazione, movimento in direzioni inaspettate. Sam esordisce con questo nome nel 2009 col 12″ J&W beat, fondando nello stesso anno la sua etichetta Eglo Records, e per qualche anno si muove nell’alveo della musica elettronica con libertà e curiosità, passando da composizioni più ariose ad altre perfette per il dancefloor (potrei parlarvi di 2-step, house, techno e compagnia cantante, ma mi sentirei falso come pochi: il mio amore per certa musica elettronica non mi rende affatto un esperto), il tutto mischiato a un certo amore per il jazz. Fino al 2015 Sam si “limita” a fare uscire 12″ ed Ep come Shadows (2011), ma sotto comincia a covare qualcosa di diverso: è infatti un vero e proprio gruppo di musicisti (il Floating Points Ensemble) quello che dopo anni di session porta al primo vero album, Elaenia, uscito per le etichette Luaka Bop e Pluto Records.

Elaenia è quello che nella carriera di un artista normale potrebbe essere definito uno “spartiacque”. La vena ballabile, percepibile in sottofondo, è coperta da una coltre di algidità sognante che rende il disco un viaggio introspettivo, composto da brani in continua evoluzione e crescita come la conclusiva Peroration six. L’anno successivo Sam e la sua banda alzano ancora la posta, prima sbizzarrendosi per i 32 minuti complessivi, per sole due tracce, dell’Ep Kuiper (la cui monumentale e multiforme title track è stata il mio battesimo del fuoco con la musica di Floating Points), poi con l’esperimento crossmediale Reflections – Mojave Desert, partito come cortometraggio della regista Anna Diaz Ortuño basato sulle registrazioni della band nel deserto californiano e diventato un vero e proprio disco che flirta pesantemente col desert rock più lisergico (mammia mia Kelso dunes!) e con il post rock più sperimentale. Ecco quindi che Floating Points si dà alle droghe e fugge per la psichedelia, giusto? No.

Sam prima se ne parte in tour con gli XX, aprendo i loro concerti con il solo supporto di un modulare e di una drum machine, descrivendo l’esperienza come “la cosa più aggressiva mai prodotta fino a quel punto” (informazione tratta, come molte di questo articolo, dalla splendida disamina della sua carriera fatta da Luca Roncoroni di Sentireascoltare a questo link), poi comincia a produrre nuovi brani che tornano a flirtare in maniera più pesante col dancefloor: Crush, l’album uscito nel 2019 per Ninja Tune, è un riuscito ibrido fra un ritorno alle atmosfere da club con lo spirito più arioso degli esperimenti avvenuti nel mezzo, un disco in cui si può partire sognanti per finire con la testa che martella su beat aggressivi (Bias), lasciarsi cullare (Requiem for CS70 and Strings) o farsi trasportare dal ritmo in territori mutevoli che non lasciano mai il corpo immobile (LesAlpx). Floating Points è quindi tornato un progetto prettamente elettronico? Figuriamoci! Nel 2021 esce Promises, disco in cui Sam collabora addirittura con la London Philarmonic Orchestra e con il leggendario sassofonista (recentemente scomparso) Pharoah Sanders, lanciandosi in un territorio che ha a che fare tanto col jazz quanto con la musica concreta, nove movimenti in cui i silenzi contano quanto le note. Non stupisce che le nuove canzoni di Floating Points uscite nel 2022 (l’ultima, Problems, solo due mesi fa) puntino di nuovo pesantemente sulla ballabilità: Sam Shepherd è uno che evidentemente si annoia a fare sempre la stessa cosa o, perlomeno, ha bisogno di prendere direzioni inaspettate ogni tanto. A quando un disco di black metal ibridato con la house?

Il mio amore per lo stoner e la scena desertica in generale non poteva che portarmi a pescare da Reflections per farmi suggestionare, e da lì arriva il brano Silurian blue: una lenta e atmosferica ascesa che, nel racconto scaturito dalle sue note, diventa al contrario un progressivo rallentamento dovuto a uno strano fenomeno. A voi il piacere (spero) di scoprire questo bizzarro futuro subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me invece non resta che augurarvi, come al solito, buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Piano

A furia di elogi della lentezza, della contemplazione, della capacità di assaporare le esperienze senza fretta, finì che iniziammo davvero a rallentare.

Fu una cosa graduale, ma ce ne accorgemmo quasi all’unisono, chi lamentandosi con tono cantilenante delle code sempre più lunghe alle poste, chi maledicendo i pedoni che attraversavano con passo da lumaca fuori dalle strisce, un’attesa snervante da cui ripartivamo schiacciando con parsimonia l’acceleratore.

Rallentammo nel corpo, ma non nell’animo. Dentro eravamo tutti attanagliati dalla stessa smania di fare che ci aveva tormentato per anni, un po’ meno le giovani generazioni che si sa, si abituano prima ai cambiamenti, il che ci dava perlomeno un po’ di speranza per il futuro. Un futuro che ci avrebbe visti più poveri, la maggior parte di noi almeno, perché sul lavoro si pretendeva la stessa efficienza di prima: con l’andatura del bradipo, capiturno e responsabili d’ufficio continuavano a vessarci dall’alto del loro rendimento invariato, visto che meno di niente non potevano fare. Gli stipendi diminuirono, la qualità della vita pure, per consolarci ci restava solo da scherzare sul fatto che prima o poi ci saremmo fermati del tutto, una prospettiva che alimentava i nostri incubi notturni.

Gli studiosi diedero la colpa del fenomeno a una strana sfumatura di blu, che aveva preso ad avvolgere tutto dall’ultima eclissi di luna. Incapaci di prendercela con altro, visto che dovevamo dosare i movimenti, rivolgemmo il nostro odio verso il satellite estromettendolo dalle poesie e dalle canzoni d’amore. Fu l’ora della disperazione, in cui alzavamo i pugni al cielo chiedendo “perché?”, gesti futili che innervosivano chi, tutto attorno, vedeva svolgersi quel vano rituale alla velocità della moviola.

Poi un noto premio Nobel, dopo mesi di calcoli che in tempi normali lo avrebbero impegnato per massimo una settimana, ci disse quanto progrediva il nostro rallentamento, quanto ancora ci rimaneva da muoverci prima di sviluppare una completa affinità con le rocce e le piante, ed era più di quanto ci aspettassimo.

Di fronte a quelle stime le cose tornarono più o meno normali, ci calmammo tutti quanti. Qualche decennio di relativa velocità ci permetteva una comoda scappatoia, quella della delega: era solo un altro problema che avrebbe risolto chi avrebbe dovuto conviverci dopo di noi.

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Cosa mangeremo in futuro? Il destino del cibo secondo Agnese Codignola

In Belgio esiste una mucca la cui carne è perfetta per le esigenze nutrizionali moderne, quasi priva di grassi e abbondante, visto che ogni animale pesa più di una tonnellata. Si chiama Belgian Blue, il suo latte ha un ottimo valore nutritivo e le bistecche ottenute dalle sue carni contengono una bassa percentuale di grassi e un maggior valore proteico rispetto a una mucca normale. Per arrivare a questo risultato si è dovuta sacrificare la qualità della vita dell’animale, visto che la sua muscolatura ipersviluppata rende difficoltose semplici operazioni come mangiare, respirare o anche solo stare in piedi, ma sono sacrifici necessari per ovviare al bisogno sempre più pressante di cibo per la quantità di esseri umani sul pianeta, ottenendolo inoltre impattando sul pianeta con un minor numero di capi di bestiame: insomma, una buona alternativa all’allevamento intensivo. Oppure no?

Quando una mucca Belgian Blue incontra un toro, il toro ha una crisi d’identità

Negli ultimi anni si sono succeduti svariati esperimenti per ridurre l’impatto ambientale della filiera del cibo, a fronte di un continuo aumento della popolazione terrestre, e per quanta impressione possa fare la Belgian Blue rappresenta l’alternativa naturale alla creazione di un animale da cui si possa ottenere la maggior quantità di carne possibile, essendo frutto di una selezione durata un centinaio di anni (nei capi scelti per le decine di cicli riproduttivi era assente un gene specifico, quello di una proteina chiamata miostatina, il cui compito è regolare in senso negativo l’accrescimento muscolare). Ben diverso il caso dei salmoni sterili “prodotti” dal 1992 dall’AquaBounty di Elliot Entis, la cui richiesta ai genetisti Choy-Leong Hew e Garth Fletcher (creare esemplari resistenti al freddo, visto che le acquacolture si stanno spostando sempre più a nord a causa del surriscaldamento e impoverimento nutrizionale dei mari) ha dato risultati inaspettati: salmoni lunghi il doppio degli altri, una risposta efficace allo spopolamento dei mari dovuto alla pesca indiscriminata che potrebbe portare, secondo la rivista Science, all’estinzione della specie entro il 2050. Entrambe sembrano ottime soluzioni, al pari dei burger vegetali di aziende come Impossible Foods e Beyond Meat, ma ognuna di queste alternative ha il suo rovescio della medaglia: il consumo dei salmoni geneticamente modificati di Aquabounty, il cui commercio è stato da anni ammesso dall’FDA anche se tramite restrizioni alla produzione che creano un notevole inquinamento, non si sa ancora quali effetti possa avere sugli esseri umani, a causa di studi incompleti e della presenza di ormone della crescita (qui potete trovare ulteriori informazioni aggiornate); i burger vegetali sono composti da farine vegetali dal sapore disgustoso che viene reso appetibile tramite dosi massicce di sale e zucchero, contengono leghemoglobina (una versione vegetale e geneticamente modificata dell’emoglobina, le cui potenzialità cancerogene sono tuttora oggetto di studio) e l’intera filiera di produzione, secondo alcuni ricercatori indipendenti come Marco Springmann della Oxford University, ha un impatto ambientale che sta “da qualche parte a metà strada tra un manzo e un pollo”; la Belgian Blue, forse la più sostenibile di queste nuove frontiere dell’alimentazione, costa molto in termini di mangimi, mantenimento, personale, condizioni di lavoro, veterinari, farmaci e così via.

Per tutti questi motivi enti come Fao, Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) e altri hanno indicato il consumo di verdure crude o cotte in maniera semplice come la soluzione principale, anche se nemmeno diventare tutti vegetariani salverà il pianeta: la terra coltivata è stata portata allo stremo e la resa del biologico è inferiore del 20-70% a seconda del prodotto rispetto a una coltivazione normale, per cui diventa impossibile alimentare tutti solo con le verdure. Gli stessi enti di cui sopra propongono allora altre alternative, e sono quelle che, oltre agli esempi critici sopra citati, Agnese Codignola esplora nel suo libro Il destino del cibo, il cui sottotitolo (Così mangeremo per salvare il mondo) è già una dichiarazione d’intenti: insetti e carne coltivata in primis, a cui la giornalista e dottoressa di ricerca in farmacologia aggiunge molti altri innovativi esperimenti che hanno luogo in giro per il globo, capaci di donare una speranza nel futuro alimentare che spero di non avervi già tolto con questo inizio traumatizzante.

Sembra carne e lo è

Mark Post e il suo burger da 250000 dollari

Cosa si intende per “carne coltivata”? Il concetto è sicuramente ostico ai più (io stesso non ne avevo sentito parlare prima di imbattermi in Codignola ad un talk), ma potete levarvi dalla testa OGM e affini: prodotti come il burger dell’immagine sono perfettamente naturali, frutto di processi chimici le cui radici affondano agli inizi del ‘900. È il 1912 quando Jean Effront crea la Viandine, carne artificiale realizzata attraverso i residui della lavorazione della birra, il cui gusto giudicato “discutibile” da un giornalista invitato alla presentazione ne decreta però la sparizione dal commercio in brevissimo tempo, ma il chimico lituano ha avuto il merito di aprire la strada agli imprenditori Willem van Eelen e Sergey Brin e ai ricercatori Jason Matheny e Mark Post, figure chiave nella costituzione del primo nucleo di studio nei Paesi Bassi, ovvero The Dutch Meat Project.

Codignola nel suo libro approfondisce le ricerche di Post e soci che hanno portato nel 2013, dopo anni di sperimentazione, alla presentazione negli studi televisivi di Riverside a Londra di un burger che l* due giornalist* invitat* all’assaggio commentano con un “sa di polpettone” e un “me lo sarei aspettato più morbido, ma si capisce che è vera carne”, ma anche per chi non è appassionato di chimica può risultare affascinante esplorare il mondo della carne coltivata. Dagli Stati Uniti, con start up come Memphis Meats e JUST, alla Modern Agriculture Foundation israeliana, che ha portato alla coltivazione in vitro del petto di pollo, passando per il Giappone dove, grazie a Yuki Hanyu e il suo Shojinmeat Project, la via dei nuovi metodi di alimentazione viene perseguita anche attraverso mezzi inconsueti: manga per avvicinare i più giovani, appelli per la ricerca universitaria e finanziamenti tramite un programma open volto a coinvolgere la popolazione più che i grandi investitori (Brin, finanziatore del Dutch Meat Project, è uno dei cofondatori di Google). E il pesce? C’è anche quello: crocchette di carpa (e l’obiettivo puntato verso il tonno) per la statunitense Finless Foods, gamberetti per la Shiok Meats di Singapore.

L’incredibile successo dei gamberetti, la cui produzione è passata dalle cinquecento tonnellate del 1988 ai 3,1 milioni del 2018, è stato sostenuto dal crollo dei prezzi in corso da un decennio, causato dalle condizioni di raccolta e lavorazione totalmente disumane che si sono andate affermando soprattutto in Thailandia e nei paesi dell’area. Ma poiché la verità è venuta a galla, letteralmente, grazie all’Associated Press, e da allora della produzione, lavorazione e commercio di gamberetti si stanno occupando l’Unione Europea e diversi organismi federali statunitensi e di altri paesi, è chiaro che bisogna cercare alternative, se si vuole mantenere in vita un mercato così ricco.

La commercializzazione di questi prodotti però deve attraversare svariati ostacoli, dal prezzo (anche se l’hamburger di Post, dal 2013 al 2018, è calato dai 250000 dollari iniziali a soli dieci) alle normative che ne stanno rallentando l’approvazione per il mercato, senza contare l’ostilità dei produttori di carne “tradizionale” che cercano di spingere per una denominazione del prodotto avversario con aggettivi come artificiale e sintetica, non riuscendo ad ottenere un “falsa” che avrebbe ottenuto la loro piena approvazione. Nell’attesa che l’impasse venga superata ci sono però molte altre alternative per l’alimentazione sul piatto.

Piantagioni abissali, agricoltura desertica e riduzione dello spreco

Il Nemo’s Garden di Sergio Gamberini a Noli (SV)

Le ricerche e innovazioni messe in fila da Codignola nella sua indagine sono numerose e diversamente incredibili. Alcune passano per l’ovvia necessità di nutrirci di forme di vita diverse come meduse (già consumate in oriente, ma con metodi di lavorazione non molto chiari e sicuri) sotto forma di chips e soprattutto insetti, categoria che vede la Finlandia come paradiso europeo visto che già dal 1° gennaio 2018 i grilli sono allevabili, trasformabili e commerciabili in tutti i paesi dell’Unione (anche se solo in pochi paesi effettivamente commerciati), ma altre si pongono obiettivi decisamente più ambiziosi.

“Il mio basilico non è ancora rigoglioso come vorrei, lo utilizzerò per il pesto.” Così il capo giardiniere Blaise Jowett. Ma considerando che fuori si vedono solo cammelli e sabbia, e all’orizzonte monti aridissimi, probabilmente la sua insoddisfazione non è poi così motivata: il Sahara Forest Project non sta affatto deludendo, anzi, sta indicando una via che potrebbe fornire risorse idriche a tutta l’umanità, insieme a verdure fresche, coltivate con acqua salata proprio nel bel mezzo del deserto, dove si può attingere a piene mani all’energia data dal sole e dal vento, e dove i terreni a disposizione non mancano.

Dagli impianti di agricoltura desertica ai pomodori coltivati in Islanda dentro serre che sfruttano l’energia dei geyser per arrivare ai progetti dell’industria aerospaziale, impegnata in esperimenti che hanno portato alla crescita di diverse varietà di verdure e un tipo di fiore all’interno della Stazione spaziale internazionale, il mondo si sta interrogando sui modi migliori per ottenere cibo sano a basso impatto ambientale. Ne Il destino del cibo, a fianco delle caratteristiche tecniche descritte in maniera il più possibile semplice e accessibile, trovano spazio le storie spesso sensazionali degli innovatori: gente come Bren Smith, pescatore di frodo prima, allevatore di ostriche poi e infine inventore delle foreste verticali sottomarine di alghe e molluschi, scoperta tramite la quale si sistema, ripulisce i mari (ogni ostrica pulisce duecento millilitri al giorno di mare, favorendo la ripopolazione ittica delle coste) e, già che c’è, crea anche un sistema di produzione anticapitalistico.

La prima e più pressante ossessione di Smith è infatti, fin da subito, molto chiara: non riprodurre per nessun motivo un monopolio globalizzato né una variante dei sistemi ittici industriali. Per questo nel 2013 dà vita a una fondazione no profit e open, la Green Wave, che aborrisce i brevetti e il franchising, ma che fornisce tutta l’assistenza necessaria a chi vuole impiantare la sua fattoria sottomarina. Bastano una barca, trentamila dollari e circa otto ettari di mare da affittare; non occorre alcuna esperienza specifica (tra coloro che si sono lanciati sulla maricoltura, racconta, vi sono veterani dell’Iraq e agricoltori messicani, ex pescatori dell’Alaska, manager di città che hanno cambiato vita e moltissime donne, fatto di cui Bren è particolarmente orgoglioso) perché il sistema è semplicissimo e i rudimenti necessari per iniziare sono forniti dalla fondazione stessa. Gli aspiranti agricoltori marini possono acquistare a basso prezzo bivalvi e alghe cresciuti in vivai della fondazione, ed essere assistiti nell’affitto delle piccole zone marine necessarie (prezzo massimo pagato: cinquanta dollari per acro per anno) che oltretutto, grazie a questo sistema parcellizzato, non potranno mai essere privatizzate da nessuno.

Fra gli olandesi Peter e Minke van Wingerden che hanno creato una stalla galleggiante, l’imprenditore di Singapore Teo Hwa Kok, che dopo un passato recalcitrante nella produzione di pesticidi ha trovato la sua strada producendo attraverso l’idroponica verdure sui tetti della megalopoli, e il “freegano” Tristram Stuart, uno che a dieci anni chiedeva ai Mc Donald’s della sua zona di provenienza (Sevenoaks, nel Kent inglese) di eliminare il Cfc dalle confezioni e oggi è il principale attivista contro lo spreco alimentare (organizzatore fra le altre cose del progetto Feeding the 5000, tramite il quale ha dato un pasto gratuito a migliaia di persone in più di quaranta città del mondo, compresa Milano nel 2015, solo tramite il cibo salvato dai bidoni della spazzatura), c’è spazio anche per un po’ di Italia: le biosfere che producono lattuga, pomodori, fagioli, zucchine e svariati altri ortaggi e piante (fra cui l’immancabile basilico per il pesto) che compongono il Nemo’s Garden di Sergio Gamberini, la serra galleggiante Medusa creata da Stefano Mancuso (che purtroppo, dopo l’ondata d’interesse successiva alla sua messa in acqua nella Darsena milanese durante Expo, è finita ormeggiata fra Pisa e Livorno in attesa di tempi migliori e di fondi) e i funghi coltivati partendo dai fondi di caffè tramite un circolo chiuso totalmente ecosostenibile dalla start up Funghi Espresso, fondata nel 2014 da Antonio Di Giovanni e Vincenzo Sangiovanni, tre esempi fra i tanti del modo in cui, fra varie difficoltà, anche nel nostro paese si cercano vie alternative all’alimentazione.

E ora che si fa?

E se un giorno tutto questo fosse solo un ricordo?

Ci ho messo qualche mese a parlare di questo libro. Ci ho messo così tanto perché mi sento un po’ un impostore: parlare di vie alternative sostenibili (per quanto futuribili) e ordinare sushi tramite Deliveroo sono comportamenti antitetici, soprattutto dopo aver letto le parole del già citato Bren Smith, che parla di “de-sushizzare” il mondo. Sto cercando di ridurre il mio consumo di carne e di alimentarmi in maniera più consapevole, e molto del mio cambio di mentalità lo devo a questo libro, ma la strada per la piena sostenibilità è ancora lunga e costellata di errori. Il consiglio che posso dare a chi volesse immergersi in questa consigliatissima lettura è di prenderlo come un ottimo vademecum, fonte di speranze, suggerimenti, domande (OGM sì oppure no? Difficile rispondere quando ti piazzano davanti il caso dell’Uganda, dove solo attraverso l’inserimento di un gene della pianta del pepe si è ottenuta la speranza di salvare la banana Cavendish, aggredita da un fungo chiamato TR4 che stava per mettere in ginocchio l’economia della nazione) e tante incredibili storie delle quali in questo articolo trovate solo un piccolo riassunto.

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Racconto in musica 117: Io non volevo nascere (Edda – Milano)

Quando ho aperto questo blog mi ero dato due regole fondamentali per quel che riguarda i racconti: la lunghezza di massimo tremila battute e la musica indipendente a fare da musa ispiratrice. Poi mi ero dato anche altre regole non scritte, alcune interne alla gestione (pubblicare un racconto a settimana, pubblicare un articolo a settimana, perché se non faccio le cose con una frequenza stabilita finisce che faccio tutto a cazzo: ultimamente per questioni di sopravvivenza mentale mi sono preso qualche licenza, le mie assenze prendetele come una ribellione alla società della performance introiettata o, semplicemente, prova del fatto che non tutte le settimane ho qualcosa di interessante da dire) e altre relative alla musica, tipo “mai fare doppioni” o “parlare di artist* ancora in attività”. Chiariamoci, la lunghezza massima è sempre stata rispettata, ma già sulla musica indipendente sono stato permissivo su quelli che considero “casi limite” (ad esempio Riccardo Sinigallia e i Verdena): potrei mai imporre delle regole che non sono esplicitate qui? Potevo dire di no ad Antonio Vangone quando mi ha proposto un racconto ispirato dai disciolti L’Orso? Potevo dire di no a Morgana Chittari, che oggi riporta Edda su queste pagine dopo che avevo parlato di lui al giro di boa dei 100 racconti? Certo che no, e quindi eccol* qua!

Passiamo a presentare Morgana innanzitutto, anche se c’è chi sostiene che non sia mai esistita e lei stessa, la cui memoria difetta, dubita spesso della propria carne. Classe 1986, il suo primo amore è il giornalismo, con collaborazioni con L’eco della Stampa e Stampo antimafioso, di cui è stata tra l* fondator*. La scrittura è però una passione a tutto tondo che la porta a scrivere sempre e ovunque, sui rotoli di carta igienica come sui palmi della mano degli sconosciuti, il che non le impedisce di utilizzare anche i normali fogli di carta e/o la tastiera del computer: se n’e ben accorta la casa editrice Lekton Edizioni, che nel 2021 ha pubblicato la sua racconta di racconti e poesie sperimentali Frantumi, nonché le numerose riviste online (Sulla quarta corda, Squadernauti, Grande Kalma e presto su Narrandom e Biró) e non (la rivista Turchese del Super Tramps Club), che hanno pubblicato suoi racconti e non solo (potete leggere ai link seguenti i suoi articoli per Suite Italiana e sul numero tredici di Risme). Ghostwriter e responsabile comunicazione per professione, le piace dare i numeri, mangiare frutta acerba, collezionare sassolini e altre cose inutili, tirare pugni al sacco, immaginare di aver fatto, i non detti, gli spazi bianchi tra le cose, le persone e le parole, mentre non le piace l’idea di sparire o morire, anche se è ciò che le riesce meglio. Sedotta dal dialogo fra discipline si è formata ed ha avuto esperienze nell’ambito della recitazione teatrale, studia le neuroscienze, pratica la boxe e la pittura e, se volete seguirla, potete farlo andando a curiosare sul suo blog Chimere.

Una delle ragioni che mi ha spinto a darle spazio, oltre alla sua capacità di fondere prosa e poesia all’interno del suo testo, è stata anche l’amore per la musica di Stefano Rampoldi, in arte Edda, che emerge dalla presentazione dell’artista milanese che lei stessa ha scritto, quindi non rubo altro spazio e lo lascio libero per le sue parole.

“Ex frontman dei Ritmo Tribale – il punk rock della scena underground milanese anni ’80-’90, centro sociale Leoncavallo & co, per intenderci – Stefano Rampoldi, in arte Edda (Milano, 1963) è un talento nello schianto e nella sparizione. Dalla fine degli anni ’90 si dedica all’eroina a tempo pieno. Per oltre dieci anni lui e la musica non si dicono nulla. La fede Hare Krishna non lo salva dalla droga. Sparisce. Sipario. Un fantasma. Non si trova. Qualcuno pensa sia morto.

Senza la sua voce i Ritmo Tribale durano appena un paio di album.

Torna tra i vivi, si disintossica e si mette a fare il muratore. La musica lo salva e puff, come per magia lo ritroviamo di nuovo sulla scena musicale alla tenera età di 46 anni. Chi lo ha visto dimenarsi sul palco con i Ritmo Tribale ricorderà i capelli lunghi nero corvino, la bocca spalancata in un grido, i movimenti convulsi e scomposti. Lo ritrova brizzolato, seduto alla scrivania della sua stanza-studio di registrazione, chitarra acustica tra le braccia: postura diversa ma stessa voce possente, delicata, acuta, storta, nasale. Inimitabile. Edda non si può rifare o scimmiottare. E non si deve. Si rischia di finire male. Lui ci è finito, per dire.

Una sera di ottobre, nel 2009, compare al cospetto di Daria Bignardi invitato alla trasmissione “L’Era glaciale”: ingrassato, ciuffi sparuti sulla testa, tuta e scarpe da tennis. Uno sfigato qualunque. La sua vera natura?

L’assenza gli fa ritrovare l’essenza poetica.

Dopo oltre dieci anni di sparizione dalla scena musicale cominciano a girare su YouTube estratti dal primo album solista “Semper Biot”. Eccolo, il ritorno in grande stile. Del passato resta la poesia cruda e crudele degli esordi, se possibile ancor più cinica.

In “Odio i vivi”, singolo del 2012, canta “Odio i vivi / ho i miei motivi ma li tengo per me” e “I miei amici hanno figli figli figli… io sempre fame.” Quello che il signor Rampoldi fa non è cantare ma dire certe cose, gridare disillusione, sussurrare disperazione per la vita, troppa vita, e per gli esseri umani. Sente tutto troppo forte, Edda. Deve fare un male cane sentire così. Come fa male ascoltarlo, e poi fa anche bene (o forse è solo un rifugio, una pia illusione).

A me ha fatto venire voglia di scrivere.

Ho trascorso un intero pomeriggio a scorrere tutti i titoli dei suoi album e dei suoi singoli. Così, per puro piacere. Vorrei elencarli tutti ma so che mi odiereste. A questo punto anche io vi odio perché non mi lasciate divertire. Però, sul serio, vi consiglio di dare un’occhiata.

Del 2014 è “Stavolta come mi ammazzerai?” (citazione dal film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto), il terzo album solista dove canta/dice/grida “Tutte le volte che vedo mio padre esco di casa con la voglia di ammazzare”. All’intervistatore che gli chiede (che domande, diosanto) che rapporto ha con la famiglia, risponde: “Beh, sono stato una merda di figlio, per i miei sono stato motivo d’imbarazzo, mentre loro con me sono sempre stati bravi.” Ma non diamo la colpa all’intervistatore per certe domande, in fondo è quasi impossibile scindere la figura del cantautore da quella dell’essere umano difettoso.

Parlando del suo nuovo modo di fare musica (e forse cadendo nella trappola dei nostalgici paragoni col passato), qualcuno lo ha definito una ‘Raffaella Carrà’ e lui, replicando, dice: “la storia della Carrà è venuta fuori perché quando mandavo i brani a Luca, per fargli capire che tipo di arrangiamento volessi dare a un pezzo, gli dicevo: fammi una musica giocattolo, oppure un qualcosa alla Raffaella Carrà, però un po’ Strokes”.

Oggi Edda ascolta e segue la musica trap, crede ancora nella reincarnazione e sa che un giorno si reincarnerà giovane, forse pelato, ma sempre al passo coi tempi. I trapper? Li definisce “bravi ma un po’ paraculi”. Però, diamine, “Una forza che neanche i Sex Pistols”.

Di recente, sulla rivista “Sotto il vulcano” (Feltrinelli) ho letto un articolo dello scrittore Walter Siti che analizza riga per riga “Dubbi” di Marracash, al secolo Fabio Bartolo Rizzo: classe 1979, nato in Sicilia e vissuto nel quartiere Barona di Milano, da tutti chiamato “marocchino” per i lineamenti, uno dei più celebri rapper italiani, oltre che produttore. A proposito della canzone, Siti parla di ritmo come “istinto metrico”, trova e non trova una solida ragione per tutto ciò che Marracash ci infila dentro: rime interne, onomatopee semplici tanto da passare per ingenue, assonanze, anafore, paronomasie, sinonimie e giochi di parola, il tutto shakerato con precisione in un metro molto tradizionale, con qualche endecasillabo e ottonario del tutto casuale, inconsapevole. Il punto è che Marracash – prodotto simbolo dell’industria musicale contemporanea – non sbrodola, non sbraca, non sputa. Mi azzardo a definire “Dubbi” una canzone “pulita”, priva di smagliature e sporcature. Al polo opposto – di Marracash ma in fondo potrei dire di chiunque (prendo lui come esempio per via del genere musicale, e perché ho letto l’articolo di recente) troviamo un Edda impreciso, imprevedibile, impertinente, brutale, umano, dolce, spiacevole e fastidioso in quanto umano, seducente e kriminale (con la “k, come l’omonimo disco punk-grunge-rock del 1990). Edda si smonta e si riassembla, si sabota e si riassesta, e fa tutto da solo, decide lui quando e come. I testi delle sue canzoni li definisce “cagate psichedeliche”.

I temi? Sesso, droga, musica trap, spiritualità.

Del 2017 è “Graziosa utopia”, un disco provocatorio e disperatissimo che vede la partecipazione di Federico Dragogna dei Ministri e Giovanni Truppi, suoi ammiratori. Fru Fru” (Woodworm, 2019) è un pop ballabile che mi ha ricordato le atmosfere di “Ti voglio” di Ornella Vanoni (Io fuori, 1977) con quel “Tuuu, mi fai vooolaaaare” leggero, che si danzava a occhi chiusi, indossando pantaloni a zampa sotto le luci stroboscopiche, muovendo i piedi sulle mattonelle colorate e fingendosi timidi mentre ci si seduce.

Sulla copertina di “Fru Fru” domina uno sfondo arancione su cui si staglia un wafer piccolissimo con scritto sopra “Edda”: per dire quanto poco costui si prenda sul serio. Ma è solo una copertina, tutto ciò che resta in superficie, come quando Edda risponde autoironico alle domande degli intervistatori. La sua verità sta nelle canzoni, cioè nella finzione. Come persona si definisce “un biscotto abbastanza indigeribile” che però aspira alla leggerezza, al volo. Ma più che il volo – citando l’incipit del film di Kassovitz “La Haine” – Edda può vantare di aver sperimentato lo schianto. Il suono ce l’ha persino nel nome.

Ho googlato ciò che sto per dirvi solo per essere sicura di ricordare bene.

Esistono diverse teorie riguardanti l’origine della parola “Edda”, nome d’arte rubato alla madre dal Rampoldi (cognome che suona tanto come “rampollo di famiglia piccolo borghese”, che poi è esattamente il suo background familiare). “Edda” è la parola usata per definire due opere della mitologia norrena: The Poetic Edda e The Prose Edda. Pare che entrambe siano state scritte in Islanda intorno al XIII secolo. Si è parlato anche del “libro di Oddi”, centro educativo in Islanda frequentato da Snorri Sturluson: “Edda” è anche il titolo del trattato dello scrittore sulla poesia.

Due delle teorie più accreditate sono quindi che il termine derivi dal norreno óðr (poesia) o che sia una combinazione del latino “edo” (poesia) e dell’islandese “kredda” (superstizione).

Parlando con i classicisti (so che ci siete, siete ovunque, maledetti – mi ci metto pure io) vorrei ricordare che il verbo “ēdo” in latino (e come non pensare anche al greco ἀοιδός, derivato di ἀείδω «cantare») significa alcune cose che per amor di liste vertiginose elencherò tutte:
– emettere, far uscire, mandare fuori
– partorire, generare, dare alla luce
– fare, produrre, compiere, cagionare, causare
– divulgare, diffondere
– svelare, riferire, dichiarare, manifestare, rendere noto
– pubblicare degli scritti
– pronunciare un oracolo
– portare in alto, elevare, sollevare
– preparare, allestire giochi o spettacoli
– (passivo, di fiumi) sfociare, sboccare

Edda, che si prende per il culo ma scemo non è, sa tutte queste cose e le indossa con stile.

Maledetto, guarda cosa mi hai fatto vomitare.

Io, che pure sono divoratrice appassionata di musica random, scopro Edda solo nel 2022 ma non è colpa mia. È colpa sua che ogni tanto sparisce, e lui lo sa. Invece il merito è del mio compagno e di suo fratello, entrambi musicisti (chitarra/basso uno, polistrumentista l’altro). Oggi siamo ancora qui, suo malgrado, a scoprire questo essere umano, troppo umano per essere sopportabile, digeribile, conoscibile dai più. E che fa di tutto per non farsi notare.

A settembre di quest’anno è uscito “Illusion”, sesto album in studio: 11 inediti prodotti da Gianni Maroccolo (Litfiba, CCCP, CSI, PGR, Marlene Kuntz, Deproducers), grande estimatore del talento di Edda. Il titolo è un tributo a “Maya”, termine sanscrito per “illusione”: la superficie che ricopre e nasconde l’essenza delle cose. Maroccolo stesso, che di musica ne sa qualcosina, definisce il disco “pura magia. Umana, spirituale, musicale, artistica. È vero in ogni singola nota e parola. Trasuda purezza, quella un po’ ingenua che riconosci solo nei grandi Artisti e negli esseri umani Illuminati”.

Il talento visionario, l’ironia, la capacità di andare sempre a fondo, la bravura nel comporre e una voce davvero fuori dal comune rendono Edda una creatura bizzarra nel panorama musicale italiano attuale. Perciò ho creduto che valesse la pena spenderci più di due righe.

Il testo che leggerete è nato dopo aver ascoltato una sua intervista (consiglio l’esperienza di lettura: è spassosissimo quando risponde alle domande). Una frase, solo una – quattro parole – continuava a girarmi in testa come un’ossessione. L’ho fissata su carta solo per liberarmene e tornare alla mia vita gaia, e ovviamente ho fallito. Sono rimasta chiusa in bagno per tre ore ed è venuta fuori questa cosa strana. (La frase-ossessione è inchiodata alla prima riga). Non è un racconto, quindi forse non la leggerete perché non andrà bene per la linea editoriale. Non è nemmeno una canzone, quelle non ho idea di come si scrivano. Forse è solo un grido, uno sfocio, un uscio, uno sbocco o uno sbrocco, un buco, e se così fosse, me ne torno lì, nel mio angolino.

Anche se non credo in Krishna né mi sono mai fatta di eroina, come a Edda anche a me tutto sommato piace sparire.”

Morgana è talmente brava e appassionata che ha anche già presentato da sé il suo testo, che abbiamo di comune accordo associato a Milano, una delle prime canzoni dell’Edda solista e che ben riflette quell’equilibrio raro fra dolore e ironia che permea tutta la sua musica: potete leggerlo subito dopo il brano, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Io non volevo nascere, di Morgana Chittari

io non volevo nascere

per la società un peso materiale

per la famiglia un problema morale

per me stessa un dubbio un buio il nodo da sciogliere

se domani provassi a reinserirmi

come soldatino o impiegato statale

mi sentirei morire.

e continuano a dirmi

fai l’insegnante

arruolati nella legione

cercati un posto fisso

pensa alla pensione

e penso che a chi lo dice di me fotte niente

vuole – per se stesso, vuole – che io mi rilassi

che io mi adatti,

che mi sistemi,

io

che non sia un problema

per nessuno – tranne che per me tranne che per me.

e penso ma se proprio devo morire

io muoio pure ma non della vostra gabbia

non delle vostre regole

scelgo io in questo corpo come si muore

ed è solo colpa mia se nella vostra gabbia

non so stare

è colpa mia se scarto sempre

non scatto sputo per terra e mi piscio addosso dal ridere come i bambini

barcollo

non cammino dritta

non mi adeguo non mi addolcisco con le promesse dei potenti

è colpa mia se casco sempre se casco sempre se casco sempre

sono io che dovrei cambiare

o sparire – preferisco sparire

schivare il colpo.

avete ragione, voi

voi, avete ragione.

il politicamente corretto

il bacio o lo schianto senza redenzione

il pianto rotto, una marlboro di troppo

una figlia di troppo

il cancro ai polmoni

una madre che non puoi salvare

(ho quasi finito, giuro)

di solito non grido, non disturbo,

volo basso e scrivo

ma oggi sono esausta

mi fanno male le ali

mi va di gridare e basta

come fosse l’ultima cosa che faccio

prima di morire

io non volevo nascere eppure.

e ora ve l’accollate questa persona,

mi dispiace – mi scuso

o mi lasciate in un angolo a morire

o mi fate parlare

E allora.

l’inps l’iva il rdc

non saper chiedere o compilare una scartoffia per ottenere o respingere qualcosa

l’inail l’imu la tari la tasi

il cappio al collo la carota e il bastone

il cig la naspi

in psicoterapia

sono le vostre sigle del cazzo che mi mandano in riabilitazione

siete voi

la mia depressione

letti rifatti bene che pare non ci abbia dormito nessuno

mi fate venire voglia di morire.

azzurro il cielo è troppo azzurro per noi

i denti da latte in frantumi ballano senza cadere,

bambini ubriachi, restiamo sospesi nel vuoto

la serenata di un senzatetto al balcone

la trap dei drogati alla barona

i bimbi spezzati a librino

non mi va di mentire siamo noi

la croce rotta

la bibbia rinnegata

– bisogno di fede e nessuna religione –

sentirsi ladri per il solo fatto

di amare tanto da essere disarmati

ho finito, giuro

ho quasi finito

Si diventa rapidamente vecchi e in modo irrimediabile per giunta. Te ne accorgi dal modo che hai preso di amare le tue disgrazie tuo malgrado.”

Louis-Ferdinand Céline , Viaggio al termine della notte.

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Racconto in musica 116: Quando non c’è più posto al cimitero (Musicaperbambini – Morto vivo)

Parliamo un po’ di vita vissuta. Tipo: sto scrivendo questo articolo da una concessionaria, dove sverno in attesa che mi venga riconsegnata la macchina a seguito del secondo tagliando (670 euro, alla faccia!). Tipo: una quindicina d’anni fa, due mesi dopo aver affittato per la prima volta un appartamento, la vicina di casa ha chiamato i carabinieri perché facevo troppo casino (parlavo con un gruppetto di amici alle dieci di sera, alla faccia!). Sorvoliamo sulla prima e concentriamoci sulla seconda, perché nonostante questo inizio in salita io poi ho avuto pure la bella idea, qualche anno più tardi, di farci dei concerti in casa: acustici, roba che pure il mio gatto veniva a vederseli (gli applausi però lo facevano scappare), ma sempre col timore che qualche vicino (che non sempre avvertivo, mea culpa) potesse risentirsi. Ecco, quel timore ce l’ho avuto particolarmente quando il “palco”, invece che organizzarlo in maniera che le casse proiettassero il suono verso la strada, lo allestimmo con le casse che sparavano verso l’appartamento di fianco (in cui non abitava più la vicina denunciatrice), perché il concerto in questione prevedeva l’utilizzo di basi di brutto metal sparate a grande volume che mi hanno fatto temere una seconda visita dell’amministratore (chiamato sempre dalla vicina denunciante poco dopo la storia dei carabinieri: nonostante ciò andavamo d’accordo): invece è andato tutto liscio, abbiamo fatto il pienone di gente (trenta persone stipate nella mia sala, record) e io ho potuto bullarmi in giro di aver fatto suonare a casa mia (e aver ospitato sul divano) (ora la smetto con le parentesi, giuro) (no, mi sa che continuo) il piacentino Manuel Bongiorni, altrimenti conosciuto come Musicaperbambini.

Si era nel gennaio 2016 quando Manuel arrivò in casa mia con Napo degli Uochi Tochi ad occuparsi dei visual durante il concerto, e io lo seguivo già da poco meno di vent’anni. La storia di Musicaperbambini inizia infatti alla fine degli anni ’90, precisamente nel 1998 quando esce Nascondino coll’assassino, di cui io ho la fortuna di scoprire l’esistenza grazie alla benemerita radio varesotta Radio Lupo Solitario: brani come Il lanciatore di coltelli, La pianta di chiodi e Il bosco dei biscotti (quanto sangue sgorga dai biscotti!) mi si stampano in testa, friggendomi il cervello con quel mix mai sentito prima di campionamenti metal, attitudine punk e testi che sembrano storie scritte dai fratelli Grimm sotto acido. Quando nel 2002 esce Del superuovo (ovvero le prove dell’esistenza del cavaturaccioli) mi fiondo subito a comprarlo al banchetto dei P.A.Y. (vi ricordate di loro? Ve ne avevo parlato qui), perché il disco esce in coproduzione con la loro “etichetta di autoproduzione” Punkrockers (il che non so esattamente cosa voglia dire, ma w l’autoproduzione e i giovani in azione), e tanta altra inquietante meraviglia si spande nell’aere: Bongiorni riesce a far ridere e farti provare un brivido allo stesso tempo, pure a essere poetico con la conclusiva Bolla di brodo, in cui la rivoluzione di una bolla emarginata finisce con l’esplosione sua e di tutte le altre bolle che ha convinto a “lasciare il brodo così com’è”… E io mi commuovo ogni volta che sento la strofa finale: “volavano verso le stelle quelle bolle/ volevano veder le lune dalle spalle/ il cielo si riempì di mille e più bolle/ come fosse un mare, al punto di scoppiare”. In più ogni disco contiene un uovo personalizzato disegnato da lui (nel mio in realtà mancava, ma me ne ha disegnato uno dal vivo anni dopo).

Potrei parlarvi di ogni singolo album con dovizia di particolari? Potrei, la macchina me la consegnano solo fra un’ora/ un’ora e mezza, ma ci sono tante altre cose da dire per cui viaggiamo velocemente da M_sica (2005, Betulla Records, la cui cover diventa il logo ufficiale del progetto: un omino stilizzato con le cuffie e senza una gamba, appeso come nel classico gioco dell’impiccato) a Dio Contro Diavolo (ovvero La Girella del Guitto) (2008), il primo concept album in cui Dio e il Diavolo si contendono l’anima di un fanciulletto. È un disco molto importante perché è quello con cui MxB (per gli amici) entra a far parte del roster de La famosa etichetta Trovarobato, mentre a livello personale lo ricordo con affetto perché è durante il tour di presentazione che riesco finalmente a vedere dal vivo il suo folle circo: coadiuvato da Manzo e da Gigi Funcis degli Eterea Post Bong Band (collaboratori a vario titolo e in periodi diversi anche su disco), Bongiorni crea uno spettacolo diverso per ogni esibizione, una vera e propria opera teatrale in cui al processo al fanciulletto (posseduto alternativamente dai sette peccati capitali: ricordo in particolare la rabbia, in cui un Bongiorni trasfigurato chiede alla madre un abbonamento al Brescia con cui andare nel curva dell’Atalanta, così da potersi picchiare da solo) si alternano i brani, alcuni in acustico e altri con i campionamenti roboanti ad annichilire l’ascoltatore, sempre conditi da invenzioni su invenzioni (il bidone che si mangia una persona su Il canto del bidone!) che prevedono l’utilizzo di costumi, palloncini e chi più ne ha più ne metta.

Mentre si accumulano i dischi, che avendoci preso gusto sono quasi sempre dei concept (Dei nuovi animali del 2011, il cui tema è l’evoluzione umana e non, Capolavoro! del 2014, in cui il tema sono lavori folli come il Macellaio di cognati, L’accalappiatopi o L’idraulico aulico), Bongiorni dal vivo sperimenta formule sempre più folli e affascinanti: narrazione di favole (La bella addata! Maledetta da una strega cattiva che le ha aperto un account su MySpace!), cover alternative (Icona gay al posto di Enola gay, Con te borderò al posto di… Vabbè lo sapete), acustico ed elettrico che si mischiano e si adattano ai vari contesti. Nei suoi dischi appaiono collaborazioni importanti (Alessio Bertallot, del cui programma B-Side Bongiorni ha composto la sigla dell’edizione 2006/2007, La Pina, Caparezza, Giovanni Gulino dei Marta Sui Tubi, che lo coinvolsero nel fantastico esperimento del secret condominio: un intero edificio con tre piani pieni di artisti che si esibivano in acustico) che sfociano nel 2019 in un coinvolgimento a tutto tondo di Elio e Rocco Tanica per l’album Alla fiera della fine: oltre ad apparire in alcuni brani (Mario antiorario e Vivere nel tuo naso per il primo, Cartolino per il secondo) il disco viene prodotto insieme alla Trovarobato dalla Hakupan, etichetta fondata proprio dagli EeLST. Un suo concerto è stato fra gli ultimi che ho potuto apprezzare al compianto Ohibò di Milano, in attesa di un nuovo album lo potrete di sicuro trovare in giro (a settembre ha fatto due date delle sue Fiabe della buoncostume). Ah, ha pure fatto uscire un incredibile disco a nome Manuel Bongiorni nel 2005, Storie per un re, sponsorizzato dal Parco delle fiabe del Castello di Gropparello.

Morto vivo è una delle innumerevoli tracce di Dio Contro Diavolo, una canzone in cui un seccato Alessio Bertallot scrive ad un giornale per porre le sue rimostranze su, appunto, un morto vivo (del cimitero abitante abusivo): mentre levigavo bottoni per lavoro mi è venuta improvvisamente in testa (sarà stata anche la lettura di La carne di Cristò a influenzarmi?) l’idea di un futuro in cui la resurrezione è ormai un qualcosa di largamente accettato, ma il problema dei posti al cimitero comincia a farsi pressante. Come si risolve? Finisce per c’entrare anche la GENTRIFICAZIONE? Potrete scoprirlo più in basso, subito dopo il brano che ha ispirato il racconto: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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Quando non c’è più posto al cimitero

Quello che li frega agli abusivi è la noia. La puzza e la noia, ma fosse solo per la prima gli basterebbe starsene rintanati nei loro loculi. Invece credono di poter andare e tornare come se niente fosse, e quando scoprono che non si può fare è già troppo tardi. A me spiace, ma le regole non le faccio io: qui ci stanno solo i morti.

Alle resurrezioni ci siamo abituati in fretta, son dell’idea che dopo un po’ ci si abitua a tutto. Però bisognava anche trovare spazio per i nuovi morti, e lo spazio non si libera mica se non puoi più mandare al macero quelli vecchi: chi glielo dice al dirigente d’azienda che la sua nonnina decrepita la dobbiamo far fuori un’altra volta? Speravamo in un boom di cremazioni, invece la gente a ‘sta storia della seconda opportunità ci si è affezionata, anche se andarsene in giro con la pelle cascante o gli occhi che rotolano fuori dalle orbite non ti fa fare proprio un gran figurone. Ma sempre meglio che esser morti.

Una volta era facile fare il custode del cimitero, mi dicono. Passavi la giornata seduto a salutare le signore che venivano a far visita ai parenti, a cambiare i fiori, avevi un bel da fare alle feste comandate ma perlopiù prendevi peso e dovevi trovarti un hobby per far passare il tempo. Adesso sembra di stare in aeroporto: perquisizioni, controlli a campione e ronde lungo il perimetro, ci mancano solo il metal detector e il filo spinato. Il fatto è che non tutti i morti sono stupidi, quelli che risorgono dopo poco sono più svegli e magari riescono a nascondere la putrefazione con l’aiuto dei parenti magnanimi, che di lasciarli lì tutto il giorno al buio con un libro o un tablet non hanno cuore. Ma prima o poi li sgamiamo tutti.

Fossero così magnanimi da portarseli a casa, invece no. È diventato un problema sociale quello delle resurrezioni, basta un morto in un condominio per sollevare un vespaio che levati, anche se c’hai una villetta indipendente ti guardano male perché rovini il buon nome del quartiere. Dicono che gli speculatori edilizi ci stanno marciando, fanno degli accordi con prestanome perché si piglino in casa un ex caro estinto non reclamato e quando i vicini se ne vanno, perché non ne possono più di quelle presenze inquietanti, loro passano a fare offerte al ribasso. Ci sono proteste dei proprietari e proteste dei parenti che li accusano di razzismo, la politica non prende una posizione e così, intanto, noi continuiamo a beccare gente che crea diversivi mentre il padre risorto si logora quel che rimane dei muscoli delle braccia per scavalcare il muro di cinta.

Io cerco di essere comprensivo, ma senza concedere nulla. Potrei esserci io al loro posto, un domani, di quegli sfortunati che non hanno agganci. Questo non è più lavoro facile, ma perlomeno ti dà delle opportunità: quell’angolo riparato sotto gli alberi ho tutto il tempo di arredarmelo come mi pare, e con un bell’impianto di aerazione e la fibra veloce sono sicuro che non avrò bisogno di nessuno per l’eternità.

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Musica con la C maiuscola alla Fiesta dei Leatherette

Per qualche anno ho fatto parte di una band post-grunge: eravamo quattro amici dello stesso paese, in tre eravamo nati negli anni settanta e, come precisamente espresso in Velleità de I Cani, facevamo musica datata. La maggior parte delle cose buone erano merito del chitarrista e cantante, uno che suonava fin da piccolo e aveva una conoscenza musicale che io, strimpellatore quasi autodidatta, potevo solo sognarmi, ma questa forbice di talento ci metteva su livelli diversi anche a livello ideologico. Una volta mi fece sentire un giro che voleva utilizzare in una nuova canzone, era carino (anche un po’ datato) ma perse fascino quando mi spiegò per filo e per segno come aveva incastrato le note per ottenere l’effetto più orecchiabile: lui pensava al valore commerciale della nostra musica, per quanto facessimo post grunge nel 2015, a me sarebbe bastato ficcarci dentro qualche suono strano.

Potrei sbagliarmi, ma ascoltando Fiesta io non riesco a immaginare nessuna testa che ragiona su come ottenere qualcosa che “funziona”. Nei dieci brani del disco d’esordio dei Leatherette (Michele Battaglioli voce e chitarra, Francesco Bonora batteria, Marco Jespersen basso, Jacopo Finelli sax e synth e Andrea Gerardi chitarra), uscito il 14 ottobre per Bronson Recordings, c’è urgenza espressiva e non calcolo, e questo nonostante la band metta in fila anche influenze che al momento sono di moda.

Serve qualche brano ai cinque bolognesi d’adozione per carburare, perché la partenza con Come clean sembra seguire mode tramontate tempo fa, una sorta di indie alla Strokes che si fa forte della voce sporca da attaccabrighe inglese di Michele, e anche So long si rivela fin troppo trattenuta. Il momento in cui si capisce che la band è una di quelle a cui piace sovvertire le aspettative arriva così al terzo brano, Dead well, e riesce in pieno nel suo intento: un cantato che sta fra il post-punk e un rap cantilenante, il basso distorto che con poche note crea un tappeto perfetto, un’atmosfera da bettola per alcolizzati che chitarra e sax colorano di pennellate lynchane. Come si definisce una canzone del genere? Non so trovarle una collocazione precisa nello scacchiere musicale, ma quello che è sicuro è che da qui in avanti i Leatherette dimostrano di avere una cosa non scontata per un gruppo che ha assunto la sua formazione definitiva nel 2019 e che si è attraversato la pandemia prima di registrare questo disco: il Carattere.

Chiamo Carattere quella libertà di spaziare di cui è intriso Fiesta, di passare all’interno di Thin ice dal ritmo catchy d’apertura allo sfogo distorto per poi concludere melliflui con il sax in primo piano e la malinconia che si fa strada. Ci vuole personalità per credere forte nel brevissimo delirio semicircolare di Play, uno sfogo noise con dello swing oscuro attorno, per lanciarsi nella progressione sempre più sfrenata di No way (una canzone che potrebbe non sfigurare in California dei Mr. Bungle), per intripparsi col jazz e rinchiudere l’ascoltatore nel locale fumoso evocato dalla title track. Avrebbero potuto accontentarsi della furia di Fly solo i Leatherette, la miglior resa sonora possibile della strofa “self care is boring/ self destruction’s fun” che Michele canta come se la sua vita dipendesse da quante corde vocali si distrugge urlandola, perché dietro ai rumorismi di sottofondo batte un cuore post punk che avrebbe potuto farne gli idoli nostrani del genere, invece loro hanno troppa foga e voglia di sperimentare per rinchiudersi in una bolla e ad un disco equilibrato e ammiccante hanno preferito questo: caotico, spiazzante, difettoso e terribilmente attraente.

Nel 2015 io e i miei amici eravamo fuori tempo massimo col nostro post grunge, ma il mondo della musica sa riciclarsi in maniere bizzarre e ora tocca al post punk rifarsi il look. Quel che posso augurarmi da questa nuova ondata è che sia composta da sempre più band come i Leatherette, perché l’innovazione sta nella capacità di virare anche quando sarebbe più logico andare dritti: fanculo all’autoconservazione e facciamo fiesta!

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Racconto in musica 115: Un organo occlusivo (Ufomammut – The overload)

Già in un’altra occasione ho parlato di Flux, un canale televisivo di sola musica che nei primi anni 2000, al contrario di Mtv, passava tutta roba strana, fuori dagli schemi, il tutto in una programmazione caotica che non dava punti di riferimento. Non ricordo se quello fosse il primo passo verso qualcosa di più concreto, quello che invece mi è rimasto impresso è stato il mio primo approccio con quel canale: un corto cinematografico con una musica ossessiva e inquietante ad accompagnarlo, l’evoluzione in diretta di una misteriosa creatura all’interno di una vasca che alla fine emerge, in un crescendo di synth e frequenze basse, in tutta la sua orrorifica magnificenza. Ovviamente avrete capito che la musica d’accompagnamento era degli ospiti musicali della settimana, ovvero gli Ufomammut.

Si possono condensare ventitré anni di storia in un solo articolo? Riassumere l’importanza della band di Tortona per la musica psichedelica lenta e massiccia? Probabilmente no, e forse non è neanche il modo migliore per parlare della creatura di Poia (chitarra ed effetti), Urlo (basso, voce, effetti e synth) e Vita (batteria), nata nel 1999 ed evolutasi tentacolarmente pescando influenze dal doom, dallo stoner, dal rock psichedelico in senso più ampio e da qualunque altra cosa che passasse loro per il cervello. Il loro primo album è del 2000, Godlike snake (Beard of stars records), una dimostrazione d’intenti di libertà creativa che si compone di riff mitraglianti, synth annichilenti e improvvisi spazi atmosferici in cui riprendersi dagli scossoni o perdersi definitivamente, e quella voglia di sperimentare non li ha abbandonati nel corso degli anni e dei dischi, ben sette fra il 2004 e il 2017. La loro storia non può però essere distaccata dalle altre creature che accompagnano e completano il progetto Ufomammut, ovvero il Malleus Rock Art Lab e l’etichetta Supernatural Cat: la prima, formata da Poia e Urlo insieme al visual artist Lu, da anni si occupa di creare le locandine più belle che potete vedere in circolazione (io ne ho in casa una di un concerto dei Mudhoney al compianto Rainbow di Milano) ovunque nel mondo e, lateralmente, dei visual che accompagnano le esibizioni live degli Ufomammut, la seconda è dal 2005 la casa in cui un sacco di sperimentazione sonora è stata possibile, dove sono stati partoriti i dischi di band come Morkobot e Lento e dove tuttora pubblicano gli OvO, uno dei gruppi più indecifrabili del panorama musicale italiano e che il mondo intero ci invidia.

Fra locandine, visual, riff, dischi prodotti, contratti importantissimi come quello con la Neurot Recordings (etichetta fondata dai membri dei Neurosis che dal 2012 pubblica sul mercato internazionale i loro dischi) gli Ufomammut vagano per l’aere musicale, spaziano dal concept album Eve (2010, cinque tracce che, come un unico fiume sonoro, veicolano la loro visione della prima donna della storia) al successivo Oro del 2012, suddiviso in due dischi (Oro: Opus Primum e Oro: Opus Alter) ma concepito come un’unica traccia riflettente la suggestione del processo alchemico… Quanto altro si potrebbe dire della loro musica? La cosa migliore che possiamo dire è che non ci ha abbandonati, nonostante avvisaglie preoccupanti all’inizio del 2020, poco dopo aver festeggiato i vent’anni di carriera con la raccolta XX: una pausa a tempo indefinito, una pandemia subito dopo, la fuoriuscita dal progetto del batterista Vita e poi, a far tirare un respiro di sollievo, la ripresa dell’attività. Rieccoli, nel 2022, con un album che forse non poteva che chiamarsi Fenice, con Levre dietro le pelli (già fonico, tecnico di palco e addetto al merchandise della band) e un tour europeo appena concluso alle spalle: quando torneranno sui palchi italiani non perdeteveli, ne uscirete storditi ma avendo visto qualcosa di cui ignoravate l’esistenza.

Ho titubato un sacco sulla canzone a cui ispirarmi: Deityrant mi tirava per la manica con la sua carica trascinante, Stigma flirtava con le mie orecchie con la sua lenta e ipnotica ascesa. Alla fine ho deciso di barare, traendo una storia dal brano The overload che non è parto solo del trio piemontese, bensì l’unione delle forze con i già citati Lento, compagni di etichetta e collaboratori di lungo corso (il chitarrista Lorenzo Stecconi ha prodotto alcuni dei loro dischi, oltre che per altre band nazionali e internazionali): il brano è tratto dal disco Supernaturals: Record One del 2007, in cui le due band mischiano le loro suggestioni musicali in un brodo primordiale che nella traccia in questione assume contorni da esperienza mistica, un qualcosa che ho cercato di ricreare ricordandomi anche di ciò che Aldous Huxley affermava ne Le porte della percezione, cioè che il cervello è un organo occlusivo. Potete leggere il delirio che ne è conseguito subito dopo la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Un organo occlusivo

La funzione del cervello e del sistema nervoso è di proteggerci conto il pericolo di essere sopraffatti e confusi da questa massa di conoscenza in gran parte inutile e irrilevante, cacciando via la maggior parte di ciò che altrimenti percepiremmo o ricorderemmo in ogni momento, e lasciando solo quella piccolissima e particolare selezione che ha probabilità di essere utile in pratica.

Charlie Dunbar Broad

La paura è una fase che diventa presto parte di un insieme. Mancano le parole per descrivere ciò che prova, illuminazione è quella che avrebbe usato ma esclude il buio, parzializza. La necessità di dare una spiegazione all’esperienza dura comunque solo pochi istanti, annichilita dal mare di informazioni che lo bombarda.

All’improvviso capisce le chiome degli alberi, assorbe il vento che le fa oscillare. Assapora il volo degli uccelli, striscia nei meandri del profumo di un bocciolo di rosa: conosce ogni sensazione in maniera assoluta e sinestetica, ciò che una volta gli appariva caos è ora partecipazione. Non esistono barriere, può ascoltare i meandri del piccante e toccare un pensiero con la punta delle dita.

Ne vuole ancora. Non potrebbe fermarsi, neanche volendo.

Nomi turbinano nella sua mente, si fissano per un poco e poi vengono sovrastati, si accumulano in pire fiammeggianti di immagini in movimento, cascate poderose di istanti unici e ripetibili. Tutto è suo e non può trattenere niente, una scintilla d’istinto possessivo adombra l’esperienza e gli ricorda per un momento che è parziale, un elemento scisso che cerca la completezza. Un elemento scisso che non sa gestire la completezza.

La pressione è un rumore che nasconde i dettagli. Nulla cambia davvero, ma ora non è più corrente ma ciò che ne è trascinato, tutto si sussegue a un ritmo troppo veloce, vorticoso. Si è davvero immensità quando ci si accorge di non saperla reggere? Non ha occhi da chiudere, orecchie da serrare, mani da ritrarre; tutti gli odori lo assalgono al punto che vorrebbe urlare, in una qualsiasi delle lingue che gli affollano la mente, ma nella confusione non sa trovare la sua bocca. Nel mare in cui si perde dimentica la parola io, diventa un contenitore vuoto con un difetto congenito: avere un limite.

L’uomo seduto davanti alla scrivania ha la palpebre socchiuse, al loro interno i bulbi oculari roteano freneticamente in ogni direzione. Dalla bocca cola un filo di bava, si mischia al sangue che esce copioso dal naso. Sulla testa ha una rete di cavi che formano una specie di casco, sono applicati tramite elettrodi lungo tutta la circonferenza del suo cranio.

Una donna lo osserva attentamente, appoggiata alla scrivania. Di fianco a lei uno schermo è invaso da una pioggia frenetica di lettere e numeri. Avvicina il volto a quello dell’uomo seduto, annusa i suoi capelli. Si ritrae con una smorfia di disgusto.

Con un tocco sullo schermo la donna interrompe il flusso. Distacca lentamente gli elettrodi, ripone i cavi in una valigetta. Tira fuori dalla tasca un cellulare, immortala l’uomo i cui bulbi oculari continuano a roteare. Invia la foto, ripone il cellulare, prende la valigetta e si avvicina alla porta. Osserva dallo spioncino il corridoio all’esterno

Prima di uscire dalla stanza d’albergo, applica sulla maniglia il cartello Non disturbare.

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