Introspezione ed energia nel concept album Picturesque degli Amalia Bloom

Una mattina qualunque, al centro di un incrocio, una ragazza cade improvvisamente dalla bicicletta. Si forma un capannello di gente, fra curiosi e conoscenti, ognuno perso nei propri pensieri e con questi allo stesso tempo veicolati da quanto appena successo: scattano così riflessioni sulla vita e sulla morte, sulle scelte non fatte e sul tempo che ci rimane per invertire la rotta.

È questo lo stratagemma che gli Amalia Bloom utilizzano per legare insieme le canzoni di Picturesque, il loro secondo disco pubblicato il 13 maggio da Engineer Records. Immaginando le reazioni all’evento degli abitanti di una città di provincia come la Vicenza da cui provengono, la band composta da Tommaso Capitello (voce), Ettore Pernigotti (seconda voce e chitarra), Federico Ceretta (chitarra e cori), Antonio Donà (basso) e Stefano Rigo (batteria) crea una sorta di flusso di coscienza su un tema non nuovo ma su cui l’umanità probabilmente non smetterà mai di interrogarsi: il nostro rapporto con la morte e, pertanto, l’inevitabile confronto con ciò che stiamo facendo della nostra vita. Lo fanno sfruttando un genere, l’emocore, che con questo tipo di riflessioni ha un rapporto privilegiato (consiglio a tutti di leggere cosa racconta del The black parade dei My Chemical Romance il giornalista musicale Hanif Abdurraqib nel suo libro Finché non ci ammazzano, di cui vi avevo parlato qui), ma lo condiscono con un piglio spesso hardcore e una voce che passa facilmente da momenti melodici a sfoghi screamo.

Il filo conduttore dell’album è affrontato allo stesso tempo in maniera approfondita e limitante. Vengono esplorati vari punti di vista, da quello di chi di fronte alla morte capisce che deve vivere il momento (Violet) a quello di chi invece non riesce a smuoversi da una sorta di apatia che lo spinge ad adeguarsi alla folla (At a crossroads), ma sono tutti pensieri che riflettono una profonda sensibilità: ciò che manca è la prospettiva di chi, anche di fronte a un evento che dovrebbe fargli scattare qualcosa dentro, tira dritto senza porsi domande, di chi è perso nel ritmo sincopato e confuso del mondo moderno evocato in Whimsical. Se i testi sembrano ruotare un po’ sugli stessi elementi (in maniera, va rimarcato, comunque molto abile), la musica riesce invece a brillare per varietà.

La voce di Capitello è sicuramente l’elemento di spicco della band, in grado da sola di cambiare completamente l’atmosfera di un brano passando da un tono intimo a grida che esprimono rabbia e sofferenza insieme. Ascoltatela in Sleeping beauty, uno degli episodi migliori del disco, un brano che non inventa niente di clamoroso ma che riesce a trovare un equilibrio perfetto fra momenti melodici e sfoghi urticanti, un risultato a cui contribuisce la grandissima coesione fra tutti gli elementi della band. Picturesque è un album maturo e consapevole, caratterizzato da una forte personalità che mischia sapientemente l’emopunk di matrice statunitense a derive hardcore (At a crossroads su tutte) che sfiorano a volte il metal, gli arpeggi riverberati della chitarra con il doppio pedale della batteria. Emblematico di questa cura è il finale di Memorial, con un ritmo lento e incalzante che già di suo fa drizzare le orecchie ma su cui gli Amalia Bloom costruiscono una stratificazione di voci, fra cori e controcori, che non è creata per essere esibita come pezzo di bravura ma semplicemente come elemento necessario a creare l’atmosfera… Ed è questo, secondo me, uno degli elementi che divide una band consapevole di sé stessa da chi deve ancora trovare la propria strada: la capacità di mettere la musica davanti al proprio ego, di creare opere complesse perché così devono essere e non per vantarsi della propria abilità.

Picturesque è un disco che convince appieno a livello musicale e un po’ meno a livello narrativo, ma scavando un po’ più in profondità anche questo secondo elemento assume valore così com’è: siamo oberati da narrazioni che ci vogliono divisi, incapaci d’empatia, e che una band concepisca, in maniera solo fino a un certo punto innocente, che la maggior parte delle persone che vede una ragazza cadere dalla propria bicicletta (per poi rialzarsi, come ci viene svelato nel finale) riesca a fare di questo evento non così eccezionale uno spunto di riflessione evidenzia, per me, una certa fiducia nel genere umano che va coltivata. Continuate così!

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Racconto in musica 102: La bellezza è verità, ma la vita è anche merda e sangue (Erlend Apneseth Trio – Trollsuiten)

Non è che Tremila Battute voglia diventare una guida turistica, ma un pochetto in giro per il mondo ci siamo andati. Se il Regno Unito e gli Stati Uniti erano tappe ovvie dove portarvi a scoprire nuova musica (e va da sé che siamo andati in lungo e in largo per l’Italia), meno lo erano luoghi come la Finlandia, l’Islanda, la Danimarca o il Lussemburgo: in attesa di andare anche verso posti caldi continuiamo l’esplorazione della fascia nordica dell’Europa, planando in Norvegia con l’Erlend Apneseth Trio.

A guidarci lungo i fiordi è Luca Cassarini, già apparso su queste pagine qualche mese fa. Nel frattempo Luca non se n’è stato con le mani in mano, pubblicando altri racconti sul web su riviste come Liminamundi, Smezziamo e CrunchEd, ma era rimasto in debito con noi di una storia ispirata ad un brano strumentale: eccolo quindi di nuovo qui, a infoltire la lunga schiera di racconti che potete comodamente leggere senza che nessuna parola vi distragga dalla vicenda.

Cercare informazioni su un gruppo norvegese e trovarmi di fronte fra i primi risultati la parola Novara è stato abbastanza strano, ma inserito in un contesto lo è molto meno: la città piemontese, nella cui provincia sono nato, è infatti da anni sede di una rassegna jazz di livello internazionale (Novarajazz appunto, che guarda caso sta proprio per partire settimana prossima), e Erlend Apneseth col suo trio (Stephan Meidell chitarra ed effetti, Øyvind Hegg-Lunde batteria e percussioni) ne è stato ospite nel 2019. Di formazione classica, virtuoso del violino di Hardanger, uno strumento tipico della tradizione norvegese, Apneseth si affaccia sulla scena discografica nel 2013 con il suo primo album solista, Blikkspor, pubblicato dall’etichetta Grappa che, attraverso il marchio Hubro, ha finora pubblicato la sua intera discografia. Negli album solisti emerge il lato più folk del musicista, ma già nel 2016 Apneseth decide di espandere il suo universo musicale e di associarsi con Meidell ed Hegg-Lunde per registrare Det andre rommet, il primo disco sotto il marchio di Erlend Apneseth Trio: quello che ne viene fuori è un connubio sperimentale, che parte dalle suggestioni folk del violino di Apneseth e si fa forza delle ritmiche minimali di Hegg-Lunde e del lavoro chitarristico-rumoristico di Meidell, portando verso atmosfere che lambiscono il jazz per andare oltre e ricordare, in certi punti (tipo in Magma), gli episodi più ariosi della discografia dei canadesi Godspeed You! Black Emperor. Il disco ottiene un notevole successo, fruttando al trio un Norvegian Folk Music Award e una nomination al Spellemannsprisen, che scopro oggi essere la versione norvegese di Grammy.

I tre pubblicano insieme altri tre dischi, Âra (2017), Salika, molika (2019, con il fisarmonicista Frode Haltli) e Lokk, uscito nel 2021, caratterizzato da aperture elettroniche e ritmi esotici che portano avanti il carattere sperimentale del progetto. I musicisti continuano poi a essere attivi singolarmente, e per quel che riguarda Apneseth c’è da segnalare un’altra uscita sempre nel 2021, il disco Slåttesong con la cantante Margit Myhr, una collaborazione caratterizzata dalla… Non collaborazione: quattordici tracce divise fra canzoni in cui è il violino protagonista ed altre in cui è presente solo la voce di Myhr, un esperimento bizzarro ma dotato di un certo fascino.

Trollsuiten è la traccia che apre il primo disco dell’Erlend Apneseth Trio, Det andre rommet, ed è un brano in cui le note dolenti ma energiche del violino sono accompagnate da un sottofondo minimale e sottilmente angosciante, che lascia spazio verso la fine a una rincorsa di alto impatto emotivo. Luca ha tratto da queste note una storia che vede protagonista un clochard, immagini di una notte qualsiasi nella sua vita scandite da una parola che ripete come un mantra: pazienza… Trovate il racconto subito dopo la canzone che o ha ispirato, come al solito: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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La bellezza è verità, ma la vita è anche merda e sangue, di Luca Cassarini

“[…] La bellezza è verità, la verità è bellezza: questo è tutto ciò che voi sapete in terra e tutto ciò che vi occorre sapere.”

(John Keats, Ode su un’urna greca)

Pazienza, biascica il clochard tra un boccone e l’altro, mentre guarda con attenzione il movimento delle persone attorno a lui. Una volta non era un senzatetto, ma una volta era l’incipit delle fiabe e la sua non era una favola. Era il dramma in cui si era trovato suo malgrado, il labirinto oscuro in cui era entrato con una mappa e poi aveva perso l’orientamento. Da qualche parte aveva racimolato del tabacco stantio, che sapeva di vecchiume e sporcizia, ma una sigaretta è una sigaretta è una sigaretta è una sigaretta. Ne era geloso, era il suo tessoro. Chiunque può approfittarsene, cogliendoti quando abbassi la guardia, ed allora meglio pregare un qualche dio anziché affidare le speranze alle proprie misere forze. Soppesa ostile tutti gli altri, che lo ignorano saggiamente. Il mozzicone di sigaretta è diventato un filtro consunto, lo mastica in bocca con tedio. Ogni mattina cerca mozziconi lungo il suo infinito peregrinare, arriva a sera con una mezza presa di tabacco in tutto. Piuttosto che niente…

Pazienza, ripete come un mantra, un rosario laico prima di andare a dormire, ovviamente altrove, ovviamente lontano da sguardi indiscreti, purtroppo distante dal tepore di un focolare, ma il rischio di non svegliarsi il giorno dopo è maggiore stando assieme agli altri che per conto proprio. Forse esagerava nelle sue paure, ma sapeva di altra gente uccisa per molto meno e in pieno giorno. In qualche modo trova un riparo nell’antro di un vecchio edificio. Si rannicchia sul selciato, dorme sonni agitati abitati da incubi lucidi.

“Brutto bastardo, bugiardo, infame”, gli grida qualche ora dopo un manipolo di sbandati che, per la noia in corpo dopo una serata alcolica, decidono di sfogarsi con gli intralci della strada. Le urla si sommano alle botte e i calci. Si accaniscono su di lui, lo prendono a sberle, vogliono scacciarlo dal portone del palazzo. “Vattene”, gli urlano come squadristi. Intimorito, raccatta i suoi stracci, si alza, si allontana. Biascica qualcosa, li osserva di sbieco, nel suo dormiveglia gli paiono tutti brutti, mostruosi, abietti. La città è un ammasso di vomito e spazzatura. Claudicante, si allontana più che può. Bestemmia contro divinità cieche e sorde. Sputa un grumo di saliva e tabacco sulla strada linda. Si rifugia in un angolo, sotto una colonna. Gli scappa da pisciare, si slaccia i pantaloni, lascia che la sua vescica si sfoghi. “Siate maledetti”, pensa di tutti loro, innaffiando un muricciolo. Un gatto scappa di corsa per lo spavento. L’eco delle urla sconce di quei balordi sfiata nei vicoli della città, assieme al miagolio rauco della bestia.

Finita la pisciata, rimedia quel mozzicone di sigaretta, se lo rimastica a lungo, sibilando ancora una volta il suo leitmotiv: Pazienza.

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Alla ricerca di un’alternativa: La fuga dei corpi di Andrea Gatti e La verità su tutto di Vanni Santoni

Letteratura e cinema sono pieni di narrazioni che parlano di comunità utopiche. Nella stragrande maggioranza dei casi (per quel che posso dire, a livello personale, in tutte) le storie parlano di come, partendo da ottime premesse (condivisione, amore libero, solidarietà… Aggiungete pure gli ideali che più si sposano col vostro spirito), il tutto ci metta poco ad andare in vacca, a conferma del detto homo homini lupus che nel diciassettesimo secolo il filosofo Thomas Hobbes riprese per teorizzare la natura prettamente egoistica dell’uomo: la collaborazione fra i giovani virgulti della società inglese diventa lotta intestina ne Il signore delle mosche di William Golding, la spiaggia vero cui si dirige Richard/Leonardo Di Caprio in The Beach (che, scopro solo oggi, è tratto da un romanzo dello sceneggiatore e regista Alex Garland) ci mette poco a mostrare tutti i suoi difetti, volendo ci sarebbe anche L’isola in cui Aldous Huxley ambienta il suo romanzo ma, non avendolo letto, non voglio fare ipotesi azzardate… E mi accontento quindi di citare la comunità apparentemente perfetta che, trent’anni prima, aveva immaginato in quel capolavoro distopico che è Il mondo nuovo.

Ma davvero l’uomo è lupo per sé stesso? Qualunque slancio utopico sembra non resistere alla tentazione di far crollare il castello di carte, come se ci fosse una natura benigna da cui noi siamo esclusi per nostra propria conformazione: per dirla come gli Skruigners, “è l’uomo che è sbagliato/ ma ci sono dentro”.

Nel dubbio, dovesse capitarvi, io un giro a un raduno della Rainbow Family of Living Light fossi in voi lo farei

Due libri letti negli ultimi dieci giorni hanno proprio come tema comunità utopiche e ricerca di valori altri, distanti nella forma e nel contenuto ma non così dissimili nell’anelito verso un modo diverso di intendere l’uomo: sono, come si evince dal titolo dell’articolo, La fuga dei corpi di Andrea Gatti (Pidgin, 2021) e La verità su tutto di Vanni Santoni (Mondadori, 2022).

Un cerchio sempre più stretto

La fuga dei corpi è la storia di Daniel e Vanni, due giovani italiani che decidono di lasciare le rispettive vite e mettersi sulla strada, in direzione della Spagna. Il loro è un rapporto simbiotico caratterizzato da dinamiche di potere in continuo cambiamento, costruitosi nel corso degli anni e cementatosi con la decisione di puntare verso un’utopica meta, la spiaggia di Cala Bruja, cercando nel frattempo di emanciparsi dalle aspettative di una società che vede nel viaggio solo “la promessa di un momentaneo oblio, prima di tornare a preoccuparsi delle bollette” e non una possibilità di cambiamento interiore.

Io posso contare su un centinaio d’euro nella mia carta prepagata, da utilizzare solo in caso d’emergenza. Daniel conta sui soldi del sussidio del padre. (Dei nostri soldi non parliamo mai; parliamo soltanto dei soldi che facciamo, non di quelli che abbiamo). Entrambi abbiamo scelto di vivere in questo modo, che richiede impegno e fantasia, ma non ci lamentiamo: la nostra tristezza è comunque più felice della felicità dei nostri avi. Teniamo d’occhio la strada e avanziamo. A volte crediamo di aver trovato un posto buono dove fermarci, ma poi scopriamo che più in là c’è qualcosa di meglio, perché ancora non sappiamo cos’è.

Mentre continuano a spostarsi, principalmente in autostop, Daniel e Vanni si sostentano esibendosi come artisti di strada, creando un cerchio col gesso attorno a loro che funge da catalizzatore d’energia. All’interno i due sono totalmente connessi, sprigionano una forza selvaggia che rapisce il pubblico e alimenta il loro legame, portando però presto anche a degli scontri: se all’inizio Vanni è un fedele gregario, la cui decisione di lasciarsi tutto alle spalle sembra dovuta ad una fascinazione per la figura forte e sicura di sé che Daniel incarna, le difficoltà del viaggio e gli incontri (e scontri) che li vedono coinvolti modificano questo rapporto, in un impeto di possessività che fa a pugni con la libertà cui anelano.

Era piacevole specchiarsi in quel volto, vedermi coi suoi occhi. Per me che avevo passato anni a costruirmi una morale inscalfibile, quello era il sigillo che la giustificava. In un certo modo, il mio pensiero esisteva, lo vedevo materializzato nei gesti e nel corpo del ragazzo che avevo davanti. Il suo sguardo era magnetico, emanava una curiosità vorace. Come se stesse dicendo Voglio conoscere tutto, raccontami tutto quello che sai.

L’arrivo a Cala Bruja, la supposta meta finale del viaggio, non fa che acuire le tensioni fra i due. La scoperta che il paradiso non è così bello come sembra (il leitmotiv esplicato a inizio articolo) si unisce alla consapevolezza che forse non esiste proprio un paradiso, che continuare a vagare e fermarsi sono scelte entrambe destinate alla sconfitta: Daniel perde il suo ascendente, Vanni avverte la possibilità di essere un individuo autonomo, ma nessuno dei due riesce a trovare un vero e proprio senso nelle proprie vite e, con la frustrazione, arriva la violenza.

Ma non si può conoscere troppo a fondo una persona. È come se restassimo all’imbocco di una caverna, accendessimo un fiammifero e chiedessimo in fretta se c’è qualcuno in casa. E chi c’era in casa sua, se non la mia stessa eco? Cosa voleva, in fondo, quel ragazzo che si riempiva la bocca di magia psichica e volontà di potenza, lui che nemmeno aveva mai letto Nietzsche fino in fondo perché lo sapeva già? E cosa speravo di trovare, io, seguendolo fin qua?

Daniel è il vestito indossato fino a ieri, fino a qui, dove spogliandomi di tutto adesso scopro di dover strappare l’ultimo strato, quello invisibile, ormai assorbito, plasmato sulla superficie del mio corpo. Come una ferita diventata talmente bella da non volersene più disfare.

Gatti racconta la storia dei due fuggitivi, dalla società e da loro stessi, alternando il punto di vista in maniera sempre più veloce, mostrando le convinzioni di uno e dell’altro che si formano e si sgretolano man mano che la libertà che cercano si trasforma in una chimera. La sua prosa ha un ritmo incalzante, si fa forza di frasi brevi e incisive per avviluppare il lettore nelle vicende dei due ragazzi e nelle loro riflessioni, a volte ingenue ma spesso profonde e condivisibili: il dramma, nello sgretolarsi del loro sogno utopico, sembra essere il non riuscire a crederci fino in fondo, non essere all’altezza del distacco che teorizzano e di un’unione più spontanea e disinteressata che sembra lì, a portata di mano, e invece risulta sempre un passo troppo in là.

Oltre il problema del male

Anche Cleopatra Mancini, la protagonista del romanzo di Santoni, è in viaggio, ma ancora non lo sa. Quando si imbatte in un video porno, in cui crede di riconoscere nella protagonista una ex fidanzata, Cleo comincia a farsi domande sull’annoso problema del male, all’inizio pensando a quello fatto personalmente nell’infanzia o nell’adolescenza ma andando presto più in profondità, addentrandosi nella filosofia, nella mistica occidentale e in quella orientale, arrivando persino a ritrovarsi a capo di un culto. Il suo è un percorso interiore ed esteriore che, come nei koan, si permea di paradossi: ogni volta che la sua ricerca sembra arrivare ad un punto, si accorge che proprio la ricerca di un punto è già un errore di per sé.

O c’era un ineludibile conflitto tra quantità e qualità, specie in una ricerca così elusiva quale era quella spirituale? Mi imponevo di rifiutare questa lettura, che portava con sé l’inconciliabilità tra salvezza individuale e salvezza collettiva (ed eccoci di nuovo a Morelli): ma allora la strada da seguire avrebbe dovuto essere quella di una politicizzazione di fatto della comunità? Poteva esistere un misticismo rivoluzionario, o solo una mistica della rivoluzione? O forse il punto, andando al cuore dei tantra, era che la sola vera comunità di ricerca spirituale può essere quella che, di fatto, non sta cercando niente di specifico?

Cleo (già protagonista di una delle sezioni di un precedente romanzo/saggio di Santoni sulla cultura rave, Muro di casse, che in un gioco metaletterario viene citato all’interno di questo romanzo) nella sua ansia di risposte finisce per esplorare diversi ambienti, dalla sede della facoltà di Lettere in Piazza Brunelleschi a Firenze al monastero femminile tibetano di Shugseb, dalle comunità spirituali della Toscana ad un rave in un ecovillaggio, addentrandosi sempre più in una vita completamente diversa da quella che la vedeva ricercatrice universitaria annoiata. Il suo è un cammino di conoscenza che passa per la narrativa contemporanea, le tecniche di meditazione, i testi sacri induisti e quelli teologici di Meister Eckart, tutti input che Santoni gestisce con solo apparente anarchia, lanciandosi in periodi verbali sovrabbondanti che riescono però a mantenere lucidità e coerenza, portando Cleo sempre un po’ più in là nel suo percorso, aiutata anche dalla filosofa Simone Weil come guida spirituale d’eccezione… O meglio di tulpa, forma-pensiero manifestata.

Di certo però, avendo frequentato da ragazzina il giro punk, avevo già una mia regola: lo straight-edge è sempre sospetto – e quelli, mi aveva spiegato l’amico durante la visita, non usavano nessun tipo di droga, manco una birretta, e neanche scopavano fuori dal matrimonio. Sospettosissimi.

Vedi, sorella, cantare Hare Krishna contrasta l’atmosfera peccaminosa del Kali Yuga, l’età attuale della discordia e dell’ipocrisia… Quando canti Hare Krishna, Krishna stesso danza sulla tua lingua… Quando canti Hare Krishna, Krishna è davvero soddisfatto! Insomma, più si canta Hare Krishna, meglio è.

Se’, bona. Bof, non mi ero accorta che sono già le sei… Grazie per la visita, sei stato anche troppo gentile.

Non vuoi cantare un po’ con noi? Almeno un po’?

La mia risposta istintiva, ai tempi del giro punk, sarebbe stato un pedatone anfibiato attraverso la tonaca, ma che valore può avere la posizione critica di chi non fa esperienza diretta di qualcosa? E così…

Hare Krishna Hare Krishna

Krishna Krishna Hare Hare

Hare Rama Hare Rama

Rama Rama Hare Hare…

Il libro di Santoni è un ibrido strano, una sorta di vademecum spirituale che è allo stesso tempo romanzo di formazione di un’anima, un testo che parla di concetti spirituali profondi e non manca di alleggerire continuamente i toni con un’ironia di fondo che non stona mai e anzi, sembra l’unico modo possibile per narrare questa storia. È qualcosa di simile a ciò che ha fatto Cristopher Moore col suo Il vangelo secondo Biff, amico d’infanzia di Gesù, in cui il futuro Messia e il suo migliore amico partivano per un viaggio che li avrebbe messi in contatto con tutte le principali religioni dell’epoca, mischiando sacro e profano: Santoni ci aggiunge uno stile trascinante da cui sprizza entusiasmo, un lessico a volte ostico (ma che non dà mai l’impressione di essere snob) e qualche accenno a cavalli di battaglia su cui si è espresso più volte, come l’utilizzo spirituale delle droghe (con tanto di polemica sul microdosing, di cui aveva parlato già nel saggio La scommessa psichedelica), la svendita di Firenze al turismo di massa e la funzione sociale aggregativa della cultura rave.

Era facile, mentre accadeva, pensare che fosse merito nostro; che avessimo trovato la chiave di qualcosa. E forse era pure vero, all’inizio: quando la comunità cominciò a crescere, e l’organizzazione e la dottrina con lei, poteva essere davvero perché offrivamo qualcosa di più o di meglio degli altri. Perché eravamo limpide e trasparenti, perché sapevamo ridere anche dei nostri preconcetti e non solo del mondo, perché gli esercizi spirituali di Kumari, figli delle parti più nobili del tantrismo shaivita del Kashmir e dell’Advaita Vedanta, erano effettivamente più potenti degli altri, Kumari li conosceva meglio di chiunque (almeno: meglio di chiunque in Europa) e le tecniche che stavo sviluppando per trasmetterli, per avviare gradualmente ma rapidamente alla pratica, funzionavano; di certo funzionava bene il far sperimentare il samadhi, inducendolo col corretto mix di molecole: sebbene non fossimo le prime a farlo, lavoravamo con maggior equilibrio e progettualità, forte delle esperienze passate, a seconda del peso somministravamo dai 200 ai 300 μg di LSD e dai 100 ai 150 mg di MDMA tre ore dopo.

Come quella di Daniel e Vanni anche la ricerca di Cleo sembra destinata al fallimento. Troppo difficile combattere l’ostilità della società, l’attaccamento verso le proprie convinzioni e verso i propri affetti, l’attaccamento verso l’attaccamento stesso… Eppure c’è qualcosa che risuona nelle pagine del romanzo, una luce che resta impressa anche una volta terminata la lettura. Forse dipende dal sentire intimo di ognuno di noi, dalla sensibilità verso temi che analizzano l’unità del tutto, ma a fine lettura mi è rimasta una sensazione di completezza, come se per ogni cerchio spezzato se ne possa trovare uno più ampio già formato, pronto ad accoglierci se solo abbiamo l’ardire di cercarlo. E, nel bel mezzo del Kali Yuga, non è affatto poco.

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Racconto in musica 101: Fantasia (Birthh – Wraith)

Capita di rado che io e la massa siamo in perfetto accordo. Con massa non intendo il mainstream, giusto quelle cifre che possono giustificare la parola “fenomeno”: di solito quando spuntano fuori, i fenomeni del panorama indipendente, io sono voltato dalla parte sbagliata o, lo ammetto, do la precedenza ad altro dicendomi “tanto ho tempo”. Poi finisce che arrivo in clamoroso ritardo e a volte devo fare ammenda (tipo con Iosonouncane), ma quel poco di volte che per puro caso ho il tempismo giusto ci sono: ad esempio mi è successo con Birthh.

Non ricordo in che maniera incappai in un suo video, ma ricordo precisamente quale: quello splendido di Queen of failureland, e se vogliamo stare a guardare già un po’ in ritardo ero visto che si trattava del suo secondo singolo e che l’album d’esordio era già fuori. Born in the woods, pubblicato a marzo 2016 dall’etichetta We Were Never Being Boring, fu un esordio fulminante per tutti e sicuramente anche per la stessa Alice Bisi, il nome che si nasconde dietro al moniker Birthh: sul web si sprecano le recensioni positive, lei comincia a girarsi l’Italia e non smette per un bel po’, andando anzi ben oltre e suonando sul palco del SXSW 2017. Ma cosa c’è in questo album per esaltare tutti, compreso il giornalista Francesco del Gratta che in una puntata del suo podcast L’audionario la inserisce fra i nomi nuovi e promettenti della scena musicale fiorentina (assieme agli /handologic, qua la mano Francesco)? Testi intensi, melodie vocali molto personali, un connubio fra beat elettronici e sensibilità folk (lei in un’intervista definisce la sua musica “pop cosmico”) e un’aura di internazionalità a condimento, il tutto scaturito dalla testa e dalle mani di una ragazza che all’uscita del disco non aveva nemmeno vent’anni.

Bisi non si ferma certo, anzi rilancia. Passano tre anni in cui suona dovunque nel mondo, entra nelle case degli italiani meno avvezzi alla musica indipendente come ospite nel programma E poi c’è Cattelan e nel frattempo lavora al nuovo disco, WHOA, questa volta per la Carosello Records. Se Born in the woods rappresenta il lato più notturno di Birthh, in questo secondo album il sole splende fin dalla cover: anticipato dai singoli Supermarkets, Yello/Concrete, e Parakeet, Whoa è un’iniezione di energia che mantiene il beat degli esordi ma lo rivolta in altra maniera, suona nuovo e confortevole allo stesso tempo e si permette pure una puntata nell’hip hop in Ultraviolet, grazie al featuring con l’artista di Philapelphia Ivy Sole. Quello che purtroppo la frena, alla fine, è la solita pandemia: il disco esce il 6 marzo 2020 e per un po’ Bisi è costretta come tutti a fare a meno del palco, ma la decisione di fare musica sul serio la porta a trasferirsi negli States: i potenti (???) mezzi di Tremila Battute non mi permettono di dirvi se sia ancora là o meno, di sicuro le facciamo un grande in bocca al lupo e attendiamo speranzosi un nuovo disco.

(P.s. Ma perché Birthh con due h? Se avete già letto l’intervista linkata sopra lo sapete, altrimenti immaginate di cercare “birth” su Google e di ritrovarvi davanti milioni di risultati…molto più semplice trovare Birthh, vero?)

Wraith è la sesta traccia di Born in the woods, una canzone per cui il termine “notturno” usato più in alto è perfettamente calzante. Bisi canta della fatica di partire, delle paure che ci bloccano prima di prendere una decisione e che ci lasciano a macerare pensando a inizi che sono “darker than the morning lights”: naturale che scegliessi un’ambientazione notturna per la storia, una fantasia che, più che al fantasma del titolo, guarda ai poltergeist di certa cinematografia horror. Potete capire quanto spaventarvi leggendo il racconto che trovate subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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Fantasia

I vestiti sono nell’armadio, appesi alle grucce, adagiati sui ripiani, schierati in bell’ordine per colore. Le valigie, il piccolo trolley nero e l’ingombrante shuttle (che nome altisonante, ha sempre pensato), stanno nell’angolo a destra, uno spazio ampio tutto per loro e per il piumone. Lei, in posa scomposta per la ricerca infruttuosa di refrigerio, sta distesa sul letto con solo una canottiera e le mutande indosso.

Dall’altra stanza sente la voce della madre, il tono alto e concitato che ha sempre quando la sua autorità viene messa in discussione. Perora la propria causa con parole veloci che si mischiano l’una all’altra, messe insieme alla rinfusa per costituire vaghe minacce. Ma stavolta…lascia che glielo faccia vedere che son ben capace di…io mai mi sarei permessa con…che poi che si crede di fare andando…

E lascia che vada, grida il padre, molto più a suo agio con la sintesi. Ma la madre non smette, allinea recriminazioni che non arrivano mai al punto. Ad ascoltarla distrattamente quella litania assomiglia a una ninna nanna, ci si può far trasportare altrove, magari in un periodo di sentimenti più puri. Vinta dal caldo, dalla rabbia soffocata, da un passato lontano e un futuro che non promette niente, lei si addormenta con quella voce ancora nelle orecchie.

Si sveglia a notte fonda, il rumore di una porta sbattuta con violenza nelle orecchie. Spalanca gli occhi e guarda l’ingresso, la porta accostata ma non chiusa, come è abituata a lasciarla, come ha acconsentito a tenerla. Sente un movimento di fronte a sé e vede, voltandosi, un’ombra muoversi lenta. Il terrore la assale mentre la vista si abitua al buio: di fronte a lei, planando, il suo tubino nero entra nello shuttle.

Sembra una scena da cartone dell’infanzia, o forse da vecchio film horror, di quelli che il padre cercava di propinargli come avanguardia. I suoi vestiti volteggiano in circolo, un turbine ordinato che dall’armadio giunge alle due valigie. Ingoiano uno dopo l’altro reggiseni e collant, felpe sformate e gonne striminzite. Lei resta a guardare, addossata al cuscino, col sudore che cola dalla schiena e inzuppa le lenzuola.

Quando l’ultimo indumento entra nel trolley, un basco messo due volte nella vita, le valigie si chiudono e le ante dell’armadio tornano a sbattere, lasciando il piumone in una triste desolazione. La porta si apre invitante, sulla sedia lì vicino i vestiti del giorno prima cominciano a brillare. Basta alzarsi, vestirsi, abituarsi al peso da trasportare e all’incognita di un nuovo inizio. Lei allunga un piede, poi l’altro: mentre cerca di alzarsi la coglie la vertigine di una vita diversa.

Riapre gli occhi, scema la sensazione di cadere. I vestiti dormono in bell’ordine, sui ripiani e appesi alle grucce, le valigie riposano nell’angolo a destra insieme al piumone. Nell’altra stanza i suoi cari, come li chiamava una volta, non parlano più, e nella stanza aleggia ancora il fantasma del coraggio necessario per andarsene via.

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Un problema del cazzo: considerazioni sparse sulla relativa assenza di peni sul piccolo e grande schermo

Per i miei amici, in particolare quelli con cui suono da anni (e che già sopportano la mia inettitudine con la sei corde), ormai è una barzelletta che non fa più ridere, per la mia compagna sta diventando tale man mano che ne abuso: ogni volta che si parla di qualcosa, io faccio paragoni con una puntata di South Park.

Questa ossessione all’interno del blog sono riuscito a limitarla, ma il mio amore per la serie di Matt Stone e Trey Parker è emerso almeno parzialmente in questi articoli. Va da sé che anche ora sto per fare una premessa che arriva da lì, e precisamente dal trittico di puntate che nella diciassettesima stagione della serie si focalizza su un mash-up che mette insieme il Black Friday, Game of Thrones e The stick of truth, spin-off videoludico che vede Cartman e soci inscenare una campagna di Dungeons & Dragons per le strade della cittadina del Colorado in cui abitano. In quella trilogia viene coinvolto pure George R. R. Martin, il creatore della saga letteraria che gira intorno al Trono di Spade, ma viene perlopiù mostrato come un pervertito che mette cazzi in ogni cosa che scrive.

Notare le statue sullo sfondo

Che tutta la saga dello scrittore possa essere limitata a escamotage per inserire l’organo riproduttivo maschile più e più volte è ovviamente un’esagerazione tipica di South Park, ma in questo caso Parker e Stone cadono in un tranello: quello di ritenere eccessiva e pertanto malsana l’esposizione del corpo nudo maschile, quando a ben guardare per ogni pene visibile nella serie ci sono almeno venti nudi integrali femminili a fare da contraltare. Perché nessuno si scandalizza di questo? Una delle motivazioni, e qualunque femminista saprà dirvelo con parole migliori delle mie, è che il corpo femminile è da decenni (se non secoli) oggettificato e utilizzato in svariati ambiti (soprattutto quello televisivo) per allietare lo sguardo maschile, l’altra motivazione, e questa è una mia teoria (che non pretende di essere rivoluzionaria) è che il pene sia considerato pornografico e, pertanto, vada eliminato il più possibile dal contesto cinematografico, sia esso inerente al piccolo quanto al grande schermo.

Fermiamoci a riflettere: quante volte vi è capitato di vedere un pene all’interno di un film o di una serie tv? Io ricordo che, sul finire degli anni 90, mi pareva estremamente provocatorio inserirne uno in (relativa, appare per un secondo) bella mostra appena prima dei titoli di coda di Fight club, e in qualche modo lo era se si considera che attorno c’era il deserto: ci sono di certo pellicole che mi sono perso e che mostrano, non per il gusto di mostrare e basta ma per esigenze di scena, il pene (ripeterò pene un sacco di volte in questo articolo, fateci l’abitudine) in primo (più o meno) piano, ma sono più i casi in cui un’inquadratura tagliata, un provvidenziale lenzuolo o un’improvviso moto di pudore lasciano l’organo sessuale maschile (ok, userò molto anche questa espressione) fuori dall’orizzonte della telecamera, lasciandoci invece liberi di esplorare senza problemi qualunque corpo femminile gli si accompagni.

Scandalo! Ma perché?

Ma qualcosa sta cambiando. Ci ha fatto caso un po’ di stampa online, a giudicare da questo articolo de Il Post, tanto che il 2021 viene addirittura considerato “l’anno in cui i peni hanno iniziato a saltar fuori all’improvviso”, ma questa proliferazione è abbastanza? Non è che si pretende uno sfoggio di parti intime maschili che rivaleggi con quello puramente voyeuristico con qui sono state trattate quelle femminili fino ad oggi, ma che magari ci si faccia caso quello sì e che non risultino ridicoli due pesi e due misure diverse.

Libertà e scandalo, ma fino a un certo punto

Se ho cominciato a ragionare intorno alla questione è anche grazie a Shameless. La serie che gira intorno alle vicende di Frank Gallagher (William H. Macy) e famiglia non si pone molti problemi di politicamente corretto, né riguardo alle azioni del patriarca né in quelle di chi gli sta attorno: va da sé che anche la messa in scena è, come dire, nuda e cruda, e neanche a farlo apposta già nella prima puntata (targata 2011, sebbene sia un rifacimento di una precedente serie britannica) appare in bella vista un pene, quello del vicino di casa Kevin Ball (Steve Howey). Un buon segno? Non proprio: la scena sembra più un pretesto per mostrare senza dirlo (troppo) chiaramente l’omosessualità di Ian Gallagher (Cameron Monaghan), e infatti da lì in avanti il personaggio di Howie terrà ben protetti i propri genitali dai favori della telecamera, a dispetto di quanto accade all’intero corpo della sua compagna Veronica (Shanola Hampton).

La cosa strana è che, al netto del suo essere dissacrante e provocatoria, la serie prodotta da Showtime è estremamente inclusiva per qualunque altro ambito si voglia toccare. Sfere sessuali fuori da quella eterosessuale vengono esplorate di continuo, la malattia mentale non è un tabù e non lo è nemmeno mostrare anziani nudi, eppure nelle scene di sesso possiamo esplorare i corpi delle donne in ogni loro angolo mentre quelli maschili sono off limits dalla vita in giù. Ricordate che qualche riga fa accennavo a “provvidenziali lenzuoli”? I maschi della serie, chissà per quale motivo, sono tanto focosi quanto cagionevoli di salute, visto che di dormire senza il pene coperto (e spesso solo quello, nascosto magari anche mentre si alzano dal letto) non gli passa per l’anticamera del cervello, a differenza di quella “pervertita” di Fiona Gallagher (Emmy Rossum), la sorella maggiore: ho sperato per lei in una diminuzione di epidermide esposta sulla scia di quanto richiesto da Emilia Clarke man mano che la sua Daenerys Targaryen diventava centrale in Game of Thrones (e chiediamoci questo, a tal proposito: perché la sua nudità era essenziale al primo incendio fra i Dothraki, e non lo era anni dopo in una dinamica quasi identica?), ma o la questione non è di suo interesse oppure gli sceneggiatori ritengono essenziale questa disparità fra organi sessuali.

Non guardarmi, metti in imbarazzo la mia arroganza

Vogliamo parlare di casi cinematografici di improvviso pudore maschile? Sembra paradossale che usi Wes Anderson a tal proposito, ma nel suo recente The French Dispatch la diversità di esposizione fra il corpo di Léa Seydoux e quello di Timothée Chalamet, nelle due parti del film che l* vedono protagonist*, è lampante: nuda e fiera di esporsi lei, musa dell’artista galeotto interpretato da Benicio Del Toro, impacciato e timido lui, mentre si copre uscendo dalla vasca di fronte allo sguardo di Frances McDormand. Andrebbe anche bene, scelta registica si dirà, però A) perché accade così raramente il contrario? B) perché il personaggio di Chalamet appare arrogante e perlopiù disinibito tranne che nell’unico momento in cui si potrebbe vederlo nudo?

Forse è una questione di dimensioni?

È finto!

A proposito di peni finti, nel film di South Park…

Il 2011, oltre ad aver salutato l’esordio di Shameless e Game of Thrones, è anche l’anno di uscita di un film che fece parlare abbastanza di sé: Shame, diretto da Steve McQueen e interpretato da Michael Fassbender, una coppia ben rodata visto che avevano già lavorato insieme nell’esordio del regista britannico (Hunger, 2008) e sempre insieme festeggeranno l’Oscar al miglior film 2014 per 12 anni schiavo (2013). Se ne parlo qui dovreste aver già intuito che c’è un motivo, e ovviamente riguarda il pene: quello di Fassbender, ben visibile in una scena all’interno della pellicola, fece molto più scalpore di, che so, lo splendido piano sequenza in cui lo stesso attore corre per New York. Fece tanto scalpore che Charlize Theron l’anno seguente, dopo aver stretto amicizia con Fassbender sul set di Prometheus, a una premiazione della Human Rights Campaign elogiò pubblicamente la virilità del collega con svariati doppi sensi, riuscendo a strappare un bel po’ di risate al pubblico a fronte dell’imbarazzato sorriso dell’attore irlandese. Vogliamo condannare la Theron per il suo atteggiamento sessista? No per carità, la disparità fra sessi è troppo ampia per star qui ad aprire una questione di oggettificazione del corpo maschile all’interno dell’articolo (anche se una questione c’è, pure Matteo Berrettini sul palco di Sanremo voleva essere considerato come tennista e non come manzo da esposizione), quello che mi interessa indagare è: Fassbender avrebbe girato quella scena senza un pene ammirevole?

Si parla tanto dell’invidia del pene, ma da quando la nostra educazione sessuale è stata affidata a pornoattori superdotati che “performano” per ore (perdonate la frase da sociologo dilettante) quell’invidia non è più appannaggio solo dell’universo femminile. Le dimensioni non contano, si dice, ma di certo è difficile trovare un uomo che si senta a proprio agio con un pene di dimensioni minori della media (o come tale percepito, vedi il discorso fatto sopra sui superdotati) quanto il padre di Nick Birch in quel piccolo gioiello d’animazione di Big Mouth. Sarà per questo che, come affermato sempre nell’articolo del Post linkato precedentemente, le aziende che producono protesi a forma di pene stanno lavorando “come mai prima d’ora”?

“Tu non ne hai bisogno, vero Michael?”

La fortuna per gli attori, rispetto a quanto accade alle attrici, è quella di poter comodamente mostrare la propria virilità senza mostrarla veramente. Chi saprà mai se il pene di Mark Wahlberg in Boogie Nights è veramente il suo (non lo è, lo dichiarò l’attore negli anni seguenti), o se lo è quello di Giancarlo Martini in Freaks Out, usato quasi meramente a fini comico-estetici? Nonostante questo continuano a esserci imbarazzi ingiustificati nell’esposizione dell’organo riproduttivo, o meglio giustificati unicamente dalla nostra mancanza di abitudine a considerare il corpo maschile nudo allo stesso livello di quello femminile (il che, sia chiaro, non significa “mettiamo tanti uomini nudi quante donne nude”, ma “mettiamo nudi maschili dove servono e togliamo nudi femminili dove non servono”). Un pene può rendere meno vendibile un film? Parrebbe di sì. Può aumentare il valore artistico di un film? Chiaramente no, eppure solo ora sta venendo sdoganato nel mainstream dopo anni di “segregazione” nel cinema d’autore. E a proposito di cinema d’autore…

L’eccezione meritevole, e quella no

Ma secondo voi, questo articolo me lo censureranno?

Under the skin di Jonathan Glazer e Titane di Julia Ducournau sono due film che non posso dire di aver capito (il primo ve lo lascio spiegare da Ferruccio Mazzanti). Vorrei tanto, ma sono uscito da entrambe le visioni con una faccia fra lo smarrito e l’incuriosito: smarrito perché non avevo capito dove volessero andare a parare l* due regist*, incuriosito perché, come mi capita ogni volta che vedo qualcosa di strano, mi viene sempre da chiedermi cosa si possa agitare nel cervello di chi ha partorito certe idee e come abbiano un senso per loro (David Lynch, sto parlando in particolare di te. Ah, non leggi Tremila Battute?). Non starò a parlarvi delle trame, per quello c’è wikipedia e questo articolo vi sarà magari già parso un tour de force, quindi andiamo subito al sodo cioè al pene.

Under the skin è probabilmente più noto per il nudo integrale della protagonista Scarlett Johansson (che, potrei sbagliarmi, non si è mai spogliata alla stessa maniera in tutto il resto della carriera) che per la quantità di peni che appaiono all’interno della pellicola, tralasciando ovviamente i meriti artistici. Se la Johansson ha preso questa decisione un motivo ci deve essere, e in effetti c’è: il film di Glazer è lento, permeato di silenzi, criptico in ogni forma in cui può esserlo, ma non dà mai l’impressione di utilizzare la nudità in maniera gratuita. Lo sguardo con cui l’aliena interpretata dall’attrice si osserva allo specchio è più antropologico che erotico, e allo stesso modo è l’inquietudine a prevalere sull’eros quando gli uomini da lei circuiti si lasciano condurre in trappola: non c’è niente di voyeuristico nel vederli denudarsi e seguirla, sprofondando lentamente insieme ai loro istinti, così l’esposizione del pene risulta scelta estetica coerente (pure io che ne sono uscito perplesso capisco che c’è tutto un ragionamento riguardante il corpo) e non dettaglio piccante aggiunto giusto per far parlare della pellicola… E questo nonostante, cosa più unica che rara al di fuori del cinema porno, si veda un pene in erezione, cioè proprio quello che potete vedere poco sopra se questo articolo passa la censura (la censura arriva fino a un microblog? Stiamo a vedere).

Virilità maschile in decadimento in tre, due, uno…

Ben altro accade in Titane, che pure è una narrazione di corpi ma molto più viscerale. Quando facciamo la conoscenza della protagonista Alexia (Agathe Rousselle) da adulta siamo all’interno di un equivalente del nostro (pare defunto) Motor Show, e come da copione in posti del genere tanto lei quanto le sue colleghe fanno in modo di saldare ben bene il connubio figa-motori, poi si va oltre ma il corpo della Rousselle sembra essere sempre esposto in maniera sfacciata e pruriginosa: non andrà così per tutta la pellicola, o almeno le sensazioni che si alterneranno nel vedere l’evolversi della storia di Alexia (e di Alexia stessa) saranno delle più svariate e a tutti gli estremi che vi possano venire in mente. Eppure un film che tocca talmente tanti temi che è difficile farne una summa, pervaso di iperviolenza e melodramma in (quasi) egual misura, quando mostra un uomo intento a farsi una puntura sul gluteo, in bagno e da solo, vuol farci credere che sia per comodità che abbassa le mutande solo da quel lato invece che togliersele completamente. È un dettaglio che inficia il messaggio del film? No. È stata un’esplicita richiesta di Vincent Lindon quella di non mostrare il proprio pene? Non lo so. È l’ennesima prova che c’è un problema radicato per quanto riguarda mostrare peni sul piccolo e grande schermo? Secondo me SÌ, ora lascio a voi la parola.

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Racconto in musica 100: Finalmente tu (Edda – Spaziale)

Ci sono date che entrano nella storia, quella con la s minuscola purtroppo e solo perché la loro rilevanza non è percepita dalla massa. Una di queste è il 26 luglio 2018.

Osio Sopra, provincia di Bergamo. Da qualche anno in questo piccolo paese ha aperto un locale, il Joe Koala, che propone ottima birra e altrettanto ottima musica live. La stessa gente che anima il locale (fra cui qualche componente de Le Capre a Sonagli) organizza da un decennio un festival, Libera la festa, quattro giorni di musica con area campeggio e nomoni del panorama indipendente sul palco. Il 26 luglio 2018 tocca a due artisti storici, due che fra cantautorato e rock hanno fatto il bello e il cattivo tempo per quarant’anni. Quello che non so, quando iniziano i concerti, è che gli artisti condividono la stessa data di nascita, il 26 luglio appunto, e che entrambi approdano a una cifra tonda. Uno è Giorgio Canali (di cui abbiamo già parlato), arrivato a sessant’anni con tutta la sua energia e la sua rabbia; l’altro è un personaggio tanto folle quanto empatico, che quella sera ne compie cinquantacinque, e il suo nome è Stefano Rampoldi, da tutti conosciuto come Edda.

Esploso fra gli anni 80 e 90 come cantante dei Ritmo Tribale, una di quelle band seminali assurte anche alla fama presso il grande pubblico che, chissà perché, non ho mai cagato di pezza, Edda se ne distacca definitivamente nel 1996 a causa principalmente della sua dipendenza dall’eroina. Allontanatosi dal mondo della musica, avvicinatosi alla filosofia Hare Krishna, Edda torna inaspettatamente a pubblicare qualcosa dopo 13 anni: Semper biot, pubblicato nel 2009 dall’etichetta Niegazowana, mette in luce la sensibilità eccezionale dell’artista milanese e allo stesso tempo la sua crudezza, il suo mostrare le cose per come sono senza sconti. Pubblica altri due album (Odio i vivi, 2012, e Stavolta come mi ammazzerai?, 2014) prima che le nostre strade si incrocino (non che lui aspettasse altro eh), ad un suo concerto intimo in quel di Laroom a Vigevano (grazie Fede per avermelo segnalato): è amore a prima vista perché non c’è niente di costruito in lui, tutto è come appare e ti spiattella davanti senza scomporsi gli errori, le ferite, le ossessioni e le passioni. Mi è capitato di incrociarlo dal vivo più volte, ad esempio al MiAmi 2015, dove salì sul palco alla domenica inneggiando al Barcellona (la Juventus era stata sconfitta il giorno prima dai catalani nella finale di Champions League) per poi scusarsi dicendo che “voleva solo che qualcuno soffrisse come lui”: e come possono non toccare il cuore le sue urla in Ragazza porno, una delle canzoni più strazianti eppure infuse d’ironia, quella di chi guarda alla vita come uno scherzo di cattivo gusto che va accettato così com’è, con i suoi pregi e i suoi difetti?

Nel 2017 e nel 2019 escono altri due dischi per l’etichetta Woodworm, Graziosa utopia e Fru fru, il cui tono musicale è più affine al pop ma sempre veicolato con quella voce che sta fra lo sgraziato e il sublime, apparentemente grezza ma capace di raggiungere vette altissime. Negli anni si susseguono anche svariate collaborazioni, con Umberto Maria Giardini/Moltheni ad esempio (nell’ultimo concerto ufficiale a nome Moltheni, pochi mesi fa ai Magazzini Generali di Milano, c’era anche lui fra gli ospiti) o con Gianni Maroccolo, con cui pubblica nel 2020 il disco Noio; volevam suonar per Contempo Records (scaricabile gratuitamente a questo link). Come annunciato sulla sua pagina Facebook durante l’estate potrete vederlo in tour (i più fortunati se lo sono già goduti al Workout Festival di Sant’Arcangelo di Romagna), in attesa di un suo nuovo album che sembra imminente.

Ero molto indeciso sulla canzone da scegliere nel vasto repertorio di Edda, ma alla fine a ispirarmi è stata la prima traccia di Graziosa utopia, Spaziale. Il cantato, come ammesso dallo stesso artista, si avvicina a quello di Mina per portarci in un viaggio dalle emozioni forti, declinato al femminile come molti dei suoi testi (il nome Edda è quello della madre): proprio due frasi del testo mi hanno fatto immaginare una storia che devia dall’intenzione originaria per andare ad abbracciare una solitudine forse non più tale, attraverso alcuni momenti che non fanno luce su ciò che ha portato fino a lì e lasciano un velo di indefinitezza anche sul dopo. Potete trovare il racconto subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Finalmente tu

Non so quando la mia vita ha cominciato a rattrappirsi su sé stessa, forse da quando sono nato. Il bel bambino vispo, il ragazzo integrato, il giovane uomo sarcastico e talvolta arrogante: tutti hanno pensato che fossi quello, invece mi nascondevo dietro a delle maschere. È un modo di agire talmente banale eppure funziona sempre, inganna tutti e quando esce fuori quello che davvero sei nessuno ci crede. Non che fosse rimasto più nessuno da convincere prima che arrivassi tu.

Uscivo solo per fare la spesa al minimarket sotto casa, una volta al mese arrivavo fino all’edicola per arrischiarmi a comprare un giornale, sperando di vederci scritto sopra che è scoppiata la pace. Ma non era mai così. Il telegiornale avevo smesso di vederlo, mi nutrivo di sitcom stupide che assomigliano al mondo che avrei voluto, con problemi che si risolvono e persone che si vogliono bene sul serio.

Non ricevevo chiamate né messaggi, io non ne mandavo. Come si fa a tornare nel mondo? Come si fa a non avere paura, con quello che succede? Come fai ad avere fiducia tu, che mi dici che non c’è niente da temere?

Mi hai parlato un giorno mentre l’edicolante mi passava il solito quotidiano, pronto a ridere di me appena avessi voltato le spalle. Che follia, commentava sempre mentre me ne andavo, e mi mancava il coraggio di rispondergli che non sono pazzo, magari lo fossi. Non è meglio impazzire che soffrire? Ma restavo sempre in silenzio, solo con te ho aperto bocca quando hai chiesto, non a me ma al mondo, forse al cielo, Quando finirà tutto questo? E ti dico grazie, davvero, perché non ti sei accontentata del mio Mai.

Ci siamo rivisti, sempre per caso. Avevo una scusa per uscire, per fare un pezzo di marciapiede in più, per sopportare l’oppressione del cielo col suo carico di pericoli da rovesciarmi addosso. Quando ti vedevo non c’era allarme nei tuoi occhi chiari, solo l’accettazione di ciò che può capitarti da un momento all’altro. Un incidente, un’aggressione, la morte. O forse l’amore.

Non pensavo mi avrebbe più accolto qualcuno. Ti ho fatta entrare in casa mia titubante, vergognandomi di ciò che vedevi, ma tu hai ci hai scherzato su, dicendomi che dovrei imparare a fare i mestieri di casa. Poi sei tornata seria, chiedendomi che c’è che non va, e io ho raccontato tutto dall’inizio. Non ne avevo mai parlato con nessuno, è stato come vomitare un torrente.

Alla fine mi hai sorriso, avrei voluto farlo anche io ma ero troppo stanco, sconvolto. Mi hai baciato in quel momento e io ho sentito un’energia nuova attraversarmi, restituirmi le forze e la fiducia nel prossimo. Avrei voluto uscire, correre, urlare, ma tu mi hai trattenuto. Scusami, solo allora ti ho guardata davvero e ho capito.

Non ho mai creduto nei miracoli. Non sei riuscita a farmi cambiare idea, ma ormai non importa. Meglio morire che soffrire.

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L’inevitabile punto della situazione, più una fanzine

Domenica su questo blog verrà caricato il centesimo racconto. Al momento non so ancora chiaramente di cosa parlerà (ho due bozze in forno, speriamo non brucino), né pertanto di quale artista tratterà la centesima introduzione. Avete presente quando vi dicono che per fare le cose bene serve pianificarle altrettanto bene? E che serve costanza? Ecco, io sulla seconda ci sto lavorando ma sulla pianificazione… Insomma!

Il primo racconto del blog, dedicato alla band milanese Unoauno (prima o poi ce la farò a vederli anche dal vivo), aveva un’introduzione stringatissima, e pensavo che questa sarebbe stata la formula base del blog. Ora mi sveglio normalmente alle nove della domenica mattina con l’intento di trovare più informazioni possibile dell’artista prescelto, da associare a vari sproloqui che dovrebbero dare un senso al perché ho deciso di parlare proprio di quell’artista. Ho pensato, aprendo questo spazio dedicato principalmente ai racconti e alla musica indipendente, che avrei scritto io qualche racconto per carburare e poi avrei lasciato spazio alle frotte di scrittor* là fuori che, complice il buon momento delle riviste letterarie, non avrebbero resistito alla chiamata: sono arrivat*, e voglio bene a ognun* di loro, ma non pensavo che su cento storie sessanta e più le avrei scritte io. Sarei partito in quest’avventura se lo avessi presagito? Forse no, meno male che sono un’ottimista. Ho pensato anche “troverò un sacco di artist* di cui parlare andando ai concerti”, ed è scoppiata una pandemia neanche un mese dopo aver scritto l’articolo introduttivo.

Nel corso dei due anni e mezzo trascorsi ho immaginato progetti poi naufragati, tipo far tradurre in inglese i racconti per farli arrivare alle band non italiane o intervistare un regista argentino che, dopo avermi dato l’ok, non ha mai risposto alle domande che gli ho mandato e che mi ero fatto tradurre apposta in spagnolo da una ragazza con cui non finirò mai di scusarmi. Sono partito con degli articoli su musica e sport fermi al terzo episodio da tempo immemore, ne ho immaginati altri che non ho ancora avuto il tempo e la voglia di scrivere (ne arriverà uno sulla scarsa presenza di peni nel cinema e nelle serie televisive, prima o poi), ma sono (quasi) sempre riuscito a parlare di qualcosa ogni settimana, rimandando continuamente l’articolo ultrasintetico in cui dico che, per contrastare la società della performance, Tremila Battute per questa settimana riposa… Anche perché se lo faccio poi finisce che ne abuso: ho visto con i racconti extra-blog, che son partito col metodo Vanni Santoni scrivendo un sacco (non per forza tutto da ricordare) e ora privilegio il sonno e la lettura alle due-tremila battute giornaliere.

Ma ho avuto comunque il tempo di realizzare delle illustrazioni brutte

Avevo anche intenzione di creare un’estensione cartacea del blog, una Tremila Battute che condensasse gli ultimi dieci testi apparsi online con illustrazioni ad hoc (durante il lockdown mi ero messo a disegnare i titoli dei racconti in varie fogge, ad esempio a forma di pinguino per quello sui Gazebo Penguins o a forma di edificio per quello su La ditta di acqua minerale dei Massimo Volume: il risultato era meglio di quanto lasciassero presagire le mie inesistenti abilità grafiche, ma peggio di quanto potrebbe fare un’illustratore con un minimo di fantasia). Poi ho pensato, realisticamente: quanto bisogna essere egoriferiti per creare una rivista che pubblica quasi solo i propri racconti? Così ho aspettato, mi sono lasciato prendere da altri impegni (tipo gli articoli di introduzione sempre più lunghi), e l’idea è rispuntata fuori solo di recente: perché non fare un numero di Tremila Battute celebrativo, con alcuni racconti selezionati, proprio in occasione della quota cento (la politica non c’entra)?

Come dicevano i CCCP, “ecco i miei gioielli”

L’occasione me l’ha data principalmente la serata di martedì 10 maggio al Reverend di Milano (amic* milanesi state sintonizzati: potrebbe diventare un appuntamento fisso), durante la quale ho letto alcuni racconti (con sottofondo musicale delle canzoni che li hanno ispirati) cercando di camminare su un filo logico che tenesse insieme musica indipendente, aneddoti live, Sanremo e l* autor* che mi avevano donato i loro scritti. Tutti (o quasi) sono confluiti in questo numero Zero di Tremila Battute, artigianale e perfettibile e sicuramente non necessario ma con il quale ho voluto festeggiare un traguardo e ringraziare, attraverso pochi nomi, tutt* coloro che hanno contribuito a farmi arrivare fino a qui: li trovate in fondo a questa schermata, se ci sarà mai un numero Uno di sicuro altr* di loro saranno su quelle pagine.

Sì, direte voi, ma dopo tutta questo parlarsi addosso dov’è che possiamo trovarla ‘sta fanzine? La trovate a questo link, stampatela, condividetela, supportatela e perdonate la qualità infima che le ho donato: vengo dallo stesso paese di Bugo, uno che ai bei tempi vendeva al merchandising magliette con scritto a pennarello “Io mi Bugo”, che vi aspettavate?

E ora via, verso nuove avventure!

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Racconto in musica 99: Maledetta sfortuna (Fine Before You Came – Buio/Appello)

Gente siamo arrivati a 99 racconti. Novantanove! Quando ho aperto il blog mica lo sapevo per quanto sarei andato avanti, e c’è da dire che questa cifra ci ho messo solo due anni e qualcosa a raggiungerla mica un decennio, però oh: novantanove! A un passo dalla terza cifra ti viene un po’ quella sindrome da millennium bug, da “mille e non più mille” (che in questo caso sarebbe cento e non più cento… ma verrà mica per il duecentesimo racconto allora?), ti chiedi “cosa accadrà domani, una volta raggiunto questo traguardo?” E la risposta ovviamente è niente di che, stiamo parlando di un blog mica dei massimi sistemi: ma vuoi non festeggiare almeno?

Se siete di Milano ora avete un appuntamento

Martedì 10 maggio alle 20:30 Tremila Battute sarà ospite del Reverend, locale milanese che oltre ad essere bellissimo e ad avere i cocktail coi nomi migliori mai sentiti (provate il Mio nonno vendeva dischi in Martinica) è pure un negozio di dischi ben fornito, con vinili per tutti i gusti (io ci ho trovato anche il disco di Any Other, tanto per dire). Per un’oretta parleremo di musica indipendente, con qualche aneddoto sparso e, soprattutto i racconti e le canzoni che li hanno ispirati, tutto questo grazie a Alex Roggero che, dopo il primo racconto apparso su queste pagine, mi ha portato proprio al Reverend per berci una (due) birre insieme: durante la serata ci sarà spazio anche per un altro suo testo, che guarda il caso (in realtà non è un caso, l’ho fatto apposta) è proprio quello che trovate fra poche righe. E non dimenticate che sta per uscire il suo primo romanzo!

E dopo aver parlato di una data milanese e di un autore milanese, potevamo non parlare di un gruppo milanese? Il nuovo racconto di Alex è infatti ispirato a una di quelle band che ci ha messo poco tempo a diventare iconica, ovvero i Fine Before You Came.

Io con l’emo ho avuto un rapporto complicato, perché vedevo su Mtv musicisti con le stelline tatuate e il trucco e pensavo “questa cosa non fa per me”. In realtà l’emocore è un genere che viene da lontano, fin dagli anni ottanta, e che a parte le sue derive glitterate ha una storia di tutto rispetto che comprende, tanto per dire, anche i Fugazi: Jacopo Lietti (voce), Mauro Marchini (chitarra), Marco Monaci (chitarra), Marco Olivero (basso) e Filippo Rieder (batteria) fanno parte di questa storia dal 1999 (dicevamo sul “mille e non più mille”?), un percorso condito da melodia, furia e urla lancinanti. Il nome della band deriva da una strofa di una canzone dei The Van Pelt, il loro esordio è datato 2001: fortemente influenzati dai gruppi della Green Records, particolarmente gli Eversor, è proprio a un concerto di questi ultimi che consegnano al bassista Marco Morosini una loro demo, riuscendo così a entrare in contatto col fondatore dell’etichetta Giulio Repetto e pubblicare con lui il primo Ep Cultivation of ease e il disco d’esordio It all started in Malibu (2003). Le prime uscite già evidenziano i tratti distintivi della loro musica, una sofferenza traslata in note che non è mai una resa ma nemmeno una vittoria, una specie di elogio delle resistenza senza facili eroismi (tutto il contrario di Ligabue insomma).

Dopo un secondo album omonimo nel 2006 (un concept affiancato da un’opera visiva in tre capitoli diretta dall’artista Antonio Rovaldi), uscito per le etichette I Dischi Dell’Amico Immaginario e Black Candy, i FBYC decidono di rendere più fruibile l’universo narrativo che sta dietro ai loro testi passando al cantato in italiano (e alla benemerita La Tempesta Dischi): è il momento di s f o r t u n a, uno dei loro dischi più amati nonostante fosse uscito per precisa scelta senza promozione, senza distribuzione nei negozi e in free download, una decisione quest’ultima che prenderanno anche per buona parte della produzione successiva. Il nome della band comincia a girare ancora di più, si moltiplicano le collaborazioni (proprio ad un altro esordio in italiano, quello dei Gazebo Penguins, Jacopo presterà la propria voce per il brano Senza di te, mentre la band tutta collaborerà con I Cani nella canzone chiamata non a caso FBYC (s f o r t u n a)), Jacopo diversifica la propria attività anche coi i Verme e continuano a uscire negli anni dischi ed Ep: Ormai (2012), Come fare a non tornare (2013), Quassù c’è quasi tutto (2014), Il numero sette (2017) e l’ultimo in ordine di tempo, Forme complesse, uscito l’anno scorso a testimoniare di una storia che vede i cinque componenti sempre uniti (sul loro bandcamp si legge, a margine di ogni disco, “i Fine Before You Came sono e sempre saranno Marco, Filippo, Jacopo, Marco e Mauro) e ancora vogliosi di accompagnarci con la loro musica. Chi è di Milano e dintorni potrà goderseli dal vivo domenica 15 maggio al Circolo Gagarin di Busto Arsizio durante il Lingua Comune Fest o il 28 maggio al Solidarrock di Cassano D’Adda, oltre ad avere l’opportunità di chiedere consigli musicali direttamente al chitarrista Marco Monaci nel suo negozio di dischi Volume.

Il racconto di Alex prende ispirazione dalla canzone Buio/Appello, seconda traccia di s f o r t u n a, un brano cupo in cui le liriche di Jacopo ci immergono nel disagio mentre la sua voce e la musica ci forniscono le energie per ribellarci a quella situazione nonostante non sembri esserci speranza alla fine del tunnel: solo una piccola parte di me risponde all’appello/ ma tu non la senti. Anche la vita del protagonista del racconto sembra sprofondata nel buio, quello di una casa immersa nelle tenebre mattutine ma soprattutto di un futuro senza sbocchi caratterizzato dalla ripetizione degli stessi vuoti comportamenti: vi lascio scoprire da soli se il finale porterà ad una ribellione o ad una resa, a me non resta che augurarvi buona lettura e buon ascolto.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Maledetta sfortuna, di Alex Roggero

6:30. Le luci della camera sono spente. Fuori è buio e fa freddo. In un mondo ideale nessuno sarebbe sveglio a quest’ora. Mi dirigo verso il bagno, in punta di piedi: non voglio svegliare nessuno, per non litigare già a quest’ora. Quando lo raggiungo chiudo velocemente la porta alle mie spalle.

Prendo la cassa bluetooth che qualcuno ha dimenticato di fianco al cesso, cerco su Spotify un pezzo che mi aiuti a stare sveglio. Accendo l’acqua calda, aspetto che raggiunga la temperatura perfetta. Entro in doccia, Il tepore dell’acqua mi fa sorridere. Vorrei che tutta la vita fosse come questo momento.

Quando uscirò da questa stanza, il mondo mi crollerà nuovamente addosso.

Non ho svolto il lavoro che il mio capo mi ha assegnato lo scorso venerdì pomeriggio. Si aspettava fosse completato entro questa mattina. Cosa dovrei dirgli? Ho terminato da un pezzo le scuse plausibili. Di lunedì non è mai puntuale, potrei avere ancora qualche ora per lavorare sul progetto prima del suo arrivo. Se non faccio colazione e mi metto immediatamente in macchina potrei guadagnare quindici minuti. Ma che importanza ha?

Ruoto ancora un po’ la manopola dell’acqua calda. Il vapore riempie la stanza. Se solo potessi restare in questo momento per sempre.

Mia moglie mi tradisce. Per sbaglio ho letto un messaggio sul suo computer ieri sera. Chi è che lascia ancora il proprio computer in giro per casa senza una password nel 2022? Sicuramente qualcuno che non ha guardato Mr. Robot. Dovrei dirle che so tutto? E cosa dovremmo fare con nostra figlia? Immagino che la società mi imponga di doverle mantenere, anche se a malapena ho i soldi per pagare il mutuo. Forse mi conviene rimanere in silenzio.

La mia vita si sta sgretolando su sé stessa.

Prendo lo shampoo e me lo spalmo sui capelli. Pino silvestre e ginseng. Ha un profumo buonissimo. Mi torna in mente il me stesso di dieci anni fa, le mie ambizioni. La mia vita, oggi, è dieci minuti di felicità e millequattrocentotrenta minuti di merda al giorno.

Non suono più.

Non vado più a concerti.

Non mi alleno più.

Non scrivo più.

Non viaggio più.

Prendo il bagnoschiuma. Tra due minuti dovrò uscire dalla doccia. Potessi passare la giornata qui dentro sarebbe tutto più facile.

Una volta ero felice. Solo, ma felice. Ora sono diventato un ingranaggio, tutto ciò che ho sempre odiato. Dovrei tirare fuori le palle, parlare con le persone che mi circondano, farmi valere. O forse farla finita, qui, in questo momento. Qualcuno piangerebbe la mia morte?

6:40. Devo uscire. Indosso un completo blu elettrico, cravatta rossa. Tengo la luce spenta, non mi guardo allo specchio. Nessuno mi saluta mentre esco. Salgo in macchina. Ripenso a quanto è stato bello farmi quella doccia.

Tornando verso casa mi fermerò a comprare un nuovo shampoo.

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Fidati di chi non ci è mai stato: il sud-ovest degli States in Zia Dot di Riccardo D’Aquila

L’estate scorsa, all’interno di un articolo in cui parlavo dei podcast migliori ascoltati durante le mie ferie, ne ho fatto solo una piccola menzione, ma per gli appassionati di libri Copertina di Matteo B. Bianchi è un ascolto imprescindibile. Una volta ogni due settimane lo scrittore consiglia un buon numero di letture fra quelle che ha in corso, quelle consigliate da librai e libraie sempre divers* e altr* ospiti, siano essi traduttor* o scrittor*. In una delle ultime puntate è capitato che parlasse di un libro che avevo già intenzione di leggere, e per ragioni simili a quelle che hanno spinto lui a consigliarlo: Zia Dot di Riccardo D’Aquila non sarebbe forse esistito senza ‘tina, la rivista che Bianchi produce in totale autonomia da oltre vent’anni e che ha ospitato il primo racconto di D’Aquila, dandomi modo di scoprirlo e di ospitarlo anche su queste pagine.

Curiosi di leggerlo? Lo trovate a questo indirizzo

D’Aquila è riuscito nell’impresa di essere pubblicato su una delle riviste più influenti del settore non una, bensì due volte, riuscendo in entrambi i casi a proporre delle ambientazioni nordamericane credibili. Il secondo racconto, completamente diverso come ritmo e tono, si sviluppa in una ricca villa di Bel Air e vede in azione un’eccentrica donna alle prese con la nipote, spaventata da un’inattesa gravidanza: grazie al proprio talento, e anche all’aiuto di Bianchi (lo scrittore lo ha consigliato alla propria casa editrice, Fandango), quel racconto è oggi diventato il primo capitolo di un libro che ne eredita il nome, Zia Dot appunto.

Protagonist* del romanzo sono Dorothy “Dot” Roth, figlia ribelle e lesbica di una ricca famiglia di Bel Air, e Marvin (che chi segue la rivista Crack potrebbe avere già incontrato), un amico della donna scappato in Messico anni prima a causa di una rapina andata male. Una lettera convincerà Marv a ritornare negli Stati Uniti, dove pende ancora un mandato di cattura a suo nome, e cercare l’aiuto di Dot per una misteriosa missione che li porterà dalla California all’Arizona, come in una classica storia on the road. Durante il viaggio i due avranno modo di riflettere sul loro presente e sul loro passato, ricostruendo man mano il rapporto che li legava.

Phoenix venne fuori da dietro un cactus e luccicò come l’asfalto che si finge acqua, sotto il sole rovente.

Se non fossi stato a una presentazione milanese del libro, sentendolo dire dalla sua viva voce, faticherei a credere che D’Aquila non sia mai stato negli Stati Uniti. Terra d’elezione dei suoi scritti (da qualche parte c’è una sua raccolta di racconti già pronta, che spero trovi presto un editore), gli States risultano vividi e credibili lungo tutta la trama, così come il Messico in cui Marv si muove nei primi capitoli: con un po’ d’aiuto di Google Maps e tanta documentazione l’autore abruzzese ha trovato il modo di trasportare il lettore tanto nella periferia di Phoenix quanto lungo le highway deserte puntellate ogni tanto da un diner o un motel, e se la prima non l’ho mai vista fidatevi che le mie scorrazzate fra California, Arizona e Utah me le sono fatte e non potrei descriverle meglio di come fa lui.

Dot tirò fuori dalla borsetta un’agenda e una penna. Marvin, invece, mise la bottiglietta del succo d’acero contro luce e la capovolse. Guardò il contenuto colare verso il tappo e, con un gesto veloce, si scoprì la manica per dare un’occhiata all’orologio. Quando il succo raggiunse il tappo, riportò il contenitore nella posizione iniziale e mostrò il quadrante a Dot, che subito iniziò a scrivere.

L’uomo li fissava ipnotizzato.

«C’è qualche problema?», domandò serio.

Dot smise di scrivere. «Nessun problema, ci scusi. Andiamo via subito. Questo non va bene, per niente», aggiunse, rivolta a Marv.

Marv scosse la testa.

«Cosa non va bene?», chiese l’uomo.

«Ci fa piacere che ce lo chieda», riprese Dot mettendo via la penna. «Non saremmo autorizzati a dirglielo, ma vede, il suo parere potrebbe essere di vitale importanza per noi. E non solo per noi.»

«Non compro niente, vi avverto.»

«Le sembriamo due che vendono enciclopedie?»

L’uomo fissò Marv, che rimase impassibile.

«Chi siete, allora?» chiese.

La lezione dei migliori narratori americani è stata imparata ad arte da D’Aquila, non solo rispettando la famosa regola “show, don’t tell” ma anche dando ai dialoghi fra i vari personaggi il ritmo e la vitalità della miglior serialità televisiva. In molte occasioni, nelle parti più leggere, ho ritrovato fra le pagine la stessa carica degli scambi fra i personaggi di Marvelous Mrs. Maisel, alternate a capitoli in cui invece l’autore punta all’essenziale, dicendo il meno possibile e giocando sulle azioni, i gesti, le parole ingoiate appena prima di essere pronunciate.

«Allora hai qualcuno qui?»

«Qualcuno?» Dot si guardò attorno girando la testa a destra e sinistra. «Tu vedi qualcuno? Io no. Non vedo nessuno.» Si fermò e riprese. «Che ti devo dire, Marv? Che vuoi che ti dica? Che sono una chiacchierona? Che ho fatto tanto casino per niente? Che sono rimasta attaccata alla tetta di questo posto? Che non ho le palle? È così. Sono un bluff. Il tempo è veloce e ho fatto così tanti buchi alla barca che ci sto affondando insieme. Ed è troppo tardi. Sei tu quello vero, lo sei sempre stato. Quello che a un certo punto ha alzato il dito medio ed è andato dritto in Arizona a… non lo so, a fare quello che volevi fare. Hai capito che c’era un momento per lamentarsi e uno per mettersi su un’auto senza sapere cosa veniva dopo. Tu hai le palle. Io no. Alla fine, Dot Roth è diventata una che dà aria ai denti, tutto qua.»

Tutto questo funziona alla perfezione però solo grazie a due protagonist* d’eccezione. Dot e Marv sono figure tridimensionali, dotati di una personalità precisa che non ha bisogno di troppi dettagli ma emerge ogni volta che agiscono o parlano. Era facile farne delle macchiette, caratterizzarli sulla base di mille personaggi già visti: D’Aquila riesce invece a renderceli familiari ma unic*, inconfondibil* nel loro modo di attraversare le peripezie lungo il cammino. Al loro fianco si stende una galleria ristretta ma altrettanto ben caratterizzata di personaggi di contorno, compagn* di viaggio che appaiono anche solo per poche pagine ma che rimangono impress* a lungo.

Per passare legalmente il confine e sbucare in California, Marv avrebbe avuto bisogno di un passaporto falso, uno ben fatto, di quelli veri a cui sostituire solo i dettagli, poi una ripulita e la sua faccia da culo americano, che era di per sé un vantaggio. Per la prima cosa Rico avrebbe contattato un tipo che si faceva chiamare Juan, ma vai a sapere qual era il suo vero nome, e che aiutava Rico con le sue opere di bene. Sarebbe costato quasi tutti i soldi che Marv aveva. Per la ripulita c’erano la doccia, il sapone e un po’ di vestiti vecchi del periodo in Arizona e per la faccia da culo, invece, erano a posto.

Non è facile gestire una trama che unisce leggerezza e profondità, dialoghi eccezionali e descrizioni sintetiche ma efficaci. Non lo è se si è scrittori navigati, figuriamoci se a provarci è un esordiente: Zia Dot però riesce ad avere tutti questi elementi, è un libro confortevole in cui ritrovi qualcosa che conosci ma declinato in un modo diverso da quanto hai letto in precedenza. Non penso sia sminuente fare il paragone con la serialità televisiva, un ambito che di sicuro D’Aquila conosce a menadito, soprattutto se è uno di quelli alti: fra le pagine di Zia Dot ho ritrovato la stessa capacità di Vince Gilligan di creare un mondo iconico, e poco importa se al posto di spacciatori, narcotrafficanti e avvocati truffaldini (ci sono momenti in cui le dinamiche fra Dot e Marv assomigliano a quelle di Jimmy McGill/Saul Goodman e Kim Wexler quando si fingono Viktor e Giselle Saint Claire) ci sono un’ereditiera annoiata e un ricercato dai modi spicci perché quel che conta è il viaggio, e in questo sia Gilligan che D’Aquila sono fra i migliori accompagnatori possibili.

E lasciatemelo dire: io ci avevo creduto fin dall’inizio.

Per chiudere un bel consiglio di viaggio: andate alla Goblin Valley!

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Racconto in musica 98: Addio (Giardini Di Mirò – Flat heart society)

Si può menzionare per due settimane di fila la stessa band senza che questa sia poi protagonista dell’articolo? Si può parlare dello stesso genere musicale (prendendola alla larga) per due volte in quattro giorni? Sarà che, arrivato a quasi cento racconti, uno comincia a ripetersi, ma io questo racconto della domenica lo introduco menzionando i Russian Circles e parlandovi di musica strumentale.

I Russian Circles sono stati probabilmente il mio primo, grande amore in quell’alveo molto vasto che prende il nome di post-rock: attesi per mesi il loro primo concerto da che avevo cominciato ad ascoltarli, e avevo già più di trent’anni per cui immaginatevi la passione… O immaginatevi me che stravedo per le mie band preferite come quando avevo quindici anni, decidete voi quale scena vi è più congeniale. Giovedì quel concerto si replicherà più o meno alla stessa maniera, con la band di Chicago sempre accompagnata dagli Helms Alee (prima o poi ve ne parlerò) ma al Circolo Magnolia e non al Lo-Fi, che nel frattempo ha chiuso i battenti da qualche anno, facciamo che se sarete lì battete un colpo e ci beviamo una birra insieme. La mia passione per il post-rock e la musica strumentale in genere non nasce però coi Russian Circles, arriva da più lontano e cresce man mano diversificando gli ascolti e trovando nicchie sempre più comode: di sicuro, per farmi capitolare, fu fondamentale la band che considero alfiere del genere in Italia, ovvero (ho fatto proprio un giro corto eh?) i Giardini Di Mirò.

Mica facile condensare ventisei anni di storia in un breve articolo, da dove si comincia? Direi, come mi suggerisce santa wikipedia, dal chitarrista Corrado Nuccini che cerca di formare una band già nel 1993, tirando dentro un po’ di gente nel corso degli anni fino a che nel 1998 non riesce a formare un nucleo stabile per realizzare il primo demo: GDM?, autoprodotto e ristampato in seguito all’esaurimento dall’etichetta tedesca Friction Friction, vede già all’interno della formazione Jukka Reverberi (chitarra), Luca Di Mira (tastiere) e Mirko Venturelli (basso) (oltre a Lorenzo Lanzi alla batteria), che rimarranno insieme al violinista e trombettista Emanuele Reverberi la colonna portante del progetto nelle sue molteplici evoluzioni. Da lì in avanti seguire cronologicamente la loro produzione è un’impresa: sette album, partendo dallo storico Rise and fall of academic drifting (pubblicato dalla Homesleep nel 2001) per giungere a Different times (2018, 42 Records), una galassia di Ep e split che, soprattutto nel primo periodo, li vide condividere il supporto sonoro ad esempio con un’altra band storica italiana come gli Yuppie Flu (il leader Matteo Agostinelli è anche fondatore dell’etichetta Homesleep e presta la sua voce nella canzone Pet life saver, contenuta proprio nel disco d’esordio dei GDM) e poi, giusto per non farsi mancare niente, pure una colonna sonora (Sangue – La morte non esiste, film che onestamente non conoscevo diretto dal compianto Libero De Rienzo nel 2005 e interpretato da Elio Germano) e svariate compilation. I GDM lungo questi ventisei anni hanno sperimentato (l’album Il fuoco nasce come sonorizzazione di un film muto del 1915, esperimento parzialmente replicato nel 2014 con il disco Rapsodia satanica) hanno collaborato con numeros* cantant* nazionali e internazionali (da Alessandro Raina in Punk…Not diet! alla bulimia di collaborazioni nei successivi dischi, comprendente nomi come Jonathan Clancy e Adele Nigro, di cui qui vi abbiamo già parlato), hanno perfezionato uno stile fatto di atmosfere intime e sfoghi lancinanti (Trompso is ok, uno dei loro primi brani, mi fa piangere ogni volta che la ascolto) che li rende un unicum nel panorama italiano: se volete goderveli eccezionalmente solo in versione strumentale fatevi trovare il 18 maggio al Tunnel di Milano o il 26 alla Golena del fiume Rubicone, qui si fa la storia.

La canzone che mi ha tirato fuori un racconto dalle viscere è Flat heart society, traccia che chiude il disco del 2012 Good luck. In un crescendo emozionale scandito dalle parole di Nuccini i GDM uniscono l’esperienza di una singola alienazione per esplorare la sua genesi all’interno della società attuale: ascoltandola ho immaginato una commemorazione, il dolore che lentamente si trasforma man mano che le proprie colpe vengono rifiutate per pensare ad altro, tipo i propri problemi. Potete trovare il racconto come al solito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Addio

Penso di aver esaurito tutte le lacrime. Sì lo so che è una frase fatta, ma vi giuro che sono distrutto. Vi rendete conto? Sembrava il ritratto della salute, ci dicevamo sempre A quello chi lo ammazza. E invece.

Sì, non lo sentivo da un po’ di tempo. Era strano ultimamente, diceva che si sentiva solo. Avremmo dovuto fargli più compagnia? Non lo so, mia madre è stata male di recente, mi ero iscritto a un corso. Voi? Il lavoro, ovvio, i figli. Ad avere tutto il tempo del mondo ci saremmo stati di più, ma vai a immaginarti una cosa del genere. Me l’aveva detto, ma dicono che chi ne parla di continuo mica lo fa.

Come dici? Avrei dovuto parlartene? Ma se al tuo compleanno non l’hai neanche invitato! Sì, lo so che era molesto, c’era sotto di brutto un annetto fa. Non è che volevo darti la colpa, però anche te che cazzo, stacci attento con le parole. Dai vieni qua, fatti dare un abbraccio. Dobbiamo stare vicini almeno noi. Dobbiamo farlo per lui.

Ve lo ricordate quella volta in vacanza? Madonna, era una furia. Chi cazzo lo fermava ai tempi? Sarà stato anche quello che si prendeva, ma rimorchiava pure per noi. Sì, lo so che poi t’ha fregato la tipa con cui ti eri già fatto la bocca, ma lo sapevamo tutti com’era fatto. Era così, alti e bassi, un po’ ti dava il cuore e un po’ te la metteva nel culo. Forse più la seconda ma dai, non è che noi siamo stati meglio.

Ma chi cazzo ti ha detto niente? Cos’è, c’hai la coda di paglia? Cristo, siamo a un funerale e mi rompi i coglioni per delle stronzate. Io non ho detto niente, lo so che c’avevate i vostri scazzi ma mica t’ho dato la colpa, ok? Vuoi che ti dica che era uno stronzo, così ti senti meglio? Io non lo dico, era un mio amico e sento un vuoto dentro, anche se ne ha fatte pure a me.

Non ho voglia di parlarne. Cazzo, non siamo mica qui per questo. Ma ve la siete già scordata la bara? C’abbiamo appena pianto sopra, l’abbiamo appena messo sotto terra! Potrà anche essere stato una merda ma com’è che si dice… Bisogna lasciar andare? No?

Sì, è vero. Me l’ero legata al dito, ok? Pure voi ce ne avevate di motivi per mandarlo a cagare, non fate finta di niente. No, non voglio litigare, ma non è che possiamo usare due pesi e due misure. Se non rispondevamo più ai suoi messaggi un motivo c’era, io avevo il mio e voi avevate i vostri. È andata così, punto. Non stiamo qui a massacrarci a vicenda per un cazzo. A che serve?

M’hanno svegliato in piena notte con la notizia, avevo appena messo a dormire la piccola. Sì, c’è voluta tutta per rimetterla a nanna. La tua quanti anni ha? Tre? Già tre anni? Cazzo, dobbiamo vederci più spesso, non possiamo perderci di vista così. Gli amici veri li si tiene vicini al cuore ma li si chiama pure, vediamo di non fare gli stronzi.

Dai, vieni qui anche tu. Un bell’abbraccio collettivo, avanti. È stato bello rivedervi, mi siete mancati. Davvero. Dovrebbero essercene di più di occasioni del genere, non lasciamo passare un’eternità va bene?

Di cosa stavamo parlando prima?

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