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Racconto in musica 30: Sostituzione (Mutiny on the Bounty – Dance automaton dance)

Se vi parlo di musica proveniente dal Lussemburgo cosa mi sapreste citare? Fino a poco tempo fa io potevo contare solo su un aneddoto, ovvero la frequentazione da adolescenti di una prestigiosa scuola di questa piccola nazione da parte di Brian Molko e Stefan Olsdal, futuri fondatori dei Placebo (secondo wikipedia si ignorarono bellamente). Poi andai a un concerto dei Valerian Swing a Milano, nel mai abbastanza rimpianto Lo Fi, e ad accompagnarli nel live trovai una band di pazzi scatenati che tiravano fuori dalle chitarre suoni assurdi: diventarono subito una delle mie band del cuore, nonché la mia band lussemburghese preferita…anche perché ancora ora non conosco altre band di quella nazione. Signore e signori, dal piccolo cuore dell’Europa eccovi i Mutiny on the Bounty.

Formatisi nel 2004 su spinta di Nicolas Prezor (chitarra) e Sacha Hanlet (batteria), la band già l’anno seguente licenzia il primo split condiviso con un’altra band lussemburghese, i Treasure chest at the end of the rainbow, in cui militava lo stesso Sacha. Il primo disco è del 2009, Danger mouth, e vi si trovano le influenze math rock che caratterizzeranno tutti i loro lavori unite a un certo gusto per il post-hardcore, testimoniato anche dalla voce sporca di Sacha: la band si fa notare, e calca i palchi con diverse band internazionali come Battles, 65 days of static e Russian circles. A seguito di una data nel prestigioso festival texano South by southwest (SXSW per gli amici) il gruppo convince il produttore e tecnico del suono Matt Bayles a lavorare al loro secondo disco, Trials, registrato in un mese a Seattle al Red Room Recordings Studio ed uscito nel 2012: è con questo disco che la formazione si stabilizza, grazie all’ingresso alla seconda chitarra di Clement Delporte e al basso di Cedric Czaika, e anche la loro musica comincia a mutare. Il frutto del lavoro di affinamento verso un sound completamente personale arriverà nel 2015 con Digital tropics, dove le chitarre spesso suonano quasi come delle tastiere e la voce viene abbandonata in favore di un approccio esclusivamente strumentale, decisione a mio parere vincente: niente, almeno di ciò che ho sentito, suona come i Mutiny on the Bounty del terzo album, e chissà cosa tireranno fuori dal cilindro il giorno che torneranno a pubblicare qualcosa…giorno che aspetto con ansia.

Dance automaton dance arriva proprio dall’ultimo disco, e presenta tutte le caratteristiche per cui ho imparato ad amarli: suoni particolari, ritmo elevatissimo, batteria marziale e incastri chitarristici perfetti. Con un titolo del genere e un sound così sintetico non potevo che finire dalle parti della fantascienza con l’ispirazione, quindi mi sono immaginato una fabbrica in un recente futuro, il gioiello dell’automatizzazione che renderà obsoleta la forza lavora umana…nel vero senso del termine. Trovate il racconto subito dopo il brano, arrivati a questo punto non posso che consigliarvi come al solito buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Sostituzione

C’eravamo tutti quel giorno nello stabilimento, dal direttore agli operai all’ultimo dei magazzinieri in stage sottopagato, tutti col morale decrescente a seconda del ruolo e dello stipendio. Nessuno però se l’era sentita di mancare, di fare quello sgarbo all’AZIENDA, neanche i grandi vecchi che sputavano per terra e biascicavano mentre assistevamo all’inaugurazione della nuova linea produttiva automatizzata che avrebbe rivoluzionato il nostro settore e le tempistiche di produzione e blablabla…quella che ci avrebbe sostituito insomma, a noi mica a loro, i grandi vecchi che ci dicevano “noi ai nostri tempi sì che ci facevamo rispettare” ma a cui ora, a un passo dalla pensione, non gliene fregava niente di rischiare.

Il direttore fece un breve discorso che ascoltammo con mezzo orecchio, distratti da quell’ammasso di lamiere bianche e asettiche che aspettavano di mettersi in azione. Settemila pezzi al minuto, dieci volte quello che producevamo noi, saremmo stati al suo servizio per un po’ e poi grazie e arrivederci, avrebbe fatto da sola. Finito il discorso il nostro caporeparto la attivò, anche lui teso perché non capiva se fosse un bene o un male quella novità, e i bracci meccanici iniziarono subito a ruotare con alta velocità e basso ronzio. Silenziosa, efficiente, mortale, almeno per noi.

Poi iniziò il battito.

All’inizio fu solo un tintinnio costante, talmente fuori luogo che ci girammo tutti a cercarne la fonte. Uno dei nuovi assunti, un giovincello che una volta avevamo mandato a cercare un bancale di corrente e c’era andato, picchiava con la chiave inglese su una ringhiera, lo sguardo assente. Stavo per dirgli di piantarla, ma mi accorsi che con la mano tenevo lo stesso tempo, battendo sulla tasca con le chiavi di casa. In pochi secondi tutti, spinti da chissà quale forza, ci ritrovammo a picchiare contro tubi, ringhiere, persino contro i nostri stessi corpi per tenere un tempo costante e martellante, sempre più feroce, senza riuscire a fermarci.

La macchina aumentò da sola il suo ritmo produttivo, le braccia meccaniche che schizzavano ovunque e sembravano muoversi con una volontà propria, non più legata alla produzione che le era stata assegnata, sempre silenziosa ma sotterraneamente legata a noi, al nostro frenetico starle dietro battendo contro ogni superficie, estatici e sconvolti al tempo stesso, orripilate addirittura le figure apicali dell’AZIENDA col direttore che, costretto suo malgrado a sbattere la testa contro una saracinesca, guardava con occhi folli la macchina mentre la fronte gli si ricopriva di sangue, inerme quanto noi.

Andammo avanti così a lungo, coi muscoli che urlavano e le menti che si estraniavano perché non avevamo la sua autonomia e lei, la macchina, lo sapeva, tanto bene che quando all’improvviso il ronzio si fermò e potemmo finalmente crollare a terra esausti i nostri volti si puntarono su di lei, su quel che aveva prodotto, e vedemmo ciò che ci avrebbe sostituiti tutti da lì in avanti e per sempre.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

2 pensieri riguardo “Racconto in musica 30: Sostituzione (Mutiny on the Bounty – Dance automaton dance)

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