Sogno o son inquieto, o dell’importanza dell’atmosfera in BOHÈME di Kety Fusco

Qualche anno fa ho scritto un articolo in cui evidenziavo le caratteristiche di tre film horror, auspicando che fossero prese ad esempio per trovare nuovi modi di fare paura. In quel trittico figurava It follows, fra i primi esempi di quello che nei casi migliori possiamo chiamare “elevated horror” (al netto delle lamentele di chi pensa non ci sia niente da elevare) e nei casi peggiori “film in cui il mostro/la vicenda è una metafora gigante con qualche spavento attorno”, e nello stesso 2014 in cui usciva la pellicola del non più così fortunato David Robert Mitchell anche un altro film si era fatto notare parecchio: The babadook. Diretto dall’australiana Jennifer Kent (cui il buon successo di pubblico e critica non sono bastati a farsi distribuire in Italia il successivo The nightingale, ma hanno convinto Guillermo Del Toro ad affidarle la direzione di un episodio del suo Cabinet of curiosites),The babadook ha il pregio di costruire un’atmosfera inquietante partendo dal mondo delle favole per bambini, terreno non nuovo ma trasposto in maniera originale all’interno di un film che avrebbe potuto accontentarsi di portare avanti le sue tematiche elevate (il lutto, le difficoltà e le pulsioni di una madre single e quelle di un bambino che non ha mai conosciuto la figura paterna) senza costruirci sapientemente la tensione attorno. Il film mi è tornato in mente (e me lo sono rivisto giusto qualche giorno fa) dopo aver ascoltato BOHÈME, il nuovo disco di Kety Fusco uscito per A Tree In A Field Records il 19 settembre, che alla sua maniera riesce a ricreare in musica atmosfere simili.

Arpista e compositrice di fama internazionale, Fusco ha intuito il potenziale che il suo strumento poteva avere anche in territori inusuali: da qui nasce il connubio con un’elettronica ombrosa, coadiuvata da percussioni scarne e piccoli ma preziosi accorgimenti sonori (fate caso ai respiri trattenuti che puntellano gli stop and go di BLOW), su cui la sua arpa apre squarci di luce che rendono il tutto la perfetta colonna sonora per favole nere (o per le originali versioni di molte favole che conosciamo, in cui le scarpette di vetro prevedono amputazioni per chi prova ad indossarle senza averne la legittimità). Arriva presto anche il babau, incarnato dal vocione cavernoso della guest star Iggy Pop (uno che, dopo i Leatherette, dimostra di avere l’occhio lungo sul mondo della musica indipendente italiana) che in SHE pronuncia reiteratamente la stessa frase, accompagnato da un motivetto simil-Goblin su cui l’arpa spande luce senza dissipare completamente le tenebre. naima prima e Resistance poi trovano ognuna il proprio modo di mantenere intatta questa atmosfera onirica fra scricchiolii, tappeti di synth usati con parsimonia e, ovviamente, le corde dell’arpa, fulcro di una sperimentazione sonora mai fine a sé stessa, neanche quando Fusco la porta sott’acqua per registrare la breve traccia d’apertura Hi, this is Harp.

Karma e Nocturne abbandonano parzialmente la tessitura sonora fin lì esplorata, mantenendo un’atmosfera soffusa ma ammantandosi di suggestioni orientali non solo grazie al sitar che compare nella prima (suonato da Nicolas Rabeus, compositore di colonne sonore che coproduce il disco), prima che sia un’azzeccatissima Ninna nanna a chiudere il cerchio riportando la musica nel pieno territorio del sogno (su cui si appoggiano i delicati vocalizzi della madre dell’artista), questa volta privo di ombre. Non è però così che si conclude il disco, bensì con Für Therese, rivisitazione della celebre Per Elisa beethoveniana che cerca di dare voce a Therese, allieva del compositore cui pare fosse inizialmente dedicata. In questo brano Fusco porta ai limiti più estremi la commistione fra arpa e processazione elettronica, arrivando in alcuni punti a coniugare musica classica e dubstep senza che questo appaia eccessivo: la buona riuscita dell’esperimento non toglie però la sensazione che la canzone stoni con l’atmosfera generale del disco, e che rappresenti, pur con ottime intenzioni, un sentito omaggio più che qualcosa che sia stato concepito insieme al resto dell’album.

BOHÈME è un disco che migliora ascolto dopo ascolto, capace di svelare lentamente tutte le finezze di cui è disseminato pur nella semplicità della confezione. Non servono in fondo molti elementi per creare un buon album, ma la capacità di saperli usare: alla terza prova discografica Fusco dimostra grande maturità e una visione personale, creando un’opera che non è per tutt* ma ha le caratteristiche adatte ad affascinare molt*,

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Racconto in musica 208: Anna non conta (Heartworms – Smugglers adventure)

La cosa che mi è sempre piaciuta dell’andare ai festival musicali, grandi o piccoli che siano, è la possibilità di entrare in contatto con un sacco di bella musica che non sapevi esistesse. Il BBK di luglio a Bilbao non ha fatto eccezione, con la pioggia del venerdì che ci ha “costretti” pigiati come sardine a fare i conti con l’energia incredibile di quella sorta di clone nigeriano di James Brown che è Obongjayar, esibitosi sull’unico palco coperto, il tutto dopo aver già fatto il pieno di endorfine vedendo l* australian* Amyl And The Sniffers reggere con il loro punk e la presenza scenica della frontwoman Amy Taylor il confronto a breve distanza con i nordirlandesi Kneecap, i veri vincitori del festival, trio hip hop che fa della varietà musicale e (soprattutto) dell’impegno politico i propri cavalli di battaglia: meno male che il governo spagnolo, a differenza di quanto recentemente deciso da quello canadese, non gli ha precluso l’ingresso nel paese per supposti cori pro-Hamas, preferendo appoggiare le loro proteste sul palco e quelle di tant* altr* spagnol*, un paio di mesi più tardi, che hanno bloccato varie tappe della Vuelta schierandosi contro un team ciclistico dal chiaro intento “governoisraelianowashing”. Anche gli altri giorni hanno riservato sorprese, tipo passare per caso da un palco e ritrovarci gli stessi trevigiani con cui ci eravamo goduti il primo giorno l* English Teacher (ricordate? Ve ne avevamo parlato qui), conoscere dei loro amici sardi e seguire il consiglio di questi ultimi di fermarci ad ascoltare una band di cui non capiamo il nome e comprendiamo vagamente solo che fa post-punk o giù di lì: poi arriva sul palco Josephine Orme e gli Heartworms iniziano il percorso che li porta velocemente su Tremila Battute.

Mia “partner in crime” per ottenere questo risultato è Luigia Brandimarte, collaboratrice girovaga che dopo aver lasciato il suo bell’Abruzzo a diciotto anni per studiare Ingegneria Idraulica a Bologna ha seguito la rotta del nord, spostandosi a Milano per il dottorato, a Torino per il post-dottorato, a Delft per la ricerca e infine a Stoccolma per un posto da professoressa al Politecnico: più a nord di così le rimangono le isole Svalbard, ma dubita che la famiglia vorrebbe seguirla e pure le sue ossa pare non siano d’accordo. Mollata la corsa a causa della mancata collaborazione del ginocchio sinistro (forse il prodromo del movimento anti-Svalbard), Luigia ha ripiegato sulla scrittura per alleviare i lunghi inverni scandinavi: riviste come Wertheimer, PastrengoSmezziamo e Narrandom si sono accorte della sua abilità con le parole, e pure noi abbiamo ora la fortuna di ospitarla. Ambidestra, ha anche un fratello jazzista di cui vi invitiamo ad ascoltare la musica.

Di tutt’altro genere si occupa invece Orme, ventisettenne inglese che è il motore principale dietro al progetto Heartworms. Proveniente da una famiglia la cui composizione etnica è più unica che rara (origini pakistane e afghane da parte di padre, danesi e e cinesi da parte di madre), a quattordici anni viene data in affidamento e la musica da passione diventa obiettivo: studia al South Gloucestershire and Stroud College per diventare produttrice musicale, appassionandosi nel frattempo alla musica di grandi icone della musica dark – new wave – post punk (The Cure e Siouxsie And The Banshees in primis, ma il nome Heartworms lo prenderà da un disco del 2017 dei The Shins). A cambiarle la vita non è però il lavoro dietro le quinte, bensì il contatto tramite Instagram con il produttore Dan Carey (uno che dobbiamo ringraziare anche per gli Squid), che passa in breve tempo dal chiederle delle demo, incuriosito dal suo stile musicale, al metterla sotto contratto con la propria etichetta Speedy Wunderground nel 2022. Da lì tutto si muove velocemente: l’Ep A comforting notion nel 2023, i primi concerti al The Windmill di Brixton (comunque in apertura di gente del calibro di Black Country, New Road, per dire) che lasciano spazio ad esibizioni di supporto a The Kills e St. Vincent, poi nel febbraio 2025 il primo disco Glutton for punishment e il plauso della critica e degli addetti ai lavori, con tanto di tour che la porta, fra le varie tappe, al BBK di Bilbao a luglio e a Milano, dove arriverà fra meno di un mese sul palco dell’Arci Bellezza (e stavolta ho già i biglietti).

Ma fin qui è tutta aneddotica wikipeddiara, perché alla fine quel che conta è la musica, no? Nel caso di Orme/Heartworms però la questione è più profonda, perché nessuno obietta che Glutton for punishment sia un gran bel disco, oscuro il giusto e capace di variare la formula dark wave di base con la carica semi-industrial di Jacked o le suggestioni dance gotiche di Warplane, ma è tutto l’immaginario che sta dietro al progetto a renderlo ancor più meritevole di attenzione, un immaginario che sembra semplicemente virato in bianco e nero (come tutti i suoi video) e che riesce invece ad attraversare ogni scala di grigio. In fondo non saremmo qui a parlare di lei se non avesse catturato l’attenzione di me e del mio amico con la propria magnetica presenza scenica e la sua voce pazzesca, rimanendoci in testa per giorni e convincendoci a volerne di più: il 24 ottobre sapete dove trovarla, noi saremo lì davanti al palco.

Smugglers adventure è la penultima traccia di Glutton for punishment, un lungo canto di dolore e solitudine che riesce a far filtrare qualche inaspettato raggio di speranza. Ce n’è molta meno nella storia che ci racconta Luigia, con uno stile che fa delle ripetizioni il meccanismo per farci sentire ancora più intensamente ciò che prova Anna, quindicenne introversa lanciata in quel tritacarne che può essere la scuola durante l’adolescenza, soprattutto se trovi di fronte solo persone che ti fanno sentire sbagliat*: trovate il suo racconto poco più in basso, subito dopo la canzone a cui abbiamo deciso di associarlo, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Anna non conta, di Luigia Brandimarte

Anna ha quindici anni,

Anna ha una voglia viola sulla guancia,

Anna ha l’apparecchio ai denti,

Anna ha la schiena curva,

Anna ha i piedi a papera.

Laura ha quindici anni.

Anna arriva a scuola in bus, Anna arriva prima.

Anna siede vicino alla finestra, Anna siede sola.

Anna guarda fuori, Anna sa quando Laura arriva.

Laura arriva con Linda, Linda ha quindici anni.

Laura siede con Linda, Laura e Linda siedono al banco in fondo.

Laura parla con Linda, Linda parla con Laura, Laura non parla con Anna, Linda non parla con Anna.

Laura e Linda parlano di Anna ad Anna.

Annina la sfregiatina, Annina la gobbina, Annina la brufolina.

Anna conta: tre, due, uno, finito.

Due ore e Anna conta di nuovo: tre, due, uno, finito.

Due ore e Anna conta di nuovo: tre, due, uno, finito.

Anna prende i libri, Anna prende il bus.

Anna prende 5 in latino, Laura prende 9 in latino, Linda prende 9 in latino.

Annina la ciuchina, Annina bocciatina, Annina la cacchina. Anna conta: tre, due, uno, finito.

Due ore e Anna conta di nuovo: tre, due, uno, finito.

Due ore e Anna conta di nuovo, tre: due, uno, finito.

Anna prende i libri, Anna prende il bus.

Anna prende appuntamento dall’oculista, Anna miope, Anna piange.

Annina la vecchina, Annina ciecatina, Annina quattrocchina. Anna conta: tre, due, uno, finito.

Due ore e Anna conta di nuovo: tre, due, uno, finito.

Due ore e Anna conta di nuovo: tre, due, uno, finito.

Anna prende i libri, Anna prende il bus.

Anna prende coraggio, Anna parla con la Giunti, Anna mostra gli occhiali rotti.

Madre di Anna infermiera, padre di Laura notaio, 5 in latino, 9 in latino: un incidente, succede.

Annina codardina, Annina infamina, Annina spioncina. Anna conta: tre, due, uno, finito.

Due ore e Anna conta di nuovo: tre, due, uno, finito.

Due ore e Anna conta di nuovo: tre, due, uno, finito.

Anna prende i libri, Anna non prende il bus.

Anna prende calci, Anna prende pugni, Anna prende paura. Anna non conta.

Anna non va a scuola.

Anna non va a scuola.

Anna torna a scuola.

Anna non parla, Anna non risponde, Anna non chiede.

Annina la mutina, Annina ha paurina, Annina sta zittina.

Anna prende.

Anna non conta.

Anna non va a scuola.

Anna non va a scuola.

Anna non conta.

Anna non prende.

Anna non.

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L’abilità di cogliere l’essenziale: Terra dei grandi numeri di Te-Ping Chen

Settembre, per chi ancora sottosta al rituale delle ferie fatte ad agosto, è il mese in cui la mente non si è ancora distaccata totalmente dalla vacanza. Non è una regola universale, soprattutto se la vacanza è stata una merda, ma perlopiù è così e io non faccio eccezione: dal viaggio di quest’anno in Corea del Sud però sono tornato con sensazioni diverse, inedite. All’inizio pensavo fosse delusione, mi era stata “venduta” un’immagine del paese da reel, guide online e offline e pure qualche film che non sempre corrispondeva alla realtà (e che spesso tendeva a omologare i coreani ai giapponesi: non è così, quindi non aspettatevi che per salire sulla metropolitana facciano code ordinate): questa mancanza di corrispondenza però l’ho avvertita anche nelle altre vacanze, e ripartendo da Seoul non avevo l’animo di chi pensa “finalmente torno a casa”, ma avevo in testa il classico “purtroppo”. Così ci ho ragionato un po’ e penso di aver trovato una motivazione più realistica alle sensazioni che provo ripensando a quei quindici giorni coreani: rispetto ad altri luoghi visitati negli anni pensavo che stavolta avrei capito di più del posto in cui ero, che quel tempo mi sarebbe bastato per andare oltre la superficie e trovare delle verità sui sudcoreani che non fossero solo la narrazione di un paese che ama il k-pop e che “vive nel 3000”. Ero un povero illuso, ora me ne rendo conto, e al massimo posso dire che guidano meglio di quel che si racconta e che i loro programmi tv sono invasi da gente che mangia, commenta ciò che sta mangiando, commenta mangiando altre cose o si esalta per qualcuno che sta cucinando… prima di mangiare quello che sta cucinando, ovviamente.

Con la stessa ansia di capire mi sono avvicinato alla lettura di Terra dei grandi numeri, la prima raccolta di racconti della scrittrice e giornalista statunitense Te-Ping Chen pubblicata dalla sempre benemerita Racconti Edizioni. Corrispondente da Hong Kong e Pechino del Wall Street Journal per anni, Chen ha portato la terra dei suoi avi anche all’interno della propria opera letteraria, ambientando quasi tutte le sue storie nella sterminata Cina. Speravo di trovare all’interno delle sue pagine qualcosa che andasse oltre gli stereotipi, che ampliasse la mia visione di una terra troppo grande per essere compressa nei pochi tratti utilizzati per definire più di un miliardo di persone, e con mio grande piacere le aspettative non sono state tradite.

Intorno a Zhu Feng, così sembrava, la gente non faceva che comprare case, azioni, proprietà; c’era un’intera generazione che aveva fatto i soldi e che si sentiva in obbligo di comprare beni per i figli e le cose insignificanti di prima non bastavano più: giri di giostra a bordo di personaggi dei cartoni animati che sparavano luci e si dondolavano avanti e indietro fuori dai supermercati; ghiaccioli al biancospino rivestiti di glassa al limone, una coccola invernale a buon mercato. Dovevano comprare perché avevano i soldi e perché era quello che facevano tutti; conducevano vite semplici e toccava ai figli occuparsi di ogni cosa. Inoltre, secondo il governo quella era «l’occasione di acquisto di una generazione intera»; era tutto in espansione,  nuovi appartamenti e nuove strade ovunque, la Cina era inarrestabile e nessuno voleva rimanere indietro.

Terra dei grandi numeri

Nei racconti di Chen ci sono tutti gli elementi, storici e sociali, che caratterizzano la narrazione della vita in Cina che arriva fino a noi, caratteristiche spesso contraddittorie che già da sole dovrebbero farci comprendere quanto quella realtà sia difficile da analizzare: la rigida censura e la pervasività delle proteste, il boom economico e la mancanza di prospettive di alcune fasce della popolazione, la politica del figlio unico e Piazza Tienanmen, la presenza continua dello stato e la corruzione delle alte sfere. L’abilità dell’autrice sta prima di tutto nella capacità di creare personaggi interessanti e multisfaccettati, uomini e donne che seguiamo con trasporto mentre le loro vicende si intersecano naturalmente con il quadro generale delle cose. Lulu, la sorella gemella della voce narrante nell’omonimo racconto, che da fulgida speranza per i propri genitori finisce per diventare attivista online; Xiaolei, giovane ragazza che ne Il brusio di Shangai si trasferisce dalla campagna alla grande metropoli senza trovare la svolta che si aspettava; Zhu Feng, ragazzo frustrato dalla condizione economica dei propri genitori che inizia a usare soldi non suoi per speculazioni finanziarie: tutt* loro sono figure tridimensionali e non macchiette utilizzate al solo scopo di illustrare una situazione, e anche i personaggi “minori” che gli girano intorno sono ben scritti e utili a creare un senso di immersione nelle vicende, anche quando queste lasciano il territorio della realtà.

Noi che avevamo provato il qiguo facevamo caso al sole che ci riscaldava gli arti, e il tintinnio del campanello di una bici ci parlava di aria mite, di vento primaverile, di possibilità. Sorridevamo di più, lasciavamo che i nostri sguardi s’incrociassero per strada. «Oggi ne ho mangiato uno che sapeva di quando faccio una bella battuta e tutti si mettono a ridere» se ne usciva Lao Sui. Le madri davano da mangiare ai loro bambini il frutto ridotto in purea e accorrevano tutti a vedere la sorpresa e la meraviglia che trasformavano quei faccini.

Il nuovo frutto

Già con La centralinista, secondo racconto della raccolta, Chen ci restituisce pochi dettagli di una distopia burocratica che lascia sapientemente sullo sfondo, concentrandosi sulla vicenda personale di una ragazza che viene rintracciata dal suo ex amore tossico, ma è in Il nuovo frutto e nel racconto conclusivo, Lo spirito di Gubeikou, che la fantasia dell’autrice viaggia a briglia più sciolta. Nonostante le due storie, quella dell’impatto di un frutto dalle proprietà eccezionali sugli abitanti di un piccolo quartiere e della permanenza sottoterra per giorni e giorni di un gruppo di passeger* in attesa di un convoglio della metropolitana che non arriva mai, siano quelle a più elevato carico di retorica, la dose di inventiva e la capacità di variare registro anche nel territorio del fantastico (la fiaba malinconica nel primo caso, l’assurdo kafkiano o meglio dürrenmattiano, prendendo a nume tutelare il racconto Il tunnel dello scrittore svizzero, nel secondo) rendono anche queste storie diversamente affascinanti, trascinandoci nei rapporti mutevoli che si sviluppano in due situazioni agli antipodi come atmosfera.

La penna di Chen risulta meno fluida nei racconti dove si ritrova a scavare maggiormente nell’intimità dei propri personaggi, chiudendoli in situazioni dal respiro meno ampio (ed è paradossale che in uno di questi, Un paese bellissimo, a fare da sfondo alla vicenda di una coppia etnicamente mista e dei non detti fra di loro sia lo sterminato paesaggio del Grand Canyon), ma seppur non perfettamente centrato anche la storia di un bizzarro e ansiogeno triangolo semiamoroso raccontata in On the street where you live riesce a farsi notare, non fosse altro che per dimostrare la sicurezza con cui l’autrice sperimenta atmosfere diverse (e per uno come me, che da sempre non vede la necessità di forzare una connessione fra i racconti di una raccolta, questa varietà è solo un pregio). Terra dei grandi numeri riesce a trasportare il lettore in un mondo che non è quello della cartolina esotica che siamo abituati a vedere, e nemmeno quello della cronaca internazionale con le sue minacce e le sue speculazioni: è semplicemente un mondo, più o meno reale a seconda delle storie, che solo chi ha osservato pazientemente la vita comune può riuscire a restituire; un mondo che, con la mia ansia da turista, io probabilmente faticherò sempre a cogliere.

Erano bloccati da due mesi quando la tv di stato inviò una troupe che avrebbe girato un servizio su di loro. spedendo i giornalisti a riprendere le partite di badminton e a intervistare i passeggeri. Le guardie li lasciarono passare con fare ossequioso mentre la capostazione, mai vista prima, monitorava il tutto indossando un badge scintillante e un tricorno nero.

I giornalisti si aggiravano tra la folla, scegliendo la storia migliore.

«A volte mi perdo d’animo, ma confido nelle autorità» affermò la donna sulla cinquantina con la permanente, con le labbra tremanti, nel video che quella sera fece il giro di tutti i telegiornali. «Insieme faremo ripartire quel treno!»

Quando la linea tornò allo studio, l’annunciatore annuì e dichiarò all’obiettivo della telecamera: «Lo spirito della stazione di Gubeikou è forte».

Il giorno dopo finirono in prima pagina, sotto il titolo LO SPIRITO DI GUBEIKOU.

Lo Spirito di Gubeikou

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Racconto in musica 207: Stop living so well (Emma Nolde – Dormi)

Se seguite Tremila Battute da abbastanza tempo vi sarete accort* che il tempismo non è il nostro forte (insieme a molte altre cose che stanno in cima al decalogo della buona comunicazione e/o pianificazione strategica). Scriviamo recensioni fuori tempo massimo, arriviamo troppo in anticipo a parlare di artist* rilevanti o clamorosamente in ritardo, e tutto perché quei cinque (cinquanta) (forse cinquecento) minuti che potremmo passare pensando a quando parlare di una determinata cosa finiamo il più delle volte a sprecarli gioiosamente (salvo poi pentircene subito dopo, perché non siamo immuni dall’ansia da performance). Questo articolo ne è un esempio, perché lo sto scrivendo di venerdì sera e lo completerò di sabato mattina, ma parla di un’artista che sabato pomeriggio sarà ospite di un talk a cui io sarò presente. Perché quindi non aspetto un po’ a scrivere questo articolo introduttivo al racconto di Luca Murano, che ci permette di (ri)parlare di Emma Nolde in quanto sua musa ispiratrice? Perché se no diventeremmo professionali accedendo ai big money, e noi i big money li schifiamo perché temiamo di essere troppo poco integerrimi per non finire cambiati dalla ricchezza.

Ma parliamo di cose serie ovvero di Luca, new entry nel magico mondo di Tremila Battute con cui inauguriamo una nuova stagione di racconti. Classe 1980, laureato in Lettere moderne all’Università di Pavia, ha lavorato come redattore e correttore di bozze per Mondadori e attualmente vive e lavora fra Novara e Firenze (speriamo per lui, da modesti conoscitori di Novara, che lavori nella prima e viva nella seconda). Cura un blog fin dal lontano 2011, Vaicomesai, in cui oltre a recensioni di libri pubblica anche i propri racconti, apparsi in gran numero su svariate riviste della lit web: nella biografia che ci ha mandato per modestia cita solo quelli pubblicati su ‘tina, Topsy Kretts (con cui dialogheremo su musica, narrativa breve e attivismo a Firenze RiVista sabato 20 settembre alle 18:30, save the date), Malgrado Le Mosche e Pastrengo, ma a noi piace la completezza e vi invitiamo a recuperare anche gli altri, che potete trovare a questo link. Alcuni di questi, insieme a molti altri, sono apparsi nelle due raccolte di racconti che ha pubblicato, ovvero Pasta fatta in casa: sfoglie di racconti tirate a mano (Bookabook, 2018) e I vestiti che non metti più (Dialoghi Edizioni, 2021), ma la sua penna è al servizio anche del sito sportivo Around The Game. Giurato del Premio Letterario Zeno, dal 2024 collabora con la casa editrice BookTribu.

Che dire invece di Emma Nolde che già non abbiamo detto un paio di anni fa? Innanzitutto che a novembre 2024 ha fatto uscire il terzo disco in quattro anni, Nuovospaziotempo (Carosello Records), che è l’ennesima evoluzione di un percorso in cui riesce a far risultare sempre fresco il connubio fra la sua vena melodica, quella cantautorale e spunti urban che danno al tutto un alone di semplicità e consapevolezza, come se fosse la stessa che ha iniziato la carriera da pochi anni e allo stesso tempo la professionista che duetta con Niccolò Fabi reggendo benissimo il confronto. Poi potremmo aggiungere che tre mesi fa ha fatto uscire una nuova canzone, Indipendente, in cui canta delle difficoltà di una generazione, la sua, che avrà meno opportunità di quella dei propri genitori. L’avrei tanto voluta vedere dal vivo Nolde, tipo all’Arci Bellezza di Milano dove si è esibita due volte a cavallo fra il vecchio e il nuovo anno, ma entrambe le date sono andate sold out prima che me ne rendessi conto e al MiAmi, dove pure si è esibita, non ci sono andato neanche quest’anno: mi toccherà ritentarci la prossima volta, magari in una location ancora più grande se il suo nome, come ci auguravamo già due anni orsono, sarà arrivato ad educare le orecchie di un pubblico più mainstream. Intanto mi accontento di ascoltarla a Il tempo delle donne alla Triennale di Milano, dove parlerà in un talk dall’emblematico titolo Non ci sono donne in classifica, assieme alle cantautrici Anna Carol e Anna Castiglia di cui, è una promessa, prima o poi parleremo su queste schermate.

Dormi, quarta traccia dell’omonimo album uscito nel 2022, è l’unione perfetta fra la melodia e il flow che caratterizzano la voce autoriale di Nolde. La canzone è stata, per citare direttamente Luca, una delle “colonne sonore non richieste del mio autunno”, situazione che fa il paio con quella del protagonista del suo racconto, uno per cui calzerebbe a pennello la frase dei Vintage Violence “la crisi ci ha convinti che è normale andare a lavorare per pagarci la benzina per andare a lavorare” se non fosse che a lui lo stipendio basta giusto per pagarsi l’affitto, altro che benzina. Potete leggere delle sue disavventure fin troppo comuni andando un po’ più in basso, subito dopo la canzone che ha ispirato la sua storia: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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Stop living so well, di Luca Murano

Passo il badge. 17:59. Un minuto in anticipo, ma tanto oggi non me la pagano la flessibilità. Né oggi né mai. Il caporeparto dice che siamo una squadra, ma poi ci divide come carne da scontare il lunedì alla Coop. Dice “dobbiamo fare sacrifici”. Sono dieci anni che io li faccio, e lui cambia SUV ogni estate.

A pranzo ho mangiato pasta fredda con tonno e zucchine. Mi è caduta una zucchina sulla scarpa, quella col buco. Fosse stata un’altra metafora non retta dal senso di colpa, me la sarei segnata su un taccuino come fanno gli scrittori veri.

Abito a Firenze in un bilocale di 27 metri quadri, lo chiamo tomba con angolo cottura. L’affitto? Millecento euro al mese, più spese. Lo stipendio? Millecento euro al mese, senza spese. Il trucco è respirare poco. In bagno ho solo un lavandino e un wc. Figuriamoci il bidet. Ogni sera vado a lavarmi da un amico diverso. Stasera non ho voglia però.

Prendo un kebab e due Ceres sotto casa e stop. Dopo cena chiamo la mia ex. Gaia sta a Berlino ora. Ha trovato lavoro in una galleria d’arte, mangia ramen veri e vive in un bilocale con una vasca da bagno. “Ma ti manca l’Italia?” le chiedo. Lei ride e dice: “Un po’, quando sento Emma Nolde in cuffia.”

Io Emma Nolde l’ho vista una volta sola. Un paio d’anni fa all’H2NO di Pistoia. Cantava ‘Respiro’, o forse era ‘Dormi’, e io pensavo che avevamo la stessa voce rotta: lei la usava per farsi sentire, io per chiedere proroghe all’affitto. Quando chiudo gli occhi — anche ora, mentre scrivo questo pensiero sulla carta del kebab — torno lì. Alla sua voce che dice: ho sempre avuto fretta. Sempre finto di avere pazienza.

Dura poco. Dai muri si solleva, puntuale, il solito baccano: il vicino, un dentista in pensione, ha comprato tutto il piano e l’ha affittato a una startup di neolaureati olandesi. Ogni sera pompano techno ambient a volume di rave e postano su Instagram foto del bidet di casa. Io gli lascio biglietti sotto la porta, tipo “Stop living so well”. Non mi cagano mai, tranne una volta: mi hanno offerto dell’erba.

Afferro il telefono e digito fuga sull’AI di Google. Mi propone un link Skyscanner. Milano-Tallinn solo andata, 70 euro. Controllo il saldo: 66,57 euro. Non demordo. Scendo e faccio in tempo a prendere l’ultima tramvia, quella delle 23.30 e mi faccio un bel giro. Per 1,70 euro mi sembra un accettabile compromesso.

Mentre salgo le scale penso che non ce la farò, a reggere. Forse sì. O forse no. Magari domani Emma canterà ancora, e io la sentirò dalla finestra della figlia del dentista. Magari urlerò “Grazie!”. O magari solo “Abbassa cazzo!”, dipende da quante Ceres avrò in corpo.

Per ora, apro la porta di casa. La luce non si accende. È saltata di nuovo, diocristo. Ci vedo lo stesso. Il buio, ormai, mi è familiare. È a lui che racconto i segreti. Quelli che non dico alla gente.

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Il nuovo numero cartaceo di Tremila Battute è arrivato

Avremmo potuto annunciare l’arrivo del nuovo numero cartaceo di Tremila Battute in molti modi. Avremmo potuto farlo in pompa magna, beandoci dei nostri cinque anni e mezzo di successi (?), mostrando la fatica che c’è dietro al mantenimento di un progetto e la soddisfazione (che in una narrazione del genere è sempre maggiore e oscura qualsiasi fatica) di vederlo crescere. Avremmo potuto anche puntare solo sulla fatica invece, che dalla regia mi dicono che pure Gipi si rompe i coglioni in molti momenti durante la lavorazione delle sue opere, e un approccio vittimista del genere avrebbe per forza tirato in ballo anche la parte che capisce che lamentarsi della fatica che costa tenere in piedi un blog/aspirante rivista letteraria che nessuno ti ha chiesto di aprire è davvero un first world problem: in pratica avremmo lanciato il sasso e ritirato la mano. Avremmo potuto parlare del senso di fare un cartaceo quando farlo uccide degli alberi (e il riscaldamento globale va preso seriamente), del fatto che rimanere solo sul digitale probabilmente li uccide lo stesso a causa delle distese di server che nascosti innalzano la temperatura del globo, avremmo potuto parlare di cosa vuol dire fare una rivista oggi, scrivere oggi, fare musica oggi e magari anche analizzare la situazione geopolitica internazionale a partire dagli investimenti di Daniel Ek in armamenti. Avremmo potuto darvi mille spunti e avremmo potuto farlo bene, benino, male o malissimo, a seconda di quale di questi approcci avessimo adottato.

Avremmo potuto farlo, invece abbiamo deciso di scrivere un’introduzione che parla di tutte le cose che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto, che tanto all’interno del cartaceo c’è pure un’introduzione e probabilmente non abbiamo così tante cose intelligenti da dire.

Lasciamo parlare i racconti allora, il meglio del nostro meglio (ma quanto è brutto ogni volta fare selezione) di dodici mesi (salvo pause, che quella estiva ce la siamo presa luuuuuungaaaaaaaa) di Tremila Battute: trovate all’interno Annie Cecchetti, Franco Santucci, Edoardo Balacchi, Maria Rosaria De Santis, Achille Monteforte, Guendalina Bruni, Silvia Cocozza, Andrea Scagliarini e Cristina Pasqua, con le storie che hanno deciso di donarci e le suggestioni musicali che hanno guidato le loro penne (o tastiere che dir si voglia).

Speriamo di portare in giro qualche copia al di fuori di Milano (dove invece, dal 25 settembre, per una volta al mese ci trovate fino a fine anno al Circolo Masada), qualcosa si sta muovendo e di sicuro lo faremo dal 19 al 21 settembre a Firenze al Parco delle Murate, dove avremo un banchetto condiviso con piédimosca Edizioni a quella bellissima iniziativa che si chiama Firenze RiVista: vi aspettiamo lì e su uno dei palchi alle 18:30 di sabato 20, dove con Federico Riccardo di Topsy Kretts, la scrittrice Stella Poli, la nostra Maria Rosaria De Santis e la moderazione del giornalista musicale e scrittore Gabriele Merlini passeremo un’ora a parlare di come la musica e la narrativa breve possono farsi veicolo di protesta e consapevolezza. Nell’attesa, trovate il terzo numero di Tremila Battute (che per quelle cose strane che succedono nelle riviste è ovviamente il quarto) a questo link: leggete, condividete, supportate.

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Racconto in musica 206: La città verrà distrutta (Fuyumeku – Gabbiani)

E siamo ancora qua a parlare di musica strumentale. Eh già, come direbbe il buon (buon?) Vasco Rossi. Potrei farmi delle domande sul target di Tremila Battute, quali sono i gusti musicali di chi segue assiduamente questo piccolo blog/aspirante rivista letteraria, ma lo faccio già nell’introduzione al nuovo numero cartaceo (sta arrivando, e lo porteremo in anteprima a Firenze RiVista. Sì, ci torniamo, e sempre con l’ottima compagnia di piédimosca allo stand): diciamo solo che non mi aspetto che l* appassionat* di post-rock, post-metal, stoner psichedelico e qualunque altro genere che non prevede la voce come strumento abbiano questo sito come punto di riferimento, ma quanto possa dar fastidio che io invece, da appassionato, la musica strumentale ce la ficchi dentro spesso e volentieri (anche se non succedeva da un po’) non lo so. Reagite dicendo NOOOOO ANCORAAAAAA???? Reagite positivamente e vi andate ad ascoltare i nostri suggerimenti? C’è qualcun* che segue stabilmente questo blog perché spacciamo buona musica e non per pietà? Quante domande destinate a rimanere senza risposta, e che ovviamente non c’entrano se non marginalmente con i Fuyumeku, ovvero la resident band della settimana.

Ci sono band che scopri per suggerimento, tramite recensioni, per ascolto casuale o perché vieni a sapere che fanno più o meno quel tal genere che dopotutto ti interessa e dici dai, un ascolto glielo do. E poi ci sono quelle che ti capitano fra capo e collo mentre vai a vedere un altro concerto (nello specifico quello dei NYOS), tipo il duo basso-batteria composto da Riccardo Sberviglieri e Marco Zaccagni, che con diverso nome (Drops) incrociai live in quel bellissimo posto che avrò consigliato non so quante volte che è il Circolo Gagarin di Busto Arsizio (dove potete trovare Zaccagni anche al bancone, visto che del circolo fa parte). Ribattezzatesi più tardi come Fuyumeku (termine giapponese il cui significato è “sentire l’inverno che arriva”), iniziano a far musica nel 2020 dopo altre esperienze in comune portate avanti fin dal liceo, e quando arrivano ad esibirsi al Gagarin nel 2022 mi fanno esclamare “ma questi sono i Russian Circles“, il che può sembrare galvanizzante o sminuente a seconda delle orecchie che ascoltano l’esclamazione. Perché sì, le somiglianze sono evidenti, ma con una chitarra mancante quel tipo di atmosfere finisci a declinarle per forza in una maniera più personale, e i due lo dimostrano ampiamente nel loro primo disco omonimo, uscito a settembre 2024 per Vina Records.

Le similitudini col trio strumentale di Chicago stanno più che altro nelle atmosfere e in certi tipi di suono, le ravvisi nel modo di caricare che ha il riff di basso a metà di Gabbiani prima che torni la batteria a dargli man forte, nella morbidezza malinconica e cangiante di From desert, ma alla chitarra in meno nell’organico i Fuyumeku pongono rimedio con un uso intelligente ed efficace della loop station da parte di Sberviglieri, che il suo basso lo fa suonare come vuole, il che li porta giocoforza a concentrarsi sugli arrangiamenti più che sulla capacità di improvvisazione. I brani del duo sono un gioco di incastri, momenti di ascesa ininterrotta come l’iniziale Intro o condimenti sonori in continua mutazione sul giro di basso ossessivo (ma non cupo, anzi) e molto post punk di Preferita, a cui si affiancano momenti più psichedelici (i nove minuti di Elementi, in cui non mancano attimi di serrata ruvidezza) o di ariosa malinconia (Via Lattea). Otto brani che magari non fanno dell’innovazione la loro forza, ma che dimostrano quanto il duo sappia utilizzare i ferri del mestiere per creare qualcosa che ha una sua personalità: sono giovani, faranno di sicuro anche di meglio.

Gabbiani è la terza traccia del disco d’esordio (nonché quella che mi colpì di più già live tre anni orsono, come riscopro dalle pessime Instagram stories che faccio col mio smartphone scrauso), un brano animato da una batteria nervosa e varie linee di basso che in parte smorzano la tensione coi riverberi e più spesso la accentuano, facendo scivolare l’ascoltatore in un gorgo sonoro dove la luce entra solo a tratti. I gabbiani del titolo mi hanno ispirato un racconto che fa tesoro (spero) della lezione del magnifico film Take shelter, mostrando le inquietudini di un protagonista che osserva inerme le evoluzioni di uno stormo senza capire se considerarlo un presagio o un’allucinazione. Trovate il racconto subito dopo il brano che lo ha ispirato, vi auguro buon ascolto, buona lettura e, dovessi farmi prendere dalla pigrizia, anche buone vacanze estive per chi il capitalismo lascerà libero di farle.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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La città verrà distrutta

Era uno spettacolo che lo lasciava estasiato, almeno finché non pensava al suo significato. Gabbiani, centinaia di gabbiani, forse migliaia, che volavano insieme compiendo evoluzioni e picchiate sulla superficie del mare. All’inizio erano solo una macchia indistinta all’orizzonte, una nuvola dalla forma mai vista. In quel momento avrebbe potuto ancora chiedere a qualcuno se riuscisse a vederla senza creare allarme, ma nell’ultimo mese quell’enorme stormo si era avvicinato sempre più a riva, le figure al suo interno finalmente riconoscibili. Volavano compiendo strane geometrie, una danza ogni giorno diversa. Era uno spettacolo che lasciava senza fiato. Presto aveva cominciato a terrorizzarlo.

Giornali e televisioni non ne parlavano. Nei bar che frequentava si parlava del caldo e delle amichevoli del calcio estivo. Sulle spiagge gremite le persone guardavano l’orizzonte senza notare nulla di strano, continuando a fare il bagno, a prendere il sole e a giocare a racchettoni come ogni estate. Sembrava che solo lui vedesse quel fenomeno, o che fosse l’unico a farci caso. Era sicuro che niente del genere fosse mai successo, ma cosa era meglio credere? Che fosse impazzito, o che fosse stato incredibilmente distratto per tutti i venticinque anni della sua vita?

Avrebbe voluto chiedere a qualche amico, ottenere una conferma o una smentita, ma continuava a rimandare. C’erano piccole cose successe negli anni che facevano di lui un elemento bizzarro: quel periodo in cui abbracciava gli alberi, il mese trascorso da solo nei boschi, stranezze che lo rendevano simpatico ma, lo sapeva, a un passo dal sembrare pericoloso. Un enorme stormo immaginario nei cieli cosa avrebbe fatto di lui, un messaggero o uno psicopatico? Lo capivano che c’era qualcosa che non andava, chiedevano spesso e lui sminuiva tirando in ballo l’amore, una ragazza con cui aveva avuto una storia brevissima e che ora usciva altrove. Lo stormo, intanto, continuava ad avvicinarsi.

Una mattina si svegliò ed era tutto cambiato. La città era in frantumi, centinaia di edifici crollati, sulle strade migliaia di piccoli buchi che entravano in profondità nel terreno e ne minavano la stabilità. Le persone urlavano e piangevano, c’era chi correva a dare una mano e chi vagava senza scopo, lo sguardo perso nel vuoto. Non riusciva a capire cosa fosse successo, la rete elettrica era saltata e nessuno aveva tempo per rispondere alle domande che poneva, mentre altre affollavano la sua mente. Avrei potuto fare qualcosa? Io sapevo, ma sapevo che cosa?

In spiaggia i servizi di soccorso avevano montato delle tende di emergenza. Sulla sabbia si aprivano crateri non più grandi di un pallone da calcio. Il cielo era limpido, niente all’orizzonte per chilometri. Avrebbe voluto confessare che era stato avvisato, ma che razza di avvertimento era? Dove erano finiti tutti i gabbiani? Perché erano stati attaccati, perché non avevano potuto prepararsi?

Forse non è vero, pensava. Forse non è vero, sperava.

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Meglio tardi che mai: riscoprire i racconti di Joy Williams

Come penso capiti a molt* lettor* forti ho un serio problema con l’accumulo di libri. Peggiora col passare degli anni e in determinati periodi (la primavera specialmente, fra Book Pride a Milano e il Salone del libro a Torino) arriva a picchi di trenta e passa libri in arretrato. Molti vengono recuperati piuttosto velocemente, ma una categoria in particolare di solito finisce a fare la polvere più degli altri: quelli voluminosi, perché oltre che vittima dell’accumulo sono anche vittima della performance che mi spinge a leggere di più, sempre di più, anche se poi arrivò a fine mese e faccio fatica a ricordare ciò che ho letto. Così, nonostante una pandemia di mezzo, le seicentosessanta pagine de L’ospite d’onore di Joy Williams hanno dovuto attendere che mi prendessi una pausa dal mondo di un mese causa infortunio (a un pollice eh, mica mi sono scassato mezzo, ma comunque non piacevole) per essere lette, e cavolo non penso proprio che le dimenticherò così velocemente.

La pausa che mi sono preso (forzatamente) io è minore di quella che nel frattempo si è presa Black Coffee, la casa editrice specializzata in letteratura nordamericana che più di una volta ci aveva convinto con le sue scelte. L’editrice e traduttrice Sara Reggiani, complice la morte del padre (coinvolto a sua volta nella casa editrice), ha deciso pochi mesi fa di prendersi un anno sabbatico, avallata in questo dallo storico editor John Freeman che le ha detto in parole semplici “hai un ampio e bel catalogo, puoi concederti di lasciare tempo all* tu* lettor* di recuperare quanto lasciato indietro mentre tu recuperi le energie”. Il libro di Joy Williams, compendio quasi onnicomprensivo delle sue tre raccolte di racconti (Taking care del 1972, Escapes del 1990 e Honored guest: stories del 2004, mai tradotte in italiano) più alcune short stories apparse su riviste, è uno di quei libri che, nel caso non lo aveste già fatto, un* lettor* affezionato di Black Coffee (e della letteratura nordamericana in generale) dovrebbe recuperare, perché l’autrice scava nell’essenza più profonda degli Stati Uniti con una penna acuta e personale.

«Che tipa stramba» disse Helen.

«Chissà come gli sarà venuto in mente» disse Lenore. «Vorrei rivederla. E ucciderla».

«Anch’io» disse Helen. «Non scherzo».

«Anzi no, sarebbe troppo facile» disse Lenore. «Essere uccisi è un privilegio. A volte ci penso… a volte penso che vorrei che mi uccidessero. Così, dal nulla, senza avvertimento, né ragione. Non crederei a ciò che vedo. Sarebbe come non morire affatto».

Helen se ne stava lì nella sua vestaglia. Aveva freddo. In molti avevano scritto sulla morte. Nessuno aveva idea di cosa stesse dicendo, ovviamente.

«Sono stanca di parlare» disse Lenore. «Non mi va più. Sono stanca di pensarci. Perché dobbiamo pensarci sempre! Un filosofo una volta ha detto che la morte è la Grande Pensatrice. Pensa, dall’inizio della tua vita fino alla fine».

«Chi?» chiese Helen.

«Chi cosa?»

«Chi è questo filosofo?»

«Ah. Non me lo ricordo» disse Lenore. A volte Helen la faceva proprio sorridere.

L’ospite d’onore

Se dobbiamo ascrivere Williams a una corrente letteraria questa è sicuramente il minimalismo. Viene in mente Carver leggendo le prime storie della raccolta, col suo campionario di coppie fratturate che hanno l’alcol come punto d’unione e vite piuttosto anonime da sopportare più che da condividere. Non sono persone speciali quelle di cui parla l’autrice, e non sono quasi mai speciali i momenti in cui le tratteggia: un predicatore la cui moglie viene colta da una malattia senza nome mentre la figlia si dà alla macchia lasciando loro la nipotina da crescere; una coppia con le figlie avute da matrimoni precedenti che passano l’estate con uno scrittore che invita una donna diversa a settimana; un giardiniere che cerca di sgravarsi dal peso della catena karmica va incontro ad alcune disavventure. Nessun finale risolutivo, nessuna grande rivelazione all’orizzonte: Williams è brava a destreggiarsi in quelle vite, a cogliere momenti che dicano qualcosa di più dell* protagonist*, mantenendo sempre una certa fredda distanza ma evitando il grande pericolo che qualunque emul* volontari* o involontari* di Carver corre, ovvero quello di annoiare cercando di raccontare l’eccezionalità dell’anonimato.

Eppure ci vuole un po’ prima che Williams ingrani davvero, mantenendosi su un buon livello ma senza stupire per personalità: è dai racconti della seconda raccolta, Escapes, che si comincia a ballare davvero.

Lungo il corridoio ci sono diverse porte chiuse e dietro una di queste c’è Molly. Molly è la loro figlia viva. L’altra figlia, Martha, è morta da un anno. Martha era nata un anno prima di Molly. Ora hanno la stessa età. Martha si è strozzata con un pezzo di pane nella sua cameretta. Era mattino presto e si stava preparando per andare a scuola. Alla radio due dj che si facevano chiamare I Fiocchi di Mais chiaccheravano fra una canzone e l’altra.

La pattinatrice

Con La pattinatrice avviene uno scatto. Williams non si limita più a nascondere i traumi, a farli intuire tramite le azioni spesso bizzarre (quando non dettate da qualche dipendenza) dell* su* protagonist*: si prende il permesso di mostrare già tutto quello che c’è, e oltre a rendere i suoi racconti un campionario estremamente vivido di persone con un lutto alle spalle (mariti, mogli, figl*, genitor*, animali) riesce anche ad ampliare la sua narrazione, rendendo nel frattempo ancora più particolari le persone che animano le sue storie.

«Quando sono diventata abbastanza grande da capire qualcosa,» disse Argon «ho deciso che al mio fianco volevo un ambientalista o un appassionato di motori. Sono partita da questo. Alla mia prima manifestazione mi sono sdraiata in mezzo a una strada, in un parco dove avrebbero dovuto abbattere duecento alberi per fare spazio a un’area picnic. In molti si sono radunati a guardare. Quando è arrivata la polizia per portarmi via, una bambina ha detto: “Perché portano via quella ragazza carina, mamma?”, e allora ho capito che stavo facendo la cosa giusta. Dopo, ho partecipato alle manifestazioni con ancora più entusiasmo, sperando sempre di risentire quelle parole. Ma non è più successo».

«Si invecchia, tesoro» disse Irene.

«Anche gli appassionati di motori sono interessanti» disse Argon. «Ipnotici, quasi, ma solo quando parlano di motori».

Congresso

Congresso, tratto dalla terza raccolta di Williams Honored guest: stories, è forse l’apoteosi di questi tratti distintivi. La storia di Miriam, compagna piuttosto anonima di un professore di antropologia forense adorato da student* e concittadin*, accumula svolte narrative sempre più surreali che coinvolgono incidenti di caccia, triangoli amorosi, il rapporto simbiotico con una lampada fatta con le zampe di un cervo e il più famoso museo di animali impagliati senza che questo appaia mai troppo, riuscendo a mantenere un legame con la realtà nonostante dialoghi che finiscono nel nulla, o forse proprio grazie a quelli: l’abilità della scrittrice sta nel capire quali momenti cogliere, come metterli insieme, perché molti dei nostri discorsi sono pieni di momenti morti o inutili ma pochissimi avrebbero senso su carta.

Tramite questo scarto verso la surreale bizzarria delle nostre vite Williams riesce anche a divertire, il tutto mentre ci irretisce nella fuga di una malata terminale con la figlia minorenne di un’amica o ci illustra le dinamiche relazionali di un gruppo di madri di assassin* che si ritrova a vivere in appartamenti vicini. Non fraintendiamo, L’ospite d’onore non diventa mai un libro comico, e le risate le facciamo a denti stretti mentre ammiriamo come vite, relazioni e persino gli edifici vengono erosi dall’entropia: c’è però tanta partecipazione umana dietro, camuffata da quello sguardo freddo ed entomologico che caratterizza altrettanto il suo stile (Williams predilige la terza persona è sconfina raramente nella prima, con esiti altrettanto apprezzabili). Non tutti i racconti della raccolta sono capolavori, ma in seicentosessanta pagine non ne ho trovato uno brutto. Neanche uno. Se amate il minimalismo ma dopo Carver vi sembra tutto un “more of the same” date a Williams una chanche, anche se la mole vi intimorisce: vi troverete ad aspettare come me che qualche altra illuminata casa editrice (oltre a Black Coffee, che ha portato in Italia sia questa raccolta che il romanzo L’altro bambino, Nutrimenti ha pubblicato nel 2009 il romanzo I vivi e i morti) si metta d’impegno per far conoscere maggiormente questa grande scrittrice.

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Racconto in musica 205: La marea (Fucksia – Muro di casse)

Sto leggendo in questi giorni, in contemporanea con una raccolta di racconti di cui è probabile che vi parlerò, il saggio Confini di Lea Ypi, filosofa, professora di Teoria Politica e scrittrice albanese di cui ho scoperto l’esistenza grazie a questa puntata del sempre prezioso podcast Globo (la puntata è sicuramente ascoltabile per l* abbonat* a Il Post, ma essendo un link regalo il primo o i primi dieci che lo apriranno dovrebbero avere accesso libero: scusate l’imperizia ma è la prima volta che lo faccio). Il saggio, almeno fino al punto cui sono arrivato ora, si interroga in maniera critica sul senso di dover legare il diritto alla cittadinanza a conoscenze linguistiche e sociali della cultura predominante, soffermandosi anche sulla stortura delle agevolazioni (quando non automatismi) che permettono a chi ha un capitale da investire di ottenerla solo in base alla propria ricchezza. Questo è il punto base per alimentare il troppo sopito conflitto di classe, auspicando che la lotta fra pover* alimentata dalle destre nazionaliste su base etnica ridiventi una lotta al capitalismo, il motore escludente per eccellenza. L’ho fatta molto breve per incuriosirvi ed evitare castronerie, ma se ve ne ho parlato in questa introduzione, oltre a ritenere il saggio una lettura costruttiva che mi sta aiutando ad ampliare lo sguardo, è perché penso che le Fucksia, pur non conoscendole di persona, sarebbero d’accordo con molti dei ragionamenti di Ypi.

Ho già aperto varie volte il tema “musica vecchia al corteo del 25 aprile”, e quest’anno non ho sentito grossi cambiamenti: grazie al suggerimento di una ex collega della mia compagna però ho partecipato alla festa milanese di Partigiani in ogni quartiere, subito dopo il corteo, e al fianco di un immarcescibile ‘O Zulù c’erano anche leve abbastanza recenti della musica impegnata, come i Rootical Foundation, pur sempre prossimi al traguardo dei vent’anni dalla prima pubblicazione, e le già nominate Fucksia, la cui formazione è invece molto più recente. Band italo brasiliana composta da Mariana Mona Oliboni, Marzia Stano e Poppy Pellegrini, il trio si forma a gennaio 2021 “tra le dune digitali del deserto post pandemico”, come recitano le note biografiche sul sito della loro etichetta Elastico Records, un deserto che decidono di animare con un connubio musicale che leghi tutto il punk del mondo, la musica da rave e una fortissima impronta politica, transfemminista e queer: prendendo dei riferimenti un po’ datati, perché io sono pur sempre prossimo ai cinquanta e non sempre aggiornato su ogni corrente della musica bella che soffre (spesso) la fame, un po’ Atari Teenage Riot e molto Le Tigre, uno dei tanti progetti della multiforme carriera di Kathleen “Bikini Kill” Hanna. Tutta questa carica caotica, danzereccia e militante il trio la porta in pieno sul palco, e di palchi ne girano parecchi già dopo la pubblicazione di Twelve, uscito ad ottobre nello stesso anno della formazione della band e suonato in svariati festival e centri culturali sia in Italia che in Europa. Raggiunto dopo pochi mesi da una versione remix curata da artist* della scena elettronica queer italiana, Twelve è un’introduzione più electro che punk al mondo delle Fucksia, suadente, ritmato ma non ancora scatenato come accadrà in molti dei brani di Exagerat3, il disco che esce a maggio 2024.

Condito da featuring nazionali (So Beast, Andy, MC Nill) e internazionali (la rapper argentina Chocolate Remix), il disco è un inno di vitalità lungo tutti i suoi nove brani, cantati e urlati in inglese e italiano. Dall’esortazione ad usare il proprio corpo come arma di protesta dell’iniziale Body fino alla filastrocca disco-rap Occhio perdente (“remake” musicale del brano Ciurma anemica dei Killanation) con cui si conclude il disco, passando per l’omonima F.U.C.K.S.I.A. (vero e proprio codice identificativo della band che sta per freak, united, candies, k-hole, sisters, insane,amazing), le rime anticapitaliste serrate di MC Nill alternate a ritornelli techno-punk di Nobody needs e la glorificazione della parola come elemento di cambiamento della realtà nel synth pop sensuale di Give a damn, le Fucksia ricodificano e sonorizzano un mondo in cui il piacere femminile non è un tabù (Tem quem toca), la notte è fatta per divertirsi e ballare (Deeper) e la libertà di essere chi si vuole essere senza recare danno all* altr* regna sovrana. Un mondo ideale che beat dopo beat appare sempre più auspicabile.

In un mondo ideale non staremmo vedendo da più di un anno e mezzo scene come quelle che succedono a Gaza e in Cisgiordania (perché non dimentichiamo che, con una diversa e subdola intensità, l’esercito israeliano sta espropriando illegalmente molti territori palestinesi anche lì), e non servirebbero canzoni come Muro di casse (che ha lo stesso titolo di un fantastico romanzo-saggio di Vanni Santoni) per ribadire qual è la parte giusta da cui schierarsi. Singolo uscito ad ottobre 2024, affiancato da un remix realizzato pochi mesi dopo da Play Go (il cui ricavato verrà devoluto totalmente al progetto Women With Gaza), la canzone ha una forza trascinante sia su disco che dal vivo: per la storia che ho deciso di associare alla canzone sono debitore della lettura di Confini e di quella che è stata probabilmente l’ultima bella puntata di The walking dead, spunti che hanno creato il controverso humus per il racconto. Lo trovate come al solito subito dopo la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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La marea

Non è stato semplice per un cazzo. Mia madre ha smesso di parlarmi, mio padre ci ha messo di più prima di dirmi che era troppo difficile. Ho bruciato i ponti con tutta la famiglia, a parte un cugino che mi diceva che anche a lui gli immigrati stavano sul cazzo.

La militanza politica ti dà il potere di cambiare le cose, e io sono l’unico che ha capito che certe cose andavano fatte. Che bisognava lasciarsi trascinare dalla corrente, invece di combatterla. Gliel’ho detto, ai miei compagni di partito, dovevo dirglielo in faccia che me ne andavo, che le loro strategie per me non funzionavano più. Meglio i blocchi, meglio i trasferimenti forzati. Meglio il muro.

L’idea del muro non è stata mia, ma io ho sposato la causa fin dall’inizio. Ero a ogni comizio, presente ogni volta che se ne discuteva in aula, quando ho fatto casino abbastanza da arrivarci, nell’aula. Dall’altra parte il dissenso veniva spento con sempre maggiore veemenza, in aula e fuori, ma dentro era più facile perché gli stava venendo il dubbio che avessimo ragione. Quando me n’ero andato dalla sede provinciale del partito ci è mancato poco che mi sputassero in faccia; qui mi davano la mano prima di salire sul taxi.

Quando siamo riusciti a far passare il progetto però si sono risvegliati. Prima pensavano che fosse una fantasia, che non potesse mica essere reale, che non saremmo andati fino in fondo alla maniera che promettevamo. E invece l’abbiamo fatto. L’idea non piaceva pure ad alcuni dei nostri, così gli abbiamo detto guardate l’elettorato e dopo un po’ che glielo ripetevamo si sono convinti. Pian piano la furia è passata, se si può chiamare furia quella manciata di manifestazioni pacifiche. E abbiamo iniziato a costruirlo.

Ero nello staff del vice ministro alle infrastrutture, così mi è stato più facile ottenere un alto livello di controllo sulla costruzione. Ho suggerito chi lo poteva fare bene, velocemente e senza sfruttare i lavoratori, e loro non hanno avuto niente da ridire ma, mi hanno detto, tu non firmare un cazzo, se no poi ci stanno addosso con l’amichettismo. Avessero saputo che erano tutti rinnegati come me, gli unici altri che avevano capito da che parte bisognava stare, non so se me li avrebbero fatti assumere lo stesso, ma ce ne fregava del muro, mica delle leggi. Ci abbiamo dato dentro tutti, passandoci notte e giorno, e in un paio d’anni abbiamo finito di costruirlo.

Ora non possono più entrare. Si accalcano in tanti, sono sempre di più. Come avevo previsto, questa marea avrebbe continuato ad alzarsi. Così ho votato a favore quando hanno deciso di mandare l’esercito. Mi dispiaceva per quei giovani valorosi durante gli scontri, ma mi serviva che ci fosse distanza prima di farlo esplodere.

Ci mancava un’immagine dietro cui schierarsi. Il dissenso continua a bruciare se sai come alimentarlo. E un muro di casse che dall’interno distrugge ogni barriera è l’immagine più potente che siamo riusciti a costruire.

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Com’è scritta male questa serie irresistibile: Sirens

Galeotta è stata la lettura di Film brutti, il libro di Andrea Carobbio (di cui avevamo parlato qui) dove l’autore, in mezzo a un sacco di pellicole talmente terribili da fare il giro e diventare adorabili, parlava anche di una serie: The lady di Lory Del Santo. È stata la spinta per una riscoperta fondamentale nell’ambito del trash, perché Del Santo in quella serie (scritta, diretta, montata e aggiungeteci almeno altri cinque o sei ruoli) riesce a condensare una totale assenza di contenuti che magicamente attrae, intrattiene, affascina e ti fa venire voglia di gridare “di più!” quando scopri che, ahinoi, ne sono state girate solo tre stagioni. Non esiste una trama, non esistono dei temi, i personaggi (quasi tutt* bellissim*, ma bisogna dare merito al casting per un livello di inclusività eccezionale) hanno una caratterizzazione che più basilare non si può e le loro azioni sono dettate completamente dalla sceneggiatura, che li fa apparire e scomparire fregandosene della loro presunta importanza. Per fare un paio di esempi: Lona (Gloria Contreras), la lady protagonista che è ricchissima e (si ritiene) indaffaratissima anche se non fa nient’altro che telefonare alla sua assistente per dirle di fare cose generiche da ogni angolo del globo (la maggior parte del budget penso sia stata spesa per gli spostamenti), in una puntata della prima stagione viene all’improvviso folgorata sulla via dei diritti delle donne e della parità salariale, missione di cui si dimenticherà completamente la puntata seguente; Zora (Olga De Mar), la “villain” della seconda stagione, sogna di vendicarsi di Lona per MOTIVI tramite PIANI orditi in mezzo ai ruderi di Consonno ed esce di scena senza aver combinato niente all’inizio della terza stagione. Meglio di mille parole però vale guardare una puntata, meglio ancora l’incredibile dialogo che avviene al minuto 6:26 della puntata linkata sotto.

Non ci sono motivi logici per cui qualcun* dovrebbe voler vedere The lady, ma allo stesso tempo non si può negare che è un unicum nel panorama cinematografico italiano e forse mondiale: Del Santo ha una capacità unica di non dire niente a un ritmo forsennato, in ogni puntata succedono un sacco di cose la cui utilità e importanza sono prossime allo zero. E qui arriviamo a Sirens.

Ruoli terribili di donne ricche a confronto

Sirens è l’ennesimo esempio di come Netflix, al netto di eccezioni meritevolissime come la recente Adolescence (non ve ne abbiamo parlato ma ne avrete sicuramente sentito parlare da altre parti, se non è successo fidatevi e guardatela), fa scrivere le sue serie e i suoi film non dall’intelligenza artificiale, perché sarebbe troppo facile scaricare la colpa sulla tecnologia cattiva di moda (il che non sminuisce l’impatto che potrà avere sul mondo del lavoro, non solo in ambito cinematografico o artistico in generale), ma da sceneggiator* la cui libertà creativa è probabilmente limitata da richieste di adesione ad analisi algoritmiche o, nel caso peggiore, sono conniventi al sistema e scrivono i loro progetti con già l’intenzione di piacere a tutt* per poi non essere ricordati da nessun*. Non so a quale delle due categorie appartenga Molly Smith Metzler, di cui non ho visto Maid ma scopro da Imdb che ha lavorato anche a Shameless (sei episodi) e Orange is the new black (tredici episodi), e non avendo visto il suo spettacolo teatrale del 2011 Elemeno Pea (da cui la serie è tratta) non so quanto le richieste della grande N possano aver rovinato o meno il materiale originario, ma direi che è il caso di presentare i personaggi per cominciare a darvi un’idea del contesto:

  • Devon DeWitt (Meghann Fahy), donna alcolizzata in via di guarigione che a seguito della diagnosi di demenza precoce del padre decide di rintracciare la sorella minore, con lo scopo di costringerla a fare la sua parte nel prendersi cura del genitore;
  • Simone DeWitt (Milly Alcock), sorella minore di Devon, che si è rifatta una vita come assistente personale di una ricchissima donna nella gestione di un ente filantropico per la cura dei rapaci e, comprensibilmente, non ha la minima intenzione di tornare a casa;
  • Michaela Kell (Julianne Moore), la ricchissima donna appassionata di rapaci, i cui modi nel tenere le persone (e Simone) intorno a sé la fanno sembrare una non si sa quanto pericolosa guru new age;
  • Peter Kell (Kevin Bacon), il ricchissimo marito di Michaela (nonché il vero ricco della situazione), affabile padrone di casa che sembra anche lui succube della moglie.

Ce ne sarebbero molt* altr* di personaggi rilevanti all’interno delle cinque puntate, ma limitiamoci per il momento a questo gruppo ristretto. Fin dalla prima puntata (di cinque) la serie centellina informazioni, dandoci solo quelle necessarie a portarci dove vuole la sceneggiatura, ma quasi mai dove veniamo portati è dove finiremo il viaggio: non vi tolgo nessuna sorpresa (ma se volete evitare spoiler probabilmente questo articolo non fa per voi) dicendovi che la magnetica Michaela, coi suoi “hey hey” di saluto e l’imperturbabile sorriso, comincerà sempre meno ad assomigliare alla caricatura di guru di una setta, che Simone smetterà di apparire l’innocente manipolata che Devon vede in lei e che la stessa Devon, nella parte del metro morale della vicenda (già, nonostante la relazione con un uomo sposato, la sessuomania che ha preso il posto dell’alcolismo e un certo vittimismo di base, quest’ultima cosa prerogativa di più o meno tutt*), finirà per empatizzare a turno un po’ con tutt*, cercando di far finire nella maniera più democristiana possibile una vicenda che l’ha vista irrompere nella stessa come la campagnola con modi rozzi che, senza un motivo logico, viene comunque accolta nell’ovile dell* ricch*. E Peter? Lui entra in gioco dalla seconda puntata, porta recriminazioni e rivelazioni e combina qualche cazzata utile a movimentare la situazione, portando la vicenda da indagine sui generis su una setta al dramma familiare fino a una sorta di sterile accusa del patriarcato.

BFF?

Questo tourbillon di eventi, nel corso del quale scopriamo sempre di più su ognuno dei personaggi e sulle loro motivazioni, è portato avanti tramite l’astutissima tecnica “il personaggio si comporta in maniera X se la sceneggiatura lo prevede”, mandando in vacca qualsiasi approfondimento psicologico. Prendiamo Simone: all’inizio è una giovane donna in carriera che potrebbe essere plagiata dalla sua titolare; poi viene fuori l’immancabile TRAUMA e, previo comodo attacco di panico, ci appare come la creaturina fragile che la sorella vuole in effetti proteggere; poi viene fuori che tramite un percorso psicologico non ha più neanche bisogno di prendere gli psicofarmaci che ha preso per anni, e che i motivi per cui non vuole tornare a casa dal padre alcolizzato (interpretato da Bill Camp) sono del tutto legittimi; poi la sua storia d’amore con lo scapolo d’oro Ethan Corbin III (Glenn Howerton), fino a un attimo prima il suo sogno per il futuro, viene cancellata per motivi quantomeno futili visti da fuori (e visto che la costruzione dei personaggi è quella che è non vale la motivazione “ma per lei era importante”). Il tutto mentre il suo rapporto con Michaela viene contraddistinto da alcuni tira e molla generati dalle rivelazioni sbagliate nel momento sbagliato e in un contesto in cui intanto entrano in gioco anche l’amante infedele di Devon (Josh Segarra) e un suo possibile nuovo partner (Trevor Salter), sotto lo sguardo divertito e rassegnato del personale della casa che, mentre si occupa dei preparativi per il gran gala dell’associazione benefica di Michaela, riesce nella grande impresa, nonostante sembrino in tant*, di non essere mai presenti quando succede qualcosa di rilevante e/o potenzialmente misterioso.

“E se alla fine decidessimo che è tutta colpa sua?” “Genio!”

Guardare le cinque puntate di Sirens fa incazzare per vari motivi (non ultimo lo spreco di un cast con nomi grossissimi: Moore sembra la pallida copia del suo ruolo in May December): per come la serie continua a scartare di tono a seconda della svolta di trama che introduce ad esempio, o per come inserisce dell’ironia forzata che sa di battuta stantia da tormentone (le tre amiche sceme di Michaela che parlano all’unisono, l’amante di Devon che viene continuamente etichettato come infermiere del padre quando anche un sasso avrebbe capito che non lo è). La pietra tombale però a mio parere (SPOILER DEFINITIVO) è il tentativo di far apparire giusta la decisione di Devon di sacrificare la propria vita per prendersi cura di un padre la cui demenza è frutto di anni di alcolismo, anni in cui ha probabilmente portato la moglie al suicidio e sicuramente causato danni psicologici enormi a entrambe le figlie ma che ora, siccome serve alla trama, viene mostrato come l’anziano fragile ed empatico che non è mai stato, come se una malattia che ti impedisce di ricordare le cose (particolare, anche questo, che viene trattato in maniera illogica: ho perso il conto delle volte in cui viene lasciato solo nonostante la sua condizione, anche dopo che lo ritrovano sul bordo di una scogliera) ti facesse anche magicamente diventare buono: un finale ricattatorio e manipolatorio che dovrebbe in qualche maniera far apparire moralmente migliori i poveri, come se Sirens avesse delle reali rivendicazioni sociali da portare al suo arco. Io non ho avuto un alcolista menefreghista e incapace di fare il genitore in famiglia, ciononostante ho tifato per Simone fino a quando non ho capito che non c’era nessuno per cui tifare se non la parola FINE.

Non vi sembra così tenero questo adorabile vecchietto che stava lasciando morire di fame la sua figlia minorenne?

Eppure sono qui a scriverne. Me ne guardo bene dal consigliarvela, ma a ragion veduta dovrei guardarmi bene dal consigliare anche The lady. Penso che l’importante sia la consapevolezza, e io quando ho cominciato a vedere la webserie di Lory Del Santo sapevo esattamente a cosa andavo incontro, godendo di ogni incredibile mancanza sotto tutti i punti di vista. Con Sirens invece sono partito curioso, stimolato dai nomi forti del casting, e ci ho messo un po’ a capire che invece del classico dramedy sui ricchi che ultimamente va per la maggiore avevo davanti solo una versione pompata di soldi di The lady: riuscire a scrivere qualcosa fregandosene totalmente dei caratteri dei personaggi e della plausibilità delle scelte narrative è un arte, e se siete dispost* a scendere a patti con questo con Sirens potreste addirittura divertirvi. Incazzarvi anche, ma divertendovi. Se no andate su YouTube (per vedere The lady non vi serve neanche un abbonamento a Netflix, soldi che potrebbero finanziare altre operazioni simili) o, se non vi affascina il trash, guardate Adolescence.

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Racconto in musica 204: San BrianEno (Planet Opal- I’ve heard Brian Eno in the McDonald’s fridge)

Evidentemente mi piace farmi del male. Non intendo fisicamente, anche se un’azzardata manovra lavorativa unita alla pressione troppo blanda del pulsante di sicurezza su un macchinario mi ha appena “regalato” un mese di infortunio e il pollice sinistro bello conciato, ma… come dire? Culturalmente? Giornalisticamente? Bloggariamente? Quello che intendo è che sono passati meno di sette giorni da quando ho ammesso (non per la prima volta) di avere una carenza di conoscenze tecniche quando mi trovo a parlare di musica elettronica, e oggi che faccio? Ovviamente parlo di una band che fa musica elettronica, anche se i Planet Opal meriterebbero più la definizione di ibrido fra due mondi, così come fortemente ibridata è la loro musica, fatta di circuiti e pelli.

L’ho scoperto al WooDoo Fest 2023 (lo stesso dove mi sono goduto l’esibizione di Whitemary) il duo composto da Giorgio Assi (sintetizzatori e voce) e Leonardo De Franceschi (batteria e percussioni), ora diviso fra Bergamo e Berlino ma nato artisticamente in Corsica. È lì infatti che i due si segregano nell’estate 2018 per ventuno giorni, provvisti dell’attrezzatura che entra in un’utilitaria e della voglia di creare musica nuova in mezzo ai boschi: ne nasce il primo germe di Cartalavonu, chiamato come il paesino dove è stato scritto, che esce nel 2021 per Dischi Sotterranei e mostra il mix musicale eterogeneo di Assi e De Franceschi. E qui è dove dovrei mostrare la mia competenza e dirvi a cosa assomiglia, come suona, cose così no? E io invece mi limito a dirvi che è musica che instilla gioia e voglia di muoversi, i suoni elettronici che si amalgamano con un drumming preciso e schematico, farcito di momenti perfetti da club e altri più riflessivi ed eterei (Ci siamo chiusi fuori): in mezzo agli alberi del WooDoo Fest, quando i Planet Opal hanno già fatto uscire anche un disco remix dello stesso Cartalavonu (a cui partecipa fra l* altr* mister Post Nebbia Carlo Corbellini) e hanno già iniziato a suonare in giro per l’Italia e per il mondo (aperture per Cosmo e Peter Hook dei New Order, festival come Sherwood, MiAmi e Apolide, date a New York, Ljubljana, Rennes e Bruxelles), la loro musica mi cattura e me li fa cercare nei giorni seguenti. Li ascolto, mi piacciono, mi distraggo e per un po’ me ne dimentico, anche se una scheda di ricerca della loro pagina Bandcamp rimane sempre aperta sul mio smartphone. Il trillo in mente mi scatta poche settimane fa, in maniera casuale ma perfetta, perché il 9 maggio è uscito il loro nuovo disco Recreate patterns, release energy, sempre per i tipi dall’occhio lungo di Dischi Sotterranei.

Registrato da Gregorio Conti, uno a cui vogliamo un mondo di bene per la sua militanza in Bangarang!, Verbal e attualmente OTU, il secondo disco dei Planet Opal è l’espansione del mondo già ricco della band verso territori che abbracciano la psichedelia (Montagne a colori, Indigo skies), allargano le maglie delle strutture ritmiche portando da continui cambi d’atmosfera (Connection overdrive) a bizzarri showcase percussivi (Cilindrata ritmica) ed è sempre vitale, energico, ammantato di riflessioni sociali in alcuni degli stringati ma efficaci testi (Georgie boy, delivery boy!). Per un paio di giorni non ho ascoltato altro e spero presto di ribeccarli live dove, vale la pena ribadirlo, la loro energia è travolgente.

I’ve heard Brian Eno in the McDonald’s fridge è la sesta traccia di Recreate patterns, release energy, un brano che alterna strofe ritmate e ritornelli più dilatati e ariosi, con la voce che ipnotica in due frasi crea un mondo: “I’ve heard Brian Eno in the McDonald’s fridge, I don’t know what he says but has a meaning to me”. Potevo non trarne la bizzarra storia di un rapporto tramite gli schermi di un Mac fra un ragazzo e il guru della musica d’ambiente? Come al solito trovate il racconto subito dopo la canzone che lo ha ispirato, e come al solito vi auguro buon ascolto e buona lettura, invitandovi anche ad andare a votare per i referendum!

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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San BrianEno

Sono convinto che i rapporti umani non si debbano basare solo sulla logica. Abbiamo un’aura, chiunque di noi ce l’ha. E ci influenza. Ecco perché so che il mio vicino, nonostante la faccia simpatica e i modi gentili, vuole uccidermi. È stressante vivere così, con una costante minaccia al piano di sopra. Per fortuna ho degli amici che mi consigliano per il meglio, ma a volte sembra che mi diano ragione giusto per darmi ragione. Senza ascoltarmi davvero. In quei momenti anche la loro aura non è tanto bella.

Brian Eno invece mi ascolta sempre. Brian Eno vive nella cella frigorifera del Mac Donald’s vicino casa, perché mi ha detto che vuole fare un’esperienza nuova, diversa. Ci parliamo attraverso lo schermo per le ordinazioni, poi quando sento che la fila fa un brusio ci spostiamo allo schermo sopra il bancone. Forse sarebbe più comodo dal drive, ma non ho un’auto. Sullo schermo dove appaiono i numeri delle preparazioni in corso lui risponde ai miei messaggi, non sapevo perché non lo facesse direttamente su Whatsapp ma le cose che mi scrive sono così intelligenti e profonde e partecipi che me la sono fatta andare bene così, anche se è scomodo.

Vado spesso da Mac Donald’s. Cibo veloce, qualità decente, nessuno ti guarda davvero perché a nessuno frega davvero qualcosa di te. È la mia area di relax, l’annullamento dell’aura. A parte quando fai la fila per ordinare. Posso fare quello che mi pare intanto che mangio, senza che nessuno venga a chiedermi se voglio ancora qualcosa. Posso cercare la discografia di Brian Eno ad esempio, perché io mica lo sapevo chi era. Prima di parlarci al Mac io non l’avevo mai sentito nominare. È venuto fuori fra una chiacchiera e l’altra che era un musicista, è molto umile. Una volta, dopo molte insistenze da parte mia, ha detto Ascolta Music for airports, se vuoi. A me Music for airports ha rotto il cazzo da subito, ma mi sono guardato bene dal dirglielo. Brian Eno sembra una persona molto sensibile.

Solo una persona molto sensibile si rinchiuderebbe in una cella frigorifera per lavorare a un nuovo disco, pensavo. Diceva che gli servivano gli stimoli della working class, i rumori della vita vera. Il disco dovrebbe chiamarsi Macmusic, che mi sembra un titolo bello forte anche se un po’ didascalico, e mi piace appoggiarlo nelle sue scelte perché a Brian Eno interessa davvero quello che penso e gli interessa davvero quello che provo e così a me interessa interessare a lui. Ho molta fiducia che il suo nuovo disco non sarà una rottura di cazzo come Music for airports, se mai uscirà.

Ieri infatti Brian Eno mi ha confessato che è morto. È nella cella frigo perché è morto, e temo che questo possa avere ripercussioni sulla sua carriera. Mi ha detto che non scrive su Whatsapp perché gli viene scomodo. Mi hanno tagliato il braccio destro, mi ha detto. Gli ho chiesto perché glielo hanno tagliato e lui ha risposto Eh. E lì ho capito.

Ho mangiato San BrianEno.

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