Racconto in musica 55: Scappa (Causa Sui – Dust meridian)

Nella mia adolescenza fui folgorato sulla via di Seattle. Era il 1994 ed ero già in pericoloso ritardo, visto che di lì a poco Kurt Cobain avrebbe fatto la fine che tutti conosciamo e il movimento si sarebbe schiacciato su sé stesso, portando pian piano allo scioglimento dei Soundgarden (lo appresi da Tv Sorrisi e Canzoni, può una notizia arrivare in maniera più schifosa?), all’arrancare per un periodo giusto un po’ più lungo degli Alice in Chains e alla trasformazione dei Pearl Jam in epigoni di Bruce Springsteen (per fortuna scoprii poi i Mudhoney, approcciandomi al lato meno commercialmente fortunato del grunge). Ascoltai innumerevoli volte ogni album dei miei gruppi preferiti, che poi erano quel quartetto lì, ignorando che negli stessi anni un altro movimento andava spandendosi sulla stessa costa, ma più a sud: lo stoner.

Saluti dalla patria dello stoner

Se il grunge mi si schiantò addosso (e vivaiddio che capitò quell’incidente), lo stoner fu la scelta consapevole di un me poco più che ventenne che iniziava ad allargare i propri orizzonti musicali. Rispetto alla scena di Seattle, a cui era stato tentato di attaccare un respiratore artificiale col filone post-grunge, il genere portato agli albori della cronaca principalmente da Kyuss e Monster Magnet (con diversi approcci, di cui il secondo sempre più hard rock e tamarro man mano che gli anni avanzavano) aveva in sé un nucleo più semplice e sincero: frequenze basse, una certa dose lisergica e il gioco, se ci SAI giocare, è fatto. Lo stoner rappresenta per questo una “comfort zone” per le mie orecchie, più del grunge, perché spesso chi lo fa si perde in un’atmosfera desertica e riesce a raggiungere quel nucleo, anche se ad esempio vivi in Danimarca e il deserto è la cosa più lontana dai tuoi orizzonti abituali. Proprio da quella piccola propaggine d’Europa arrivano i Causa Sui, e tutta questa introduzione di cazzi miei è servita solo a fare da preambolo al loro accoglimento nella grande famiglia di Tremila Battute.

Non fingerò di conoscere vita, morte e miracoli di Jonas Munk (chitarra, tastiera, spippolamenti elettronici e voce, quando raramente c’è), Jess Kahr (basso), Jacob Skøtt (batteria) e Rasmus Rasmussen (tastiera), perché fino a un mese fa non sapevo neanche chi fossero. Mi è bastato però solo qualche ascolto per trovare in loro onestà e ricerca di una via personale, capacità di perdersi nella propria musica partorendo un mondo sonoro capace di omaggiare il passato ma con spirito nuovo. Prolifici a dir poco, hanno pubblicato dal 2005 sei album in studio, due live e, memori della lezione di Josh Homme con le Desert Sessions (o forse semplicemente presi bene con le collaborazioni spontanee), sei dischi in collaborazione con artisti ospiti (Johan Riedenlow nelle tre Summer Sessions, Ron Schneiderman nelle Pewt’r Sessions) in cui è l’improvvisazione a farla da padrona. I Causa Sui hanno abbracciato nella loro musica influenze che vanno dal jazz al kraut-rock, spingendosi sempre più in là senza farsi problemi di durata dei brani, che passano dai dieci minuti abbondanti alla media al di sotto dei cinque dell’ultimo album Szabodelico (in cui sono presenti un paio di brani dal titolo curiosamente in italiano, Sole elettrico e Rosso di sera bel tempo si spera). Munk e Skøtt hanno anche creato una loro etichetta, la El Paraiso Records, con la quale pubblicano tutti gli album dei Causa Sui, di progetti paralleli in cui sono coinvolti membri della band e di un fottio di altre band sparse qua e là per il globo, dalla vicina Norvegia alla California, tutte riunite nel nome della psichedelia in ogni sua forma.

Dust Meridian è la prima traccia del disco Return to sky, un viaggio evocativo tra distorsioni grezze, tastiere impazzite e momenti di pura calma. Perdercisi dentro è stato facile, portato dalle note a immaginare una fuga nel deserto più interiore che esteriore, una sorta di ricerca del proprio sé ambientata in un mare di sabbia. Trovate il risultato di questo mio improvvisato viaggio astrale (non si offendano quelli che ne sanno veramente di queste cose, non voglio millantare conoscenze mistiche che non ho) come al solito sotto al brano che lo ha ispirato, non mi resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Scappa

Inseguo il demone e il demone insegue me. Ovunque guardi vedo solo sabbia, la distesa infinita sede del confronto cui mi accingo, così sensuale nella sua morbida sinuosità da farmi provare orrore per me, attratto da una promessa d’annullamento.

Dove siete finiti tutti? Corro e affondo, nuoto controcorrente in questo mare solido che mi accarezza la pelle, mi entra dentro e ambisce a trattenermi in catene. Osservami così, sole, dammi un segno della tua presenza che non sia solo il calore su queste ossa pronte a sbriciolarsi in eterno, scaldami d’amore e non d’indifferenza! Sono perso e vorrei ritrovare la strada, ma chi mi ha condotto qui se non son stato io, quale meta vagheggiavo mentre mi muovevo senza coscienza di me? Terribile è la memoria quando t’abbandona in luoghi che non sai chiamare casa.

Il crepuscolo s’avvicina, le forme del demone s’allungano a sfiorarmi, ombra di me che mi si attorciglia intorno. Sdraiarmi, arrendermi a quell’oscurità promessa sembra un atto dovuto, abbandonare la lotta ora che il calore dei granelli che mi accolgono può ancora darmi un’illusione di presenza. Sprofondare così è come farmi improvvisamente mare, sento spandermi lontano come onde che si propagano dal centro del mio petto ma è illusione, sono sempre qui, ero già là.

Potete sentirmi arrivare, ora che mi rendo conto di esserci sempre stato? Accoglierete il mio ritorno, ora che intuisco la strada di casa che ho sempre conosciuto? L’ultima luce del giorno mi indica un punto lontano, oltre cui trovare ciò che anelo e da cui sono fuggito, ma non ha senso chiamare ritorno l’arrivo in un posto che può essere ovunque.

Il deserto è ancora e non è più. Il demone dentro di me scappa inorridito ma la nostra fuga è impossibile. Immobile nel mio continuo movimento a tendere osservo il confine fra me e gli altri. Il cielo qui è pieno di stelle e io non so se entrare a far parte del firmamento o rimanere sulla terra nuda, a guardare ciò di cui faccio parte e non so ancora accettare. Ma è così bella, quella vista, che mi basta perdermi nell’atto di contemplare una differenza che non esiste.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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