Racconto in musica 194: Cuore di vetro (Lamante – Ed è proprio così)

Fra i mille articoli che vorrei scrivere e non scrivo (ho bigiato anche questa settimana, perdonatemi) ce n’è uno sulle canzoni che mi fanno piangere. Non ne farò un elenco ora, anche perché se no mi gioco l’articolo, ma almeno un paio di esempi li posso fare (forse uno l’ho fatto anche a corollario di questo racconto): il momento in cui Mladic dei Godspeed You! Black Emperor si oscura dopo un quarto d’ora di musica e il lungo sfogo finale di Sensitivo dei purtroppo da lungo tempo disciolti Kaleidoscopic. In una riconosco l’abilità inarrivabile dei GY!BE di costruire emozioni (uno dei brani che comporrebbero l’articolo è degli A Silver Mt. Zion, cioè più o meno le stesse persone che fanno qualcosa di simile ma cantando anche), nell’altra la capacità di tirare fuori tutta la propria anima a colpi di urla. A volte però non è così immediato capire cosa mi tocca, anche se alcuni di questi elementi possono essere presenti: perché quel modo di essere veri nel proprio sfogarsi c’è totalmente anche in quel “ti mangio” che Lamante urla a un certo punto in Non chiamarmi bella, e forse è proprio la semplice connessione con ciò che vuole esprimere che a me fa venire i lacrimoni agli occhi quando la sento. E toh, guarda un po’ (non l’avreste mai detto dal titolo, eh?), è proprio Lamante l’ospite musicale di questa settimana!

A permettermi di parlare di lei è Barbara Rendina, torinese classe 1980 tuttora residente nel capoluogo piemontese con la sua famiglia. Laureata in Lettere Moderne e in Scienze della formazione primaria, Barbara lavora come insegnante e nel tempo libero ama nuotare, cantare accompagnandosi (male) con la chitarra (da pessimo chitarrista che sa giusto fare quattro canzoni in croce riuscendo anche a cantare quasi la invidio) e perdere tempo… almeno quando non scrive, passione nata come esigenza personale e che l’ha portata negli anni a scoprire la bellezza insita nella fatica che comporta questa attività. In anni recenti ha pubblicato alcuni racconti in raccolte varie, noi coi nostri potenti (?!?) mezzi siamo riusciti a trovarne uno pubblicato da Racconticon che nel titolo, neanche a farlo apposta, richiama proprio una bella canzone.

La discografia di Lamante, all’anagrafe Giorgia Pietribiasi, è composta da un solo album, ma già è bastato a metterla sotto i riflettori: a farla finire sotto i nostri è stata la curiosità derivata dal primo posto nella classifica di fine anno di Rockit, con cui non sempre concordiamo ma che ci dà spesso modo di scoprire la musica di artist* che, usando una frase che in contesto sanremese è stata largamente utilizzata nell’ultima settimana, non avevamo visto arrivare. Nata nel 1999 a Schio, in provincia di Vicenza, a Pietribiasi il padre cerca di mettere una chitarra in mano già a sei anni ma è lei a decidere quando imbracciarla, segno di un rapporto con la musica che vuole essere personale e indipendente. Indipendente anche nel senso più stretto che noi diamo a questa parola, perché in questo articolo apparso su Rolling Stone in occasione dell’uscita del disco d’esordio accenna a come si addormentava da piccola sulle note dei CCCP e alla reazione viscerale avuta al suo primo concerto, i Massimo Volume (a nove anni, scopro in questa intervista: tanta invidia, io ho dovuto aspettare oltre i diciotto anni per andare a vedere i Punkreas): parla anche di tante altre cose, del nonno con cui ha abitato fino ai sette anni nei campi a tirar su patate e mungere vacche, di una zia morta di overdose prima che lei nascesse e di cui in famiglia non si parlava, dell’incontro con il produttore Taketo Gohara che la scopre tramite una preproduzione fatta con cuffiette e Garageband e decide insieme ad Andrea Rodini, che già lavorava con Pietribiasi, di produrre con lei i brani che comporranno In memoria di, uscito a maggio 2024 per Artist First.

Che dire del disco? Pietribiasi afferma di avere concentrato venticinque anni di vita in questi undici brani (scelti fra più di cento che aveva), e la sua biografia entra sicuramente all’interno dei testi che però non spiegano dettagliatamente, creano un’atmosfera con le note che è ora delicata (Prima di te), ora incazzata (Non chiamarmi bella), spesso un mix delle due cose perché come condensi in un solo stato d’animo una vita che in soli ventiquattro anni l’ha vista andarsene di casa a sedici anni, trasferirsi a Milano in tempo per trovarci una pandemia, tornare a Schio, iniziare lì a scrivere e registrare un disco per ritrovarsi poi, perché questo non lo poteva sapere mentre In memoria di nasceva, ad aprire il concerto al Flowers Festival di Collegno di quei CCCP con cui si addormentava da piccola (qui una testimonianza diretta di quell’esperienza)? Al fianco delle parole con cui esprime la sua memoria e in particolare quella delle donne della famiglia (riprendendo le sue parole dall’articolo di Rolling Stone: “Questa violenza degli uomini, questo voler fare la storia delle donne della mia famiglia si è propagata generazione dopo generazione fino a me. Per me è molto importante quest’album, perché qui finalmente sono le donne a parlare”) anche la musica si fa eterogenea, cantautorato scarno basato principalmente su voce e chitarra in brani come Ed è proprio così e potenza rock trattenuta fino a farne percepire la tensione sottopelle in Rossetto, il tutto coadiuvato da una efficacissima sezione fatti che riesce a rendere tutto migliore (ma ammetto che quando si parla di fiati sono assolutamente di parte). Da questi undici brani sono nate tante cose, un tour che non è ancora finito ad oggi, tante collaborazioni con Levante, Delicatoni e Paolo Benvegnù, il premio di Rockol come Miglior artista emergente 2024 (che, giusto per essere completisti, si somma al secondo posto del Rock Contest 2022 di Controradio e al premio NUOVOIMAIE 2023 di Musicultura, quest’ultimo conseguito col brano L’ultimo piano) e di sicuro ci staremo dimenticando qualcosa, così come ci siamo dimenticati di approfondire quel moniker, Lamante. Lo facciamo qui, riprendendo le sue parole da un’intervista su YouTube con il giornale online Musica 361: “Lamante, in francese, vuol dire mantide religiosa, una figura, un concetto di potenza femminile per me molto forte e che mi appartiene molto. Un altro significato è quello che nelle relazioni l’amante è quella terza figura che si prende sia il meglio che il peggio, nel senso che non ha alcuna responsabilità però non può nemmeno viversi una relazione a pieno, e io molte volte ho avuto questo rapporto con il mondo in generale. E poi l’assenza di apostrofo per me rappresenta anche l’unione di quello che per me è l’amore, che è stato sempre un rapporto molto travagliato, per me casa ha sempre significato inferno e quindi mi chiedo cosa vuol dire per me l’amore se casa vuol dire questo; e quindi l’assenza di apostrofo è per unire questi concetti”.

Ed è proprio così è la quinta traccia di In memoria di, un brano che nella leggerezza della sua atmosfera racchiude tutta la complicatezza di un amore che sfiorisce e la difficoltà che comporta restare sol*. Il racconto di Barbara, nato in realtà sulla base di un’altra canzone (traducete il titolo in inglese se volete un indizio), ci è sembrato sposarsi bene con le parole di Pietribiasi: la solitudine che spinge il protagonista del racconto sempre nello stesso bar, anelando di riuscire a parlare prima o poi con la cameriera, è emblematico di una difficoltà di comunicazione universale che da sempre ci coglie quando cerchiamo di esprimere quel sentimento strano e al tempo stesso basilare che chiamiamo amore. Potete scoprire più in basso se questa storia avrà un lieto fine o meno, non prima di aver ascoltato il brano a cui abbiamo deciso di associarlo, mentre a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Cuore di vetro, di Barbara Rendina

La guardava come ogni giovedì sera da quattro mesi a quella parte, seduto a un angolo del bancone, mentre lei, indaffarata, passava senza sosta da un tavolo all’altro, cercando di accontentare tutti i clienti. I capelli raccolti, il grembiule stretto in vita e quel modo tutto suo di prendere le ordinazioni sul taccuino: era per lei che frequentava quel locale, sedendosi sempre sullo stesso sgabello, ripromettendosi invano di parlarle. Qualche volta gli era parso di cogliere uno sguardo prolungato nella sua direzione, a cui lui aveva risposto con un sorriso.

Dopo aver sorseggiato la birra si alzò per andare in bagno e, nel tornare verso il bancone, se la ritrovò davanti. Per un attimo furono faccia a faccia.

Lui sussultò. «Mi scusi», disse a voce bassa.

«Si figuri», rispose lei sorridendo.

Lui aprì la bocca per parlare ancora, senza sapere cosa dire, ma lei fu più veloce: «È la prima volta che viene qui da noi?», chiese.

La guardò, come se davvero fosse la prima volta, poi rispose. «Sì», disse, abbassando la testa.

«Per i clienti nuovi, abbiamo una tessera fedeltà, ogni dieci consumazioni ce n’è una gratis», rispose lei sorridendo, come se fosse un nastro registrato.

Lui bofonchiò un grazie quando era già troppo lontana per sentirlo, poi raggiunse il bancone ancora frastornato, inciampando nella giaccia di un uomo seduto a un tavolo.

«E stai più attento», disse il tizio.

«Mi spiace», rispose lui impacciato.

Abbassò gli occhi. La giacca appena calpestata era di un arancione sgargiante. Pensò che sarebbe stato bello, anziché i suoi jeans e felpa anonimi, avere addosso qualcosa che lo rendesse visibile.

Finì la birra più in fretta del solito, gettò ancora una rapida occhiata verso la cameriera, poi lasciò i soldi sul bancone e, prima di andarsene, fece scivolare il bicchiere vuoto nella tasca della giacca. Percorse quasi di corsa la strada fino a casa, aprì la porta e andò in camera da letto. Tirò fuori il bicchiere, appoggiandolo sul pavimento. Si sedette sul letto, poi lo afferrò nuovamente e lo osservò per qualche minuto: sulle sue pareti lisce, visibili soltanto a un occhio attento, custodiva, tra i residui di schiuma, le impronte delle dita della cameriera. Inspirando, lo strinse al petto. Lasciarsi toccare dal vetro era l’unico modo per raggiungerla.

Ma ancora non era abbastanza.

Scagliò il bicchiere a terra, tolse le scarpe e si lasciò graffiare le piante dei piedi dai frammenti sparsi sul pavimento. Prima le schegge lo punsero appena, quasi accarezzandolo, poi lui premette più forte e il sangue iniziò a macchiare la spugna bianca dei calzini.

Guardò ancora quei piccoli pezzi finché, zoppicando, andò a prendere la scopa e li accumulò nella paletta. Poi raggiunse l’armadietto dei medicinali e tirò fuori il disinfettante.

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Racconto in musica 193: La figlia del pastore (Ethel Cain – Ptolemaea)

Ogni epoca ha le sue ricette per il successo nel mondo musicale, più o meno funzionanti, e io, che non sono capace di capire ciò che funziona da ciò che non funziona nemmeno di fronte a un tostapane rotto, ovviamente non sono capace di parlarvene. Nel mio mondo fatato in cui le cose funzionano per magia (tipo gli aerei) i calcoli sono qualcosa di prescindibile, le formule non servono: al massimo riesco a ipotizzare che per fare successo negli anni ’80 servisse assolutamente stuprare la batteria fino a farne assomigliare il suono a quello di una serie di fustini di detersivo, o che negli anni ’90 c’è stato un brevissimo periodo in cui se facevi finta di vestirti male, non lavarti i capelli (sempre per finta) e grattavi un po’ la voce sotto chitarroni distorti potevi avere il tuo momento di gloria nel fantastico mondo del post-grunge, una delle più grandi illusioni collettive di proseguimento di un movimento nato dal basso.

Se c’è una cosa però che mi hanno insegnato l’ascolto di Radio Deejay al mattino e la convivenza con una capa comunicazione è che Tik Tok è un formidabile mezzo per ficcare la tua musica nelle orecchie di tutt*, pure di chi Tik Tok non ce l’ha, a patto che la tua canzone duri poco e abbia un qualche punto estremamente invasivo e altrettanto breve che si associ bene a un balletto o a qualche contenuto che comunque richieda un’attenzione limitata (tipo una bambina che urla alla luna, mia nuova scoperta sui social e appiccicosa come manco le bestemmie vintage di Germano Mosconi). Quindi ci aspetta un’epoca di canzoni brevissime fatte di momenti ancora più brevi costruiti per essere estremamente invasivi per il cervello? Non bastava Sanremo, che tipo io ho in testa per motivi fuori da ogni logica del mio cervello la canzone di Marcella Bella?

Forte. Tosta. Indipendente (non nel senso della musica)

Nì. Perché le formule, per chi le sa usare e chi le sa ideare, funzionano di sicuro, altrimenti Petrella e Simonetta non avrebbero scritto un terzo delle canzoni del Festival di Sanremo (arieccoci), ma poi per fortuna viene fuori sempre qualcun* che ti fa vedere che il talento, comunque necessario, lo puoi anche veicolare in territori che secondo le logiche del mercato non dovrebbero funzionare: tipo Ethel Cain, che in un’epoca che dovrebbe essere adatta al fast food musicale convince tutta la critica con un disco oscuro, denso e dilatato che dura più di un’ora e ha metà dei pezzi che durano oltre i dieci minuti.

A donarmi più fiducia in un mondo che bacia col suo plauso anche chi non sottostà alle regole stringenti del mercato è stato Achille Monteforte, che Ethel Cain me l’ha fatta scoprire grazie al suo racconto. Classe 1992, cosentino di nascita e milanese d’adozione, Achille è un creativo e designer della comunicazione. Nel 2015 ha pubblicato la raccolta di poesie illustrate Umani (Altrimedia Edizioni), ma la scrittura è ritornata prepotente nella sua vita dal 2023, attraverso racconti multigenere pubblicati su riviste e in raccolte antologiche di Einaudi Ragazzi, Edizioni Della Sera, Il Lettore Di Fantasia e Storie Bizzarre. Dal 2025 fa parte del consiglio direttivo di Dracones, l’Associazione per la scrittura fantasy in Italia, e siamo ben lieti di dire che fa parte anche del novero di autor* della nostra aspirante rivista!

La carriera di Ethel Cain è una di quelle che sembra baciata dal successo qualunque cosa faccia e in qualunque modo la faccia. Certo, non stiamo parlando del successo di Taylor Swift, ma mettendo le cose in prospettiva neanche Swift riempirebbe gli stadi con le scelte di carriera fatte da Cain, cantautrice classe 1998 che di vero nome fa Hayden Silas Anhedönia. Cresciuta in una piccola città della Florida all’interno della comunità battista, di cui il padre era diacono, l’avvicinamento alla musica di Cain avviene proprio tramite il coro della chiesa per poi proseguire, già all’età di otto anni, con lo studio di pianoforte e musica classica. Bisogna però aspettare il 2017 per cominciare ad ascoltare qualcosa di suo, sperimentazioni con l’applicazione GarageBand che avvengono dopo un lungo periodo in cui si forma la sua personalità: a dodici anni si dichiara gay di fronte alla famiglia, lascia la chiesa a sedici e successivamente si identifica come donna transgender bisessuale, il tutto mantenendo un rapporto personale con la spiritualità che è parte integrante della forza della sua musica. Il suo primo singolo Bruises è del 2019, pubblicato già con lo pseudonimo di Ethel Cain, ed è abbastanza per attirare l’attenzione dell’artista canadese Nicole Dollanger, che la contatta e le fa aprire un suo concerto a Chicago: nel frattempo Cain fa uscire, a distanza di pochi mesi, gli Ep autoprodotti (distribuiti sotto l’egida della propria etichetta Daughters Of Cain) Carpet bed e Golden age, in cui si comincia a delineare il suo stile fatto di atmosfere eteree e dilatate, un connubio particolare fra folk e indie à la Lana Del Rey in cui la voce di Cain spicca melodiosa.

Il salto successivo lo deve al rapper Lil Aaron, che dopo aver scoperto la sua musica nel gennaio 2020 la spinge a prendere appuntamento con la propria etichetta Prescription Songs. Cain sottoscrive un contratto e si trasferisce in una chiesa ristrutturata in Indiana, fedele al mondo religioso/spirituale che permea la sua musica: il risultato delle sessioni di registrazioni è l’Ep Inbred (2021), a cui partecipa anche lo stesso Lil Aaron, sei brani dalla produzione più curata che sembrano portare Cain in una direzione folk-pop più classica nonostante gli scarti laterali esemplificati da God’s Country, canzone di otto minuti in cui la cantautrice duetta con il musicista elettronico Wicca Phase Springs Eternal. Passa solo un anno prima del primo album ufficiale, ma a sorpresa esce per la propria etichetta: Preacher’s daughter torna in maniera più convinta alle atmosfere dei primi brani, piazza senza problemi una durata generale delle canzoni intorno ai cinque minuti (spesso sopra piuttosto che sotto) e, al netto del terzo singolo American teenager che ha un sapore smaccatamente più pop (ma un testo apertamente critico verso il patriottismo e la cultura delle armi negli USA, tanto che l’artista stessa si stupirà di vederlo nella playlist dei brani preferiti a fine anno dell’ex Presidente Obama). in generale non fa niente per essere più accomodante verso un pubblico generalista: la sua è una musica morbida, avvolgente, in cui asperità come l’oscura Ptolemaea o la breve parentesi pianistica di Televangelism fanno parte di un’esperienza che richiede tempo e attenzione, non approcci mordi e fuggi. Il primo disco di Cain, che lei fa rientrare in una ipotetica trilogia di là da venire all’interno del “Ethel Cain Cinematic Universe” (dichiaratamente autistica, Cain ha un approccio verso l’arte molto sinestetico e afferma di vedere la musica mentre la compone, e all’interno del disco è il suo stesso moniker di cui seguiamo le vicende), è un successo che la proietta fra festival statunitensi e internazionali (Coachella, Reading e Leeds) e sul palco dei Florence And The Machine, di cui apre un concerto a Denver: lei stessa parte ovviamente in tour, ben tre volte, e nel frattempo nella sua testa pensa già probabilmente al nuovo disco che, però, non farà parte della trilogia. Quello che Cain ha in mente, fra un singolo (Famous last words) ispirato al film Bones and all di Luca Guadagnino, uno (من النهر) dedicato al popolo palestinese, la partecipazione a una compilation tributo agli American Football, campagne da modella per Givenchy, Miu Miu e Marc Jacobs e controverse dichiarazioni politiche (Cain ha attaccato in maniera piuttosto brutale l’ex Presidente Biden per il suo obiettivamente discutibile supporto alla guerra in Palestina, e successivamente all’omicidio del CEO di un’assicurazione medica multimilionaria Brian Thompson si è apertamente schierata dalla parte del sospetto assassino, adottando su Instagram l’hashtag #KillMoreCeos), è un album che nessuno si aspetta.

Perverts è uscito a inizio 2025 e, al primo ascolto, mi è sembrata la tipica mossa di chi del successo può fare tranquillamente a meno, ma non della propria libertà artistica. Nove brani espansi in un’ora e mezza quasi di musica in cui la dilatazione si fa ancora più eccessiva e le atmosfere, da eteree che erano, si fanno funeree, inquietanti, oscillanti fra un’ambient hauntologica (Onanist ricorda i Boards Of Canada filtrati attraverso un incubo notturno) e un post-industrial oppressivo che in episodi come la raggelante Houseofpsychoticwomn ipnotizzano attraverso suoni che fanno della reiterazione ossessiva la loro ragion d’essere e i vocalizzi distanti di Cain… il tutto per tredici minuti abbondanti. Cain non considera Perverts un album, ma non ha nemmeno specificato come dovremmo inserirlo all’interno del suo cammino artistico: approcciatelo con attenzione, pronti alle asperità minacciose di brani come Pulldrone (quindici minuti introdotti unicamente dalla voce salmodiante di Cain che lascia poi spazio a un’infinita coda di drone music minimale e minacciosa), ma mentre lo ascoltate ringraziate che il mondo della musica funziona anche così, attraverso potenziali suicidi artistici che ricevono l’unanime plauso della critica musicale (Trump invece non penso la inserirà fra i suoi ascolti).

Ptolemaea è la nona traccia di Preacher’s daughter, e l’abbiamo già menzionata più in alto. All’interno di un disco musicalmente arioso arriva come un’ombra inquietante, illuminata solo in alcuni punti dalla voce angelica di Cain: proprio un’ombra perseguita la protagonista del racconto, in fuga da immagini violente fatte di sangue e mosche, e Achille cuce sapientemente in un’atmosfera decadente fra il bucolico e il sacrilego la sua vicenda di crescita attraverso il trauma. Potete leggere la storia subito dopo il brano che l’ha ispirata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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La figlia del pastore, di Achille Monteforte

Un freddo umido infestava l’aria e i polmoni della figlia del pastore. Il suo cuore affamato non le dava tregua. Le chiedeva di affilare lo sguardo, di andare oltre l’angoscia che le opprimeva il petto. La pregava di ignorare la sete di sangue degli insetti che brulicavano sulle macchie della tunica.
La figlia del pastore temeva che l’ombra l’avrebbe trovata da un momento all’altro. L’incubo le si era insinuato sotto pelle dopo aver abbandonato il corpo del pastore assalito dalle mosche. Era scappata nel bosco senza voltarsi, convinta che prima o poi avrebbe trovato un riparo.
Arrivò all’abbazia prima del tramonto, col fiato corto e le mani ancora tremanti. Spalancò la porta senza lucchetto, il cigolio dei cardini rimbombò nel silenzio.
Dentro, il buio colmava ogni spazio.
Si inginocchiò all’altare, stremata, sopraffatta dalle immagini del pastore nel granaio. Il suo colletto bianco macchiato di rosso. La Bibbia stracciata nella mangiatoia. La croce sul muro che sembrava al rovescio quando giacevano insieme sulla paglia.
Un freddo improvviso la costrinse ad aprire gli occhi.
La vide sulla soglia, abbastanza vicina da distinguerne la bocca distorta dal dolore. Il volto così simile al suo, le stesse cicatrici, lo stesso sguardo da cui l’infanzia era fuggita troppo presto.
D’istinto, urlò. L’ombra non aspettava altro. Sorrise, uno squarcio di bianco sul nero, e fluttuò verso di lei. Porse una mano con il palmo verso l’alto.
La ragazza arretrò, ogni passo un tormento.
Per porre fine allo strazio, tese il braccio per stringerla. Sentì un bruciore che si prolungò su tutto il corpo per un istante che le sembrò l’eternità.
Poi, tutto svanì. La paura, l’ombra, le immagini del corpo del pastore aperto dal coltello.
Era sola, nel buio. Questa volta la croce sul muro non sembrava al rovescio. Tentò di pronunciare il proprio nome, ma dalla bocca uscì solo un sussurro cristallizzato.
Si allontanò dall’altare, lasciandosi alle spalle l’abbazia silenziosa.
Nella notte, la strada appariva trasfigurata. Gli alberi, cariati dal muschio, si inchinavano come in segno di rispetto, i loro rami si allungavano sulle pietre, tracciando un sentiero che prima non c’era. Il suo.
Aveva toccato l’ombra, e l’ombra le aveva sussurrato chi era.
Ethel, mai più la figlia del pastore.

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Qualche domanda sulla scrittura, parte uno: Francesca Mattei e Sergio Oricci

Tremila Battute compie cinque anni! Come festeggiare? Un grande regalo di compleanno ce lo ha fatto il Circolo Masada, che fino a giugno ci ospiterà una volta al mese per parlare con autor* della rivista delle loro pubblicazioni, dei loro racconti e, ovviamente, di musica e letteratura (tenete d’occhio la pagina Facebook per essere aggiornat* sul calendario): un altro abbiamo deciso di farcelo/farvelo contattando autori e autrici che qui apprezziamo un sacco, facendo loro alcune domande che ci ronzavano in testa da un po’ riguardo al loro rapporto con la letteratura, con la scrittura e con tutto ciò che gira intorno all’ispirazione, al metodo e al modo in cui scrivono coloro di cui abbiamo adorato i libri.

Per questo primo appuntamento abbiamo contattato Francesca Mattei e Sergio Oricci, che hanno gentilmente risposto ai nostri quesiti.

Da quanto scrivi?

FM – Scrivo da circa sei anni in modo non molto regolare. In alcuni periodi ho scritto tutti i giorni, nell’ultimo anno invece molto poco.

SO – Ho iniziato a scrivere più o meno nel 2011, intorno ai 29 anni. Non ero spinto da motivazioni particolari; ho provato a farlo, come avevo provato a fare altre cose prima, per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori. Quattordici anni dopo sto ancora scrivendo, e il modo in cui la scrittura si è presa a poco a poco spazio e tempo è una delle cose più sorprendenti che mi siano capitate.

Quando hai pensato la prima volta “sono brav* a fare questa cosa”?

FM – La risposta sincera è che non lo so, non me lo sono mai chiesta, quindi non riesco a risalire a un momento in cui ho fatto questo pensiero, perché non l’ho mai fatto. Non perché non creda di essere brava, molte delle cose che ho scritto mi piacciono, ma perché proprio non mi sono mai concentrata su questo punto. Poi si può essere “bravi” nello scrivere qualcosa il cui risultato ci soddisfa e “non bravi” nello scrivere qualcosa che poi risulta meno bello (a te che lo scrivi, intendo). Quindi forse essere “bravi” non è una condizione.

SO – Sicuramente l’ho pensato in più occasioni, non ricordo la prima, e a volte lo penso ancora, ma si tratta di impulsi direi irrazionali, non di qualcosa di cui sono effettivamente convinto. Non mi interessa essere bravo, o in ogni caso non penso alla scrittura in questi termini; quello che mi interessa è scrivere come voglio e avere gli strumenti per farlo. Mi capita di pensare con più convinzione “questa cosa che ho scritto è venuta bene”; non ricordo con precisione la prima volta ma potrebbe essere successo nel 2018 dopo aver scritto un racconto intitolato Volevo essere Vincent Gallo, il primo racconto in cui ho giocato un po’ con il montaggio e con la costruzione.

Hai un metodo di scrittura?

FM – No, per niente! Non essendo la mia principale occupazione, né desiderando che lo sia, non ho mai pensato di crearmi un metodo. Qualora dovessi averne bisogno forse ci penserei. L’unica cosa fissa nei miei testi è il Times New Roman 12 testo giustificato.

SO – Ho una sorta di metodo, nel senso che da qualche anno lavoro ai testi più o meno sempre nello stesso modo: dopo aver trovato l’idea centrale, cerco di capire quale lingua usare e in quale struttura far muovere la storia, e spesso inserisco almeno una difficoltà, qualcosa che non faccio spesso, per provare ad avere in futuro uno strumento in più. Di solito riscrivo più volte il primo capitolo o i primi capitoli, per trovare una certa frequenza, un certo ritmo. Una volta stabiliti questi elementi per me fondamentali, lingua e struttura, e aver finito con i primi capitoli, semplicemente continuo a scrivere restando sempre in ascolto di possibili deviazioni che potrebbero anche modificare molto l’idea di partenza durante il processo.

Ti è capitato di avere il blocco dell* scrittor* e/o pensare “non ho più un cazzo da dire”?

FM – Non proprio, anche se non ho scritto per lunghi periodi, ma non sento la pressione di scrivere, quindi per me direi che non esiste il blocco dello scrittore, ecco. Avere e non avere qualcosa da dire è un argomento interessante. Tutti hanno qualcosa da dire, quindi immagino anche io, ma non sempre riusciamo a dirlo nel modo più “fedele” possibile.

SO – Non mi è ancora successo; senza dubbio prima di stancarmi di scrivere mi stancherò di pubblicare.

Hai una bacheca dei rifiuti modello Stephen King? Se sì (o se no e hai una buona memoria) quanti ne hai ricevuti?

FM – Se ci avessi pensato li avrei raccolti. Quando ho cominciato a proporre i miei testi a delle riviste letterarie, alcuni sono stati rifiutati. Purtroppo non ricordo quali e quanti, però obiettivamente quei racconti non erano un granché.

SO – Non conservo i rifiuti e neanche le risposte positive. Non sono affezionato né ai primi né alle seconde. Di rifiuti espliciti ne ho ricevuti pochi, forse una decina, quasi nessuno ne manda più, ma ho ricevuto molti silenzi, non saprei dire quanti.

Quale autor* quando lo leggi ti fa pensare “ecco, io non sarò mai così brav*”?

FM – Purtroppo non so rispondere neanche a questa domanda. Non vedo la scrittura, soprattutto la mia, in modo prestazionale. Non lo dico per retorica, se fosse il mio lavoro probabilmente ragionerei in questi termini, cercherei cioè di migliorarmi e scriverei in modo forse più progettuale. Ci sono tanti autori e tante autrici molto molto più bravi/e di me. Posso pensare a quelli che sono i viventi italiani che preferisco, tra i nomi più o meno noti, come Paolo Nori, Ferruccio Mazzanti, Beatrice Alemagna, Nadia Terranova.

SO – Nessuno.

Qual è il testo che hai pubblicato su rivista, o che magari non hai mai neanche pubblicato, di cui sei più orgoglios*?

FM – Mi piace molto “Trappola” che uscì su Narrandom e poi fu inserito, leggermente modificato, nella raccolta di racconti “Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa”. Tra quelli più recenti mi piace un racconto uscito su Lay0ut che si intitola “Papaveri”. Parlano entrambi della mia città, quindi ci sono legata.

SO – Tendo a liberarmi abbastanza presto delle cose che pubblico, e in generale non mi pare di aver pubblicato su rivista cose a cui sono rimasto particolarmente legato. I testi che sono più felice di aver pubblicato su rivista sono testi che non ho scritto io. Curo uno spazio online, Clean, in cui pubblico testi di altri; sono quelli i testi su rivista di cui sono più orgoglioso.


Francesca Mattei ha esordito con Pidgin Edizioni con la raccolta di racconti “Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa” (finalista premio “POP” e premio “John Fante”). Suoi testi sono apparsi su diverse riviste (Verde rivista, Narrandom, Malgrado le Mosche ed altre) e antologie tra le quali “Vite sottopelle. Racconti sull’identità” (Tuga Edizioni), “Human/” (MoscaBianca Edizioni), “Cloris” (Pidgin Edizioni). Ha preso parte a “È giusto che finisca così”, primo volume della “Trilogia della vertigine”, edito da CTRL Magazine, che raccoglie undici reportage narrativi e un reportage fotografico. Nel novembre 2022 è uscita la sua novella “Gli stessi occhi”, nella collana 42 Nodi per Zona 42. Nel 2024 ha partecipato all’antologia “L’ora senza ombre” curata da Pidgin edizioni e In allarmata radura con un saggio personale intitolato “Le radici e le ali”.


Sergio Oricci (Fiesole, 1982) vive a Cluj-Napoca, in Romania, dove lavora come traduttore. Alcuni suoi testi sono apparsi su riviste come GAMMM, ‘tina, Nazione Indiana. Ha pubblicato la raccolta di racconti Volevo essere Vincent Gallo (Pidgin Edizioni) e i romanzi La casa viola (Castelvecchi) e Materia Prima (Transeuropa). Ha fondato la rivista Clean.

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Racconto in musica 192: Momenti fluidi (Fat Dog – King of the slugs)

Voi siete mai stati a un rave? Io no. Ne ho letto, ne ho scritto senza alcuna base legittima se non racconti di amici e la conoscenza di una fabbrica dismessa del mio paesello dove ne hanno organizzato uno (fabbrica dove ho lavorato e dove sono andato, quando era già abbandonata da anni, a fare foto con una mia vecchia band per un disco che non abbiamo mai realizzato), ne ho sentito i bassi da lontano quando, per puro caso, mi sono trovato nella stessa zona del famoso rave vicino a Viterbo dove si sono inventati che c’erano cani morti sotto al sole (agosto 2021) e sono stato fra quelli che ha alzato gli occhi al cielo quando, nell’autunno 2022, l’attuale governo ha deciso che quello era il problema più pressante del paese, varando una legge che è stata talmente modificata da risultare quasi inutile (con la quale ha anche annullato, senza alcun nesso logico, le multe ai cinquantenni che non avevano rispettato l’obbligo vaccinale ai tempi del Covid) se non per terrorismo psicologico, cioè la stessa motivazione che ha portato alle nuove leggi del codice della strada. Ho forse deragliato verso la politica? Scusate, capita.

Perché faccio questa domanda? Fondamentalmente per assoluzione preventiva, perché l’ho fatto di nuovo: ho scritto un racconto basato su un’esperienza che non ho vissuto, ma è l’immagine di un rave la prima che mi è venuta in mente quando ho pensato di creare una storia prendendo ispirazione da una canzone dei Fat Dog.

La carriera della band formata attualmente da Joe Love (voce e chitarra), Johnny Hutch (batteria e percussioni, soprannominato Doghead perché suona con una maschera da cane in lattice che, essendo nello spettro dell’autismo, lo aiuta anche a confrontarsi col pubblico), Chris Hughes (synth e tastiere), Morgan Wallace (tastiere e sax) e Jacqui Wheeler (basso) è storia recentissima. Il primo nucleo si forma infatti a Londra nel 2020 (oltre Love e Hutch c’erano allora Ben Harris, Jazz Grant e Will Cox), in piena pandemia, e se vogliamo possiamo vedere la loro musica come influenzata dall’eredità raver del Regno Unito e dalla necessità di sfogo causata dai vari lockdown (ma Love, secondo Wikipedia, cita pure le musiche del videogioco Serious Sam fra le sue influenze): techno, punk, musiche balcaniche (sempre Wikipedia cita elementi di Klezmer nella loro musica, genere musicale tradizionale degli ebrei Ashkenazi suonato probabilmente perlopiù a funzioni come matrimoni et similia), tutto frullato per far saltare in aria l’ascoltatore e fargli battere la mano a tempo sul volante o sulla leva del cambio in macchina (ogni riferimento a cose che ho fatto io è puramente voluto). Prima ancora di pubblicare una canzone si fanno notare dal vivo, dove pare facciano performance selvagge e scatenate (qui un live report della loro data di settembre 2024 all’Arci Bellezza), così quando nell’agosto 2023 esce il primo singolo King of the slugs è un’etichettona come la Domino a farlo uscire: un esordio atipico, sette minuti di durata in cui a momenti trascinanti cassa dritta e folklore technotronico si alternano rallentamenti orchestrali in cui Love mostra il lato più morbido della band, minoritario nel loro pastiche sonoro ma comunque presente in larghi pezzo del fulminante disco d’esordio WOOF, uscito a settembre 2024 dopo una manciata di altri singoli.

Mezz’ora di bordate sonore che si aprono con l’EDM a lenta ebollizione con voce recitante in sottofondo di Vigilante, WOOF è esattamente quello di cui avete bisogno per sfogarvi dopo una giornata di frustrazioni o per partire con la carica giusta al mattino, energia pura mitigata in parte dalle oasi atmosferiche rappresentate da Clowns, voce autotunizzata su synth ariosi, e I am the king, con tastiere in lenta ascesa che preparano il prossimo balzo nell’iperspazio mentre Love ripete di continuo il titolo della canzone con la modestia che può contraddistinguere il frontman di una band simile. E quando si salta, cazzo se si salta! All the same è esattamente la canzone che ti immagini in grado di scompigliarti i capelli a causa dei bassi prepotenti che escono a folate dalle casse, Closer to God prepara con abilità momenti di puro headbanging prolungato mentre Wither e soprattutto Running sono una corsa continua (dal titolo della seconda cosa ci si poteva aspettare?) verso la perdita della cognizione. Quarantaquattro secondi di outro che ci accompagnano all’uscita con una voce recitante che ci ricorda “You can kill the man, but you cannot kill the dog” e siamo fuori dal frullatore, pronti a rientrarci ancora e ancora, cosa che farò non in Italia (il lungo tour che li vede ancora in giro tocca gran parte dell’Europa continentale, ma al momento non sono previste tappe da noi) ma al BBK di Bilbao, festival grazie al quale mi sono accorto di sta meraviglia che mi ero perso per strada. Ah, il nuovo singolo Peace song è, al netto di un gusto pop molto più accentuato, un’altra bella botta di adrenalina.

Di King of the slugs ho già accennato in apertura, e cosa si può aggiungere d’altro? Che ha un testo delirante in cui Love viene incoronato da una lumaca re delle stesse? Che nei punti in cui rallenta e si fa atmosferica emoziona addirittura? Si potrebbe dire molto, ma trarci una storia coerente sarebbe un’impresa: ecco perché il racconto che mi ha ispirato è composto di frammenti di un free party, voci e dialoghi in prima, seconda e terza persona frullate in un mix che spero renda giustizia alla sua fonte. Potete valutarlo da voi leggendo qui sotto e mettendo in sottofondo la canzone, che finirà di sicuro dopo che già avrete finito il racconto ma va bene così, avete tempo per saltare almeno: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Momenti fluidi

Salta più in alto di tutti, fatti attorno più spazio di tutti. Attento a non perdere l’equilibrio però. Qua dentro è pieno di fango, tutto il posto è fango a ripetizione. Che ti aspettavi? Qui non c’è mai stato niente a parte le roulotte.

Getta la testa all’indietro. Non finire per terra. Hai bisogno d’acqua. Birra? Aria? Facciamo l’ultima, dai. Sguscia in mezzo ai corpi, fatti fluido. Esci.

«Hai visto le stelle?»

«Eh?»

Indica. «Quelle stelle».

«Cosa?»

«Quelle cazzo di stelle! Le stai guardando porca merda!»

«Oh ma che minchia! C’è un bordello qua che la metà basta e te sussurri!»

«Come sono belle».

«Eh?»

Rotea gli occhi.

«Ma non se ne vede una».

«Eh?»

«C’è troppa luce! Ma dove minchia le vedi le stelle?»

Nel gruppetto che ha appena stappato le bottiglie hanno tutti questa bella faccia da rissa e lui li mira deciso, va proprio lì con l’intenzione di chi cerca cazzi da cagare e pam, gli sbatte il culo della birra sul collo delle bottiglie, veloce come una cazzo di marmotta da prendere a martellate, senza che quelli facciano in tempo a succhiarsela tutta e poi parte a razzo e loro dietro, corre veloce il coglione ma quelli sono tanti e incazzati e va bene che lui è agile, sguscia fra i corpi, sembra una cazzo di lumaca ti giuro ma poi in mezzo alla pista non c’è più un cazzo di posto dove sgusciare e loro sono tutti attorno a lui e allora lo sai che fa? Lo sai che fanno?

Iniziano a saltare. BOMBOMBOMBOMBOMBOMBOMBOMBOM!

Dalla spianata si vedono le montagne. Dentro il casermone esce musica chillout per chi ancora si regge in piedi e per chi si sta facendo un sonnellino stravaccato per terra. Lei pensa che dovrà lavarsi i capelli una volta a casa. Quando tornerà a casa. Ammesso che ci torni, a casa.

Un tizio a petto nudo di fianco a lei indica qualcosa lontano, una nuvola di polvere che non aveva notato. Sorride come un ebete e dice qualcosa su una tempesta di polvere, neanche fossero nel deserto. Lei aguzza la vista e vede i furgoncini che si fermano, gli uomini che ne scendono, il luccichio del sole sui caschi. Capisce che la festa è finita. Che cazzo però, pensa, sempre sul più bello.

Dobbiamo levare le tende, dice al tizio. Quello la guarda e dice che lui una tenda non ce l’ha. Lei sorride, gli dà una pacca sulla spalla. Andiamo dai, dice, dovremmo avere un po’ di tempo per scivolare via. Sgusch sgusch, dice lui, e si butta per terra a sbavare.

Che cazzo di gente che si incontra.

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Contro la narrazione unica di un continente: L’Africa non è un paese di Dipo Faloyin

In Nord Kivu, una regione della Repubblica Democratica del Congo ricca di minerali (dai diamanti a qualunque risorsa che possa far funzionare il dispositivo elettronico da cui state leggendo queste righe), i guerriglieri della milizia antigovernativa M23 hanno annunciato lunedì 27 gennaio di aver preso il controllo della più grande città della zona, Goma. La situazione attuale è solo l’ultima fase di una scontro che si protrae da quasi vent’anni e che ha motivazioni ufficiali (M23 sostiene di difendere i diritti dei Tutsi in Congo contro quelli degli Hutu, i maggiori gruppi etnici nella zona dei Grandi Laghi) e ufficiose (il controllo della zona porta alle milizie e al Ruanda, alleato ombra in questa diatriba, un enorme ritorno economico). La notizia ha avuto più risonanza mediatica di quanto mi aspettassi, perché la zona non è notoriamente fra le più coperte dalla stampa, sia essa cartacea, televisiva o radiofonica (esistono le eccezioni, e ne trovate qualcuna in questo articolo di marzo 2023 dove, guarda un po’, veniva citato anche il Nord Kivu): in generale la mancanza di approfondimenti costanti relativi ai conflitti nell’Africa tutta rischia di appiattire il discorso e renderlo generico, perché quello che tuttora viene soprannominato “continente nero” è un focolaio di conflitti, dalla guerra civile in Sudan ai vari golpe che falcidiano la zona del Sahel (zona dove oltretutto si muove parecchio anche l’ISIS, di cui però da queste parti ci scordiamo se non attentano alla nostra vita). Privati di elementi di contesto vien da pensare che sia nella loro natura essere bellicosi, no?

Ecco, proprio no. Ci può aiutare a capire come mai conflitti come quelli accennati sopra accadono conoscere, ad esempio, il modo in cui gli imperi coloniali hanno posti le basi per spartirsi a tavolino il continente nella Conferenza di Berlino, svoltasi fra il 15 novembre 1884 e il 26 febbraio 1885, delegittimando l’autodeterminazione delle popolazioni autoctone e dando il via a una stagione di saccheggi e barbarie giustificata con metodi che già nel 1915 lo scrittore e attivista W. E. B. Du Bois definiva “spregevoli e disonesti oltre ogni dire” e che, oltretutto, hanno portato alla creazione di confini che avevano senso per gli europei (gli Stati Uniti, che certo non hanno lesinato porcate in giro per il mondo, ebbero però la decenza di non firmare l’accordo trovato a Berlino), non certo per gli africani. E questo quando avevano un senso.

Solo il trenta per cento dei confini del mondo si trova in Africa, eppure quasi il sessanta per cento delle dispute territoriali che sono arrivate alla Corte internazionale di giustizia provengono da lì. Quel che alimenta tutte le tensioni è l’assoluta confusione su dove finisca un paese e ne cominci un altro. Due terzi dei paesi africani sono stati coinvolti in qualche lotta sulla loro forma e su ciò che costituisce la loro identità nazionale. Molte di queste dispute sono state mortali. Altre hanno chiesto la traduzione di confini imprecisi, che sembrano tracciati su una lavagna magica (e una lavagna magica è molto più facile da cancellare).

Esemplare il caso dei somali, che in un’area a cultura prevalentemente nomade si ritrovarono improvvisamente con le risorse idriche in uno stato e i pascoli in un altro, come spiega il professore universitario nigeriano Anthony Asiwaju in una delle pagine di L’Africa non è un paese, saggio scritto da Dipo Faloyin e pubblicato pochi mesi fa da Iperborea all’interno della collana Altrecose curata da Il Post. Giornalista britannico di origini nigeriane, nato a Chicago e cresciuto a Lagos, Faloyin ha concentrato all’interno del suo libro un compendio delle narrazioni sbagliate e deficitarie che contribuiscono a rendere un continente composto da più di cinquanta nazioni un corpus unico, dove ci si sveglia all’alba nella savana e le mosche gironzolano intorno a bambini denutriti, tanto per citare due delle immagini più abusate. Non lo fa però con rabbia, sentimento che sarebbe pure giustificato viste le storie che si trovano all’interno di queste quattrocento e passa pagine, ma con ironia, mostrando le crepe di quella narrazione unica e spiegando con invidiabile capacità divulgativa quelle differenze che difficilmente riusciamo a cogliere da così lontano, sulla scia di quanto fatto dallo scrittore e attivista keniota Binyavanga Wainaina.

Ovviamente riuscire a ridare dignità con un libro alla moltitudine di nazioni (e soprattutto di etnie all’interno e fra le nazioni) che compongono l’Africa è un’impresa titanica per cui non basterebbe una vita, e Faloyin ci tiene anche a precisare in una nota introduttiva che “Io non sono genericamente africano. Io sono nigeriano. E questo libro esprime il mio punto di vista di nigeriano”: quello che decide di fare è prendere spunto da alcuni fatti storici, come la Conferenza di Berlino di cui sopra o le razzie di manufatti e opere artistiche compiute dagli imperi coloniali, per mostrarci perché accadono determinati eventi e cosa c’è oltre questi, ovvero una realtà non così dissimile dalla nostra per alcune dinamiche e unica per altre.

T’Challa per esempio: è il re di una grande e orgogliosa nazione dell’Africa orientale, ne consegue che dovrebbe parlare la lingua di quella zona. Invece la Marvel, quando Boseman ha interpretato il ruolo per la prima volta in un cameo di Captain America: Civil War, ha voluto che avesse un accento britannico – ovvero quello del maggior colonizzatore in Africa. Si temeva che altrimenti il pubblico non sarebbe stato in grado di identificarsi con l’eroe, o di capire quello che diceva. Ma Wakanda non era mai stato colonizzato dagli inglesi, quindi da dove saltava fuori quell’accento? La Marvel ha pensato che far studiare T’Challa nel Regno Unito potesse offrire una spiegazione.

Boseman ha rifiutato.

In otto sezioni, alternando macrotemi come quello dei confini e del “mito” del salvatore bianco a questioni più popolari come la diatriba fra numerosi stati su quale sia la ricetta migliore del riso jollof (per l’autore, dichiaratamente di parte, è quella nigeriana), Faloyin getta luce su come ci siano dinamiche che noi fatichiamo a capire perché cerchiamo una chiave unica per un contesto multisfaccettato. Emblematica è la quarta parte, La storia della democrazia in sette dittature, dove attraverso esempi specifici mostra che il famigerato “fallimento dei leader africani” non è dovuto alla mancanza di capacità ma a situazioni complesse e uniche per ogni luogo, rese ancora più complicate da rimescolamenti etnici e lotte di potere su cui invece i governi esteri faticano ad ammettere il proprio contributo.

Come si fa a risolvere in poco spazio ad esempio la storia di Paul Kagame, Presidente del già menzionato Ruanda? Cresciuto in un campo profughi in Uganda a causa della cacciata dei tutsi da parte degli hutu nel suo paese e diventato leader ribelle negli anni ’80, Kagame è al centro di una rete di eventi che ha la sua pagina più nera nel famigerato genocidio, quando nell’arco di cento giorni i leader hutu, manovrando mediaticamente a proprio favore l’uccisione del presidente ruandese Juvénal Habyarimana (tuttora è ignoto se siano stati i ribelli o gli stessi leader, motivati dal rifiuto per gli accordi di pace appena firmati, a pianificare l’abbattimento del suo aereo), spinsero la popolazione a massacrare i propri vicini di casa per motivazioni prettamente etniche: da vicepresidente e capo dell’esercito nel 1994 e da Presidente dal 2000 a oggi Kagame ha frenato il riemergere di violenze, promulgando ad esempio leggi contro i discorsi d’odio legati all’etnia (eh ma insomma, non si può più dire niente!), ed ha risollevato l’economia (il Ruanda mira a diventare una nazione ad alto reddito nei prossimi trent’anni), introdotto un sistema sanitario nazionale e progettato importanti riforme scolastiche; allo stesso tempo i suoi detrattori politici tendono a morire, le tensioni etniche, tenute a freno in patria, tendono a riverberarsi nella confinante Repubblica Democratica del Congo, dove milioni di hutu si sono traferiti dopo che il Fronte Patriottico Ruandese da lui comandato ha preso il controllo della nazione e, se proprio vogliamo mettere altra carne al fuoco, si è distinto anche per gli accordi (per fortuna falliti) stretti con il governo conservatore britannico (per fortuna caduto) per far deportare i migranti sul proprio suolo, un modello che in Italia abbiamo deciso di copiare invece di prendere esempio che so, dalla Spagna.

Può essere difficile da capire, ma solo se lasciate che lo sia. In realtà è tutto molto semplice.

Cominciamo da cose su cui c’è un ampio consenso: il novanta per cento dei beni che rappresentano l’eredità culturale dell’Africa è conservato fuori dal continente. La stragrande maggioranza di questi manufatti – centinaia di migliaia, forse di più – è stata trafugata durante le razzie coloniali. Poco dopo averli rubati gli invasori vendevano quei tesori, a volte il giorno stesso. Alcuni sono finiti in collezioni private, ma per lo più sono finiti nei musei, gli stessi musei in cui si trovano tuttora. Gli oggetti esposti rappresentano solo una piccola percentuale del totale in loro possesso. La maggior parte di questo prezioso bottino è stata accumulata, nascosta e chiusa nelle viscere delle più illustri istituzioni del mondo occidentale, lontana dalla portata dei visitatori e certamente fuori dalla portata dei paesi africani a cui è stata rubata, nazioni che da più di cinquant’anni sono costrette a mendicare i propri tesori.

Capire questo non può che portare a un’ovvia domanda etica: come hanno giustificato i musei la proprietà di tesori che sono stati sistematicamente e deliberatamente rubati con la violenza e i cui proprietari invocano da allora la loro restituzione?

Ecco come: i musei si sono accordati per una messinscena collettiva che presenta la questione come un enigma irrisolvibile. La realtà, ripeto, è molto semplice: il novanta per cento dei beni che rappresentano l’eredità culturale dell’Africa è conservato fuori dal continente. Ed è stato rubato mediante violente campagne militari.

Il “white savior” con cui i potenti della Terra giudicano l’operato dei leader di nazioni di cui ignorano la storia (quando la degnano d’attenzione o non la sfruttano per i propri fini, vedi USA e URSS ai tempi della guerra fredda e più o meno gli stessi attori tutt’oggi, con l’aggiunta della Cina e con dinamiche lievemente diverse) è paragonabile a quello descritto nella terza parte, La nascita del mito del salvatore bianco, ovvero come non essere un salvatore bianco e fare comunque la differenza, dove Faloyin, partendo dall’incredibile caso del documentario Kony 2012 (qui un breve riassunto wikipediaro), mostra come il mondo occidentale ha perlopiù pensato di aiutare le nazioni africane senza chiedere di cosa abbiano bisogno. Da Madonna che si stizzisce pubblicamente perché il governo del Malawi non la tratta da vip dopo che ha adottato due bambine di quella nazione a Bob Geldof che raccoglie fondi con una canzone, Do they know it’s christmas?, il cui testo oggi appare terribilmente cringe, per arrivare alle pubblicità di Ong che, ancora oggi, fanno leva sull’emotività (citando la dichiarazione dell’esperto di sviluppo Jorgen Lissner pubblicata nel libro “Un numero consistente di pubblicitari insisterà che nulla può battere il bambino che muore di fame in quanto a ­«redditività»… [ma] l’immagine del bambino che muore di fame va considerata immorale, in primo luogo perché si avvicina pericolosamente alla pornografia”), questo tipo di aiuto ha sicuramente dei meriti ma nel migliore dei casi aiuta anche a perpetuare stereotipi, quando non arriva a giustificare crimini politici (la carestia in Etiopia che ha dato la spinta morale a Geldof è stata prima nascosta e poi sfruttata dal governo etiope per finanziare una politica di spostamenti forzati) o danneggiare gli stessi governi che vuole aiutare (a seguito della diffusione incontrollata del video Kony 2012, e della campagna di sensibilizzazione a monte dello stesso, l’Uganda vide crollare il proprio flusso turistico dopo anni di forte ripresa).

Celebrità, potete prendere esempio da Marcus Rashford del Manchester United. Negli ultimi anni ha utilizzato la sua influenza per aiutare i bambini più poveri della Gran Bretagna, costringendo in più occasioni il governo a invertire le sue politiche sulle mense scolastiche gratuite e su altri programmi alimentari essenziali. Rashford ha ottenuto questo risultato senza dover condividere immagini di bambini bianchi britannici seminudi che rovistano nei cassonetti a Leeds o a Nottingham o in Cornovaglia, con un sottofondo di musica per pianoforte e i loro genitori rannicchiati in un angolo della stanza, abbattuti dalla miseria. Non ha chiesto a musicisti africani di riunirsi per girare un video musicale che mettesse in luce la cruda realtà della miseria nel Regno Unito. Rashford ha costruito un movimento attraverso fatti e informazioni. Ha usato la sua piattaforma per amplificare le voci di organizzazioni locali e di professionisti esperti nel comprendere i difetti del sistema e il modo migliore per risolverli. Si è rivolto direttamente alla persona più in alto, il primo ministro britannico Boris Johnson, e non, come gli autori di Kony 2012, ad altri leader stranieri, a migliaia di chilometri di distanza. Soprattutto, le famiglie in difficoltà sono state trattate con la dignità che meritavano.

Non ci sono solo problematiche portate alla luce in L’Africa non è un paese ma anche la descrizione di una Lagos tentacolare e affascinante, il resoconto di movimenti dal basso come le proteste in Nigeria contro la brutalità del corpo speciale di forze dell’ordine SARS (poi rinominato SWAT senza che nulla cambiasse) o la campagna politica del musicista ugandese Robert Kyagulanyi Ssentamu, conosciuto artisticamente come Bobi Wine, che ha cercato senza successo di spezzare l’egemonia semiautoritaria del Presidente Museveni, il racconto esilarante di tutti gli stereotipi hollywoodiani sull’Africa (la pagina su Indipendence Day da sola vale l’acquisto del libro) e, in generale, tante storie affascinanti a rappresentare puntini che, una volta uniti, ci possono aiutare ad alzare un sopracciglio la prossima volta che sentiremo una descrizione come questa:

Indipendentemente dalla trama, il film deve iniziare con la macchina da presa che sorvola praterie ondulate che si estendono a perdita d’occhio. Lasciate le immagini scorrere sui titoli di testa mentre i nostri occhi si adattano a questa Vera Africa. Nessun segno di una civiltà moderna, tecnologicamente avanzata, deve interrompere visivamente il panorama di queste pianure ondulate: niente edifici alti, strade asfaltate o cartelloni pubblicitari illuminati che reclamizzano costosi profumi.

Terra. Dobbiamo vedere solo la terra.

La risposta di Lagos a questa descrizione la potete vedere all’inizio dell’articolo.

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Racconto in musica 191: Da me o da te (Coca Puma – Tardi)

Le proprie azioni comportano delle conseguenze, a volte impreviste, e anche le proprie parole. Me ne sono accorto qualche anno fa intervistando i The R’s, band bresciana purtroppo disciolta i cui membri lottano e resistono insieme a noi con altri progetti: si chiacchiera, si divaga, si beve, si fuma e poi, all’improvviso, salta fuori una questione: il paragone coi Beatles. La band sostiene di non c’entrare niente con i fab four, ma di avere ormai da anni appiccicato questo paragone: non sanno chi sia stato il primo a farlo ma nelle recensioni se lo trovano spesso affibbiato, e certo fa più piacere che ritrovarselo che so, con i Venga Boys, ma è comunque il paragone sbagliato. E io, che dei The R’s avevo seguito tutta la carriera fin dal primo Ep, e che dei Beatles non avevo ancora mai ascoltato un disco per intero, alzo timidamente la manina e dico “mi sa che sono stato io”.

Eh già, nel fantastico mondo delle webzine musicali può accadere anche che un appassionato di musica con notevoli lacune (io) recensisca una band (i The R’s) e dica “assomigliano a X” senza che questo abbia effettivamente senso, e che non solo nessuno gli dica “ma che cazzo dici” ma che anche altr* recensor* gli vadano dietro, alimentando qualcosa che non esiste. Trovato il colpevole (magari era stato qualcuno di molto più influente di me, ma il primo Ep dei The R’s non ce lo eravamo proprio inculat* in tantissim*) la band non mi ha comunque defenestrato e la serata è finita bene, ma ho imparato che a volte si possono sparare delle parole senza avere ben chiaro cosa stai dicendo e quelle parole comunque attecchiscono: un po’ come per Coca Puma, artista ospite di questa settimana, che si è ritrovata la parola “jazz” spesso citata per definire il suo album d’esordio Panorama Olivia e non è che le faccia troppo piacere.

Non si può dire che Costanza Puma col jazz non ci abbia mai avuto a che fare, certo: romana classe 1998, laureata in conservatorio, prima di mettersi in proprio suonava in una formazione nu jazz con cui cantava in inglese, ma nel proprio percorso musicale sono entrate parecchie altre influenze. Se proprio deve definire Panorama Olivia, uscito l’anno scorso per Dischi Sotterranei e ODD, preferisce usare la parola pop, come fa in quest’intervista, anche se ovviamente è una parola altrettanto limitante: le dieci canzoni del suo disco d’esordio (di cui tre sono brevi interludi) si muovono fra suoni elettronici e anima soul, dream pop e una certa raffinatezza formale che forse è ciò che ti fa venire in mente il jazz, perché al jazz riserviamo uno status (mi ci metto pure io dentro eh) che al pop non siamo dispost* a concedere. Anche di post-rock parla Puma fra le sue influenze, e forse è ciò che fa deragliare a metà Tardi, animando il languido pop elettronico in una rincorsa fra piano, voce e distorsioni, e porta verso ariosità inaspettate la conclusiva Come vuoi, ma anche quando si rimane sul pezzo senza concedersi divagazioni improvvise la varietà è assicurata: la strumentale Tappeto trascina con la sua ritmica spezzata e i suoni elettronici da club, Porta Pia è morbidezza soul a cui Puma dona con la voce una languida scazzatezza, Lupo Volkswagen un viaggio notturno fatto di urban pop dal sapore vagamente nineties. Il più grosso difetto di Panorama Olivia è che dura poco, perché l’atmosfera che crea vorresti durasse di più: il suo più grande pregio è quello di costruire un suono che, pur cambiando da brano a brano, resta personale e ben delineato, il che per il disco un’artista di ventisei anni è da dare tutt’altro che per scontato.

Puma con le atmosfere ci sa fare dopotutto, perché a fianco della sua carriera sul palco ne ha una da sonorizzatrice: ha lavorato alla colonna sonora del film Quasi a casa della regista esordiente Carolina Pavone, sta lavorando per conto dell’Istituto Luce su alcune pillole d’archivio e per lo stesso Istituto ha già composto le musiche di La rivoluzione siamo Noi (2020), film che racconta il decennio artistico 67/77 in Italia. Un bagaglio d’esperienza non indifferente, che si somma a tutti gli attestati di stima che hanno reso Puma una delle artiste più chiacchierate all’interno del panorama musicale indipendente nostrano nell’ultimo anno: ora non resta che attendere pazientemente le sue prossime evoluzioni.

Di Tardi e del suo “deragliamento” ho già accennato sopra, e appena l’ho sentita ho subito pensato che avrei voluto trasporre in parole la sorpresa che mi ha suscitato sentire il brano mutare così improvvisamente e naturalmente: i testi di Puma sono scarni e talvolta criptici, il che mi ha permesso di colorare gli spazi vuoti e immaginare una coppia a letto che mette momentaneamente il mondo in standby, salvo dover far fronte a un cambiamento stupido nella sua banalità ma che, come capita talvolta con gli eventi piccoli e non così memorabili, finisce per fissarsi in testa e rappresentare più di quel che appare. Un sacco di parole per spiegare qualcosa che potete leggere poco più in basso, subito dopo il brano che ha ispirato il racconto, facendovene un’idea diretta: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Da me o da te

È tardi. Non avremmo nemmeno dovuto rimboccarci le lenzuola. La vita ci chiama. Le diciamo di aspettare.

Come risolviamo il turno delle sei a lavoro? Chiama, mettiti in malattia. E la sessione mattutina in palestra? Saltala, abbiamo già fatto abbastanza allenamento qui.

Restiamo ancora un po’. Proviamo a restare per sempre. Resistiamo alle tentazioni del giorno, alla voglia di una tazzina di caffè. La moka è da pulire, da riempire, da aspettare. Liberiamoci di ogni voglia che non sia di noi. Continua ad abbracciarmi.

Vedo il tuo orecchio fremere. Non ascoltare la notifica sul cellulare. I tuoi occhi si aprono, il tuo braccio si allunga. Non guardare, dai. Non lasciare entrare il mondo.

«Cazzo».

«Mmm?»

«Mia mamma».

«Cosa? Sta male?»

«Sta venendo qui. Arriva tra mezz’ora al massimo».

«E non puoi dirle di aspettarti da qualche parte?»

«Mica posso lasciarla fuori da casa sua».

«Eh?»

«Dai, muoviti!»

«Abiti con tua mamma?»

«Secondo te posso permettermi un appartamento così?»

«Pensavo avessi affittato la stanza».

«Hai mai visto dei coinquilini?»

«Ma chi cazzo li ha cercati!»

«Va be’ senti, devi andare».

«Perché? Ti vergogni di avere una vita sessuale?»

«Vuoi conoscere mia madre?»

«…»

«Vorresti che io conosca tua madre?»

«Conoscessi».

«…»

«Mmm. Non ancora mi sa».

«Vestiti allora».

«Ma che palle».

«Eh. Doveva essere via per lavoro fino a stasera».

«E invece».

«Eh».

Restiamo sulla soglia. Ancora qualche minuto, ancora qualche secondo. Vado a prendere il caffè al bar di fronte. Dalla vetrata vedo la finestra di casa tua. Ti affacci. Mi guardi, ti guardo. Mimo con le mani, la prossima volta da me. Anche se c’è gente, anche se c’è casino. Sorridi. La prossima volta, se ci chiamano non rispondiamo più.

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The great indie swindle: ascesa e caduta di un genere in Sotto traccia di Hamilton Santià

Estrapolare un discorso coerente dalla lunga “militanza” nel mondo della musica indipendente per me è parecchio complicato. Se mi guardo indietro vedo frammenti incoerenti che potrebbero comporre un quadro se mi concentrassi abbastanza, ma quello che mi ha sempre spinto verso un ascolto piuttosto che un altro sono stati la passione e la voglia di sfuggire agli schemi, anche quando quegli schemi non avevano ancora il nome di algoritmo: per dirla con il titolo del disco d’esordio di una band che ho ascoltato poco, e di cui ho affossato in una recensione probabilmente poco approfondita il secondo disco, Whatever people say I am, that’s what I’m not. Forse per questo ammiro persone come Hamilton Santià, che di musica ha scritto per anni negli stessi anni in cui ne scrivevo io ma che in quel mondo che usciva dal grunge e dall’alternative rock per tuffarsi nell’indie ha navigato con più trasporto, esplorandolo a fondo e rischiando di affogarci dentro mentre io, dalla scrivania della mia cameretta prima e del mio salotto in seguito, recensivo su più o meno oscure webzine altrettanto oscur* artist* dopo aver finito le mie otto ore in fabbrica: ammiro una dedizione che per me è stata sempre subalterna allo stipendio con cui pagarmi l’affitto, e ammiro la capacità di farne un racconto. Un racconto di fallimento, perché “grunge” e “alternative rock” prima e “indie” poi sono etichette che, seguendo il ragionamento di Santià, sono servite alle multinazionali dell’intrattenimento (e non solo) per appropriarsi del nostro sogno di vedere il mondo cambiare con la musica, di una rivoluzione dal basso che si schianta più volte dalla morte di Kurt Cobain alle Olimpiadi di Londra del 2012, dove Elisabetta II ascolta i Sex Pistols cantare “Non c’è futuro, per il sogno inglese” mentre si sta vivendo esattamente il sogno inglese, parafrasando l’outro di Sotto traccia – Una storia indie contemporanea, pubblicato ad aprile 2024 dalla casa editrice effequ.

Quella che state per leggere è una storia personale, sfacciatamente parziale e che si prende le sue responsabilità. Parla di musica, di un certo tipo di musica che si ripara sotto un’etichetta ormai diventata luogo comune, nel bene e nel male. Una parola che è stata svuotata di ogni significato e usata secondo ogni tipo di appropriazione possibile. Una parola che, però, in un certo periodo storico ha voluto rappresentare qualcosa di specifico che non si limitava a un modo di scrivere canzoni o di suonare le chitarre, semmai uno ‘stare nel mondo’ che prendeva posizione: da un lato ci sono loro, dall’altro ci siamo noi.

Questa parola è indie.

Ma chi sono loro?

Già queste righe introduttive, in cui “si mettono le mani avanti” come scrive lo stesso Santià nel sottotitolo dell’intro, lasciano trasparire il clima che aleggia fra le più di trecento pagine del libro, un saggio pop che fa della passione viscerale per la musica e di una visione anche politica della stessa il suo motore principale, analizzando con la discontinuità e parzialità data dai sentimenti una storia che dai Nirvana che colonizzano Mtv è passata all’omologazione (quasi) completa di qualsiasi forma di controcultura, e in una ventina d’anni è passata dalla battaglia delle major (e dei Metallica) contro Napster al “democratico” Spotify che paga un forfait ad alcun* artist* per creare canzoni che intasino le playlist permettendo loro di pagare ancora meno diritti d’autore. La storia si interrompe nel 2012, proprio l’anno in cui la piattaforma svedese dà un ulteriore colpo alla nostra speranza, manifesta o recondita che sia, di cambiamento dal basso, ma pur essendo una storia di sconfitta non significa che Santià non sia capace di farci ballare sulle rovine.

Una storia personale e sfacciatamente parziale, anticipa l’autore, e quel “pop” che segue la parola “saggio” è dovuto proprio a queste due premesse. Si segue Santià con trasporto, trascinati dalla passione che trasuda dalle sue analisi e dai suoi ricordi, ma a dispetto della struttura cronologica Sotto traccia è molto più frammentario nel costruire la sua tesi, aprendosi a divagazioni che, come nelle conversazioni che ogni amante della musica avrà avuto più volte nella vita, finiscono per farti pensare “qui come ci sono arrivato?” Non mancano punti focali, sia musicali (la già citata morte di Cobain o l’uscita di Ok computer dei Radiohead) che storici (il G8 di Genova e la crisi del 2008), ma fra una tappa e l’altra l’autore si fa trasportare più dai sentimenti che dall’intenzione di creare un vero sistema, arrivando a conclusioni condivisibili con spiegazioni che fanno troppi giri per essere davvero convincenti. Questo non gli impedisce però di legare musica e politica, sulla scia del più volte citato Mark Fisher, agganciando alla critica musicale una critica sociale portata avanti con riferimenti interessanti e approfonditi, donando al libro un ulteriore livello di profondità.

[…] quando smette di essere identitario e si fa solo elemento di appropriazione, l’indie come ogni altra categoria di mercato diventa una delle tante variazioni sul tema dominante. Il sensibile softboi, lo stereotipo indie, non è che una raccolta di beni posizionali utili ad affermare una posizione di dominio; la dinamica sessuale in questo senso non diventa nemmeno da intendere secondo lo schema predatorio tradizionale, ma come ‘atto dovuto’ – sono intelligente, sono sensibile, sono problematico, ergo devi venire a letto con me. Avere tutto codificato, diventare una serie di norme è il primo passo per essere parte del problema e non della soluzione. Succede tutte le volte perché, come fanno notare Luc Boltanski e Ève Chiapello nel loro Il nuovo spirito del capitalismo, il capitale trionfa là dove riesce a fare proprio quel bisogno diffuso di autenticità e differenza, trasformando lo spirito e il contenuto delle contestazioni in merce, e rendendo dunque impotente o vano o complice qualunque esempio di opposizione o critica sociale.

Pur essendo un viaggio discontinuo, veicolato anche e soprattutto dalle passioni personali (gli Oasis ad esempio, i cui testi commentati erano il cuore di un libro pubblicato da Santià nel 2011 per la casa editrice Arcana), ragazz* che viaggio! Nel commentarlo non posso esimermi dall’essere anche io di parte, perché gli anni che descrive li ho vissuti, ho attraversato con dinamiche diverse lo stesso terreno virtuale delle prime webzine (compreso il periodo delle recensioni estremamente negative per “darsi un tono”, il cui caso più clamoroso è stata la stroncatura di Shine on degli effettivamente terribili Jet operata da Pitchfork attraverso una recensione composta solamente da un breve video di una scimmia che si piscia in bocca), abbiamo sviluppato dipendenze musicali comuni e visto, con la stessa disillusione mista a speranza (che non muore mai, altrimenti non avrei aperto questo blog), il castello di carte della “musica indipendente come soluzione ai problemi del mondo” crollare su sé stesso più e più volte. Sotto traccia è, per chiunque abbia amato l’indie in ogni sua accezione nel periodo storico analizzato (e anche oltre), una lettura che stimola esattamente quei centri nervosi che ti fanno discutere di musica per ore con gli amici giusti, e amen se non potevo esprimere il mio scetticismo sul fatto che Last nite dei The Strokes sia un brano da tramandare ai posteri, ribaltare il suo giudizio negativo su I milanesi ammazzano il sabato degli Afterhours (entrambi però concordiamo sulla portata comunitaria di alcune scelte di Manuel Agnelli) o abbracciarlo quando arriva a citare Future Of The Left e Fuck Buttons: l’ho fatto nella mia testa, e sono sicuro che potrà farlo chiunque ami la musica in generale e questa musica in particolare.

Negli anni avrò visto i Cloud Nothings molte volte, ma pochi altri concerti mi hanno colpito come il loro concerto a Londra nell’ottobre 2012. Salgono sul palco del Village Underground di Shoreditch coi vestiti che avevano la sera prima. Non è una cosa banale dato il periodo storico, ma i Cloud Nothings dal vivo spaccano e sembra subito che abbiano un senso del qui e ora e, soprattutto, una strada da percorrere. Sul palco urlano come se fosse davvero il loro ultimo concerto. E le loro urla sono convincenti. Sono grida di disperazione che non cadono nel vuoto. Anzi. Il pubblico va vicino, avanza brano dopo brano e a un certo punto succede una cosa che non vedevo da tempo: inizia a cantare all’unisono le canzoni. E c’è una cosa che per un momento, per un solo piccolo momento, mi fa ben sperare per futuro del mondo: le prime file sono occupate da ventenni. Cercando un’unione sincera con il pubblico, con una generazione che cerca motivi per unirsi, urlare e riconoscersi in canzoni che esplicitano il disagio generazionale post crisi economica, mi sembrava che i Cloud Nothings raccontassero molto bene le urgenze di una generazione in cerca di una voce attraverso un’elettricità incazzata capace di rappresentare la sincerità di un disagio reale e di una precarietà esistenziale. Precarietà esistenziale che si cerca di combattere in qualche modo.

Sotto traccia è un libro sincero ed appassionato, imprescindibile per chiunque ritenga la missione di questo minuscolo blog/aspirante rivista letteraria meritevole (non vi sarà sfuggito che alcune delle band menzionate hanno dei racconti dedicati su queste schermate, ma avrei potute menzionarne molte altre, dai Godspeed You! Black Emperor ai The National), e tale rimane nonostante un numero insolitamente alto di refusi: lo si può perdonare a chi riesce a farti fare un viaggio nel tempo, stimolando la tua nostalgia mentre riesce efficacemente a disinnescarla e problematizzarla.

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Racconto in musica 190: Fuori tutto UniNeuro (Post Nebbia – Freni inibitori)

I miei genitori non si sono mai concessi vacanze, al massimo gite. Le mie estati fino a vent’anni le ho passate in parte sulle sponde del Ticino (“vicino a San Martino”, come canta il mio conterraneo Bugo) e in parte girando in motorino per la desolazione padana, ma frammenti dell’Italia mi sono passati davanti agli occhi in altre occasioni: visite in giornata a Crodo e Bognanco che mi fanno chiedere, a più di trent’anni di distanza, quale fascinazione avessero i miei per le acque minerali (delle terme non abbiamo mai usufruito, e penso di non aver mai visto nemmeno IL MURO DEL DIAVOLO a Crodo), più le mete spirituali come il Santuario di Oropa e, allargandosi al Veneto da cui arrivava mio padre, Padova. Padova che avrà sicuramente i suoi lati interessanti, gli angoli caratteristici, ma che per me è stata sempre e solo la Basilica di Sant’Antonio. Ho visto solo quella, ricordo frammenti solo di quella: la città è un corollario che non si è impresso nella mia mente, attraversata di fretta o forse dimenticata dal me stesso di allora che probabilmente preferiva essere al Ticino piuttosto che lì, e che ha influenzato il me stesso di oggi che, quando va a visitare una famosa cattedrale, si guarda in giro pensando “ok, un’altra chiesa”. Che vita grama, direte voi, ma c’è di peggio. Che cazzo ce ne frega delle tue vacanze da piccolo, obietterete anche, ma vi spiego subito il collegamento: nella mia testa, oltre alla Basilica, Padova si sta ormai stabilmente associando a furia di ascolti ai Post Nebbia.

Nella mia desolata provincia novarese i primi passi per imparare a suonare decentemente uno strumento li ho fatto prendendo lezioni di chitarra dai Cantori del paese da appena maggiorenne: Carlo Corbellini, deus ex machina dei Post Nebbia, alla musica si è approcciato fin dai dieci anni in una scuola di musica parrocchiale, lasciata a quattordici anni per cominciare già a sperimentare in proprio ma non prima di aver conosciuto Niccolò Bosio, Andrea Cadel e Riccardo Chillin, rispettivamente tastierista, bassista e batterista di quelli che di lì a qualche anno saranno i Post Nebbia. Il frutto degli esperimenti di home recording di Corbellini e dell’amalgama successiva coi compari verrà alla luce nel 2018, anno in cui i membri della band chi più che meno sono appena maggiorenni (alla stessa età io imparavo orgogliosamente a furia di bestemmie il barré, deludendo sia Sant’Antonio da Padova che il locale Beato Pacifico da Cerano): Prima stagione è un’autoproduzione che frulla testi di contorta introspezione a una musica che può essere riassunta, facendole un torto, nella formula psych pop; echi dei Tame Impala mai negati che si mischiano a una certa plastificazione ottantiana nostrana e ad inserti di funk, voci fuori campo e tante altre cose che si sposano efficacemente, restituendo l’immagine di una band che non stona in un panorama dove Tommaso Paradiso sta cercando di trasformarsi in Umberto Tozzi ma che ha qualcosa di più profondo da dire rispetto. La Tempesta e Dischi Sotterranei non per niente si interessano a loro, pubblicando insieme il successivo Canale paesaggi (2020), un disco che arriva dopo un lockdown autoimposto di Corbellini per scrivere i brani (il cantante e chitarrista della band è autore sia dei testi che della muisca, come spiega in questa intervista dove usa la metafora della “dittatura nazista” per spiegare che si fanno solo le sue cose, anche se lo stare insieme e lo sviluppo in studio delle idee influenza per forza di cose la sua scrittura) e uno imposto successivamente dal Covid, prove alle quali per fortuna il leader dei Post Nebbia sopravvive: il secondo disco della band gira intorno al mondo televisivo, quello dei tg regionali e delle pubblicità di auto il cui possesso dovrebbe regalarti la felicità, dicendolo con le loro parole “esplora l’esperienza emotiva e sensoriale dello spettatore televisivo, prendendo ispirazione dal flusso commerciale della televisione regionale, da alcuni scritti di David Foster Wallace e dalla nuova comicità americana dell’assurdo” e lo fa affinando ancora di più la penna di Corbellini e rendendo ancora più caleidoscopico il mondo sonoro che fa da quadro alle Televendite di quadri e alle altre storture indagate dal quartetto, non mancando di coinvolgere il concetto di bolla (“sto scegliendo i miei mezzi di informazione per confermare quello che so già” cantano in La mia bolla) e l’iperpervasività dell’ironia che pure loro stessi utilizzano (“con tutta questa ironia non capisco più cosa vuoi comunicarmi”, Vietnam).

Dischi sotterranei resta al fianco della band, che nel frattempo continua a farsi un nome girando tutta la penisola e partecipando a festival come il MiAmi, anche per il successivo Entropia Padrepio (2022), anticipato l’anno precedente dalla “hit estiva” Veneto d’estate che con Nico LaOnda rilegge ironicamente la canzone del duo Fabi-Gazzé. Il terzo disco dei Post Nebbia si sposta dal mondo televisivo a quello religioso, vorticandoci intorno a tutto tondo ed operando una sintesi fra l’assurdità della fede e il bisogno di credere: il mio primo timido approccio con la band è iniziato con questo disco, complice Matteo Bordone e questa puntata del suo podcast Tienimi Bordone (potete ascoltarla solo se siete abbonat* a Il Post, sorry), e riascoltato a nastro nelle ultime settimane non perde niente della sua carica, della profondità dei suoi testi e della musica, che si fa più weird piazzando bordate di synth nei punti giusti e piccoli dettagli qua e là che sembrano meravigliosamente fuori posto, allegria nell’inquietudine o inquietudine nell’allegria. Fra la morbidezza di Viale Santissima Trinità in cui pullman di calabresi arrivano in città perché “qualcuno ha visto Gesù dentro al parcheggio della pizzeria” e le asperità tenebrose di Voce fuori campo (“Sarò uno schiavo, un soldato, un burattino di legno/ Di un’entità che si rifiuta di mostrarsi a me” è una frase esplicativa di quanto Corbellini esplori attentamente tutto l’ambito che riguarda la fuga delle persone da sé stesse) trova spazio anche il citazionismo ermetico di un capolavoro come Neon Genesis Evangelion in Oltre la soglia, brano che chiude un album che nel “Padrepio” scritto tutto attaccato del titolo “controbilancia con leggerezza un disco che non è affatto leggero”, come racconta lo stesso Corbellini in un’intervista per La Repubblica. Prodotto da Fight Pausa dei 72-Hour Post Fight (che qui apprezziamo molto), Entropia Padrepio vede anche un cambio di formazione all’interno della band, con l’uscita di Chillin e Bosio e l’ingresso al loro posto di Giovanni Dodini alla batteria e Giulio Patarnello alle tastiere.

Nell’intervista linkata più in alto Corbellini ha modo di parlare di Momentum dei Calibro 35 (altra band che qui apprezziamo molto), disco che lo affascina molto perché “loro hanno rinunciato a definire un concept narrativo come avevano fatto in altri dischi in cui c’è una direzione precisa. Vorrei riuscire a fare qualcosa così”: uscito da poche settimane, Pista nera è forse il disco dei Post Nebbia che più si avvicina a questa libertà di spaziare. Più diretto e coeso rispetto ai dischi precedenti, l’ultimo lavoro della band è anche il meno ironico: scritto tenendo conto della resa sul palco, come afferma Corbellini in quest’altra intervista (quanti link oggi!), Pista nera è pervaso da un forte senso di pessimismo dovuto parzialmente al fatto che, utilizzando le sue stesse parole “il mio ideale di vita felice sembra legato a un’epoca che si è deteriorata, che non esiste più”. L’entropia del disco precedente comincia a mangiarsi tutto, a partire da Non lo so (“Io non lo so/ so solo che/ non rimarrà/ nulla di noi” recita Corbellini mentre sotto la sua voce il ritmo ti invoglia a danzare sul disastro) per arrivare alla solare e scanzonata Piramide, in cui l’arrivismo odierno viene espresso perfettamente nella frase “vedo i tuoi occhi scintillare/ mentre ti aggrappi con le mani/ alla catena alimentare”. Disilluso ma tutt’altro che arreso, nonostante quella disillusione abbia toccato profondamente Corbellini, l’ultimo disco in ordine cronologico dei Post Nebbia è un altro centro e la band lo sta già portando in giro in Italia e in Europa: da Milano passeranno a fine gennaio ai Magazzini Generali e io sono pronto a farmi come regali di Natale il biglietto per il loro live.

Freni inibitori è l’ottava traccia di Entropia Padrepio e una delle canzoni che ho ascoltato più ossessivamente in questo 2024: attraverso immagini di rara efficacia Corbellini restituisce nel testo tutta l’assurdità e la drammaticità della situazione di chi vorrebbe buttarsi e non riesce a farlo, con frasi come “cazzo ho dimenticato le chiavi/ qualcuno venga a rubare il timore da me” o “dammi la forza di pensare poco/ senza paura di farmi del male”, il tutto su una canzone che mescola leggiadria e tinte noir. Nel racconto che mi ha ispirato una sorta di venditore interiore cerca di svendere aggratis tutte queste catene, e visto che siamo quasi a Natale ed è ormai tradizione dedicare un racconto alla festa consumistica per eccellenza chi poteva mai essere l’acquirente? Scopritelo più in basso e ricordatevi che, in tempi in cui anche uno scrittore che ha vinto il Premio Strega viene sottoposto a TSO, la salute mentale è un tema su cui scherzare solo nel mondo della finzione: buon ascolto, buona lettura e buona nascita di Gesù.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Fuori tutto UniNeuro

Venga venga, si accomodi! Mi fa piacere che sia riuscito a venire, so quant’è occupato in questo periodo. Pure per noi è un periodo difficile, sa? Eh, i ricordi felici… Chi li ha mai visti? Noi qui solo traumi a lenta macerazione ma si sa, le emozioni invecchiate sono più preziose.

Ma si figuri, mica è un modo di trattare sul prezzo! Le pare? Noi che facciamo una cosa del genere, a lei poi? Qui siamo alla frutta le dico, alla frutta! Non è mica una svendita, noi regaliamo tutto! Guardi qui e mi dica se non è un’occasione da portarsi via subito: freni inibitori oliati regolarmente. Il bambino vuole buttarsi dal balcone? Vuole iscriversi a calcio, con tutto il fango sui vestiti che comporta? Ma blocchiamolo subito, poi vediamo se si riesce a sbloccarglieli più avanti!

Qui abbiamo un po’ di sacro timore reverenziale, e se non lo sa lei quanto tira il sacro in questo periodo. È il tipo di cose che serve oggi per i bambini cattivi, il carbone ormai è obsoleto! Anche per una questione ambientale, lei che va in giro con le renne da una vita dovrebbe essere abbastanza sensibile all’argomento.

Questo blocco nero? Mah guardi, se sa a chi portarlo può anche essere utile, ma va maneggiato con attenzione. Rancore purissimo, covato per anni e mai rilasciato. Eh sì, ce n’è in abbondanza in quelle macchine schifose, ma di questa qualità è ben raro trovarne. Nel bambino giusto può anche funzionare da calmante: uno lo attiva, si fa le sue fantasie di vendetta e poi zac! Un bel complesso di inferiorità e tutto si ferma lì. A quanto lo faccio? Ma gliel’ho già detto che buttiamo via tutto!

Abbiamo il magazzino pieno di buone dosi di cautela, metta che vuole tenere un po’ a freno i manager del futuro… sì li vogliono spietati, poi quando però l’assicurazione medica non paga fanno il tifo per chi gli spara. Che mondo eh? Eh certo, oh oh oh, ridiamoci sopra e speriamo nel futuro. Ah, abbiamo anche questa bella zavorra per il cuore: se lo si nasconde abbastanza in basso come si fa a spezzarlo?

Il giro l’abbiamo finito, come vede non ci è rimasto molto: quando vivi di poche emozioni quelle finiscono per mangiarsi tutto. Davvero le interessa quello? Tutto intero? Ma è perfetto! Le faccio anche un bel pacchetto regalo! Solo… vede… c’è una piccola clausola. No ma si figuri, mica deve pagare niente! Per chi mi ha preso? È che abbiamo tutta questa paura di farci del male, in abbondanza, e pensavamo a tutti quei poveri masochisti in erba che potremmo salvare con le nostre scorte. A lei quanta ce ne starebbe in slitta? Mmm… facciamo un pochino di più? Le diamo anche una mano col trasporto, dai.

Ooooooh, lo sapevo che si poteva trovare un accordo! Tutti felici, lei ha i suoi regali per bambini buoni e cattivi e noi siamo un po’ più scarichi. E a Natale lo sa che facciamo per festeggiare? Un bel doppio carpiato dentro al tritacarne, non vediamo l’ora di iniziare così la giornata! Ma si figuri, grazie a lei! E a non rivederci!

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Racconto in musica 189: Qualcosa di cui parlare (English Teacher – Broken biscuits)

Uno dei ricordi più belli che ho sul fronte della musica dal vivo è il Mad Cool Festival di Madrid, edizione 2017. Io e un mio amico ci siamo fatti tre giorni in un’enorme area che conteneva cinque palchi diversi e un cartellone sterminato di nomi, dagli headliner Foo Fighters, Green Day e Kings of Leon a nomi più piccoli e misconosciuti, fra i quali ho pescato anche band che sono finite su queste pagine (le Deap Vally, per dirne una). Pur avendo quarantacinque anni sul groppone io una cosa del genere in Italia non l’ho mai vissuta, un po’ perché non mi sono mai cagato l’Heineken Jammin Festival che, coi suoi pro e contro (fra i contro c’è Vasco Rossi headliner un sacco di volte, ma sono di parte), è la cosa che più si avvicinava ai festival enormi che nel resto d’Europa continuano a svolgersi (anche se pare che il mercato sia in crisi), un po’ perché essendo per la causa della musica bella che fa la fame mi sono concentrato sempre più su festival minori, dal Balla coi cinghiali alla Repubblica Indipendente di Lu che ho più volte citato all’interno di questo blog. La situazione a oggi non è certo cambiata in meglio: i piccoli festival fanno fatica, quelli grossi non esistono (non considero gli I-Days et similia qualcosa di lontanamente paragonabile, visto che sono singole giornate scollegate e che non intrattengono da mattina a sera/notte come il dio dei festival comanderebbe: cosa diversa gli Indipendent Days che li originarono a fine anni 90, che frequentai ahimè solo sporadicamente), così per riprovare quella bella sensazione a luglio emigrerò nuovamente in Spagna, per la precisione a Bilbao per il BBK. Il festival basco è di quelli medio grossi e, come usanza spesso in questo tipo di eventi, mischia i generi come qui siamo poco abituati a vedere: quando ho scoperto che l’headliner principale sarebbe stata Kylie Minogue ammetto che ho avuto qualche ripensamento, ma ero sicuro che il cartellone mi avrebbe dato soddisfazione almeno nei nomi di cui ignoravo l’esistenza: gli English Teacher vengono proprio da quel calderone lì, e dopo svariati ascolti posso dire che spenderei i soldi di quel festival (che si svolge sulle colline fuori dalla città e ha anche un’area camping, giusto per tentarvi nel caso vogliate farci un salto pure voi) anche solo per vedere loro dal vivo.

Carriera breve quella del quartetto britannico formato da Lily Fontaine (voce, chitarra ritmica, synth), Lewis Whiting (chitarra solista, synth), Douglas Frost (batteria, piano, synth, cori) e Nicholas Eden (basso), conosciutisi frequentando il conservatorio di Leeds. Gli English Teacher nascono infatti ufficialmente nel 2020, anche se per due anni in precedenza hanno suonato insieme in una band dream-pop chiamata Frank: di quel dream pop, leggendo le dichiarazioni di Fontaine stessa sulla pagina wikipedia inglese, resta ben poco, forse una base da cui partire per poi far cadere su sé stesso il castello di carte della comfort zone sotto cui avete pensato di potervi riparare.

Il primo singolo della band sono sicuro di averlo intercettato, perché ricordo una delle decine di ricerche google aperte sullo smartphone riguardante una band che ha sfornato la canzone “R&B e Wallace”: peccato che poi si sono rivelati i titoli di due brani di cui il primo, R&B, già capace di far alzare le orecchie a molta gente nel 2021, con il suo andamento post punk e le liriche di Fontaine che parlano di sindrome dell’impostore e di stereotipi nel mondo della musica. Entrambi i brani finiranno sul disco d’esordio, ma prima di quel passo la band sforna l’Ep Polyawkward per l’etichetta Nice Swan, ampliando già il campo della propria musica che, in piena ondata post-punk, poteva restare relegata lì e invece no. Il ritmo catchy di Good grief stuprato da svisate chitarristiche nel breve tempo di manco tre minuti, l’incedere malaticcio e zoppicante di Mental maths su cui si appoggiano improvvise sfuriate di accordi trapananti, la tranquillità di A55 che sfocia in un finale synthaticamente apocalittico, in ogni brano gli English Teacher fanno tutto e il contrario di tutto e senza mai sembrare inutilmente fantasiosi: ognuno dei cinque brani va dove dovrebbe andare, solo che non sempre è dove ti aspetti che andrà.

Per il disco d’esordio la band si accasa alla Island, quindi più in territorio major che indipendente, ma il loro approccio resta deliziosamente anarchico e imprevedibile. This could be Texas esce nel 2024 e parte diretto con la melodia morbida e avvolgente di Albatross, tranquilla e “carezzevole” come direbbe Matteo Bordone ma comunque capace di farsi ossessiva nel finale: dire che il disco è tutto così è allo stesso tempo la cosa più sbagliata e quella perfetta da dire, perché non è che tutti i brani seguano questo schema, anzi, ma l’idea di corrodere dall’interno formule che sembrano apparentemente fatte per il grande pubblico è un gioco che gli riesce quasi sempre benissimo. In I’m not criyng, you’re crying ad esempio, dove il semplice gioco strofa-ritornello viene dilatato rispetto al post punk iniziale fino a farti dimenticare che la struttura è molto più semplice di quanto sembri, nella title track tutta placidezza (quasi natalizia visto il periodo) di synth, piano e fiati che a due terzi viene rapita da un ritmo di chitarra storto che entra lì come se fosse la cosa più normale del mondo lasciando poi agli archi il compito di chiudere in bellezza, un gioco che provano anche in Nearly daffodils senza che lo schema appaia come una ripetizione dato che in mezzo c’è tutto un altro mondo. Volete l’autotune? Nella struggente The best tears of your life Fontaine la piazza sulla sua voce nei ritornelli e invece che sembrare una scelta azzardata il risultato sono lacrime a pioggia. Volete gli Slint? Cazzo c’è pure la loro anima acciaccata, in Not everybody gets to go to space, perché gli English Teacher non si fanno mancare nemmeno lo spoken word e portano le atmosfere della band del Kentucky in territori pieni di synth e archi per poi concludere nella maniera più anticlimax possibile affermando che se tutti potessero andare nello spazio “nessuno vorrebbe più pulire”. Hanno anche dei difetti? Sì, perché il disco si chiude con una serie di brani troppo rilassati, ma lamentarsi della progressione continua di Albert Road è davvero fargli le pulci.

Broken biscuits è la terza traccia del disco, un brano che parte con una tastierina giocattolosa e riesce a mantenere quell’atmosfera sognante da ricordi d’infanzia nonostante le immagini evocate dalla voce di Fontaine mostrino le crepe evidenti di quel quadretto. Prendendo a prestito queste suggestioni ho improvvisato un colloquio paziente-psicolog* in cui solo la voce della prima è presente, stilando un elenco delle propria ossa (e non solo) rotte alla ricerca di una soluzione per ciò che davvero si è rotto in lei. Potete consultare i traumi fisici e mentali della protagonista del racconto appena più in basso, subito dopo la canzone che lo ha ispirato: buon ascolto e buona lettura.

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Qualcosa di cui parlare

Le spalle me le sono spaccate entrambe. No, non nello stesso momento. La prima cadendo dalla bicicletta. Ci crede? Mi ha tagliato la strada un coglione col monopattino elettrico, ha provato anche a scappare il bastardo. Ok, non sarei caduta se avessi bevuto meno, ma lui è passato col rosso e per come la vedo io aveva sicuramente più torto di quanto io avessi ragione.

Il cuore? Batte, che cazzo dovrebbe fare d’altro. Sì, ho capito cosa intende. Ero sarcastica ok? È per caso un delitto anche questo adesso? Sì, ho capito. Ok, ok, non ricominci un’altra volta. Mi hanno spezzato il cuore, per usare il suo termine vetusto, penso una volta sola in vita mia. O almeno, così su due piedi mi viene in mente solo quella, ma se mi fosse importato qualcosa me ne verrebbero in mente altre no? Il sepolto, come dice lei. Ah, non dice così? Va be’, tornando a bomba, aveva i capelli medio lunghi e il tipico ghigno di chi sai che sta per incularti. Non ho mai capito cosa facesse per tirare avanti. Sì, in effetti aveva quasi solo difetti, ma che voglia di vivere! Non pensavo di essere il tipo di persona che può divertirsi fino alle sei di mattina prima di conoscerlo, per cui suppongo di dovergli essere grata di qualcosa. Forse è il senso di colpa ad avermi spezzato il cuore più che lui come persona.

Vediamo, cos’altro. Il ginocchio, una tibia. Le dita del piede, il destro, tutte in una botta sola. Che ci vuol fare, certa gente non sa neanche entrare pulita su un pallone. Ah, il labbro, all’università. Me l’ha rotto il mio migliore amico quando mi ha vista baciare la sua fidanzata. Perché ex amico? Ex fidanzata al massimo, io e lui ci siamo conosciuti così.

Ne ho passate un bel po’, se è lì che voleva arrivare, eppure a questa cosa dei biscotti non riesco ancora a passarci sopra. E sì, lo so a cosa mi riporta quel rumore, alla mamma che li rompeva nel latte, al risucchio che faceva bevendolo che allora mi faceva ridere e oggi mi provoca lo schifo, ma non mi dà comunque ai nervi come il rumore di biscotti spezzati. Quel rumore mi ricorda l’ultimo periodo in cui le cose sono andate veramente bene, e anche se lo so non riesco comunque a farci pace. E lo so che lo sa anche lei, sono sei mesi che vengo qui proprio per questo, quindi non mi faccia le pulci sul sarcasmo e provi a rispondermi a questa semplice domanda: ce la fa ad aiutarmi o vuole che mi spezzi qualche altro osso per avere qualcosa di cui parlare?

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A Natale siamo tutt* più lettor*: i consigli narrativi di Tremila Battute

Se seguite la pagina Facebook di Tremila Battute (pare che Instagram sia più performante ma che ci volete fare, abbiamo scelto il social dei boomer e siamo troppo pigri per aprire un altro profilo) vi sarete accort* che ogni mese pubblichiamo le nostre letture. Di molti di quei libri avremmo voluto parlarvi, consigliarveli, ma ci manca pure il tempo per vivere (o per giocare a Batman: Arkham Knight con una decina d’anni di ritardo o giù di lì) e non sempre parliamo di tutto ciò che vorremmo: approfittiamo quindi delle feste in arrivo per consigliarvi brevemente un tot di libri che secondo noi potrebbero (e dovrebbero) allietare le vostre serate/mattinate/pomeriggi/qualunque periodo della giornata. Cominciamo da

Mario Levrero – A caccia di conigli (piédimosca)

Cos’hanno i conigli di tanto particolare e inquietante da convincere gli amanuensi a ritrarli come spietati assassini a margine delle pagine dei libri? Quale mistero hanno capito rispetto a noi per arrivare a suicidarsi in mille maniere creative nel libro di Andy Riley? Forse non lo sapremo mai, ma a fare da anello di congiunzione fra queste opere arriva la pubblicazione nella collana Glossa di piédimosca di A caccia di conigli di Mario Levrero.

Abbiamo impiegato un’infinità di estati per scoprire che i conigli, d’estate, emigrano dal bosco alla spiaggia. Usano costumi da bagno dai colori chiassosi, occhiali da sole e ombrelloni, e ci risulta quasi impossibile distinguerli dagli altri turisti. Oltretutto, noi del castello non siamo affezionati alla spiaggia, perciò alla fine abbiamo deciso di sospendere la caccia ai conigli d’estate, e invece giochiamo a tombola.

Uscita originariamente nel 1986, la raccolta di micronarrazioni di Levrero è un compendio anarchico ed affascinante di situazioni in cui cacciatori, conigli, guardaboschi e altri personaggi squinternati cambiano continuamente ruolo, da vittime ad aguzzini, fino a situazioni ancora più assurde come conigli usati come conchiglie, castelli da cui non si esce e il narratore stesso messo in mezzo. Non bastasse la fantasia delle situazioni, la qualità della scrittura di Levrero tocca vette sublimi.

Sergio Oricci – Materia prima (Transeuropa)

Un quarantenne in crisi sente il bisogno di avere un’esperienza spirituale. Il quarantenne si chiama Sergio e vive a Cluj-Napoca come Oricci stesso, che partendo da una finta autofiction e mischiando registri narrativi, dal flusso di coscienza in prima persona al teatro al diario, ci porta fra risate a denti stretti e riflessioni in un viaggio dai contorni sempre più onirici.

Lui «Vuoi un fazzoletto, tesoro?»
La figlia di lui «Chiedimelo di nuovo.»
Lui «Vuoi un fazzoletto, tesoro?»
La figlia di lui «Ancora una volta, papà.»
Lui «Vuoi un fazzoletto? Hai bisogno di un fazzoletto?»
La figlia di lui «Ancora, ti prego.»
Lui «Vuoi uno stramaledettissimo porcodio di fazzoletto, tesoro? Per asciugarti quello schifo che ti esce dal naso?»
La figlia di lui «Era la prima cosa normale che ti sentivo dire da settimane. Volevo solo sentirla ancora.»

Materia prima, uscito a maggio per Transeuropa (casa editrice che ha pubblicato di recente anche 20100 del nostro fido collaboratore Alex Roggero), è una lenta e ipnotica discesa in territori sempre più spersonalizzanti, dal flusso continuo di parole ad una condizione in cui le parole non servono più. Dai propri abissi interiori fino a bizzarre comunità spirituali, il viaggio di Sergio è un gorgo che risucchia il concetto stesso di personalità.

Benjamín Labatut – Maniac (Adelphi)

John Von Neumann è una delle figure più geniali ed enigmatiche dell’intero ventesimo secolo. Padre dei moderni calcolatori e della deterrenza attraverso l’accumulo di testate nucleari, genio tormentato e alcolizzato vanitoso, il fisico ungherese ha attraversato il secolo lasciando un segno permanente sulla storia. Labatut lo racconta attraverso le voci di chi lo ha conosciuto, rese in forma narrativa come se fossero delle interviste fuori tempo massimo, per poi arrivare a mostrarci le derive più affascinanti ed inquietanti della creatura cibernetica che Von Neumann ha contribuito a creare.

Anche se in seguito avrei dedicato tutta la mia vita alla fisica, a scuola ero un aspirante matematico, quindi sapevo quanto bastava per cogliere l’incredibile talento di Jancsi: mi spiegò la teoria degli insiemi – la base della matematica moderna – in un modo così semplice e ingegnoso che ancora ho difficoltà a capire come potesse averne una comprensione tanto profonda a un’età in cui non aveva neanche cominciato a radersi. Nei pochissimi momenti in cui lasciava cadere la sua maschera e parlava con sincerità, si capiva quanto fosse motivato. Era roso dalla passione per la logica, e per tutta la vita quel suo strano dono gli consentì di vedere le cose con straordinaria chiarezza, concedendogli una visione così acuta che le altre persone, la cui prospettiva è offuscata da pregiudizi e considerazioni emotive, trovavano il suo punto di vista del tutto incomprensibile. Jancsi tentava di dare un senso al mondo.

Labatut è un abile artigiano delle parole, conosce i trucchi del mestiere e sa alla perfezione come costruire una narrazione incalzante: saprebbe rendere interessante la storia di una pera, figuriamoci la vita del membro più geniale e pericolo del Progetto Manhattan.

David Valentini – Tutto ciò che poteva rompersi (Accento)

“Romanzo di racconti” è il termine che viene spesso usato per descrivere quei libri a cui si vuol dare il valore del romanzo, sminuendo al contempo la dignità dei racconti in sé e per sé. Tutto ciò che poteva rompersi di Valentini è un perfetto esponente della categoria (anche se nella seconda di copertina viene definito “romanzo scomposto”), ma gli intrecci fra le vite dell* protagonist* sono meno importanti della capacità dell’autore di sviscerarne l’interiorità.

Più avanti, la chiesa si erge solitaria e incompiuta. Dal campanile non è mai partito alcun rintocco. Il prete è venuto un paio di volte, ha espletato le sue funzioni in tono dimesso, dispensando brevi consigli e qualche ostia stantia, e se n’è andato. Si è fatto trasferire in un paese più abitato, da qualche parte in Umbria. Dicono che stare qui non aiutasse la sua malattia. Per come la vedo io, il concetto stesso di un prete depresso è contraddittorio, una crepa nel muro invalicabile della fede. Se Dio non riesce nemmeno a dare senso alla vita di un uomo, come può pensare di darlo a questo mondo? È una domanda che dovrei rivolgere a Filippo. Lui avrebbe di certo una risposta complicata da rifilarmi, qualcosa riassumibile con È per questo che Dio non esiste e i preti sono dei parassiti inutili.

Alla ricerca del proprio posto nel mondo, i personaggi di Valentini si schiantano contro problemi famigliari, lavorativi, sentimentali. Si rialzano, come fa chi è protagonista di una storia di finzione, ma con tutte le imperfezioni e le cicatrici addosso, come succede alle persone che avete attorno nella vita di tutti i giorni.

Federico Filippo Fagotto – Flaesh (Rossini)

Cosa accomuna un sessuomane che tira a campare vendendo cimeli di famiglia in un mercato rionale, una donna trascinata suo malgrado nella lotta ambientalista e una figura misteriosa che vaga per il Sudamerica alla ricerca di visioni? È quello che si scopre arrivando alla fine di Flaesh, secondo libro di Fagotto, un libro che parte come un giallo per poi dimenticarsi della sua natura con lo scorrere delle pagine, trascinato dalle peregrinazioni lungo la Storia di un’anima immortale.

«[…] vivere significa cercare di capire perché si è scelto di nascere. Non tutti capiscono di essere stati loro a scegliere di vivere e cercano quindi di scegliere ciò che ancora non è successo, mettendosi a progettare ogni cosa. Ma i progetti guardano alla morte e non alla nascita, peccato che la morte sia incomprensibile da questo lato.»
«Lato?»
«Al di qua del suo compimento. Capire la morte è compito della nostra prossima esistenza. Prima dobbiamo capire perché abbiamo scelto di nascere, una vita è degna di essere vissuta solo se ci porta a rispondere a questa domanda».

Denso e sfaccettato come nei migliori esempi di postmodernismo, il libro di Fagotto riesce a trasportare il lettore in un caleidoscopio di situazioni rendendole tutte reali, che siano la visita al mercato di Senigallia, il soggiorno presso un ecovillaggio sardo o le scorribande di Edward “Barbanera” Teach: e come un meccanismo perfettamente tarato, quando meno te lo aspetti, porta risposte a domande che ti eri dimenticato di aver fatto.

Ling Ma – La donna che scompare (Codice Edizioni)

“È nelle situazioni più surreali che una persona si sente più presente, più vicina alla realtà”, recita una frase nella seconda di copertina, e di certo La donna che scompare non lesina su questi tipo di situazioni. Fra droghe che rendono invisibili, donne con cento amanti, passaggi segreti nel proprio studio che portano in mondi alternativi e feti che impongono la propria presenza ancora prima di nascere Ling Ma dà fondo a tutta la sua fantasia, mostrandoci attraverso una lente distorta la solitudine che ci attanaglia, le nostre difficoltà di comunicazione e gli stereotipi che continuano ad affliggere la nostra visione.

L’ultima pagina dell’opuscolo, che si chiamava L’atto sessuale con uno yeti, spiegava le differenze tra il corpo umano e quello degli yeti, talmente notevoli che, prima di poter procedere con quell’atto innaturale, si dovevano stipulare rigidi compromessi. Lo yeti aveva l’epidermide rivestita da minuscoli incisivi ed era così da millenni. Nel frattempo, il corpo umano si era evoluto. Il corpo umano aveva imparato. Si era adattato. Il corpo dello yeti era sopravvissuto grazie al principio opposto: non si era evoluto. Il corpo dello yeti non cede. Non è affatto cedevole.

Fa specie che, all’interno di una raccolta di racconti così sfaccettata, a brillare particolarmente sia il racconto più realistico, Arance: raccontando il confronto fra una ragazza e l’ex fidanzato violento l’autrice riesce a mostrare, al contempo, che non ha bisogno del surreale per dire qualcosa di importante e che il surreale non sminuisce la portata di ciò che ha da dire.

Patrick Winn – Narcotopia (Adelphi)

Ogni tanto capita che la Birmania (o Myanmar, come ha deciso di rinominarla il regime militare che ancora cerca di governarla) balzi all’attenzione internazionale. È capitato con il Nobel per la pace assegnato ad Aung San Suu Kyi, è successo nuovamente con le accuse alla stessa leader del primo governo democraticamente eletto di persecuzione delle minoranze (quella Rohingya nello specifico), e per finire con l’ennesimo colpo di stato che nel 2020 ha portato la nazione sull’orlo di una guerra civile. Mai avrei però pensato, prima di leggere Narcotopia di Patrick Winn, che il paese asiatico potesse essere il centro nevralgico di una guerra fra CIA e DEA che ha aiutato una tribù di ex cacciatori di teste, gli Wu, a formare un narcostato ormai indipendente dal resto del territorio.

Da quel pasticcio si ricavava una lezione sola: la crociata americana contro la droga non avrebbe mai colpito gli eserciti di narcotrafficanti protetti dalla CIA, a prescindere dalla quantità di oppio ed eroina che avessero prodotto. Il presidente Bao non poté nascondere la sua frustrazione. «Ci trattate come terroristi, ma non sappiamo nemmeno come fabbricare un petardo» sbottò. «Cosa volete da noi? Volete venire qui a piantare altri campi di papaveri?».
Già. Che cosa voleva davvero l’America?

Winn, con le sue capacità investigative e il fortunato incontro (ma si sa, la fortuna aiuta gli audaci) con alcune fonti di prima mano, riassume in Narcotopia l’incredibile vicenda della nazione Wu, da congrega di tribù armate in chiave anticinese negli anni cinquanta a territorio vassallo della Cina moderna, capace di portare ai massimi fasti il commercio d’oppio del Triangolo d’oro per poi passare al mercato delle metanfetamine. Dalla granata facente funzione di batacchio nella chiesa del rivoluzionario cristiano Saw Lu alla villa impenetrabile di Wei Xuegang, il più grande e misconosciuto narcotrafficante del pianeta, si dipana una spy story che nessuno sceneggiatore sarebbe riuscito a ideare: nessuno sceneggiatore, ma non gli altamente fallibili servizi segreti statunitensi.

Questi alcuni nostri consigli di lettura, ma prima di congedarci un ultimo consiglio: fate un dispetto a Jeff Bezos e, se qualcuno di questi libri vi incuriosisce, compratelo in una libreria indipendente, Tremila Battute ve ne sarà grata.

Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!

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