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Tecnologia e sentimento: i mondi assurdamente delicati di Mary South in Mi ricorderò di te

Una coppia si scontra sul modo giusto per crescere il clone della propria figlia; un ragazzo fugge da un campo di riabilitazione per cyberbulli e troll; una donna si prende cura di un Keith, replicante prodotto in serie destinato a donare i propri organi. Nelle mani di un Charlie Brooker, il celebre autore di Black Mirror, questi spunti narrativi sfocerebbero in parabole su quanto distorto può diventare il nostro rapporto con la tecnologia, ma non è questo che interessa a Mary South: in Mi ricorderò di te, la sua prima raccolta di racconti pubblicata da Pidgin, l’autrice utilizza questi originali escamotage per parlare di affetti e relazioni, il tutto con invidiabile equilibrio fra partecipazione emotiva e sagace ironia.

Forse il problema era che oggigiorno il mondo era troppo pieno di persone dimenticate da Dio. Quando vivevamo in una società di tribù nomadi come quelle delle pitture rupestri in Laos, tutti conoscevano tutti per nome. Ciò significava che se eri malato o se quel mese avevi bisogno di carne di cinghiale in più, i membri della tua tribù intervenivano per dare una mano a un amico, ma se eri una testa di cazzo, suonavano un gong e ti accerchiavano e ti lapidavano a morte. Era qualcosa di intimo. Non potevano arrivare pezzi di merda aziendali con disinvoltura, estorcerti focolare e capanna, per poi non doverti neanche guardare negli occhi.

Campeggio Giabervocco per la riabilitazione di troll di internet

I nuclei affettivi esplorati da South nei dieci racconti della raccolta sono evoluzioni a dir poco bizzarre della famiglia tradizionale. Si passa dal curioso triangolo di Architettura per mostri, dove la figlia dell’architetta Helen Dannenforth, specializzata in edifici che ricordano organi, viene contesa dalla sorella internata in manicomio, al gruppo di uomini sull’orlo di una crisi di nervi (e anche oltre) che in L’ostello promesso pende dalle mammelle piene di latte della giovane Maddy, passando per gli ospiti di una casa di riposo che hanno come passatempo le hot-line telefoniche (L’età dell’amore), una donna senza nome che segue ossessivamente sui social network l’uomo che l’ha stuprata (Mi ricorderò di te) e la madre che fa ripercorrere al clone della propria figlia le stesse tappe, nel tentativo di renderla in tutto e per tutto uguale all’originale (Non è Setsuko). In contesti così deliranti sarebbe facile per l’autrice mettere semplicemente alla berlina i propri personaggi, contestualizzandoli come rotelle impazzita di una società sull’orlo del baratro, ma South fa un passo in più e quei rapporti così complicati li approfondisce, li scandaglia, fino a far brillare la scintilla d’umanità che risiede in ognuno di loro.

Alla fine, la tempesta ha risparmiato l’appartamento dello Scommettitore Riluttante, ma il resto dell’isolato era un quadro inquietante. Sono rimasto in silenzio e non ho ripetuto quanto fossimo fortunati a non aver avuto bambini, quanto il mondo stesse peggiorando, le inondazioni più calde, le estati più alte. Mia moglie era stata una persona allegra finché non si è confrontata con la sofferenza di un desiderio vulnerabile e devastante, momento in cui è diventata allegra oltre ogni consolazione. Probabilmente riproporrebbe il lamento di Lewes Lavater, del 1572, in De spectris, lemuribus et magnis atque insolitis fragoribus: “Il mondo peggiora sempre più. Gli uomini ora sono più impudenti, e più perfidi, di quanto non siano mai stati nei tempi passati, e i loro spettri non sono da meno”.

L’agente immobiliare dei dannati

Riuscire a far sorridere il lettore di fronte alle sofferenze di una dottoressa di chirurgia cerebrale alcolizzata e da poco vedova è già di per sé una cosa difficile, ma riuscire a ottenere questo risultato con una struttura originale come l’elenco di Domande frequenti sulla tua craniotomia, sempre meno professionale col proseguire delle pagine, lo è ancora di più. Un’altra abilità di South è infatti quella di saper sperimentare, alternando ad esempio il punto di vista fra i soccorritori improvvisati di un troll fuggitivo (Campeggio Giabervocco per la riabilitazione di troll di internet) o facendosi moltitudine, dando voce all’intera comunità di fan ossessionati dalla serie Starship Uprising e dalla sua protagonista Diana Gorun, oscillanti fra l’empatia per le tragedie personali dell’attrice che la interpreta e il più becero bodyshaming perpetrato di fronte ai suoi malriusciti interventi di chirurgia estetica. Originali sono anche i contesti in cui si muovono i personaggi, dal mondo dell’architettura “ferocemente carnale, se non apertamente assetata di sangue” di Helen Dannenforth alla stanza “senza finestre né sistema di ventilazione” in cui una donna senza nome, protagonista del racconto che dà il titolo alla raccolta, si occupa della moderazione di contenuti per il motore di ricerca più famoso al mondo: entrambi i racconti non sono esenti da difetti (il primo ha un andamento un po’ confusionario, il secondo edulcora un contesto lavorativo ben peggiore pur non facendone il focus principale), ma basta poco per esserne comunque rapiti.

In ansia da quando ha premuto “Invia”, la donna fissa i suoi messaggi in attesa che accada qualcosa mentre prova a determinare cosa sperasse di ottenere con quel falso profilo e quella strategia di corrispondenza. Voleva un’ammissione da parte dello stupratore di essere uno stupratore? Una scusa? Una dichiarazione d’amore? Che lui si ammazzasse? Quel che ottiene è nulla. Lo stupratore le fa ghosting. Il suo bisogno di una risposta, anche una orribile, diventa più e non meno urgente. Segue lo stupratore online e nella vita vera con persistenza ancora maggiore.

Mi ricorderò di te

Viene difficile pensare a un libro d’esordio leggendo i dieci racconti di Mi ricorderò di te, perché la sensibilità e l’umorismo di cui è intrisa la raccolta sono elementi la cui amalgama perfetta riesce difficile anche a scrittori navigati (anche se qualcuno ci è riuscito). South riesce a dosarli a dovere affrontando la strada più tortuosa, buttandosi a capofitto in storie che parlano di stupri, rapporti semi-incestuosi e lutti vari, usando il contesto tecnologico come semplice meccanismo d’innesco per parlare di un tema che più universale non si può: quanto sa essere tremenda e bella la vita. Complimenti a lei e a Pidgin, che dimostra ancora una volta di saper scovare sia in Italia che in giro per il mondo grandissimi talenti.

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Racconto in musica 114: La sfida (Godspeed You! Black Emperor – Job’s lament)

Questa è stata una settimana piuttosto proficua a livello di concerti. Ieri sera mi sono visto per l’ennesima volta Nick Oliveri dal vivo al Tambourine di Seregno, versione in solitaria con una chitarra acustica in spalla e la stessa energia nella voce e nelle mani che se avesse imbracciato un basso elettrico e stesse facendo stoner (leggasi “la dinamica non è la mia priorità”: Six shooter l’ha fatta senza chitarra, solo urlando nel microfono). Se già rivedere l’ex bassista di Kyuss e Queens Of The Stone Age (fra gli altri) è stato bello, ancora più emozionante è stato vedere per la prima volta una band che ho seguito in maniera discontinua negli anni, ma la cui capacità di portare altrove con la testa è unica: in un Alcatraz di Milano che si è pian piano gremito (e che avrebbe dovuto sollevarsi e fare la rivoluzione di fronte a una Slalom da 0,4 a 8 EURO: ho capito che c’è la crisi energetica, ma qui mi state prendendo per il culo. E scemo io che glieli ho dati!), subito dopo l’opening act di un inclassificabile chitarrista sperimentale che di nome fa Tashi Dorji (andate ad ascoltarvi qualcosa qui e preparatevi ad assumere un’espressione fra lo stupito e il perplesso) sono saliti sul palco le leggende del post-rock conosciute come Godspeed You! Black Emperor.

Ci sono poche cose che si possono dire dei GY!BE, una cosa strana se si pensa alla loro ultratrentennale carriera. Formatasi nel 1994 a Montreal attorno a un nucleo che comprendeva i chitarristi Efrim Menuck e Mike Moya e il bassista Mauro Pezzente, la band prende il nome da un documentario giapponese in bianco e nero degli anni 70 su una gang di bikers (i Black Emperors) intitolato, guarda un po’, God Speed You! Black Emperor, e pare che i tre si mettano insieme inizialmente perché c’era bisogno di un gruppo di supporto per un’altra band. Da lì in avanti la loro attività non si interrompe più e anzi cresce esponenzialmente, fagocita musicisti (pare che per suonare con loro bastasse essere una bella persona e aver voglia di sperimentare) fino ad arrivare a una quindicina di membri prima dell’uscita di F # A # ∞, il primo disco ufficiale che segna nel 1997 anche l’inizio della loro collaborazione con la Constellation Records: dopo questo traguardo la formazione ufficiale si stabilizza attorno ai tre membri fondatori e a David Bryant (chitarra), Thierry Amar (bassista e contrabbassista), Aidan Girt (batteria), Bruce Cawdron (batteria) Sophie Trudeau (violino) e Norsola Johnson (violoncello), rimanendo pressoché invariata nel corso degli anni. Pubblicano un Ep due anni più tardi, Slow riot for new zero Kanada, e altri due dischi nei primi anni 2000 (periodo nel quale Moya sarà sostituito dal chitarrista dei Fly Pan Am, Roger Tellier-Craig) , Lift your skinny fists like antennas to heaven (2000) e Yanqui U.X.O., mostrando al mondo la loro ricetta musicale che prevede brani strumentali mediamente lunghi (dai cinque ai venti minuti), unione di momenti ambient con cavalcate improvvise e rumorismi noise, una capacità incredibile di creare atmosfera e, solo apparentemente a margine di tutto questo, una fortissima connotazione politica.

Si sa poco dei GY!BE perché hanno rilasciato rare interviste, ma ogni loro parola pronunciata o carpita dai frammenti audio nei loro brani dimostra la forte criticità nei confronti della società capitalista, della guerra, dell’oppressione israeliana verso la comunità palestinese e verso molte altre problematiche: nel booklet di Yanqui U.X.O., ad esempio, appaiono scritte che descrivono il brano 09-15-00 come “Ariel Sharon surrounded by 1000 Israeli soldiers marching on al-Haram Ash-Sharif & provoking another intifada” (il 15 settembre 2000 Sharon provocò lo scoppio della rivolta palestinese andando al Monte del Tempio con una delegazione enorme di poliziotti in tuta antisommossa), e di concerto con l’etichetta pubblicano una lista di major discografiche i cui affari sono legati a stretto giro con l’industria bellica militare, esplicitando anche il loro disprezzo verso l’industria musicale (motivo per il quale, ma non ne sono certo, una loro canzone utilizzata nella colonna sonora di 28 giorni dopo non appare nel disco della soundtrack a causa della negazione dei diritti di utilizzo). Durante un tour del 2003 vennero fermati dalla polizia su una segnalazione di sospetto terrorismo (nella perquisizione l’FBI, coinvolta nell’operazione, trovò nel loro furgone vario materiale antigovernativo), e una volta rilasciati per insufficienza di prove denunciarono l’abuso al loro successivo concerto in Missouri sottolineando il loro veloce rilascio in quanto “bravi ragazzi canadesi bianchi”. Anche la loro pausa dall’attività fra il 2004 e il 2010, ufficialmente a causa degli impegni con altri progetti (quasi tutt* hanno altre, fra cui la mitica Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra & Tra-La-La Band che ne riunisce gran parte e di cui magari un giorno parlerò più approfonditamente), è stata legata alla guerra in Iraq: che sia vero o meno nel 2010 i GY!BE tornano in tour, riaccolgono Moya, perdono Johnson e Cawdron (sostituito quest’ultimo da Tim Herzog) e rispondono a tutte le voci di scioglimento con la loro attività live e con lo splendido disco ‘Alleluja! Don’t bend! Ascend! (2012), che è stato il mio personale battesimo del fuoco e mi fa piangere ogni volta che ascolto la prima traccia, Mladic, venti minuti di pura emozione e capacità orchestrale. Per questo disco vincono il Polaris Music Prize (il premio canadese al miglior disco dell’anno) e loro, con invidiabile coerenza, criticano la dispendiosità della cerimonia di premiazione in un momento di forte crisi globale: come si fa a non amarli?

Dopo la reunion entrano a far parte della squadra stabilmente, seppur in tempi diversi, anche Karl Lemieux e Philippe Leonard, che si occuperanno di lì in avanti delle proiezioni durante i live, considerate dalla band una componente fondamentale per far arrivare il proprio messaggio. Ad oggi i GY!BE hanno pubblicato altri tre dischi, Asunder, sweet and other distress (2015), Luciferian towers (2017) e G_d’s pee at state’s end! (2021), continuando a esplorare a tutto campo le possibilità della musica e creando emozioni.

Forse questa cosa l’ho già esplicitata, ma io sono un grande fan di South Park. Lo sono al punto che varie persone che conosco, compresa la mia fidanzata, mi hanno intimato di non nominarlo più di una volta al giorno, perché trovo sempre un collegamento fra qualcosa che è successo o è stato detto con una puntata dello show di Matt Stone e Trey Parker, e oggi userò proprio un episodio della serie per introdurre il racconto ovvero quello intitolato Cartmanland. Senza farla troppo lunga, il laido e disprezzabile Cartman si ritrova a possedere un parco giochi privato mentre Kyle, umile e sempre dalla parte dei più deboli, si ritrova con le emorroidi e perde per questo la fede: un rabbino, nel tentativo di fargliela recuperare, gli racconta la parabola di Giobbe e delle sofferenze che Satana, in accordo con Dio, gli scaglia addosso per provarne la fede, al che Kyle invece di tornare a credere si convince ancora di più che Dio non esiste o, se esiste, è ingiusto. Ho pensato a questo ascoltando Job’s lament, la seconda traccia di G_d’s pee at state’s end!, e alla situazione di stress che provano innumerevoli lavoratori a causa di contratti indecenti, condizioni disumane e rapporti di potere distorti: il racconto è un piccolo campionario di frasi sentite realmente, pronunciate anche da me o da chi mi sta attorno (e qualcosa ispirato dal formidabile libro Tecnoluddismo di Gavin Mueller, edito da Nero Editions), e non può riuscire ad abbracciare tutta la realtà di un mondo che sta vedendo i propri diritti erosi ma ci prova con onestà e una certa ingenuità, al grido di “si lavora per vivere e non si vive per lavorare”. Potete trovarlo subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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La sfida

Tanti piccoli Giobbe

«Minchia, io ho ancora sonno»

«Quasi quasi oggi non vado. Piglio e vado al mare, vaffanculo»

Tanti piccoli Giobbe, in cammino

«Ma ce la fa a guidare la gente porca troia? Ma ce la fanno?»

«Quanto mi stanno sul cazzo quelli che cercano di salire senza prima farti scendere, non ti dico»

Tanti piccoli Giobbe, messi alla prova

«Ti è mai capitato di avere l’ansia di dover arrivare in tempo da qualche parte, e allo stesso tempo di sperare di non riuscire ad arrivarci? A me tutti i giorni»

«Io qua ci volevo venire a vivere, ora a furia di code sta città di merda se la bruciassero mi farebbero solo un favore»

Tanti piccoli Giobbe, puniti dall’alto per gioco

«Piacerebbe anche a me mandarli affanculo, ma se non mi rinnovano il contratto? Tocca star zitto ancora un mesetto, poi dopo… Vediamo»

«Sì ma se non arrivo in tempo li scalano a me i soldi! Non è mica come dirla quando ci sei dentro»

Tanti piccoli Giobbe, separati gli uni dagli altri

«Eh la protesta, puoi permetterti te di star fuori che non hai il mutuo da pagare»

«Perché devo fare io il part-time? Fatelo fare a quella là che non ha nessuno da mantenere a casa»

Tanti piccoli Giobbe, troppo attaccati alla loro pena

«Per te è facile dirlo, ma io poi di cosa campo? Lo stipendio mi serve»

«E se poi vien fuori che non sono capace? Se mollo la sicurezza e poi mi ritrovo col culo per terra?»

Tanti piccoli Giobbe, sul punto di cedere

«Ti giuro che io a entrare qui c’ho il vomito. Davvero, sto male»

«Vedrai che un giorno mi licenzio. Mi prendo un rudere da qualche parte e vado a coltivare la terra, altro che fare le nove di sera per una cazzo di campagna»

Tanti piccoli Giobbe, la cui fede vacilla

«Chiediti almeno perché lo fai. Mica te l’ha prescritto il dottore che devi correre ogni volta che te lo dicono»

«Poi tanto il merito se lo prende sempre qualcun altro. Anzi, se parli ti guardano pure male!»

Tanti piccoli Giobbe, che iniziano a parlarsi

«Pensa alle casse automatiche. Le mettono per farti un favore? No, le mettono per farti fare il loro lavoro, e mettono meno gente alle casse normali per costringerti a usarle e risparmiare. E chi è che ci guadagna?»

«Devi capire che è un cazzo di sistema, più corri e più ti fanno correre. Qui stiamo tornando ai tempi del cottimo»

Tanti piccoli Giobbe, che cominciano a reagire

«Finché non mi mettono le sicurezze io su sta macchina non ci lavoro più. Mi costringono? La spacco. Come fanno a dire che sono stato io? Son cose che capitano, che sfortuna!»

«Da adesso gli straordinari glieli metto giù tutti. Vogliono farmi fare le nove di sera? Che paghino, mica sono io che vado in giro col macchinone. E se non pagano alle sette stacco, si lavora per vivere mica si vive per lavorare»

Tanti piccoli Giobbe in marcia verso l’orizzonte, verso un mondo migliore. La strada è lunga e ripida, piena di ostacoli, non se ne vede la fine. Continuano a camminare

«Ne vale la pena? Io dico di sì»

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Gli zombi sono morti, evviva gli zombi! Qualche esempio letterario di come i non morti si possono rifare il look

Ne avevo già il sentore e a certificarlo è arrivato il critico cinematografico Gabriele Ferrari (conosciuto anche come Stanlio Kubrick de I 400 calci) durante FeST, il Festival delle serie tv che si è svolto nell’ultimo weekend di settembre alla Triennale di Milano: i morti viventi al cinema arrancano, non riescono a dire più niente di nuovo, e pure nella serialità le cose non vanno benissimo. Impantanati in metafore che rimangono sempre le solite dai tempi di Romero, coinvolti come sparring partner in narrazioni episodiche che assumono sempre più i toni della soap opera (qualcuno ha detto The walking dead?), nemmeno aver acquisito la capacità di correre li ha aiutati ad evitare di essere snobbati dal grande pubblico. Qualche sparuto segno di originalità sopravvive, fra un Maggie che vede Arnold Schwarzenegger prendersi cura della figlia infetta e il clamoroso delirio nipponico One cut of the dead (in Italia arrivati rispettivamente come Contagious – Epidemia mortale e Zombie contro zombie), in Asia sembra si stia formando una “novelle vague” a tema mangiacervelli, ma a conti fatti il piatto per il momento piange.

One cut of the dead, quando gli zombi incontrano Boris

E se il cinema, terreno d’elezione di ogni apocalisse zombie che si rispetti, prendesse ispirazione dalla letteratura? Vari autori si sono cimentati con la minaccia dei morti viventi, riuscendo spesso a rinnovare l’immaginario che ruota attorno al loro eterno peregrinare alla ricerca di carne umana. Ci credereste che fra di loro c’è addirittura un due volte premio Pulitzer?

Ma andiamo con ordine e partiamo con un libro che ha avuto l’onere di essere già stato portato sul grande schermo, e se vi è capitato di vedere World War Z capirete perché parlo di onere e non di onore: vi presento

World War Z – La guerra mondiale degli Zombi (Max Brooks)

La copertina italiana non l’ho trovata, scusate ma è l’una e mezza di notte e comincio ad avere sonno

Che c’è, avrebbe preferito che dicessimo la verità alla gente? Che non era un nuovo ceppo di rabbia, ma una misteriosa piaga che rianimava i morti? Si immagina il panico che si sarebbe scatenato? Le proteste, le rivolte, i miliardi di danni alle proprietà private? Si immagina tutti i senatori pisciasotto che avrebbero portato il governo alla paralisi per far passare d’urgenza al congresso un altisonante e assolutamente inutile “Decreto anti-zombi”? Si immagina il danno che ne avrebbe ricavato il capitale politico di quell’amministrazione? Stiamo parlando di un anno di elezioni e di un’impresa dannatamente dura e difficile.

Grover Carlson, ex capo dello staff della Casa Bianca

La mela non cade mai lontano dall’albero, dice un vetusto detto, e nel caso di Max Brooks non potrebbe essere più vero. Figlio di Mel Brooks e Anne Bancroft, dal padre ha ereditato sicuramente la bizzarria: se il genitore si è però concentrato sulla comicità e la parodia, il figlio ha preferito distaccarsi da quel solco (non prima di aver scritto i testi del Saturday Night Live dal 2001 al 2003, aggiudicandosi anche un Emmy) e diventare il più grande esperto di zombi sul pianeta. La carriera letteraria di Brooks figlio si è infatti concentrata su questo tema, a partire dall’esauriente Manuale per sopravvivere agli zombi (Einaudi, 2006) per arrivare alle quattro bizzarre vicende narrate in Zombie story (Cooper, 2011). La sua fatica letteraria più riuscita è però quella che Brad Pitt ha voluto a tutti i costi rovinare con la complicità del regista Marc Forster: un reportage di guerra fatto e finito, in cui però l’esercito avversario è composto da morti viventi.

Il senso comune vuole che i nordcoreani si siano ritirati nei loro complessi sotterranei. Se questo è vero, allora le nostre stime sulle dimensioni e la profondità di questi complessi sono molto approssimative. Forse l’intera popolazione nordcoreana è davvero sotto terra e sgobba a un infinito progetto bellico, mentre il suo Grande Leader continua ad anestetizzarsi con liquore occidentale e pornografia americana. […] Magari questo era il piano originale, ma qualcosa è andato storto. Pensi alla “città delle talpe” sotto Parigi. E se fosse successa la stessa cosa, ma estesa a tutta la Corea del Nord? Forse quelle caverne brulicano di ventitré milioni di zombi, automi emaciati che ululano al buio e aspettano solo di essere sguinzagliati.

Hyungchol Choi, vice direttore della Korean Central Intelligence Agency

Da Seul a Cuba, da New York a Città del Capo, tutto il mondo finisce sotto la stretta dei non morti, modificando in maniera impronosticabile gli assetti geopolitici. Attraverso le interviste di un giornalista che vaga per il pianeta veniamo a conoscenza della causa scatenante del contagio, delle battaglie vinte e perse contro l’orda degli zombie, di come gli esseri umani si sono rialzati dopo aver sfiorato la fine. Brooks ha l’abilità di non limitarsi a tratteggiare le grandi azioni eroiche, ma di esplorare a tutto tondo la variegata umanità che si è ritrovata a fronteggiare la calamità: prendono spazio così storie come quella del giovane otaku che, perso nella realtà virtuale della sua camera da letto, si rende conto della situazione globale solo quando bussa letteralmente alla sua porta, dei quisling, persone impazzite che imitano gli zombi, persino delle unità cinofile impiegate nella guerra. Realistico come un vero reportage, dettagliato nel suo immaginare le conseguenze mondiali di un’invasione di non morti (ad esempio: cosa comporterebbe un esercito di profughi potenzialmente infetti fra Iran e Pakistan?), World War Z non teme di mostrare le peggiori nefandezze dell’animo umano mentre illustra una parabola di speranza.

È sempre il tema della guerra a caratterizzare anche il secondo libro di questa breve rassegna, anche se in questo caso l’arco temporale e il luogo dove si svolgono le azioni sono molto più circoscritti: precisamente nella

Zona Uno (Colson Whitehead)

Colson Whitehead è uno che non ha bisogno di troppe presentazioni: finalista del Premio Pulitzer nel 2001 col suo secondo romanzo, John Henry festival, si è aggiudicato poi quell’ambito premio in ben due occasioni, con i romanzi La ferrovia sotterranea (Sur, 2017, vincitore anche del National Book Award e del Premio Arthur C. Clarke) e I ragazzi della Nickel (Mondadori, 2019). Da uno con un curriculum del genere ti aspetteresti aderenza alla narrativa più classica, invece Whitehead flirta agevolmente con generi più popolari come la fantascienza e l’horror: Zona Uno si infila proprio in questo solco, portandoci per un lungo weekend di tensione assieme al soldato Mark Spitz fra le rovine di una New York devastata dall’apocalisse zombie.

Quando ebbero finito di gloriarsi delle retate personali, la conversazione passò alla possibilità di recuperare sigarette a Manhattan. Molti avevano preso a fumare. Cominciava a girare la notizia di una possibile operazione a New York e quel mattino i corrieri di Buffalo avevano diffuso voci circa l’ultima missione compiuta nel sud, un impianto idroelettrico rimesso in funzione. Poi uno dei cecchini – Gibson, si chiamava – aveva raccontato di un falò di schel andato storto e tutti erano scoppiati a ridere. Lo schel in cima alla pira era stato neutralizzato, ma a quanto pareva un pezzo di cervello stava ancora trasmettendo ordini. Il fuoco aveva attivato la creatura, che sembrava facesse breakdance fra le fiamme.

Nel libro di Whitehead non vediamo, se non attraverso alcuni flashback, il momento in cui il mondo è cambiato. Ciò che vediamo sono i resti, il caos su cui il governo provvisorio degli Stati Uniti, insediatosi a Buffalo, sta cercando di edificare una nuova civiltà: proprio per questo motivo alcuni soldati vengono mandati a Manhattan, un’operazione quasi propagandistica di liberazione dalle ultime sacche di “schel” (il modo in cui vengono chiamati gli zombie) rimasti rinchiusi negli uffici, nei negozi, dietro le barricate con cui hanno cercato di difendersi dall’ordalia. Mark e gli altri membri della Squadra Omega vagano così per una New York spettrale alla ricerca di questi “ritardatari”, araldi di un’umanità barcollante segnata dai traumi e dalla violenza, contraddistinti da nomi che, come nel caso del protagonista, non sono nemmeno i propri. Gli uomini e le donne che Whitehead ci mostra sono un incrocio fra i soldati di Full metal jacket e quelli che nel finale de La notte dei morti viventi sfogavano i loro peggiori istinti sui morti viventi, anche loro corpi in movimento che cercano di trovare una motivazione al loro incedere.

Una fioca costellazione indugiava nei dintorni della muraglia, aloni più piccoli dietro le finestre degli edifici già adocchiati da quelli del personale nel remoto Wonton e nei palazzi silenziosi del centro, dove gli umili lavoratori come Mark Spitz raccoglievano le mani a coppa intorno alla fiammella. A nord della muraglia era tenebra e morti che in quella tenebra barcollavano.

La città poteva essere risanata. Finito il loro lavoro, avrebbe potuto essere qualcosa di quella che era stata. Le avrebbero appiccicato addosso una qualche somiglianza, i nuovi cittadini giunti a rinfocolare la metropoli. Le loro luci nuove avrebbero bucato il nero qua e là, in un crescendo che avrebbe ricreato il vecchio profilo urbano, originale e sprezzante. Luci nuove che filtravano attraverso il velo nero come perle di sangue che premono sulla garza fino a impregnarla.

Sì, aveva sempre voluto vivere a New York.

Zona Uno è un romanzo crudo, mostra un’umanità al limite senza edulcorare nulla, facendo luce sul vuoto esistenziale che si è ormai impadronito di tutti perché quando ricostruire si dimostra un’impresa troppo faticosa vien quasi di sperare che le barriere poste a protezione della civiltà crollino.

Ma se non tutti gli zombi venissero per nuocere? C’è chi è riuscito a immaginare un mondo in cui i morti viventi non sono pericolosi, ed è italiano: per scoprire questa strana realtà non vi resta che entrare fra le pagine di

La carne (Cristò)

«Non sono contagiosi» ripete. «Sono sicura che non lo sono. Non sono neanche davvero ammalati. Non è una malattia. Sono sicura anche di questo. Se fosse una malattia avrebbero già trovato il rimedio. Ormai è un secolo…»

«Settant’anni» la interrompo, «sono settant’anni. Quasi settantuno. La prima volta che ne ho visto uno avevo appena compiuto dieci anni e adesso ne ho quasi ottantuno. Mi ricordo com’era il mondo prima di loro».

Ho detto una cosa da vecchio.

I vecchi dicono cose da vecchi in continuazione.

Lei ha cominciato a strofinare più forte.

Nel mondo immaginato da Cristò i morti viventi sono completamente diversi da come siamo stati abituati a immaginarli. Tutt’altro che aggressivi, si mettono educatamente in fila per un pezzo di carne, fornito loro in punti appositi. Non solo non cadono a pezzi come i classici cadaveri ambulanti, non invecchiano nemmeno: entrano a far parte dell’enorme schiera dei “non vivi” all’improvviso, senza sintomi, lasciando gli altri a chiedersi quale forma di contagio può causare tutto questo… E quando capiterà a loro. A farci da guida in questa realtà è un uomo anziano la cui vita è stata segnata da un incidente avvenuto da bambino e che ha visto il mondo cristallizzarsi a causa di questa strana epidemia: l’umanità sembra trascinarsi avanti senza inventare più nulla, arresa all’idea che prima o poi si entrerà tutti a far parte di quella fila.

Stiamo tornando a casa. È stata una bella giornata tutto sommato. Sono seduto accanto a Giulio. I vecchi non possono stare sul sedile posteriore. Monica non dorme. Stiamo in silenzio. Monica ha una mano poggiata sulla spalla di Giulio. È sera. La strada è buia. Sarebbe bello morire adesso. Tre persone scampano la vita eterna morendo serenamente in un incidente stradale. Tre mangiacarne in meno. Giulio sembra leggermi nel pensiero.

«Io non ci credo che quelli non possono morire» dice. Monica ritrae la mano dalla sua spalla. Lui non se ne accorge, forse, e continua, «io non ci credo che non ne è morto neanche uno».

Accanto alla narrazione di questo bizzarro mondo post-apocalittico se ne instaura un’altra, l’indagine del dottor Tancredi su dei misteriosi biglietti scritti dai suoi pazienti senza che questi ne abbiano memoria: parto della mente del narratore, Tancredi assume nel corso del romanzo un ruolo sempre più importante, rivelandosi un elemento fondamentale per risolvere il mistero che aleggia sulla comparsa dei primi, atipici non morti.

Pubblicato per la prima volta nel 2016 da Intermezzi e ripubblicato nel novembre 2020 da Neo Edizioni, La carne è un romanzo dai tratti onirici e delicati, con una trama circolare in cui alla fine tutti i nodi vengono al pettine. Cristò abusa sin troppo delle ripetizioni per caratterizzare il suo narratore senza nome, ma più che i personaggi ad affascinare è l’atmosfera sospesa che aleggia su tutto il libro, una stasi senza fine a cui qualcuno prova a sfuggire con la violenza, altri con l’empatia, tutti scombussolati da quelle persone che una volta erano come loro e adesso vivono solo per la carne: non il migliore romanzo del lotto, ma sicuramente quello più originale nel reinventare la figura dello zombi.

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Racconto in musica 113: Disequazioni e shamisen (ChtoniC – Supreme pain for the tyrant)

Per quanto uno cerchi di ascoltare di tutto, ci sono e ci saranno sempre dei paletti oltre i quali non riesce ad andare. Può essere la mancanza di tempo per approfondire ciò che ad un primo ascolto non ci convince, molto più spesso è la mancanza di voglia che ci fa restare nell’alveo di ciò che già conosciamo: io poi ho 43 anni, quando arriverà il momento in cui mi trasformerò nella versione musicale di un umarell, sbraitando con tutti che “ormai non esce più niente di bello/ di originale”? Per contrastare questa deriva ben vengano coloro che decidono di collaborare col blog portando anche le loro influenze, perché allargano i miei orizzonti e mi liberano momentaneamente dal compito di consigliarvi solo ciò che piace a me: accogliamo quindi in grande stile il metal, che qui è stato sempre trattato molto tangenzialmente, e lo facciamo viaggiando fino a Taiwan per incontrare gli ChthoniC, il tutto grazie a Ilaria Petrarca.

I più assidui frequentatori di questo blog forse ricorderanno di quando AppleTv+ mi rubò un’idea per farci una serie. Quando ho incrociato il racconto Voodoo child di Ilaria su Specularia ho provato una sensazione simile, ma in questo caso lei è semplicemente riuscita prima di me a immaginare un futuro in cui è possibile comprare e vendere il proprio tempo: potevo evitare di contattarla per ottenere un racconto? Redattrice della sezione narrativa di ILDA – I libri degli altri, collaboratrice della rivista Donne difettose, Ilaria scrive ed edita per passione e i suoi racconti sono arrivati un po’ dappertutto, sul web e non solo: partecipante alle selezioni finali nell’edizione 2020 del concorso 8×8 organizzato da Oblique Studio, potete leggerla su Micorrize, Digressioni, Narrandom, Risme (sul numero 2), Salmace, Offline (sotto lo pseudonimo Zeta Reader), nonché all’interno delle raccolte Hortus mirabilis di Moscabianca Edizioni, Déjà vu di Alessandro Polidoro Editore (in collaborazione con la rivista Grado Zero) e 404 – Fantascienza non conforme. Devota a Bjork e PJ Harvey, quando è felice ascolta Jamiroquai, quando è triste Karma Chamaleon dei Culture Club e quando festeggia una buona notizia Nicky Minaj: nel mezzo ci entra tutto il resto fra cui il brontolio della moka, che rimane la sua melodia preferita.

Chiediamo sempre a chi collabora con Tremila Battute se vuole cimentarsi nella presentazione dell* artist* a cui è associato il proprio racconto: Ilaria ha accettato, e non avremmo saputo trovare parole migliori delle sue per introdurvi alla musica degli ChthoniC.

“Guardo il filmato di un concerto del 2015. Il frontman capellone, la bassista sexy, i componenti ombra di una metal band come tante. Occhi a mandorla, testi in cinese. Siamo a Taipei, a 9 mila km est dall’Italia.

Sul pubblico plana uno stormo di foglietti, sono le “banconote del demonio”. Si sa che un concerto metal è la celebrazione della Morte con Sofferenza, Disperazione e Satana nel backstage. Attenzione, però, quei bigliettoni non sono né coriandoli dark né una denuncia al capitalismo. In alcuni Paesi dell’Asia, infatti, si usa bruciare finte banconote ai funerali per offrire ai defunti una dote da spendere nell’Aldilà. È questo il dettaglio che mi aspettavo: gli ChthoniC sono una band fortemente legata alle tradizioni.

Il nome che si sono dati si può tradurre con “sotterraneo”, “appartenente al profondo della terra”, ed evoca atmosfere oscure perfette per un gruppo metal. Allo stesso tempo, esso rimanda alla sostanza di uno stato de facto, un’entità geografia non riconosciuta, e a un popolo che abita una terra che non può governare: Taiwan.

La band nasce a metà degli anni Novanta per volere di Freddy Lim, uno studente animato dalla rivendicazione dell’indipendenza di Taiwan. Ispirato dal metal scandinavo, impasta elementi di symphonic metal con le note dell’ehru (un cugino asiatico della fidula medievale) e di altri strumenti orientali come il koto e lo shamisen. Nei testi si racconta di leggende, miti ed eventi sanguinosi della storia del popolo taiwanese, come i fatti del 28 febbraio 1947 (Kuomintang vs civili) e l’incidente di Wushe del 1930 (giapponesi vs aborigeni). Lim la definisce “musica tradizionale vestita da metal” o “oriental metal” – una formula simile a quella che descrive i suoni dei contemporanei Orphaned Land e Salem.

Gli ChthoniC raggiungono il successo in Asia e nei primi anni Duemila portano la loro musica negli Stati Uniti. Qui sono subito notati e chiamati “i Black Sabbath dell’Asia”; il chitarrista degli Anthrax Rob Caggiano produce un loro album e partecipano all’Ozzfest nel 2007. Nei testi inizia a comparire la lingua inglese che affianca il cinese (predominante), il giapponese e la lingua aborigena.

Freddy è un frontman carismatico, impegnato sul fronte dei diritti civili: lavora per Amnesty International e polemizza contro il mancato riconoscimento di Taiwan da parte delle Nazioni Unite, chiamando il tour del 2007 “UNlimited Taiwan Tour”. Nelle prime esibizioni live si travestiva da cadavere, ma nel 2015 ha già un look diverso. Porta una canotta nera senza maniche – più comoda dei costumi da cadavere, dice – e ha il volto truccato come un Ba Jia Jiang, un demone del folklore cinese nato da un esorcismo, con la missione di proteggere il territorio su cui è posto a fare da guardia. La bassista, sua moglie, è ingabbiata in un’armatura di metallo.

Arresto il filmato, faccio una ricerca veloce per visionare del materiale più recente. Negli ultimi anni Lim ha intrapreso la carriera politica, è un parlamentare; nei video “istituzionali” veste in camicia bianca e si lega i capelli in una lunga coda scura. Il prezzo per l’impegno politico contro il Kuomintang gli costa la messa al bando in alcune zone della Cina, per esempio Hong Kong, dove gli rifiutano il visto d’ingresso.

L’ultimo album registrato in studio dagli ChthoniC risale al 2018; è più power metal e aumenta la componente di strumenti tradizionali. Un concerto del 2019 vede Freddy sfoggiare una divisa in stile My Chemical Romance e la bassista in un abito scollato da gothic lady. Nel 2020 esce il singolo “Supreme Pain for the Tyrant”, una critica aperta al Partito Nazionalista Cinese. Nel 2021, al Megaport Music Festival, sulle divise compaiono decori a strisce catarifrangenti; la band rilascia un ultimo singolo, “Turn The Sun Off”.

Le esercitazioni militari cinesi al largo di Taiwan accrescono i timori per un’invasione del Paese, anche alla luce della situazione internazionale sempre più critica. Freddy Lim è stato confermato nel suo ruolo in Parlamento. A trent’anni dalla nascita, la band ha cambiato componenti, abiti, sonorità e lingua dei testi, ma il messaggio di fondo rimane lo stesso. “Stand up like a taiwanese”, l’unica certezza sul loro futuro.”

Supreme pain for the tyrant è una canzone apparsa per la prima volta nell’album del 2013 Bu-tik, il settimo della loro carriera, rilasciata in forma riarrangiata nel 2020. Il racconto di Ilaria rende direttamente protagonista la musica degli ChthoniC, utilizzata da un professore piuttosto sui generis per spiegare la Teoria dei giochi di John Nash in un frammento di vita vivido e coinvolgente: potete scoprire come subito dopo il link alla canzone da cui è stato ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Disequazioni e shamisen, di Ilaria Petrarca

Sheng ci insegnava teoria dei giochi. Taiwanese, era uno spaghetto alto con gli occhiali tondi. Aveva sei anni più di me ed era in Europa grazie a una borsa di studio. Parlava poco e solo a lezione. Faticava a scrivere in orizzontale, così i segni sulla lavagna curvavano verso il basso a mano a mano che si allontanavano dal margine sinistro. Sheng ci disegnava arcobaleni matematici e restavamo a bocca aperta non di certo per la meraviglia: nessuno capiva le sue formule. Io, in particolare, mi perdevo tra vincoli e disequazioni.

Spiegava in un inglese non nativo, colorato di accenti orientali e consonanti soffiate appena. Evitava le divagazioni, si atteneva alle dimostrazioni, era un soldato dell’alta formazione. Eppure, aveva pubblicato su riviste di qualità: era tanto ardito nella ricerca quanto era schivo e rigido nelle relazioni.

La sua inesperienza nell’insegnamento, unita a una compostezza che rasentava l’antipatia, erano stati facili appigli per battute e imitazioni. Sapevano tutti che era oggetto di scherno, persino gli altri docenti e il personale amministrativo.

Capimmo subito che il suo sarebbe stato un esame difficile. Per risolvere gli esercizi che assegnava i miei compagni di corso e io stavamo in biblioteca fino alla chiusura.

Ricordo il testo di un esercizio su due amici italiani che volevano uscire insieme ed erano indecisi se andare a un concerto degli “Chthonic” o al bowling. La scelta dipendeva dalla qualità del gruppo e ci veniva chiesto di trovare l’equilibrio di Nash sia quando entrambi sapevano che la musica era ok che quando lo ignoravano, perché il gruppo era sconosciuto in Italia.

“Voi li avete mai sentiti?

Quel dettaglio aveva attratto la mia attenzione, sentivo che Sheng ci stava suggerendo qualcosa – o si stava prendendo gioco degli italiani che vogliono sempre divertirsi?

Andai in bagno con il cellulare e scoprii che gli Chthonic suonavano death metal su testi antifascisti e indipendentisti che inneggiavano contro gli invasori storici di Taiwan, i cinesi e i giapponesi. Le loro armonie erano brutalizzate da chitarre ossessive, sonorità basse e canti cavernosi; nelle pause incalzavano i colpi sulla doppia cassa, e i dolci assoli di shamisen erano coperti dal growl. Sheng il silenzioso, era questa la musica che ascoltava? Erano questi i versi che intonava?

Una delle mie compagne entrò in bagno e mi chiese di spegnere la musica.

La mattina seguente Sheng risolse l’esercizio alla lavagna. “Le asimmetrie informative rendono possibile il comportamento strategico” disse e andò avanti col programma. Quando uscì dall’aula un compagno gli fece il verso e ridemmo tutti.

Studiai a lungo la soluzione di quell’esercizio e passai l’esame per un pelo. Non condivisi mai con Sheng la mia scoperta degli Chthonic, ma li ascolto ancora e lo immagino a preparare l’esercizio, a scegliere di citare quel nome che nessuno di noi conosceva. E tra il frastuono delle disequazioni, ecco la nota di uno shamisen.

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L’ennesima reunion del dinamico duo: il pop secondo Cedric Bixler Zavala e Omar Rodriguez-López in The Mars Volta

È una storia d’amore (musicale) lunga e appassionata quella che unisce il cantante Cedric Bixler Zavala e il chitarrista Omar Rodriguez-López, tanto da passare attraverso tre decenni e quattro gruppi. Iniziata negli anni 90 con gli At The Drive-In, band con cui i due diedero una personale ed energica versione di ciò che doveva essere il post-hardcore, proseguì negli stessi anni con il progetto parallelo De Facto, sorta di valvola di sfogo alle limitazioni che il resto dei componenti degli ATD-I (acronimo appena inventato) poneva loro in sede di composizione. Neanche i De Facto però bastarono a Cedric e Omar, che dopo aver goduto di una certa libertà nell’Ep Vaya (a tutti gli effetti miglior cosa partorita dagli At The Drive-In) furono costretti a tarpare le ali ai loro voli pindarici: “mai più”, devono essersi detti dopo Relationship of command, e così via di scioglimento per entrambi i progetti e nascita di una nuova band pronta al volo. Così nascono i The Mars Volta.

Riassumere la carriera dei Mars Volta è parecchio complicato. Sorta di discendenza spuria del progressive rock e dell’art rock, la band ha spaziato fra un nugolo enorme di generi fra il 2001 e il 2012, anno di uscita del sesto e ultimo disco Noctourniquet, e più il tempo passava più il progetto si formava a immagine e somiglianza del duo, lasciando ai restanti componenti (cambiati di continuo) il compito di “resident band”. L’amore non è bello se non è litigarello dice però un detto popolare che ho sempre considerato particolarmente scemo, e anche Cedric e Omar finiscono per scazzare: neanche il tempo di rifondare per un tour gli At The Drive-In che i Mars Volta vengono sciolti, apparentemente a causa dei mille impegni paralleli di Rodriguez-López (e basta una capatina sulla sua pagina wikipedia per non fare fatica a crederlo: nel biennio 2012/2013 fece uscire sette album a proprio nome, nel solo 2016 addirittura 12!). Sembra la fine di un’era, con Cedric che si fa anche lui gli affari suoi fondando gli Zavalaz, invece passano un paio d’anni e i due creano gli Antemasque (l’unico album, omonimo, è datato 2014), altri due e riuniscono gli At The Drive-In senza il nemico-amico Jim Ward (durano il tempo di un disco, il deludente In-ter-a-li-a, poi vanno in stand-by) e oggi, dopo una pausa più lunga di quel che è lecito aspettarsi da due persone così prolifiche, arriva anche la reunion dei Mars Volta. Cosa si saranno inventati questa volta per stupirci?

Hanno deciso di fare un disco pop.

Gli si può addirittura credere, a tratti. Non mi sarei infatti mai aspettato dieci anni fa che i Mars Volta potessero intingere nella gioia e nella spensieratezza le loro note come fanno in Vigil o in Collapsible shoulders, o che si potessero trovare a loro agio con la sensualità soul di Shore story, ma di certo non basta questo a fare di un disco un disco pop. Non basta se inizi un brano con il piglio di chi sta puntando a un featuring con Santana manco fossimo ai tempi di Corazon espinado per poi finirlo alzando il tiro e facendo moderatamente casino (Que Dios te maldiga mi corazon), o se parti con una batteria che lascia presagire scenari anni 80 e lasci tutti con un palmo di naso innestandoci subito un cantato tarantolato (No case gain), perché quello che farebbe un artista pop è dare alla gente ciò che si aspetta mentre per Cedric e Omar (che qui riformano in parte la vecchia banda, portando sul carrozzone la bassista Eva Gardner, il tastierista Marcel Rodriguez-López e il batterista Willy Rodriguez Quinones) il massimo del compromesso è cercare di risultare accessibili autolimitandosi.

Ci sono sprazzi della gloria passata nei quattordici brani di The Mars Volta, lampi di fantasia che emergono dall’andatura frammentata e dalle svisate chitarristiche di Flash burns from flashbacks, dagli arrangiamenti sempre ricercati che nel finale lasciano spazio a strutture più complesse (Tourmaline, Equus 3 e The requisition sono un gran bel trittico), ma i Mars Volta del 2022 cercano di inscatolare queste suggestioni in un minutaggio da airplay radiofonico (sforano oltre i quattro minuti solo in due occasioni, e di pochi secondi) che finisce per lasciare molti brani indecisi sulla strada da prendere. Ascoltate Graveyard love, con quel suo utilizzo cupo dell’elettronica che si avvale però di un ritmo coinvolgente: ci si aspetterebbe uno sviluppo a un certo punto, invece nel momento del lancio il brano finisce troncato di netto. Questo difetto è disseminato in molti canzoni del disco, in maniera più o meno evidente, quasi che la band avesse paura che lasciandosi prendere la mano potesse tornare a cazzeggiare per delle ore: meglio porre un freno prima che sia troppo tardi allora perché qui si deve essere concreti, anche se questo impedisce a brani come la bella e malinconica Blank condolences di spiccare il volo, anche se spesso l’idea di pop che emerge è stabilizzarsi su una struttura il più possibile simile a quella strofa-ritornello ammazzando le dinamiche per apparire solari o delicati (la già citata Vigil e Cerulea).

La cosa strana, dopo questo commento non esattamente entusiasta, è dover ammettere che The Mars Volta è un disco piacevole. Non è una delusione cocente come lo fu il primo e unico disco degli At The Drive-In post-reunion, che perdeva per strada tutta l’energia dimostrata negli anni 90, non è nemmeno il ritorno in grande stile di una band che comunque in grande stile aveva lasciato (Noctourniquet a me piacque un sacco, anche perché Rodriguez-López fece un passo indietro e i brani soffrivano meno della sua spasmodica voglia di spippolare con la chitarra quando cavolo gli pareva e piaceva), bensì l’album onesto di un gruppo che cerca di rielaborare il proprio passato musicale in una maniera fruibile da un pubblico più ampio, senza mutare eccessivamente il proprio suono e ricordando qua e là che la classe c’è ancora. Auguriamoci che il dinamico duo sciolga giusto un poco le briglie in futuro, perché nelle evoluzioni abortite sul nascere c’è tanto potenziale inespresso, e nel frattempo godiamoci questa svolta pop che pop non è: poteva andare molto peggio, poteva essere senz’anima come uno degli ultimi dischi dei Muse.

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Racconto in musica 112: L’uomo nero (Battles – Leyendecker)

Ho questo ricordo. Potrebbe essere un falso ricordo, potrebbero cambiare gli orari segnalati, ma così è come mi è rimasto in mente. È il 2007, sto guardando Mtv e la fascia oraria è quella preserale. Viene annunciato il video di una band nuova, lo pompano abbastanza e questo mi incuriosisce parecchio. Quando parte la canzone (Atlas) vedo quattro musicisti in una stanza fatta di specchi che suonano un ritmo ossessivo, il cantato modificato elettronicamente. La canzone finisce, io rimango perplesso: non l’ho capita, non mi ha preso. Succede.

Quello è stato il mio primo approccio con i Battles. Quel che mi fa strano a ripensarci, e che mi fa venire il dubbio che le cose non siano andate proprio così, è che fra le sette e le otto di sera Mtv possa aver passato con un certo entusiasmo il primo singolo di una band math rock matta da legare. Mtv era diversa, allora? Un altro mondo era possibile, e l’ho lasciato sfuggire malcagando quel video? O forse confondo le otto di sera con mezzanotte passata, l’orario in cui normalmente veniva relegato ciò che le masse rifiutavano a priori? Se anche voi siete stat3 partecip3 di questa allucinazione scrivetemi, intanto io faccio ammenda e vi parlo un po’ di quella band che ai tempi non capii (beata ignoranza).

Wikipedia parla della band come di un supergruppo, termine che non sono abituato ad associare a gente che arriva dall’underground ma che in effetti ci sta. Dopotutto Ian Williams (chitarra e tastiere) si è fatto più di dieci anni a sperimentare con band seminali come Storm & Stress e Don Caballero, John Stainer (batteria) è stato il primo batterista degli Helmet e ha seguito un certo Mike Patton in uno dei sui tanti progetti deliranti, i Tomahawk, Tyondai Braxton (chitarra, tastiere e voce) oltre a essere figlio d’arte di un famoso jazzista aveva già un disco solista pubblicato e David Konopka… Ok, lui è quello su cui so di meno visto che dei Lynx fatico a trovare informazioni (google mi suggerisce una band soul britannica degli anni 80: non penso proprio). Com’è come non è i quattro fanno fronte comune nel 2002 e, alla faccia del supergruppo, buttano fuori un paio di Ep per label talmente indipendenti che manco le avevo mai sentite nominare (EP C per la Monitor e B EP per la Dim Mak Records, entrambi nel 2004), prove discografiche che saranno poi riunite in un unico disco quando i Battles fanno il salto e si accasano, nel 2006, con una delle label indipendenti più affezionata alla sperimentazione, soprattutto elettronica: la britannica Warp (ecco due esempi del loro roster). Il primo parto creativo sotto la nuova etichetta è Mirrored (2007), un concentrato di follia contagiosa che ti fa venire voglia di saltare anche se non riesci a capire esattamente su che ritmo lo stai facendo, che alterna cupezze ossessive a suoni che non riesco a definire in maniera diversa da “giocattolosi”, il tutto con Braxton che ci canta e vocalizza sopra con la voce spesso modificata all’estremo e SEMPRE sopra le righe. Ai tempi ero sordo, ora ci sento e me lo godo.

Basta però un album alla superband per cominciare a perdere i pezzi. Quando nel 2011 esce Gloss drop Braxton ha appena lasciato per concentrarsi sulla sua carriera solista, perché ha già troppe date su cui concentrarsi, perché ha un gomito che fa contatto col ginocchio… Insomma, durante la produzione dell’album ci sono stati degli scazzi, nessuno era soddisfatto del risultato e così Williams, Konopka e Stainer riscrivono tutto in quattro mesi togliendo quelle che Stainer definì alla BBC “ridicolous, terrible vocals” per sostituirle con ospitate di un certo livello (fra le altre Kazu Makino dei Blonde Redhead e Gary Numan): il risultato è ancora matto al punto giusto, sempre in bilico fra il divertito e il cerebralmente ossessivo con estremi da una parte (il primo singolo Ice cream, con la voce di Matias Aguayo) e dall’altra (Inchworm). Fra febbraio e aprile 2012 la band fa uscire quattro Ep, una serie intitolata Dross glop in cui le canzoni dell’album vengono stravolte in versione dance da vari artisti, giusto per non farsi mancare niente.

Bisogna aspettare il 2015 per La Di Da Di, il terzo album di quello che ora è ufficialmente un trio. Questa volta niente voci sostitutive, si bada al sodo e i Battles pubblicano un disco completamente strumentale (Konopka dichiara che, dal suo punto di vista, la voce è un quarto strumento totalmente insignificante nel loro progetto, perché nessuno di loro ha qualcosa da dire e non sono capaci veramente di cantare), il che non sminuisce il loro carico di fantasia compositiva. Williams e Stainer però devono ripensarci a quella questione delle voci, perché quando Konopka lascia la band nel 2018 loro tornano a sperimentare l’effetto che fa la voce sulle loro ritmiche deliranti: Juice B crypts (2019), ad oggi l’ultimo album di quello che si è ormai ridotto a un duo, ospita ad esempio un certo Jon Anderson degli Yes, autopropostosi per una collaborazione (inizialmente per suonare la batteria, te pensa), e non perde niente di quell’alchimia che ha reso unico il loro suono. Quest’estate sono passati da Milano e io, vai a capire perché, me li sono persi: sono passati quindici anni dal 2007, ma io confermo di non capire un cazzo.

Quando ho ascoltato per la prima volta Leyendecker, la quinta traccia di Mirrored, il pensiero mi è subito corso a un vecchio racconto di Stephen King intitolato The boogeyman, la storia di un uomo che ha appena perso un figlio e che rivela ad uno psichiatra l’inquietante storia che si cela dietro la morte. Ho rielaborato queste suggestioni lasciandomi trasportare dalle note della band, sottilmente inquietato dal mugolio distorto di Braxton che immaginavo provenire da un armadio socchiuso, di notte… Potete leggere il racconto subito dopo la canzone da cui è tratto, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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L’uomo nero

Non devi avere paura dell’uomo nero. Questo è stato il tuo primo insegnamento padre, e io ho ti subito dato ascolto. Anche quando mamma ha detto che te n’eri andato io continuavo a scrutare il buio, senza temere mostri ma cercando un segno dove gli altri vedevano solo terreno fertile per gli incubi. E laggiù ti trovavo.

Lo dicevo, ai miei amici, che nel buio non c’era niente da temere. Quando mi confidavano timorosi le loro notti insonni io pensavo alla tua voce, alle rassicurazioni che mi mandavi dalla soglia dell’armadio. Mi addormentavo cullato dal suono calmo della tua voce, e con la stessa pacatezza cercavo di convincerli a dormire sonni tranquilli. Invano. La paura li attanagliava e questo sanciva una distanza fra me e loro, una differenza che me li faceva sentire lontani anche quando eravamo vicini. Per tutta l’infanzia ebbi compagni, ma non amici.

A che mi servivano? Prima di addormentarmi tu mi insegnavi tutto quello che c’era da sapere, eri l’unica voce di cui avessi bisogno. Ma più crescevo più la tua voce si faceva flebile, arrivando prima al sospiro e poi a qualcosa di simile al gemito. Infine, non ti sentii più. La mia adolescenza fu più simile a quella dei ragazzi che mi stavano attorno: confusa, dolorosa, a volte atroce. Per superarla dovetti adattarmi, seguire le indicazioni di mia madre. La donna che avevi abbandonato mi insegnò la via della normalità, perché senza la tua guida non riuscivo più a sentirmi speciale, migliore.

Finii la scuola. Cercai un lavoro. Credetti di trovare degli amici, e alcuni non si rivelarono tali. Mi innamorai di una donna e pensai di poter costruire una vita con lei, ma non era quella giusta. Mi innamorai di nuovo, ma non ero io quello giusto. Inseguii un sogno di conformità che sentivo mio e mi era estraneo, finché non misi su famiglia con una compagna abbastanza perspicace da capire che il nostro amore bastava solo per accontentarsi l’una dell’altro. Poteva bastare.

Ebbi un figlio con lei. La gioia della paternità mi avvolse come un bozzolo mentre le grida di mia moglie venivano coperte dalle sue, emerso dalle oscurità del corpo. Allora capii, mentre lo stringevo fra le braccia per la prima volta: tutto ciò che avevo fatto, tutto ciò che avevo vissuto, tutto era servito a farmi arrivare a quel momento.

Si può temere solo ciò che non si è, e i nostri legami con la materia della notte sono stretti. Il giorno in cui sono diventato padre ho capito perché non dovevo avere paura. Guardai la soglia che divideva l’anta dell’armadio dallo spazio che mi stavi lasciando, padre, e quando sentii che quell’antro era libero entrai a prendere il mio posto. Il nostro posto.

Ora è qui che devo stare. Ma ci sarò sempre per darti la buonanotte, figlio mio, almeno fino a quando dovrai fare a meno di me. Veglierò ogni notte finché non chiuderai gli occhi, prima di andare a trovare i bambini meno fortunati di te.

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Il caso Moro raccontato senza parole: Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo di Blak Saagan

Un annetto e mezzo fa mi è capitato di vedere un film che mi ha sorpreso. Si chiama Historia de lo oculto, è del regista argentino Cristian Ponce e ne ho parlato già qui: è una pellicola horror atipica, incentrata su un gruppo di giornalisti che cerca di mandare in onda le prove che il governo è assoggettato da una congrega di stregoni, ma quello che colpisce è il modo in cui sottotraccia parla di tutt’altro (dei figli perduti dei desaparecidos nello specifico). Ricordo quanto mi ha colpito accorgermi all’improvviso che ciò che stavo guardando aveva una chiave di lettura ulteriore, una sensazione che ho riprovato di recente con un disco: quel disco è Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo del musicista veneziano Samuele Gottardello aka Blak Saagan.

Una storia sempre d’attualità

Ci sono svariati eventi accaduti durante i cosiddetti anni di piombo che ancora oggi vengono evocati spesso e volentieri. Il periodo fra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 80 è stato contrassegnato da stragi di stato, terrorismo, violenza armata dilagante e chi più ne ha più ne metta, episodi che per fortuna non ho vissuto in prima persona e che a scuola, figuriamoci, non sono mai stati toccati nemmeno di striscio, ché i miei libri di storia dopo la seconda guerra mondiale facevano un pastrocchio unico ultrasuccinto che tanto dai, da quand’è che la storia recente è importante? Ci hanno pensato altri media a darmi delle basi attraverso cui espandere la mia conoscenza di quel periodo, e fra tutte le cose successe una in particolare mi ha sempre colpito particolarmente: il rapimento e il susseguente omicidio del Presidente della Democrazia Cristiana ed ex Presidente del Consiglio Aldo Moro.

È una di quelle storie che continuano a ispirare analisi e opere a distanza di anni, basti pensare che nel 2022 è uscito il film Esterno notte di Marco Bellocchio (che torna sul “luogo del misfatto” dopo Buongiorno, notte del 2003) e in maniera tangenziale ne ha parlato anche un podcast de Il post. Una vicenda che ha ancora molti punti oscuri, in cui sono state tirati in ballo anche rituali esoterici: una vicenda che Blak Saagan ha deciso di prendere come sfondo per il suo secondo disco, uscito nel giugno 2021 per le etichette Maple Death Records (che aveva già pubblicato il precedente A personal voyage) e la svizzera Kakakids.

Il modo in cui sono arrivato a questo disco è tortuoso e casuale. Il suo nome mi è capitato davanti mentre consultavo la line up dello splendido festival Libera la festa di Osio Sopra (a cui non sono andato, shame on me), mi ha incuriosito abbastanza da decidere di ascoltarlo e così, con i tempi lenti che di solito intercorrono fra una mia decisione e la sua realizzazione, un paio di mesi dopo ho ascoltato Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo con solo una vaga idea del genere, nessuna idea di quando fosse uscito (fino ad oggi pensavo fosse del 2022) e ignorando che fosse una sorta di concept album sul caso Moro (e qui la colpa è mia, visto che il titolo riprende l’ultima lettera di Moro alla moglie): il dubbio mi è sorto arrivato alla traccia sei, Ore 9: attacco al cuore dello stato, provocandomi quella sensazione di stupore di cui parlavo nell’introduzione. Perché, come per Historia de lo oculto, il disco di Blak Saagan riesce a fondere una spiccata vena autoriale con un quid storico che gli dà una forza ancora maggiore.

Dagli anni settanta col terrore

Il disco è formato da tredici tracce strumentali che spaziano dal kraut rock alla new wave passando per la musica ambient, toccando insomma un po’ tutte le derivazioni elettroniche degli anni 70. La scelta acuisce l’impressione di trovarsi di fronte a un’ideale “colonna sonora” della vicenda, pur senza risultare una copia di stilemi del passato o, men che meno, un semplice esercizio di stile: Gottardello alterna synth angelici (Convergenze parallele, La trattativa – La speranza, Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo) e riff ossessivi (Saltano le pecorelle, Dentro la prigione del popolo), sfocia nell’inquietudine (L’uomo incappucciato) per poi virare verso energiche ventate new wave (Achtung! Achtung!), riuscendo ogni volta a trovare il mood giusto per accompagnare gli eventi che hanno costellato la tragica epopea di Moro.

La varietà è sicuramente uno dei punti di forza del disco, ma a rendere la scommessa vincente sono altri due fattori: un’incredibile attenzione al dettaglio e un approccio “modulare” alla composizione. Ci si può rendere conto del primo già ascoltando la seconda traccia, Scuola Hyperion, densa di suoni in sottofondo che sembrano opzionali ma che risultano essenziali per creare l’atmosfera ipnotica e vagamente minacciosa del brano; il secondo fattore, invece, esplode particolarmente nelle tracce più lunghe, ad esempio Aperitivo al Bar Olivetti e la già citata Dentro la prigione del popolo, in cui con dinamiche diverse Gottardello si diverte ad affastellare suoni in un continuo gioco al rialzo, arrivando nel primo caso ad un semi-ribaltamento delle dinamiche scarne e perturbanti con cui parte il brano, e nel secondo caso a un’evoluzione camaleontica dello stesso tema (e al suo seppellimento sotto un mare di synth nel finale) che mi ha ricordato le dinamiche di scrittura dei brani dei Fuck Buttons (un duo che non smetterò mai di consigliarvi).

La conclusione del viaggio con la title track distende gli animi, concentrandosi non sulla triste realtà ma su quella luce evocata dalla frase scritta da un Moro ormai certo della condanna a morte. Mi sono chiesto se avesse senso parlare di un disco a più di un anno dalla sua uscita, ma una simile cura (evidenziata anche dalla cover, ad opera di Zona Luce) merita la possibilità di sorprendere qualcun altro oltre a me: quindi ascoltatevelo, siatene attratti o respinti ma dategli un’occasione di mostrarvi la Storia in una maniera inedita e affascinante.

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Racconto in musica 111: Re dei granchi (Saito & Lester, Nowhere – Glidin’ along)

Venerdì prossimo dovrò andare a vedere un concerto di Marracash, uno di quei concerti perennemente rimandati causa pandemia. “Aaaaaaah, Tremila Battute si vende alla musica commerciale!”, sento già sussurrare la folla oceanica che segue queste pagine: in realtà no, il concerto mi è stato proposto dalla mia fidanzata e contando che la trascino a vedere di tutto chi sono io per dirle di no? Contando che, oltretutto, non si ha abbastanza tempo per ascoltare qualsiasi cosa (o forse si potrebbe averlo e manca abbastanza voglia e apertura mentale), e io ho di rap/hip hop/trap/qualsiasi sottogenere vogliate trovare sono piuttosto a digiuno. “Sì vabbe’”, sento di nuovo sussurrare la folla oceanica, “questo vuole approfondire ‘sti generi e va a vedere Marracash” ma che ci volete fare, io vado in direzione ostinata e a cazzo e quel che riesco a trovare sulla mia strada approfondisco: ben venga allora che, totalmente a caso, proprio questa settimana tornano i racconti, torna Antonio Vangone e mi porta in dono un duo di producer e beat maker, Saito e Lester, Nowhere.

Qualcuno di voi si ricorderà di Antonio per il suo racconto dedicato alla band L’Orso (lo trovate qui). Scovato in quel fantastico luogo di breve perdizione (ché i racconti sono lunghi massimo 1500 battute) chiamato multiperso, dove il nostro ha proposto recentemente altre quattro microfinzioni (l’ultima, guarda un po’, uscita proprio oggi), Antonio continua a produrre belle cose con la sua penna/tastiera: presto potrete leggerlo su volume fisico nell’antologia del multiperso, in uscita in autunno, e più avanti su un volume in proprio per la collana glossa di piédimosca edizioni.

Che dire invece di Saito e Lester, Nowhere, vista la mia conclamata ignoranza in materia? Partiamo col dire che sono due beatmaker di Prato, fulminati in tempi diversi sulla via del chill-hop (alcuni dischi di Saito sono tributi a Nujabes, dj e produttore giapponese purtroppo deceduto nel 2010 che è stato definito il padrino del genere e che, fra le altre cose, ha partecipato alla colonna sonora di quel gran bel pezzo di anime che è Samurai Champloo), del boombap e del lofi hip-hop, che nel 2015 scoprono di abitare letteralmente a due minuti a piedi di distanza l’uno dall’altro (come raccontano in questa intervista su La casa del rap, da cui ho saccheggiato molto del materiale di questo articolo) e decidono perciò di collaborare. Il primo risultato di questo lavoro a quattro mani è Groove marauders nel 2017, tredici brani fitti di collaborazioni con altri beatmaker e rapper della scena, nazionali e internazionali (molte collaborazioni si sono sviluppate tramite soundcloud, permettendo ai due di raggiungere nomi come l’angolano Ntourage o il giapponese Minthaze) la cui caratteristica principale è il groove caldo, rilassante e galvanizzante al tempo stesso. Saito e Lester, Nowhere accolgono l’ascoltatore in un’atmosfera retrò piena di fantasia compositiva, e siccome i beat sembrano uscirgli dalle orecchie persino nel sonno passa solo un anno prima delle loro nuove collaborazioni: Glidin’ along esce a gennaio del 2018 e contiene venti brani spesso sotto i due minuti di durata, beat che confermano l’abilità del duo nel mischiare campioni che vanno dal jazz alle suggestioni orientali, Groove marauders 2 esce invece a settembre ispirato, come scrivono sul profilo bandcamp di Saito, “dalla Chinatown di Prato e dalle strade vuote della città durante l’estate”. Questi album sono stati le ultime collaborazioni fra i due, che continuano a mischiare beat e influenze singolarmente e con elevata prolificità (in alto ho linkato i loro profili bandcamp, ma vi conviene seguirli anche su spotify e sui loro profili social per essere aggiornati su quel che combinano), ma chissà che il futuro non ci riservi qualche sorpresa…

Cosa abbia portato Antonio a immaginare un granchio gigante immerso in uno scenario vagamente postatomico sulle note di Glidin’ along sinceramente lo ignoro: forse lo zampettio dei piccoli granchi che porta sul suo guscio ricorda i beat leggeri del brano, forse semplicemente è bello farsi trasportare altrove dalla musica e ritrovarsi dove non ci si sarebbe mai aspettati di arrivare. Potete approfondire il rapporto fra la voce narrante e il Re dei granchi più in basso, subito dopo il brano che ha ispirato il racconto: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Re dei granchi, di Antonio Vangone

Il re dei granchi cammina tronfio tra le rovine della città. Lo vedo arrivare ogni mattina, mi affaccio dalla finestra della cucina e lui è lì. Mi piace osservarlo mentre faccio colazione, accendo il gas sotto la moka e lui è chino su un cumulo di macerie, prendo i cereali dalla dispensa e lui rovista tra i rifiuti con le sue enormi chele, strappa le parietarie dal cemento e se le porta alla bocca modulare mentre io mastico le mie barchette al cioccolato. Lo aspetto.

La cosa che più mi piace di lui è che si porta sulla schiena tanti altri granchi, alcuni larghi come piatti per la pizza, altri più piccoli del mio pollice. Scivolano sul suo guscio producendo un suono magnifico che ho imparato ad associare alla serenità del primo mattino. Sembra quasi che giochino allegri; so che in realtà lottano, si litigano il cibo che schizza dalle fauci del loro sovrano, si divorano tra loro. Però sono carini, scatto loro foto zoomate storte con il cellulare, fanno un bel suono con le loro zampette, con i loro gusci che scivolano sul guscio del re, lo percuotono, lo graffiano.

La cosa che meno mi piace di lui è lo sguardo vorace che mi rivolge quando nota la mia presenza, anche se è ingiusto parlare di sguardo: i suoi occhi sono neri e vacui: lucidi come specchi: ballano su e giù: non hanno nulla da comunicare, tranne la completa, fugace attenzione del potere assoluto, imbattuto. Lo guardo di rimando, dalla mia finestra al primo piano; penso che forse potrebbe riuscire ad arrampicarsi fin qui, pensa che forse potrebbe riuscire ad arrampicarsi fin qui. Mi accendo una sigaretta. Sogno di mangiarlo, sogna di mangiarmi. Nel frattempo, ci facciamo compagnia.

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Una piccola critica a Nope attraverso l’utilizzo di Shyamalan e degli anime dello Studio Trigger

Fra un regista che fa cose che mi piaciucchiano ma di cui mi aspetto già l’andamento e uno che fa cose da cui non so cosa aspettarmi, due volte su tre sceglierò il secondo: ecco perché ogni volta che esce un film di Jordan Peele me lo recupero quasi subito.

“Eri grande in Big Mouth!” (semi-cit.)

Get out fu un esordio col botto, con tanto di nomination agli Oscar e elezione d’ufficio nel pantheon dei futuri innovatori del cinema horror: me lo andai a vedere al cinema e, al di là della genialità del canovaccio e della sua attualità, mi convinse poco col suo esagerato mix di generi (magari faccio caso a parte, non avevo apprezzato manco Kill Bill per lo stesso motivo). Apprezzai molto di più Us, anche se per quello non gli sganciai soldi in sala: seguii le vicende della famiglia Wilson e dei loro doppi su un volo diretto negli Stati Uniti, gustandomi la prestazione fantastica e inquietante di Lupita Nyong’o (i film me li guardo quasi sempre doppiati, ma questo vi consiglio assolutamente di vederlo in lingua originale per apprezzare il suo lavoro sulla voce) e trovando molto interessante l’analisi sociologica che fa da sfondo alla vicenda. Quindi Nope sono andato a vederlo appena tornato dalle vacanze? Yep.

Il contagioso entusiasmo di Daniel Kaluuya

Di che parla in nuovo film di Jordan Peele? Di una famiglia di allevatori di cavalli per il cinema, una lunga tradizione messa in crisi dal green screen, la morte del patriarca e… Da qualcosa che si aggira per i cieli sopra il ranch. E cosa fai quando hai qualcosa di misterioso e potenzialmente pericoloso sopra la tua testa? Cerchi di filmarlo per farci i soldi, ovviamente.

Nope è un animale strano e, da tradizione Peeliana (se si può già parlare di tradizione al terzo film), parla di un sacco di cose e va in direzioni che non ti aspetti. Su tutto ciò di cui parla in sottotraccia, abbozzando temi e possibili analogie, preferisco lasciar parlare Xena Rowlands de I 400 calci, sulle direzioni inaspettate della trama cercherò di approfondire io col rischio di incorrere in qualche SPOILER (scritto così dovrebbe mettervi abbastanza in allarme).

Il film è fondamentalmente una caccia, in cui cacciatore e preda si danno spesso e volentieri il cambio. Non ti aspetti quel che succede finché non succede perché non ci sono particolari avvisaglie del pericolo finché questo non si presenta come tale, il che è buono e giusto contando che OJ (Daniel Kaluuya, efficacissimo nella sua ombrosità) e Emerald (Keke Palmer) si ritrovano ad avere a che fare con una creatura di un altro mondo il cui comportamento, proprio per questo, è imprevedibile. È però anche un film che, man mano che procede, vuol mettere in scena uno spettacolo sempre più grandioso, aggiungendo personaggi alla “battuta di caccia” (l’annoiato commesso Angel, interpretato da Brandon Perea, lo scontroso regista Antiers Holst interpretato da Michael Wincott) e sacrificandone altri per aggiungere carne al fuoco (il proprietario del parco divertimenti a tema western Ricky Park, uno stralunato Steven Yeun che per me sarà sempre il Glen di The walking dead), ma soprattutto modificando le regole del gioco a uso e consumo della propria visione. In questa ansia di esagerazione, e nella volontà di fissare regole che valgono “perché sì”, stanno a mio parere i due principali difetti di Nope, perché se vuoi sbroccare dovresti prendere esempio dai migliori e se vuoi fissare regole arbitrarie non dovresti prendere esempio dai peggiori.

Ecco perché ora vi presento lo Studio Trigger.

Di cieli sfondati e vestiti animati

Sopra e sotto: tamarraggine entusiasta all’ennesima potenza

Trigger è il nome di uno studio di animazione creato da alcuni transfughi del celeberrimo Studio Gainax (quello fondato da Hideaki Anno e creatore di Neon Genesis Evangelion, qualcosa di cui magari avete sentito parlare anche senza essere cultori dell’animazione giapponese). Fra le loro molteplici opere io ne ho viste un paio, ovvero Sfondamento dei cieli Gurren Lagann, realizzato nel 2007 ancora sotto Gainax, e Kill la kill, realizzato in proprio nel 2013: in comune i due anime hanno molto, dal fatto che il tuo nemico possa diventare il tuo alleato subito dopo al concetto di amicizia e fedeltà ancorato in profondità nel cuore dei personaggi, ma questi non sarebbero tratti così distintivi se non ci fosse un livello di esagerazione e tamarraggine portato così in là da far sembrare i Super Sayan di Dragon Ball dei bulletti da discoteca (cosa a cui li ho sempre associati).

L’espressione di Broly di fronte all’esagerazione negli anime dello Studio Trigger

Senza stare a farvi un riassunto delle trame dei due anime, che se no facciamo notte, sappiate che Gurren Lagann parte con il protagonista che trova un robottino nelle viscere della terra e finisce con lo stesso robottino che è diventato grosso come una costellazione (o forse usa le costellazioni come arma, scusate l’ho visto un po’ di anni fa); Kill la kill, invece, parte con una ragazzina che arriva in un Istituto studentesco per vendicare la morte del padre e finisce con una battaglia per la terra combattuta fuori dall’atmosfera. L’esagerazione è una costante di entrambe le serie, una caratteristica con cui devi scendere a patti fin dall’inizio fra personaggi le cui dimensioni dipendono dal grado di aggressività che hanno in quel momento, combattimenti che sfasciano città intere e poteri che funzionano “perché sì” (memorabile la prima “fusione” del Gurren Lagann), senza uno straccio di spiegazione che non sia “la loro volontà è talmente forte che ovviamente sono riusciti a farlo”… Ed è una giustificazione che ti devi dare da solo, perché nessuno ha tempo di fermarsi a spiegartelo. Eppure tutto funziona magnificamente, perché l’entusiasmo con cui i creatori procedono senza sentire il bisogno di parlare di livelli e potere (sì, Dragon Ball, ce l’ho ancora con te) è contagioso e ti porta a meravigliarti per ogni nuova invenzione, per ogni cosa totalmente improbabile che la trama infila (in Kill la kill i buoni sono dei nudisti!) con il solo intento di correre più velocemente e più rumorosamente possibile verso il finale, caratterizzando i personaggi in maniera che quei pochi tratti distintivi bastino a farteli amare e ricordare.

Nope nel finale cerca l’esagerazione, ovviamente senza neanche provare ad avvicinarsi ai livelli dello Studio Trigger, ma non è la sua natura. Sembra che all’improvviso inizi un secondo film, uno che non ti aspettavi ma che forse neanche il regista si aspettava di portare lì (SPOILER: dove gli Ufo si pappano la gente insomma), e che basa il suo andamento su una regola che è fondamentale e la cui efficacia è direttamente proporzionale alla nostra voglia di crederci (aka “sospensione dell’incredulità”).

Quanto avete amato gli Shyamalan twist?

L’acqua ci fa male, andiamo a conquistare un pianeta fatto principalmente d’acqua

Tanto vale tutto

A me Signs è piaciuto. I primi film di M. Night. Shyalaman mi sono piaciuti tutti, anche se Il sesto senso l’ho visto sapendo già come finiva, anche se The village svoltava pesantemente a metà e ti ritrovavi a guardare non dico un altro film, ma un qualcosa di molto diverso da quel che ti aspettavi (e l’ho già scritto sopra che preferisco uno che sa sorprendermi a uno che mi porta verso un bellissimo posto che conosco già). Il regista indiano si è però guadagnato lo stigma di autore che ribalta tutto in un sol colpo, lo Shyamalan twist appunto, e in Signs questo ribaltamento è la cosa che rischia di far affondare un film che fino a quel punto era riuscito a mantenere alta la tensione con una buona prova attoriale e un punto di vista inedito per un film di invasioni extraterrestri: perché gli alieni del film, che si sono fatti chissà quanti anni luce di strada per arrivare fino a noi, si accorgono alla prima pioggia di essere allergici all’acqua. In un pianeta formato al 70% circa d’acqua. Controllare prima?

Jordan Peele basa tutto il secondo atto del suo film su qualcosa di simile ad uno Shyamalan twist al quadrato: la creatura assume contorni molto diversi da quelli che pensavamo e i protagonisti imparano qualcosa su di lei senza che ci sia un motivo logico per cui quella cosa dovrebbe funzionare. La cavalcata finale (in tutti i sensi) è tanto entusiasmante quanto siete disposti a dare credito alle fondamenta barcollanti su cui si basa la tattica dei protagonisti, un patto con gli spettatori che non arriva alla sospensione dell’incredulità necessaria per credere a una razza aliena che non si è informata sulle caratteristiche morfologiche del pianeta che vogliono conquistare, ma che pregiudica comunque il piacere della visione a chi non riesce a sottostare a quel patto.

È quindi un brutto film Nope? No, ma se non siete convinti amanti di Peele forse vi conviene aspettare di recuperarlo da qualche altra parte (che poi arrivo a un mese dalla prima proiezione a parlarvene, ancora un po’ e lo tolgono). È probabilmente la sua pellicola più confusa, quella in cui il numero di cose che voleva fare era maggiore di quello che era in grado di gestire… Ma ben vengano registi che ci provano, ché io il prossimo film vado a vederglielo ancora.

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Racconto in musica 110: Dettagli (Inude – Hudea)

Ci sono attori le cui carriere hanno alti e bassi, e non sempre gli alti corrispondono ai momenti di maggior successo. Per esempio, prendete Keanu Reeves. L’attore canadese (eh sì, non lo sapevo manco io che era canadese) fra l’inizio degli anni 90 e i primi anni 2000 ha spaziato attraverso i generi azzeccando una serie di film impressionante: Point break, Piccolo Buddha, Dracula, Speed, L’avvocato del diavolo, Johnny Mnemonic, Matrix, non tutti per forza dipendenti dalle sue capacità (ricordo critiche che lo dipingevano come un attore inespressivo) ma oh, se lo volevano alcuni dei più grandi registi un motivo doveva esserci. Poi sono arrivati i sequel di Matrix (su cui io stendo volentieri un velo pietoso), i primi flop, le nomination ai Razzie Award e Constantine, la ciliegina sulla torta di una fase che sembra chiudere per Reeves le porte del cinema dei grossi budget, complice anche il ruolo di protagonista in quel capolavoro intitolato A scanner darkly in cui sembravano riuniti buona parte degli ex divi sulla cresta dell’onda (tipo Robert Downey Jr. e Winona Ryder, che in tempi diversi sono ritornati al top con un dito medio alzato verso chi ne aveva annunciato la fine). Ma Keanu Reeves, che qualcuno sospetta far parte di una schiera di immortali che conta fra i membri anche Morgan Freeman, rinasce come attore che fa il cazzo che gli pare: soprattutto dopo il 2014 comincia a illuminare la scena in piccole parti che spesso sono una delle cose migliori dei film a cui partecipa (il leader spirituale semi-pappone di The bad batch, il rozzo gestore di motel di The neon demon) e fa capire al mondo quanti casini possono nascere se ammazzi il cane della persona sbagliata con la trilogia di John Wick, saga action in cui brilla per carisma e capacità atletiche. Oggi Reeves mi piace immaginarlo un po’ come Bill Murray, uno che quando non ha voglia di lavorare spegne il telefono e quando lo riaccende c’è qualcuno che gli propone Matrix Resurrection: bella la vita, se sei Keanu Reeves.

Ma perché tutta sta premessa? Non dovremmo essere qui a parlare di Elena Soprano e del suo racconto ispirato a una canzone degli Inude? Il legame c’è, fidatevi…

Elena da queste parti è già stata gradita ospite, portando in dono un suo racconto ispirato alla musica di Steve Reich. Scrittrice poliedrica dalla lunghissima carriera che non fa distinzioni fra racconti, romanzi per adulti e romanzi per ragazzi, Elena con questo racconto mostra un amore per il teatro che già emergeva nella sua precedente storia. Dobbiamo aspettarci presto una sua svolta di carriera sul palco? Non ci è dato saperlo, ma chissà…

Quando Keanu Reeves inizia a vestire i panni di John Wick inizia anche la carriera degli Inude. È il 2014 infatti l’anno in cui Giacomo Greco (voce, synth e batteria elettronica), Flavio Paglialunga (chitarra, synth, voce e programming) e Francesco Bove (tecnico del suono e dubmaster), musicisti pugliesi che hanno già collaborato in precedenza, decidono di mettere in piedi un progetto che unisca elettronica e pop con un respiro internazionale: non una delle operazioni più semplici, ma già il primo Ep autoprodotto Love is in the eyes of the animals (2016) dimostra che il trio pugliese sa quello che fa e ha una spiccata capacità di coniugare ritmo, melodia e originalità in maniera simile agli /handlogic (ricordate? Ve ne avevo parlato qui e qui). Altra impresa difficile è quella di saper portare sul palco la stessa energia del disco, ma anche qui gli Inude dimostrano di sapere il fatto loro calcando palchi italiani ed europei senza alcun timore reverenziale, arrivando a suonare per più di 80 date e al fianco di artisti del calibro dei Moderat. Su di loro punta gli occhi l’etichetta Oyez!, che nel dicembre 2019 pubblica il primo disco della band: Clara Tesla esprime il lato più melodico e “atmosferico” del trio, fra tappeti di synth sognanti che placano lo spirito lasciando il piede a battere il tempo senza quasi accorgersene. Nel 2020 c’è un nuovo cambio di etichetta e gli Inude entrano a far parte del roster della Factory Flaws, per la quale ad aprile di quest’anno pubblicano Primavera, un disco che mostra l’ennesima evoluzione del trio in pochissimo tempo: i sette brani dell’album brillano per varietà, passando agevolmente dalle suggestioni soul di We share alla delicatezza ariosa di There is no way out, e lo spettro sonoro si allarga a suoni più decisi e strutture che, non fosse per la durata piuttosto breve, in Ok, it’s monday e Noisy floor, silent room (di cui vi consiglio la visione dello splendido video, estratto dal cortometraggio Photograph of me) avvicinano gli Inude al post-rock. La band è in giro per concerti (vivaiddio i concerti!), vedete di non perderveli.

E qui è dove si scopre perché ho fatto tutto quel preambolo sulla carriera di Keanu Reeves: l’attore è infatti a suo modo protagonista del racconto che Elena ha ideato ispirandosi a Hudea, il brano che apre il primo Ep degli Inude, una storia che ha a che fare con una pièce teatrale molto particolare ambientata in un futuro prossimo in cui Matrix è arrivato alla sua ottava incarnazione. I dettagli li lascio scoprire a voi, Tremila Battute intanto si prende un breve periodo di pausa ma vi aspetta a settembre con nuove band e nuovi narratori: intanto, come al solito, buon ascolto e buona lettura.

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Dettagli, di Elena Soprano

La pièce si intitolava Dettagli e non era stato facile trovare chi interpretasse un Keanu Reeves anziano che voleva riprendersi l’anima della recitazione, svincolata da fama e ruolo, dopo il Matrix n. 8. Parole “trappole di significati” incapaci di catturare la reale intenzione delle cose: la regista si innamorò subito di questo testo sulle barriere del linguaggio e concepì una regia come improvvisazione interattiva. Gli spettatori digitando un vocabolo su una tastiera lanciavano un input a un software che, dopo aver associato lettere di 30 alfabeti e 4000 lingue a numeri, elaborava e proiettava sulla parete dei punti: uniti da una luce laser davano vita a una forma/non forma, una sorta di costellazione simbolo di un nuovo senso del termine. L’attore, indossando una maschera col volto di Reeves, creava allora una narrazione sul significato. Ad ogni incipit cambiava maschera, con immagini del viso sempre più giovane, fino a ad arrivare a quello di un neonato. A questo punto l’interprete si sdraiava al centro della scena fingendo di addormentarsi mentre gli spettatori, in silenzio, si mettevano a loro volta una maschera di Reeves novantenne: il testimone della ricerca di senso veniva passato dall’attore al pubblico. Sull’effetto sonoro di un vagito, partivano gli applausi.

La pièce incuriosì, da un piccolo teatro lombardo arrivò a Roma. Entrò in un circuito di teatri olandesi d’avanguardia, poi fu il boom. La gente adorava il gioco alchemico della parola trasformata in linea di luce, quasi un teatro terapia che giustificava l’elevato costo del biglietto. Certo, la riuscita della performance dipendeva dal protagonista, non tutti avevano talento e background culturale per improvvisare in modo credibile. E non sempre l’attore era in forma.

Una sera, nel Dettagli Tour al West End di Londra, Anthony Wilson, un performer di solida formazione shakespeariana, ebbe un malore. Lo spettacolo cominciò con quarantacinque minuti di ritardo. Nel brusio dell’inizio non si capì il nome del sostituto che, ad ogni linea rielaborata dal computer, vide immagini di animali. L’improvvisazione fu un racconto dove si inanellavano leggende di creature mutanti l’una nell’altra fino ad arrivare all’ultima, un lupo, un lupo che per animale domestico aveva l’uomo. Non si seppe mai con precisione chi recitò in quella serata. Quando l’attore si tolse l’ultima maschera era truccato per sembrare Keanu Reeves, come del resto era stato per tutti i precedenti interpreti. Sui quotidiani uscirono nomi diversi e qualcuno pensò che la cosa fosse voluta. Un anno dopo però, per l’addio alla carriera, il vero Keanu Reeves, più bianco di Gandalf il bianco, diresse un corto, Love is in the eyes of the animals. Chi aveva assistito alla serata di Londra e vide il film riconobbe non solo le stesse storie, ma la stessa capacità di svelare in dettagli l’ombra delle parole dove si rifugia il non detto, il segreto delle cose che si dissolvono nell’invisibile oltre l’apparenza del tempo.

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