Progetta un sito come questo con WordPress.com
Crea il tuo sito

Racconto in musica 100: Finalmente tu (Edda – Spaziale)

Ci sono date che entrano nella storia, quella con la s minuscola purtroppo e solo perché la loro rilevanza non è percepita dalla massa. Una di queste è il 26 luglio 2018.

Osio Sopra, provincia di Bergamo. Da qualche anno in questo piccolo paese ha aperto un locale, il Joe Koala, che propone ottima birra e altrettanto ottima musica live. La stessa gente che anima il locale (fra cui qualche componente de Le Capre a Sonagli) organizza da un decennio un festival, Libera la festa, quattro giorni di musica con area campeggio e nomoni del panorama indipendente sul palco. Il 26 luglio 2018 tocca a due artisti storici, due che fra cantautorato e rock hanno fatto il bello e il cattivo tempo per quarant’anni. Quello che non so, quando iniziano i concerti, è che gli artisti condividono la stessa data di nascita, il 26 luglio appunto, e che entrambi approdano a una cifra tonda. Uno è Giorgio Canali (di cui abbiamo già parlato), arrivato a sessant’anni con tutta la sua energia e la sua rabbia; l’altro è un personaggio tanto folle quanto empatico, che quella sera ne compie cinquantacinque, e il suo nome è Stefano Rampoldi, da tutti conosciuto come Edda.

Esploso fra gli anni 80 e 90 come cantante dei Ritmo Tribale, una di quelle band seminali assurte anche alla fama presso il grande pubblico che, chissà perché, non ho mai cagato di pezza, Edda se ne distacca definitivamente nel 1996 a causa principalmente della sua dipendenza dall’eroina. Allontanatosi dal mondo della musica, avvicinatosi alla filosofia Hare Krishna, Edda torna inaspettatamente a pubblicare qualcosa dopo 13 anni: Semper biot, pubblicato nel 2009 dall’etichetta Niegazowana, mette in luce la sensibilità eccezionale dell’artista milanese e allo stesso tempo la sua crudezza, il suo mostrare le cose per come sono senza sconti. Pubblica altri due album (Odio i vivi, 2012, e Stavolta come mi ammazzerai?, 2014) prima che le nostre strade si incrocino (non che lui aspettasse altro eh), ad un suo concerto intimo in quel di Laroom a Vigevano (grazie Fede per avermelo segnalato): è amore a prima vista perché non c’è niente di costruito in lui, tutto è come appare e ti spiattella davanti senza scomporsi gli errori, le ferite, le ossessioni e le passioni. Mi è capitato di incrociarlo dal vivo più volte, ad esempio al MiAmi 2015, dove salì sul palco alla domenica inneggiando al Barcellona (la Juventus era stata sconfitta il giorno prima dai catalani nella finale di Champions League) per poi scusarsi dicendo che “voleva solo che qualcuno soffrisse come lui”: e come possono non toccare il cuore le sue urla in Ragazza porno, una delle canzoni più strazianti eppure infuse d’ironia, quella di chi guarda alla vita come uno scherzo di cattivo gusto che va accettato così com’è, con i suoi pregi e i suoi difetti?

Nel 2017 e nel 2019 escono altri due dischi per l’etichetta Woodworm, Graziosa utopia e Fru fru, il cui tono musicale è più affine al pop ma sempre veicolato con quella voce che sta fra lo sgraziato e il sublime, apparentemente grezza ma capace di raggiungere vette altissime. Negli anni si susseguono anche svariate collaborazioni, con Umberto Maria Giardini/Moltheni ad esempio (nell’ultimo concerto ufficiale a nome Moltheni, pochi mesi fa ai Magazzini Generali di Milano, c’era anche lui fra gli ospiti) o con Gianni Maroccolo, con cui pubblica nel 2020 il disco Noio; volevam suonar per Contempo Records (scaricabile gratuitamente a questo link). Come annunciato sulla sua pagina Facebook durante l’estate potrete vederlo in tour (i più fortunati se lo sono già goduti al Workout Festival di Sant’Arcangelo di Romagna), in attesa di un suo nuovo album che sembra imminente.

Ero molto indeciso sulla canzone da scegliere nel vasto repertorio di Edda, ma alla fine a ispirarmi è stata la prima traccia di Graziosa utopia, Spaziale. Il cantato, come ammesso dallo stesso artista, si avvicina a quello di Mina per portarci in un viaggio dalle emozioni forti, declinato al femminile come molti dei suoi testi (il nome Edda è quello della madre): proprio due frasi del testo mi hanno fatto immaginare una storia che devia dall’intenzione originaria per andare ad abbracciare una solitudine forse non più tale, attraverso alcuni momenti che non fanno luce su ciò che ha portato fino a lì e lasciano un velo di indefinitezza anche sul dopo. Potete trovare il racconto subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Finalmente tu

Non so quando la mia vita ha cominciato a rattrappirsi su sé stessa, forse da quando sono nato. Il bel bambino vispo, il ragazzo integrato, il giovane uomo sarcastico e talvolta arrogante: tutti hanno pensato che fossi quello, invece mi nascondevo dietro a delle maschere. È un modo di agire talmente banale eppure funziona sempre, inganna tutti e quando esce fuori quello che davvero sei nessuno ci crede. Non che fosse rimasto più nessuno da convincere prima che arrivassi tu.

Uscivo solo per fare la spesa al minimarket sotto casa, una volta al mese arrivavo fino all’edicola per arrischiarmi a comprare un giornale, sperando di vederci scritto sopra che è scoppiata la pace. Ma non era mai così. Il telegiornale avevo smesso di vederlo, mi nutrivo di sitcom stupide che assomigliano al mondo che avrei voluto, con problemi che si risolvono e persone che si vogliono bene sul serio.

Non ricevevo chiamate né messaggi, io non ne mandavo. Come si fa a tornare nel mondo? Come si fa a non avere paura, con quello che succede? Come fai ad avere fiducia tu, che mi dici che non c’è niente da temere?

Mi hai parlato un giorno mentre l’edicolante mi passava il solito quotidiano, pronto a ridere di me appena avessi voltato le spalle. Che follia, commentava sempre mentre me ne andavo, e mi mancava il coraggio di rispondergli che non sono pazzo, magari lo fossi. Non è meglio impazzire che soffrire? Ma restavo sempre in silenzio, solo con te ho aperto bocca quando hai chiesto, non a me ma al mondo, forse al cielo, Quando finirà tutto questo? E ti dico grazie, davvero, perché non ti sei accontentata del mio Mai.

Ci siamo rivisti, sempre per caso. Avevo una scusa per uscire, per fare un pezzo di marciapiede in più, per sopportare l’oppressione del cielo col suo carico di pericoli da rovesciarmi addosso. Quando ti vedevo non c’era allarme nei tuoi occhi chiari, solo l’accettazione di ciò che può capitarti da un momento all’altro. Un incidente, un’aggressione, la morte. O forse l’amore.

Non pensavo mi avrebbe più accolto qualcuno. Ti ho fatta entrare in casa mia titubante, vergognandomi di ciò che vedevi, ma tu hai ci hai scherzato su, dicendomi che dovrei imparare a fare i mestieri di casa. Poi sei tornata seria, chiedendomi che c’è che non va, e io ho raccontato tutto dall’inizio. Non ne avevo mai parlato con nessuno, è stato come vomitare un torrente.

Alla fine mi hai sorriso, avrei voluto farlo anche io ma ero troppo stanco, sconvolto. Mi hai baciato in quel momento e io ho sentito un’energia nuova attraversarmi, restituirmi le forze e la fiducia nel prossimo. Avrei voluto uscire, correre, urlare, ma tu mi hai trattenuto. Scusami, solo allora ti ho guardata davvero e ho capito.

Non ho mai creduto nei miracoli. Non sei riuscita a farmi cambiare idea, ma ormai non importa. Meglio morire che soffrire.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Pubblicità

Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

Una opinione su "Racconto in musica 100: Finalmente tu (Edda – Spaziale)"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: