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Racconto in musica 114: La sfida (Godspeed You! Black Emperor – Job’s lament)

Questa è stata una settimana piuttosto proficua a livello di concerti. Ieri sera mi sono visto per l’ennesima volta Nick Oliveri dal vivo al Tambourine di Seregno, versione in solitaria con una chitarra acustica in spalla e la stessa energia nella voce e nelle mani che se avesse imbracciato un basso elettrico e stesse facendo stoner (leggasi “la dinamica non è la mia priorità”: Six shooter l’ha fatta senza chitarra, solo urlando nel microfono). Se già rivedere l’ex bassista di Kyuss e Queens Of The Stone Age (fra gli altri) è stato bello, ancora più emozionante è stato vedere per la prima volta una band che ho seguito in maniera discontinua negli anni, ma la cui capacità di portare altrove con la testa è unica: in un Alcatraz di Milano che si è pian piano gremito (e che avrebbe dovuto sollevarsi e fare la rivoluzione di fronte a una Slalom da 0,4 a 8 EURO: ho capito che c’è la crisi energetica, ma qui mi state prendendo per il culo. E scemo io che glieli ho dati!), subito dopo l’opening act di un inclassificabile chitarrista sperimentale che di nome fa Tashi Dorji (andate ad ascoltarvi qualcosa qui e preparatevi ad assumere un’espressione fra lo stupito e il perplesso) sono saliti sul palco le leggende del post-rock conosciute come Godspeed You! Black Emperor.

Ci sono poche cose che si possono dire dei GY!BE, una cosa strana se si pensa alla loro ultratrentennale carriera. Formatasi nel 1994 a Montreal attorno a un nucleo che comprendeva i chitarristi Efrim Menuck e Mike Moya e il bassista Mauro Pezzente, la band prende il nome da un documentario giapponese in bianco e nero degli anni 70 su una gang di bikers (i Black Emperors) intitolato, guarda un po’, God Speed You! Black Emperor, e pare che i tre si mettano insieme inizialmente perché c’era bisogno di un gruppo di supporto per un’altra band. Da lì in avanti la loro attività non si interrompe più e anzi cresce esponenzialmente, fagocita musicisti (pare che per suonare con loro bastasse essere una bella persona e aver voglia di sperimentare) fino ad arrivare a una quindicina di membri prima dell’uscita di F # A # ∞, il primo disco ufficiale che segna nel 1997 anche l’inizio della loro collaborazione con la Constellation Records: dopo questo traguardo la formazione ufficiale si stabilizza attorno ai tre membri fondatori e a David Bryant (chitarra), Thierry Amar (bassista e contrabbassista), Aidan Girt (batteria), Bruce Cawdron (batteria) Sophie Trudeau (violino) e Norsola Johnson (violoncello), rimanendo pressoché invariata nel corso degli anni. Pubblicano un Ep due anni più tardi, Slow riot for new zero Kanada, e altri due dischi nei primi anni 2000 (periodo nel quale Moya sarà sostituito dal chitarrista dei Fly Pan Am, Roger Tellier-Craig) , Lift your skinny fists like antennas to heaven (2000) e Yanqui U.X.O., mostrando al mondo la loro ricetta musicale che prevede brani strumentali mediamente lunghi (dai cinque ai venti minuti), unione di momenti ambient con cavalcate improvvise e rumorismi noise, una capacità incredibile di creare atmosfera e, solo apparentemente a margine di tutto questo, una fortissima connotazione politica.

Si sa poco dei GY!BE perché hanno rilasciato rare interviste, ma ogni loro parola pronunciata o carpita dai frammenti audio nei loro brani dimostra la forte criticità nei confronti della società capitalista, della guerra, dell’oppressione israeliana verso la comunità palestinese e verso molte altre problematiche: nel booklet di Yanqui U.X.O., ad esempio, appaiono scritte che descrivono il brano 09-15-00 come “Ariel Sharon surrounded by 1000 Israeli soldiers marching on al-Haram Ash-Sharif & provoking another intifada” (il 15 settembre 2000 Sharon provocò lo scoppio della rivolta palestinese andando al Monte del Tempio con una delegazione enorme di poliziotti in tuta antisommossa), e di concerto con l’etichetta pubblicano una lista di major discografiche i cui affari sono legati a stretto giro con l’industria bellica militare, esplicitando anche il loro disprezzo verso l’industria musicale (motivo per il quale, ma non ne sono certo, una loro canzone utilizzata nella colonna sonora di 28 giorni dopo non appare nel disco della soundtrack a causa della negazione dei diritti di utilizzo). Durante un tour del 2003 vennero fermati dalla polizia su una segnalazione di sospetto terrorismo (nella perquisizione l’FBI, coinvolta nell’operazione, trovò nel loro furgone vario materiale antigovernativo), e una volta rilasciati per insufficienza di prove denunciarono l’abuso al loro successivo concerto in Missouri sottolineando il loro veloce rilascio in quanto “bravi ragazzi canadesi bianchi”. Anche la loro pausa dall’attività fra il 2004 e il 2010, ufficialmente a causa degli impegni con altri progetti (quasi tutt* hanno altre, fra cui la mitica Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra & Tra-La-La Band che ne riunisce gran parte e di cui magari un giorno parlerò più approfonditamente), è stata legata alla guerra in Iraq: che sia vero o meno nel 2010 i GY!BE tornano in tour, riaccolgono Moya, perdono Johnson e Cawdron (sostituito quest’ultimo da Tim Herzog) e rispondono a tutte le voci di scioglimento con la loro attività live e con lo splendido disco ‘Alleluja! Don’t bend! Ascend! (2012), che è stato il mio personale battesimo del fuoco e mi fa piangere ogni volta che ascolto la prima traccia, Mladic, venti minuti di pura emozione e capacità orchestrale. Per questo disco vincono il Polaris Music Prize (il premio canadese al miglior disco dell’anno) e loro, con invidiabile coerenza, criticano la dispendiosità della cerimonia di premiazione in un momento di forte crisi globale: come si fa a non amarli?

Dopo la reunion entrano a far parte della squadra stabilmente, seppur in tempi diversi, anche Karl Lemieux e Philippe Leonard, che si occuperanno di lì in avanti delle proiezioni durante i live, considerate dalla band una componente fondamentale per far arrivare il proprio messaggio. Ad oggi i GY!BE hanno pubblicato altri tre dischi, Asunder, sweet and other distress (2015), Luciferian towers (2017) e G_d’s pee at state’s end! (2021), continuando a esplorare a tutto campo le possibilità della musica e creando emozioni.

Forse questa cosa l’ho già esplicitata, ma io sono un grande fan di South Park. Lo sono al punto che varie persone che conosco, compresa la mia fidanzata, mi hanno intimato di non nominarlo più di una volta al giorno, perché trovo sempre un collegamento fra qualcosa che è successo o è stato detto con una puntata dello show di Matt Stone e Trey Parker, e oggi userò proprio un episodio della serie per introdurre il racconto ovvero quello intitolato Cartmanland. Senza farla troppo lunga, il laido e disprezzabile Cartman si ritrova a possedere un parco giochi privato mentre Kyle, umile e sempre dalla parte dei più deboli, si ritrova con le emorroidi e perde per questo la fede: un rabbino, nel tentativo di fargliela recuperare, gli racconta la parabola di Giobbe e delle sofferenze che Satana, in accordo con Dio, gli scaglia addosso per provarne la fede, al che Kyle invece di tornare a credere si convince ancora di più che Dio non esiste o, se esiste, è ingiusto. Ho pensato a questo ascoltando Job’s lament, la seconda traccia di G_d’s pee at state’s end!, e alla situazione di stress che provano innumerevoli lavoratori a causa di contratti indecenti, condizioni disumane e rapporti di potere distorti: il racconto è un piccolo campionario di frasi sentite realmente, pronunciate anche da me o da chi mi sta attorno (e qualcosa ispirato dal formidabile libro Tecnoluddismo di Gavin Mueller, edito da Nero Editions), e non può riuscire ad abbracciare tutta la realtà di un mondo che sta vedendo i propri diritti erosi ma ci prova con onestà e una certa ingenuità, al grido di “si lavora per vivere e non si vive per lavorare”. Potete trovarlo subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

La sfida

Tanti piccoli Giobbe

«Minchia, io ho ancora sonno»

«Quasi quasi oggi non vado. Piglio e vado al mare, vaffanculo»

Tanti piccoli Giobbe, in cammino

«Ma ce la fa a guidare la gente porca troia? Ma ce la fanno?»

«Quanto mi stanno sul cazzo quelli che cercano di salire senza prima farti scendere, non ti dico»

Tanti piccoli Giobbe, messi alla prova

«Ti è mai capitato di avere l’ansia di dover arrivare in tempo da qualche parte, e allo stesso tempo di sperare di non riuscire ad arrivarci? A me tutti i giorni»

«Io qua ci volevo venire a vivere, ora a furia di code sta città di merda se la bruciassero mi farebbero solo un favore»

Tanti piccoli Giobbe, puniti dall’alto per gioco

«Piacerebbe anche a me mandarli affanculo, ma se non mi rinnovano il contratto? Tocca star zitto ancora un mesetto, poi dopo… Vediamo»

«Sì ma se non arrivo in tempo li scalano a me i soldi! Non è mica come dirla quando ci sei dentro»

Tanti piccoli Giobbe, separati gli uni dagli altri

«Eh la protesta, puoi permetterti te di star fuori che non hai il mutuo da pagare»

«Perché devo fare io il part-time? Fatelo fare a quella là che non ha nessuno da mantenere a casa»

Tanti piccoli Giobbe, troppo attaccati alla loro pena

«Per te è facile dirlo, ma io poi di cosa campo? Lo stipendio mi serve»

«E se poi vien fuori che non sono capace? Se mollo la sicurezza e poi mi ritrovo col culo per terra?»

Tanti piccoli Giobbe, sul punto di cedere

«Ti giuro che io a entrare qui c’ho il vomito. Davvero, sto male»

«Vedrai che un giorno mi licenzio. Mi prendo un rudere da qualche parte e vado a coltivare la terra, altro che fare le nove di sera per una cazzo di campagna»

Tanti piccoli Giobbe, la cui fede vacilla

«Chiediti almeno perché lo fai. Mica te l’ha prescritto il dottore che devi correre ogni volta che te lo dicono»

«Poi tanto il merito se lo prende sempre qualcun altro. Anzi, se parli ti guardano pure male!»

Tanti piccoli Giobbe, che iniziano a parlarsi

«Pensa alle casse automatiche. Le mettono per farti un favore? No, le mettono per farti fare il loro lavoro, e mettono meno gente alle casse normali per costringerti a usarle e risparmiare. E chi è che ci guadagna?»

«Devi capire che è un cazzo di sistema, più corri e più ti fanno correre. Qui stiamo tornando ai tempi del cottimo»

Tanti piccoli Giobbe, che cominciano a reagire

«Finché non mi mettono le sicurezze io su sta macchina non ci lavoro più. Mi costringono? La spacco. Come fanno a dire che sono stato io? Son cose che capitano, che sfortuna!»

«Da adesso gli straordinari glieli metto giù tutti. Vogliono farmi fare le nove di sera? Che paghino, mica sono io che vado in giro col macchinone. E se non pagano alle sette stacco, si lavora per vivere mica si vive per lavorare»

Tanti piccoli Giobbe in marcia verso l’orizzonte, verso un mondo migliore. La strada è lunga e ripida, piena di ostacoli, non se ne vede la fine. Continuano a camminare

«Ne vale la pena? Io dico di sì»

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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