Racconto in musica 165: Invano (Squid – If you had seen the bull’s swimming attempts you would have stayed away)

Ci sono così tant* artist* in Italia e nel mondo che ripetermi mi sembra un peccato. Capita, sia chiaro, che una band che ho recensito mi incuriosisca a tal punto che dopo una recensione si becchi anche un racconto dedicato (vedi alla voce I Fasti, che stanno per tornare con un nuovo disco, o ZiDima, ad esempio, per non parlare di Edda a cui abbiamo dedicato ben due racconti), ma dentro mi sento sempre parzialmente in colpa per aver “tolto spazio” a qualcun*. Quando però ascolti un disco e ti vengono abbastanza idee non per uno ma per almeno tre racconti è impossibile resistere alla tentazione di ritornare sul pezzo: così, a distanza di poche settimane dalla recensione tardiva del loro secondo disco, eccomi a parlarvi nuovamente degli Squid.

La band formata da Ollie Judge (voce e batteria), Louis Borlase (chitarra, basso, cori), Arthur Leadbetter (tastiere, archi e percussioni) e Anton Pearson (chitarra, basso, percussioni, cori) si forma a Brighton nel 2016, all’interno di una scena in cui le jam sono all’ordine del giorno (come spiega Borlase in questa intervista per Rolling Stone) e i confini fra i generi sfumano in contaminazioni continue. Da qualche parte l* giornalist* musicali ti devono inserire però (mi ci metto pure io), e ascrivere al post-punk il primo singolo Perfect teeth è fin troppo facile: la voce riverberata, il groove del basso, l’atmosfera un po’ decadente… Ma si intuisce dell’altro, c’è pure qualcosa di blues nell’aria e resta la sensazione che da quei quattro ci si possa aspettare molto, il che è facile da dire per uno che la loro carriera l’ha ripercorsa a ritroso ma tant’è, non posso azzerare il mio cervello. Passa un anno e arriva il primo Ep LINO, pubblicato dall’etichetta Bear on a bicycle (che temo sia stata vittima del fatidico 2020 visto che l’ultimo disco da loro pubblicato risale al 2018), tre brani in cui i suoni si dilatano parecchio, il post-punk viene relegato in un angolo della traccia Liquid light e il resto ha più a che fare con il post-rock, l’ambient e pure qualcosa di folk: è qui che inizia la collaborazione con Laurie Nankivell (basso, ottoni e percussioni), che assieme al trombonista Keith McGowan partecipa alle registrazioni e ritorna, in seguito, anche per il secondo Ep della band, Town centre, pubblicato dall’etichetta Speedy Wunderground nel 2019 e mostra il lato degli Squid più improntato al groove, merito forse della collaborazione con il produttore Dan Carey (già al lavoro con Black Midi, Fontaines D.C. e Black Country, New Road) che li accompagna anche verso il grande salto, ovvero il contratto con la Warp Records.

Con Nankivell ormai in pianta stabile nella formazione e Carey in cabina di regia gli Squid arrivano alla registrazione del primo disco nel 2020, periodo in cui come tutt* hanno avuto a che fare con lockdown vari: impossibilitati a girare l’Europa in tour come da piani originari, band e produttore si rinchiudono in studio e sfornano Bright green fields nel maggio 2021, portando a maturazione buona parte delle suggestioni che si agitano nella mente dei cinque musicisti. Quando ho scoperto la band di questo disco avevo ascoltato solo qualche brano, alcuni nemmeno fino alla fine, dicendo che non mi aveva preparato a quanto avrebbero fatto in seguito, ma non avevo ancora ascoltato fino alla fine due dei brani più clamorosi: Narrator, terza traccia e primo singolo estratto, è un brano scanzonato che inizia lentamente a toglierti il terreno sotto i piedi, a mutare in qualcosa di inquieto mentre Judge si mette a ripetere e poi urlare come un mantra “I play my (part)” e sotto di lui iniziano vocalizzi sempre più presenti che poi esplodono in un finale in cui la voce di Martha Skye Murphy prende il sopravvento, alternando urla estatiche a grida da scream queen di un film horror (mettetela sotto contratto prima di subito) che terrorizzano e commuovono perché cazzo, sembra che la stiano davvero scannando; giusto il tempo di riprendersi e si viene catapultati nell’atmosfera ammiccante di Boy racers, groove e atmosfera da sbronza in un pub a cui ci si abitua giusto il tempo di veder spegnersi le luci, la voce alticcia di Judge che si riduce a sussurri robotici e i synth sotto che prendono spazio fino a provocare l’inferno in terra, decomponendo una melodia già di suo inquietante in continui rivoli di stonature sataniche. Bright green fields non è solo questo, è più dritto del seguente O monolith (2023, in cui abbandonano Carey e su cui non mi ripeto, rimandovi qui per le mie entusiastiche parole) ma mostra già tutte le derive e le inquietudini che si agitano nella mente dei cinque musicisti. Non paghi di tutto quanto prodotto negli otto anni di carriera (ai due album e ai due Ep vanno aggiunti svariati singoli stand alone e pure due remix) a gennaio è uscita una loro nuova canzone, Fugue (bin song), fra maggio e giugno sono previste due loro concerti in Inghilterra (seguite il loro sito per aggiornamenti) e io non vedo l’ora che tornino in Italia per vedere come se la cava Judge a cantare e suonare la batteria in 7/8.

Nella mia recensione parlavo “male” di If you had seen the bull’s swimming attempts you would have stayed away, perché ritenevo il titolo dell’ultima traccia di O monolith così clamoroso che la canzone difficilmente poteva esserne all’altezza. Intendiamoci, il brano è comunque un gran pezzo, mutevole e con un basso trascinante che ti fa venire voglia di seguirlo da qui all’infinito, ma la storia che troverete più in basso è frutto dei viaggi che mi sono fatto pensando al titolo più che alla musica: nel racconto il toro diventa un cavallo, e quei tentativi di rimanere a galla finiscono per cambiare il punto di vista sulle cose di un ragazzo che, ormai adulto, non riesce come narratore ad essere all’altezza di ciò che ha vissuto. Se io sia stato all’altezza di questa continua negazione delle aspettative potete valutarlo da voi più in basso, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero e il numero Uno della fanzine di Tremila Battute!

Invano

Una volta ha visto morire un cavallo. Ogni tanto lo racconta, se stuzzicato o perché si sente un po’ nostalgico, ma quella storia la butta via, ne sembra annoiato lui per primo. Nessuno pensa che sia questa gran cosa, veder morire un cavallo. Ma un cavallo che muore, muore. Un cavallo che annega, muore due volte.

È successo in vacanza nel deserto roccioso, dove il cielo gli era sembrato davvero più ampio come diceva chi c’era stato. Sotto quel cielo ci si illude di avere un senso, sopra quella terra la morte sembra poter arrivare solo se piena di pathos. Tutti si erano accalcati attorno alla signora a terra: nessuno l’aveva vista cadere, ma tutti l’avevano sentita urlare e poi non farlo più, quasi subito.

Intanto il cavallo cercava di scappare, si slanciava in alto per quanto glielo permettevano le briglie tirate. I soccorsi non erano ancora arrivati quando riuscì ad averla vinta, si liberò e corse verso l’acqua come se quella potesse essere davvero una via di fuga da qualunque minaccia, reale o presunta. Entrò veloce nel fiume e non ne uscì più.

Quando la signora venne portata via, diretta verso il suo futuro ignoto, il cavallo aveva già smesso da tempo di lottare.

Una volta ha visto morire un cavallo. Lo dice così, come se stesse parlando dell’acquisto di un nuovo mobile per la cucina. Non entra nei dettagli, nessuno glieli chiede. Eppure li ha ancora in mente i tentativi di restare a galla, gli occhi come spilli che rimbalzano da una parte all’altra, i muscoli tesi del cavallo e del padrone, che allunga le mani verso l’acqua anche se sa che non può raggiungerlo e che se anche ci riuscisse sarebbe comunque inutile. Solo lui guarda quella lotta e la disparità fra le due morti, quella potenziale della signora e l’altra ormai sicura, gli fa pensare che non c’è un vero motivo per cui agitarsi, niente per cui valga la pena lottare a quella maniera visto che tanto, prima o poi, si farà tutti la stessa fine. È il pensiero più profondo che gli sia mai capitato di fare.

Potrebbe parlare di questo, quando gli chiedono di raccontare e lui inizia dicendo che sì, una volta ha visto morire un cavallo: invece aggiunge poco e niente, ricomincia a bere parlando d’altro, dosa le energie e aspetta che qualcuno gli rubi la scena.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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