Racconto in musica 214: Indietro (Kaada – How to construct a time machine)

Nelle ultime settimane mi è capitato di andare spesso al cinema, complice un’infornata di film interessanti che non ho recuperato nemmeno interamente causa distribuzione ballerina (mi manca perlomeno Together apparso solo in qualche multisala in periferia, per non parlare del Kinghiano The long walk misteriosamente mai uscito nella data prevista nonostante l’internet giuri tuttora di sì). Fra questi ero particolarmente curioso di vedere The smashing machine, il tentativo di Dwaine “The Rock” Johnson di diventare un attore vero che non fa solo fumettoni dalle trame tutte simili, innanzitutto perché dietro all’operazione c’era uno dei fratelli Safdie (Benny), autori di quella bomba di Diamanti grezzi che, se non vi fosse capitato di vederlo, fiondatevi subito a recuperarlo. La faccio breve: The smashing machine non è male, The Rock merita il plauso per la sua prova attoriale, ma al film in generale manca qualcosa nel coinvolgere lo spettatore nelle vicende di Mark Kerr, il lottatore di MMA sulla cui vita è basata la pellicola. Ben più soddisfazione ho ricevuto da The ugly stepsister, rivisitazione della favola di Cenerentola ad opera della regista norvegese Emilie Blichfeldt, in cui suggestioni body horror (non aspettatevi però il The substance sbandierato in promozione) si mischiano a riflessioni sul ruolo della donna non banali, il tutto condotto con tono irriverente e un gran senso del ritmo.

Ma perché inizio questo articolo parlando di cinema? Perché i fratelli Safdie storicamente si sono avvalsi nelle loro (ancora poche) opere delle musiche di Oneohtrix Point Never, sperimentatore elettronico molto interessante che però in The smashing machine era assente (sarà con l’altro fratello Safdie, Josh, nell’imminente Marty supreme), mentre quel tocco allo stesso tempo molto presente ma funzionale al racconto, nonostante l’elettronica mal si dovrebbe sposare con un’ambientazione ottocentesca, l’ho trovato in The ugly stepsister a opera di Kaada, il protagonista della settimana qui sulle schermate di Tremila Battute.

Ma da dove spunta e cosa fa John Erik Kaada? Classe 1975, il giovane John Erik si forma al piano, impara a suonare il suo primo synth a dieci anni e prima dei venti fa già parte di una band acid-avant garde jazz, i Cloroform, che ammetto essere l’unica parte della sua carriera che non ho recuperato nelle ultime due settimane. Con i Cloroform (composti da lui al pianoforte, Øyvind Storesund al basso e Børge Fjordheim alla batteria) pubblica tre album fra il 1998 e il 2000, e per mantenere la scansione di un disco all’anno nel 2001 esce una versione remixata dell’ultimo album, Do the crawl, ad opera dello stesso Kaada: Scrawl, pubblicato come (quasi) tutti gli album della band dalla Kaada Records, è uno dei due dischi con cui inizia la carriera solista del poliedrico e stakanovista compositore, che nello stesso anno pubblica anche Thank for giving me your valuable time inizialmente sotto EMI. Facciamo un minimo di recap perché già qua si rischia di fare casino: Kaada ha venticinque anni, una band jazz, ha pubblicato un disco di remix, il suo primo album solista mischia elettronica e sample di musica anni 50/60 e  ha pure iniziato a lavorare come compositore di colonne sonore. Voi cosa facevate a venticinque anni?

Nel secondo quarto di secolo della sua vita Kaada non si ferma e anzi allarga, rilancia, tanto che per ripercorrere ciò che ha fatto ci vorrebbe lo stesso tempo. Kaada al jazz e alla musica elettronica aggiunge la musica classica, mischia tutto e sforna altri sette dischi, spaziando dall’intimistico al magniloquente senza perdere un gusto pop che riemerge soprattutto in And if in a thousand years, ultima prova discografica uscita nel 2023 per l’etichetta Mirakel; coi Cloroform prosegue a spron battuto fino al 2007, poi forse capisce anche lui che non può fare tutto (o fa molto altro sotto traccia) e la band si prende una pausa fino al 2016, anno dal quale riprende la produzione con i dischi Grrr (Kaada Records) e Overtredelse (2021, Mirakel); nei primi anni duemila attira l’attenzione di un altro sperimentatore matto che risponde al nome di Mike Patton, che oltre a ripubblicare sotto la sua Ipecac il primo disco solista di Kaada e altri suoi album successivi ci collabora due volte, facendo uscire a nome di entrambi Romances (2004) e Bacteria cult (2016), in cui l’atmosfera onirica creata dagli strumenti (spesso autocostruiti, giusto per aggiungere complessità al tutto) dell’uno si sposa con le sperimentazioni vocali dell’altro; e poi le colonne sonore, che spaziano fra i generi (non vi viene la curiosità di vedere la serie norvegese ZonbieLars, incentrata su un undicenne mezzo zombie? A me sì) e arrivano fino a quel The ugly stepsister da cui siamo partiti, in cui Kaada sfodera un inaspettato amore per i synth anni 80 e li rende l’accompagnamento musicale perfetto di una vicenda che si svolge uno o due secoli prima che siano inventati. Lo so, vi abbiamo dato dato un botto di informazioni in pochissimo spazio e probabilmente vi abbiamo stordito: per capire meglio non vi resta che ascoltare, andando sul suo profilo Bandcamp, dove troverete una parte di tutto ciò che ha realizzato negli anni.

How to construct a time machine è la quarta traccia di And if in a thousand years, un brano delicato che con una grana più lo-fi avrebbe potuto benissimo passare per una delle bucoliche sperimentazioni retrofuturiste dei Boards of Canada. Il racconto che troverete sotto non nasce ispirato dalla canzone, ma l’ho scritto ben prima di conoscere la musica di Kaada: mi è sembrato però che l’atmosfera del brano si adattasse perfettamente a una storia in cui l’invenzione della macchina del tempo viene trattata con sufficienza, per cui non mi resta che lasciarvi valutare se questo matrimonio s’aveva da fare o meno augurandovi, as usual, buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Indietro


Abbiamo inventato la macchina del tempo. Si può solo andare nel passato di cinque secondi, ma è comunque un risultato. Non è da tutti invertire le regole dello spazio e del tempo.

È grandioso, ho esclamato quando abbiamo verificato l’esperimento.

Meglio che un palo nel culo, ha commentato il mio collega. Difetta di entusiasmo, forse crede debba reagire così un vero scienziato.

Nemmeno la responsabile all’ufficio brevetti è rimasta impressionata. Ha consultato le carte, cincischiato con lo smartphone mentre spiegavo l’allaccio del sistema tramite un dispositivo non più grande di un orologio da polso.

Sì, ha detto, ma sono solo cinque secondi. Che cosa cambi in cinque secondi?

Le piccole cose, ho risposto. Una parola sgarbata, la frenata un attimo in ritardo, tutti quegli atti che quando ci pensi dici “vorrei non averlo fatto”.

Sì, ha detto, ma restano cinque secondi. Io quando rispondo male ci metto delle ore ad ammettere che avevo torto, e anche così faccio fatica a dirlo.

Ha ragione, ha detto il mio collega, che difetta anche di empatia nei miei confronti.

Io comunque lo brevetto, ho risposto. Poi mi sono pentito del mio tono piccato, ma ormai erano passati diversi minuti e stavo guidando verso casa.

È un disastro. Chiedi i fondi di qui, di là, tante strette di mano ma pochi soldi. Siamo riusciti a produrre qualche esemplare per il lancio, ma per la pubblicità necessaria ci siamo già indebitati.

Qui finiamo in galera, ha detto il mio collega, che almeno non mi ha lasciato solo sulla barca che affonda.

I commenti sono sempre gli stessi: troppi soldi per comprarlo, troppo breve lo spazio di tempo. Nel brainstorming per il lancio qualcuno ha proposto di utilizzarlo per tornare indietro subito dopo l’orgasmo, riprovandolo all’infinito.

Ha per caso un’opzione loop?, ha chiesto.

No, ho risposto, e poi temo che creerebbe dipendenza.

Manca un mese all’uscita. Nessuno crede che la gente lo utilizzerà, ma io sogno un mondo in cui le persone imparino dai propri errori, che siano in grado di reagire prontamente a un gesto di nervosismo. La mia è un’utopia di gentilezza, hanno detto al brainstorming, e la gentilezza non vende.

Possiamo sempre venderci il brevetto, ha detto il mio collega. Accanto a lui c’è uno dei nostri principali investitori, lo sguardo tagliente da squalo. Mi chiedo cosa potrebbe fare con la nostra tecnologia avendo più tempo per la ricerca, più fondi da investire. Più tempo verso cui ritornare.

Forse andare a fondo non sarà il più grosso dei nostri problemi.

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Alla ricerca di un’identità: Figli dei film di Gionata

Qualche anno fa ho avuto la fortuna di incrociare la strada dei Violacida, una piccola band di Lucca di cui seguii la carriera per un breve periodo. Il loro primo disco, Storie mancate (2013), mi sedimentò nelle orecchie piano piano fino a meritarsi il primo posto nella classifica di fine anno (una cosa divertente che non faccio più, a parte quando me lo chiede Alessandro Busi), e l’anno successivo, complice un passaggio a Milano per il MiAmi quando ancora aveva un costo accettabile, riuscii a organizzargli una data in quel di Vigevano. Passò un po’ di tempo, arrivò il 2016 e con lui La migliore età, nuovo disco della band che vedeva un cambio nella formazione iniziale e che mi piacque un poco meno, il che non mi impedì di riuscire a organizzargli un altro concerto, stavolta a Novara. Ho il vago ricordo di aver saputo che i Violacida si sarebbero sciolti proprio quella sera, ma la mia memoria è una merda e potrei essermi sognato tutto (potrei confondermi coi meritevoli Dondolaluva, che mi annunciarono la dipartita della band quando li intervistai mentre giravo l’Italia in bicicletta): quel che è certo è che questo scioglimento avvenne, ed essendomi affezionato a quel loro sound tanto semplice quanto coinvolgente che mischiava pop, suggestioni sixties e indie rock mi misi a seguire da lontano le avventure sonore dei membri della band che continuarono a fare musica. Antonio Ciulla ad esempio, autore di tre album di cui uno, Album dei ricordi, creato durante la pandemia con i contributi audio di svariat* amic*; e poi Gionata Rossi, che dei Violacida era la new entry, il cui terzo disco Figli dei film esce in questo finale del 2025.

I dischi precedenti di Gionata li ho ascoltati, ma ammetto di averlo fatto abbastanza superficialmente: c’era un certo gusto per il lo-fi che avrebbe potuto farmeli apprezzare di più, ma ciò che mi arrivava alle orecchie come primo segnale era il sound retro-indie di cui ho imparato perlomeno a diffidare dopo che con quella formula Tommaso Paradiso ci ha fatto i big money. Quegli elementi sopravvivono nelle dieci canzoni di Figli dei film, ma ho trovato nel suo nuovo album una profondità maggiore, una gamma di suoni più ampia che potrei associare a una maturità artistica, un’identità definitiva raggiunta, se non fosse che A) quando mai l* artist* smettono di maturare? B) gli ascolti poco approfonditi di cui sopra mi impediscono di fare discorsi da saccente di stocazzo C) i testi mettono spesso al centro proprio la difficile ricerca di un’identità.

Non ci sono grandi rivelazioni nei testi del disco, ma sentimenti condivisibili da una buona fetta di trentenni come il buon Gionata e probabilmente anche da chi ha qualche anno in meno o in più: la mancanza di prospettive, la difficoltà nel capire i propri sentimenti, la nostalgia di un’età in cui ci sentivamo più liber* (senza magari nemmeno esserlo stat* davvero) e di un futuro che non si è mai concretizzato. Potremmo scomodare Mark Fisher ascoltando il testo de Il futuro è un ricordo lontano, ma non ci sono analisi sociologiche in queste canzoni bensì un punto di vista sempre personale e viscerale, addirittura banale in certi momenti (non avere soldi per la moda ma averli per sbronzarsi da Mc Donald’s, non certo il posto più economico dove bere una birra, ha senso solo per esigenze di rima) ma comunque capace di colpire nel segno. Voler “tornare a qualche anno fa/ quando c’era più tempo per perdere tempo” è un’esemplificazione perfetta della sindrome da Peter Pan, ma nella stessa Lavorare stanca Gionata capisce che la colpa più grande è pensare solo a sé stessi: su questo crinale fra la necessità di diventare davvero adulti e quella di non perdere per strada ciò che si era si gioca molto del disco, con l’autore che al bivio per capire cosa fare nella vita è diviso fra il volere tutto e il non volere niente (Ossessione) e quasi spera in una dissociazione che, permettendogli di guardarsi da fuori, gli dia modo di capire in che direzione andare (Lascia che sia). C’è spazio anche per l’amore, gioioso e vitale in Groviglio e ormai al termine in Burnout, ma i legami sono flebili e pure nella felicità si specifica che “non ci diremo mai ti amo” (e forse proprio quella viene intesa come una ricetta per la felicità): in fondo come si fa a legarsi veramente a qualcuno se si fa ancora fatica a conoscere sé stessi?

Se nei testi è la mancanza di una direzione a imperare, sul fronte musicale Gionata trova invece una linea coesa pur non sacrificando la varietà. Che a tirare le fila siano una linea di piano (Lavorare stanca), magari coadiuvata efficacemente dalla batteria (Lascia che sia, Buena sorte), oppure la chitarra tutta tonalità alte di Burnout (con un ritornello che si apre in maniera melodiosamente magnifica) poco importa, perché l’effetto finale è sempre piacevole, cantautorato indie che non inventa niente di nuovo (Lascia che sia nasce dall’idea di “italianizzare” Let it be dei Beatles, ma nel suo andamento da marcetta io ci vedo più gli Oasis di The importance of Being Idle) ma ha una sua personalità e riconoscibilità. Piazzare due lenti chitarra voce (Canzone di pioggia, l’elemento più lo-fi del gruppo, e Ossessione) prima della chiusura con la title track fa finire il disco in tono un po’ minore, pur non riuscendo a sminuire il lavoro compiuto tramite un’abbuffata di arrangiamenti semplici ma efficaci, in cui le linee di basso spiccano pur nella loro funzionalità e quando emergono gli archi (Buena sorte e la già stracitata Ossessione) lo fanno in maniera naturale.

Ciò che mi aveva colpito a suo tempo dei Violacida era la capacità di essere originali facendo cose semplici, una formula molto più complicata da trovare di quello che sembri: con Figli dei film Gionata riprende quel discorso interrotto, facendolo alla sua maniera e dimostrando che attraverso la musica si può trovare un’identità anche quando si ignora di averla.

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Racconto in musica 213: La Pimpa è di Bergamo (Vintage Violence – Metereopatia)

C’è un luogo dove non esistono regole, ma solo eccezioni, però sta nella canzone di un artista che difficilmente vedremo mai da queste parti (e penso che a entrambi stia bene così): qui le regole invece ci sono, ma l’inchiostro di quelle non scritte è sempre più simpatico e fra queste c’era la regola “niente doppioni”. Paganini non ripete, si dice, ma qua nessuno si chiama così e alla fine ci siamo ripetuti più volte, iniziando da Edda per poi farci prendere la mano e riproporvi più canzoni di Daniela Pes e di Emma Nolde: quando Matteo Aschedamini ci ha proposto un racconto ispirato a una canzone dei Vintage Violence potevamo quindi dirgli di no? No (nel senso che gli abbiamo risposto sì), ed eccoci qui oggi a riparlare della band che arriva da quel ramo del lago di Lecco.

Ma prima presentiamo Matteo, conosciuto alla presentazione di un libro in quel di Milano e salito velocemente e con entusiasmo sul carrozzone della musica bella che fa la fame. Nato a Crema nel 2004, legge tutta la letteratura che riesce a far entrare fisicamente ed economicamente in casa e crede nel matrimonio tra prosa e poesia. Cerca di imparare il russo sia per ottenere la laurea che per poter leggere in lingua le poesie di Robert Roždestvenskij, e fin qui lo sforzo non lo ha soverchiato. La sua canzone preferita è The adults are talking dei The Strokes ma il suo cuore e il suo Spotify battono in particolare il ritmo delle canzoni di Johnny Cash. Nella vita, oltre alla laurea, ha l’obiettivo di scrivere libri pazzi tenendo fede alla parola di Gianni Rodari brillantemente esposta in La grammatica della fantasia, e noi da insider sappiamo di almeno un paio di suoi progetti che sembrano molto succulenti: tenetelo d’occhio, e in attesa d’altro leggetevi questo suo racconto su Topsy Kretts.

Che dire invece dei Vintage Violence (Nico Caldirola alla voce, Rocco Arienti alla chitarra, Roberto Galli al basso e Beniamino Cefalù alla batteria) che non abbiamo già detto qui qualche anno fa? Molto in realtà, perché sono passati quasi cinque anni dal racconto natalizio che ci ispirò la loro Natale lavavetri e al conto di tre album (Psicodramma, autoprodotto nel 2004, Piccoli intrattenimenti musicali, uscito nel 2011 per Popolar, e Senza paura delle rovine, con il quale nel 2014 iniziano il percorso che ancora li lega a Maninalto!) e un Ep (Cinema, 2007 per Goodfellas) si sono aggiunti Mono (2021, e non ci eravamo fatti sfuggire l’occasione di parlarne) e Violenza primordiale (2022), best of democratico in cui le canzoni sono state scelte direttamente da noi fan. Quel “noi” sta ovviamente a indicare che se cercate obiettività da parte nostra sui Vintage Violence non la troverete, o almeno troverete la sincera convinzione che di band così unite, impegnate politicamente e socialmente, capaci di unire testi intelligenti e un’attitudine live esaltante dovrebbero essercene di più (e un po’ cerchiamo di segnalarvele proprio qui su Tremila Battute, e farvele ascoltare nella playlist dedicata sul maledetto Spotify), e se questo commento vi pare una sviolinata non possiamo fare niente per convincervi del contrario, a parte invitarvi a una delle date del loro tour che partirà il 23 gennaio dalla Santeria di Milano. Noi saremo lì, ad ascoltare le loro canzoni (fra cui Il nuovo mare, Sono un casino e Contro la società securitaria, singoli usciti fra il 2023 e il 2025) e a pogare, e non avremo bisogno di spiegarvi perché da anni si definiscono “una via di mezzo fra De André e i NOFX“.

Metereopatia è la seconda traccia di Senza paura delle rovine, una delle loro canzoni più amate che ai concerti non può mai mancare (e il cui video Cesare Cremonini ha copiato spudoratamente, vale la pena di ricordarlo), in cui attraverso immagini futuristiche e semicatastrofistiche di navi interstellari pronte a portarci altrove e la nuova sede del Vaticano spostata sulla bocca di un vulcano la band esprime alla sua maniera tutto il disagio che la Lombardia è capace di esprimere nel suo lato più securitario e improntato alla fatturato (sarà un caso che proprio a loro sia spettata la cover di Marte dei Punkreas, all’interno della versione “revisited” dell’iconico Paranoia e potere della band varesotta, con la sua strofa “l’importante è il fatturato e non la vita”?). I protagonisti del racconto di Matteo questo disagio lo affrontano a modo loro, sfrecciando in macchina nella nebbia bergamasca fra una nutria da investire, un cartello stradale da rubare e qualche colpo da sparare con la scacciacani in piena campagna, mentre dall’autoradio la voce di Nico continua a scandire il mantra “Metereopatia, portami via dalla Lombardia”: potete entrare in questo frammento della loro vita andando più in basso, subito dopo la canzone che ha ispirato queste vicende e i miei auguri di buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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La Pimpa è di Bergamo, di Matteo Aschedamini


Il Bastardo guida ondeggiando.

Sfreccia sulle strade sterrate fuori Bergamo, scende verso Lurano, giù in una coltre di nebbia che si divora costellazioni di fabbriche squadrate e cascine. Il Bastardo ci vede come un falco, di tanto in tanto spegne di colpo le luci della Punto per prenderci per il culo.

“Non fare il coglione!”

Luci accese, cascine di nuovo tagliate in solitari muri di mattoni rossi e cancelli di Vattelapesca I.N.C. Una torretta di guardia, sulla cima nidi con parlamenti, senati e tribunali di aironi. Nulla di visibile per via della nebbia, salvo le carogne delle nutrie, creature di Dio sprovviste del senso del pericolo stradale.

Burro siede sul sedile del passeggero. Ha in mente di fare un colpo: furto di segnaletica stradale.

La zona è già stata setacciata. Il Bastardo ha circumnavigato gli incroci dei soliti posti di blocco, infilandosi in una strada di campagna. Prima, però, andiamo a sparare qualche colpo con la scacciacani. Burro la tira fuori dal vano della portiera e la carica.

“Lo fai tu il primo colpo?”

Il Bastardo esce dalla macchina. La terra è fangosa e fredda. Il cielo è freddo e fangoso. Ondeggia mentre allunga il braccio verso le stelle.

“Attenzione Saturno, adesso ti colpiamo!”

“Mi ha sfondato un timpano, cazzo!”

Poi la macchina riparte, la strada si intreccia coi canali scavati dalle nutrie. Il Bastardo tenta di accopparne una, la nutria salta quando mancano solo istanti prima che il muso della Punto la spinga a terra, spiaccicandola.

Burro ha puntato un dare la precedenza fuori da un ristorante. Il Bastardo si getta all’attacco, trascinandosi dietro la fedele pinza, Burro parte al galoppo dietro la sua ombra. Raggiunto il cartello lo scuotono energeticamente, poi il Bastardo fa leva con il suo peso e Burro strappa con le pinze un tocco di ferro che teneva la sbarra immersa nel cemento. L’asta su cui è adagiato si spezza e il cartello cade fra le mani del Bastardo.

In silenzio volano verso la Punto, gettano il cartello nel baule e lo coprono con un telomare della Pimpa (La Pimpa è di Bergamo!).

Poi andiamo al Mc a mangiarci un panino.

Siamo lì da mezz’ora quando il Bastardo si alza di colpo, si tiene le guance fra le mani, poi si schiaffeggia.

“Cazzo! Mi sono dimenticato le pinze. Sono di mio padre, devo andare a riprenderle.”

La nebbia non si è alzata, serpeggia bassa e intensa come una gastroenterite. Il Bastardo risale Pognano, Lurano, Brignano, scaraventandosi nel vuoto cosmico.

Siamo a poche centinaia di metri dal ristorante cinese, praticamente arrivati; vedo il palo orfano di cartello, poi i fanali spiegati di una macchina che non rallenta mi riempiono gli occhi. Una capriola su un fianco, un’altra ancora. I vetri sparigliati per terra, le pinze poco distanti.

Nell’abitacolo in soqquadro il Bastardo non c’è. Si è catapultato fuori e corre con la scacciacani in mano.

Riesco a intravederlo mentre grida “Eureka!”, alza le mani con la scacciacani in una e le pinze nell’altra e penso: Metereopatia…Portami via dalla Lombardia…

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Guerra ai giovani? Il dipinto delle nuove generazioni in After the hunt e Eddington

Forse siete stat* ad una delle manifestazioni in supporto della Global Sumud Flotilla. Forse ci siete stat* a Milano. Forse eravate accanto a me per una certa parte del percorso, magari mentre salivamo un po’ increduli a piedi la rampa di accesso alla tangenziale, e avete visto immagini come quelle che ho visto io: un gruppetto che recupera frammento per frammento la bottiglia di birra che gli è caduta per terra, l’attivista che cancella dal guardrail una scritta contro Meloni dal sapore antisemita e sessista, il signore che porta un riccio al sicuro visto che aveva invaso la carreggiata, e in generale l’atmosfera di gioia che superava anche la rabbia per la condizione della striscia di Gaza in quei giorni (non che la situazione sia migliorata davvero di molto col cessate il fuoco, andando quest’ultimo a singhiozzi che fanno decine se non centinaia di morti ogni volta). Poi certo, non sono cieco o sordo, il coro “Palestina libera dal fiume fino al mare” l’ho sentito ed evitato di cantare, un gruppetto di tre/quattro persone vestite completamente di nero con tanto di passamontagna me le sono trovate abbastanza vicino lungo il corteo (non facevano nulla di particolare, sempre a onor del vero) e ho visto anche, seppur da lontano, arrivare le camionette a idranti spiegati in tangenziale (dai due ai cinque minuti di operazione): comunque troppo poco perché la narrazione collettiva etichettasse quelle manifestazioni come violente, ma sappiamo benissimo che è ciò che è stato raccontato nella maggior parte dei casi.

Siamo stat* giudicat* irresponsabili, colpevoli di minare col nostro comportamento la buona riuscita delle trattative per il cessate il fuoco allora in fase avanzata, e forse non ci si poteva aspettare di più in un contesto dove era rappresentata ogni generazione ma che contava molto su collettivi studenteschi e sull* giovani in generale, tantissim* giovani. E quando mai l* giovani hanno capito qualcosa della vita?

La stessa svalutazione delle istanze delle nuove generazioni l’ho colta in due film recenti (e di cui volevo parlare da almeno due settimane, ma poi la pigrizia ha vinto), After the hunt di Luca Guadagnino e Eddington di Ari Aster, che pur partendo da basi e generi completamente diversi mostrano contraddizioni e divisioni all’interno degli USA, un compito lodevole svolto in certi momenti con l’istinto retorico di chi vuole insegnare una lezione senza averla capita appieno.

Panni scomodi e pronomi indigesti

Com’è come non è ultimamente io e Guadagnino ci frequentiamo spesso. Non ho apprezzato particolarmente Chiamami col tuo nome (pur avendo una compagna cremasca, che avendoci vissuto accanto si chiede quale sia il fascino dei fontanili che hanno fatto svoltare il turismo locale dopo essere apparsi nella pellicola), eppure sono finito al cinema a vedere Bones and all e ho pure recuperato Challengers, uscendo dalle visioni sempre con entusiasmo molto tiepido. After the hunt aveva al suo arco perlomeno un tema interessante, una denuncia di molestie nel contesto dell’università di Yale nell’era del post MeToo, dove una docente di filosofia in odore di promozione (Alma Imhoff, interpretata da una Julia Roberts mai così efficacemente respingente) si ritrova a gestire il “sorella io ti credo” (con poca convinzione) davanti alla studentessa Maggie Price (Ayo Edebiri) mentre intimamente pensa “collega (Henrik Gibson, interpretato da Andrew Garfield) io non le credo mica troppo”.

“Coraggio, dimmi ancora come ti senti emarginata mentre fai la vita da bohemiene coi soldi dei genitori”

È un bel film After the hunt, forse il migliore di Guadagnino visto finora. Ti fa alzare dalla poltrona con la voglia di parlarne, sviscerarlo da cima a fondo, perché la sceneggiatura di Nora Garrett non fa sconti a nessuno e la regia è elegantemente ansiogena, piena di momenti in cui ti piazza a un centimetro dai volti dell* protagonist* mentre portano avanti una battaglia dialettica che sulla carta non dovrebbe esistere: sorella io ti credo, si diceva, o no? Il trittico vagamente morboso composto da Roberts, Edebiri e Garfield nasconde abbastanza segreti da farti sospettare che ognun* di loro non la racconti giusta, eppure il motore centrale della vicenda, la violenza subita, perde presto la sua importanza di evento singolo per diventare esempio di un problema molto maggiore: il fatto che l* giovani non reggano più la pressione.

Ci sono momenti di un paternalismo estremo in After the hunt, dall’uso con evidente disprezzo dei pronomi (ah, questa teoria  del gender!) all’attacco filosofico a una generazione incapace di lottare davvero per le proprie istanze, elementi che evidenziano quanto al duo Garrett/Guadagnino la cultura Woke non vada proprio giù. Intendiamoci, la generazione dell* professor* non ne esce meglio, infettata da viscido arrivismo e problemi personali mai risolti, tanto che nemmeno il saggio e pacato marito di Alma (Michael Stuhlbarg) esce indenne da questa opera di distruzione sistematica di ogni legame di empatia coi personaggi: i loro difetti però sono frutto di una maturazione, andata storta ma pur sempre maturazione, mentre le proteste e le battaglie identitarie di Maggie e compagn* vengono dipinte come il riflusso di una generazione che non sa ancora cosa vuol dire la vita vera, quella vita dove evidentemente dopo che ti hanno molestata devi fare tesoro dell’esperienza e pensare “ehi, questo mi aiuterà a crescere!”

“Ma che, davero?”

Guadagnino ha l’intelligenza di fermarsi prima che la tesi del film diventi “sorella, io non ti credo”, perché After the hunt è un complicato meccanismo di azioni e reazioni in cui è impossibile trovare sant* ed è proprio lì che sta il suo fascino, nel metterti in una posizione scomoda privo di tutti gli elementi per giudicarla, assalito dal ticchettare ansiogeno di una lancetta e dalle musiche sempre efficaci di Trent Reznor e Atticus Ross: è un peccato però che in sede di promozione sia stato evidenziato il “non tutto ha lo scopo di metterti a tuo agio” che Alma sussurra con cattiveria all’orecchio di Maggie, mentre la risposta di quest’ultima risulti invece uno dei pochi momenti in cui si evidenzia che nemmeno l’ingoiare acriticamente ogni esperienza negativa in virtù di una supposta “corazza” da crearsi sia la risposta giusta. Mi è capitato di ascoltare su Radio 24, all’interno del programma mattutino Uno Nessuno CentoMilan, un breve dibattito sulla genitorialità in cui si parlava di come il modello dell* genitor* amic* abbia fallito, creando giovani che vanno in crisi alle prime difficoltà, critiche a cui Leonardo Manera rispondeva evidenziando che quest* “genitor* amic*” sono diventat* quello che sono a causa dell’educazione ricevuta a loro volta, e che se consideriamo sbagliato il loro modello educativo dovremmo farci due domande anche sul modello educativo che l* ha portat* a sceglierne uno diverso: il tema sotteso ad After the hunt in fondo non è così dissimile, peccato solo che prima di evidenziarlo ci tenga a smontare la generazione che ci seppellirà come una banda di mollaccion* che sa solo pesare le parole.

Aster sull’orlo di una crisi di nervi

Il regista in un momento di profondo scavo interiore

Qui a Tremila Battute vogliamo molto bene ad Ari Aster. Hereditary ci era piaciuto alla follia, Midsommar, seppur più zoppicante, lo abbiamo portato come esempio degli obiettivi che può perseguire il cinema horror del futuro, ci siamo fatti andare giù anche Beau ha paura, che nel suo strambo procedere ti faceva dire “be’, questo non me lo aspettavo”. Quando ho visto che al cinema c’era questo nuovo Eddington, di cui avevo già sentito parlare in concomitanza della sua partecipazione al Festival di Venezia, ho approfittato di un pomeriggio libero per andare curioso a vedere se l’ex enfant prodige del cinema horror avesse cominciato a risalire la china o, come sembravano indicare i più, avesse preso velocità rotolando verso il basso.

Protagonista della pellicola è Joe Cross (Joaquin Phoenix), sceriffo male in arnese di una piccola cittadina sperduta nel sudovest degli USA. C’è la pandemia in corso e le proteste di Black Live Matters stanno iniziando a montare, ma anche senza andare verso sfighe globali Cross è già messo male di suo, con la moglie Louise (Emma Stone) condizionata da un trauma di gioventù e spinta verso il complottismo dalla madre Dawn (Deirdre O’Connell, splendidamente odiosa) mentre il sindaco Ted Garcia (Pedro Pascal) continua a mietere consensi con suo sommo smacco, segno di trascorsi fra i due mai risolti e che aspettano solo una miccia per esplodere. Così, dopo un inizio lento in cui la realtà della cittadina ci viene svelata piano piano, fra una mascherina malmessa e accenni sempre elusivi a vicende del passato, la tensione fra Cross e Garcia esplode in un conflitto solo sulla carta politico: lo sceriffo decide di candidarsi a sindaco, mettendo in moto eventi che andranno ben oltre le sue misere aspettative.

“Calmati, ora la metto la mascherina” “No, tu te la metti subito!”

Se c’è un motivo per cui vale la pena seguire Aster oggi è per la sua capacità di spiazzare; se c’è un motivo per NON seguirlo è a causa della sua incapacità di pianificare dove vuole andare a parare. Eddington parte come una specie di western moderno in cui sono incistate tutte le storture degli USA contemporanei (quelli del primo Trump, ma tanto abbiamo già fatto il giro e ci siamo ricascati dentro), e sembra porsi l’obiettivo di raccontare una storia che tenga alta la tensione mentre nel frattempo mette alla berlina tutta una serie di prese di posizione, sia progressiste che conservatrici: poi la trama comincia ad andare in pezzi insieme al suo protagonista (Phoenix deve trovare sincero godimento nel farsi assegnare dal regista ruoli sempre più meschini e degradanti), continua ad accelerare verso il disastro e finisce a tavoletta contro un muro di nichilismo al grido di “è tutto una merda!”, ficcando nella mente dello spettatore un senso di disfatta che coinvolge ogni cosa, dalle big tech alla green economy, dalle vittime di abusi alle proteste di piazza. E, ovviamente, ci vanno di mezzo pure l* giovani.

La morte di George Floyd e i successivi moti di protesta vengono utilizzati da Aster solo per mostrare il ridicolo che c’è nelle istanze delle giovani generazioni, borghesott* bianch* che si riempiono la bocca con discorsi che si ritorcono su sé stessi e pensano sia importante inginocchiarsi per terra in mezzo a strade vuote nel culo del niente. È un ritratto impietoso e sleale perché, come in After the hunt, anche qui nessuno è innocente, ma gli adulti vengono presentati come persone che hanno uno scopo, lodevole o meno che sia (plauso anche al viscido ma sensuale complottista interpretato da Austin Butler), o lo hanno perso strada facendo, mentre l* giovan* non sanno cosa dicono, starnazzano cose senza senso e fungono da momento comico quando vengono zittiti in malo modo, come capita a Brian (Cameron Mann) quando cerca di spiegare al padre perché le sue proteste a favore dei diritti delle persone nere sono contemporaneamente giuste e ingiuste a causa della sua bianchezza.

Similitudini non tanto forzate

C’è una puntata di South Park di cui ho già probabilmente parlato: sono due episodi collegati in realtà, apparsi nella quindicesima stagione della serie (Stai invecchiando/La sindrome di Hamburger), in cui Stan Marsh al compimento dei dieci anni vola verso l’adolescenza vedendo merda ovunque: nella musica che ascolta, nei film al cinema, nei discorsi di chi gli sta attorno. Ari Aster mi pare in quella fase lì, circondato da un mondo che non capisce pienamente che, impaurito come il protagonista del suo penultimo film, cerca di distruggere con abbondanti dosi di sarcasmo: ha ancora la capacità di portarti dove non ti aspetti e la sorpresa è sempre una buona cosa, ma questo non è bastato per elevare a capolavoro Megalopolis e il fatto che Eddington sia meno sbagliato del film di Coppola non lo rende per forza migliore. Appena prima di entrare in sala ho scoperto che la sera stessa, proprio in quel cinema, il regista sarebbe stato presente alla proiezione, e avrei voluto davvero passare per dargli un abbraccio ma ero troppo depresso dalla sua visione desolante del mondo e delle nuove generazioni: mentre lui parlava, io per riprendermi guardavo South Park.

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Racconto in musica 212: Involtini primavera e riso Shangai (Kate Nash – Nicest thing)

Questa è un’altra di quelle introduzioni in cui sproloquio e mi interrogo sul concetto di “indipendente”? Eh sì, cavolo, lo è. Perché in fondo sono una persona semplice, a cui piacerebbe saper distinguire chiaramente il chiaro dallo scuro, però poi com’è come non è mi infilo sempre nelle zone di grigio e ci rimesto e allora alla fin fine tanto semplice forse non sono. Ma dicevamo, “indipendente”.

A me forse quello che interessa veramente è che chi appaia qui non sia la norma. Non lo sia in generale, ma che possa esserlo anche stat*: vivi sulla cresta dell’onda, vai a Sanremo, il pubblico ti acclama ma poi ti accorgi che sei Mikimix e sarebbe forse meglio ripartire dal basso come Caparezza, per poi ancora salire e scendere… insomma, il successo non è una discriminante tout court. Quante canzoni sentiamo in radio, sulle radio generaliste, canzoni di cui sappiamo ogni nota ma di cui abbiamo dimenticato l’autor*, perché con quella canzone soltanto hanno sfondato e poi puf, sparit*? One hit wonder mi sembra le chiamino, spessissimo brani pacco scritti da qualcun* che cerca in eterno di replicarne il successo senza mai più riuscirci, ma a volte a quel successo ci arrivi perché sei la persona giusta al momento giusto nel posto giusto e subito dopo non lo sei più, che poi mi sembra ciò che è capitato a Kate Nash leggendo di lei su suggerimento di Martina Ciullo, e guarda un po’ le due sono ospite musicale e letteraria della settimana.

Partiamo da Martina ovviamente (cioè, è ovvio per chi questo blog lo segue stabilmente: per l* nuov* arrivat* sappiate che partiamo presentando chi ha scritto il racconto, poi carrellata sulla carriera di chi ha scritto la canzone e infine breve presentazione del racconto: ora siete pront*), che ha risposto alla nostra richiesta di scrivere qualcosa per Tremila Battute con entusiasmo. Violinista professionista, ha studiato giornalismo e sceneggiatura, vive a Roma e scrive da sempre, una passione quest’ultima in cui risultati si vedono nel gran numero di racconti pubblicati su rivista: Topsy Kretts, Nazione Indiana, L’equivoco, Micorrize, Pastrengo (anche qui), Grande Kalma, Terranullius e sul quinto numero di Fumo Magazine. Noi ce li siamo letti tutti e vi invitiamo a fare altrettanto, che i link esistono per essere cliccati e se non lo fate rendete tristi loro e anche un po’ noi.

Emblematica della carriera altalenante di Nash è la pagina wikipedia italiana: gli inizi su MySpace, la Moshi Moshi Records che le fa uscire un singolo con una tiratura di mille copie nel febbraio 2007, la più grossa Fiction Records che la prende sotto la sua ala subito dopo, il successo lento ma inesorabile di Foundations, singolo che la proietta verso il primo album Made of bricks (uscito ad agosto dello stesso anno) e il Brit Award come miglior artista femminile, un secondo disco nel 2010 (My best friend is you) e fine della storia, pur con una carriera segnata come “in attività”. Che fine ha fatto dopo? E quanto ero distratto io in quegli anni, che del passaggio pervasivo delle sue canzoni (Pumpkin soup mi è ritornata in mente alle prime note, durante l’ascolto con anni di ritardo del primo disco) su MTV mi ero completamente dimenticato? Forse l’avevo addirittura scambiata per Lily Allen (paragone molto comodo, talmente comodo da essere definito pigro e sessista dalla stessa Nash), una che con lei ha condiviso gioie e dolori di quel breve periodo in cui essere londinese, leggermente fuori dalle righe e fare musica irresistibilmente pop sembrava una ricetta per il successo immarcescibile… ma anche il comodo viatico per essere bersagliate dalla pressa mediatica dei giornali scandalistici britannici.

Fatto sta che se già il successo non era proprio rose e fiori (il tour di Made of bricks la portò verso l’alcolismo e lo sviluppo di un disturbo ossessivo compulsivo), il percorso dal 2011 in avanti è un crollo verticale condito di improvvise risalite e tante, tante battaglie. Nash si fa affascinare dal punk, con Kathleen Hanna delle Bikini Kill (e Le Tigre, e moooolti altri progetti musicali) come esempio concreto sia per la musica che per l’attivismo, e inizia a sfornare canzoni e dischi che rispecchiano di più la sua natura, ma non convincono i discografici: Girl talk (2013) e Yesterday was forever (2018) li fa uscire a sue spese, il primo in un interregno in cui la Fiction Records sembra ancora poter estendere il suo contratto ma poi no, tanti saluti, è stato un piacere Kate. E vorrei potervi dire che lei ha affrontato tutto a testa alta, mentre fra una canzone e l’altra donava strumenti alle scuole, firmava petizioni e si spendeva in prima persona per far liberare le Pussy Riot dalle carceri russe e cominciava a denunciare il sessismo imperante nel mondo della musica, ma non è così: nel 2014 si sposta a Los Angeles dove scrive canzoni per altr* sotto contratto con la Warner, ma è un contentino che non le fa certo risvoltare la carriera e che abbandona un anno dopo, facendo ritorno a casa dei suoi a Londra, quando scopre che il manager l’ha lasciata in bancarotta e con una parte dei soldi rubati SI È PAGATO IL MATRIMONIO. Può andarti più di sfiga di così la vita? Può essere, ma Nash non si arrende e va avanti, continuando a spendersi in cause sociali a favore delle donne maltrattate e portando avanti anche il suo primo amore giovanile, la recitazione, che finalmente un po’ di soddisfazioni gliele dà.

Rhonda “Brittanica” Richardson è il ruolo che le viene proposto in GLOW, serie che forse avrete intercettato su Netflix incentrata sulla lega di wrestling femminile nata negli anni 80, ed è un’opportunità che Nash coglie al volo dimostrando ottime capacità recitative (non che fosse alla prima prova, e nemmeno ha smesso in seguito) e, già che c’è, riuscendo a disintossicarsi dall’alcol grazie al regime di allenamenti cui deve sottoporsi per la parte. Anche questo piccolo successo viene spazzato via in poco tempo però, tre stagioni per la precisione: poi c’è la pandemia, la cancellazione della serie, ma anche un nuovo disco all’orizzonte. 9 sad symphonies esce nel 2024 per l’etichetta Kill Rock Stars (la stessa che ha pubblicato anche le Bikini Kill, non a caso), ed è un disco spumeggiante e vitale, incentrato molto sulla sua voce, sul piano e su arrangiamenti pieni di archi. Le difficoltà non sono comunque finite e per pagarsi il tour Nash, che dall’esperienza di GLOW è uscita anche con una rinnovata coscienza del proprio corpo, decide di aprire un account OnlyFans e di finanziarsi attraverso la campagna “Butts for tour buses”, provocazione per alcun* o semplicemente scelta consapevole di un’artista che nel frattempo ha aderito a progetti per insegnare l’educazione sessuale nel mondo dell’industria musicale, per annullare il gender gap nei festival ed è pure andata a protestare davanti agli uffici di Spotify e Live Nation per criticare la ridistribuzione iniqua dei profitti. Insomma, la notorietà internazionale e i passaggi su MTV non possono certo impedire a un’artista del genere di apparire sulle pagine di un blog che professa il suo amore per la musica indipendente, perché Kate Nash indipendente in pensieri e azioni lo è da anni e lo dimostra anche col suo ultimo singolo Germ (acronimo che sta per “girl, exclusionary, regressive, mysoginist”, alternativa al TERF con cui vengono etichettate le femministe transescludenti di cui l’esempio più in vista è la scrittrice J. K. Rowling), dove attraverso un testo denso di statistiche e riflessioni riesce a dimostrare che escludere le persone trans non aiuterà il femminismo e che il vero pericolo, ANCHE PER GLI UOMINI, è la mascolinità tossica.

Nicest thing è l’undicesima traccia di Made of bricks, un brano in cui gli archi accompagnano malinconicamente la voce di Nash mentre enumera le sue aspettative per un amore che, si capisce chiaramente, non è destinato a sbocciare. Un amore finito è alla base anche del racconto di Martina, dove veniamo pian piano introdotti nella nuova routine di una donna, Cristina, e nell’atmosfera sospesa della sua casa dove, fra una birra alle nove e venti del mattino e involtini primavera ordinati per pranzo, si riesce a percepire tutto il dolore che l’autrice lascia abilmente in sottofondo, nascosto nel ricordo di momenti che non ritorneranno: potete leggerlo subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Involtini primavera e riso Shangai, di Martina Ciullo


Davanti al frigorifero Cristina fece un respiro profondo e afferrò la seconda birra della giornata.

Il mercoledì aveva la prima ora in terza D, poi più niente.

Un orario sciagurato, l’aveva definito così a ottobre, mentre mangiava involtini primavera e riso Shanghai da asporto con suo marito.

Adesso, a fine aprile, con l’orario aveva fatto pace e suo marito non c’era più.

Era stata una bevitrice raffinata: sentori di piccola pasticceria, strazianti storie su figlie morte e bottiglie di Barolo sue omonime, percentuali di Pinot grigio e affinamenti subacquei.

Da quando era sola beveva solo birra e superalcolici, ma quelli solo dopo le due del pomeriggio. Durante il viaggio di nozze si erano scontrati con un uomo-sandwich che pubblicizzava “Happy Hour, 5 dollari, 2 pm – 6 pm”. Era rimasto un loro linguaggio segreto per i momenti difficili, si scambiavano una rapida occhiata, poi uno dei due mimava: dalle due alle sei.

Si spostò con la bottiglia sul divano beige, davanti al televisore spento.

Fingeva fosse normale fare ritorno alle nove e venti in quella casa buia dopo aver spiegato la geometria della sfera a dei tredicenni, stapparsi una birra – ah ah, una birra – e poi non fare più niente se non aspettare la fine del giorno.

Non apriva le imposte. Prima vivevano senza mai chiuderle, la casa avvolta in un ciclo di luce perpetua che si affievoliva la sera e li coglieva di sorpresa la mattina.

Lui avrebbe dormito anche con un faro da stadio puntato addosso. «Confessi!», urlava lei, a volte, per svegliarlo. Gli si metteva a cavalcioni mentre un fascio di sole lo colpiva in volto. Lui apriva gli occhi e subito era dentro al gioco: «Agente, posso spiegare…»

Fece ritorno in cucina, prese un’altra birra e se la scolò per intero davanti alla luminescenza grigia del frigorifero.

Devi mangiare, devi mangiare, devi mangiare.

Guardò verso la finestra, ma le imposte chiuse non le furono di nessun aiuto per capire quanta giornata le era rimasta da scontare.

Sentì un ticchettare felpato. Prese i croccantini del gatto e riempì la ciotola.

Suo marito li pesava a inizio giornata e poi li razionava, per assicurarsi che non ne mangiasse troppi. «Adesso siamo solo io e te», aveva detto lei al gatto dopo che lui era morto, «l’era delle restrizioni è finita», e aveva vuotato mezza scatola nella ciotola, facendola strabordare. Il gatto ne aveva mangiate poche, anche lui soffriva il fatto di essere rimasto vedovo. Le crocchette si erano prima seccate e poi ammollate, e lei aveva dovuto spazzarle via.

Con un movimento simile a quello che usava per portarsi la bottiglia alla bocca, controllò l’ora. Le undici e trenta. Come volava il tempo, quando si restava soli.

Compose un numero a memoria.

«Pronto», disse la voce dentro al telefono.

«Sono Cristina», soffiò lei, «mi fai il solito?».

«Involtino primavera e Riso Shanghai», tradusse la voce dall’altra parte, «venti minuti».

«Venti minuti», ripeté lei. Poi riattaccò e attese.

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Racconto in musica 211: Sparare al sole (Soumbalgwang – Sun)

Una delle prime cose a cui ho pensato quando ho deciso di organizzare le vacanze estive in Corea Del Sud è stata “devo trovare qualche locale in cui suonano”. La scena musicale di paesi così lontani ci arriva piena di approssimazione, così come presumo faccia la nostra esportando Laura Pausini in Sudamerica invece di, che so, gli OvO (che comunque un loro successo all’estero ce l’hanno comunque), e volevo scoprire in loco cosa c’è oltre il k-pop e le sigle dei k-drama. Ci avevo già provato in Giappone, e il risultato era stato un concerto pomeridiano in una sala prove con tre band locali e un trio strumentale thailandese (i Faustus): quest’estate ci ho riprovato, informandomi preventivamente sui locali in cui potevo trovare concerti ma, pensa un po’, ad agosto pure lì la maggior parte chiude per ferie. Ma non il Jebi Dabang, nel quartiere universitario Hongdae di Seoul (consigliatissimo come zona dove soggiornare). Non l’Ovantgarde, vicino alla spiaggia di Gwangalli a Busan. All’Ovantgarde ho scoperto addirittura un concerto dei Say Sue Me, fra le prime band protagoniste di questo blog… ma era il giorno prima che arrivassimo lì. Invece il Jebi Dabang organizzava concerti tutte le sere, ma non tutte le sere potevano andarci: quando l’abbiamo fatto siamo scesi al piano di sotto, in una minuscola sala dove, seduto su uno sgabello grosso come una mia chiappa, ho visto… una band che faceva cover di Jimi Hendrix. Bravi eh, ma comunque una cover band. È stato l’unico concerto che ho visto. Insomma, io mi ero fatto certe aspettative, e non sono state esaudite: comunque la prossima volta, se ci sarà una prossima volta, ci riprovo, e stavolta magari mi capita di finire a vedere una band come i Soumbalgwang.

C’è da dire che, oltre che sui locali (qui ne trovate un lungo elenco su Reddit, nel caso capitiate da quelle parti e vi vada della musica dal vivo), mi ero preventivamente informato anche su alcune band, scandagliando le date dei vari posti e andandomi poi ad ascoltare chi ci suonava (un livello di ricerca che fa molto serial killer). I Soumbalgwang, originari di Busan, sono saltati nelle mie orecchie così, e tutto ciò che posso dire su Kang Dong-soo, Kim Seong-been, Ma Jae-hyun e Park Seong-gyu (che è la formazione attuale, vi risparmio i nomi degli ex componenti dato che non vi so dire nemmeno chi suona cosa) è basato sulla loro musica, ché trovare informazioni in coreano non è così semplice. Attivi dal 2016, fanno uscire il primo Ep Huh nel 2019 con l’etichetta Osoriworks (che pubblicherà tutti i loro dischi) e, sarò onesto, non è granché: indie piuttosto blando, un accenno di garage rock nella conclusiva Dance dance e una personalità ancora in formazione. Il primo album arriva l’anno dopo, nel settembre 2020 post-intra-pandemico, e basta arrivare alla seconda traccia Sunshine per capire che Fuze ha una marcia decisamente diversa: il cantato diventa quasi screamo, l’atmosfera è solare ma molto più energica, qualche brano si butta sull’indie-folk ma la maggior parte sembra più prendere ispirazione dal punk hardcore, pur ammorbidendolo molto. Altro anno, altro giro di giostra e altro album: Happyness, flower esce nel 2021 e porta nuovi cambiamenti, mostrando una band pienamente consapevole dei propri mezzi e ancora più fantasiosa. Il quartetto vira sul post-hardcore e si candida ad alternativa coreana agli At The Drive-In che nessuno aveva chiesto ma di cui c’era bisogno, perché la voce è espressiva tanto nei sussurri quanto nelle (abbondanti) grida, le chitarre sono efficaci sia negli incroci melodici che nei momenti noise e basso e batteria fanno un amalgama denso e roccioso che dona energia anche a brani più morbidi come Eve. A questo punto la maturazione sembra raggiunta, il cammino sembra coerente anche nelle sue svolte più rumorose, ma nel 2024 i Soumbalgwang decidono che la luminosità non gli piace più.

Fire & light è l’ultimo disco della band coreana ed è un tuffo in un’oscurità densa, pur ammantata dell’energia affinata con le prove precedenti: l’andamento cadenzato di Black, la drammaticità delle chitarre in Hammer, lo spoken word alternato e/o sovrapposto alle urla di Room sono alcuni esempi del nuovo corso intrapreso, tutt’altro che indigesto e capace di mantenere alta la curiosità per il futuro. E vorrei tanto dirvi anche di cosa parlano i loro testi, qual è la loro visione del mondo e cosa li ha portati all’ultima svolta della carriera ma ehi, in diciassette giorni di Corea ho imparato che per ringraziare l* altr* automoblist* bisogna fare le quattro frecce e poco altro, di sicuro non la lingua e sì, i Soumbalgwang hanno i titoli in inglese ma cantano in coreano: fidatevi e ascoltateli comunque che sembrano dei bravi ragazzi oltre che degli ottimi musicisti.

Sun è la settima traccia di Happyness, flower, forse il brano in cui la carica punk-hardcore dei Soumbalgwang si esprime più chiaramente, due minuti e venti di furia gioiosa che, prendendo spunto dalla traduzione approssimativa del testo, ho provato a trasformare in racconto. L’ambientazione è ispirata al Gamcheon Village, una delle mete più visitate di Busan, quartiere popolare rivalutato attraverso murales e installazioni artistiche che in alcuni punti sembra il classico paese dei balocchi studiato per i turisti e in altri mantiene il suo carattere di luogo che non si sarebbe mai aspettato di entrare nei radar del turismo di massa: pare sia uno dei rari (se non l’unico) esempio di gentrificazione che non ha portato a un’espulsione economica degli abitanti, ma i protagonisti della storia sono comunque giustamente diffidenti verso questo tipo di operazioni e potete leggere le loro azioni e reazioni più in basso, subito dopo il brano e il mio augurio di buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Sparare al sole


Dicono tutti che è matto e lo dico anch’io, lo dico da una vita anche se non è che sia al mondo da così tanto, ma abbastanza da capire che se passi le giornate a guardare il sole o a indicarlo col dito o a urlargli contro allora con la testa tanto non ci stai. Lo dicono gli anziani, lo dicono i giovani, lo dicono quelli che si mangiano i soldi con le scommesse e poi si lamentano che a lui lo mantiene lo stato, che pure è vero e magari mantenessero me così, lo dice anche mio papà che è uno rispettoso e gentile ma quando si tratta di lui il massimo che riesce a dire è che be’, ci tiene lontano i turisti almeno da qua, che se no questa scalinata ce la troveremmo intasata di gente sudata col telefonino in mano.

(Ricordo che ci passavo le serate con mio nonno su quei gradini. Guardavamo le stelle tutti insieme, io, lui e i vicini, il matto no perché lui ce l’aveva solo col sole. Nonno aveva fatto la guerra, mentre guardavamo le stelle tirava fuori sempre gli stessi aneddoti, sempre e solo di notte e sempre e solo su quella gradinata. Quando gli chiedevo qualcosa durante il giorno si limitava a dire che per un po’ sembrava che avrebbero vinto gli altri, poi sembrava che avremmo vinto noi e poi si era finito così come s’era iniziato. Se non era notte e gli chiedevo se ne era valsa la pena mi diceva oooh, certo che sì!, poi indicava le case attorno e non aggiungeva altro).

Dicono che è matto e se ne sono accorti tutti, è finito anche su Internet e adesso da fuori dicono che ci fa fare brutta figura, che dovrebbe stare in una struttura, che il quartiere non è adatto per la sua situazione, ma è il nostro matto e a noi di fare brutta figura non ci interessa perché mio nonno faceva fare brutta figura, mio padre fa fare brutta figura e anche io faccio fare brutta figura se sto fuori da qua, dove invece sono una figurina da attaccare sull’album del cazzo di qualcuno che ha deciso che le nostre case sono caratteristiche e che siamo l’anima di un paese a cui non gliene è fregato mai niente di noi. E allora il nostro matto ce lo teniamo e ce lo coccoliamo, gli facciamo scudo attorno e siamo disposti anche noi a sparare al sole quando verranno a prenderlo, se ci verranno, se avranno il coraggio di presentarsi a dirci cosa dobbiamo fare ancora una volta. Che poi mica ce l’hanno il coraggio, no, va a finire che spaventano i turisti e poi quelli mica tornano più, e forse forse potremmo darglielo il nostro matto se servisse a mandarli via perché almeno non mi alzerebbero ancora l’affitto di sta bettola dove abito. Ma vuoi mettere la soddisfazione di non dargliela vinta?

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Qualche domanda sulla scrittura, parte cinque: Mariana Branca e Luca Giommoni

Tremila Battute ha compiuto cinque anni! Come festeggiare? Un grande regalo di compleanno ce lo ha fatto il Circolo Masada, che fino a giugno 2026 ci ospiterà una volta al mese per parlare con autor* della rivista delle loro pubblicazioni, dei loro racconti e, ovviamente, di musica e letteratura (tenete d’occhio le pagine Facebook e Instagram per essere aggiornat* sul calendario): un altro abbiamo deciso di farcelo/farvelo contattando autori e autrici che qui apprezziamo un sacco, facendo loro alcune domande che ci ronzavano in testa da un po’ riguardo al loro rapporto con la letteratura, con la scrittura e con tutto ciò che gira intorno all’ispirazione, al metodo e al modo in cui scrivono coloro di cui abbiamo adorato i libri.

Per questo quinto appuntamento abbiamo contattato Mariana Branca e Luca Giommoni, che hanno gentilmente risposto ai nostri quesiti: qui, qui, qui e qui trovate le puntate precedenti.

Da quanto scrivi?

MB – Da quando ho imparato a tenere la penna in mano, letteralmente. Lo so che suona autoreferenziale e magniloquente, ma ho scritto proprio subito, per esempio la mia maestra di italiano delle elementari ha mandato un racconto che avevo scritto, circa una balena nel lago di Como, a un concorso, non so quale, e ho vinto una sacco di libri di favole. Avevo otto anni. È che mia madre mi faceva vedere le sue foto di quando era ragazza che se ne andava di qua e di là a trovare zii in giro per l’Italia o a lavorare in qualche fabbrica in Germania, e io scrivevo storielle di lei e di balene e altri animali. 

LG – Da bambino inventavo storie a fumetti. Creavo dei veri e propri albi originali di Batman, l’Uomo Ragno, Dylan Dog e Nathan Never. Curavo tutto, dalla sceneggiatura ai disegni, dalla copertina alla quarta di copertina, dall’impaginazione alla rilegatura, fino alla vendita a parenti e amici di scuola.
La migliore cliente era mia zia.
Ho iniziato a scrivere intorno ai vent’anni, dopo una scommessa con una mia amica su chi avesse scritto un racconto preciso almeno quanto Arabia di Joyce.
Ho perso miseramente ma non ho più smesso di scrivere.

Quando hai pensato la prima volta “sono brav*” a fare questa cosa?

MB – Mai, cioè non penso “sono brava”, ma all’improvviso, rileggo qualcosa che ho scritto e mi viene un colpo, il battito accelera, comincio a sudare là seduta sulla sedia o in metropolitana, mi viene un sorriso ebete sulla faccia e se c’è gente intorno spero che nessuno se ne accorga (del sorriso e del sudore).

LG – Ho sempre provato a non pensarci troppo, anche se non sempre ci riesco.
Tutte le mie pubblicazioni cartacee le tengo ben nascoste in un cassetto così da non incrociarle troppo, cadere in tentazione e dirmi: “Va be’, dopo tutto ce l’ho fatta”.
Per me scrivere è un modo per continuare a studiare e conoscere il mondo e, meno male, c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare.

Hai un metodo di scrittura?

MB – Magari. Ho amici che ci provano anche, a suggerirmi un “metodo”, ma alla fine sono sempre scombinata. Confido nel miracolo dell’avanzare dell’età che mi porti un po’ di ordine e metodo, appunto.

LG – Non so, se si tratta di un metodo è sicuramente sclerotico. Parte tutto da un’idea, un inizio o una fine, una frase. Il resto spunta poi su pezzetti di carta o del mio cervello, sulle note nel cellulare, su pagine di libri, su messaggi che mi auto invio. E all’improvviso per quel meraviglioso processo che mi piace pensare come una magica botta di culo tutto prende forma, a volte

Ti è capitato di avere il blocco dell* scrittor* e/o pensare “non ho più un cazzo da dire?

MB – No, se non riesco a scrivere faccio altro, tanto chi mi corre dietro. Quando scrivo è per divertirmi, uno mica si può sentire bloccato a divertirsi? 

LG – Dopo la pubblicazione di un romanzo vivo sempre un periodo in cui penso se avrò ancora la fantasia necessaria, le energie, le aspettative, per scrivere qualcosa che mi diverta e che ritenga altrettanto interessante e originale da essere scritto.
Per ora quel periodo è sempre passato.

Hai una bacheca dei rifiuti modello Stephen King? Se sì (o se no e hai una buona memoria) quanti ne hai ricevuti?

MB – Ne ho ricevuti un bel po’, e resto lì a immaginare la scena dove io discuto con la persona che mi ha scartato per capire cosa non andava e perché, ma nella scena non si arriva mai al punto e quindi continuo a chiedermi “cosa ho sbagliato” per mesi e mesi. 

LG – No, come non ho una bacheca dei successi. Ho preso la mia bella quantità di rifiuti, alcuni più sofferti di altri, ma tutti mi hanno permesso di rallentare e chiedermi se volessi veramente fare sul serio.
Molte volte non c’è niente di meglio che ricevere una bella mail di rifiuto ben motivato. Bisogna sempre ringraziare chi si prende del tempo per dire No e per motivare il perché di quel No.

Quale autor* quando lo leggi ti fa pensare “ecco, io non sarò mai così brav*”?

MB – Io leggo molto poco, e quando leggo qualcosa che mi piace ringrazio l’universo che ha mandato in terra una tale sopraffina penna. Perciò penso solo: “Hey tu che hai scritto questa cosa: tivvibbi”.

LG – Scrivere è già un processo complicato, perché complicarlo ancora di più facendo dei paragoni? Credo che l’importante per uno scrittore o una scrittrice sia essere sufficientemente autocritici, avere qualcosa da raccontare e trovare una propria voce per farlo, un proprio stile, che sia credibile.
Per soddisfare la tua curiosità però ti direi molto spesso, quasi sempre, i primi che mi vengono in mente sono: Il buon soldato Sc’veik di Hasek, Le Città invisibili di Calvino, I detective selvaggi e 2666 di Bolano, Trilogia della città di K di Kristof,  McCarthy, ecco, con questi, mi sono trovato impotente.

Qual è il testo che hai pubblicato su rivista, o che magari non hai mai neanche pubblicato,  di cui sei più orgoglios*?

MB – Mi piacciono abbastanza tutti, cioè li ritengo dignitosi e gli voglio bene, anche se oggi li scriverei un po’ diversamente, aggiusterei questo e quello, li accorcerei, starei più attenta alla trama, etc. Non posso sceglierne uno perché i racconti io li penso viventi, e in ascolto, se ne cito uno invece che un altro magari si offendono, non sia mai.

LG – Non me la sento di fare preferenze, loro mi ascoltano e non posso veramente, quindi dirò un racconto che purtroppo non si trova più online, pubblicato dalla rivista La nuova carne. Sì chiama Il tuo bene ed è un racconto preciso almeno quanto Arabia.

Mariana Branca nasce in Irpinia, dove torna quando può, a fare delle lunghe passeggiate nei boschi. Fa lavori diversi che le piacciono più o meno, perciò scrive poco. Quando era piccola scriveva racconti che non faceva leggere a nessuno. Ha continuato a scrivere anche da grande e nel 2022 ha esordito con Non Nella Enne Non Nella A Ma Nella Esse, romanzo finalista della XXXIV edizione del Premio Calvino, pubblicato da Wojtek Edizioni. Ha scritto racconti per riviste come Eterna, Lo Spazio Letterario, Quaerere, Succede Oggi, Turchese, Birò Con L’Accento, Nazione Indiana, Sud, Micorrize e altre. Scrive ogni volta che può, lavori brutti permettendo.

Luca Giommoni (Cortona, 1985) cerca di lavorare il meno possibile, a volte ci riesce, altre volte scrive.
Ha pubblicato racconti in riviste cartacee e on-line, collabora con Confidenze e In fuga dalla bocciofila.
Ha pubblicato, con la casa editrice effequ, i romanzi: Il rosso e il blu – Una comune favola di migrazione e Nero – Il complotto dei complotti.

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Chiudi tutto: la narrazione dell’interiorità in Il pop deve ancora venire di Anna Chiara Bassan e La vita in pugno di Rita Bullwinkel

(foto di Sam J e Cottonbro Studio)

La citazione al contrario del famigerato tormentone di Duccio Patanè, lo svogliatissimo direttore della fotografia di Boris, non è altro che un artificio per fare quel gioco di cui spesso e volentieri abuso su queste pagine: l’accoppiamento di due o più opere che apparentemente non c’entrano nulla l’una con l’altra. Pur essendo entrambe narrazioni collettive infatti Il pop deve ancora venire di Anna Chiara Bassan (prima pubblicazione di STC Edizioni, la casa editrice creata nel 2024 dalla redazione di Super Tramps Club) e La vita in pugno di Rita Bullwinkel (uscito nell’agosto 2024 per Bollati Boringhieri) hanno struttura, stile e ambientazione molto diversi: quello che li unisce però, che è il motivo per cui siamo qui a parlarne insieme (a parte poter fare la citazione di cui sopra), è la capacità di narrare delle storie più attraverso i pensieri dei propri personaggi che attraverso le loro azioni.

Romanzo, raccolta di racconti o qualcosa di completamente diverso?

Nella postfazione a Il pop deve ancora venire Giulio Frangioni, una delle menti dietro ai vari progetti di STC (a cui va aggiunta anche la rivista cartacea Turchese), definisce l’opera prima di Bassan “romanzo a episodi”, motivando la sua scelta in questo modo: “c’è qualcosa nella sua capacità di raccogliere e intrecciare non solo l3 personagg3 che danno vita all’opera, ma le scene, i suoni, le immagini, c’è qualcosa per cui non può essere definito altrimenti che romanzo. Mi obbliga a riconoscerlo come tale”. Io, devo ammetterlo, fatico a considerarlo un romanzo, ma anche l’abusata formula del “romanzo di racconti” mal si adatta a Il pop deve ancora venire. Una semplice raccolta di racconti quindi, collegati attraverso personaggi che continuano ad apparire e scomparire in momenti diversi della loro vita? Raccolta di racconti sì, semplice invece direi proprio di no.

Uno stupro era il mio pensiero più frequente sin da quando l’avevo identificato come quella tra le paure che meritava un’osservazione particolare in virtù della sua accadibilità.

Di certo non mi era possibile dare per scontato una modalità di fronte alle altre. Mi ero fatta un’idea di quali configurazioni potessero essere più plausibili tenendo conto del mio stile di vita e delle mie frequentazioni, ma in fin dei conti, per non saper né leggere né scrivere, avevo continuato a immaginarne molteplici versioni.

Primaverilità

Mi ero segnato questo passaggio di Primaverilità, il racconto (capitolo?) più breve de Il pop deve ancora venire, perché manifesta in maniera esemplare il modo in cui Bassan riesce a giocare con i pensieri di suoi personaggi e ad architettare frasi complesse che riescono a scorrere comunque fluide, segno di un’abilità non comune. Di queste capacità narrative l’autrice fa largo uso, utilizzando la narrazione in tutte e tre le persone singolari, incastrando le varie vicende in modo da rendere al meglio le complessità di ogni personaggio (ora vittima, ora carnefice) e piazzando qua e là anche svariati “easter egg” che la postfazione svela solo in minima parte, abbastanza da farci dedurre la complessità di un’opera che, rimanendo anche solo sulla superficie, è prova di grande talento.

La mia carne, all’ultimo battito di palmi, è subito in piedi e si sta rivestendo. Lui si stranisce: «Di già? Non rimani a dormire. Non rimani mai».

«Vero».

«Perché?»

«Dormire e scopare sono pulsioni opposte».

«Dove l’hai sentita ‘sta cazzata?»

«È Kundera».

Mi guarda livido. La citazione di per sé sarebbe anche stata ai limiti del banale, ha tuttavia sortito l’effetto di farlo sentire ignorante. L’ho ferito, è una cosa che mi potevo risparmiare. Accenno una riconciliazione incerta, specifico che è stato involontario, e nel farlo mi avvicino. Al che lui si scosta, striscia il cuscino sotto la pancia, col respiro mima l’inizio del sonno. Fa ciao con la mano dietro la schiena.

«Sei un bambino», gli sussurro, senza cattiveria, dandogli un bacio sulla guancia libera.

Linea

Ma di cosa parla Il pop deve ancora venire? Di un gruppo di persone perlopiù irrisolte, delle loro relazioni, delle manie e fobie che li contraddistinguono, delle loro difficoltà nel restare al mondo e di come a volte la crudeltà verso l* altr* sia l’unico modo che trovano per riuscire a definirsi. È un giro in una giostra che gira continuamente nel tempo, in un modo talmente frenetico che non si può trovare un punto di ancoraggio da definire “presente”, rendendo pertanto impossibile parlare anche di passato e futuro: vediamo Biagio assistere a un suicidio e subito dopo siamo dentro la sua testa mentre, bambino, si appresta a una visita dal dentista; conosciamo Agata dall’immagine che ha di lei la ragazza con cui ha un appuntamento, per poi finire il libro con la storia della sua “iniziazione”; vedere un giovane Fabio aguzzino in Prole atta espiata stride con quello che eravamo portati a pensare di lui solo poche pagine prima, quando da amico responsabile sprona Guido ad affrontare la sua ex fiamma che si sta sposando, Sveva, la stessa che in Imparare una lingua fa da mentore su come si fa un pompino alla compagna Greta, che poi… o era prima?

Mettiamo pure il caso che, contro ogni previsione, estranea a me stessa, fossi riuscita a guardarti negli occhi e parlarti chiaramente, comunque non avrei ottenuto questo risultato. Non solo perché sono una sconosciuta, ma perché tu avresti di certo pensato che io volessi litigare, farti una scenata, chiamare la polizia o altro. A tua difesa, il contesto giustificava questa interpretazione: nella nostra corsa di cinque fermate ho provato più volte a sottrarre la mia schiena dalla pressione del tuo ventre e, soprattutto, a sottrarre il mio culo dal contatto con la tua erezione, mentre mi ruminavi sul lobo i tuoi come ti chiami? di dove sei? E i bella, bellissima (che esagerazione poi). Comunque, il sovraffollamento ha giocato contro di me e in tuo favore: ti è bastato far aderire più saldamente il tuo cazzo al mio solco intergluteo per non perdere l’incastro. Ti ho anche detto un paio di «Basta…» che però, come anticipavo, non erano che miagolii. Insomma, anche se ti avessi parlato, non mi avresti seguita.

Quindi ti ho preso per mano e a questo punto della trama ci siamo noi, io e te, una di fronte all’altro, a una fermata della linea B.

Primo amore

Questo è il punto in cui, di solito, mi riservo di parlare dei difetti, e Il pop deve ancora venire non ne è esente. Non è tanto che tutti i personaggi hanno una vita interiore decisamente complicata e feconda di pensieri, perché anzi Bassan riesce a (di)mostrare con naturalezza che avere il caos nel cervello è un problema piuttosto comune, quanto che i loro pensieri arzigogolati (fin troppo in alcuni punti di Amenti), quando ci vengono mostrati attraverso la prima persona singolare, tendono a essere esplicati con una padronanza di lessico che li fa assomigliare a tant* piccol* David Foster Wallace. E lo so che abuso nel citare il buon DFW, ma devo utilizzarlo ancora per parlare della sindrome del “guarda mamma senza mani”, quella per cui si fanno le cose complicate solo per il gusto di far vedere che si è capaci di farle, perché in queste poche righe potreste aver avuto l’impressione che l’esordio di Bassan sia uno di quei libri lì, con una bellissima idea di fondo ma che alla fine alimenta più l’ego di chi l’ha scritto che la mente di chi lo legge: e la risposta è no, Bassan ha talento e le piace mostrarlo, qualche volta si incarta nei ragionamenti e devi rileggere una frase per capirne bene il senso (capita molto raramente), ma chi ha la capacità di scrivere un racconto come Primo amore per me può guidare a testa in giù con un vestito da tigre indosso e io non avrò esitazioni nel salire a bordo. Salite anche voi.

P.S. Potremmo parlare a lungo anche del fatto che il libro di Bassan è accompagnato da un’Ep dei Tare, ascoltabile tramite QRCode stampato all’interno, in cui alle musiche della band si accompagnano frammenti dei racconti (capitoli?) letti da svariate voci (fra cui quella di Carlo Zulian dei Bruuno, che qui conosciamo bene), ma preferiamo lasciar parlare la musica, dilungandoci solo per fare un plauso a questo tipo di operazioni.

I pensieri feriscono più dei pugni?

Di Rita Bullwinkel abbiamo già parlato su queste pagine in merito a Lingua nera, una raccolta di racconti che ci aveva folgorato nel 2021 (anche se la sua uscita è del 2019). Allora la “materia di studio” di Bullwinkel erano i corpi, e si potrebbe supporre sia dal titolo del suo primo romanzo, La vita in pugno, che dall’ambientazione dello stesso, un torneo di pugilato di due giorni a cui partecipano le otto migliori pugili juniores degli Stati Uniti, che abbia continuato su quella strada: niente di più sbagliato, perché mentre le atlete si sfidano sul ring quello che interessa raccontare all’autrice non sono tanto i colpi che si scambiano, ma ciò che succede nelle loro teste.

La madre di Andi non sa nemmeno cosa sia la coppa Figlie d’America. Andi ha ritenuto che fosse troppo complicato spiegarlo al fratellino e alla madre. Loro sanno che combatte in una palestra locale, perlopiù con ragazzi, ma non sanno che è brava, abbastanza brava da aver battuto un centinaio di altre ragazze della regione per andare a combattere in uno Stato in cui non è mai entrata prima. Sbuffando come un toro Andi siede sullo sgabello di legno in attesa dell’inizio del secondo round. Non è mai stata brava negli sport di resistenza, nonostante tutti le abbiano sempre detto che il suo corpo sembra fatto apposta per quelli.

Nessuno può sapere in cosa è bravo un certo corpo a meno che non si trovi al suo interno.

L’andamento del romanzo è scandito dai match che si susseguono per due giorni nel Bob’s Boxing Palace di Reno, la “piccola Las Vegas” al confine fra Nevada e California, ma, a partire dalla descrizione del palazzetto anonimo e dimesso in cui si svolge, la Coppa Figlie d’America viene sistematicamente privata di tutta l’aura di importanza da Bullwinkel. Se il fulcro della cronaca sportiva, e di quella pugilistica in particolare, è quello di rendere la sfida molto più di un semplice incontro fra due individui, l’autrice qui sembra fare esattamente l’opposto: attraverso continui flash forward ci mostra il futuro delle atlete, e nessuno prevede dei guantoni nelle mani; il pubblico viene descritto come sparuto, distratto; i giudici sono tutto tranne che dei professionisti, e gli allenatori sono lì più per vacanza che perché credono nel valore delle loro pugili. Eppure, nonostante questo contesto sconfortante, La vita in pugno riesce ad appassionare attraverso il metodo meno scontato: facendoci entrare nella testa delle pugili, mostrandoci i loro pensieri e i loro ricordi fra un round e l’altro, fra un colpo andato a segno e un occhio nero da dover gestire.

Rachel aveva una teoria sugli altri esseri umani: le persone sono spaventate da ciò che per loro non ha senso ma che non possono, per quanto ci provino, evitare. Per questo motivo Rachel ha cercato di vivere la sua vita nel modo più spaventoso possibile, vestendosi da uomo e da animale. Aveva un cappello di procione alla Daniel Boone che indossava ovunque, e funzionava abbastanza bene. È sorprendente il potere che può dare un cappello strano.
E Kate Heffer era la persona ideale su cui applicare la logica del cappello strano. Kate Heffer aveva un sacro terrore dei cappelli strani. Rachel Doricko avrebbe voluto indossare il suo cappello strano adesso e girarlo in modo che la coda di procione fosse davanti e potesse mettersela in bocca e masticarne il cuoio marcio e sbrindellato mentre fissava Kate Heffer dall’altra parte di quel piccolo spazio che era il ring.

Invece di farci fomentare con la grandiosità del contesto, con l’epica della battaglia, Bullwinkel ci avviluppa in questa due giorni di pugni e sudore attraverso l’empatia con le atlete. Mentre la trama prosegue incontro dopo incontro – le eliminatorie il 14 luglio, le semifinali e la finale il 15 – noi impariamo a conoscere qualcosa dello stile di ognuna di loro, delle motivazioni, ma anche dei traumi irrisolti che si portano dietro e che magari stanno solo in un angolino del cervello, ma sono comunque parte integrante di ciò che le ha portate a confrontarsi su quel ring per giocarsi la possibilità di essere la pugile juniores più forte degli Stati Uniti. Anche in questo entrare continuamente nella testa delle atlete l’autrice gioca la carta dell’anti-climax, perché lo stile del romanzo è perlopiù freddo, espositivo: un continuo rimpallarsi di situazioni, il ricordo di un bambino morto in piscina alternato a un pugno andato a segno, la visione futura di una delle pugili che diventa organizzatrice di matrimoni alternata alla sua ambizione di recuperare un round di svantaggio. Dovrebbe funzionare sulla carta? No. Funziona? Sì.

Il brutto di essere sotto di un round contro una cugina più piccola che ha un labbro viola è che la situazione non convince nessuno. Izzy Lang è seduta dentro di sé in questo sesto round e assapora il brutto di essersi messa nella condizione di aver bisogno di una rimonta. Sente le spalle tremare. Izzy non riesce a capire se sta tremando, piangendo o è solo nervosa. L’orrendo labbro e gli occhi di Iggy sono incollati su di lei. Izzy è una pugile migliore e più abile. Izzy avanza spingendo Iggy contro la corda del ring e la colpisce così tante volte che il round finisce quasi nello stesso momento in cui è iniziato. In questo round Izzy mette a segno colpi alla testa, allo stomaco, alle braccia, al costato, e colpi che si incurvano verso l’alto e poi scendono come un coltello che si fa strada in un pezzo di formaggio.

Non so come possa essere recepito un libro del genere da qualcuno che pratica pugilato. Qualche anno fa ho scritto un racconto su un tennista, un flusso di coscienza in prima persona dei suoi pensieri strampalati mentre cerca di non buttare via l’ennesimo match a causa della sua proverbiale follia (avevo preso spunto da alcune mattate del da poco ritirato Fabio Fognini), e un amico che gioca a tennis lo ha trovato irreale, quasi fastidioso: un tennista, mi diceva, mentre gioca non ha tempo di fare tutti questi pensieri. Potrebbe essere un difetto del libro questo ingigantire il mondo interiore delle atlete, e a questo va aggiunto che la formula, innovativa e piacevole all’inizio, tende un po’ a mostrare la corda man mano che si prosegue la lettura: arrivati alla fine però non si può non voler bene a Artemis Victor, Andi Taylor, Kate Heffer, Rachel Doricko, Iggy Lang, Izzy Lang, Rose Mueller e Tanya Maw, eroine di una gara che nessuno ricorderà, nemmeno alcune di loro, ma protagoniste di un momento importante nonostante la sua banalissima normalità.

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Racconto in musica 210: Teschio (Sebadoh – Skull)

Io una volta ho ascoltato i Rancid su Radio Deejay. Più di una volta in realtà, e non escludo che al pomeriggio il dj Nikki li passi ancora adesso, molto probabilmente con la stessa canzone di allora: Time bomb. Erano gli albori della mia formazione musicale, ascoltavo la Rock Hit e, tramite il fascino per le classifiche che tuttora mi contraddistingue (e che forse è il motivo per cui l’algoritmo su Google continua a pensare che mi interessi qualunque lista compilata da Quentin Tarantino anche se non apro MAI quegli articoli), scoprivo generi che ho ascoltato per anni e in parte ascolto tuttora. Ai tempi non capivo l’eccezionalità del passaggio radiofonico di una band punk che normalmente viene tenuta lontana anni luce dall’airplay radiofonico, perché i Rancid non sono mai diventati famosi e rispettabili come Offspring e Green Day, ma se la sono giocata piuttosto nel campionato dei NOFX e dei Bad Religion, band dall’enorme successo internazionale che sulle radio commerciali venivano e vengono tuttora trattate come fenomeni di nicchia. E questa potrebbe essere comodamente un’introduzione su come si stava meglio prima, sul modo in cui il Sistema ci controlla attraverso la musica, su quanta era bella la musica di una volta… e invece a me Time bomb faceva cagare. Non l’ho mai sopportata lungo gli anni in cui veniva ficcata a forza in tutte le playlist delle discoteche rock, e ringrazio i Rancid per aver fatto canzoni molto migliori di quella. Nello stesso periodo in cui i Rancid mi si palesavano alle orecchie in quella che pensavo sarebbe stata la prima e ultima volta nella mia vita, però, c’era anche un’altra canzone che ha sedimentato in un angolino della mia testa, un brano che se non ricordo male arrivò addirittura al primo posto della Rock Hit (Time bomb stazionava stabilmente nelle parti basse nelle poche settimane di presenza) suonato da una band di cui persi le tracce subito: era Natural one dei Folk Implosion, e grazie al ritorno su queste schermate di Alessio Barettini scopro che dietro quella canzone c’era Lou Barlow, protagonista questa settimana coi suoi Sebadoh.

Di Alessio abbiamo raccontato ormai vita e miracoli, visto che di Tremila Battute è una colonna da anni (qui, qui, qui, qui e qui potete trovare i suoi racconti precedenti). Classe 1976, insegnante di Storia e Italiano in un liceo artistico, oltre a vari articoli e racconti online (ultimo questo su Nazione Indiana) ha pubblicato due libri, uno dedicato all’Inventario letterario del mondo di David Bowie (Le Mezzelane, 2024) e l’altro al Consorzio Suonatori Indipendenti, una storia (Arcana, 2025). Appassionato di musica da sempre, Alessio è il collaboratore ideale e non per niente con questo racconto diventa recordman di presenze su Tremila Battute: il guanto di sfida è lanciato, raccoglietelo!

Questo è uno di quei giorni in cui lascio il testimone per la presentazione della band, per cui non vi beccherete una delle mie immense sbrodolate ma sarà Alessio a parlarvi della carriera dei Sebadoh.

“Band seminale del mondo indie-rock, pionieri della bassa fedeltà, i Sebadoh si formano dalle parti di Boston nel 1986 grazie alle intuizioni di tre musicisti, due dei quali costituiranno la formazione base dell’attuale formazione, anche se l’ultimo lavoro in studio risale al lontano 2019.

I due genietti del lo-fi sono Lou Barlow, voce, chitarra, composizione, bassista della prima e dell’ultima ora di un’altra band centrale della scena di Boston, ovvero i Dinosaur Jr. di J Mascis, dai quali Lou si stacca per alcuni anni a causa di forti divergenze con il frontman, e Jason Lowenstein, musicista eclettico, bassista qui ma attivo musicalmente anche altrove.
Come lo stesso Barlow, che ha al suo attivo numerosi progetti: Sentridoh, Folk Implosion e diversi altri lavori solisti rigorosamente lo-fi.

La produzione dei Sebadoh è eclettica anche se non imponente, anche a causa delle varie collaborazioni dei suoi musicisti. I primi album, che risalgono alla fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 sono ruvidi, con costruzioni musicali brevi e incisive, con incursioni nel punk e nell’hard-core, in anni che li vedono spalleggiare i Firehose dal vivo. Ma la vena creativa di Barlow si espande ancora e già con Bakesale e Harmacy, i due album successivi, usciti nel ’94 e ’96, si trovano molte ballad accompagnate dalla calda voce di Lou, che già si era fatto notare con alcune perle negli album precedenti, canzoni come Brand New Love, Soul & Fire e Let Tomorrow Bee, che restano dei capisaldi della loro intera produzione. L’aspetto lo-fi rimane, pur facendosi più variabile, tendenza alla ricerca, questa, che sarà centrale anche in tutti gli altri lavori di Barlow. La band si scioglie dopo l’uscita di Sebadoh, per poi riunirsi diversi anni più tardi e dare alle stampe altri due lavori negli anni ’10.

Sebbene la band non abbia avuto particolare fortuna qui da noi (qualcuno li conosce soltanto perché un certo Kurt Cobain ha indossato le loro magliette in diverse occasioni), i Sebadoh restano centrali per la scena lo-fi. Le canzoni, alternativamente scritte da Barlow e Lowenstein, parlano spesso di amore, relazioni, ma anche droga, disagio giovanile, e a quest’ultimo proposito vale la pena di recuperare il film Kids, diretto da Larry Clark, vero e proprio cult con Barlow alla colonna sonora a firma Folk Implosion. Il singolo Natural One raggiunse un onorevole 29esimo posto nella classifica Billboard.”

Skull è la settima traccia di Bakesale, una canzone per cui la definizione perfetta è quella di uno dei commenti al video su YouTube: “quando la Sub Pop dominava il mondo e il college rock significava qualcosa”. La ruvida delicatezza della canzone e le immagini evocate dalla voce di Barlow sono state trasformate da Alessio in una storia dai contorni onirici, un breve viaggio nei ricordi che sa di percorso iniziatico. Potete farvi trasportare nella sua atmosfera sospesa subito dopo il brano che l’ha ispirata, e ovviamente è consigliato tenere le note stesse in sottofondo: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Teschio, di Alessio Barettini

Ritornare è sempre lasciare i propri panni odierni ed immettersi in quelli dell’investigatore dell’anima, meglio se appariscenti, così da ingannare i picchi della nostalgia con un trucco da fiera di paese. Camminare lentamente per il luogo reso unico dal tempo e dal destino, osservarne i contorni oggi più sfumati, è come immedesimarsi nel cacciatore pronto a veder apparire dalla polvere il tulpa dimenticato nella luce lunare che tutto livella.

Il passo morbido disegna un arabesco, il centro di controllo fa combaciare il tuo io di ieri con quello di oggi, scoprendo che le sagome non coincidono né coincideranno, che fra le due una fessura ha lasciato entrare muffa e storia. Proprio lì, fra il legno della crescita interiore e il cemento della memoria.

Proseguire nella tua ricerca personale, una volta datane per scontata la naturale contraddizione, è come immettersi nei panni del prestigiatore. Procedere con la tua camminata pura, fingere disinteresse per il dettaglio e quindi fermarsi davanti a esso in tacita resa, guardando dritto negli occhi la paura per accorgersi che coincide con la tua gioia più grande.

Infine, ricordare di pulirsi le scarpe prima di uscire.

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Racconto in musica 209: I tre giorni del cazzo (Manlio Maresca – A volte la vita è brutta ma prima o poi arriva sempre il momento peggiore)

Ci sono generi su cui le cose che ho da dire possono stare su un fazzoletto. Forse su tutti i generi le cose che ho da dire potrebbero stare su un fazzoletto, ma se te le cavi con la supercazzola puoi dare l’impressione di saperne di più e boh, vai a capire dove inizia la competenza e dove finisce la sindrome dell’impostore, che da metalmeccanico prestato alla critica musicale il confine mi è sembrato sempre troppo labile per aver voglia di capire dove andrebbe piazzato. Ma sul jazz davvero so poco e niente. Mi affascina e mi respinge al tempo stesso, esplorandolo in alcune sue varianti, dalla chitarra di Django Reinhardt nella prima metà del 900 ad album come The shape of jazz to come di Ornette Coleman, anno 1959, e A love supreme di John Coltrane, anno 1965, cui aggiungere rade frequentazioni con Miles Davis e con le cose pazze mischiate al grind di John Zorn (istigato in questo caso dall’inizio del film Funny games). Quindi se mi trovo a parlare di jazz quelli sono i riferimenti che posso usare, limitanti, limitatissimi, ma oggi sono qui a parlare di un musicista che fa jazz e che è pure incasellabile, almeno per la limitata conoscenza musicale che ho io del genere e della teoria musicale in generale, ma avevo promesso quasi un anno fa che avrei scritto un racconto su una canzone di Manlio Maresca e le promesse vanno mantenute, soprattutto quando le fai con sincera convinzione.

Classe 1977, Maresca (di cui potete ascoltare qualcosa qui, tanto per farvi un’idea della sua musica mentre io provo a spiegarla male) era un nome che era passato attraverso le mie orecchie anche prima di conoscerlo personalmente ma vai a capire quando, come, perché e se per caso legato ad altri folli della scena sperimentale romana come i Vonneumann. Sta di fatto che era un nome, appunto, non una musica, e la musica che mi sono trovato di fronte vedendolo esibirsi alla libreria El Topo di Roma (che vi consiglio caldamente di frequentare) è incatalogabile. Performance solista chitarristico/elettronica fondata su glitch e presumo sul fare esattamente quello che non ti aspetti quando non te lo aspetti, che è quello che ho poi scoperto essere più o meno il sunto dell’ultimo disco L’importanza inderogabile del mio rendez-vous (Record Y, 2023), è entrato di diritto nella top 5 dei concerti più strani della mia vita assieme a Xavier Iriondo che pesta le corde della chitarra con un batticarne mentre guarda con occhi a palla il pubblico, un tizio di cui purtroppo non so come recuperare il nome in un centro sociale nell’hinterland milanese che faceva musica elettronica in passamontagna con effetti e registratori a cassetta (e che a un certo punto è sceso anche a pogare fra il pubblico), il chitarrista himalaiano Tashi Dorji che spippola le corde per mezz’ora in apertura ai Godspeed You! Black Emperor e gli indonesiani Senyawa che fanno sperimentazione vocale su base di strumenti autocostruiti (e rimangono fuori le Hyper Gal, per dire). Maresca non è però solo questo, ma un jazzista dal curriculum lungo così (non aggiornato) che ha fondato un botto di progetti (con gli Andymusic ha esordito accompagnando Remo Remotti), esplorato a ogni disco approcci diversi, si è trasferito a Berlino per qualche anno e vai a capire se l’amore per l’elettronica strana gli è nato lì o se era qualcosa che sarebbe successo comunque perché in qualche direzione nuova la sua musica doveva andare. E io per descrivervela quella musica dovrei utilizzare i pochi ascolti del genere che ho, Ornette Coleman nello scambio fra fiati nei due dischi coi Manual For Errors (Hardcore chamber music del 2016, pubblicato da Jazz Engine, e Noisy games del 2020, pubblicato da Auand), Django come nume tutelare della sua fantasia chitarristica in Heavydance, l’album con gli Andymusic del 2014 (sempre Auand), ma che ci provo a fare che già Coleman usava due sax e non un sax e una tromba? E tutta la produzione musicale precedente, coi Neo e gli Squartet? Facciamo che fate voi, mi fido, una canzone la trovate qua sotto e il link per altre ce li avete: fatelo per me e anche per lui, che fra l’altro è una gran bella persona.

A volte la vita è brutta ma poi arriva sempre il momento peggiore è l’ultima traccia di Noisy games, sei minuti e mezzo di andamento mutevole, corse e rallentamenti, zoppichii e false incertezze che, se vogliamo appioppare una metafora che ben calza con il titolo della canzone, esemplificano perfettamente le difficoltà crescenti con cui ci troviamo ad avere a che fare nella vita… però con un gusto ironico e scoppiettante, che ti porta a sorridere anche quando sei nella merda fino al collo. Nel racconto che mi ha ispirato la canzone due persone parlano al bancone del bar, e una delle due non è messa benissimo: come ben esemplificato dalla famosa legge di Murphy però le cose possono anche andare peggio, e per scoprire come non vi resta che andare un po’ più in basso, subito dopo il link alla canzone e i miei auguri di buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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I tre giorni del cazzo

«…così inizio a tagliarle a metà, con le tenaglie, col capo che già mi guarda male perché lui diceva che me lo aveva detto che erano troppo grosse per entrare dove dovevano entrare, e cerco di fare in fretta mica che poi trova un altro motivo per darmi contro e non rinnovarmi il contratto. E indovina un po’?»

«Cosa?»

«Figa ti ho detto indovina, fai uno sforzo almeno».

«Boh. Ti ha detto che non andavano tagliate e che hai fatto di testa tua?»

«È venuto fuori che c’era una direzione in cui tagliarle. Che avevano un senso, e io mica ho guardato. Le ho mandate avanti, le hanno levigate e solo dopo si sono accorti che metà erano da buttare, e non avevamo neanche il materiale per rifarle».

Fa una pausa, beve un sorso di birra.

«E poi?»

«E poi?»

«Eh, e poi».

«E cosa vuoi che è successo? Ero lì da meno di un mese, l’ultima ruota del carro, e da ieri sul carro neanche ci sto più. Mi hanno contestato anche la perdita di tempo di chi le ha levigate, che però un’occhiata poteva darcela pure lui».

«Ma figa».

«E questo era due giorni fa. Non mi ha detto niente nessuno per il giorno dopo, così alla mattina timbro e tutto, poi dieci minuti neanche che ho iniziato arrivano e mi dicono che il contratto non è stato rinnovato, che c’è stato un problema di comunicazione fra me l’azienda e l’agenzia e blablabla e mi rimandano a casa. E indovina un po’?»

«Eeeeee cos’è un quiz? Cosa vuoi che ne so, t’è andata a fuoco la casa?»

«Magari. Doveva essere vuota, e invece quando entro sento dei rumori».

«C’hai trovato i ladri?»

«Ora ti sei preso bene col quiz eh? No, i rumori arrivavano dalla camera da letto. Risatine, sospiri, tutto quel campionario lì».

«Cristo».

«Già». Beve un sorso di birra. «Che poi erano sei mesi che scopavamo, ma sono comunque sei mesi buttati nel cesso. La sua roba invece l’ho buttata dalla finestra, dovevi esserci. Proprio quelle scene da film, secondo me qualcuno ha anche filmato e mi trovi sui social».

«Beh se l’è meritato». Avvicina il bicchiere per un brindisi. «Ora capisco perché c’avevi voglia di bere».

«Eh no». Scuote la testa. «Questo era ieri, e io ti ho chiamato oggi».

«E cosa è successo d’altro?»

«Sono andato dal dottore, ha detto che voleva vedermi». Indica con un cenno della testa il bicchiere. «Quella birra è analcolica».

«Noooooooo».

«Eh sì». Beve un sorso di birra. «Sono incinto».

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