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L’inevitabile punto della situazione, più una fanzine

Domenica su questo blog verrà caricato il centesimo racconto. Al momento non so ancora chiaramente di cosa parlerà (ho due bozze in forno, speriamo non brucino), né pertanto di quale artista tratterà la centesima introduzione. Avete presente quando vi dicono che per fare le cose bene serve pianificarle altrettanto bene? E che serve costanza? Ecco, io sulla seconda ci sto lavorando ma sulla pianificazione… Insomma!

Il primo racconto del blog, dedicato alla band milanese Unoauno (prima o poi ce la farò a vederli anche dal vivo), aveva un’introduzione stringatissima, e pensavo che questa sarebbe stata la formula base del blog. Ora mi sveglio normalmente alle nove della domenica mattina con l’intento di trovare più informazioni possibile dell’artista prescelto, da associare a vari sproloqui che dovrebbero dare un senso al perché ho deciso di parlare proprio di quell’artista. Ho pensato, aprendo questo spazio dedicato principalmente ai racconti e alla musica indipendente, che avrei scritto io qualche racconto per carburare e poi avrei lasciato spazio alle frotte di scrittor* là fuori che, complice il buon momento delle riviste letterarie, non avrebbero resistito alla chiamata: sono arrivat*, e voglio bene a ognun* di loro, ma non pensavo che su cento storie sessanta e più le avrei scritte io. Sarei partito in quest’avventura se lo avessi presagito? Forse no, meno male che sono un’ottimista. Ho pensato anche “troverò un sacco di artist* di cui parlare andando ai concerti”, ed è scoppiata una pandemia neanche un mese dopo aver scritto l’articolo introduttivo.

Nel corso dei due anni e mezzo trascorsi ho immaginato progetti poi naufragati, tipo far tradurre in inglese i racconti per farli arrivare alle band non italiane o intervistare un regista argentino che, dopo avermi dato l’ok, non ha mai risposto alle domande che gli ho mandato e che mi ero fatto tradurre apposta in spagnolo da una ragazza con cui non finirò mai di scusarmi. Sono partito con degli articoli su musica e sport fermi al terzo episodio da tempo immemore, ne ho immaginati altri che non ho ancora avuto il tempo e la voglia di scrivere (ne arriverà uno sulla scarsa presenza di peni nel cinema e nelle serie televisive, prima o poi), ma sono (quasi) sempre riuscito a parlare di qualcosa ogni settimana, rimandando continuamente l’articolo ultrasintetico in cui dico che, per contrastare la società della performance, Tremila Battute per questa settimana riposa… Anche perché se lo faccio poi finisce che ne abuso: ho visto con i racconti extra-blog, che son partito col metodo Vanni Santoni scrivendo un sacco (non per forza tutto da ricordare) e ora privilegio il sonno e la lettura alle due-tremila battute giornaliere.

Ma ho avuto comunque il tempo di realizzare delle illustrazioni brutte

Avevo anche intenzione di creare un’estensione cartacea del blog, una Tremila Battute che condensasse gli ultimi dieci testi apparsi online con illustrazioni ad hoc (durante il lockdown mi ero messo a disegnare i titoli dei racconti in varie fogge, ad esempio a forma di pinguino per quello sui Gazebo Penguins o a forma di edificio per quello su La ditta di acqua minerale dei Massimo Volume: il risultato era meglio di quanto lasciassero presagire le mie inesistenti abilità grafiche, ma peggio di quanto potrebbe fare un’illustratore con un minimo di fantasia). Poi ho pensato, realisticamente: quanto bisogna essere egoriferiti per creare una rivista che pubblica quasi solo i propri racconti? Così ho aspettato, mi sono lasciato prendere da altri impegni (tipo gli articoli di introduzione sempre più lunghi), e l’idea è rispuntata fuori solo di recente: perché non fare un numero di Tremila Battute celebrativo, con alcuni racconti selezionati, proprio in occasione della quota cento (la politica non c’entra)?

Come dicevano i CCCP, “ecco i miei gioielli”

L’occasione me l’ha data principalmente la serata di martedì 10 maggio al Reverend di Milano (amic* milanesi state sintonizzati: potrebbe diventare un appuntamento fisso), durante la quale ho letto alcuni racconti (con sottofondo musicale delle canzoni che li hanno ispirati) cercando di camminare su un filo logico che tenesse insieme musica indipendente, aneddoti live, Sanremo e l* autor* che mi avevano donato i loro scritti. Tutti (o quasi) sono confluiti in questo numero Zero di Tremila Battute, artigianale e perfettibile e sicuramente non necessario ma con il quale ho voluto festeggiare un traguardo e ringraziare, attraverso pochi nomi, tutt* coloro che hanno contribuito a farmi arrivare fino a qui: li trovate in fondo a questa schermata, se ci sarà mai un numero Uno di sicuro altr* di loro saranno su quelle pagine.

Sì, direte voi, ma dopo tutta questo parlarsi addosso dov’è che possiamo trovarla ‘sta fanzine? La trovate a questo link, stampatela, condividetela, supportatela e perdonate la qualità infima che le ho donato: vengo dallo stesso paese di Bugo, uno che ai bei tempi vendeva al merchandising magliette con scritto a pennarello “Io mi Bugo”, che vi aspettavate?

E ora via, verso nuove avventure!

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Racconto in musica 99: Maledetta sfortuna (Fine Before You Came – Buio/Appello)

Gente siamo arrivati a 99 racconti. Novantanove! Quando ho aperto il blog mica lo sapevo per quanto sarei andato avanti, e c’è da dire che questa cifra ci ho messo solo due anni e qualcosa a raggiungerla mica un decennio, però oh: novantanove! A un passo dalla terza cifra ti viene un po’ quella sindrome da millennium bug, da “mille e non più mille” (che in questo caso sarebbe cento e non più cento… ma verrà mica per il duecentesimo racconto allora?), ti chiedi “cosa accadrà domani, una volta raggiunto questo traguardo?” E la risposta ovviamente è niente di che, stiamo parlando di un blog mica dei massimi sistemi: ma vuoi non festeggiare almeno?

Se siete di Milano ora avete un appuntamento

Martedì 10 maggio alle 20:30 Tremila Battute sarà ospite del Reverend, locale milanese che oltre ad essere bellissimo e ad avere i cocktail coi nomi migliori mai sentiti (provate il Mio nonno vendeva dischi in Martinica) è pure un negozio di dischi ben fornito, con vinili per tutti i gusti (io ci ho trovato anche il disco di Any Other, tanto per dire). Per un’oretta parleremo di musica indipendente, con qualche aneddoto sparso e, soprattutto i racconti e le canzoni che li hanno ispirati, tutto questo grazie a Alex Roggero che, dopo il primo racconto apparso su queste pagine, mi ha portato proprio al Reverend per berci una (due) birre insieme: durante la serata ci sarà spazio anche per un altro suo testo, che guarda il caso (in realtà non è un caso, l’ho fatto apposta) è proprio quello che trovate fra poche righe. E non dimenticate che sta per uscire il suo primo romanzo!

E dopo aver parlato di una data milanese e di un autore milanese, potevamo non parlare di un gruppo milanese? Il nuovo racconto di Alex è infatti ispirato a una di quelle band che ci ha messo poco tempo a diventare iconica, ovvero i Fine Before You Came.

Io con l’emo ho avuto un rapporto complicato, perché vedevo su Mtv musicisti con le stelline tatuate e il trucco e pensavo “questa cosa non fa per me”. In realtà l’emocore è un genere che viene da lontano, fin dagli anni ottanta, e che a parte le sue derive glitterate ha una storia di tutto rispetto che comprende, tanto per dire, anche i Fugazi: Jacopo Lietti (voce), Mauro Marchini (chitarra), Marco Monaci (chitarra), Marco Olivero (basso) e Filippo Rieder (batteria) fanno parte di questa storia dal 1999 (dicevamo sul “mille e non più mille”?), un percorso condito da melodia, furia e urla lancinanti. Il nome della band deriva da una strofa di una canzone dei The Van Pelt, il loro esordio è datato 2001: fortemente influenzati dai gruppi della Green Records, particolarmente gli Eversor, è proprio a un concerto di questi ultimi che consegnano al bassista Marco Morosini una loro demo, riuscendo così a entrare in contatto col fondatore dell’etichetta Giulio Repetto e pubblicare con lui il primo Ep Cultivation of ease e il disco d’esordio It all started in Malibu (2003). Le prime uscite già evidenziano i tratti distintivi della loro musica, una sofferenza traslata in note che non è mai una resa ma nemmeno una vittoria, una specie di elogio delle resistenza senza facili eroismi (tutto il contrario di Ligabue insomma).

Dopo un secondo album omonimo nel 2006 (un concept affiancato da un’opera visiva in tre capitoli diretta dall’artista Antonio Rovaldi), uscito per le etichette I Dischi Dell’Amico Immaginario e Black Candy, i FBYC decidono di rendere più fruibile l’universo narrativo che sta dietro ai loro testi passando al cantato in italiano (e alla benemerita La Tempesta Dischi): è il momento di s f o r t u n a, uno dei loro dischi più amati nonostante fosse uscito per precisa scelta senza promozione, senza distribuzione nei negozi e in free download, una decisione quest’ultima che prenderanno anche per buona parte della produzione successiva. Il nome della band comincia a girare ancora di più, si moltiplicano le collaborazioni (proprio ad un altro esordio in italiano, quello dei Gazebo Penguins, Jacopo presterà la propria voce per il brano Senza di te, mentre la band tutta collaborerà con I Cani nella canzone chiamata non a caso FBYC (s f o r t u n a)), Jacopo diversifica la propria attività anche coi i Verme e continuano a uscire negli anni dischi ed Ep: Ormai (2012), Come fare a non tornare (2013), Quassù c’è quasi tutto (2014), Il numero sette (2017) e l’ultimo in ordine di tempo, Forme complesse, uscito l’anno scorso a testimoniare di una storia che vede i cinque componenti sempre uniti (sul loro bandcamp si legge, a margine di ogni disco, “i Fine Before You Came sono e sempre saranno Marco, Filippo, Jacopo, Marco e Mauro) e ancora vogliosi di accompagnarci con la loro musica. Chi è di Milano e dintorni potrà goderseli dal vivo domenica 15 maggio al Circolo Gagarin di Busto Arsizio durante il Lingua Comune Fest o il 28 maggio al Solidarrock di Cassano D’Adda, oltre ad avere l’opportunità di chiedere consigli musicali direttamente al chitarrista Marco Monaci nel suo negozio di dischi Volume.

Il racconto di Alex prende ispirazione dalla canzone Buio/Appello, seconda traccia di s f o r t u n a, un brano cupo in cui le liriche di Jacopo ci immergono nel disagio mentre la sua voce e la musica ci forniscono le energie per ribellarci a quella situazione nonostante non sembri esserci speranza alla fine del tunnel: solo una piccola parte di me risponde all’appello/ ma tu non la senti. Anche la vita del protagonista del racconto sembra sprofondata nel buio, quello di una casa immersa nelle tenebre mattutine ma soprattutto di un futuro senza sbocchi caratterizzato dalla ripetizione degli stessi vuoti comportamenti: vi lascio scoprire da soli se il finale porterà ad una ribellione o ad una resa, a me non resta che augurarvi buona lettura e buon ascolto.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Maledetta sfortuna, di Alex Roggero

6:30. Le luci della camera sono spente. Fuori è buio e fa freddo. In un mondo ideale nessuno sarebbe sveglio a quest’ora. Mi dirigo verso il bagno, in punta di piedi: non voglio svegliare nessuno, per non litigare già a quest’ora. Quando lo raggiungo chiudo velocemente la porta alle mie spalle.

Prendo la cassa bluetooth che qualcuno ha dimenticato di fianco al cesso, cerco su Spotify un pezzo che mi aiuti a stare sveglio. Accendo l’acqua calda, aspetto che raggiunga la temperatura perfetta. Entro in doccia, Il tepore dell’acqua mi fa sorridere. Vorrei che tutta la vita fosse come questo momento.

Quando uscirò da questa stanza, il mondo mi crollerà nuovamente addosso.

Non ho svolto il lavoro che il mio capo mi ha assegnato lo scorso venerdì pomeriggio. Si aspettava fosse completato entro questa mattina. Cosa dovrei dirgli? Ho terminato da un pezzo le scuse plausibili. Di lunedì non è mai puntuale, potrei avere ancora qualche ora per lavorare sul progetto prima del suo arrivo. Se non faccio colazione e mi metto immediatamente in macchina potrei guadagnare quindici minuti. Ma che importanza ha?

Ruoto ancora un po’ la manopola dell’acqua calda. Il vapore riempie la stanza. Se solo potessi restare in questo momento per sempre.

Mia moglie mi tradisce. Per sbaglio ho letto un messaggio sul suo computer ieri sera. Chi è che lascia ancora il proprio computer in giro per casa senza una password nel 2022? Sicuramente qualcuno che non ha guardato Mr. Robot. Dovrei dirle che so tutto? E cosa dovremmo fare con nostra figlia? Immagino che la società mi imponga di doverle mantenere, anche se a malapena ho i soldi per pagare il mutuo. Forse mi conviene rimanere in silenzio.

La mia vita si sta sgretolando su sé stessa.

Prendo lo shampoo e me lo spalmo sui capelli. Pino silvestre e ginseng. Ha un profumo buonissimo. Mi torna in mente il me stesso di dieci anni fa, le mie ambizioni. La mia vita, oggi, è dieci minuti di felicità e millequattrocentotrenta minuti di merda al giorno.

Non suono più.

Non vado più a concerti.

Non mi alleno più.

Non scrivo più.

Non viaggio più.

Prendo il bagnoschiuma. Tra due minuti dovrò uscire dalla doccia. Potessi passare la giornata qui dentro sarebbe tutto più facile.

Una volta ero felice. Solo, ma felice. Ora sono diventato un ingranaggio, tutto ciò che ho sempre odiato. Dovrei tirare fuori le palle, parlare con le persone che mi circondano, farmi valere. O forse farla finita, qui, in questo momento. Qualcuno piangerebbe la mia morte?

6:40. Devo uscire. Indosso un completo blu elettrico, cravatta rossa. Tengo la luce spenta, non mi guardo allo specchio. Nessuno mi saluta mentre esco. Salgo in macchina. Ripenso a quanto è stato bello farmi quella doccia.

Tornando verso casa mi fermerò a comprare un nuovo shampoo.

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Fidati di chi non ci è mai stato: il sud-ovest degli States in Zia Dot di Riccardo D’Aquila

L’estate scorsa, all’interno di un articolo in cui parlavo dei podcast migliori ascoltati durante le mie ferie, ne ho fatto solo una piccola menzione, ma per gli appassionati di libri Copertina di Matteo B. Bianchi è un ascolto imprescindibile. Una volta ogni due settimane lo scrittore consiglia un buon numero di letture fra quelle che ha in corso, quelle consigliate da librai e libraie sempre divers* e altr* ospiti, siano essi traduttor* o scrittor*. In una delle ultime puntate è capitato che parlasse di un libro che avevo già intenzione di leggere, e per ragioni simili a quelle che hanno spinto lui a consigliarlo: Zia Dot di Riccardo D’Aquila non sarebbe forse esistito senza ‘tina, la rivista che Bianchi produce in totale autonomia da oltre vent’anni e che ha ospitato il primo racconto di D’Aquila, dandomi modo di scoprirlo e di ospitarlo anche su queste pagine.

Curiosi di leggerlo? Lo trovate a questo indirizzo

D’Aquila è riuscito nell’impresa di essere pubblicato su una delle riviste più influenti del settore non una, bensì due volte, riuscendo in entrambi i casi a proporre delle ambientazioni nordamericane credibili. Il secondo racconto, completamente diverso come ritmo e tono, si sviluppa in una ricca villa di Bel Air e vede in azione un’eccentrica donna alle prese con la nipote, spaventata da un’inattesa gravidanza: grazie al proprio talento, e anche all’aiuto di Bianchi (lo scrittore lo ha consigliato alla propria casa editrice, Fandango), quel racconto è oggi diventato il primo capitolo di un libro che ne eredita il nome, Zia Dot appunto.

Protagonist* del romanzo sono Dorothy “Dot” Roth, figlia ribelle e lesbica di una ricca famiglia di Bel Air, e Marvin (che chi segue la rivista Crack potrebbe avere già incontrato), un amico della donna scappato in Messico anni prima a causa di una rapina andata male. Una lettera convincerà Marv a ritornare negli Stati Uniti, dove pende ancora un mandato di cattura a suo nome, e cercare l’aiuto di Dot per una misteriosa missione che li porterà dalla California all’Arizona, come in una classica storia on the road. Durante il viaggio i due avranno modo di riflettere sul loro presente e sul loro passato, ricostruendo man mano il rapporto che li legava.

Phoenix venne fuori da dietro un cactus e luccicò come l’asfalto che si finge acqua, sotto il sole rovente.

Se non fossi stato a una presentazione milanese del libro, sentendolo dire dalla sua viva voce, faticherei a credere che D’Aquila non sia mai stato negli Stati Uniti. Terra d’elezione dei suoi scritti (da qualche parte c’è una sua raccolta di racconti già pronta, che spero trovi presto un editore), gli States risultano vividi e credibili lungo tutta la trama, così come il Messico in cui Marv si muove nei primi capitoli: con un po’ d’aiuto di Google Maps e tanta documentazione l’autore abruzzese ha trovato il modo di trasportare il lettore tanto nella periferia di Phoenix quanto lungo le highway deserte puntellate ogni tanto da un diner o un motel, e se la prima non l’ho mai vista fidatevi che le mie scorrazzate fra California, Arizona e Utah me le sono fatte e non potrei descriverle meglio di come fa lui.

Dot tirò fuori dalla borsetta un’agenda e una penna. Marvin, invece, mise la bottiglietta del succo d’acero contro luce e la capovolse. Guardò il contenuto colare verso il tappo e, con un gesto veloce, si scoprì la manica per dare un’occhiata all’orologio. Quando il succo raggiunse il tappo, riportò il contenitore nella posizione iniziale e mostrò il quadrante a Dot, che subito iniziò a scrivere.

L’uomo li fissava ipnotizzato.

«C’è qualche problema?», domandò serio.

Dot smise di scrivere. «Nessun problema, ci scusi. Andiamo via subito. Questo non va bene, per niente», aggiunse, rivolta a Marv.

Marv scosse la testa.

«Cosa non va bene?», chiese l’uomo.

«Ci fa piacere che ce lo chieda», riprese Dot mettendo via la penna. «Non saremmo autorizzati a dirglielo, ma vede, il suo parere potrebbe essere di vitale importanza per noi. E non solo per noi.»

«Non compro niente, vi avverto.»

«Le sembriamo due che vendono enciclopedie?»

L’uomo fissò Marv, che rimase impassibile.

«Chi siete, allora?» chiese.

La lezione dei migliori narratori americani è stata imparata ad arte da D’Aquila, non solo rispettando la famosa regola “show, don’t tell” ma anche dando ai dialoghi fra i vari personaggi il ritmo e la vitalità della miglior serialità televisiva. In molte occasioni, nelle parti più leggere, ho ritrovato fra le pagine la stessa carica degli scambi fra i personaggi di Marvelous Mrs. Maisel, alternate a capitoli in cui invece l’autore punta all’essenziale, dicendo il meno possibile e giocando sulle azioni, i gesti, le parole ingoiate appena prima di essere pronunciate.

«Allora hai qualcuno qui?»

«Qualcuno?» Dot si guardò attorno girando la testa a destra e sinistra. «Tu vedi qualcuno? Io no. Non vedo nessuno.» Si fermò e riprese. «Che ti devo dire, Marv? Che vuoi che ti dica? Che sono una chiacchierona? Che ho fatto tanto casino per niente? Che sono rimasta attaccata alla tetta di questo posto? Che non ho le palle? È così. Sono un bluff. Il tempo è veloce e ho fatto così tanti buchi alla barca che ci sto affondando insieme. Ed è troppo tardi. Sei tu quello vero, lo sei sempre stato. Quello che a un certo punto ha alzato il dito medio ed è andato dritto in Arizona a… non lo so, a fare quello che volevi fare. Hai capito che c’era un momento per lamentarsi e uno per mettersi su un’auto senza sapere cosa veniva dopo. Tu hai le palle. Io no. Alla fine, Dot Roth è diventata una che dà aria ai denti, tutto qua.»

Tutto questo funziona alla perfezione però solo grazie a due protagonist* d’eccezione. Dot e Marv sono figure tridimensionali, dotati di una personalità precisa che non ha bisogno di troppi dettagli ma emerge ogni volta che agiscono o parlano. Era facile farne delle macchiette, caratterizzarli sulla base di mille personaggi già visti: D’Aquila riesce invece a renderceli familiari ma unic*, inconfondibil* nel loro modo di attraversare le peripezie lungo il cammino. Al loro fianco si stende una galleria ristretta ma altrettanto ben caratterizzata di personaggi di contorno, compagn* di viaggio che appaiono anche solo per poche pagine ma che rimangono impress* a lungo.

Per passare legalmente il confine e sbucare in California, Marv avrebbe avuto bisogno di un passaporto falso, uno ben fatto, di quelli veri a cui sostituire solo i dettagli, poi una ripulita e la sua faccia da culo americano, che era di per sé un vantaggio. Per la prima cosa Rico avrebbe contattato un tipo che si faceva chiamare Juan, ma vai a sapere qual era il suo vero nome, e che aiutava Rico con le sue opere di bene. Sarebbe costato quasi tutti i soldi che Marv aveva. Per la ripulita c’erano la doccia, il sapone e un po’ di vestiti vecchi del periodo in Arizona e per la faccia da culo, invece, erano a posto.

Non è facile gestire una trama che unisce leggerezza e profondità, dialoghi eccezionali e descrizioni sintetiche ma efficaci. Non lo è se si è scrittori navigati, figuriamoci se a provarci è un esordiente: Zia Dot però riesce ad avere tutti questi elementi, è un libro confortevole in cui ritrovi qualcosa che conosci ma declinato in un modo diverso da quanto hai letto in precedenza. Non penso sia sminuente fare il paragone con la serialità televisiva, un ambito che di sicuro D’Aquila conosce a menadito, soprattutto se è uno di quelli alti: fra le pagine di Zia Dot ho ritrovato la stessa capacità di Vince Gilligan di creare un mondo iconico, e poco importa se al posto di spacciatori, narcotrafficanti e avvocati truffaldini (ci sono momenti in cui le dinamiche fra Dot e Marv assomigliano a quelle di Jimmy McGill/Saul Goodman e Kim Wexler quando si fingono Viktor e Giselle Saint Claire) ci sono un’ereditiera annoiata e un ricercato dai modi spicci perché quel che conta è il viaggio, e in questo sia Gilligan che D’Aquila sono fra i migliori accompagnatori possibili.

E lasciatemelo dire: io ci avevo creduto fin dall’inizio.

Per chiudere un bel consiglio di viaggio: andate alla Goblin Valley!

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Racconto in musica 98: Addio (Giardini Di Mirò – Flat heart society)

Si può menzionare per due settimane di fila la stessa band senza che questa sia poi protagonista dell’articolo? Si può parlare dello stesso genere musicale (prendendola alla larga) per due volte in quattro giorni? Sarà che, arrivato a quasi cento racconti, uno comincia a ripetersi, ma io questo racconto della domenica lo introduco menzionando i Russian Circles e parlandovi di musica strumentale.

I Russian Circles sono stati probabilmente il mio primo, grande amore in quell’alveo molto vasto che prende il nome di post-rock: attesi per mesi il loro primo concerto da che avevo cominciato ad ascoltarli, e avevo già più di trent’anni per cui immaginatevi la passione… O immaginatevi me che stravedo per le mie band preferite come quando avevo quindici anni, decidete voi quale scena vi è più congeniale. Giovedì quel concerto si replicherà più o meno alla stessa maniera, con la band di Chicago sempre accompagnata dagli Helms Alee (prima o poi ve ne parlerò) ma al Circolo Magnolia e non al Lo-Fi, che nel frattempo ha chiuso i battenti da qualche anno, facciamo che se sarete lì battete un colpo e ci beviamo una birra insieme. La mia passione per il post-rock e la musica strumentale in genere non nasce però coi Russian Circles, arriva da più lontano e cresce man mano diversificando gli ascolti e trovando nicchie sempre più comode: di sicuro, per farmi capitolare, fu fondamentale la band che considero alfiere del genere in Italia, ovvero (ho fatto proprio un giro corto eh?) i Giardini Di Mirò.

Mica facile condensare ventisei anni di storia in un breve articolo, da dove si comincia? Direi, come mi suggerisce santa wikipedia, dal chitarrista Corrado Nuccini che cerca di formare una band già nel 1993, tirando dentro un po’ di gente nel corso degli anni fino a che nel 1998 non riesce a formare un nucleo stabile per realizzare il primo demo: GDM?, autoprodotto e ristampato in seguito all’esaurimento dall’etichetta tedesca Friction Friction, vede già all’interno della formazione Jukka Reverberi (chitarra), Luca Di Mira (tastiere) e Mirko Venturelli (basso) (oltre a Lorenzo Lanzi alla batteria), che rimarranno insieme al violinista e trombettista Emanuele Reverberi la colonna portante del progetto nelle sue molteplici evoluzioni. Da lì in avanti seguire cronologicamente la loro produzione è un’impresa: sette album, partendo dallo storico Rise and fall of academic drifting (pubblicato dalla Homesleep nel 2001) per giungere a Different times (2018, 42 Records), una galassia di Ep e split che, soprattutto nel primo periodo, li vide condividere il supporto sonoro ad esempio con un’altra band storica italiana come gli Yuppie Flu (il leader Matteo Agostinelli è anche fondatore dell’etichetta Homesleep e presta la sua voce nella canzone Pet life saver, contenuta proprio nel disco d’esordio dei GDM) e poi, giusto per non farsi mancare niente, pure una colonna sonora (Sangue – La morte non esiste, film che onestamente non conoscevo diretto dal compianto Libero De Rienzo nel 2005 e interpretato da Elio Germano) e svariate compilation. I GDM lungo questi ventisei anni hanno sperimentato (l’album Il fuoco nasce come sonorizzazione di un film muto del 1915, esperimento parzialmente replicato nel 2014 con il disco Rapsodia satanica) hanno collaborato con numeros* cantant* nazionali e internazionali (da Alessandro Raina in Punk…Not diet! alla bulimia di collaborazioni nei successivi dischi, comprendente nomi come Jonathan Clancy e Adele Nigro, di cui qui vi abbiamo già parlato), hanno perfezionato uno stile fatto di atmosfere intime e sfoghi lancinanti (Trompso is ok, uno dei loro primi brani, mi fa piangere ogni volta che la ascolto) che li rende un unicum nel panorama italiano: se volete goderveli eccezionalmente solo in versione strumentale fatevi trovare il 18 maggio al Tunnel di Milano o il 26 alla Golena del fiume Rubicone, qui si fa la storia.

La canzone che mi ha tirato fuori un racconto dalle viscere è Flat heart society, traccia che chiude il disco del 2012 Good luck. In un crescendo emozionale scandito dalle parole di Nuccini i GDM uniscono l’esperienza di una singola alienazione per esplorare la sua genesi all’interno della società attuale: ascoltandola ho immaginato una commemorazione, il dolore che lentamente si trasforma man mano che le proprie colpe vengono rifiutate per pensare ad altro, tipo i propri problemi. Potete trovare il racconto come al solito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Addio

Penso di aver esaurito tutte le lacrime. Sì lo so che è una frase fatta, ma vi giuro che sono distrutto. Vi rendete conto? Sembrava il ritratto della salute, ci dicevamo sempre A quello chi lo ammazza. E invece.

Sì, non lo sentivo da un po’ di tempo. Era strano ultimamente, diceva che si sentiva solo. Avremmo dovuto fargli più compagnia? Non lo so, mia madre è stata male di recente, mi ero iscritto a un corso. Voi? Il lavoro, ovvio, i figli. Ad avere tutto il tempo del mondo ci saremmo stati di più, ma vai a immaginarti una cosa del genere. Me l’aveva detto, ma dicono che chi ne parla di continuo mica lo fa.

Come dici? Avrei dovuto parlartene? Ma se al tuo compleanno non l’hai neanche invitato! Sì, lo so che era molesto, c’era sotto di brutto un annetto fa. Non è che volevo darti la colpa, però anche te che cazzo, stacci attento con le parole. Dai vieni qua, fatti dare un abbraccio. Dobbiamo stare vicini almeno noi. Dobbiamo farlo per lui.

Ve lo ricordate quella volta in vacanza? Madonna, era una furia. Chi cazzo lo fermava ai tempi? Sarà stato anche quello che si prendeva, ma rimorchiava pure per noi. Sì, lo so che poi t’ha fregato la tipa con cui ti eri già fatto la bocca, ma lo sapevamo tutti com’era fatto. Era così, alti e bassi, un po’ ti dava il cuore e un po’ te la metteva nel culo. Forse più la seconda ma dai, non è che noi siamo stati meglio.

Ma chi cazzo ti ha detto niente? Cos’è, c’hai la coda di paglia? Cristo, siamo a un funerale e mi rompi i coglioni per delle stronzate. Io non ho detto niente, lo so che c’avevate i vostri scazzi ma mica t’ho dato la colpa, ok? Vuoi che ti dica che era uno stronzo, così ti senti meglio? Io non lo dico, era un mio amico e sento un vuoto dentro, anche se ne ha fatte pure a me.

Non ho voglia di parlarne. Cazzo, non siamo mica qui per questo. Ma ve la siete già scordata la bara? C’abbiamo appena pianto sopra, l’abbiamo appena messo sotto terra! Potrà anche essere stato una merda ma com’è che si dice… Bisogna lasciar andare? No?

Sì, è vero. Me l’ero legata al dito, ok? Pure voi ce ne avevate di motivi per mandarlo a cagare, non fate finta di niente. No, non voglio litigare, ma non è che possiamo usare due pesi e due misure. Se non rispondevamo più ai suoi messaggi un motivo c’era, io avevo il mio e voi avevate i vostri. È andata così, punto. Non stiamo qui a massacrarci a vicenda per un cazzo. A che serve?

M’hanno svegliato in piena notte con la notizia, avevo appena messo a dormire la piccola. Sì, c’è voluta tutta per rimetterla a nanna. La tua quanti anni ha? Tre? Già tre anni? Cazzo, dobbiamo vederci più spesso, non possiamo perderci di vista così. Gli amici veri li si tiene vicini al cuore ma li si chiama pure, vediamo di non fare gli stronzi.

Dai, vieni qui anche tu. Un bell’abbraccio collettivo, avanti. È stato bello rivedervi, mi siete mancati. Davvero. Dovrebbero essercene di più di occasioni del genere, non lasciamo passare un’eternità va bene?

Di cosa stavamo parlando prima?

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Raccontare senza parole (o quasi): le potenzialità narrative della musica strumentale attraverso tre dischi

Foto di Dmitry Demidov da Pexels

Per chi segue questo blog non sarà una scoperta sapere che sono un appassionato di musica strumentale. Post-rock, math-rock e qualunque derivazione sul genere hanno cominciato ad affascinarmi anni fa, poi ho espanso gli orizzonti ancora un po’ arrivando ad esempi di jazz contemporaneo o di “elettronica intelligente“. Che ci trovo? Ispirazione, libertà, possibilità: dove non arrivano le parole, ci sono mille storie potenziali da narrare.

Tre dischi mi hanno fatto riflettere sulla questione nell’ultimo periodo, accomunati dall’uscita ravvicinata e, ovviamente, dal fatto di fare a meno della voce… O quasi, come si evince dal titolo di questo articolo. Acufene³ dei Muschio, The weather is fantastic degli Yesterday Will Be Great e Una specie di ferita dei To Die On Ice rappresentano tre modi diversi di intendere la musica strumentale e, a loro modo, tre differenti intenzioni nell’approcciarsi alla narrazione attraverso le note.

Muschio, struttura e precisione

Ci sono racconti che sono costruiti come congegni ad orologeria: ogni elemento è al posto giusto, ogni parola è esattamente quella che andava usata, la trama segue un filo che può non essere esplicitato ma che, una volta rivelato, porta inevitabilmente all’unico finale possibile. Le canzoni dei Muschio sono un po’ così: strutture mutevoli caratterizzate da riff ripetuti svariate volte, ma sempre con un progetto preciso in testa e i suoni giusti per realizzarlo. Suonano insieme ormai da più di dieci anni Fabio Poggiana (chitarra), Alberto Corsi (chitarra) e Rino Sorrentino (batteria), e arrivati al terzo album hanno ormai consolidato una formula efficace che replicano non a memoria, perché vorrebbe dire semplicemente ripetersi, ma con la consapevolezza di ciò che sono in grado di creare coi propri strumenti.

Acufene³ (uscito l’1 aprile col contributo delle etichette Taxi Driver, I Dischi Del Minollo, Muratore Noise Rec e del collettivo Tutto Il Nostro Sangue) è un concentrato di tensione alimentata fino al momento esatto in cui sfogandola si ottiene il risultato migliore, perpetuando un riff di chitarra per quasi tutto un brano e mutando ciò che ci gira intorno fra uno stop and go e l’altro (Califfo) od orchestrando una rincorsa che continua a variare ritmo fino allo schianto del silenzio finale (Sicario). È un disco compatto, con uno stile riconoscibile e atmosfere perlopiù cupe che sanno anche farsi strazianti, come nell’unico momento in cui la voce irrompe a spezzare il patto fra chitarre e batteria (FFF) o nella progressione che non si risolve di Dave Cocks, dedicata come l’intero album al musicista Davide Galli. I Muschio ci hanno messo sei anni per sfornare il loro terzo disco, ma con Acufene³ dimostrano di aver ben sfruttato questo periodo e di essere ormai arrivati alla maturità completa.

Yesterday Will Be Great, circolarità e alterità

La musica strumentale esiste in una dimensione più profonda e probabilmente meno immediata, e quello che ci interessava era proprio allontanarci dagli schemi e immergerci in sensazioni più intime.

Yesterday Will Be Great

Se i Muschio creano schemi articolati e precisi per portare l’ascoltatore là dove vogliono, gli Yesterday Will Be Great (Simone Ricci alle chitarre, Daniele Mambelli alla batteria e Giuseppe De Domenico al basso) preferiscono affidarsi alla corrente, o almeno questa è la sensazione che mi è rimasta impressa ascoltando The weather is fantastic (uscito l’8 aprile per Blooms Recordings). Sarà anche frutto del brano con cui si apre il disco, Points, una canzone che parte come se fosse già iniziata e finisce sfumando quando sembra sul punto di dire qualcosa di diverso, quasi fosse stata catturata parzialmente in una sorta di seduta spiritico-musicale.

Sono frammenti sonori replicati all’infinito quelli che compongono il secondo disco del trio romagnolo, schegge che sembrano provenire da un altrove appena oltre la nostra percezione e che raramente abbracciano una struttura rigida (l’eccezione è Trees/Giant, divisa in due momenti ben distinti a evocare una tranquilla passeggiata nel bosco che diventa una fuga all’avvistamento di un gigante). Nella loro musica si mischiano le distorsioni grezze dell’alternative rock anni ’90, gli arpeggi placidi di certo post-rock italico e non (Little blue flower ha il germe dei Giardini Di Mirò piantato in profondità) e la rarefazione sonora di cui sono maestri i Boards Of Canada, un miscuglio con cui formano blues dall’andamento ciclico (Overblues) o pezzi che si reggono su due riff in croce ripetuti fino a diventare mantra (The diamond’s issue).

The weather is fantastic non è un disco perfetto, è sporco (scelta consapevole, vista la registrazione in presa diretta a opera di Nicola Manzan) e non sempre a fuoco, persi come sono i tre musicisti a inseguire l’ispirazione di turno. Contiene però almeno un brano da ascoltare e riascoltare, The moon song, una suite rarefatta che nel mezzo muta rimanendo fedele al mood malinconico che la caratterizza: il miglior compromesso possibile fra l’improvvisazione introspettiva e l’apertura verso l’esterno.

To Die On Ice, l’atmosfera è tutto

Se gli Yesterday Will Be Great danno l’impressione di essere medium intenti a carpire musica dai recessi della realtà, ascoltando #Fisting – Come una palude dei To Die On Ice ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un deja-vu: come se l’inconscio collettivo avesse suggerito soluzioni simili a due gruppi diversi, mi sono ritrovato di fronte a una diversa iterazione di uno schema perseguito anche dai biellesi Sabbia nel loro brano 118, ma per il gruppo composto da Filippo (chitarra e voce), Simone (basso), Alessandro (batteria) e Andrea (sax) il brano che apre Una specie di ferita è solo l’antipasto di un boccone melmoso che non possiamo fare a meno di ingurgitare.

Definiscono Lynch Core il loro genere i To Die On Ice, e lo fanno con notevole lucidità. Le atmosfere dei brani, da quelle più minacciose di #Cumshot – Un efferato fatto di sangue all’ingannevole tranquillità (destinata a durare ben poco) di #Squirt – Una città in fiamme, sono perfette per un’ambientazione che sta a metà fra il Club Silencio di Mulholland Drive e la Loggia Nera di Twin Peaks. Incubi affascinanti, suoni impaludati nel marciume dei migliori Birthday Party che ambiscono alla levità con gli acuti jazzati del sax e tornano a sprofondare negli abissi ogni qual volta Filippo scartavetra le sue corde vocali… Perché sì, qui c’è anche la voce, un’ondivaga guida fra gli otto brani del disco che ci porta in un mondo di violenza casuale e disagio permanente, spezzando di rado le trame sonore degli strumenti che in tre canzoni regnano sovrani.

Come in una delle migliori pellicole di Lynch seguiamo delle suggestioni più che una trama, come nelle migliori narrazioni oniriche i fatti passano in secondo pieno ed emergono le sensazioni. Una specie di ferita (uscito il 23 marzo per Grandine Records, È Un Brutto Posto Dove Vivere, Non Ti Seguo Records e Weird Side) è un concentrato di stile, unisce erotismo e squallore in un unico vortice dalle coordinate mutevoli nella forma ma ben definite nella sostanza: sax squillante e mellifluo, basso sulfureo, chitarra sferragliante e una voce che passa dal sussurro sensuale all’urlo luciferino. I To Die On Ice fanno musica per cui sembra esser stato creato apposta il termine “perturbante”, fateci un giro e sprofondate anche voi.

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Racconto in musica 97: Al limitare di un sogno (Electric Youth – Runaway)

Quanto conta il modo in cui si scopre qualcosa di nuovo? Ricordo che anni fa, in un periodo di poco successivo alla mia scoperta dei Russian Circles, entrai in contatto con una piccola polemica che viveva nei meandri dei commenti su YouTube: una loro canzone era usata nei titoli di coda del videogioco Dead Space, cosa che divideva l* utent* fra entusiast* per il fatto che qualcun* avesse scoperto il brano in questo modo e purist* che invece consideravano questa modalità svilente, perché la gente si fermava solo lì senza approfondire o per chissà quale altro motivo. Un po’ li capisco, quest* ultim*, ma pure a me è capitato di immergermi nel mondo dei Pixies solo dopo l’imbeccata ricevuta sui titoli di coda di Fight Club e chissà in quante altre occasioni mi sono arrivate nuove suggestioni musicali da un film, una serie tv o un videogioco. Forse la polemica ha più a che fare con il nostro desiderio di essere “quell* arrivat* prima”, potendoci vantare di non dover ricorrere a certi mezzucci per scoprire musica bella, ma se vogliamo bene a un artist* dovremmo solo essere content* del successo che deriva da una comparsata ben piazzata: ad esempio chissà dove sarebbero gli Electric Youth senza l’inserimento nella colonna sonora di Drive, e chissà quale racconto ci sarebbe invece di quello di Roberta De Tomi, gradita ospite di questa settimana che proprio dal duo canadese ha preso ispirazione.

Roberta è nata negli anni ottanta a Mirandola, in provincia di Modena, e dopo la laurea al Dams di Bologna ha svolto varie mansioni legate alla comunicazione e all’organizzazione di eventi culturali. A portarla su queste pagine è l’amore per la scrittura, una passione coltivata negli anni e che l’ha portata a diventare ghostwriter e docente di scrittura creativa, oltre che a pubblicare negli anni svariate opere. Dopo aver curato per l’editore Bernini nel 2012 (assieme al poeta modenese Luca Giglioli) l’antologia poetica solidale La luce oltre le crepe Roberta inizia la sua carriera letteraria nel 2014, pubblicando con How2 Edizioni il manuale Come sedurre le donne, per poi passare due anni dopo al romanzo: il primo è Chick girl – Azalee per Veridiana (Delos Digital), seguito fra gli altri da Alice nel labirinto (2017 Dae Editore, secondo premio ex-aequo come miglior romanzo fantasy al Trofeo Cittadella 2019) e Trappola d’ardesia (uscito in digitale per Delos Crime nel 2020 e in cartaceo l’anno scorso per Sága Edizioni). Ha inoltre autopubblicato, fra il 2020 e il 2022, i racconti lunghi Melody, la Vestale di Inventia, Erika e il mistero della Regina delle Fate e il romanzo Il maledetto residuo nel cuore, mentre nel tempo libero (dove riesca a trovarlo non lo so) cura il blog La penna sognante.

La carriera di Bronwyn Griffin (voce) e Austin Garrick (synth e batteria) inizia invece nel 2011, ed è una partenza col botto. Dopo aver pubblicato con l’etichetta Watts Arcade il singolo Right back to you la loro canzone A real hero (realizzata con il producer francese David Grellier, in arte College, e in parte ispirata dall’eroico ammaraggio sull’Hudson compiuto dal pilota Chelsey Burnett “Sully” Sullenberg), pubblicata nell’omonimo Ep, viene inserita nella colonna sonora del film Drive di Nicolas Winding Refn: la pellicola è un successo inaspettato (almeno per chi, come me, non aveva ancora visto opere come il fantastico Bronson), alimentando di fatto anche la carriera del duo che, con la loro synthwave fondata sulla voce eterea e riverberata di Griffin e le basi elettroniche di Garrick, ben si collocano nel revival musicale anni ottanta che praticamente ogni tot anni ritorna (anche se, va segnalato, hanno dichiarato di non avere alcun interesse nel ricreare il passato, ma di non poter fare a meno come persone nostalgiche di sentirne l’influenza). Il primo album, Innerworld, lo pubblicano nel 2014 sotto le etichette Last Gang Records e Secretly Canadian, ed è un profluvio di sonorità sintetiche e algide che dà una forma definitiva al loro stile, replicato senza troppi cambiamenti nel successivo Memory emotion (2019, pubblicato nuovamente da Last Gang e Watts Arcade e vincitore di un Juno Award per il miglior disco di musica elettronica). Nel frattempo il duo, apparso nel documentario The rise of the synths assieme fra gli altri al regista John Carpenter, ha preso tutti questi legami col cinema come un segno e si è avventurato nel mondo delle colonne sonore: è del 2017 l’uscita di Breathing (Milan Recordings), l’unica parte rimasta del progetto di un film horror che avrebbe dovuto essere diretto dal regista canadese Anthony Scott Burns (divergenze con la produzione hanno fatto abbandonare prima il filmmaker e poi gli Electric Youth), mentre nel 2022 i tre uniscono nuovamente le forze per realizzare Come true, pellicola per cui Burns riceve una nomination come miglior regista ai Canadian Screen Awards.

Runaway è la seconda traccia dell’album Innerworld, una canzone che parla di nuove opportunità da cercare altrove e lo fa su un tappeto sonoro in bilico fra la contemplazione nostalgica e la carica donatale dalla batteria. Roberta è riuscita in pieno a catturare tutti questi elementi, condensandoli in un racconto che fa un quadro preciso della disillusione giovanile alle prese con il mercato del lavoro: lascio a voi scoprire, subito dopo il brano, se i due protagonisti riusciranno a trovare la luce in fondo al tunnel del precariato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Al limitare di un sogno, di Roberta De Tomi

Ci avevano assicurato che, dopo la laurea, si sarebbe spalancata la Wunderkammer delle realizzazioni. I nostri sogni avrebbero brillato come pietre preziose. Io, però, devo avere trovato un’Albtraumkammer, una camera degli incubi in cui i sogni si spezzano come vetro.
Thomas, mancato avvocato, ora addetto alla farcitura di panini e alla friggitrice, aspira un’ultima boccata di fumo. Fa cadere il mozzicone a terra e lo schiaccia con la punta della scarpa.
«Bah, siamo stati un bel business accademico. Stretta di mano, prendi la tua laurea e vola sulle ali del vaffanculo e lode.»
Abbozzo un sorriso amaro, mentre sbircio l’orologio. Abbiamo ancora dieci minuti prima di tornare in cucina. Dieci minuti per ridisegnare i margini dei nostri sogni.
Torno al passato, a quando griffavo articoli per i giornali. Uno sbatti dietro l’altro, il rischio di una querela, la lite con il caposervizio che voleva che scrivessi quello che non era scritto da nessuna parte. Ma lui, il gran Visir, aveva fatto la sua leggendaria “altra telefonata”. Fonti fidate e domande scomode su cui non ero mai d’accordo. Sulla mia griffe, uno non scriveva quello che gli pareva; ma alla fine, era la redazione a decidere.

Presto capii che ero solo uno dei tanti corrispondenti di provincia: indispensabili nella lontananza, superflui in redazione. Del resto c’era sempre la scusa della gavetta, usata per intortare il neofita dei media almeno finché non capiva che la gavetta sarebbe stata infinita. I fenomeni erano altri: gli allegri collezionisti di tessere, puzzle e amicizie, versus i collezionatori delle sorprese degli ovetti Kinder, come il sottoscritto. Spesso non erano neppure le migliori, così ho smesso con loro e con la cioccolata. Con le cazzate no, quelle sono il mio brand.
Thomas mi afferra per il polso.
«Scappiamo.»
A proposito di cazzate, mi lascio trascinare dalla sua follia.
Un tappeto sonoro mi avvolge, come se fossimo i protagonisti di un film, tipo Rocky o in Fuga da qualcosa. Una voce soffusa m’incanta nel motivo ascoltato l’altra sera. Runaway, il pezzo di quel gruppo che sembra avere voluto omaggiare Debbie Gibson. Ma no, Electric Youth era nato per altro, non ricordo cosa, la mia memoria sfarfalla. Un tempo mangiavo i libri, ora corro con Thomas, mentre sentiamo delle voci alle spalle. Sirene, clacson, grida, gli odori della città, ristagno di vita.
Sento la fatica, anni di alcol, strappi e delusioni sullo stomaco. Non sono più il galoppino della provincia. Non sono più neppure il neofita che voleva sfondare le pareti dell’ovvio, cambiare il mondo con la biro e la verità. In fondo volevo fare lo scrittore, essere il Bukowski del nuovo millennio. Meglio, de’ noantri.
Ora ho smesso il ruolo di cuoco, improvvisandomi runner.
Secondo Thomas è il momento di prendere in mano la nostra vita per imparare a volare.
Se lo vuoi…
Alzo lo sguardo sul barbaglio ronzante di un lampione.
«Il vicolo cieco!»
Un altro. Lampione spento.

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Regole e sentimenti: il luogo di lavoro secondo Daniel Orozco in Orientamento

Nell’ultimo articolo accennavo a due libri inerenti al lavoro che mi avevano colpito particolarmente nel recente periodo. L’idea iniziale era di parlarne assieme in un unico articolo, poi le cose da dire su Manodopera di Diamela Eltit si sono sommate fino a convincermi a dare più spazio alle singole opere: oggi tocca quindi a Orientamento, raccolta di racconti di Daniel Orozco edita dalla sempre attenta Racconti Edizioni.

Orozco è un ex insegnante di scrittura creativa dell’Università dell’Idaho, da poco andato in pensione, e il fatto di aver insegnato per una vita agli altri tecniche e stili ha sicuramente influenzato la stesura di questo libro. Orientamento fa infatti della varietà e della sperimentazione il suo punto forte, osando nella forma in vari racconti ma mantenendo sempre l’attenzione puntata sui sentimenti dei propri personaggi, sul loro mondo interiore e sul lento sgretolarsi o riformarsi di ciò che chiamiamo umanità.

In questa sua analisi l’autore si concentra particolarmente sui luoghi di lavoro, mostrandoci vari ambienti fra rapporti interpersonali complicati e regole assurde da seguire. Il primo racconto, che è anche quello che dà il titolo alla raccolta, concentra in poche pagine tanto la freddezza delle imposizioni quanto inaspettati sprazzi di calore umano: come neo assunti in un ufficio veniamo messi a parte dei comportamenti da seguire, in un turbinio di concessioni, divieti, benefit e rivelazioni inquietanti su colleghi e colleghe.

Amanda Pierce, che tollera appena Russel Nash, è innamorata di Albert Bosch, il cui ufficio è quello lì. Albert Bosch, che è solo vagamente a conoscenza dell’esistenza di Amanda Pierce, ha occhi solo per Ellie Tapper, che siede lì. Ellie Tapper, che detesta Albert Bosch, si butterebbe nel fuoco per Curtis Lance. Ma Curtis Lance detesta Ellie Tapper. Buffo il mondo, vero? Cioè non tipo ha-ha, ovviamente. Quella è la postazione dove siede Anika Bloom. L’anno scorso, mentre revisionava i rapporti trimestrali con Barry Hacker, il palmo della mano sinistra di Anika Bloom ha preso a sanguinare. È caduta in trance, si è guardata intensamente nella mano, e ha predetto a Barry Hacker quando e come sarebbe morta sua moglie. Noi ci siamo messi tutti a ridere. Dopotutto, era appena arrivata. Poi però la moglie di Barry Hacker è morta. Quindi a meno che tu non voglia sapere esattamente quando e come morirai, non rivolgere mai la parola ad Anika Bloom.

[…]

Questo è il microonde. Ti è permesso scaldare quello che vuoi nel microonde. Cuocere, tuttavia, non ti è permesso.

Per il pranzo abbiamo un’ora. Inoltre ci è concesso un quarto d’ora di pausa la mattina, e un quarto d’ora di pausa il pomeriggio. Prenditi sempre le tue pause. Se ne salti una, se n’è andata per sempre. Per tua informazione, la pausa è un privilegio, non un diritto. Dovessi abusare della policy sulle pause, saremo autorizzati a revocartele. Il pranzo, tuttavia, è un diritto, non un privilegio. Dovessi abusare delle policy sul pranzo, avremmo le mani legate, e saremmo obbligati a guardare dall’altra parte. La cosa non ci piacerebbe per niente.

Orientamento

Orozco è abilissimo a portarci nelle pieghe di ogni mansione, sia essa quella di un gruppo di imbianchini sul Golden Gate (Il ponte) che quella di una coppia di poliziott* seguit* lungo la dettagliata cronistoria di una giornata lavorativa qualsiasi (L’agente è scontento), ponendo sempre l’accento su ciò che si agita all’interno dei propri personaggi. Gli ambiti lavorativi esplorati dall’autore sono enormi zone di grigio in cui è difficile distinguere il bene dal male, teatro di situazioni in cui possiamo identificarci pienamente e che se da una parte denunciano la condizione del lavoro contemporanea, dall’altra si concentrano sulle singole persone e sui meccanismi che fanno scaturire angherie, empatia, esclusioni e riconciliazioni.

La ragazza nuova si chiama April. L’hanno assunta per rimpiazzare Dot, e il primo giorno di lavoro Mack l’ha portata giù per farcela conoscere. I ragazzi sono stati molto educati. Le hanno detto della pista da bowling in terrazzo e hanno cercato di venderle i biglietti per la piscina al piano di sotto. La stessa pantomima che hanno recitato con me il mio primo giorno, e quando hanno assunto Ruben. Ma quando lei e Mack se ne sono andati, hanno cominciato a dire quanto era grassa. Phil ha detto che per scoparsela bisognava rotolarla nella farina, per capire dov’è che si bagnava.

Vado a correre ogni giorno

Due racconti in particolare riescono a mostrare quanto sono complicate queste dinamiche: Vado a correre ogni giorno e Racconti interinali. Nel primo seguiamo le giornate del dipendente di un magazzino, identificato da tutti come “quello nuovo” anche se lavora lì da dieci anni. Il suo sguardo oscilla fra solidarietà ed egoismo, denuncia le malelingue che si agitano sottotraccia e allo stesso tempo mette una barriera fra sé e gli altri: il rapporto con la nuova collega April metterà alla prova questo delicato equilibrio, facendolo oscillare fra la possibilità di una vita condivisa e l’individualismo che lo fa concentrare unicamente sul proprio benessere e la routine giornaliera di corsa.

Dato che riceveva le varie partizioni del Rapporto Segreto in sequenza, all’inizio Clarissa Snow era rimasta basita dai suoi contenuti. Una sezione introduceva alle specifiche tecniche per le reti dei computer e i protocolli per le telecomunicazioni. Un’altra consisteva di pagine e pagine di righe di bilancio, con le cifre sprovviste di didascalia. Un’altra ancora riepilogava l’ordine del giorno e le minute di una conferenza d’affari in Irlanda (Irlanda! pensò lei, senza capacitarsi di come si potessero condurre affari in Irlanda.) Una mattina però, durante la Settimana Quattro – , l’ultima del suo incarico – Clarissa Snow ricevette le pagine introduttive del Rapporto Segreto, scoprendo finalmente la natura della sua segretezza.

Racconti interinali

Racconti interinali si divide invece in tre parti, ognuna avente a che fare con i lavori che un’agenzia di collocamento affibbia alla protagonista, Clarissa Snow. La sua vita da interinale ha una sola regola, “dì di no una volta e non lavorerai mai più”, così Clarissa ingoia la frustrazione e il disagio che le crea il lavoro da centralinista all’Ufficio Risorse Umane dell’ospedale della contea, passa sopra al senso di colpa che avverte una volta scoperto quale lavoro sta svolgendo per il Vicepresidente Esecutivo di una compagnia di assicurazioni per approdare, infine, a un progetto di qualche mese presso la Cancelleria Municipale, conscia ormai che con la sua condotta impeccabile l’Agenzia le riserverà l’emblema di apprezzamento più ambito: la Spilla dell’Eccellenza, e la garanzia di un lavoro interinale permanente. Questo è il racconto in cui Orozco si permette una visione più politicizzata dell’alienazione lavorativa, ma lo fa senza eccessi e mostrando sincera empatia per ogni anello di quella catena inumana di cui Clarissa si trova a essere un anello sostituibile, avviata lungo un percorso che la costringerà a reprimere sempre più i propri sentimenti verso chi le sta intorno.

Il mondo del lavoro non è però l’unico argomento che Orozco affronta nella sua raccolta. Californiano di origine nicaraguense, l’autore dedica un lungo racconto alla figura di Anastasio Somoza Debayle, dittatore dello stato del Nicaragua dal 1967 al 1979 morto in esilio in Paraguay, mostrando i momenti antecedenti l’attentato che pose fine alla sua vita attraverso svariati punti di vista e con un originale congegno temporale: l’idea di collegare più storie è poi alla base anche di altri due racconti, Semplici legami e Scosse, in cui attraverso una sorta di “passaggio di testimone” esplora cause e conseguenze di un assassinio e compie la singolare cronistoria di un terremoto.

Sull’Isola dei Primati gli scimpanzé danno di matto come scimmie. Ovunque, i cavalli si imbizzarriscono e si allertano. Inconsolabili, i bovini si fanno apprensivi come cervi. E lungo un sentiero del Mount Diablo, una jogger solitaria viene graziata dal fato, per come certi affamatissimi coguari che la stavano braccando si impauriscono al sentire la scossa subsonica che gli scorre sotto i cuscinetti delle zampe, per come interrompono la caccia e riparano sulle colline, balzando silenziosi e invisibili dentro una gola nascosta, e lasciandosi alle spalle nient’altro che un tremolio di poligoni d’erba che il sole calante di un crepuscolo estivo e indiano ha brunito d’ambra.

Scosse

Orientamento è uscito negli Stati Uniti nel 2011 ed è tuttora l’unico libro di Orozco, un vero peccato se si considera quanto è raro trovare autori che sappiano coniugare sperimentazione e quella che Foster Wallace (alla fine finisco sempre lì) definiva “la capacità di individuare e fare la respirazione bocca a bocca a quegli elementi di umanità e magia che ancora sopravvivono ed emettono luce nonostante l’oscurità dei tempi”. I nove racconti della raccolta osano nella forma, non sempre con ottimi risultati (L’agente è scontento ha una struttura eccessivamente farraginosa, Semplici legami nel concentrare tre storie diverse finisce per lasciare troppi punti in sospeso) ma mostrando sempre una grande abilità nello scavare all’interno dell’animo umano: complimenti a Racconti Edizioni per avercelo portato, e speriamo che la pensione per Orozco sia abbastanza noiosa da convincerlo a riprendere la penna in mano.

Racconti preferiti: Orientamento, Il ponte, Vado a correre ogni giorno, Il sogno di Somoza, Racconti interinali

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Racconto in musica 96: Eredità (Deap Vally – Billions)

Negli ultimi otto giorni ho visto tre concerti. Non è che dopo la fase più dura della pandemia possiamo dire “oh che bello, il mondo sta tornando come prima”, innanzitutto perché A) forse in un po’ ci siamo accorti che il mondo di prima non era esattamente il paradiso e poi perché B) ci sono tanti altri cazzi amari al mondo di cui io (sostituite con noi se vi riconoscete nella descrizione) subisco solo conseguenze riflesse, però autoflagellarci col cilicio ha ben poca utilità per le sofferenze del mondo e quindi pigliamoci le nostre piccole (grandi) gioie e cerchiamo di non voltarci dall’altra parte di fronte alle storture che ci troviamo di fronte (fine parentesi “dotto che dall’alto di niente spiega come bisognerebbe vivere”, scusate).

Tanti concerti in poco tempo, ma quanto mi mancava? Ricordo un’estate in particolare, quella del 2017, che è stata pessima per alcuni motivi ma ottima dal punto di vista musicale: un sacco di Festival, vicino a casa, in altre regioni, persino all’estero. Due di questi, il Mad Cool di Madrid e il già più volte citato A Night Like This di Chiaverano, sono stati per diverse ragioni fra le esperienze migliori: tre giorni con cinque palchi e gruppi del calibro di Foo Fighters, Green Day, Rancid, Dinosaur Jr., Royksopp (che però mi son perso) da una parte, un delirio di musica che iniziava al pomeriggio e finiva a notte fonda; due giorni e mezzo in campeggio vicino a un lago (dove a orario pranzo si svolgevano piccoli concerti acustici) con annessa (a poca distanza, navette gratuite) area feste con tre palchi e gruppi nazionali e internazionali ad alternarsi (Of Montreal, C+C=Maxigross e Julie’s Haircut fra i più famosi, con una costellazione di gruppi minori validissimi fra cui ricordo con piacere John Canoe, Campos e Shijo-X) dall’altra. C’è stato un filo conduttore che ha unito le due esperienze (no, non le canne e la birra), una band che a Madrid era fra gli eventi minori mentre a Chiaverano era headliner nella serata del venerdì: quella band è ovviamente il motivo per cui ho fatto tutto questo lunghissimo sproloquio e sono le Deap Vally.

La carriera in comune delle losangeline Lindsey Troy (chitarra e voce) e Julie Edwards (batteria) inizia in maniera non esattamente in linea con ciò che qui siamo abituati a chiamare “indipendente”. Dopo un primo singolo, Gonna make my own money, pubblicato per l’etichetta londinese Ark Recordings a luglio 2012, solo un anno dopo aver unito le forze, Troy e Edwards fanno il grande salto verso una major (la Island) ad appena un mese di distanza, con l’etichetta del gruppo Universal convinta dalle infuocate esibizioni a festival inglesi come il Latitude e quello storico di Reading. E ce n’è di che rimanere impressionati: distorsioni grosse da stoner e ritmo veloce e incazzato, testi centratissimi e corrosivi che in poche parole esprimono con una punta di sarcasmo il proprio pensiero sulla condizione femminile (e già il primo singolo è indicativo da questo punto di vista: “Daddy, don’t you understand?/ I’m gonna make my own money/ I’m gonna buy my own land”), sull’odio dilagante e sulla società in genere, un’energia che dal vivo si esprime senza freni e che le porta in pochissimo tempo ad aprire concerti per Muse, Red Hot Chili Peppers e Marylin Manson. Il primo disco, Sistrionix, esce nel 2013, poi qualcosa con la Island si rompe e il secondo album, Femejism (prodotto da Nick Zinner delle Yeah Yeah Yeahs’), esce per l’etichetta indipendente Nevado Music, senza per questo fermare la carriera lanciatissima del duo che infatti attira l’attenzione di uno di quei gruppi che magari non riempiono gli stadi, ma che hanno fatto di sicuro la storia a modo loro: i Flaming Lips.

Deap Lips è il nome del progetto in cui Troy ed Edwards si associano a Wayne Coyne e Steven Drozd della band di Oklahoma City, una collaborazione nata con semplicità disarmante: Coyne vede le Deap Vally dal vivo, rimane impressionato, dà il proprio numero a Troy dopo il concerto e alla fine ci si ritrova tutti a jammare. Deap lips (l’album) esce a maggio 2020 per l’etichetta londinese Cooking Vinyl, frutto di varie sessioni di registrazioni in Oklahoma, poi le due band tornano ai propri progetti personali e le Deap Vally non rimangono certo con le mani in mano. Nel 2021 escono ben due Ep (Digital dream a febbraio, American cockroach a giugno) in cui il duo collabora con svariat* artist* (ad esempio KT Tunstall, Jennie Vee degli Eagles of Death Metal e Jenny Lee Lindberg delle Warpaint ), poi non contente a novembre esce (sempre per la Cooking Vinyl) anche il nuovo disco Marriage, in cui confluiscono alcuni brani degli Ep e svariate nuove composizioni dove continuano a mostrare uno sguardo critico ed essenziale a ciò che succede attorno a loro, come il sistema di abusi sessuali organizzato da Harvey Weinstein nella canzone Better run.

Billions arriva proprio dall’ultimo disco e guarda al mondo dell’1%, quella piccolissima fetta di popolazione che ha tutto, lo ostenta e viene guardata da troppa gente con spirito di emulazione più che con ansia di giustizia sociale. Partendo dal testo, dalla carica della canzone e da un paio di fatti carpiti qua e là (tipo che per comprare una Ferrari rossa non bastano i soldi ma serve anche essere un cliente “premium” e averne già un tot in garage, o che la De Agostini a Novara ha chiuso le proprie officine grafiche grazie a una malagestione che ha portato in pochi anni dai premi produzione per il centenario al fallimento della sezione stampa) mi sono immaginato qualche dettaglio della vita di un rampollo di famiglia altolocata, costretto a confrontarsi con l’eredità del padre e coi suoi problemi. E che problemi. Trovate il racconto subito dopo la canzone che lo ha ispirato, buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Eredità

Riceve la chiamata a una festa in barca. Uno yatch al largo della costa, alcool, droga, belle donne e, all’improvviso, la notizia della morte del padre. La prima reazione: se l’è meritata. Sorriso scintillante, un altro sorso, il sole caldo sulla pelle. Poi arriva il senso di colpa, una sensazione di vuoto. La banale consapevolezza di non poter più dire al genitore tutto ciò che avrebbe voluto dirgli.

Piange, chiama il suo psicoterapeuta dall’altra parte del mondo. Fai qualcosa che ti piace, suggerisce l’esperto. Lui prende un elicottero, atterra alla concessionaria della Famosa Marca™ di macchine sportive. La vuole rossa, fiammante. Gliela negano. Scopre con indignazione che non bastano i soldi per quel colore, serve lo status. Esce al volante di un modello nero, cerca di lasciarsi alle spalle la delusione lungo le corsie di una strada che non conosce.

All’apertura del testamento, fasciato da un costoso completo d’alta sartoria, scopre di cosa è diventato erede. Proprietà, aziende, una montagna di soldi. Firma con stile impeccabile, ora è uno che conta, a dispetto di ciò che pensava il padre di lui. Piange ancora un po’, nel bagno dello studio notarile situato in un palazzo del centro.

Oggi inizia una nuova fase della sua vita.

Torna alla concessionaria della Famosa Marca™, chiede un modello verde acido, gliene concedono uno verde menta. Al volante, innestando la sesta, sente di essere salito di un gradino nella scala sociale.

Le riunioni aziendali sono noiose, annuisce senza capire niente. Delega il più possibile, prende decisioni solo sul colosso editoriale. La prima azienda del padre, quella da cui è stato sempre tenuto lontano. Ascolta il resoconto annuale, discute di tagli e ricollocazioni, approva l’assunzione di un nuovo amministratore delegato. Uno capace, lo dimostra il compenso che chiede. Esce dall’ufficio soddisfatto, il buon nome della famiglia difeso.

Questa volta la concessionaria della Famosa Marca™ gli suggerisce un modello giallo, lui si lascia blandire. Quando entra al Golf Club, dove tutti parlano di nuovi mercati e pacchetti azionari, gli sguardi si appoggiano su di lui con una delicatezza nuova. Diciotto buche e poi sfreccia via, verso il successo.

Non ha funzionato. L’amministratore delegato presenta il conto, spiega come ha salvato il salvabile. Le officine grafiche chiuse, la fase di stampa esternalizzata, un grosso risparmio e i mercati che reagiscono positivamente al riassestamento: un marchio storico che resiste alla sfida del digitale. Solo i vecchi dipendenti, gli esuberi, non la prendono bene. Fanno picchetti davanti ai cancelli, innalzano cartelli denigratori col suo nome.

Cosa avrebbe dovuto fare? Certa gente dal basso non ha idea delle responsabilità che un capitano d’azienda è costretto a sobbarcarsi. A bordo della sua nuova auto sportiva della Famosa Marca™, rossa, fiammante, li guarda scomparire alle sue spalle dallo specchietto retrovisore, proiettato verso un mare di opportunità che solo l’1% sa cogliere.

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Il supermercato come incubo neoliberale: Manodopera di Diamela Eltit

Ognuno di noi ha i suoi problemi col lavoro. Possono essere rapporti complicati coi colleghi, coi principali, anche semplicemente la consapevolezza che non facciamo quello che ci piacerebbe o che non riteniamo più sostenibili per il nostro equilibrio psichico certe condizioni (una consapevolezza resa più evidente dal boom di dimissioni volontarie post-Covid, che in Italia si concentra perlopiù fra i giovani impiegati del nord). Ci sono però contesti in cui l’oppressione di ciò che facciamo per vivere è più pervasiva e, fatto salvo il discorso per cui si vive meglio in una fabbrica italiana piuttosto che in una miniera d’argento in Bolivia, anche nel ricco occidente problematiche come precariato, sfruttamento, disparità di genere e chi più ne ha più ne metta rendono l’esperienza del lavoro un girone infernale che complica la vita anche al di fuori delle otto (per i più “fortunati”) ore.

Mi è capitato di leggere, fra fine marzo e inizio aprile, due libri che analizzano bene questo senso di straniamento: uno di questi è Manodopera, romanzo del 2002 dell’autrice cilena Diamela Eltit tradotto in Italia nel 2020 da Alessandro Polidoro Editore.

Manodopera è un libro bizzarro e allucinante, diviso in due parti ben distinte ma immerse nella stessa realtà, quella di un supermercato visto dalla prospettiva di chi ci lavora. La prima metà del romanzo è la descrizione delle giornate lavorative illustrata in prima persona da un dipendente senza nome, compresso fra la paura di essere preso di mira dai supervisori, il rapporto di odio/amore/dipendenza coi clienti e la fascinazione per i prodotti, vera e propria anima pulsante del luogo.

Non cerco né, tantomeno, ho la presunzione di sopravvalutare le mie capacità, sarei inopportuno, arrogante e meschino. Mi azzardo però ad affermare che questo cliente che mi ronza intorno (come una cagna impazzita) sia disposto a tutto pur di lasciare il supermercato in modo illegale e restando impunito. Perché la sua aspirazione è quella di uscire dal supermercato senza pagare i prodotti (alle spalle della mia complicità) e dedicarsi poi – con gioiosa e scomposta frenesia – a godere delle merci. Un godimento che riesco a comprendere bene perché sono parte di quello stesso desiderio, della sua esigenza di espormi alla telecamera, per poi, in una vendetta radicale, moltiplicare l’estasi, in parte universale, del prodotto.

Nella visione del dipendente il supermercato appare sotto una luce quasi orrorifica, attraverso la sua viva voce facciamo esperienza della sofferenza fisica e psichica e della continua alternanza fra i sentimenti di devozione e disprezzo per la realtà a cui sembra essersi votato anima e corpo, tanto che della sua vita al di fuori delle porte scorrevoli non riceviamo nessuna notizia. Fra sfoggi di perfezionismo e autorità, ammissioni di debolezza, derive messianiche e sprofondamenti alcolici vediamo sempre più cedere la sua professionalità, compromessa dal sentirsi costantemente giudicato per le sue azioni e da condizioni di lavoro impossibili da sopportare a lungo termine. Ognuno degli otto capitoli reca come titolo una citazione delle principali voci della stampa cilena che hanno accompagnato le rivendicazioni dei lavoratori (come spiegato nell’interessante postfazione della traduttrice Laura Scarabelli), quasi a dimostrare a cosa siamo giunti nonostante le lotte del passato.

La mia salute, in uno spazio ancorato a una realtà inafferrabile ma contundente, è diventata pietosa, turbata dall’incremento ciclico delle merci. Sì, sono stato sconfitto da un grandioso attacco di debolezza che, come ho già detto, corrisponde a una malattia lavorativa, un male strettamente tecnico provocato da un eccesso (inutile, come vedete, totalmente inutile) di concentrazione mescolato alla mia ansia di perfezione.

La seconda parte, più corposa, si concentra invece su un gruppo di dipendenti, costrett* a una convivenza forzata in un appartamento a causa della retribuzione insufficiente. Fra problemi personali, litigi e riappacificazioni, il tessuto sociale del gruppo è soggetto a continui strappi dovuti al modo in cui ognuno di loro contribuisce all’economia domestica, al sostentamento finanziario e, soprattutto, al modo in cui si spende per mantenere il posto di lavoro, con l’incubo del licenziamento sempre dietro l’angolo. Man mano che la vicenda procede, senza una vera e propria trama ma più con l’affastellarsi di singoli momenti di crisi, le politiche aziendali aumentano la loro disumanità, cambiando ciclicamente il personale, riducendo gli stipendi con la scusa dell’orario di lavoro ridotto e variando mansioni senza una logica apparente.

Fu Gloria a prendere l’iniziativa. Non ci consultò nemmeno. Si vestì con cura. Indossò la sua minigonna elasticizzata, calze di cotone, il foulard semitrasparente al collo, i larghi orecchini a forma di cerchio, gli stivali, il gilè di lana. Si truccò le labbra di un rosso piuttosto acceso. Si mise il profumo dietro alle orecchie. Stava molto bene. Era quasi bella. Andò al supermercato e raccontò tutto al supervisore. Il supervisore era uno di quei capi che amavano rinchiudersi nel loro ufficio con il culo di Isabel. Gloria gli disse che Alberto voleva formare un sindacato. Il supervisore non la conosceva bene. La ascoltò con un’espressione spaventata sul volto. Se fosse saltata fuori la storia del sindacato era la prima testa che avrebbero fatto saltare. Quella stessa mattina, licenziarono Alberto. Senza compilare alcun documento perché la lettera di licenziamento dovevamo sottoscriverla all’assunzione. Firmavamo i fogli ogni trenta giorni. Sì. Ogni trenta giorni dovevamo apporre una firma. Dopo quello che era successo, Alberto aveva ormai le ore contate in casa. Noi non accoglievamo i disoccupati. Né i malati.

Se la prima parte del libro mostra l’incubo delle giornate passate all’interno del supermercato, la seconda evidenzia l’impatto che le condizioni lavorative hanno sui rapporti interpersonali. Gloria, Isabel, Enrique, Gabriel, Sonia, Andrés e Pedro (più la voce narrante, senza nome ma non direttamente associabile al dipendente anonimo della prima parte) convivono in un equilibrio precario dove ogni gesto può causare la cacciata di casa, ogni libertà è un affronto, le malelingue si sfogano alle spalle degli altri e solo tiepidi scampoli di umanità permettono al gruppo di resistere, stretto intorno alla missione di rimanere ancorati al proprio posto di lavoro.

Isabel era più brutta, si muoveva penosamente tra i pianti del bambino. Si lasciava andare Isabel. Sempre spettinata, vestita con una vestaglia dozzinale, senza i suoi orecchini, senza i suoi bracciali, con le occhiaie e dei peli orribili sotto le ascelle. Non capiva che se non metteva in fretta qualche chilo, se non ritornava a sorridere, se non si lavava, se non indossava quelle sue calze così belle che ci piacevano tanto, se non si truccava quella faccia di merda, sarebbe andato tutto a puttane, come le fece notare Enrique, con elegante serenità.

La prosa di Eltit è contraddistinta da frasi brevi e un uso costante di ripetizioni, un linguaggio che rende bene l’alienazione costante a cui sono soggetti i protagonisti. Soprattutto nella prima parte, quella più sperimentale, l’autrice porta all’eccesso le dinamiche visibili in un supermercato qualsiasi, trasformando bambin* in orde barbariche, anzian* in esseri che si trascinano penosamente fra gli scaffali, il periodo natalizio nell’occasione per un’illuminazione consumistica vagamente blasfema e le compere per il cenone di fine anno un martirio che dura un numero crescente di ore. Spesso Eltit incunea alcune parole o frasi all’interno di parentesi, forse pensieri abortiti, forse l’ennesimo segnale della schizofrenia del dipendente anonimo.

Gentile, avvolto nella mia abituale cortesia, devio (non ne posso più) verso il bagno e sento il getto. Piscio come un forsennato, sono 14 o 16 ore che la tengo. Corro il rischio. Lo so. Ma rispetterò l’accordo delle 24 ore.

24 ore. 24.

24 ore senza straordinari.

In un impulsivo atto di sincerità, dovrei confessare (ma a chi?) che ormai nulla riesce ad abbattermi. Sono forte, ben curato, gentile, sicuro di me, attento a ogni dettaglio, affidabile. Il supermercato è come una seconda casa. Gironzolo al suo interno, proprio così, come se si trattasse di casa mia. Mi rifugio nell’assoluto agio che ti regalano i luoghi familiari. Tuttavia non è la prima ma decisamente la seconda casa e mi perdo. Vacillo immerso nell’angoscia che mi provoca questa crescente instabilità.

Manodopera non è un libro semplice e non è un libro che offre risposte. Stimola piuttosto, attraverso una consapevole esagerazione, a porci domande su come evitare che realtà come questa diventino la norma, su come rapportarci agli altri in maniera altra rispetto a quella utilitaristica: vivere senza ferire nessuno è impossibile, soprattutto in un mondo dove anche l’acquisto di un prodotto può significare la sofferenza di qualcuno, ma girarsi dall’altra parte è una tattica che a lungo termine può solo rivoltarsi contro di noi.

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Racconto in musica 95: Quanto tempo puoi resistere prima di incazzarti (Cigarettes After Sex – Nothing’s gonna hurt you baby)

Che ci crediate o meno non ho una mezza idea su cosa dire in questo cappello introduttivo. Doveva capitare prima o poi, cioè sono quasi a cento racconti e ieri mi sono visto dal vivo insieme due band su cui ho pubblicato racconti qua, mi sa che il mio cervello comincia a perdere colpi e presto parlerò di tutt’altro facendo domande che non c’entrano niente, tipo Qualcun* di voi ha mai fumato dopo il sesso? Si fa davvero o è un’usanza che si è inventato il cinema per farci consumare sigarette in un periodo storico in cui era ancora possibile farlo? E il periodo storico in cui era possibile farlo coincideva oppure no con il periodo in cui al cinema non potevi permetterti di far vedere due persone a letto insieme?

Ecco era meglio se mi trovavo un tema, io poi manco fumo per cui che domande mi faccio? Il tutto comunque (lo avrete capito dal titolo, che io faccio sempre finta che voi non abbiate già visto ma è lì, bello grosso, e sicuramente è la prima cosa che leggete) serve a introdurre un racconto in cui c’entrano (rullo di tamburi) i Cigarettes After Sex, di cui sono debitore alle sapienti mani (e alla sapiente mente) di Alex Roggero.

Alex è uno di quegli esempi di scrittore-musicista che da queste parti accogliamo sempre come la manna dal cielo. Milanese doc classe 1987, diplomato in basso elettrico presso il CPM di Franco Mussida (PFM), Alex ha suonato (e in molti casi fondato) in svariate band dell’underground milanese come Stone Revolution, Solarya, Maela, La Sete e L’Etiope, oltre a spendersi come turnista per gente del calibro di Alberto Fortis, Movida, Rezophonic, Bernardo Lanzetti e pure (in questo caso non lo invidio) i Gemelli Diversi. Più di duecento concerti live per lui, che non contento si è pure buttato sulla scrittura sulla scia di autori come Chuck Palahniuk, Irvine Welsh e Charles Bukowski: il suo stile crudo e graffiante, oltre che in racconti sparsi per il web (il cui reperimento è reso difficile da un omonimo che scrive letteratura di viaggio, scherzi del caso), lo potrete presto gustare nel suo romanzo d’esordio Non farlo, in uscita a giugno per Ortica Editrice.

Carriera bizzarra quella dei Cigarettes After Sex, nati nel 2008 da un’idea del cantante e chitarrista Greg Gonzalez a El Paso, città natale di un’altra band un tantino influente nel panorama musicale mondiale, gli At The Drive-In. Gonzalez però nulla ha a che spartire con le atmosfere nervose e infuocate di Omar Rodriguez-Lopez e soci, lui ha in mente più una musica dalle atmosfere sensuali e vagamente oniriche: nasce così, registrato all’interno dell’Università del Texas, il primo Ep intitolato semplicemente I, in una forma ancora grezza ma che pone le basi per il futuro del progetto.

Trasferitosi a Brooklyn, Gonzalez unisce le forze con Philip Tubbs (tastiere), Randall Miller (basso) e Jacob Tomsky (batteria), continuando a fare le cose con caparbietà ma senza particolare fretta. L’Ep I esce in forma definitiva nel 2012, il gruppo comincia a crearsi un seguito anche grazie a YouTube e nel 2015, quando esce il singolo Affection, i tempi sono maturi per il successo internazionale. Messi sotto contratto dalla Partisan Records, i Cigarettes After Sex arrivano alla pubblicazione del loro primo album omonimo nel 2017, a otto anni di distanza dalla formazione, dimostrando una coesione d’intenti che ha una piccola incrinatura solo nella fuoriuscita dalla band di Tubbs, deciso a produrre musica propria. Il nuovo disco ci mette poco ad arrivare, a dispetto dell’attesa per il primo, e così nel 2019 fa la sua comparsa Cry, secondo capitolo di una storia musicale densa di soddisfazioni (Nothing’s gonna hurt you baby, prima canzone del primo Ep, è stata negli anni utilizzata in serie come The Handmaid’s Tale e Shameless) e improntata a un indie dream pop che trova nella voce androgina di Gonzalez la perfetta forma comunicativa. Solo il loro nome appare in qualche maniera fuorviante: più che da sigaretta post-sesso, quella che io non ho mai fumato, i Cigarettes After Sex appaiono più come la band perfetta per creare l’atmosfera, magari con la persona con cui vorresti davvero passare il resto della tua vita e non con un* qualsiasi, perché quella lieve malinconia creata da delay e riverberi lascia la sensazione di un dopo che non si esaurisce in una notte sola.

Nothing’s gonna hurt you baby risuona anche nella macchina del protagonista del racconto di Alex, ma l’atmosfera è completamente diversa da quella della band di Gonzalez. La sensualità dei Cigarettes After Sex rimane un miraggio verso cui tendere mentre, persi in un flusso di coscienza, osserviamo dall’interno della mente di un uomo gli atti finali di una delle peggiori giornate della sua vita, chiedendoci con lui quanto tempo si può resistere prima di incazzarsi: un modo sicuramente originale di sfruttare l’ispirazione musicale, ribaltandone il mood. Potete leggere il racconto subito dopo il brano, magari sovrapponendoli: io nel frattempo vi auguro al solito buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Quanto tempo puoi resistere prima di incazzarti, di Alex Roggero

Mi piacerebbe essere una di quelle persone che, quando sono in difficoltà, se ne escono urlando la frase “lei non sa chi sono io”, ma nemmeno io, in questo momento, saprei rispondermi. Chi sono io? Che poi, le persone che si trovano in questa situazione solitamente come reagiscono? Qualcuno ha mai veramente risposto qualcosa tipo “Be’, per me lei è un manager di mezza età, grassoccio, praticamente calvo, con una moglie insoddisfatta, due figli che la odiano e un certo numero di ragazzine compiacenti che la sfruttano per comprare droghe e abiti costosi”? No, le persone preferiscono sorvolare, stare in silenzio fino a quando la sceneggiata giunge al termine.

Quanti minuti di insulti si possono sopportare prima di esplodere?

Penso dipenda molto da quanto si è giovani e ricchi. Più si è giovani, meno minuti si riescono a sopportare, e lo stesso vale per la quantità di soldi a disposizione. Se sei un quarantasettenne squattrinato e il tuo capo ti sta insultando senza motivo, solo perché sua moglie lo ha tradito, be’, immagino che il tempo di sopportazione possa superare le otto ore. Quattrocentottanta minuti zitti a prendersi insulti. Se invece nella stessa situazione si trovasse un ventiduenne ricco, ma ricco davvero, be’, i minuti sarebbero forse due. Al massimo.

Cosa voglio dire con tutto questo discorso? Non lo so, forse che invidio la gente ricca e giovane. O forse che mi sta sul cazzo chi sta zitto, chi subisce e basta, per tutta la vita. Tipo me. Se nessuno stesse zitto oggi vivremmo in una società migliore. Tutti vogliono cambiare il mondo, ma quale rivoluzione è iniziata stando in silenzio? Qual è l’ultima volta in cui ho fatto qualcosa di utile per cambiare le cose? Ancora, chi sono io?

E lei, a cosa starà pensando ora?

Avrei dovuto reagire. Cazzo se avrei dovuto. Ci hanno trattato come due straccioni, starà pensando che sono uno sfigato. Da quanto tempo sto guidando in silenzio? Ho paura di girarmi, di guardarla. Se stesse dormendo sarebbe ok, ma se fosse sveglia mi chiederebbe sicuramente perché la sto fissando. E a quel punto cosa dovrei rispondere?

Metto su una canzone. “Cigarettes After Sex – Nothing’s gonna hurt you baby”. Perché non ho detto niente quando ci hanno cacciato dal locale? Dovrei tornare indietro, sembrerei totalmente pazzo ma forse si innamorerebbe di me. Perché penso così tanto? Faccio finta di mettere a posto lo specchietto retrovisore, non faccio in tempo a voltarmi che incrocio il suo sguardo. Non dice niente.

Cazzo che situazione di merda. Cosa dovrei dire io ora? Rimango in silenzio. Quando arriviamo sotto casa sua scende in fretta dalla macchina, non mi saluta nemmeno.

Oggi è davvero una giornata storta. Questa mattina sono stato licenziato, ho speso gli ultimi cento euro per la cena. Cosa farò domattina? Di sicuro questa è l’ultima volta in cui sono stato zitto. No, non è vero, continuerò a farlo per sempre. Sono davvero questo?

Quanto tempo riuscirò a resistere prima di incazzarmi la prossima volta?

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