Racconto in musica 11: Pirocene (Sigur Rós – Ég anda)

Piano piano cominciano ad arrivare contributi esterni per il blog, e sono orgoglioso di ospitare il secondo novarese di fila. Luca Ottolenghi, giornalista nella vita, oltre a essere un amico è soprattutto uno scrittore: autore del romanzo Questa terra, edito da Iemme e vincitore del bando SIAE/Mibact per nuove opere Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura nel 2016, Luca ha partecipato e curato anche l’antologia NO – Dieci racconti per un nuovo immaginario novarese, dove è presente col racconto La pacchia scritto a quattro mani con Dembo Djabi.

Il suo racconto per Tremila Battute è anch’esso ancorato alla città di Novara, scossa da avvenimenti che vi lascerò il piacere di scoprire più in basso, ma l’ispirazione di partenza viene dal brano di una band molto lontana. I Sigur Rós, gruppo islandese sperimentale attivo fin dal 1994, sono riusciti fin dagli albori della carriera a creare un proprio suono riconoscibile e in continua mutazione, un post rock rarefatto cantato in una lingua immaginaria dal vocalist Jón þór Birgisson e permeato dagli spazi immensi della loro terra (sulla cui scena musicale vi consiglio di recuperare questa puntata del podcast L’audionario, realizzato dal giornalista e autore televisivo Francesco del Gratta). Ég anda è la traccia che apre Valtari, sesto album della band uscito nel 2012.

Una storia che parla di fuoco non poteva che avere la musica di una band della terra dei vulcani ad accompagnarla: sotto trovate la canzone, seguita dal racconto, io non posso che augurarvi per l’ennesima volta buon ascolto e buona lettura.

Pirocene, di Luca Ottolenghi

L’uomo cammina sulla strada Mercadante sotto un cielo color dell’oro. 

Alle sue spalle, la città è in fiamme.

L’asfalto è crepato in superficie, come tutta la terra che lo circonda e che un tempo ospitava le risaie. Tra le fenditure affiorano rivoli di lava che lentamente ricoprono campi e sentieri.

Ovunque è incandescenza e siccità.

Gli scienziati l’avevano battezzata “Pirocene”: l’era del fuoco. Una fatalità geologica tanto semplice quanto inevitabile.

Inizialmente i novaresi avevano guardato al Cataclisma con sufficienza, pensavano che da loro non sarebbe mai arrivato: erano sempre gli altri i paesi toccati dalle sciagure.

«A Novara non succede mai niente», scherzavano tutti durante l’aperitivo alla Brace. «Neanche l’Apocalisse».

L’uomo sta andando incontro al suo ultimo desiderio. Ogni passo è accompagnato dall’eco lontana delle frane. Tutta la catena alpina alle sue spalle si sta sgretolando. Alcune cime esplodono, non riescono più a trattenere la lava che risale dal nucleo imbizzarrito.

Al secondo bivio l’uomo imbocca la strada sterrata che conduce al ponte, il luogo dove si erano conosciuti anni prima e dove ogni tanto, nei giorni felici, tornavano ad ascoltare il torrente.

Dicevano sempre che quel ponte era una presenza distopica lì in mezzo alle campagne: sembrava scampato a una guerra mondiale, o all’Apocalisse.

L’uomo supera le rovine della cascina San Maiolo, circondata di cadaveri su cui i corvi e i cani randagi si accaniscono famelici. 

Anche gli aironi partecipano al banchetto; quei maledetti erano i più ingordi di carne umana.

Lì si era combattuta l’ultima battaglia di Novara: un manipolo di sopravvissuti si era scannato per accaparrarsi le porzioni di riso rimaste.

In lontananza l’uomo vede il ponte. È stanco, crede di non farcela. Ma la voce di lei, da qualche parte nell’aria, lo sprona a continuare. Gli dice «Vieni».

Anche per questo ignora i lamenti e le richieste d’aiuto di una coppia caduta nella roggia. Li riconosce, sono i suoi ex vicini di casa: da quando era rimasto solo lo salutavano a fatica e per strada facevano finta di non conoscerlo.

L’uomo continua la sua marcia in un crescendo di vibrazioni telluriche. Con fatica riesce finalmente a salire sul vecchio ponte, interrotto a metà proprio sopra l’Agogna, ora ridotta a un letto di fango e carcasse di nutrie che sta per essere inondato di lava.

Vede la donna quasi in trasparenza. Le appare seduta di spalle sul bordo estremo del ponte, ha le gambe penzoloni nel vuoto come faceva sempre ai loro appuntamenti.

La vede voltarsi e sorridergli, sembra dirgli qualcosa, appena prima dell’esplosione del Monte Rosa.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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