Le diverse identità delle Æntropica nel disco d’esordio Stagioni asincrone

Il racconto conclusivo della raccolta di racconti Volevo essere Vincent Gallo di Sergio Oricci, che è anche quello che dà il titolo al libro, parla di un trentenne che, affascinato dal percorso di metamorfosi nel proprio padre affrontato dall’artista Roberto Cuoghi, decide di trasformarsi nell’attore Vincent Gallo. Compra i suoi costosissimi vestiti, cerca di dimagrire, si acconcia i capelli come lui e ascolta ossessivamente la sua musica. Mi è venuto in mente questo racconto al primo ascolto di Stagioni asincrone delle Æntropica, in particolare a causa della prima traccia Il mare nuovo, perché la prima cosa che ho pensato è stata “loro vogliono essere Franco Battiato“. Non “suonare come”, esserlo proprio: nel modo di cantare (e negli effetti sulla voce), nei suoni vagamente retrò, anche in un certo modo di scrivere i testi.

La verità però è che io di Battiato ho ascoltato pochissimo, e le influenze di Carlo Olimpico (voce principale, cori, chitarre, bassi, tastiere, sampler, loop, sequencer e programmazioni varie) e Valentina Mariani (voci, cori, percussioni e darbouka, nonché autrice di quasi tutti i testi) si rivelano ben più ampie lungo i dieci brani del loro disco d’esordio autoprodotto, con sonorità che spaziano principalmente fra gli anni 80 e i 90. Realizzato a partire dal lockdown tramite continui interscambi ma riadattando anche idee preesistenti di Olimpico (l’idea originaria di Esuli risale al 2014, quella di Il guado addirittura al 2005), Stagioni asincrone passa in maniera fluida dalla new wave ad un rock che lascia rimembranze dei C.S.I. (o, tornando a Battiato, del periodo in cui si accompagnava alle ottime Lilies On Mars), divagando ogni tanto in altre direzioni con esiti altalenanti.

Uno dei pregi del disco (che è poi una delle cose che apprezzo di solito io, e non è detto che tutt* la pensino come me) è proprio la grande varietà. Il finale spinto da club che dà all’intimismo elettronico di Neve di maggio più carattere, la bruma cantautorale che avvolge Zeno di suggestioni alla Guignol, la carica rock di La sete che si fa forza sia delle distorsioni che delle tastiere, tutti questi sono elementi che rendono l’ascolto un’esperienza multiforme che attira l’orecchio. Non sempre però sono le cose buone a tenere sveglia l’attenzione, perché il trip hop di Ulisse viene maneggiato con poca ispirazione e Il guado parte male con un giro d’accordi che sembra rubato a What’s up delle 4 Non Blondes, prosegue stanca con momenti di dilatazione distorta che ricordano alla lontana i primi Marlene Kuntz e finisce dopo sei minuti abbondanti che sembrano troppi. Il problema maggiore però sono i suoni: se a livello di composizione il duo fa spesso un buon lavoro (coadiuvato in alcuni brani da Roberto Pontis, Fabrizio Ferrario e Roberto Rettura), gli strumenti rimandano senza appello al passato senza cercare (o comunque senza trovare) un appiglio coi nostri tempi, e se è pur vero che la retromania è sempre dietro l’angolo quella delle Æntropica sembra una scelta dettata dall’ancoraggio a quei tempi passati più che da un tentativo di rinnovamento di certi stilemi.

Una scrittura dei testi interessante, che coniuga enfasi poetica e spinte sociali (Mariani è giornalista e poeta con idee sui diritti umani e civili legate all’etica transfemminista, cosa che si nota anche dalla decisione unanime di coniugarsi al femminile come band) non basta a rendere Stagioni asincrone più di un buon passatempo per inguaribili nostalgici, che forse apprezzeranno più di me la new wave di Controvento, canzone dedicata a Giuseppe Pinelli (uno dei due testi scritti da Olimpico) che sia nel modo di cantare che nella musica rimanda ai Litfiba pre El diablo. Alla fine del racconto di Oricci il protagonista, convinto di assomigliare ormai in tutto e per tutto a Vincent Gallo, esce con una ragazza che lo trova somigliante a Joaquin Phoenix e si ritrova a chiedersi se Roberto Cuoghi ce l’avesse fatta ad assomigliare a suo padre: auguro alle Æntropica di avere idee più chiare su ciò che vogliono essere nel secondo disco, perché buone abilità tecniche e di scrittura non bastano se ti rifai in maniera troppo simile a modelli lontani nel tempo che, cristallizzati nel ricordo, diventano ineguagliabili.

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Racconto in musica 203: senzaparole (Kruder & Dorfmeister – Speechless)

Ho già raccontato più volte del mio rapporto complicato con la musica elettronica. Iniziato sotto i “migliori” auspici da ascoltatore appassionato della Deejay Parade (ricordo che chiedevo a mio fratello le canzoni che erano state messe al Celebrità, discoteca del novarese che ho scoperto solo recentemente non essere quella di cui parla Max Pezzali nella terribile La regina del Celebrità, quando lui aveva l’età, la patente e una compagnia con cui andarci e io no), è stato contraddistinto da un rigetto velocissimo che mi ha tenuto lontano per anni da qualsiasi forma di musica che non uscisse (se non parzialmente) dai classici strumenti del rock. Poi col tempo ho ascoltato (e in alcuni casi ho dovuto ascoltare) progetti che mi hanno fatto capire che The rhythm of the night di Corona e in generale tutta la musica dance commerciale che sentivo nelle rare sortite in discoteca era solo la punta di un iceberg che sarebbe stato probabilmente meglio ribaltare (anche se il magnifico Ex machina di Valerio Mattioli mi ha insegnato a dare la giusta importanza al corpo e a diffidare dell’intento puramente cerebrale della scena IDM, della quale abbiamo comunque ospitato dei componenti), ma era già difficile a quel punto riuscire a esplorare quel vasto mondo per capire le differenze fra house, techno, jungle, drum’n’bass e tutto ciò che è venuto e verrà, figuriamoci recuperare chi quel mondo lo aveva animato e reso sfaccettato. Per questo motivo io il duo Kruder & Dorfmeister l’avevo forse sentito nominare solo di striscio prima che Cristina Pasqua mi proponesse di scrivere un racconto basato su una loro canzone, e guarda un po’ oggi sono loro i dj della nostra discoteca improvvisata.

Cristina non avrebbe bisogno di presentazioni visto che l’abbiamo già importunata poche settimane fa, chiedendole di rispondere ad alcune domande sulla scrittura. Editor freelance che vive e lavora a Roma, abbiamo avuto la fortuna di conoscerla personalmente grazie alla comune militanza in quel gran bel progetto che è multiperso (qui un po’ delle sue microprose) vero e proprio collettore di appassionat* e sperimentator* di microfiction. La sua carriera da autrice inizia nel 2001 con Diciassette (2001, Odradek Edizioni), prosegue con fughe (2023) e forasacchi (2024), entrambi pubblicati da pièdimosca rispettivamente nelle collane Ossa e Glossa, si espande con la partecipazione alle antologie multiperso (2022, pièdimosca) e L’ordine sostituito (2024, déclic) e arriva al romanzo con Forbici (2024, Lorusso), scritto a quattro mani con Alessandro Pera. Innumerevoli sono poi o suoi contributi su riviste (citiamone un po’ in ordine sparso: DegradoSuper Tramps Club, Gelo, Nazione Indiana, Il cucchiaio nell’orecchio… e questo limitandoci a una rapida ricerca su google), tanto che il racconto che ci ha donato si incunea in un florido periodo di uscite che l’ha vista ieri uscire su Morel – Voci dall’isola e la vedrà anche mercoledì su Border Liber. Ci segnala che il suo codice fiscale è PSQCST67B65H501R  e noi ci sentiamo in dovere di riportarlo.

Ci piace sempre quando l* autor* si prendono la briga di raccontarci la musica che hanno scelto, e Cristina ha accolto la proposta di toglierci le castagne dal fuoco e parlare in prima persona del connubio fra Peter Kruder e Richard Dorfmeister.

“Kruder & Dorfmeister’s story is not just a story of refusal and renunciation. As the two started making music together in the early 1990s, there was hardly anything that the two didn’t do “wrong”, and therefore, exactly right.
La storia di Kruder & Dorfmeister non è solo una storia di rifiuti o rinunce. Quando hanno cominciato a fare musica insieme, nei primi anni ’90, sembrava che facessero tutto “sbagliato” – ed è proprio per questo che facevano tutto nel modo giusto.
(fonte: Original Bedroom Rockers Studio | ABOUT | https://kruderdorfmeister.com)

Soffiamo sulle duemila candeline di una torta e facciamo un salto indietro. Primi anni novanta, due ragazzi, due campionatori AKAI, uno Space Delay della Roland, un mixer impolverato e tre verbi all’infinito – ascoltare, sentire, trasformare. Quel che ne affiora è un suono nuovo, ruvido, che non ha nulla a che vedere con la maniera. Se dovessi pensare a un odore penserei a quello che t’allaga dopo la pioggia – l’asfalto bagnato, le zolle smosse, un gusto ferroso sulla lingua. Reinventare, cambiare di segno pur non perdendo un cromosoma del codice genetico del brano di provenienza. Useless (Depeche Mode, Ultra, 1997) non va a morire, i Depeche Mode s’acquattano, si stirano, si flettono, si piegano e s’increspano, ma restano sempre lì, e anche se non sono più del tutto loro, sono loro, i Depeche, e altro dai Depeche, sono Kruder&Dorfmeister che rileggono Useless, dove l’altro è la capacità di allargare una trama, inserire una digressione, allentare la tensione, creare la suggestione di una eco. Controcorrente, al riparo dal circuito delle grandi etichette, inclini a collaborazioni e progetti, hanno creato un suono personale, sperimentale inventando un nuovo linguaggio che non funziona come i tanti linguaggi parlati del mondo, ma piuttosto come un linguaggio del corpo: universale, globale, unificante – «which does not function like the many spoken languages of the world, but rather as body language: universal, global, unifying».”

Speechless è la terza traccia delle K&D Sessions, doppio album di remix che il duo viennese ha pubblicato per la propria etichetta Studio K7 nel 1998 e che stanno portando live in giro per l’Europa con una band di musicist* (ad aprile sono stati al Fabrique di Milano, locale di cui teniamo a segnalare la folle politica di far pagare una birra di merda nove euro, mentre il 16 novembre saranno alla Sala Santa Cecilia di Roma). Nell’operazione di manipolazione sonora operata dal duo il brano di Count Basic assume una carica ansiogena assente nell’originale, acuita dallo splendido video che trovate più in basso (e che mi ha convinto, e spero di mantenere questo proposito, a non mangiare più pollo in vita mia): il racconto di Cristina mantiene alla perfezione questa carica, operando sul ritmo delle parole e scegliendo la seconda persona in maniera da immergerci nell’atmosfera del club dove l* protagonista vaga come all’interno di un corpo, rimandando al film Viaggio allucinante di Richard Fleischer che l’autrice cita in esergo. Non vi resta che sprofondare anche voi nel locale al ritmo di basso, batteria e parole, a me non resta invece che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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senzaparole, di Cristina Pasqua

ricognizione: ‘clubbing’ non è una voce presente nel vocabolario Treccani. La parola ‘club’ ha il significato di ‘circolo’ o ‘associazione’, e ‘clubbing’ generalmente si riferisce all’attività di frequentare locali notturni (discoteche, night club).

I think it’s very exciting. We’re going to see things no one has ever seen before. Not just something under a microscope. Think about it.
Richard Fleischer, Fantastic Voyage, 1966

All’ora, mezzanotte e un quarto di lancetta, oltrepassata la bocca di ferro del cancello, superate spalle larghe e Collodi, la mano tesa all’entrata, scendi lungo la lingua sversa del camminamento. Oltre la bocca spalancata del bancone, una mano tesa sulla sinistra, ti serra il passo e schiaccia il budello bituminoso, buio come un esofago, e oltre ancora, impedito da un’epiglottide di plastica, s’apre in cistifellea un cortile di contenimento, l’aria densa, solida e opaca di fumo. Da lì, dal giardino, si sbuca dritti nello stomaco – i denti acuminati del palco in fondo e, addossato dall’altra parte, il fegato, lungo e nero, interrotto solo da luminescenza di vetrobicchieri, granelli di sale e gialloscorzadilimone, la gabbia dei tecnici di luce a malapena rischiarata alle tue spalle. Note anticorpi ti aggrediscono pigre, il giro di basso si ripete, voce eco e voce sussurrata, sgomita per entrare la batteria, stringe e aumenta, si ripete, il charleston si fa sabbia, sale, piano, e lento s’ingrossa, tracima, l’onda diventa tempesta, si sfalda, arretra, aumenta e cresce, s’incunea la voce, prima solo un soffio, un refolo poi si fa vento sferzante fino a che
all’improvviso
si interrompe

riparte

e ancora s’ingrossa, e i bassi ti squassano dentro, entranoescono, entranoescono, tracciano una geometria di linee spezzate, segmenti di pause, riprese, ancora pause ed entrano i fiati ed è di nuovo sabbia spazzata deserto e dune, al vento una palma si piega, si rialza, riparte, e si fa onda, diventa mare, s’ingrossa, prende vigore, s’attesta, un sospiro soffiato, un’altra raffica, e il basso continua, imperterrito sempre, non smette, mentre tutto cambia e resta uguale, mentre lo stomaco ti mastica e la vista ti s’appanna, mentre ti perdi e ritrovi, sali e scendi, cerchi e non trovi la voce, cerchi e non trovi, cerchi e sei muto, cerchi ancora, ma sei senzaparole.

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Racconto in musica 202: Noi ricostruiamo (Dalila Kayros – Susneula)

Settimana scorsa al Salone del Libro di Torino (in occasione del quale mi sono preso la licenza di saltare il racconto settimanale, pratica di cui sto abusando da un po’ troppo tempo) con var* conoscenti è partita una conversazione che riguardava vacanze e musica. Magari qualcuno la fa già questa cosa, ma ipotizzavamo la possibilità (totalmente ipotetica) di organizzare viaggi a tema musicale, portando l* turist* nei luoghi migliori per ascoltare musica o per fare un’esperienza musicale particolare, tipo andare in una sala prove di Tokyo alle tre del pomeriggio ad ascoltare una serie di band fra cui una thailandese (true story). Sarebbe una bella attività, probabilmente poco remunerativa e destinata al fallimento come tante cose belle, ma ragionandoci sopra mi è venuto da espandere il concetto e pensare a quali posti del mondo potrebbero invece farsi forza della loro scena musicale per attirare turist* (per quanto l’overtourism spinga ormai tanto luoghi a tenere lontano l* turist*): in fondo tanto del fascino di Berlino non deriva anche dai suoi club? Il primo posto che mi è venuto in mente, semplicemente perché non ci sono mai stato ed è la musica che mi sta attraendo come ulteriore leva per farmelo visitare, è la Sardegna, perché non trovo una scena musicale che si fonda più di quella sarda su un connubio di profonde radici tradizionali e innovazione stilistica: da lì arriva anche Dalila Kayros, ovvero la nostra resident woman della settimana.

La virtù originale è stata Iacopo “Iosonouncane” Incani, recuperato con colpevole ritardo e poi visceralmente amato, poi è arrivato il successo dirompente di Daniela Pes a rimettere in breve tempo la Sardegna sulla mappa musicale nazionale e nella playlist di Tremila Battute: nel 2013 però, anno in cui il primo sviluppava in gran segreto la prima svolta della sua carriera e la seconda doveva ancora laurearsi in canto jazz, l’isola vedeva uscire il primo disco di Dalila Usai, il nome che si nasconde dietro il moniker Dalila Kayros, e senza che ne avessi contezza c’erano già in Nuhk (Den Records) molti degli elementi che faranno la fortuna dell* su* contarrane*: la musica elettronica, le atmosfere cupe e oniriche e l’utilizzo del sardo come lingua d’elezione. Ciò che contraddistingue già le prime canzoni di Dalila Kayros, oltre all’interessante connubio fra il tribalismo percussionistico di Antonio Zitarelli (già attivo nei Mombu con Luca Mai, vecchia conoscenza di Tremila Battute coi suoi Zu) e la componente elettronica che si districa fra ambient e industrial, è l’utilizzo variegato della voce (Usai nelle brevi bio trovate online non per niente si definisce ricercatrice vocale), un vero e proprio strumento aggiunto che nella lingua sarda trova un suono forte e ruvido che ben si associa alle atmosfere che intende creare.

È difficile ricostruire una carriera quando si è scoperta un’artista da un paio di mesi scarsi, per cui spero mi perdonerà Usai se salto in avanti citando solo velocemente l’autoprodotto Transmutations [I] yin side (2018) e Animami (2022, disco con cui si apre il sodalizio con la sempre attenta Subsound Records), album che vedono l’ingresso di Danilo Casti come “partner in crime” nella composizione e registrazione delle musiche e che espandono ulteriormente il mondo sonoro, vocale, linguistico (oltre al sardo anche l’inglese fa capolino) e finanche spirituale del progetto Dalila Kayros, essendo ognuno dei due album anche un modo di esplorare la propria interiorità (in questa intervista apparsa su The New Noise l’artista ne parla approfonditamente), perché la mia esplorazione del suo mondo sonoro è stata retroattiva e partita dal felice invio da parte di un ufficio stampa del suo ultimo disco, Khthonie. Idealmente sospeso fra forze creatrici e distruttrici, intriso di tradizione così come di suoni moderni e innovativi, l’ultimo disco di Dalila Kayros è uscito a inizio aprile sempre per Subsound ed è un viaggio unico nel suo genere seppur collegabile alle sperimentazioni vocali e sonore di Incani e Pes: l’atmosfera a tratti angelica e più spesso sulfurea, i synth cupi e debordanti e quella voce che va dove vuole, fra grida raggelanti e vocalizzi, contribuiscono a creare nove brani magici e inquieti più che inquietanti. Mitza si apre come una filastrocca nera che non può che finire in un caos viscerale di cupezza elettronica, Leviatan unisce in un unico ibrido cibernetica e folklore, Terranera alterna momenti di calma in cui la voce si espande ad abbracciare il cielo a corse forsennate in cui il battito della terra ci inchioda al suolo e Corpus sonorum, mioddio, è una di quelle canzoni che si prendono tutto il tempo necessario a crescere d’intensità per arrivare a strapparti il cuore e farti venire voglia di piangere di fronte alla potenza della voce di Usai che si eleva, raggela e poi urla in italiano con tutta l’emotività possibile la sua lezione per l’elevazione (quanto è banale e limitata la parola elevazione, ma è l’unica che riesco a trovare senza fare un discorso che renderebbe questa parentesi lunga otto pagine e non arriverebbe comunque a niente), citandovi all’interno anche Judith Butler. Ci sarebbe da parlare degli altri brani, dei video delle sue canzoni, dei make up creati da Sofia Usai che attraverso l’immagine espandono il mondo sonoro di Dalila Kayros e della collaborazione pluriennale con la band metal Syk, ma spero di avervi incuriosito abbastanza da andare a esplorare in prima persona.

Susneula è la settima traccia di Khthonie, nonché la più lunga del lotto: otto minuti in cui Usai armonizza e terrorizza mentre i synth operano oppressivi in sottofondo, prendendosi rare pause in cui il lato più industriale e sferragliante della sua musica trova libero sfogo. Ascoltandola mi si è fissata in testa l’immagine di un ciclone che arriva inesorabile non a distruggere ma a rivoluzionare, e saltando di pensiero in pensiero ecco formarsi la storia di una comunità in cui il Ciclone è parte integrante della vita, una sorta di divinità da temere, accettare e adorare in egual misura. Trovate la storia di chi ci deve avere a che fare più in basso, subito dopo la canzone che l’ha ispirata: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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Noi ricostruiamo

Il Ciclone arriva sempre una volta l’anno, mai nello stesso periodo, mai d’inverno, spesso all’inizio dell’estate. È capitato che arrivasse ad autunno inoltrato, quando gli stolti iniziano a pensare che forse il Ciclone risparmierà loro la sofferenza necessaria.

I meteorologi dicono che è colpa del cambiamento climatico: gli si dà retta sì, gli si dà retta no. L’inquinamento è un grosso peccato ma il Ciclone è volubile, si altera più per le piccole cose che per quelle enormi. Da queste parti dicono: il Ciclone cambia idea come una zoccola che non sa stare al suo posto, e a volte basta questo per attirarlo e farlo infuriare.

Il Ciclone lo si sente arrivare: la temperatura scende, le foglie cominciano a cadere. Ai primi segnali si inizia il digiuno: niente carne di maiale per una settimana. Poi si passa a sacrifici maggiori, giorno per giorno. Ci si astiene dalle droghe, ci si astiene dall’alcol, si sgozzano venti galline, cose di questo tipo. Più il Ciclone si fa aspettare, meno costanza si mette nei sacrifici: gli impuri capiscono di aver compiuto atti troppo terribili e che la punizione sarà comunque adeguata, per quanto possano chiedere scusa, e il non ricordarsi cosa si è fatto rende solo maggiore la vergogna.

Quando il Ciclone arriva non si sente altro che il Ciclone per ore. Quando la sua forza è al massimo, però, quando il suo centro è vicino e aguzzi l’orecchio, che tu sia fra i puri o gli stolti sentirai una voce senza parole illustrare la bellezza di un mondo senza peccati, senza Ciclone, e quella voce è così bella che puoi riuscire ad immaginarlo, quel mondo, e immaginandolo riprometterti di iniziare a costruirlo.

Dopo il Ciclone arrivano gli architetti, coi loro assurdi piani di edilizia consapevole, edilizia compatibile. Solo i deboli si armano per resistere al Ciclone, solo coloro che non sanno più ascoltare la sua voce, che scappano lontani per non sentirla risuonare nelle proprie orecchie. Da queste parti dicono: quando tutte le case saranno considerate sicure, allora quello sarà il giorno in cui il Grande Ciclone spazzerà via la nostra superbia per sempre. Da queste parti dicono: noi ricostruiamo, ogni volta, e così sia.

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Essere madre domoggi: Cronache dell’età fertile di Barbara Di Gregorio

Alle tre di quel pomeriggio, la Ministra dei Beni culturali si presenta alle colleghe e alla stampa conciata alla moda delle figlie di carne: per la prima volta in pubblico senza corsetto, né reggiseno, né trucco, il suo corpo fa bozzi da tutte le parti nonostante la generosità della felpa a sacco d’immondizia che ha addosso; la pelle è macchiata, si vedono i pori, le labbra hanno lo stesso colore dei denti; i capelli corvini, pochi, piatti, sono bagnati e pettinati all’indietro come per dare maggiore risalto a quello scempio di faccia. Ma gli occhi brillano come punte di coltello su giornaliste e colleghe riunite per lei nella sala stampa della Questura. Eccola che monta in piedi sul tavolo: nella stanzetta cala un silenzio di morte appena solleva il felpone sulla pancia svuotata: una piega molle di cellulite e di grasso nasconde fino al cavallo dei pantalonacci da tuta.

Ho contratto l’SP-32 più di vent’anni fa e sono stati i vent’anni più belli della mia vita, dichiara col suo tono da comizio sindacalista nei vicoli. Perché li ho passati insieme a una creatura meravigliosa. Mio figliO!

Boato in sala: è la prima volta che una rappresentante del governo pronuncia in pubblico quella O senza senso, avallando l’escamotage linguistico recentemente esploso sul web per ammantare di dignità e di diritti i virus generati da carne.

La vice questora interviene a riportare il silenzio. Beni culturali continua: Avete capito che sto parlando del virus, il giovane virus trasferito alla disinfezione stanotte dopo l’incivile retata alla mia proprietà.

Incivile!, grida la Ministra della Salute, si sbraccia verso la vice questora che fa finta di niente e resta con le mani dietro la schiena.

La civiltà è sana solo se cresce, continua l’altra alzando la voce di un tono. Se si evolve. E per evolvere dobbiamo solo aprirci al cambiamento: quando vent’anni fa sono rimasta infettata non lo avevo certo deciso. Passeggiavo nel bosco, e mi si è parato davanti un animale talmente nobile che non ho potuto averne paura. All’inizio non voleva nemmeno farsi toccare: era più spaventato di me. Sono stata io a inseguirlo, io a toccarlo per prima, io a guidarlo dentro di me…

Che io ricordi non ho mai iniziato a parlare di un libro inserendo direttamente una citazione dello stesso, ma questo estratto del racconto La Ministra del No, uno dei sei che compone la raccolta Cronache dell’età fertile di Barbara Di Gregorio, mi è sembrato perfetto per indicare subito e meglio di mille parole tono e temi del libro. In queste poche righe infatti compaiono tante delle tematiche affrontate nel racconto in particolare e nel libro in generale (maternità, cura del corpo, linguaggio, diritto di scelta), ma si capisce anche chiaramente la fortissima componente ironica con cui è confezionato il tutto, perché Di Gregorio strappa risate mentre ci fa ragionare e riesce a mantenere un equilibrio perfetto fra queste due anime.

Bizzarra la storia editoriale dell’autrice, ma emblematica di ciò che può accadere a qualunque giovane autor*: nel 2007, dopo la pubblicazione di alcuni racconti su rivista, viene selezionata da Mario Desiati per far parte del novero di scrittori e scrittrici dell’antologia Voi siete qui di Minimum Fax, ancora oggi ricordata per il suo valore seminale nel sottolineare l’importanza delle riviste letterarie nello scovare e far crescere nuove voci; nel 2011 esce il suo primo romanzo per Rizzoli, Le giostre sono per gli scemi; poi, il nulla. Arrivat* al 2025 il panorama è completamente cambiato, molte delle riviste che avevano fatto da “sponsor” per la pubblicazione in Voi siete qui non esistono più e si sono perse le tracce di molt* dell* autor* di quell’antologia fra cui la stessa Di Gregorio, che nel frattempo ha fatto scivolare nell’oblio un secondo romanzo che non convinceva né lei né la casa editrice e ha fatto altro per anni, cercando di arrivare a fine mese invece di entrare a far parte dei salotti letterari. Parte di queste informazioni le ho avute capitando per caso alla presentazione di questa raccolta a Book Pride, dove l’autrice è stata intervistata da quel Matteo B. Bianchi che, oltre a curare una delle riviste sopravvissute fino a oggi (‘tina), ha fatto da collettore con la casa editrice Fandango per concretizzare il ritorno sulle scene di Di Gregorio, che arrivata a un’età in cui l’orologio biologico e la pressione della società impongono di farsi certe domande ha iniziato a ragionare sulla maternità e sulla sua scelta pienamente convinta e felice di non avere figli. Avrebbe potuto venirne fuori un saggio, un romanzo drammatico, magari anche un’autofiction: l’autrice invece è tornata alla forma racconto, e ha deciso di raccontare l’attualità perlopiù attraverso lo spostamento in realtà alternative che assomigliano alla nostra se non per qualche scarto più o meno brutale.

Signora, dov’è suo marito? Si è allontanata? E lo ha lasciato solo? Si rende conto che il signore è a rischio moderato già da settimane, perché avete voluto risparmiare e noi lo capiamo, lo sa che a partire da domani le probabilità di distacco dell’utero salgono al 65%?

La donna allontana il telefono per buttarsi in faccia acqua fredda, l’infermiera – o quello che è – continua: Gli uomini nella condizione di suo marito sono fragili! Anche psicologicamente! Il sostegno dei familiari è fondamentale su tutti i fronti! Non sarà una di quelle che cercano di farli esplodere apposta e poi chiedono il risarcimento danni alla clinica! Noi abbiamo somministrato il trattamento nel rispetto di tutte le norme di sicurezza previste! Lei ha firmato una liberatoria, rimandando il ricovero, questo se lo ricorderà, spero!

Veramente l’ha firmata lui, riesce a infilare la donna.

A lei non importa niente!

Sto poco bene.

E invece a noi importa! Perché qui c’è di mezzo una vita umana, primo, e secondo perché la struttura un altro cretino che fa big bang non se lo può proprio permettere!

Scusi?

L’infermiera sembra rientrare in sé: Scusi lei se mi sono lasciata prendere. Vediamo tante brutte cose qui dentro. Ce l’ha almeno un’idea, di dove sia suo marito?

Cattiva madre

Protagonist* dei racconti di De Gregorio non sono sempre donne, a dispetto di quanto il titolo della raccolta lasci supporre, anche se sono sempre le donne al centro di tutto e la maternità l’argomento principe attorno a cui ruotano le vicende. Capita infatti che in Cattiva madre, come avrete probabilmente intuito dall’estratto qui in alto, sia un uomo a rimanere incinto e la donna protagonista la genitrice che non si cura dei suoi sentimenti, delle sue difficoltà e che si sente addirittura in qualche modo incastrata dalla scelta di avere un figlio, conseguenza del trattamento richiesto dal marito che fino all’ultimo lei spera non funzioni: il racconto, oltre allo spostamento di realtà minimo ma cruciale per immaginare una realtà alternativa, permette a Di Gregorio, e a noi lettori con lei, di operare anche uno spostamento del punto di vista, mettendo gli uomini a confronto con le “gioie” della gravidanza (di cui le donne troppo spesso non sono messe a conoscenza, come si evince da questa interessante intervista all’attrice Francesca Inaudi) e ad organizzare marce di protesta per il diritto alla maternità.

È uno dei pregi maggiori del libro quello di veicolare la narrazione attraverso punti di vista scomodi, operando uno spostamento che solitamente si richiede a chi ha un privilegio e che invece in questo caso ci fa ridere a denti stretti: possiamo sì ritenere ridicolo l’uomo col pancione che fa acquisti dettati dall’umore mettendo a rischio il ménage familiare, o il protagonista (il Marito: Di Gregorio spesso e volentieri fa a meno dei nomi propri) di L’animale maschio, che si reinnamora della moglie dopo aver pensato a una vita futura con l’amante solo quando la prima, a causa di un’anomalia genetica, si è ormai trasformata in una belva ed è stata portata in una riserva apposita, ma ogni sberleffo e ogni ironia devono fare i conti con quella vocina che insistente suggerisce “rideresti lo stesso a parti invertite”? L’apoteosi di questo approccio la si raggiunge con il già citato La Ministra del No, che in poco meno di trenta pagine riesce a suggerire ragionamenti sulle rivendicazioni del proprio corpo da parte delle donne (mai delegittimate: pur partendo da un’intenzione narrativa non femminista l’autrice non dà mai l’impressione di avere posizioni conservatrici, le piace semplicemente metterci in crisi) complesse e tutt’altro che banali, il tutto partendo da una realtà in cui gli uomini sopravvivono in segreto solo allo stato brado, le donne nascono dalle piante e la gravidanza “naturale” (cosa è più naturale nel momento in cui è la natura stessa a darti la vita?) è frutto di un virus che le donne sembrano non voler più contenere.

Nel mondo del fidanzato lei e la madre sono migliori amiche: non sa che l’unico momento in cui sono andate d’accordo è stato il periodo dei primi mesi con lui. È durata finché anche la donna è stata felice di aver acciuffato il tizio coi soldi, cioè finché se n’è andata a vivere da lui su a Milano e ha cominciato a rendersi conto del guaio in cui s’era ficcata. Adesso è solo la madre a sforzarsi di non dirle le sue cattiverie, di fare vedere che si preoccupa, almeno, e lei invece la odia più di quando andava al liceo perché è colpa sua e solo sua, se si è ridotta in questo stato pietoso. Colpa sua della madre: è stata lei fin dall’inizio a montarle la testa con la storia della figlia dell’ottico.

L’oro

Se con Migliori amiche l’autrice sfrutta l’ansia di maternità per sfociare in territori alla Black Mirror, negli ultimi due racconti torna invece gradualmente alla normalità, permettendosi uno sforamento paranormale in Se tutto va bene (il meno convincente del lotto) e aderendo completamente alla nostra realtà di tutti i giorni in L’oro, che senza “effetti speciali” riesce ad avvincere e a metterci negli ennessimi panni scomodi, quelli di una ragazza al settimo mese di gravidanza che cerca un modo per liberarsi sia del figlio che del ricco fidanzato senza perdere i privilegi che la relazione le ha portato. Cronache dell’età fertile è il classico libro per cui si può utilizzare la formula (solitamente usata a sproposito) “fa ridere ma fa anche pensare”, ed è pure scritto bene: auguriamoci di dover aspettare il meno possibile per incontrare di nuovo il frutto della penna di Di Gregorio.

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Qualche domanda sulla scrittura, parte quattro: Cristina Pasqua e Graziano Gala

Tremila Battute compie cinque anni! Come festeggiare? Un grande regalo di compleanno ce lo ha fatto il Circolo Masada, che fino a giugno ci ospiterà una volta al mese per parlare con autor* della rivista delle loro pubblicazioni, dei loro racconti e, ovviamente, di musica e letteratura (tenete d’occhio la pagina Facebook per essere aggiornat* sul calendario): un altro abbiamo deciso di farcelo/farvelo contattando autori e autrici che qui apprezziamo un sacco, facendo loro alcune domande che ci ronzavano in testa da un po’ riguardo al loro rapporto con la letteratura, con la scrittura e con tutto ciò che gira intorno all’ispirazione, al metodo e al modo in cui scrivono coloro di cui abbiamo adorato i libri.

Per questo quarto appuntamento abbiamo contattato Cristina Pasqua e Graziano Gala, che hanno gentilmente risposto ai nostri quesiti: qui, qui e qui trovate le puntate precedenti.

Da quanto scrivi?

CP – Se srotolo la linea del tempo, non è facile individuare ’l giorno, e ’l mese, e l’anno, e la stagione, e ’l tempo, e l’ora, e ’l punto. Ricordo che a un certo momento tutto scalciava e graffiava per uscire. Ne approfitto per ringraziare Achille Serrao, poeta, scrittore, caro amico di mio padre, che ai tempi frequentava casa nostra. Un giorno, incuriosito, mi chiese di leggere le mie cose e mi suggerì di trattare meglio i miei fogliacci sparsi, di conservarli con cura. Quando gli feci leggere Spirito di conservazione, lo trovò maturo e mi propose di farlo uscire su «Tratti», rivista della casa editrice Moby Dick. Era l’autunno del 1996. Questo è forse l’inizio.

GG -Le poesie da piccino. Come tutti. Poi molto vuoto, molto tempo vuoto: ora vedo ragazzx bravissimx ai vent’anni con possibilità di scrittura importante, che se non si lasciano sfiorire possono fare cose preziose già ai venticinque, ché oggi leggere alcuni giovanissimi può essere importante veramente per capire come girano le cose del mondo. Io sul serio – ammesso che di serietà si possa parlare – a ventisei, ventisette. A un certo punto ho pensato: sto male, sto male, sto male. O lo dico in qualche modo o affogo. O trovo i modi per dire cosa mi è successo o devo sparire per troppo dolore. Da lì sono successe le cose. Sono stato fortunato: questo è, così mi sento. Ogni tanto mi arrabbio, quando vedo qualche unto del signore messo lì senza veramente arte né parte, che tutti sappiamo bene perché stia lì. Poi dico zitto scemo, sei stato fortunato: zitto e dici pure grazie. E mi quieto tutto. Sono stato fortunato. Ho pubblicato per la casa editrice che sognavo quando avevo venti anni, va bene così. Ne ho trentaquattro: se non muoio presto magari qualcosa ancora succede.

Quando hai pensato la prima volta “sono brav*” a fare questa cosa?

CP – Mai. Finora non mi è mai capitato. Quando arriverò a pensarlo, forse smetterò di cercare, di scrivere.

GG – Io bravo non mi sento mai. Cane forse, cane. Mai mi dico bravo. Mai mi penso bravo. Infatti vivo malissimo. Sempre Calimero, sempre devi dimostrare, sempre devi provare che non sia stato un incidente. Però due momenti mi hanno fatto caldo al cuore, due tra i tanti – perché le persone che si leggono i libri miei poi il bene me lo fanno sentire e io vivo a colpi di bene: una volta a Berlino una ragazza dopo un firmacopie mi ha abbracciato e mi ha detto anch’io e io mi sono sentito che colavo a pavimento. Che andava bene così. Avrei voluto stringerla e piangere poco poco, però mi vergognavo. E poi la mamma: al paese mio noi siamo contadini. In dialetto li chiamano dispregiativamente scarufaterra, quelli con il naso nella terra. Mia mamma adesso nel paese le offrono i caffè: tiene il figlio che è andato al Tg2. Io ho lavorato ogni cristo di giorno per togliere a mia mamma la terra dalle unghie: io ho ripulito tutto. Non c’è misura di questo. Io so cosa sia costato. E questo quando mi sento malissimo mi dà pochino di respiro

Hai un metodo di scrittura?

CP – Credo la cova, ma non ne sono così sicura. Mi colpisce il refolo di una battuta, uno sguardo sbieco, un piccione, un portone che si chiude, le gambe nervose di una donna seduta in balcone a fumare. Suggestioni che risuonano, assorbo come spugna, finiscono chissà dove, iniziano a vivere di vita propria, cambiano di segno e significato. Quando il portone diventa cancello, il piccione s’alza in volo ed è un gabbiano o una delle gambe della donna sparisce lasciando un vuoto, nel cambiamento e nell’assenza, rilascio, inizio a scrivere.

GG – Mattina presto, a notte appena passata. Le cinque. Devo essere appena uscito dal sonno. Mi lavo le mani e la bocca: devo essere pulito, degno. E si va. Bisogna scrivere nei momenti di incoscienza, quando sei ancora debole, ferito. Io credo molto all’epica. Agli aedi. Io non scrivo. Io faccio da tramite. Mi possiede qualcosa. Quando leggo si capisce: io sono timidissimo, ma lì divento un altro. Non so spiegarti: so che lì sono vivo. Che mi sta succedendo una cosa. Che è un fatto serio, che mi riguarda. Che la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. Io da piccino mi sono successe cose che mi dovevano cancellare il cuore: invece me lo sono tenuto, è rimasto. E dio o chi per lui mi ha premiato così: mi ha reso sensibile. Mi vengono a trovare i personaggi, mi dicono le cose. Giuda, Popoff, Mino. Ecco qual è il metodo mio: mi siedo lì e mi metto a disposizione. Occupatemi.

Ti è capitato di avere il blocco dello scrittor* e/o pensare “non ho più un cazzo da dire?

CP – Ancora no. A volte ci spero pure. Dico basta!, poi ricomincio. Il foglio bianco rassicura, è aria, respiro, possibilità. Riguardo alle cose da dire, anche se non sono un’appassionata di autofiction, basta annusare, guardare, toccare, esercitare i sensi.

GG – No, no. Io sono lento: se non tengo niente da dire non scrivo niente. Deve valerne la pena. Se a un certo punto non ci sarà più da dire staremo zitti. Faremo altro. Per arrivare a scrivere devo proprio non riuscire a tenere più la cosa dentro: mi deve bucare. Non mi sento scrittore. Professore a scuola, magari quello sì. Docente. E poi tengo questa fortuna. La custodisco come posso. Non è tempo di farsi ossessionare: abbiamo visto figure ben più serie e affermate cadere a precipizio. La gente che scrive dovrebbe andare a parlare con Marco Marino, con Fabio Stassi: sono persone che ti tengono nella realtà, grandi saggi.

Hai una bacheca dei rifiuti modello Stephen King? Se sì (o se no e hai una buona memoria) quanti ne hai ricevuti?

CP – Non ho una bacheca, ma ho una buona memoria. Convinta del fatto che la scrittura sia come il maiale, allevo da anni e anni con passione un corposo allevamento di rifiuti suini, una grossa scrofa con un’infinità di piccoli no al seguito.

GG – No, sarei cascato. Non ho proprio resistenza. Ci penso già da solo a rifiutarmi più volte al giorno. Però devo dire grazie a una rivista molto bella ormai non più esistente: Tuffi. Mi hanno scartato più e più volte. E io quanto ci tenevo, quanto. Ho pensato: devo fare vedere, devo mostrare che tengo ragione, che posso valerne un poco la pena. Quasi come fosse un puntiglio, una questione di principio. Da lì poi sono finito con un altro racconto su Risme e in qualche maniera tutto è iniziato. I rifiuti sono preziosi: quando faccio corsi di scrittura lo dico. Se motivati insegnano e fanno riflettere, ma a prescindere affamano, fanno sentire l’odore del sangue. Serve, specie a quelli che sono stati poverissimi come me. La scrittura alla fine una cosa è: lotta di classe. Non dimentichiamolo.

Quale autor* quando lo leggi ti fa pensare “ecco, io non sarò mai così brav*”?

CP – Tanto mi immergo nella lettura, tanto più mi commuove e rende felice la padronanza altrui della pagina, la costruzione o de-costruzione di trame, personaggi, ambienti, atmosfere, come si acciuffa il sapore di un’epoca, si ferma il tempo che scorre. Dimentica di me, mi prende la smania di leggere l’opera omnia di questa autrice o quell’autore. Lo stupore di Palomar di Calvino, l’architettura di Borges e Canetti, il miraggio di Morselli e Buzzati, la consapevolezza di Wharton, gli arabeschi di du Maurier, la vertigine che mi ha fatto sprofondare in Cortázar e Lispector, la mano ferma di Carver, la bocca sporca di Welsh, il distacco di Carrère. Ora sono stupefatta da Austin Wright. Dopo Tony & Susan, leggo Disciples in originale, penso alle porte girevoli, non ne esco più.

GG – Tantx: ti faccio l’elenco e finiamo domani. E con gioia. Io in ogni presentazione elenco almeno tre o quattro italianx viventx perché c’è il rischio che l’essere italiano e vivente implichi il non essere bravo finché uno non crepa: andate a pubblicare Elena Giorgiana Mirabelli, per esempio, una autrice pazzesca che non sto leggendo da troppo. E ne dico una sola. Per tornare alla domanda, ti faccio un esempio: Vasta, Il tempo materiale. Che dio. Ma pure, se vuoi un trapassato: La Capria, Ferito a morte: nessuno riscriverà mai più una cosa del genere. È lo zenit. Neppure ci si deve avvicinare. Ammirare, ringraziare di aver letto, quello sì. La scrittura è bella, perché non è una gara: è una cosa dove si prova a trovare il bello, il profondo, il guaio. Una terapia di gruppo.

Qual è il testo che hai pubblicato su rivista, o che magari non hai mai neanche pubblicato,  di cui sei più orgoglios*?

CP – Non saprei. A rileggere, dopo il giusto tempo, una volta piantumati e sedimentati, magari nessuno.

GG – Camillo: più veloc-ce di uno stril-lo / più leg-giero di uno spil-lo / colla pelle a coco-drillo. Camillo mio. Io sono un poco strano: mi siedo a terra, gioco con le costruzioni, parlo con le cose. Mi sono sempre vergognato. Ora non più. Camillo mio, che poi sono io. È uscito su Turchese: se oggi fossi un raccontista farei la lotta per andare su quella rivista. Passeranno quelli bravi da lì. Camillo: un bimbo speciale, forse non sempre al cento per cento, che parla coi cani e contratta per avere un certo numero di bacetti. Fa niente se non si diventa mai adulti, pazienza: l’importante e non morirci, per le cose passate. Poi ognuno sopravvive come riesce.

cristina pasqua pubblica Diciassette (Odradek Edizioni, 2001), fughe (pièdimosca | ossa, 2023) e le microprose forasacchi (pièdimosca | glossa, 2024). È presente nelle antologie multiperso (pièdimosca | glossa, 2022), L’ordine sostituito (déclic, 2024) e su blog e riviste online. Forbici (Lorusso, 2024), scritto a quattro mani con Alessandro Pera, è il suo primo romanzo edito. Editor freelance, vive a lavora a Roma.

Graziano Gala vive nella provincia lombarda, insegna storia e italiano in un professionale. Ha scritto racconti su riviste e litblog. Ha pubblicato per minimum fax Sangue di Giuda (2021) e Popoff (2024), la novella Ciabatteria Maffei (2023) per Tetra. È il curatore del Controdizionario della lingua italiana (Baldini+Castoldi, 2023).
Scrive per Treccani. È direttore artistico di Duerive, festival delle storie.

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Racconto in musica 201: Maxwell Street (Dry Cleaning – Every day carry)

Arriva un’età in cui cominci a dimenticare le cose. Non quelle importanti, quelle mi sfuggivano già vent’anni fa, insieme a cose meno importanti ma difficili da ignorare: ho fatto una settimana senza ricordare il nome di Scarlett Johansson, e mica a inizio carriera. Le cose che dimentico però, e che una volta mi restavano in testa di più, sono le piccole cazzate legate alle passioni: le battute di un film, i componenti di una band, il modo in cui hai scoperto quel tal disco (o il momento in cui l’hai acquistato, tipo quando trovai l’anziana madre del padrone del mio negozio di dischi di fiducia in cassa al posto suo proprio quando dovevo comprare Dall’impero delle tenebre de Il teatro degli orrori: non battè ciglio). Ora invece mi dimentico i nomi degli attori di un film visto il giorno prima (mi abbuono almeno quelli coreani), e mi ritrovo ad ascoltare una band come i Dry Cleaning pensando “ma questi come li avevo scovati?” Una recensione? Non penso. Consiglio di amici? No, sono io l’amico che li consiglia. Messaggio subliminale? Credo lo userebbero più per mettermi in testa l’ultimo singolo di Lady Gaga e convincermi a comprare i biglietti per il suo concerto (come sono già finiti? E io che avevo appena venduto un rene per comprarli!). Sia come sia, le canzoni della band non penso che le dimenticherò, e l’importante in fondo è quello.

A permetterci di parlare di loro è Andrea Scagliarini, nuova aggiunta al novero di scrittor* in gamba che noi andiamo a disturbare e loro non solo ci rispondono, ma ci mandano pure dei racconti. Virtuoso dell’armonica e artista blues dalla voce baritonale, ha sempre pensato di essere un musicista indipendente prima di diventare un insegnante nella periferia Sud di una grande città del Nord, il che lo rende la figura perfetta per un blog/aspirante rivista letteraria come il nostro. Mentre noi strimpellavamo male la chitarra, lui lavorava come orchestrale in Europa o sui palchi di importanti blues festival americani. Di notte legge, scrive, riscrive o studia musica. Vegetariano da sempre, si muove in bicicletta oppure a piedi. I suoi testi sono apparsi sulle riviste letterarie Narrandom, Racconticon, Pastrengo (anche qui), Enne 2 (sul numero 9), Nabu, Border Liber, Linoleum e Kairòs, e come al solito vi invitiamo a leggerli tutti. Nel 2025 è stato semifinalista al Premio Italo Calvino per Racconti.

A volte basta poco per creare una band con una forte personalità. Una chitarra ubriaca il giusto, un basso rotondo con maestria e fantasia, una batteria minimale che accompagna in maniera fondamentale e discreta: quando poi nel 2017 Tom Dowse, il chitarrista ubriaco che assieme a Lewis Maynard e Nick Buxton ha appena formato una nuova band, reincontra Florence Shaw, cantante con cui aveva condiviso gli anni al Royal College of Art di Londra, alla miscela si aggiunge una voce che dà al tutto una spinta ulteriore verso l’unicità. Perché i Dry Cleaning sono una band che avrebbe potuto essere come molte altre, una di quelle che recupera il post punk e si limita a rinfrescarlo, invece l* quattro musicist* riescono a creare qualcosa di unico e particolare, dentro alle logiche del genere ma dissimili da chiunque altr* (o almeno chiunque altr* abbiamo ascoltato, e ne abbiamo ascoltat* tant*). Quando Shaw accetta di prendere il microfono in mano alcuni brani sono già pronti, altri si aggiungono e il tutto porta a due Ep in due anni, Sweet princess (2018) e Boundary road snacks and drinks (2019), entrambi usciti per l’etichetta It’s ok e riuniti in un unico packaging lo stesso anno, che è quello della svolta: Shaw, reduce da una storia finita (male) proprio il giorno in cui il principe Harry annuncia al mondo intero il suo fidanzamento con Meghan Markle (una che è fonte d’ispirazione costante per l* artist*), nel 2017 scrive di getto il testo di Magic of Megan e come primo singolo la canzone funziona alla grande, dando modo alla 4AD di metterli sotto contratto e al grande (facciamo medio, dai) pubblico di accorgersi della musica e dei testi bizzarri della band, nonché della sensualità straniante dello spoken word di Shaw.

Perché già, quello che abbiamo omesso fino a qui è uno degli elementi fondamentali del suono dei Dry Cleaning, quell’appoggiarsi delle parole di Shaw sulle note con la sicurezza di chi lo spoken word l’ha creato e non lo utilizza semplicemente dopo che svariat* altr* artist* l’hanno sperimentato. Nei due Ep la voce è ancora inserita abbastanza nel mix, ma la 4AD (e John Parish che produce il disco) hanno l’intuizione di renderlo un elemento a sé, inserito eppure distante, morbido nel suo narrare testi che sembrano collage di immagini difficili da decifrare mentre sotto gli strumenti creano il contesto: musica fatta come fosse la colonna sonora di corti cinematografici, con tanto di voce narrante, questo dà quasi l’impressione di essere New long leg, il primo disco ufficiale che esce nel 2021 e che li proietta (non so quando, non so per quanto) alla vetta della UK Indie chart. La squadra non cambia quando nemmeno un anno e mezzo dopo esce Stumpwork (2022), ancora più affinato ma non per questo addomesticato, folle in maniera sotterranea, come un elemento che stona all’interno di un contesto perfettamente normale attirando la tua attenzione senza che tu sappia dire perché: questa è la sensazione che mi danno la tranquillità in cui avvolge il giro di basso di Anna calls from the arctic, o l’andamento claudicante di Driver’s story, marginali e sconclusionati frammenti di vita messi in musica e resi ancora più bizzarri (penso di aver usato molto questa parola nell’articolo) dai video realizzati per accompagnarli, brevi scene mandate in loop continuo di rane in un acquario, semafori pedonali e svariata altra accozzaglia di momenti dimenticabili. L’ultimo parto creativo della band è l’Ep Swampy, una di quelle uscite divertenti e divertite che fanno i gruppi che non hanno ancora finito di sperimentare: un paio di inediti, remix vari (quello di Hot penny day è una specie di viaggio in continuo cambiamento nella storia della musica elettronica) e la sensazione che il bello debba ancora venire.

Dovete sapere che Stumpwork nel 2024 si è pure vinto un grammy, quello per il miglior packaging (non sapevo che esistesse): dovete sapere anche che Every day carry, l’ultima traccia di New long leg, non è la canzone che ha ispirato il racconto di Andrea, e se volete sapere chi fosse l’artista che gli ha messo questo testo in testa (oddio che brutta frase. Ma perché non la cancello allora? Risposta: perché amo aprire parentesi) dovete tornare al 1991 e guardare chi ha vinto lo stesso premio portato a casa dai Dry Cleaning nel 2024. Per chiunque non sia appassionato di cacce al tesoro invece qui sotto trovate il racconto, che nella nuova suggestione musicale su cui io e Andrea abbiamo concordato per ragioni d’indipendenza lui ha trovato una concordanza principalmente di ritmo. Ringrazio l’autore per la disponibilità e per la sua penna sempre originale e piena di personalità, vi invito quindi a entrare con noi nel locale dove una donna con dei problemi da risolvere si trova a fissare dall’altra parte del vetro una donna che sembra averne di più grossi: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Maxwell Street, di Andrea Scagliarini

C’è una donna sul marciapiede che mi guarda attraverso il vetro della tavola calda. Seduta al mio solito posto attendo una persona che non arriva. Odore di caffè e colazioni. Non c’è nessuno in giro, qui piove sempre. Odio questa città. Verso il latte e guardo da un’altra parte. Fingo di leggere il giornale. Ci sono notizie di morti, inondazioni, guerre, terremoti, emergenze umanitarie, riscaldamento globale, violenze domestiche. Lei è sempre lì. Forse si sta solo specchiando. I suoi capelli cominciano a bagnarsi. Ora si aggiusta le calze sollevando la gonna. Mi sembra di averla già vista, mi ricorda un’alcolista che si aggira nel quartiere. Ma non è di quelle che dormono per strada, che non si lavano o ti chiedono soldi con insistenza. Vorrei domandare al proprietario se la conosce, ma è impegnato a salutare un’amica. Alta, bionda, un impermeabile bianco, sicura di sé. Ha scosso l’ombrello e ora ricambia il saluto con un bacio su entrambe le guance. Suonano le campane della cattedrale cattolica, quella immensa con le guglie tra le nuvole e il transetto trasversale. Il mio tempo è scaduto. Lui oggi non arriverà.
Ogni giorno, lo aspetto. Qui, seduta al tavolo, al nostro posto. Qualche volta arrivava in ritardo. Fingevo rabbia o stupore. Entrava, si inchinava, sorrideva, balbettava una scusa o si giustificava come un adolescente fragile in cerca di attenzioni. Si trasformava in un attore di prosa e iniziava a recitare raccontando una storia che partiva da lontano. Imitava voci sconosciute con accenti esotici. Produceva rumori con la bocca, descriveva luoghi, porti, città, villaggi con le immagini e i colori del Mediterraneo. Passavano i minuti, il suo caffè si raffreddava. Alla fine, rimaneva in silenzio e guardava nel vuoto. «No, no, scusami. Ti ho mentito. Lo sai che quello che racconto non è mai vero». Lo osservavo con astio, trattenevo il mio odio e qualche volta gli prendevo la mano. Siamo stati vicini quasi un anno, ma non poteva durare. Lo sapevamo entrambi.
Ho scoperto che lui non esisteva. Sono andata a cercarlo dove diceva di abitare. Ho parlato con i proprietari dell’immobile, interrogato uscieri e vigilanti, ma nessuno lo conosceva. Nessuno lo aveva incontrato. Diceva di essere uno scrittore turco in esilio. Forse, non era vero, forse non era turco, ma mi piaceva quel suo accento duro e misterioso. E così come mi era apparso con discrezione, un giorno qualsiasi era uscito di scena con il suo campionario di racconti inverosimili portandosi dietro i soldi che gli avevo anticipato per pubblicare il suo primo libro di racconti. Neanche un biglietto d’addio.
Ha smesso di piovere. La pioggia che ha lavato i marciapiedi ha portato via tutto. Anche l’angelo sterminatore che parlava con il proprietario della caffetteria non c’è più, è volato via. Ormai, mancano pochi minuti. Mi tiro giù la gonna senza farmi notare. È ora di uscire, di camminare lungo una strada, di prendere il mio treno e non tornare più indietro.

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Alla scoperta di Na Hong-jin, un nuovo regista sudcoreano da tenere d’occhio

La mia scoperta del cinema coreano, come per molt* altr*, è passata attraverso Old boy, il film del 2003 di Park Chan-wook che Quentin Tarantino, presidente di giuria al Festival di Cannes dell’anno successivo, definì “il film che avrei voluto fare”, dando a chi si doveva occupare della promozione e della copertina del dvd una grossa mano riguardo alle citazioni entusiastiche da utilizzare. Non che Tarantino non avesse ragione da vendere, anzi: Old boy mi piacque così tanto che recuperai il fumetto (giapponese) che lo aveva ispirato, e con ritardo e afflizione pure il poco sensato remake di Spike Lee del 2013 (curiosità: man mano che le trasposizioni aumentano crescono anche gli anni di detenzione del protagonista: dieci nel fumetto, quindici nel film sudcoreano, venti in quello statunitense), oltre ovviamente a seguire (e recuperare parzialmente) la filmografia di Park con una certa attenzione, tipo il recente e bellissimo Decision to leave. Poi è arrivato Snowpiercer nel 2007 a farmi conoscere Bong Joon-ho, e da lì la curiosità per il cinema sudcoreano si è ampliata e mi ha dimostrato che non c’era una sola perla rara in quello stato, ma potenzialmente una nidiata di cineasti che facevano film che potevano incontrare i miei gusti (e non solo, visto che proprio Bong ha fatto l’asso pigliatutto agli Oscar con Parasite). Però al mondo ci sono tante cose da fare, tanta musica da sentire, tanti libri da leggere e tanti film e serie televisive da vedere, ed è andata a finire che il mio interesse per il cinema della regione è rimasto circoscritto lì per una buona decina d’anni, a meno di incontri fortuiti di cui non è rimasta traccia. Poi, complice una retrospettiva alla Corte dei miracoli di Milano tenuta da Alessandro Lonardo nell’autunno del 2020, dove ai due registi già citati venivano affiancati il successivamente scomparso Kim Ki-duk (il cui film più noto è probabilmente Ferro 3 – La casa vuota, che già conoscevo tramite una mia amica senza sapere fosse suo e che ancora devo recuperare mannaggiamme) e Lee Chang-dong (di cui invece posso consigliare il lento ma avvolgente Burning), la mia curiosità è tornata alta e soprattutto nell’ultimo periodo, visto il  viaggio organizzato con la mia compagna in Corea del Sud per agosto, il recuperone si sta concretizzando, coi limiti di disponibilità delle piattaforme. So però che ciò che sto recuperando è solo la punta dell’iceberg, perché nella lista dei cento film nazionali più visti (fonte Wikipedia, se vi va di ravanare come me nelle statistiche) Bong appare per la prima volta al settimo posto (ma ci appare quattro volte), Park una sola (con uno dei suoi primi film, Joint security area), mentre Kim e Lee mai: in pratica sto esplorando probabilmente la fetta più vicina al gusto occidentale della filmografia sudcoreana (forse dovrei avvicinarmi ai k-drama?), e può essere che questo valga anche per la mia recente scoperta Na Hong-jin, che pure in quel listone ci appare con entrambi i film di cui vi parleremo oggi.

Serial killer, protettori e burocrazia: la polizia non può sparare. The chaser (2008)

Se siete appassionat* del cinema sudcoreano probabilmente avrete recuperato Memories of murder, la pellicola che Bong Joon-ho ha girato anni fa sulla storia del primo serial killer della penisola: mi stupii, guardandolo, di come la polizia fosse stupida e facilona, roba da barzellette come da noi sui carabinieri, ma era ambientato nel 1986 in un periodo di difficile transizione dalla dittatura alla democrazia e insomma, che le cose fossero più complicate e corrotte di oggi ci poteva stare. Qualche giorno fa invece ho visto il primo film di Na, The chaser, liberamente ispirato alla storia di un altro serial killer (Yoo Young-chul, arrestato e tuttora in carcere in attesa di condanna a morte visto che in Corea del Sud, nonostante non venga applicata da anni, la pena capitale non è mai stata abrogata), dove la polizia sembra incapace, violenta e (parzialmente) corrotta alla stessa maniera. Però sono passati vent’anni abbondanti. Sperate che non mi fermino alla guida mentre giro fra Seoul e Busan.

“Spostatevi che ci penso io”

I protagonisti della storia non sono però l* poliziott* coinvolt* (o per meglio dire “che si trovano coinvolt*”) nella caccia al serial killer, bensì un protettore di prostitute. Ex detective, licenziato per motivi che vengono solo accennati in seguito, Eom Joong-ho (interpretato da Kim Yoon-seok) non fa un bel lavoro per vivere e non è neanche la figura stereotipica del pappone dal cuore d’oro: alcune ragazze del suo giro sono scomparse, e quando scopre che alcune si sono recate nella stessa casa in una zona di Seoul lui è convinto che si siano vendute a un concorrente, mettendosi in azione per ragioni di business piuttosto che di empatia. Solo che Young Min-jee (Ha Jung-woo) non è un avversario nel ramo della prostituzione, bensì un sociopatico assassino che, quando Joong-ho lo incontra dopo un fortuito tamponamento seguito da un surreale inseguimento con tanto di macchine lasciate in mezzo alla strada, ha appena ucciso tre persone fra cui Kim Mi-jin (Seo Young-hee), una delle “protette” di Joong-ho, cosa che confessa candidamente in commissariato dopo che entrambi sono stati arrestati in seguito all’incidente. Ignar*, noi e lui, della reale sorte di Mi-jin, l’improbabile protagonista inizia una corsa contro il tempo per trovare la casa dove il killer ha compiuto i suoi delitti, con solo una chiave, uno sgherro poco sveglio e la piccola figlia di Mi-jin ad aiutarlo, il tutto mentre la polizia cerca di convalidare l’arresto di Min-jee prima che venga rimesso in libertà PER MANCANZA DI PROVE. Non smettete di lamentarvi della giustizia italiana quando ce n’è (troppo spesso) bisogno, ma rileggetevi queste righe quando vi viene la tentazione di dire che dalle altre parti va sicuramente meglio.

“Sembrava un così bravo ragazzo, salutava sempre…”

Del già citato Memories of murder il film di Na riprende parzialmente il tono: The chaser spezza spesso e volentieri la tensione attraverso momenti di idiozia umana che lo rendono tragicomico, col caso emblematico del momento in cui due diversi uffici delle forze dell’ordine finiscono a mani alzate una diatriba sulle rispettive competenze nella custodia del potenziale assassino. Allo stesso modo del film di Bong però più si va avanti e più il tempo inizia a stringere per davvero, si fa pace col concetto che qui la polizia è più un ostacolo che un aiuto e si inizia a parteggiare sempre più forte per Joon-ho, un eroe per caso che in maniera sguaiata e fallace prende sempre più a cuore la sua missione e ci coinvolge emotivamente nella stessa, facendoci sprofondare insieme a lui nel disgregarsi degli eventi.

Rispondi a quel cazzo di cellulare Joon-ho!

The chaser è un film che cresce d’intensità man mano che si prosegue nella visione, permettendosi dello humor nero quando già il sangue è iniziato a scorrere e diventando sempre più cupo più ci si avvicina alla risoluzione finale, dove ci si dovrebbe aspettare che gli eroi vincano e i cattivi perdano. Ma qui siamo in Corea del Sud, baby, e le cose possono andare bene o male come nella realtà: Na (che del film è anche autore del soggetto e della sceneggiatura, quest’ultima insieme a Hong Won-chan e Lee Sin-ho) ha in serbo molte sorprese, e non tutte saranno piacevoli.

Demoni giapponesi, spiriti coreani, sciamani e tanto sangue: Goksung (2016)

Ammetto di non aver ancora trovato traccia in giro di The yellow sea (2010), il secondo film di Na Hong-jin, che mantiene nel cast i due attori principali di The chaser salvo ribaltare i loro ruoli (Kim diventa il cattivo e Ha il buono), ma Goksung – La presenza del diavolo è stato il motore trainante di questa lacunosa retrospettiva. Pellicola horror che volevo già recuperare da parecchio, si svolge tutta nella contea che dà il nome al titolo, fra piccoli paesi fatiscenti e una natura incontaminata in cui la fantasia, e non solo quella, può vedere aggirarsi presenze malefiche: quando queste iniziano a contagiare gli abitanti con un morbo che lascia purulenti segni fisici e ancora più deleterie derive omicide, tocca al poliziotto Jong-goo (Kwak Do-won) e ai suoi colleghi mettersi a indagare, e siccome siamo in un film sudcoreano la professionalità sta tutta da un’altra parte.

“Circolare, circolare! Non c’è niente da vedere!”

Goksung procede per una piccola parte della sua durata con la stessa irriverenza che mischia il basso (sangue a profusione e morti tutt’altro che delicate) con l’altrettanto basso (la miseria umana di Jong-goo e colleghi, le ultime persone che vorresti avere attorno se sei in pericolo, a maggior ragione se il pericolo è pure soprannaturale), lasciando che in sottofondo comincino a incistarsi i dubbi sul colpevole del contagio, reale o presunto che sia. In fondo non potrà mica essere davvero colpa dello straniero giapponese che abita sui monti (Jun Kunimura), bersagliato per la sua provenienza (i giapponesi hanno compiuto svariati crimini di guerra ai danni dei coreani, durante la Seconda guerra mondiale e se non ricordo male non solo) e incapace di difendersi adeguatamente perché non capisce il coreano? E chi è Moo-myung (Chun Woo-hee), la ragazza in bianco che sembra sapere qualcosa in più degli altri? Lentamente la componente farsesca lascia spazio alla più classica delle discese agli inferi, e mentre anche la figlia di Jong-goo inizia a sviluppare i primi segni della maledizione non resta che affidarsi alla fede, quella del giovane prete I-sam (Kim Do-yoon), coinvolto suo malgrado solo perché conosce il giapponese, e quella dello sciamano Il-gwang (Hwang Jung-min), a metà strada tra lo stregone e l’uomo d’affari, in una commistione di sacro e profano che in Corea del Sud sembra molto più normale di quanto non appaia a noi (o almeno così sembra cinematograficamente, si veda anche il recente e discreto Exhuma).

Voi fareste esorcizzare vostra figlia da uno vestito così?

Cercando informazioni su Internet prima della visione mi sono scontrato con due mondi distinti: quelli del “dovete guardarlo due volte per capirlo” e quelli del “ma cosa c’è da capire?”. Propendo per quest’ultima fazione, ma mi sentirei più comodo nel mezzo: Goksung non è un film con un intreccio eccessivamente complicato se non in alcuni passaggi, ciò che lo rende difficile da comprendere appieno è che non dà punti di riferimento. Non ci sono momenti in cui qualcuno spiega cosa sta succedendo, e se capita spesso sbaglia. Noi come spettator* veniamo gettati in pasto alla vicenda con la stessa ansia di chi la sta vivendo/recitando, guardandoci continuamente attorno nella speranza di trovare qualcuno che ci dica a cosa credere, e quando ho visto Jong-goo sbagliare è vero che sono esploso nel classico “ma no daiiiiiiiii” che ti viene da pronunciare quando vedi un personaggio prendere chiaramente una cantonata, ma allo stesso tempo me ne sono vergognato perché forse nei suoi panni avrei fatto la stessa cosa. La bellezza di Goksung sta proprio nell’immergerti con parsimonia in un’atmosfera densa e malata, affascinante per l’intreccio e condita di tutte quelle cose che rendono un horror disturbante al punto giusto: morti violente, bambine terribili, sensazione di pericolo costante, mancanza di punti di riferimento e, giusto per essere originale, fulmini e piogge di rane che arrivano al momento giusto. Se arrivat* alla fine vi viene da dire “non ho capito” fermatevi, fate un respiro e cercate spiegazioni nella rete se volete, ma non prendetevela con Na: lui ha solo fatto in modo che vi godeste il viaggio nel miglior modo possibile, ma non ha mai assicurato che vi sarebbe piaciuta la meta.

Io questa strada però adesso la voglio fare

Wikipedia afferma che Ridley Scott abbia acquisito già da qualche anno i diritti per girare (o produrre) un remake di Goksung, che vista la media dei remake statunitensi spero non veda mai la luce, ma non è il solo ad essersi accorto di Na a Hollywood. Il suo prossimo film Hope (il primo in otto anni, anche se nel frattempo ha tenuto la penna allenata scrivendo e producendo il mockumentary horror thailandese The medium), che pare spingerlo in territori fantascientifici, sarà sempre una produzione sudcoreana ma con un cast misto che, per il fronte occidentale, vede nomi come Alicia Vikander e Michael Fassbender a bordo: se ne varrà la pena più di Mickey 17 (scusami Bong, dovevo dirlo a qualcuno che non mi è piaciuto) torneremo a parlarne da queste parti, voi nel frattempo ripassate.

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Rumore con intenzione: Soak up the sun delle Dendrophilia

Mi capita spesso di chiedermi “se questo disco lo avessi ascoltato x anni fa, come lo avrei recepito?”. Ciò che ascoltavo a vent’anni (perlopiù punk, ska ed emanazioni varie di ciò che una volta veniva definito alternative rock) non è minimamente ciò che ascolto ora, e se da una parte mi sento più selettivo dall’altra so che il me di allora farebbe selezioni decisamente differenti. Ad esempio, che è il motivo per cui siamo qui oggi, non so come il me di anche solo quindici anni fa (quindi il me trentenne che aveva cominciato ad esplorare altri generi musicali tramite i dischi che gli altri non recensivano perché erano “strani”) avrebbe recepito Soak up the sun, il primo disco delle Dendrophilia, un miscuglio sludge noise che alla pesantezza e grossezza del sound unisce una registrazione che più lo-fi non si può. E il me di oggi?

Il me di oggi è piuttosto fresco della lettura di Bassa fedeltà di Enrico Monacelli (ne avevamo parlato qui), con tutto il suo carico concettuale dietro a una scelta che venticinque anni fa avrei ritenuto dovuta a carenze di budget, quindici anni fa a pessime scelte sonore e oggi riesco a giudicare come legittima, ammesso che poi ci sia un valore anche nella struttura dei brani. E quel valore nei dodici pezzi di Soak up the sun c’è, ma ci devi voler entrare nel mondo oscuro concepito da Valentina (batteria), Sara (chitarra) e Beatrice (basso) perché è tutto tranne che accomodante. Ascoltate The VV, la prima traccia del disco, e se qualcosa vi attrae nello schianto al rallentatore fra chitarra, basso e batteria allora siete a bordo con noi.

Strana storia quella della band, ricostruita grazie a questa bella intervista che mi ha anche chiarito come mai sulla loro pagina Bandcamp siano presenti solo un omonimo Ep (acquistabile ma non ascoltabile) realizzato dieci anni fa e poi questo nuovo disco, apparso a fine dicembre 2024 e scoperto solo perché amo curiosare anche fra la musica dei concerti a cui non partecipo (nel caso specifico una delle date del format Materia Oscura al Circolo Gagarin di Busto Arsizio, sempre sia lodato). Le Dendrophilia vengono dall’Oltrepo pavese, da Portalbera per la precisione (o almeno lì possiamo fissare la “sede sociale”, cioè la cantina di Valentina che funge da sala prove e dove è stato registrato Soak up the sun), zona quindi ancora più inculata rispetto alla Lomellina dove ho costruito la mia fallimentare esperienza da musicista: arrivare da zone periferiche, con gusti musicali che difficilmente ti aiutano a intavolare discorsi al bar del paese (ma ti aiutano a trovare spunti, come affermano nell’intervista linkata), nei casi migliori possono portare a creare un proprio sound che non assomiglia ad altro, ed è quello che le Dendrophilia sono riuscite a fare. Con le idee chiare e la giusta regia tecnica (Alessandro Galli, musicalmente attivo col moniker arottenbit, manipolatore e sperimentatore sonoro dalla definizione complicata: immaginate un miscuglio di attitudine punk, metal cattivo alla bisogna ed elettronica a 8 bit) hanno creato un’amalgama pastosa in cui niente suona definito (Valentina pare usi lo stesso set di batteria da vent’anni, piatti usurati compresi) ma tutto contribuisce ad un’atmosfera che, all’interno di un contesto in cui praticamente ogni brano parte con feedback perforanti, riesce a essere varia e interessante.

Basta passare dall’andamento doomeggiante di The VV alla successiva Cyclette per ritrovarsi sparati a velocità più sostenuta verso una struttura che sembra hard rock barbarizzato e che invece cambia animo, ritmo e velocità continuamente nei suoi neanche tre minuti di durata, dimostrando che oltre a un’impronta sonora personale ci sono anche idee interessanti. Ljubav gioca con le sue regole nel territorio dello shoegaze, BMetal (che, a differenza di quanto è lecito credere, sta per Beona Metal) ci porta in un’antro dove la voce salmodiante (di Valentina? Ammetto di non avere informazioni precise in merito, e la mia unica fonte è una clip dal vivo in cui è lei a cantare) imbastisce un sabba che poi rivolta a colpi di urla, Cucciolini reitera un riff granitico condito da grida ancestrali per buona parte della sua durata per poi accelerare e cambiare pelle in pochi secondi, Il grafico delle suore è l’apice del “tirare indietro” fra colpi marziali di batteria e riff che alternano note a feedback detonanti. In un clima simile sembra bizzarro trovare altra luce oltre a quella evocata dal titolo (omaggio a Sheril Crow, non ve l’aspettavate eh?), ma fra la grana grossa dei suoni e tutto lo sludge noise del mondo l’energia che emerge dai brani più tirati, come Wraith e la già citata Cyclette, infondono all’atmosfera una sorta di lucentezza… o forse è l’ironia che le porta a coniare titoli come Menopausa precoce che opera subliminalmente e me le fa considerare meno oscure di come appaiono.

Non nego che Soak up the sun sia sulla lunga distanza un’esperienza provante, ma è di quelle che meritano di essere esperite (nel mio caso principalmente alle sette di mattina mentre andavo a lavoro, buongiornissimo caffè!): suono e idee formano un corpus mai banale e sempre a fuoco, il che può sembrare un paradosso per un album che fa della registrazione grezza e sporca uno dei suoi principali cavalli di battaglia. Se il primo impatto non vi respinge addentratevi nel mondo delle Dendrophilia, ci troverete una perla nera e lucente che merita di essere scoperta.

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Racconto in musica 200: Death and the maiden (The Verlaines – Death and the maiden)

Oltre a proporre musica che viaggia attraverso canali diversi da quelli mainstream (con qualche eccezione, tipo quello che ha chiamato un suo disco Mainstream), Tremila Battute da cinque anni si impegna (abbastanza) per portarvi in giro per il mondo. Perché è giusto esplorare la scena di casa nostra, è normale essere influenzat* dal mondo anglosassone, ma la curiosità di capire cosa fanno in altre parti del mondo è tanta. Così abbiamo esplorato la scena stoner danese, quella sperimentale norvegese, ci siamo fatti un’idea del rapporto fra musica e politica a Taiwan, siamo stati due volte in Islanda senza averci mai messo piede nella vita reale e due volte in Giappone andandoci invece davvero (e tornandone con una band post rock thailandese). E poi Olanda, Spagna, Canada, Lussemburgo, Australia, Corea del Sud, Finlandia… e di sicuro mi sono dimenticato qualche posto, anche se sono molti di più quelli che ci mancano (non siamo mai stati dai nostri vicini di casa, francesi, svizzeri, austriaci o sloveni che siano): oggi però spuntiamo un’altra casella, e vi portiamo in Nuova Zelanda con i The Verlaines.

Tour operator per l’occasione è Alessio Barettini, recordman di presenze in loco (assieme a Alex Roggero) e tornato a trovarci dopo un paio d’anni di assenza. E dire che sembrava ieri… forse perché poche settimane fa è passato a trovarci fisicamente a Milano, al Salotto Masada, presentando il suo Inventario letterario del mondo di David Bowie (Le Mezzelane, 2024), cui ha fatto seguito da pochissimo l’uscita di Consorzio Suonatori Indipendenti, una storia, resoconto del lascito dei beneamati C.S.I. pubblicato da Arcana. Classe 1976, torinese di nascita, nel capoluogo piemontese è rimasto a vivere e lavorare come insegnate di italiano e storia in un liceo artistico, approfondendo nel frattempo la passione per la scrittura: oltre che per noi (tipo qui, qui, qui e qui) Alessio infatti ha pubblicato racconti, articoli, recensioni e poesie per Historia Magistra, Carmilla On Line, Racconticon, Border Liber, Poesia del nostro tempo, Nazione Indiana, Lettera Zero, Malgrado Le Mosche, Super Tramps Club, Poesia Ultracontemporanea, multiperso e per l* amic* di Read And Play. Vi abbiamo dato abbastanza da leggere di suo? Già che ci siete ascoltate anche, perché fra i podcast di CaffèItaliaRadio che potete ascoltare su Spotify c’è anche una serie curata proprio da Alessio.

Ora seguitemi per un attimo in questo tortuoso cammino. 1992, California, esce Slanted and enchanted dei Pavement per la Matador Records, o almeno così credevo perché nei meandri dell’internet il disco viene segnalato come pubblicato anche per la Flying Nun Records e se c’è una cosa che ho capito occupandomi da anni di musica indipendente, anche di quella più mainstream, è che quando ti trovi di fronte a un problema di paternità discografica fai prima ad arrenderti che a risolverlo. In questo caso poi non è davvero così importante da risolvere, perché ci dà semplicemente modo di collegare una delle band indie rock di maggiore influenza nel panorama anni 90 con una (almeno per me) misconosciuta etichetta indipendente neozelandese, fiera spacciatrice del “Dunedin sound“, una scena formatasi nella città che le dà il nome e che influenzò gente come gli stessi Pavement e, secondo Wikipedia, persino Yo La Tengo e R.E.M.: e chi sono stati gli alfieri di quella scena se non i The Verlaines, formatisi nel lontano 1981 e a tutt’oggi ancora attivi?

Non saprei farvi un riassunto della carriera di probabilmente nessuna band con quarant’anni di carriera alle spalle, per cui non cercherò nemmeno di fingermi esperto del gruppo fondato da Graeme Downes, Craig Easton, Anita Pillai, Philip Higham e Greg Kerr, stabilizzatosi col tempo intorno al solo Downes e al suo modo di mischiare suggestioni psichedeliche, proto indie-rock e un gusto pop che rende le canzoni dei The Verlaines gioiosamente strambe e contagiose. Nove album, svariati cambi di formazione e alterni successi (per uno di quei casi strani della vita la loro musica travalicò le frontiere neozelandesi grazie alla partnership fra la Flying Nun e la storica Homestead prima e al passaggio alla losangelina Slash Records negli anni 90, ma il loro unico disco uscito per una major, Over the moon nel 1996 per la Columbia, venne distribuito solo in Nuova Zelanda) hanno contraddistinto la carriera di una band che nel suo sound mischia gli Smiths con le distorsioni lo-fi dell’alternative rock anni 90,  la melodia semplice veicolata da chitarra e voce con gli inserti di fiati, organetto e svariati altri strumenti che, soprattutto negli ultimi dischi (Untimetely meditations del 2012 e Dunedin spleen del 2020), rende la loro musica sempre coinvolgente e vitale, anche quando Downes in Slow sad love song (Bird dog, 1987) parla del suicidio di un amico, perché in fondo quale modo migliore di esorcizzare la morte c’è se non attraverso la vitalità della musica?

La figura di Downes è ancora più affascinante se si guarda non solo all’artista che negli anni 90 fa tour negli Stati Uniti e in Europa e poco dopo smette di pubblicare per una decina d’anni (dopo il già citato Over the moon il ritorno avviene nel 2007 con Pot boiler, che segna anche la nuova partnership con la Flying Nun), ma anche alla persona che influenza le nuove generazioni tramite il suo lavoro di professore nel dipartimento di musica, teatro e arti performative nell’Università di Otago e attraverso programmi radiofonici in cui la sua sterminata conoscenza viene utilizzata per parlare tanto di Debussy quanto dei Nirvana e di Billie Eilish: anche senza averlo mai conosciuto spiace sapere che un cancro lo ha convinto a ritirarsi a vita privata nel tardo 2020, perciò gli facciamo tanti auguri affinché la sua carriera multiforme, iniziata con l’Ep condiviso con altre tre band Dunedin double nel 1981 e comprensiva anche di un album solista (Hammers and anvils, pubblicato nel 2001 proprio dalla Matador da cui siamo partiti), possa continuare ancora.

Death and the maiden è un singolo pubblicato nel 1983 ed è considerata la canzone più famosa dei The Verlaines, coverizzata (altro esempio di corsi e ricorsi storici) da Stephen Malkmus dei Pavement nel 2002 per una compilation celebrativa della Flying Nun. Brano importantissimo nella loro carriera (le prime parole del testo danno il nome a una delle due antologie in cui è compresa, You’re just too obscure for me del 2003), è anche esemplificativo della passione per le arti in genere di Downes, visto che oltre a citare il Paul Verlaine che alla band dà il nome fa lo stesso con il dipinto di Edward Munch che invece dà il nome alla canzone: dalla relazione complicata che fa dire a Downes “you’ll only end up like Rimbaud/ get shot by Verlaine” Alessio ha tratto la storia di una relazione altrettanto complicata che coinvolge il protagonista, studente universitario tutt’altro che all’apice della popolarità costretto a sorbirsi monologhi interminabili su Baudelaire, giusto per chiudere il trittico di poeti maledetti, da parte di una ragazza che risulterà essere molto più strana di quanto sembri. Potete leggere questo racconto subito dopo la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto, buona lettura e, visto che con questo arriviamo a un’altra cifra tonda, buon duecentesimo raccontiversario a noi!

P.s. mentre scriviamo queste parole è venerdì 25 aprile: non vi possiamo esortare a festeggiare con sobrietà questa importantissima ricorrenza, solo augurarci che abbiate sfilato in manifestazione con la libertà assoluta che questo governo di estrema destra cerca in tutti i modi di limitare.

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Death and the maiden, di Alessio Barettini

Ai tempi dell’università uscivo con una ragazza talmente strana che, per la prima volta nella mia vita, faceva sentire meno strano me. Ero uno di quei tipi che non amano farsi notare, o almeno non sempre, uno come tanti altri che amano l’arte, la letteratura, il cinema: insomma, quel genere di cose che non piacciono a tutti e che molti deridono. Io amavo quello che studiavo, e già solo questo mi rendeva bizzarro agli occhi della maggior parte dei miei compagni di facoltà, che studiavano tanto per fare qualcosa. A me importava, e su questa altalena di scoperte differenti e di autori che non avevo mai sentito nominare prima tessevo la trama della mia vita, evitando che questa diventasse una noia senza speranza. Oltretutto cercavo di non chiudermi su un unico autore.
La ragazza con cui uscivo invece era fissata solo con Baudelaire. Parlava sempre di lui, dopo dieci minuti di conversazione ce lo infilava, e dopo altri dieci minuti di conversazione capivi che ne sapeva così tanto da godere nel non farsi capire quando ne parlava. Dopo un po’ di tempo che ci frequentavamo le dissi che non era il caso di comportarsi così, che in fondo non esisteva solo Baudelaire. Mi chiese allora chi altri esistesse, io le risposi cose banali come la pioggia, le fotografie, ma anche altri artisti, tipo Rossini, Munch e… Paul Verlaine.
Non volevo intendere nulla di particolare scegliendo di risponderle in quella maniera, o inserendo un altro poeta maledetto nel novero di quelli che avrebbe potuto amare. Davvero, non volevo creare competizioni, non volevo offendere. Ma lei si offese comunque. DIsse che non capivo niente, che Verlaine non valeva nulla, e ricominciò a parlarmi a raffica di Baudelaire. La ascoltai finché ebbi forza, ma quando la misura fu colma le risposi che sarebbe stato meglio smetterla, che parlarmi così non serviva a nulla.
A quel punto la vidi compiere un gesto che restò per sempre impresso nella mia memoria. Eravamo a casa sua, da soli. Si alzò e aprì un cassetto, da cui estrasse una pistola. Non ricordo se la puntò contro di me o contro sé stessa, ero troppo spaventato: ricordo solo che riuscii a dirle, con la voce interrotta e le sillabe pesanti: “Non… Non fare come Verlaine!”
A quel punto proruppe in una risata diabolica, con la testa alzata, mentre io uscii da quella casa correndo più veloce che potevo. Aspettai una settimana prima di chiedere notizie di lei, ma nessuno ne sapeva nulla. A un certo punto smisi di cercarla. Non la rividi mai più.

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Racconto in musica 199: Accidentale (Beirut – The shrew)

Se guardo indietro alla musica che ascoltavo dieci anni fa scopro che, per gran parte, non è quella che ascolto oggi. Molt* dell* artist* di cui ho parlato in questo blog mi hanno accompagnato per lunghi periodi della mia vita, altr* hanno dismesso baracca e burattini da quando l* ho conosciut*, ma molt* di più sono quell* che ho ascoltato, recensito, amato e poi lasciato andare, perso in una costante ricerca del nuovo (che volendo è una faccia opposta e complementare della famosa retromania, una fuga in avanti che perlomeno mi risparmia dalla FOMO visto che, nella stragrande maggioranza dei casi, ciò che scopro non è esattamente sulla cresta dell’onda) e a conti fatti impossibilitato a star dietro alle nuove uscite di tutt*. Poi capita di chiacchierare una sera qualsiasi di musica, veder spuntare fuori un nome e dire ma sì, lo conosco, ho adorato quel suo album di… quand’era?

Quattordici anni fa. Erano, se non quattordici, perlomeno dieci anni che non ascoltavo Beirut, e oggi siamo qui a capire perché.

A permetterci di parlare di loro è Silvia Cocozza, anche lei come Achille Monteforte fuoriuscita dal corso di scrittura del Circolo Masada (che, va detto, aveva partecipanti di ottimo livello).  Classe 1984, appassionata del mondo editoriale, macina libri come i chilometri che sogna di percorrere andando in giro per il mondo ma per campare le tocca scrivere contratti per una grande azienda del settore chimico. Di sé dice di essere diventata avvocata per un incidente di percorso e che scrivere è una delle cose che le dà più piacere. Nel tempo libero, quando non scrive o non legge, danza. E porta a spasso il cane. A domanda senza senso specifica con cui ogni tanto ammorbiamo l* nostr* amat* collaborator* risponde che il suo mobile preferito è il divano in alcantara blu che ha comprato a metà prezzo in un negozio di arredamento dopo che Il proprietario le aveva detto che era in super offerta perché la coppia di neosposi che lo aveva comperato era scoppiata poco dopo l’acquisto. Pensò di dare al divano la felicità che i due sposini, insieme, non avrebbero avuto, ma tre anni dopo dovette rottamarlo perché il cane ne aveva morsicchiato metà del truciolato. Se potesse scrivere la biografia perfetta, la ruberebbe dai “Diari” di Silvia Plath e farebbe piu’ o meno così: “Ha avuto un bel po’ di occasioni. Forse non come Elizabeth Taylor. O come un Hemingway alle prime armi, ma per Dio, è cresciuta. In altre parole, ne ha fatta di strada da quell’essere sgradevole e introverso che era da bambina. Festeggiamo con pacche di approvazione sulle spalle? D’accordo: (mai) abbronzata, bionda, alta, non male. E cervello, intuito, almeno in una certa direzione. Va d’accordo con quasi tutti (tranne che con il suo nuovo datore di lavoro). Non si è montata la testa e non soffre di una forma acuta di snobismo o di orgoglio. È disposta a lavorare, anche duro. Ha forza di volontà e sta diventando pratica della vita – e inoltre stanno per pubblicarla. Dunque, ha conquistato il diritto di scrivere tutto quello che vuole”. 

Ricordo almeno un’altra band che mollai non molto tempo dopo essermene innamorato, i Cursive. Happy hollow, il loro disco del 2006, lo avevo consumato di ascolti (il file piratato almeno, polizia postale perdoname por mi vida loca) e ricordo di esserne stato ancora abbastanza appassionato da comprarmelo fisicamente a San Francisco (da Amoeba, assieme al primo disco dei Butthole Surfers che fece fare un pollice su di apprezzamento al commesso, quanta bellezza) nel 2009, anno di uscita del successivo Mama I’m swollen, che mi piacque meno e li fece pian piano sfumare fra i miei ascolti. Chissà se nel 2011 mi capitavano ancora nelle orecchie quando incrociai il cammino con i Beirut di The rip tide (Pompeii Records), il terzo disco del progetto nato dalla mente di Zach Condon e ben presto raggiunto sulla nave da Nick Petree e Paul Collins, di cui iniziai l’ascolto da recensore e finii i molti ascolti da fan. Sostituii gli uni con gli altri? Non esattamente, perché dei Beirut ricordo di aver recuperato il precedente The flying club cup (2007, Ba Da Bing) ma non il successivo No no no, uscito quattro anni più tardi con il salto alla 4AD. E poi? Persi di vista mentre, da giovane ragazzo prodigio che a diciassette anni si fa un viaggio in Europa per abbeverarsi di cinema e musica (la musica balcanica e francese erano infulenze forti in quel The flying club cup citato sopra) e a venti sforna il primo disco (Gulag orkestar, 2006), Condon affrontava tour cancellati per esaurimento e un divorzio, perché come si dice in questi casi “e poi c’è la vita” e i Beirut hanno affrontato le loro difficoltà lungo gli anni senza troppi clamori, così come con largo interesse ma successo relativo è andata avanti la loro carriera.

Dell’amore per l’Europa che ha portato i Beirut a pubblicare dischi con titoli emblematici come Gallipoli (2018, 4AD) e Hadsel (2023, nome della cittadina norvegese in cui Condon passò parte del 2020 e disco che formalizza un ritorno all’autoproduzione con la Pompeii Records di proprietà dello stesso songwriter) c’è poca traccia nell’unico disco che ho veramente approfondito, quel The rip tide che non sapevo essere una specie di punto di passaggio, quello fra l’esternazione musicale della propria passione per la world music mischiata con una punta di pop e la creazione di una propria amalgama sonora che tenesse dentro entrambe le anime, qualcosa di personale e che a distanza di anni, riascoltandolo, mi fa ancora provare gioia. È una gioia particolare, velata di una malinconia che i fiati veicolano benissimo (leggo da Wikipedia della passione di Condon per le marce funebri siciliane, ma la sezione fiati di The rip tide ha sicuramente più a che fare con le influenze messicane con cui vieni sicuramente a contatto crescendo a Santa Fe, città che dà il nome ad una delle tracce), e nonostante il tempo passato mi risuona ancora tutto e anzi, con l’età riconosco il mestiere e la capacità di far risaltare nell’anima pop quel calore che associ ai ricordi migliori (il non essere retromaniaco non mi dà antidoti particolari alla nostalgia) e dell’anima folkloristica prendere il necessario a far splendere di esotismo brani immediati ma non banali. Senza alcuna pianificazione (ma non è la prima volta che succede) scrivo queste parole il 18 di aprile durante la mia pausa pranzo a lavoro, scoprendo nel frattempo che proprio oggi esce A study of losses, nuovo disco dei Beirut: lo ascolterò, e invito voi a fare altrettanto con la loro discografia che, seppur sbocconcellata e non approfondita a dovere, continua a lasciarmi sensazioni simili a quelle che provai nel lontano 2011.

Di cosa parla esattamente The shrew, sesta e ultima traccia dell’Ep March of the Zapotec, pubblicato in coppia all’Ep Holland per la propria etichetta nel 2009? Interpretazioni online parlano della fine di un’amore o della fine della vita dell’amata, e riferimenti precisi per avvalorare una tesi o l’altra nel testo non se ne trovano. Di certo la fine incombe, anche nell’andamento musicale (a cui ha contribuito la band messicana di diciannove elementi Teotitlán del Valle), e permea tutta l’esperienza che la voce narrante del racconto di Silvia ci espone: ci si può fare anche una risata con la morte, o trovare almeno una qualche consolazione prima del finale, e l’ironia di Silvia così come l’insopprimibile energia che permea la musica dei Beirut riescono ad accompagnarci in maniera meno scontata del solito verso l’incontro con l* triste mietitor*: trovate il racconto più in basso, subito dopo la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto, buona lettura e, in tema di morte e non solo, buona resurrezione di Gesù.

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Accidentale, di Silvia Cocozza

Chi l’avrebbe mai detto che sarei morta così.

In cima alla lista avevo messo: “Finire travolta da un’automobile in corsa”. Secondo: “Un brutto male”. Probabile, per quanto avevo preso a fumare e a tracannare. Numero tre: “Morire in un incidente aereo”. Talmente bello che era diventato un tarlo.
Dispersione di carburante, depressurizzazioni anomale, avarie e altri disastri attribuibili a difetti nei materiali, negli equipaggiamenti, nei sistemi, nelle prestazioni, negli strumenti di bordo, nei propulsori, nei lubrificanti. Bird strike, vento forte, eruzioni vulcaniche, turbolenze in aria chiara, collisioni con droni, lanterne cinesi, attacchi cyber, falle nella sicurezza, uso di tecniche non previste nei manuali, fenomeni meteorologici avversi, blocco della pompa freno. La smetto. No, è un tarlo. Mezzi spalaneve sulla pista, buio pesto, piloti pazzi che al camposanto preferiscono andarci in compagnia.
Quattro: “Squalo”. Cinque: “Fare come quell’avvocato che è morto per aver bevuto troppo succo di carota”. No, il succo di carota mi fa venire l’acidità di stomaco. Cancello. Ancora il numero cinque: “Morire di crepacuore”. Per tutte le volte che mi sono rotta il cazzo.

Sono morta perché mi è caduta una tegola in testa. Una sfiga pari a quella di John Bowen, ucciso a vent’anni da un modellino volante di tagliaerba mentre dalla tribuna assisteva comodo a una partita di football. Il procuratore distrettuale a cui fu chiesto di avviare l’indagine declassò il fatto a bagattella: “Had no reason to believe the incident was anything other than an accident”.
Un incidente, Signori! Quanto al mio, non doloroso. Rapido. A uccidermi deve essere stato il colpo improvviso unito alla caduta rovinosa sull’asfalto. Nello sputo di secondi che mi separava dallo stramazzare esanime al suolo, ho pensato: “Ma che davvero?”. Poco dopo la chiazza densa e nauseabonda del mio sangue era già tutta ricoperta di mosche assetate.

Ho su l’abito di Armani, quello blu scuro che sognavo di indossare a qualche cena di gala a cui non sono mai stata invitata. E un trucco modesto. Sulla testa, con garbo, un cappello in feltro nero nasconde la crepa che il laterizio ha aperto nel cranio. Incrociate sul cuore due mani bianche, come le mani dei vivi quando dormono o dei morti quando ci vogliono far credere di aver vissuto in pace. Poi li ho visti. Tutti quanti.
Luca, e la solita camicia nera sgualcita. Stefano, l’apparecchio per sordi e il libro sotto il braccio. Marco, e la tristezza posticcia alla quale ha sempre creduto solo lui. Alessandro, fatto a pezzi, e le sue lacrime, sincere e calde, scese un attimo prima delle mie, amare e fredde, come il ghiaccio che non avrei più potuto sciogliere. E quel tipo conosciuto dieci mesi fa, che mi piaceva assai, ma che dall’ultima volta di mesi ne erano passati due e lui non si era fatto più vivo, e allora avevo iniziato a credere che mi avesse preso un po’ per il culo.
A pensarci ridevo. Mi dicevo: “facile che muoia prima di rivederlo”.

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