Come ogni aspirante scrittore, che senza una pubblicazione tuttora preferisce considerarsi in maniera un po’ autoclassista “scrivente”, la scoperta e/o la nascita di una nuova casa editrice porta con sé una curiosità duplice. Da una parte c’è la novità in sé e per sé: hai esaurito o quasi i volumi di editor* che adori, o semplicemente arrivi da un periodo in cui vuoi provare qualcosa di nuovo e nel territorio inesplorato dell’inconsueto una nuova casa editrice può valere lo sforzo d’attenzione quanto una vecchia che non hai mai frequentato; dall’altra c’è lo scrivente, appunto, che anche in una nicchia ristretta di case editrici per cui vorrebbe pubblicare (sono contro l’invio multiplo indiscriminato, ma ognuno decide per sé) finisce per trovare quasi solo finestre di lettura chiuse e una generica incapacità di rendersi interessante e/o capire come si arriva davvero a poter far leggere qualcosa a qualcuno: per questo tipo di lettore (e il sottoscritto ne fa parte in qualche maniera), una nuova casa editrice è anche un’opportunità, un porto potenziale, ma il sottoscritto non propone se non legge e allora di Revolver Edizioni, nata solo nel 2023 ma di cui ho già sentito parlare parecchio (questione di bolle? Chissà, forse solo affinità letteraria), ho comprato ben tre libri in pochi mesi, e qui è dove il primo tipo di lettore incontra il secondo.
Ho comprato a una presentazione Leggermente mossa di Carlo Lei, attirato dalla sua premessa e dalla curiosità di vedere lo stile con cui era portata avanti quella premessa (la prefazione a un romanzo che si fa romanzo essa stessa), poi la raccolta di racconti Frana di Laura Scaramozzino, che essendo passata di qua mi impone quasi automaticamente la lettura. In entrambi i casi ho trovato scritture interessanti ma non convincenti fino in fondo, anche se i pregi sopravanzavano i difetti: sono un avido lettore di qualsiasi cosa pubblichi Pidgin nonostante il mio primo approccio con la casa editrice di Stefano Pirone sia andato così così, quindi ho pensato che valesse la pena di insistere anche con Revolver e mi sono portato a casa pure Obladì, un’antologia di racconti nata da una call che io, scrivente che vorrebbe pubblicare ma troppo disimpegnato sui social, ho bucato bellamente scoprendo che esisteva solo a giochi già fatti (cercare di pubblicare: lo stai facendo male).

Avevo alte aspettative su Obladì, in parte per alcuni dei nomi coinvolti (ho avuto il piacere di ospitare qui Mattia Grigolo e Cristina Pasqua, e ho letto molti dei racconti di Rachele Salvini e Giulio Iovine pubblicati qua e là sulla litweb), in parte per un dietro le quinte inaspettato: ho letto pure uno dei racconti che aveva passato la prima scrematura, ma non la selezione finale. Si chiama La birra, lo ha scritto Tommaso Aveta ed è un’incredibile descrizione dell’ascesa del nazismo vista attraverso gli occhi di una persona qualunque e della sua passione/dipendenza per/dalla birra, uno di quei racconti che quando lo leggi dici “cazzo che bravo”. E non ha passato la selezione. Per non passare la selezione un racconto così gli altri devono essere dei mezzi capolavori, ho ragionato a posteriori, e in effetti sì, io La birra ce lo avrei messo lo stesso (anche se sarebbe stato un pesce fuor d’acqua a livello di epoca, in una raccolta che privilegia la contemporaneità e qualche sbirciata al futuro prossimo) ma tutto si può dire tranne che qualcun* dentro Obladì gli ha soffiato il posto senza meritarlo.
《Donato?》
《Cosa?》
《Ieri notte ho sognato…》
D’istinto mi porto la mano sul polso destro, dove ancora sento le gocce di bava della stronfiata dell’edmontosauro. Ma Donato non mi lascia il tempo di spiegare. Si volta e mi prende per le spalle.
《Ecco, questo è esattamente quello che non devi fare》.
《Cosa?》
《I sogni. Le fantasie. La fuga dalla realtà. Non scappare, Tommi》.
《Non posso impedirmi di sognare. Capita》.
《Restami vicino》.
《Restami accanto tu, piuttosto》ribatto allora. 《Se mi fai sentire uno stupido, andremo poco lontano》.
Donato sospira e mi affonda la testa nel collo.
Giulio Iovine, I dinosauri sono meglio delle persone
Sull* già citat* Salvini, Iovine, Grigolo e Pasqua (in rigoroso ordine di apparizione) sentivo di poter andare sul sicuro, e oltre a non essere deluso mi sono anche parzialmente stupito. Avendo appena letto Shittysburg, terzo volumetto della collana Stormo della già citata Pidgin (collana diretta dal già citato e a breve ricitato Grigolo, quante ricitazioni in questo articolo!), in Corridori di Salvini ho ritrovato l’ambientazione della peggio periferia statunitense, stereotipata quanto si vuole ma, narrata da chi negli states ci abita, capace di aprire un piccolo squarcio su persone dalle aspettative limitate che per realizzarle lottano comunque nel grigiore quotidiano, mentre avendo letto negli anni un ampio numero di racconti di Pasqua nel suo brevissimo Stessa cosa faceva lei ho trovato “solo” la sua consueta capacità di metterti di fronte all’orrore quotidiano (nel caso specifico principalmente quello della malattia) con una naturalezza disarmante; ho trovato poi potentissimo il biografico Tornado di Grigolo, per quello che viene raccontato e per come lo fa, di scena in scena senza un collante evidente a legare il tutto, e ancora di più I dinosauri sono meglio delle persone di Iovine, la cui passione per le enormi creature estinte già conoscevo ma, applicata oniricamente a una home invasione da parte di fascisti di merda contro una coppia gay, trasforma il tutto in qualcosa che ti fa ridere e commuovere e incazzare allo stesso tempo. Sapevo che potevo andare sul sicuro qui, non sapevo che il meglio doveva ancora venire.
Ismail tossisce. Bianca continua, parlando di Barbaresco e Nebbiolo e del sole sulle colline. Siamo tutti sulla stessa barca, navigando sulla stessa rotta, rinchiusi dentro le bottiglie, ci muoviamo tra le onde rosse, sulle colline, sulle strade dell’Afghanistan e dell’Iran.
È un po’ acido, un po’ amaro, ma per sentirlo devi berne un po’ e aspettare. È più un sentimento interiore. Le barche salgono sulle colline e noi spaesati saltiamo fuori dalla bottiglia, dall’incubo e gridiamo: 《Evviva khoresh! Evviva la rivoluzione! Evviva la febbre e evviva lo Zerinol!》. Ismail tossisce forte, ma nessuno gli dà da bere; l’acqua è fredda. È dicembre.
Parimah Avani, Evviva
Non analizzerò tutti i racconti della raccolta nel dettaglio, probabilmente vi annoierei e potenzialmente vi toglierei qualche sorpresa. Quello che posso dire, in generale, è che non ho trovato un racconto brutto che sia uno, e voi direte “bella forza, la selezione serve apposta a quello” ma hey, potevano essere selezionati anche da qualcun* con gusti completamente diversi dai miei, e invece. Dal ritmo serrato e lisergico con cui la descrizione di una cena di Parimah Avani si contamina delle sofferenze dei popoli iraniano e afghano (Evviva) all’ambientazione piena di inquietudine in cui Giuseppe Fiore getta due personaggi costretti a scavare fosse senza capirne il motivo (Pale), passando attraverso il Divorzio in cui Lidia Noviello alterna più punti di vista per analizzare il destabilizzante rapporto simbiotico di due gemelle e le Istruzioni per vivere da soli che Laura Bucciarelli utilizza per mostrarci due solitudini diverse che si incontrano attraverso le finestre delle rispettive case, Obladì prende la forma di un caleidoscopio di situazioni e atmosfere nettamente diverse ma amalgamate con sapienza: storie capaci nei casi migliori di indagare la nostra società sia attraverso la lente del contemporaneo che tramite una fantascienza alla Black Mirror, e seppure la Fame di Francesca Chiti e la <<Side quest>> di Mauro Colarieti (così come I.P.A. di Alessandro Fabris, un po’ irrisolto nel finale dopo aver cucinato una buona pietanza a base di inquietudini fantatecnologiche e interrogativi sull’identità) siano ottimi esempi dell’una e dell’altra categoria il meglio lo si raggiunge altrove.
Non sono una persona normale, non amo in modo normale. Gli uomini non mi piacciono. Mi ossessionano. Dell’uomo che mi piace mi ossessiona qualunque cosa, a partire dai messaggi che mi manda. Quanti me ne manda, ogni quanto tempo. Le parole che usa. Si accorge quando sono infastidita? Si accorge che ho avuto una giornata difficile? Perché non se ne accorge? Di lui mi ossessiona il passato. Le sue ex fidanzate e i viaggi che hanno fatto insieme. Se ce n’è traccia, passo in rassegna le vecchie foto che trovo sui social. Dal 2011. Mi ossessionano anche le donne che ha frequentato, i loro corpi, le loro origini. Di che colore avevano la pelle? Che esperienze hanno condiviso con lui? Erano belle? E quanto, rispetto a me? Archivio le poche informazioni che mi dà, cerco di proteggermi il più possibile. La mia mente si fonde con il desiderio dell’uomo che mi piace. Voglio queste donne come le ha volute lui. La foga di esaurire la sua vita mi consuma e mi consuma. È una cosa che non riesco a controllare.
Francesca Chiti, Fame
L’Esperienza immersiva di Giuliana Zeppegno riesce a fare benissimo speculative fiction: immagina una situazione futuribile non così distante da noi (un videogioco di guerra simulata in cui non si capisce il confine fra realtà e finzione), descrive (in maniera forse troppo arzigogolata) le regole entro cui ci muoviamo e crea un legame forte con un personaggio senza che ci sia bisogno di caratterizzarlo eccessivamente. Non basterebbero però questi elementi a farne uno dei racconti migliori se non arrivasse un finale incredibile a confondere ancora di più le carte, potentissimo nelle immagini e nel creare un ribaltamento inaspettato: Zeppegno ha già pubblicato due romanzi e con questo racconto mi ha già convinto a mettere in lista d’acquisto l’ultimo, L’indignata, uscito nel 2024 per Terrarossa.
Il sistema si offuscò per un istante, la risposta era sbagliata. In quei casi si poteva proseguire o decidere di abbandonare, a seconda dell’effetto che faceva quell’informazione su chi stava combattendo. Creso aveva sempre abbandonato. Sparare addosso a gente vera sapendo che lo è non era come farlo senza esserne sicuri. L’ebbrezza si tingeva di una tonalità macabra, che interferiva con il divertimento. Quella volta però era così certo che le scene fossero virtuali che pensò a un bug, a un errore di etichettatura. Gli sembrava tutto estremo, come caricaturato. Entrò quindi nel livello successivo senza smettere di mitragliare.
Giuliana Zeppegno, Esperienza immersiva
Ha pubblicato invece solo raccolte di poesie Alessandro Grippa, ma sono già andato a recuperare altri suoi racconti online dopo aver divorato Lichene, cronistoria attraverso determinate date di come una ragazza affronta un problema che è bene non spoilerare, anche se ci mette ben poco a palesarsi. Il modo in cui Grippa sviluppa la narrazione è da manuale, denota una voce originale e tutta sua che trascina, coinvolge e sa benissimo su cosa fare luce. Già iniziare con le parole “Un tenerissimo procione” il racconto mi aveva bendisposto, ma da lì si va solo a migliorare e per me è già un piccolo miracolo. Mi faccio l’appunto di portarlo su questa (aspirante) rivista, spero di riuscirci.
Tutto il tragitto per andare al lavoro stamattina è il tentativo di inquadrare il fastidio la delusione provate la scorsa sera dai suoi. Così forti da averle lasciato addosso una vertigine. Passa in rassegna le forme del bosco. Frassini faggi qualche castagno. Perché papà è così? E perché mamma insiste? Se questo è il senso di responsabilità grazie davvero ma passo. Una penombra sulla vita degli altri.
Alessandro Grippa, Lichene
Cosa aggiungere d’altro a questo quadro? Forse che la stringatissima introduzione riesce a buttare lì più aneddoti interessanti di un saggio? O che l’antologia si apre con una citazione de Il grande Lebowski? O che la copertina di Francesco Dezio è la più azzeccata per i tempi che corrono? Se non si è capito Obladì mette il meglio di una generazione di scrittor* (editorialmente) giovani che a loro volta danno il meglio, e come modo di festeggiare un anno di pubblicazioni direi che non si poteva volere di più. E lo scrivente che c’è in me, lui che dice? Dice che si sentiva in colpa, perché la casa editrice aveva aperto una finestra per gli invii spontanei e questa, a differenza della call, non l’ho bucata e ho provato a inviare il mio primo e (finora) unico romanzo: forse mi andrà bene, probabilmente andrà male (per ragioni statistiche, non perché pensi che il mio romanzo faccia cagare), ma perlomeno so di averlo affidato in alcune delle migliori mani possibili e, soprattutto, di averlo inviato senza saperlo a qualcuno che ha gusti più simili ai miei di quanto potessi aspettarmi.
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