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Chiamare le cose col nome giusto: alla scoperta del Black Pop dei Push Button Gently

C’è chi sa dare i titoli alle proprie opere e chi no: io sono fra i secondi. Quando devo dare il nome a un mio racconto non ho la liricità di un Houellebecq, che piazza con nonchalance titoli come Estensione del dominio della lotta o La possibilità di un’isola (ho partecipato di recente a un aperitivo letterario in cui si è parlato dell’ultimo libro dello scrittore francese, il che mi ha influenzato anche se il nuovo tomo si chiama semplicemente Annientare), e non ho neppure una formula semplice ma efficace come Carver, che prendeva una frase all’interno del racconto ed era qualcosa di comunque azzeccato tipo Di cosa parliamo quando parliamo d’amore o, per citarne uno meno abusato, Loro non sono tuo marito. Io no, io vado sull’inutilmente logorroico o su qualcosa che vorrebbe essere d’effetto e probabilmente sembra inutilmente enfatico ma chissà, forse la storia mi darà ragione.

Intanto la storia dà ragione ai Push Button Gently (Giulio Speziali voce e chitarra, Timothy Van Der Gen alla batteria, Gabriele Fazzini al basso, Natale De Leo al synth e Nicolò Bordoli alla chitarra), che con il loro primo album in italiano riescono ad azzeccare in pieno il titolo nonostante non sia né propriamente pop né ascrivibile a qualunque corrente della musica black.

Di pop il disco ha la capacità dei brani di entrare velocemente in testa, sia quando sono i synth a prendersi la scena che quando esce l’anima rock di una band che in quindici anni di attività ha consolidato la capacità di fare musica fuori dagli schemi consueti. Perché è facile far battere il piedino con motivetti che si adattano sul classico “verse-chorus-verse”, per citare l’autoironico titolo di una b-side dei Nirvana, lo è molto meno farlo con l’ansiogeno battito elettronico di Cannone o con le suggestioni spaziali dell’iniziale Satellite, che a metà strada in una delle varie digressioni mostra un magma sonoro oscuro e vagamente noise.

L’oscurità, eccola l’altra anima del disco, quella preminente in realtà. Il “black” di Black pop è soprattutto nelle parole di Speziali, voce eclettica della band che negli undici brani del disco esplora il concetto di identità, proponendolo quasi come una contrapposizione di buio (la parte falsa e “istituzionale” di sé, plasmata sulle aspettative degli altri) e luce (lo svelamento, non per forza ben accolto). Ecco così che quando “esplode il giorno/ non riesci più a dire chi sei” (Io ti inganno), i tempi bui, bizzarra fonte di quiete evocata in Ripeti, ripeti, vengono sorpresi dal giorno: la crisi dell’io arriva al punto che “nudo e sincero non sembri più vero”, come suggerisce la parabola cantautorale di Attore, tanto che l’iniziale Satellite sembra quasi un’idilliaca fuga verso un’altra oscurità, quella dell’universo sconosciuto, ancora più emblematica se contrapposta alla Terra della sepoltura con cui si conclude il disco.

Sul fronte sonoro i Push Button Gently spaziano dovunque con maestria, fra il rock catchy di Ulisse e i saliscendi ritmici di Ripeti, ripeti, caratterizzata da un maelstrom centrale in cui si sommano inquietudini ad ogni strumento che entra in gioco, passando per la cantautorale Attore e l’alternative rock di Io ti inganno, un brano che per energia e e cupa sensualità ricorda un po’ i Marlene Kuntz. L’abilità della band è esplicitata dal modo in cui ogni strumento si mette al servizio delle composizioni, facendo un passo indietro quando serve e lasciando ad altri il centro della scena, una caratteristica che rende Black pop un disco omogeneo nella sua disomogeneità, superiore nel complesso alla somma dei singoli brani, perché gli album migliori non sono quelli che cercano di apparire coesi ma quelli che ci riescono rischiando di apparire strambi, tipo mettendo dei coretti da simil-cheerleader nei ritornelli strumentali di Una follia.

Per Black pop vale un discorso simile a quello fatto per l’ultimo album dei Kick: quando c’è personalità anche le cose che convincono meno (l’eccessiva limpidezza sonora di Irriconoscibile, le tracce di passaggio Sicomoro e Tillandsia) vengono elevate, e i Push Button Gently dimostrano di averne tanta. Sono curioso di vedere la resa di questi brani dal vivo: me li sono persi il 26 marzo al Tambourine di Seregno, ma spero di poter recuperare presto.

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Racconto in musica 94: Parole fluide (Ottone Pesante – Tentacles)

L’ho già detto che ho un debole per i fiati? Non so esattamente com’è nata questa passione, ma c’è sicuramente stato un momento della mia vita in cui avrei messo volentieri un sax (o in alternativa tromba, trombone…) in qualunque brano musicale, convinto che il risultato sarebbe stato buono e giusto come diceva qualcuno. Sarà che per un bel po’ di anni ho ascoltato ska (e quanto ci son rimasto male quando, la prima volta che ho visto gli Ska-P dal vivo, ho scoperto che era il tastierista a fare le veci dei fiati), sarà che magari da piccolo c’ero rimasto sotto con Baker Street, ma ancora oggi quando sento la sezione fiati degli Hoobastank (eh sì, facevano anche bella musica mica solo The reason) penso “vedi, stanno da dio anche sul crossover”, figurati quando mi mettono il sassofono nello stoner psichedelico come fanno i Sabbia. Quando ho scoperto che qualcuno faceva metal con tromba e trombone ammetto di aver nicchiato un pochettino, poi ho visto gli Ottone Pesante dal vivo e ho avuto l’ennesima riprova: mettete dei fiati nei vostri cannoni, e il mondo sarà un luogo migliore.

Tromba, trombone e batteria, questo basta agli Ottone Pesante per fare quello che dalle mie parti si definisce (con intenzioni meno positive delle mie) un “ciadel d’lostia”: Francesco Bucci (trombone), Paolo Raineri (tromba) e Beppe Mondini (batteria) in un periodo in cui si sente spesso dire che non ci si può più inventare niente in musica, hanno alzato dall’Emilia per primi il vessillo del brass metal, mettendo ritmo indiavolato, headbanging e un pizzico d’atmosfera tzigana al servizio dio metallo. Si formano nel 2015 da un’idea di Bucci e Raineri, musicisti laureati in conservatorio desiderosi di dare nuovo lustro ai loro strumenti coniugando al contempo il loro amore per la musica estrema: il primo Ep, omonimo e autoprodotto sotto il logo della B.R.ASS, esce nel novembre dello stesso anno con Simone Cavina alle pelli, poi già l’anno seguente arriva anche il primo disco con la formazione ufficiale (prendetela con le pinze ma l’incontro con Mondini, mi pare di ricordare dalla loro viva voce dopo un concerto al Big Lebowski di Novara, è avvenuto durante le registrazioni di un album di Nada), Brassphemy set in stone, dove in mezzo a una sventagliata di nuove mitragliate sonore si permettono di inserire anche un brano che sa di polvere del vecchio west, Trombstone.

Come in un continuo aggancio a quanto fatto in precedenza gli Ottone Pesante pescano i titoli dei dischi dall’ultimo brano dell’album precedente: ecco così che nel 2018 è la volta di Apocalips, dieci nuovi brani a tema apocalittico (non mancano nemmeno le piaghe, evocate in Locust’s army) che si fregiano del contributo, in The fifth trumpet, di Travis Ryan, cantante della death metal band californiana Cattle Decapitation. Passano altri due anni, conditi da continui tour anche all’estero (dove, si sa, la sperimentazione ottiene sempre consensi più entusiastici), e arriva il momento di lasciare l’autoproduzione per affidarsi a un’etichetta dal respiro internazionale, la Aural Music di Imola: come ben sapete però arriva una pandemia, il disco si rimanda un po’ finché, a settembre 2020, esce DoomooD (fun fact: lo stesso titolo venne scelto per l’unico album degli Udus, side project di un altro sperimentatore ai fiati, Luca Mai degli ZU). Come da titolo è la componente più dilatata del metal a fornire l’ispirazione per il disco, oppressivo e cupo come non mai, ennesima derivazione di una band che continua a sperimentare e lo fa nella forma e nel concept (oltre al titolo è palindromo anche l’approccio alla composizione, come spiegano Bucci e Raineri in questa intervista). Il nuovo capitolo della loro carriera, l’Ep …and the Black Bells rang, è uscito solo da pochi giorni ed è pronto per essere suonato dovunque: l’Europa ha già avuto la sua fetta di brass metal, ora arriva il tour italiano che il 2 aprile farà tappa al Circolo Gagarin di Busto Arsizio, dove se volete farmi compagnia mi troverete davanti al palco a fare su e giù con la testa.

Tentacles è il terzo brano di DoomooD, una delle eccezioni in cui agli strumenti si accompagna la voce, in questo caso quella di Sara dei compagni di etichetta Messa. Sia il testo che l’andamento lento e progressivo della musica mi hanno ispirato un racconto dalle tinte cupe, il monito di un nonno morente al giovane nipote su un pericolo strisciante quanto i tentacoli evocati nel titolo del brano: se il ragazzino riuscirà a salvarsi o meno potrete scoprirlo solo leggendolo, non prima di aver ascoltato la canzone che trovate qui sotto, per quel che mi riguarda vi aspetto a Busto e vi auguro buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Parole fluide

Nonno mi dice, con quella sua voce secca che fa spavento, Stai attento figliolo, stai attento alle lusinghe del mostro. I suoi tentacoli, mi dice, Svuotano tutto ciò che hai dentro e lasciano solo segatura, come ai fantocci del teatrino che ti piace tanto.

Ti piacerebbe essere un fantoccio, un burattino?, mi chiede, e io faccio di no con la testa perché mi fa più paura del mostro che va descrivendo. I suoi occhi sono di fuoco, gli bruciano le orbite come la febbre che se lo consuma tutto.

Ci sta mangiando il futuro, dice il nonno, Questa creatura degli abissi che non si ferma di fronte a niente. Niente!, grida, e poi comincia a tossire, con quel rumore d’acciottolio nella gola che mi fa temere possa vomitarmi la terra addosso. S’è incancrenita dappertutto, continua, È fluita nella mente della gente succhiandogli i pensieri con le ventose.

Mi arpiona un braccio con una stretta che sembra fatta d’aria, sta tirando le ultime e non c’ha più forza neanche per raccomandarsi al Signore. Ce le ha solo per ammonirmi, spiegarmi ciò che dovrò fare se non voglio essere divorato. Quanto è morbido l’abbraccio di quei tentacoli!, mi sibila in un orecchio, Ma tu non devi fidarti. Il mostro prometterà ogni ricompensa, ma quel che vuole è il tuo tempo su questa terra, la tua carne per saziarsi, le tue ossa per disfarsi dello schifo fra le zanne.

Papà bussa piano alla porta, mette dentro la testa e mi fa un cenno, come a chiedermi se va tutto bene. Nonno esplode in una bestemmia e ricomincia a tossire, maledice con parole di sabbia la carne della sua carne che lo ha tradito. Papà ha un sorriso dolce mentre se ne va, vorrei andare da lui ma il mio braccio è ancora avvinghiato a quello del nonno che non molla, non ancora.

Mi devi fare una promessa, dice, Una promessa solenne. Mi avvicina a forza con le poche energie rimaste, la sua barba a questa distanza mi fa l’effetto degli aculei di un cactus: punge e mi ripugna, ma resisto alla voglia di scappare via.

Non accettare mai le lusinghe del mostro, mi intima il nonno, Ti s’insinuerà dentro appena accetterai e non ci sarà più una vita a cui tornare, solo la morte tua e del mondo, la putrefazione che sommergerà tutto come un’onda cavalcata dal mostro. Prometti!, mi urla nelle orecchie, ma non basta un cenno della testa a placarlo. Dillo!, urla, e lo ripete così tante volte che vorrei piangere, ma le mie lacrime ora per lui sarebbero solo veleno.

Quando s’accascia e mi lascia libero me ne vado senza guardarmi indietro.

Sei stato bravo, mi dice papà quando lo raggiungo. Ci vuole pazienza col nonno, lui non può capire. È troppo vecchio per accettare i cambiamenti.

Mi chiede di cosa abbiamo parlato e io racconto, parole che gorgogliano dalla mia bocca in una lingua fluida che chi appartiene al vecchio mondo non sa udire ma solo maledire.

Nonno, avrei voluto dirgli se avesse avuto orecchie per ascoltare, Il futuro è laggiù. Vieni con noi negli abissi, non stare a seccarti sotto il sole che muore.

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Sicuramente meglio di Batman & Robin: The Batman

Partiamo già col piede sbagliato: io in realtà Batman & Robin non l’ho visto, perché Joel Schumacher già aveva marcato male col film precedente (al netto di una carriera piena di filmoni, è proprio coi supereroi che non ce la faceva) e vederlo programmato in prima visione alla domenica pomeriggio su Italia Uno, cioè nella fascia in cui venivano infilati i film per famiglie scadenti, non è che mi abbia proprio fatto pensare “ah però, dev’essere un capolavoro”. Non ho visto neanche Batman Vs Superman e Justice League, gli ultimi film in cui il vendicatore mascherato di Gotham City si è mostrato, perché la delusione per aver sperato inutilmente, col primo, in una trasposizione de Il ritorno del cavaliere oscuro di Frank Miller è stata dura da digerire, ma per il resto l’alter ego notturno di Bruce Wayne me lo sono beccato in tutte le salse, pure in quella provvista di pancera degli anni 60.

“Ci sono giorni in cui non riesci proprio a liberarti di una bomba”

Al netto delle mancanze la notizia che c’era un nuovo Batman all’orizzonte l’ho accolta con curiosità, il fatto che lo avrebbe interpretato Robert Pattinson l’ha alimentata: poi, siccome ho la memoria di un pesce rosso e c’è pure stata una pandemia di mezzo, me ne sono dimenticato e all’improvviso ho scoperto che nei cinema c’era il Batman migliore di sempre. Di sempre? Addirittura? Sono anche io una vittima dell’hype, e nonostante delle voci contrarie (di cui pure mi fido molto) ho deciso di andare a tastare con mano se era davvero così.

Molto bella la fotografia

The Batman inizia bene, con una presentazione dell’uomo pipistrello perfetta nelle intenzioni: dalla sua viva voce lo sentiamo parlare del suo ruolo e del crimine che dilaga, mostrando come ha trasformato l’impossibilità di essere dappertutto nel timore (per i criminali) che possa essere ovunque, in ogni angolo buio. Poi però incontra una banda di teppisti che vuole sfogarsi su un innocente come “rito d’iniziazione” per un membro riluttante, e quando Batman si palesa quelli gli ridono dietro, secondo il classico stereotipo del Cattivo Strafottente Che Poi Ne Prenderà Un Sacco, ed infatti è così che va.

È un film dalle due anime quello di Matt Reeves, pieno di contrasti. Non tanto fra la ricerca di realismo in un mondo in cui viene accettato il fatto che un vendicatore mascherato (già di suo poco credibile) vada in giro con uno scomodissimo mantello, perché questo lo aveva già fatto Christopher Nolan nella sua trilogia: i contrasti in The Batman sono di coerenza e intenzione, disseminati lungo tutta la pellicola come una caccia al tesoro alternativa all’indagine che vede l’uomo pipistrello, coadiuvato dal fido tenente Jim Gordon (Jeffrey Wright), seguire le orme lasciate in bella vista dall’Enigmista di Paul Dano, mattatore nonostante lo si veda in volto solo per poche scene concentrate perlopiù nel finale.

Dal fotoromanzo di Batman e Catwoman

Da dove iniziare? Dai poliziotti che irridono Batman ma poi gli lasciano violare le scene del crimine senza troppi problemi? Dagli stessi poliziotti che, sempre su una scena del crimine, allertati da una colluttazione fra Batman e Catwoman (Zoe Kravitz) si limitano a illuminare un angolo a caso con la torcia invece di controllare tutto l’appartamento? Questi sono problemi minori rispetto alla love story forzata che unisce pipistrello e gatta, portata avanti perché così vuole il canone ma senza un briciolo di chimica che vada oltre il “tu sei un maschio alpha e quindi finirò per sbavarti dietro anche se sono una donna indipendente”, o al fatto che l’integerrimo difensore della città (Vendetta, per gli amici) non si faccia problemi, in nome di non si sa bene quale bisogno di informazioni, a voltare lo sguardo dall’altra parte mentre vede il Pinguino di un’irriconoscibile Colin Farrell (a metà fra Al Capone e Scarface, giusto per esplicitare i suoi legami con la mafia) svolgere traffici illeciti davanti a lui.

C’è troppa roba in questo The Batman. Troppi personaggi, una trama resa più complicata di quello che è e l’impressione costante che manchi approfondimento, nonostante le quasi tre ore di durata. L’emblema di tutta questa fretta di dire un sacco di cose senza prendersi il tempo di dirle bene è (minimo SPOILER) il momento in cui viene adombrata la possibilità che Thomas Wayne, il padre perfetto dalla cui morte è nata la vocazione a combattere il crimine di Bruce, fosse pure lui legato al sottobosco mafioso in cui sguazza Carmine Falcone (un John Turturro che, per essere a capo dell’impero criminale di Gotham, non intimorisce mai davvero): dieci minuti di film e la tesi è già smontata, resa molto più soft e digeribile, ammazzando in tempo zero un climax che, a quel punto, viene da chiedersi perché sia stato messo. È come se a Reeves fossero state legate le mani: riporta pure l’uomo pipistrello alla sua componente investigativa (effettivamente mai sfruttata al cinema), ma metti a lui e agli altri personaggi frasi fatte in bocca ogni due per tre; instilla il dubbio nello spettatore che la sua famiglia non sia integerrima come siamo abituati a credere, ma fai marcia indietro subito mica che i fan si lamentano; dai pure un background a Selina Kyle, ma sia mai che questo le dia uno spessore maggiore di “sono una ladra e sono qui per limonare con Batman”.

Non il mafioso di cui avevamo bisogno, ma forse quello che meritavamo

L’incoerenza permea persino le sequenze d’azione, spettacolari ma a volte controproducenti. Parlo della scena di inseguimento che vede Batman e *personaggio occultato per evitare spoiler* lanciarsi in mezzo al traffico cittadino in un profluvio di danni collaterali, roba che Hancock al confronto si meritava le chiavi della città: possiamo anche valutare le attenuanti riguardo a una errata valutazione del pericolo, perché il Batman di Pattinson è ancora lungi dall’essere l’eroe navigato che siamo abituati a vedere, ma il modo in cui l’uomo pipistrello reagisce a quel casino (praticamente un’alzata di spalle e via) stride con l’immagine dell’eroe che non vuole uccidere nessuno, esplicitata da scene in cui perde tempo del tempo per mettere in sicurezza malviventi che ha appena riempito di mazzate (mazzate fra parentesi molto realistiche, sullo stile della trilogia di Nolan e, se vogliamo fare un paragone extracinematografico, della saga videoludica sviluppata da Rocksteady).

Sorvolando sul fatto che nel 2022 si possano ancora inserire una scena in cui qualcuno potrebbe uccidere Batman se solo non ci mettesse due ore a prendere la mira (ma poi perché, una volta fatti i conti col fatto che il suo costume è antiproiettile, nessuno pensa di sparargli in faccia?) e una in cui qualcun altro potrebbe togliergli la maschera, ma si decide a farlo solo nel momento in cui l’eroe si sta svegliando, che rimane? Un film dall’impianto noir, pieno di pioggia e sporcizia, caratterizzato da un buon ritmo (nonostante la durata e i difetti non ci si annoia, il che non è il più grande dei pregi ma è pur sempre qualcosa) e da qualche momento meno scontato di quanto poteva essere visto il tono generale (il confronto fra Batman e l’Enigmista in cui per una volta è il secondo, dopo aver adombrato la possibilità che i due siano più simili di quanto si pensi, a rifiutare il paragone). The Batman è intrattenimento, alto in alcuni punti ma pur sempre con l’occhio puntato verso il grande pubblico e i luoghi comuni che quel grande pubblico pretende (o si è abituata a pretendere): nemmeno Nolan ne è stato esente, particolarmente in quel momento sui traghetti imbottiti di esplosivo che finisce con un improbabile “volemose bene” collettivo, ma qui c’è ancora di più l’impressione che tutti i dubbi morali, le difficoltà e i drammi che l’uomo pipistrello è costretto ad affrontare non servono a stimolare ragionamenti ma semplicemente a farlo elevare, alla fine, al ruolo di amichevole Batman di quartiere… O era qualcun altro?

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Racconto in musica 93: Una strada illuminata (Vanishing Twin – Telescope)

Vi ricordate come andavano le cose a settembre 2020? Avevamo appena cominciato a mettere il naso in contesti in cui si suonava (prevalentemente in acustico), di lì a poco avremmo avuto un’altra forma di lockdown che li avrebbe stoppati di nuovo e ci chiedevamo “quand’è che la musica dal vivo riprenderà sul serio?” (forse ci siamo, fanculo la scaramanzia). In quel periodo lessi un articolo su RockIt, l’intervista a una batterista barese emigrata a Londra, dove aveva trovato finalmente le condizioni giuste per costruirsi una carriera: in Italia le proteste dei professionisti della musica arrivavano in Piazza Duomo a Milano (senza che si siano mai visti effetti stratosferici sulla loro situazione) e leggere quelle parole era una conferma di quanto nel nostro paese suonare (o fare il fonico, il roadie…) non sia esattamente considerato un mestiere. Valentina Magaletti parlava anche di tanto altro, ad esempio di quanto la batteria sia considerata uno strumento da uomini rudi (stereotipo che lei ha cercato di smontare suonando una batteria di porcellana) e, ovviamente, dei progetti musicali che la vedono coinvolta: complice anche una puntata del podcast Tienimi Bordone a lei dedicata, questa volta quasi a fine 2021 quando anche da noi si potevano vedere i concerti elettrici (salvo poi rifermarci di lì a poco), ho approfondito la conoscenza di Vanishing Twin, la resident band di questa settimana su Tremila Battute.

Formata da Magaletti alla batteria, Cathy Lucas alla voce, Susumu Mukai aka Zongamin al basso, Philip Baerwalde aka Phil M.F.U. (Man From Uranus) alla chitarra e tastiera e Elliot Arndt (autore anche di alcuni video della band) al flauto e alle percussioni, Vanishing Twin è un progetto musicale che colpisce fin dalla genesi del nome, che fa riferimento al gemello riassorbito da Lucas prima della sua nascita. Caratterizzati da un’estetica particolarissima che pesca dal Dada e dal Bauhaus quanto dall’esoterismo di Jodorowski (nell’intervista linkata in alto Magaletti parla anche dell’idea di inserire nel merchandise un mazzo di tarocchi), la musica di Vanishing Twin è quanto di più incatalogabile ci possa essere: morbida ma destabilizzante, esotica e psichedelica mantenendo comunque elementi pop, un viaggio che comincia e non sai mai esattamente dove ti porterà influenzato tanto dallo spiritual jazz quanto dal kraut rock e dalle composizioni di Ennio Morricone. Lucas (autrice anche dei testi) e Magaletti uniscono le forze nel 2015, coinvolgendo in poco tempo tutti gli altri visto che già l’anno dopo esce il loro esordio, Choose your own adventure, pubblicato dall’etichetta londinese Soundway Records. La traccia iniziale, Vanishing twin syndrome, è una dichiarazione d’intenti, otto minuti in cui la voce armoniosa di Lucas si mischia a suggestioni orientaleggianti prima che una lunga divagazione porti direttamente verso lo spazio profondo (interiore o esteriore poco importa), ma non è un effetto respingente quello ricercato quanto un modo di settare il tono, far capire all’ascoltatore che anche i brani dalle durate più radiofoniche saranno comunque esplorazioni sonore verso un altrove di placida lisergia.

Ogni nuova uscita della band è un passo ulteriore verso la sperimentazione, a partire dall’Ep Dream by numbers del 2017, rilasciato per il Record Store Day del 2017 e costruito attorno a una serie di improvvisazioni, e passando per il secondo disco The age of immunology, che sancisce il passaggio alla Fire Records e fissa in maniera più concreta la suggestioni nate in Music and machines, una sessione d’improvvisazione registrata nell’arco di una sola notte nel 2018 pubblicata da Blank Editions. Il multiculturalismo della band si riflette nei titoli delle successive uscite, l’Ep In piscina uscito a marzo 2020 e Ookii gekkou, fresco fresco di release a ottobre 2021: impegnat* in un tour negli Stati Uniti, in estate Vanishing Twin tornerà anche a girare l’Europa e chissà che non salti fuori una data anche in Italia…

Telescope è la seconda traccia di Choose your own adventure, un brano delicato condito da tocchi psichedelici che ne ampliano gli orizzonti. La stessa band lo definisce come “un brano su come spieghiamo a noi stessi la nostra esistenza”, attraverso convinzioni contrastanti che si uniscono a formare la nostra visione delle cose: influenzato più dal mood della canzone che dalle parole mi sono immaginato due persone in mezzo alla neve con un telescopio, la ricerca di un senso nella vita e il passato che ritorna, anche solo per dirci che dovremmo fare tesoro di ogni momento e accorgerci di quanto è importante nel momento in cui accade. Lo so, fa molto new age, ma oggi va così: trovate il racconto subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi come al solito buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Una strada illuminata

Ci siamo allontanati nella neve, lasciandoci dietro le impronte e portando con noi solo un paio di coperte e un telescopio. Mi chiedevo perché proprio in quel momento, col freddo fuori anche dopo che le nuvole se n’erano andate, ma mi fidavo di te e sapevo che c’era un motivo per tutto.

La vita allora era fatta di cose comode. Il caldo del mio letto, la televisione fino a tarda notte, le risate e gli amici. Sarebbe rimasto tutto così se avessi fatto scelte diverse nella vita? Allora mi auguravo che tutto cambiasse, oggi non saprei cosa rispondere.

Hai steso una coperta per terra e con l’altra mi hai avvolto stretta. Mentre io aspettavo sbuffando vapore dalle labbra tu montavi il cavalletto, hai fissato con gesti precisi il telescopio e poi sei ritornato, chiedendo spazio nel tepore relativo che avevi improvvisato. Mi hai detto che dopo una tempesta il cielo è più limpido ed è allora, a qualunque costo, che bisogna mettersi a guardare le stelle. Hai trafficato col telescopio, con le mani rosse mentre le mie stavano calde fra i guanti, poi mi hai detto eccitato di guardare, così entusiasta che ti sei scordato di spiegarmi cosa avrei dovuto vedere.

Ci ho messo del tempo per lasciare libera la mia immaginazione. Sono stata una bambina seria che faceva quel che le si diceva, poi una ragazza che guardava invidiosa i successi degli altri. Quando mi sono liberata pensavo fosse ormai troppo tardi per recuperare le esperienze che avevo perso, ma ho imparato che il tempo porta sempre dei doni e l’importante è accettarli con gioia, anche quando ti feriscono e ti fanno piangere. Ogni giorno è una scoperta, mi ha detto qualcuno lungo il percorso: sembra stupido, ma per me è così.

Non so che costellazione vidi quel giorno, ma ricordo la tua faccia quando mi hai guardato e mi hai chiesto se non era bellissimo tutto questo. Avrei detto di sì a qualsiasi tua domanda, anche a quelle sbagliate, con la fiducia di chi sa di affidarsi a un potere superiore. Per un po’ ho continuato a cercarlo lì, in cielo, un potere superiore che mi potesse aiutare, soprattutto dopo che te ne sei andato e il mondo mi è sembrato perdere l’unica luce che aveva.

Non me ne sono accorta, mentre lo vivevo, di quanto fosse importante un momento del genere. Non mi accorgevo di molte cose ad occhi aperti, una volta, ma oggi nella memoria i gesti si ricompongono e acquisiscono un senso. Ero felice come forse non sarò mai più, e nemmeno me ne rendevo conto.

Oggi quel ricordo mi scalda più di una coperta, più di un fuoco acceso con mezzi di fortuna. Mi riporta a un tempo in cui il sangue scorreva placido nelle vene, le decisioni sembravano definitive e non capivo, nella mia innocenza, che stavo già tracciando la mia strada e che ad illuminarla c’era un mare di stelle.

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Post-post punk: il nuovo album dei Kick

Per quanto abbia aperto un blog che parla tanto di musica, ma davvero tanto, e qualcuno (magari) si aspetta che io sia piuttosto esperto di come vanno le mode del momento, devo ammettere che in realtà no, brancolo nel buio. La mia scoperta di nuov* artist* deriva principalmente dai concerti (percentuale scesa di molto da quando Tremila Battute esiste), da suggerimenti colti per caso e da dischi che mi arrivano, in pratica zero logica. A voler cercare di vedere un sacco di serie e film, leggere un sacco di libri, star dietro alle riviste e cercare ogni tanto anche di scrivere il massimo che posso permettermi è di conoscere un po’ di tutto e non essere esperto di nulla: per fortuna faccio l’operaio e non il giornalista, e se tanto mi dà tanto mi sa che la situazione non cambierà in futuro.

Però, ed è un grosso però, mi sembra di aver capito che negli ultimi anni si è rinnovato l’interesse per il post punk.

Due atteggiamenti, un genere

Ho provato ad ascoltarli, gli IDLES e i Fontaines D.C.. Ci ho provato più volte, ma ne ho ricavato poche emozioni. I primi, al netto di un album davvero ottimo come Ultra mono, mi sembra abbiano il potenziale per spaccare tutto e vadano avanti col freno a mano tirato: sarà che la prima volta che ho provato ad ascoltarli avevo appena recuperato un album dei The Birthday Party e insomma, sono paragoni scomodi, ma la furia di Joe Talbot esplode raramente a livelli del Nick Cave pre carriera solista. I secondi invece proprio non li capisco, avranno anche (così sento dire) dei bellissimi testi ma mi sembrano smorti, un incrocio fra il post punk dei tempi che furono e, che so, Cloud Nothings. Sono vecchio io o si sta davvero cercando di riciclare un genere senza innovare niente? Non chiedo chissà che, ma almeno che le canzoni non si assomiglino tutte (e sì, questo è proprio un commento da vecchio).

Se quello che chiedevo non me l’hanno dato né gli Idles né i Fontaines D.C., a portarmelo sono stati i Kick.

Non si definiscono post punk i Kick, ovvero Chiara Amalia Bernardini (voce, basso e autrice dei testi) e Nicola Mora (chitarre, piano elettrico, synth e campionatori), ma è innegabile che c’è anche quello all’interno della loro musica. Basta ascoltare i ritmi ossessivi di basso e batteria (suonata in tutto il disco da Giovanni Caniato) dei primi due brani di Light Figures, Rubberlover e Sirens never sleep, per avere un assaggio di quel mondo lì, di quell’atmosfera vagamente claustrofobica che la voce di Bernardini, prima armoniosa e poi ironicamente tagliente, alimenta per contrasto. Ma la cosa bella di questo disco, uscito ieri per la Anomic Records di Berlino, la Dischi Sotterranei di Padova e la Sour Grapes di Manchester, è che non si ferma lì, non cerca di riciclare lo stesso canovaccio e lo si intuisce già dallo sfogo noise che chiude Sirens never sleep, anche se da lì in avanti si va in almeno tre direzioni contemporaneamente e non per forza quelle che ci si aspetta.

Light figures è tutto tranne che perfetto, va detto subito. Se tutti i brani fossero stati come Viole, una sorta di versione blandamente trip hop di una canzone dei Kings of Convenience (nonché l’unico brano cantato in italiano, stranamente con un’inflessione atona che sembra suggerire che a cantarla non sia una madrelingua), non mi sarei messo certo ad ascoltarlo così tanto, ma all’interno di un disco che sperimenta e osa si finisce per apprezzare tutto, anche le sbavature. Il secondo disco dei Kick è come quelle raccolte di racconti disomogenee, in cui trovi così tanta fantasia che alla fine scendi a patti anche coi testi che ti sono piaciuti meno perché poi ti si stampano in testa gli stridenti incubi meccanici di 24-hour delivery club e l’algida inquietudine di Atlantide, un brano per cui sembra esser stata creato il termine “perturbante”: in queste canzoni Bernardini e Mora dimostrano di avere un’estetica riconoscibile e anche un’etica, perché sono solo alcuni dei testi in cui il duo mette l’accento su temi come il materialismo, il cambiamento climatico e, più in generale, lo straniamento provocato dal capitalismo. Asperità come queste vengono alternate a brani più morbidi come Eleven, dolce e malinconica a seconda dei momenti, e Sparks, il brano forse più pop e per cui non stonerebbe il suffisso “dream” se non fosse per quella batteria che continua a tirare dritta come un treno.

Se la musica brilla per varietà la voce di Bernardini non è da meno. Robotica e a tratti isterica in 24-hour delivery club, melodiosa nell’incalzante Benvegnuda (dove alterna almeno tre lingue), il meglio di sé lo sfodera in Setting Tina, dove fra le ruvidezze di chitarra e basso (suonato nientemeno che da Scott Reeder, bassista dei Kyuss in due dei loro capolavori) lei si appoggia provocante fra sussurri e vocalizzi. È grazie a una personalità forte e l’idea di una direzione precisa, per quanto varia, che Light figures è così affascinante: sorprende, diverte, inquieta, delude anche a tratti ma non lascia mai che la noia prevalga e, soprattutto, non lascia mai l’impressione che quanto di buono c’è dentro sia frutto del caso, solo che Bernardini e Mora si siano divertiti un sacco ad andare musicalmente dove gli pareva e piaceva.

Hanno quindi innovato il post punk, i Kick? Possiamo chiamarlo post punk, questo incrocio di influenze che da un motore ossessivo tira fuori tutt’altro? Non lo so, ma di certo preferisco mille volte queste ibridazioni a una vecchia lezione portata avanti con verve altalenante: continuate così!

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Racconto in musica 92: Spaesamenti (Steve Reich – Mallet quartet 1: fast)

Let’s go to the classic! A parte un caso non mi sono finora mai avventurato nel mondo dei compositori, e c’è un buon motivo: non me ne intendo. Per quanto uno possa cercare di ampliare i propri orizzonti musicali esiste sempre un territorio che rimane inesplorato, e in generale ho sempre fatto un’associazione molto settaria che più o meno fa così: compositori = musica classica = noia. Perdonatemi per la mia imperdonabile approssimazione e ringraziate insieme a me Elena Soprano, che con il suo racconto mi ha permesso di addentrarmi nella musica di Steve Reich.

Elena ha uno di quei curriculum che possono solo suscitare ammirazione. Vanta infatti una carriera letteraria ultraventennale, iniziata con la pubblicazione del romanzo La maschera nel 1994 (vincitore l’anno seguente del Premio Lerici Opera Prima e tradotto in cinque paesi) e proseguita con vari editori (fra gli altri Archinto, Baldini & Castoldi, La Tartaruga e Topipittori) alternandosi fra letteratura per adulti e per ragazzi, e a tutto questo vanno aggiunti racconti apparsi su quotidiani, periodici e riviste (Il Giornale, Il Piccolo, D – La repubblica delle donne, Gulliver, Nuovi Argomenti, Tutte Storie, L’immaginazione, Ventiquattro). Ha lavorato anche in radio, scrivendo testi radiofonici per la Rai e per la Radio Svizzera Italiana, e sta concludendo un master in musicoterapia, segno di un amore per la musica che si accompagna a quello per la letteratura. Di origini greche, il suo libro preferito è La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem e ha una collezione di bottoni trovati per terra, passione che coltiva da sempre: sarà un caso che è arrivata qui, nel blog creato da uno che i bottoni li produce?

Che dire di Steve Reich, dopo aver professato la mia ignoranza sui compositori? Classe 1936, dopo aver studiato composizione alla celeberrima Juilliard School di New York (sua città di origine) e al Mills College di Oakland nel 1966 ritorna nella Grande Mela, dove inizia il suo percorso musicale. Qui collabora con ex compagni di studi come Philip Glass e Jon Gibson, con cui si esibisce all’interno delle gallerie d’arte prima di formare col secondo il gruppo Steve Reich and Musicians, di cui facevano parte anche i pianisti Steve Chambers e Arthur Murphy: è in quegli anni che si crea, sull’onda delle sperimentazioni di La Monte Young, il cosiddetto movimento minimalista, caratterizzato da soluzioni semplici e una costante ripetizione in luogo dell’astrattismo d’avanguardia dei primi anni ’60. Nel 1970 Reich va in Ghana a studiare tecniche percussive con un maestro della tribù degli Ewe, esperienza che segnerà profondamente la sua musica donandole una sorta di movimento circolare. In una carriera che lo vede tuttora in attività ha realizzato un numero enorme di composizioni, collaborato con musicisti di mondi differenti come il chitarrista Pat Metheny, inserito nelle proprie opere testi del poeta William Carlos Williams e di Ludwig Wittgenstein (sancendo un amore di gioventù, quello con la filosofia, di cui era stato studente presso la Cornell University). Il mondo della musica lo ha celebrato con il Premio Pulitzer nel 2009 (per il brano Double Sextet) e con il premio alla carriera alla Biennale di Venezia nel 2014, sancendo con notevole ritardo (alla consegna del premio alla Biennale disse “doveva arrivare prima, ma meglio tardi che mai”, in relazione soprattutto al fatto che nessun compositore minimalista avesse ottenuto prima quel tipo di riconoscimento) la sua importanza: potete avere un assaggio della sua influenza ascoltando le colonne sonore per i film di Hayao Miyazaki e soprattutto di Takeshi Kitano realizzate da Joe Hisaishi, ispirato nella sua musica proprio dal compositore newyorkese (oltre che da Quincy Jones, a cui è ispirato anche il nome d’arte).

“Veloce nel ritmo percussivo, ma leggero nel timbro, quasi diafano”: così descrive Elena il primo movimento del Mallet Quartet per due marimbe e due vibrafoni, associandovi un racconto che cita esplicitamente, oltre che lo stesso Reich, opere di compositori storici come Mussorgsky e Saint Saens. Vi invito allora a seguire la protagonista Taila nel suo percorso verso il raggiungimento di quella stessa diafanicità, attraverso incontri e momenti di meditazione che hanno lo stesso ritmo e la stessa leggerezza del brano a cui sono associati: buon ascolto, quindi, e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Spaesamenti, di Elena Soprano

«Mamma, un fantasma scozzese» dice la voce di un bambino. Poi, più vicino: «Tu non puoi mica meditare qui. Che ti credi?»

Taila abbassa il telo tartan che si è messa in testa per creare un effetto a capanna indiana. Davanti a lei due ragazzine, molto simili, forse sorelle. Sorelle matrioska.

«C’eravamo noi. È il nostro spazio».

«E cosa ci dovete fare con tutto questo spazio?»

«Niente. Ma se c’è qualcuno dentro, non è spazio. Anche la nostra è una meditazione».

Taila le fissa. Se non fosse che quanto hanno detto le suona familiare, le avrebbe già prese a calci. Si avvia al molo, svolta nel vicolo del vecchio teatro. La porta è socchiusa, entra. Sul palcoscenico scene dipinte su fondali di carta. Nello spazio tra palco e poltrone, alcuni bambini. Esce dalla quinta un contrabbassista, poi sbuca la proboscide di un enorme elefante di cartapesta.

Il Carnevale degli animali” pensa Taila “È una vita che non lo sento”. Invece, partono le note di Promenade di Mussorgsky. Il contrabbassista finge di suonare, la musica è in playback. Sono le prove generali di Spaesamento, divertimento in atto unico per animali e strumenti sbagliati, un patchwork musicale in cui hanno mescolato Quadri di una esposizione e il Carnevale di Saint Saens. La seconda scena rappresenta un bosco. Parte la musica dolcissima di Acquario e sul palco balza un mimo vestito da gnomo. La luce sul viso gli dà un’espressione da film horror. È il personaggio del primo brano dei Quadri. I bambini non fiatano.

La rappresentazione non dura più di mezz’ora, Taila esce dal teatro con un lieve mal di testa, ma estasiata. Segna il nome del regista su uno scontrino, lo mette in tasca. Probabilmente lo perderà prima di sera, ma vorrebbe approfondire la cosa, per lo meno sapere chi è che ha messo in scena e dato un senso al suo modo di sentirsi perennemente avatar.

Chiama sua madre perché è domenica. La donna non capisce neanche con chi stia parlando. «Ora la devo lasciare, sto aspettando che mi chiami mia figlia» ripete. E la figlia sorride, rassicurata. Nessuno come sua madre la riporta alla bellezza dell’asincronicità. Esserci, ma non esserci.

Si siede sul molo. Dopo due ore arriva Paula, i soliti capelli a chioma di salice piangente, il basso a tracolla. Suonerà con una nuova band, ma non sa se accetterà l’incarico. Il funky non è il suo genere. È per un minimalismo pop di sperimentazione e ha fatto di Steve Reich il suo guru.

«Andiamo, è tardi» esclama Paula. «Che si fa dopo? Cinema?»

«No, non vengo».

«Scema. Allora cosa mi hai aspettato a fare?»

«È bello aspettare. Non ho fatto altro che aspettarti da quando ci conosciamo».

«Mi aspetti qui allora?»

Arriverà il giorno in cui dirà di no, ma ora dice di sì. Saluta Paula, si rimette sotto al suo telo a gambe incrociate. Respira una, due, tre e più volte. Nessun corpo, nessun luogo, nessun tempo. Sente il verso di un gabbiano. Avverte un senso di dissolvenza. Poi, finalmente, l’aria tra le piume e le zampe.

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Scissione, o di come la Apple mi ha rubato un’idea grazie all’inconscio collettivo

Antefatto

Qualche anno fa mi è venuta l’idea per un racconto. Non ricordo esattamente come arrivò, perciò romanzerò il contesto associandolo al germe iniziale della trama: ero moderatamente brillo in quel della Cooperativa Portalupi di Vigevano, e qualcuno che non conosco mi ha chiesto cosa faccio di lavoro. Da lì sono partito con la fantasia immaginandomi un impiego in cui non è possibile sapere cosa si fa esattamente, perché appena entrati in azienda la mente viene come messa in standby e ricollegata solo all’uscita: una giornata di lavoro che passa alla velocità di un battito di ciglia, una situazione che gli amici del protagonista definiscono ideale. Sarà che non ho mai fatto lavori così stimolanti dal punto di vista creativo (e a volte, fortunatamente per brevissimi periodi, veramente di merda), ma l’idea di bypassare l’intera giornata lavorativa, ritrovandosi all’uscita subito dopo aver iniziato, l’ho sempre associata alla felicità.

Quel germe di idea è rimasto lì buono buono per anni, non riuscivo a (o non avevo abbastanza voglia di) trovare uno sviluppo. Poi è venuta la pandemia, la fabbrica dove lavoro ha chiuso per un paio di mesi come tutte le aziende non strettamente necessarie e io, con un sacco di tempo a disposizione, ho deciso che era venuto il momento di completare una raccolta di racconti: era venuto il momento di affrontare quel germe di idea e dargli una forma concreta. Siccome vengo da anni di letture di Philip Dick e ho introiettato il concetto per cui la tecnologia, come i djinn con cui devi stare bene attento a come esprimi i desideri, finisce sempre per incularti, ho aggiunto un’ulteriore livello a quello semplicistico del “che figata, anche se è inquietante, fare un lavoro dove bypassi tutto lo stress del lavoro”: la questione sociale e morale, riassumibile nel “sei disposto a non fare domande su cosa fai, se quel che fai ti dà sicurezza economica e zero sbattimenti?” Ne è venuto fuori il racconto più lungo che abbia mai scritto, una trentina di pagine buttate giù in due-tre giorni (lo stesso lasso di tempo in cui Dick ha scritto alcuni suoi romanzi sotto anfetamine, o in cui Stephen King alcolizzato e cocainomane ha buttato giù Cujo senza ricordarsene: io sono meno un fulmine di guerra, ma almeno non ho ancora sviluppato delle dipendenze): Un antidoto alla precarietà, scritto nella primavera 2020, è ancora oggi inedito, perché l’ho proposto a una rivista che non mi ha ancora risposto (dopo sei mesi penso di poter tradurre il silenzio in “ci dispiace ma non ci interessa”: ci sta) e la mia raccolta non ha ancora trovato un editore (ho giusto ieri ricevuto un rifiuto: parliamo dei nostri fallimenti, esistono anche quelli). La mia fidanzata e alcuni amici l’hanno letto, ma non ha mai viaggiato al di fuori di Milano.

Siri però ci è arrivata lo stesso.

Apple TV l’ha già fatto

Me = Butters

Io e la mia fidanzata ci siamo abbonat* a Il Post, e voi starete dicendo “e sticazzi!”, ma seguitemi un attimo. L’abbonamento dà modo di ascoltare alcuni podcast fra cui Tienimi Bordone, una breve striscia giornaliera (si potrà usare striscia per un contenuto audio? Facciamo di sì) in cui il giornalista Matteo Bordone parla di svariate cose connesse o meno con l’attualità, tipo parlare di Mark Lanegan a qualche giorno della morte (sigh), di una balena spiaggiatasi in Olanda qualche secolo fa o di qualche film/serie Tv. Qualche settimana fa la mia fidanzata mi consiglia l’ascolto di una specifica puntata, dicendomi che mi piacerà, io l’ascolto e scopro che mi hanno inculato l’idea.

Ben Stiller alla regia: non compreso col mio racconto

Scissione (Severance in lingua originale) è una serie tv iniziata da poco su Apple TV, basata sull’idea dell’esordiente Dan Erickson. Il suo germe di idea, come ha affermato in questa intervista, è molto simile al mio: anche lui, piagato da alcuni lavori d’ufficio ad alto livello di stress, si è ritrovato a pensare a quanto sarebbe stato bello poter passare direttamente alla fine della giornata lavorativa; anche lui si è posto domande su questo desiderio (tipo “non dovremmo volere più ore a disposizione, invece che sperare di farcele sottrarre?”); anche lui, a un certo punto, ha affrontato quel germe e lo ha ampliato.

Ne è venuta fuori la storia di Mark Scout (Adam Scott), un dipendente della Lumon Industries che non sprizza esattamente gioia da tutti i pori: lo incontriamo nelle prime scene mentre piange in macchina prima di recarsi a lavoro, e nella prima puntata scopriamo già che ha perso la moglie e sembra avere qualche problema con l’alcol. Mark però si trasforma quando entra alla Lumon: non è che diventi l’anima della festa, ma le interazioni nel suo ufficio non sono caratterizzate dalla tristezza che lo affligge al di fuori. Non è che Mark riesca a lasciare i problemi fuori dal lavoro, è il sé stesso della vita di tutti i giorni a rimanere fuori.

Qui è dove la tua vita entra in standby

In Un antidoto alla precarietà immagino che l’azienda in cui il protagonista inizia a lavorare abbia una originale politica sulla privacy: per non far uscire informazioni su ciò che viene fatto all’interno, i dipendenti non possono conservare ricordi delle azioni che compiono durante le otto ore lavorative. Nel racconto non spiego la tecnologia che rende possibile tutto questo, Erickson invece lo ha fatto: alla Lumon Industries ogni nuov* dipendente deve sottoporsi a un intervento chirurgico chiamato, guarda un po’, Scissione, che consiste nell’inserimento all’interno del cervello di un dispositivo che impedisce di sapere ciò che si fa in azienda una volta usciti (e viceversa: una volta dentro, non ci si ricorda nemmeno il proprio nome). È una situazione potenzialmente alienante, ma ci si fa l’abitudine, o almeno così sembra dimostrare la flemma con cui Mark e i suoi colleghi Dylan (Zach Cherry) e Irving (John Turturro) accolgono la sconvolta Helly (Britt Lower), nuova assunta alla Lumon e decisamente incline a fuggirsene via il più presto possibile… Se non fosse che la sua personalità esterna non è d’accordo.

“Ecco è semplice: i ricordi vengono biforcati, così quando non si è al lavoro non si ha memoria di cosa si sia fatto lì. Ho ragione, Mark?”

Scissione

«Quindi come funziona esattamente? Tu entri lì e?»

«E subito dopo sono fuori. Otto ore passate, nove contando la pausa pranzo».

Un antidoto alla precarietà

Affinanze/ divergenze fra il compagno Dan Erickson e me

Ci sono altre similitudini fra come Erickson ed io abbiamo sviluppato quel germe di idea nato dallo stress lavorativo. In entrambe le nostre storie ci sono delle proteste, nate da comitati spontanei nel caso della serie e sorte fra i dipendenti nel mio caso, Mark e il mio protagonista sono ben contenti di poter cedere all’oblio le ore lavorative (anche se, nel caso di Mark, è più una fuga di otto ore dal ricordo della moglie morta) e il modo in cui Helly si ritrova spaesata al di fuori della Lumon dopo il primo giorno di lavoro ha analogie inquietanti con la reazione del protagonista senza nome (eh sì, ho questa fissa di non mettere i nomi ai personaggi) di Un antidoto alla precarietà, quando visita per la prima volta l’azienda in seguito al colloquio.

“Vogliamo un provvedimento che impedisca alle corporation, come la Lumon, di imporre la scissione legalizzata nel nostro stato”.

Scissione

Iniziarono i primi assembramenti davanti ai cancelli. Non ci furono scioperi, ma alla fine dell’orario di lavoro si formarono cortei spontanei di dipendenti che esigevano informazioni, spalleggiati da esponenti dei sindacati e di alcune associazioni no profit.

Un antidoto alla precarietà

Va da sé, però, che il mio è un racconto di trenta pagine, mentre Scissione è una serie Tv con episodi di un’ora, ed è dunque inevitabile che ci siano anche molte differenze. Erickson infatti analizza in maniera originale il luogo di lavoro, un dedalo di corridoi e uffici dove i dipendenti sembrano quasi dei prigionieri e dove la loro vita è caratterizzata solo dalla loro mansione (uno strano processo di catalogazione di gruppi di numeri basato sulle sensazioni) e dai rapporti interpersonali fra collegh* e superiori, perché così come gli “esterni” non hanno ricordi della vita lavorativa anche gli “interni” non sanno cosa siano il weekend e le serate fuori: inoltre alimenta il mistero riguardo ciò che effettivamente fanno i dipendenti della Lumon, principalmente attraverso i personaggi di Petey (Yul Vazquez), ex collega di Mark che è riuscito a bypassare l’intervento di scissione, e di Harmony Cobel (Patricia Arquette), diretta superiore di Mark a lavoro e sua vicina di casa nella vita reale, con funzioni che lasciano supporre un controllo attivo anche al di fuori della Lumon.

Fino a qui tutto male

La differenza principale è però nelle intenzioni: se entrambe le nostre storie puntano il dito contro la spersonalizzazione sul luogo di lavoro, Erickson propende per una trama in cui un dipendente ligio al dovere apre gli occhi e cerca di cambiare le cose (o così lasciano supporre i primi due episodi), io invece ho preferito concentrarmi su un uomo comune più interessato a conservare il proprio stipendio in una congiunzione lavorativa sfavorevole (pur avendo un contratto a tempo indeterminato da vent’anni, al netto di crisi e casse integrazione, se mi guardo attorno vedo un esercito di lavoratori precari) che a salvare il mondo dai capitalisti brutti e cattivi. Nell’amarezza, insomma, io penso di aver fatto il passo più lungo rispetto a Scissione: sarà per questo che il mio racconto è ancora inedito mentre la sua idea è stata finanziata dal colosso di Cupertino?

Conclusione

Per quanto ci siano delle differenze, per quanto tecnologia alla base del mio racconto assomigli più a un reset che a una biforcazione di personalità, l’idea di fondo in Scissione e Un antidoto alla precarietà resta comunque la stessa: se ne so abbastanza di “vendibilità” di un progetto, il fatto che Erickson sia arrivato a realizzarlo prima di me indica che la mia idea ormai è bruciata. Non è che faccia i balzi di gioia, ma metabolizzando la sorpresa iniziale mi sono ritrovato a pensare a una scena di quel piccolo capolavoro di Richard Linklater che risponde al nome di Waking Life: in quella scena del film Julie Delpy e Ethan Hawke discutono di reincarnazione e inconscio collettivo, e rimuginando su quei concetti sono sceso a patti col fatto che quella era evidentemente un’idea che “girava” e che ha trovato casa in più di una mente. Ulteriore casualità vuole che la serie sia uscita con la prima puntata (almeno in Italia) proprio il giorno del mio compleanno, come a sancire un’affinità ulteriore fra me e Dan Erickson, che non per questo immagino mi regalerà un po’ dei soldi che si è fatto.

“Siamo con te fratello”

È sempre meglio che pensare a Siri, nell’Iphone della mia fidanzata, che ascolta tutto quel che diciamo e ruba le idee migliori per farle scrivere a sceneggiatori ombra conniventi col sistema, ma anche in quel caso il mio naturale ottimismo mi fa pensare che poteva andare peggio: potevo firmare un contratto vincolante con la Apple che, in cambio della mia idea, mi avrebbe fatto diventare una cavia umana per lo sviluppo dello HumancentIpad.

(Comunque guardatela, questa serie sembra veramente una figata. E c’è pure Christopher Walken!)

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Racconto in musica 91: Resistere (Northway – Hope in the storm)

Voi ci pensate mai alla vita dell* Influencer? Io sì. A volte penso a come fanno a tirar fuori qualcosa da dire ogni giorno, tipo che mi metto nei panni dei Me Contro Te e immagino che anche oggi dovrò fare un video con montaggio epilettico parlando di niente con una vocina odiosa; più spesso, però, mi chiedo come si fa a stare dietro a community di follower sterminate, e ok che una volta che hai fatto i soldi puoi anche permetterti di avere qualcuno che risponde per te ma non è un tradimento? Segui me o il mio ufficio stampa? Come potrei io, in quei panni, guardarmi ancora allo specchio sapendo di tradire la pletora di gente che mi segue? First world problem, come potete intuire (aggiungiamoci che quanto scritto sopra non segue la regola del tre, avendo fatto solo due esempi di “a cosa penso quando penso agli Influencer”, e questo scombussola il mio relativo bisogno d’ordine).

Per fortuna a me e a questo blog ci s’incula quasi nessuno, altrimenti sai lo stress? Io già mi sento in colpa quando non rispondo per due giorni alle mail di chi mi contatta, quando faccio passare sotto silenzio un comunicato stampa dando per inteso che “ci sentiamo se ne parlo” e quando finisco per non parlare di dischi interessanti perché ho voglia di parlare anche di, che so, peni su grande e piccolo schermo (prima o poi lo farò, anche se nel frattempo mi hanno già anticipato), figurati se mi arrivassero migliaia di dischi! Al racconto di questa settimana ci pensavo già da tempo (ho usato il verbo pensare un po’ in tutte le salse fino a questo punto eh?), per dare il giusto spazio a una band di cui non ho parlato all’uscita del loro bel disco, poi sta settimana mi è partita l’ispirazione e così anche i Northway entrano finalmente nella grande famiglia di Tremila Battute.

I Northway sono solo l’ultima band che mi capita di scoprire nel panorama post-rock bergamasco, terreno fertile di suoni buoni che ha già dato alla luce negli anni band come Verbal, Teich e, andando poco più in là, quei matti dei Bangarang!. Nati nel 2014 attorno a un nucleo composto da Antonio Tolomeo (chitarra), Andrea Rodari (batteria) e Matteo Locatelli (basso), già militanti precedentemente in una band alternative rock, con l’ingresso della seconda chitarra di Giuseppe Procida i Northway iniziano a sperimentare coi suoni e decidono che per far questo non hanno bisogno della voce: se vi state chiedendo “ma stai per caso parlando di un altro gruppo strumentale?” sappiate che sì, è proprio così. Il primo album, Small things, true love, vede la luce nel 2017 ed è un affresco in cinque brani di ciò che il post-rock dovrebbe essere: evocativo, a volte brutale, musica che ti porta altrove e libera la tua mente. Registrato in quel gran posto che è il Trai Studio di Fabio Intraina (ci hanno registrato anche amici miei, e ne sono venuti fuori sempre con dischi della madonna), il primo album dei Northway inserisce nei titoli suggestioni cinematografiche (Arrival, The Martian, anche se quest’ultima si apre con registrazioni di uno sbarco sulla Luna) e letterarie (Jules Verne, e vogliamo forse non pensare che quel The King che dà il titolo alla seconda traccia non sia Stephen King? Con quel basso possente e vagamente inquietante in apertura?), mostrando ottime qualità ancorate però ancora a stilemi poco personali.

Successivamente alla pubblicazione Procida esce dal gruppo a causa del trasferimento in Puglia, sostituito da Luca Labo: con questa formazione la band ricomincia a calcare palchi e creare nuovi brani, arrivando al 2019 con abbastanza materiale per chiudersi nuovamente in studio di registrazione. Per The Hovering non cambia il luogo prescelto (sempre il Trai), ma cambia il supporto produttivo, visto che il disco esce per la benemerita etichetta I Dischi del Minollo i cui gruppi hanno spesso trovato spazio su queste schermate: i sei brani ruotano attorno a un concept marittimo e allargano gli orizzonti sonori della band, mantenendo inalterato quell’equilibrio fra momenti riflessivi e sfoghi elettrici che fanno dei Northway forse non la più originale band del panorama, ma sicuramente una delle più abili a coinvolgerti nel loro mondo sonoro. The Hovering esce nel settembre 2020 e, va da sé, la situazione concerti era quella che era: speriamo che il 2022 li porti a suonare più spesso per dare a quei brani il respiro della dimensione live, dove li si potrà vedere in una formazione che, al posto di Labo, ora vede alla seconda chitarra Luca Laboccetta.

Ho ragionato spesso, nei mesi trascorsi da quando ho ricevuto il disco, su come trasporre in forma di racconto le suggestioni che mi arrivavano dalla seconda traccia di The Hovering, Kraken. Alla fine però è stato Hope in the storm, il brano seguente, a donarmi l’ispirazione per il racconto di questa settimana, facendo germogliare un’immagine che già mi girava in testa da tempo: quella di una donna anziana che, mentre un’evento climatico devastante si avvicina (una tempesta? Un uragano? Poco importa), decide di restare dov’è e non fuggire. Come va a finire (forse) questa breve storia lo potete scoprire più in basso, subito dopo il brano che ne ha dettato lo svolgimento: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Resistere

Il cielo è ancora sereno ma dicono che pioverà. Non dicono esattamente così, parlano di disastri ed evacuazioni, ma lei ne ha viste tante nella vita e non sarà un po’ di pioggia a smuoverla da qui.

Gli anni creano legami di parentela. Passa il tempo, e le tue ossa scoprono insospettabili affinità coi materiali di cui sono composte le pareti. Più invecchi, più la gente tende a identificarti col posto in cui abiti.

Qualcuno passa con un furgone e rallenta davanti alla sua veranda. Una donna grida dal finestrino e chiede se ha qualcosa da donarle. È come chiederle se ha intenzione di morire, restando qui con tutta quella roba di cui poi non se ne farà niente. Lei si alza e la manda affanculo, poi rientra in casa portandosi dietro la sedia. Il furgone riparte, lento e pesante, fermandosi poche case più in là.

Partire o restare. La mettono giù come se fosse una questione etica, come se abbandonare la propria vita possa essere un concetto assimilabile al bene. L’appartenenza è un equilibrio fra limiti e identità, e lei ha sempre preferito la seconda ai primi.

Quando arriva il disastro, le foto delle vacanze e dei figli bruciano anche da sole. Ammirare il fuoco mentre arde, però, è una decisione personale e non spetta a nessuno giudicarla.

Le assi alle finestre le ha messe. L’ha aiutata un vicino di casa, l’unico che non le ha parlato di futuro e rinascita. Avranno spiccicato un centinaio di parole negli anni, ma sono bastate a intendersi. Mentre si alza il vento guarda la casa buia accanto alla sua, impacchettata come un regalo che si spera di scartare al ritorno: se ci sarà ancora, lei arriverà con la torta e le candeline per festeggiare.

Il rumore dei tuoni fa tremare la terra, ma la terra c’è. Andarsene significherebbe sentirsela levare da sotto i piedi, perdendo in un solo colpo la dignità e l’autonomia. C’è da qualche parte un pasto pronto per lei, un letto in cui riposarsi, un bagno caldo per riscaldarsi le ossa: quello che non c’è è la possibilità di rifiutarsi di sottostare a certe condizioni, la libertà di sentirsi ancora in cammino e non alla fine della corsa.

Che senso ha morire di noia e tristezza? Meglio la musica delle assi che ballano, del vento che ulula la sua gioia. Meglio sentire il battito del cuore che si agita al ritmo delle gocce per un’alternativa vera.

Partire o restare, o anche resistere.

La pioggia scema il suo battere, il vento soffia calmo e invita a uscire. Lei si alza senza fretta, come ha fatto tutto nella vita. Non rimpiange chi se l’è lasciata alle spalle, né chi ha cercato di starle dietro per un po’: la pace all’esterno è simile a quella che prova dentro di sé.

Il sole la illumina. Guarda in alto proteggendosi con una mano, le nuvole la circondano vorticando minacciose. È uno spettacolo incredibile. Sorride: quando gli altri torneranno, pensando di non trovarla più, lei sarà lì a raccontargli che cosa si sono persi.

C’è ancora speranza.

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Possiamo vincere La scommessa psichedelica? Qualche pensiero sulla raccolta di saggi curata da Federico di Vita

(Foto di cottonbro da Pexels)

Provate a formarvi in mente quattro immagini: la classica visione che abbiamo dello studio di psicanalisi, psicoterapeuta alle spalle di qualcun* sdraiato su una poltrona; la folla al concerto di Woodstock nel 1969; persone che ballano di notte all’interno della struttura multicolore di un Festival Goa; l* programmator* di un’azienda hi-tech della Silicon Valley davanti al suo computer.

Cosa unisce tutte queste immagini? Le sostanze psichedeliche.

Non solo questo, insomma (Foto di KoolShooters da Pexels)

Questa è già una limitazione, perché riflette solo una parte (recente e occidentale) dell’immaginario che ruota attorno alle sostanze psichedeliche, ma possiamo già moderatamente festeggiare che si stia allargando il campo a narrazioni che vadano oltre l’hyppie strafatto e il raver impasticcato. Se tutto questo è possibile lo si deve a un’onda di riscoperta dell’utilità delle sostanze psichedeliche, messe al bando dagli Stati Uniti (seguiti a ruota da tutti gli altri paesi occidentali) dopo la Summer of Love e rimaste nell’illegalità fino ai primi anni duemila, quando la ricerca ha potuto ricominciare in alcuni paesi portando fino al Simposio mondiale sull’LSD di Basilea del 2006, inaugurato il 13 gennaio in occasione del centenario del “padre” dell’acido lisergico Albert Hofmann. Come si è arrivati sino a lì, cosa si è sviluppato da quel momento e cosa questo potrà voler dire per il nostro futuro sono gli interrogativi a cui Federico di Vita cerca di rispondere in La scommessa psichedelica, una raccolta di saggi curata dall’autore per Quodlibet Studio.

Il libro inizia con una ricostruzione storica della psichedelia, a partire dalle prime testimonianze al riguardo, databili a 7000 anni fa in Algeria grazie a delle pitture rupestri rinvenute in una grotta del Tassili n’Ajjer, fino all’iniziativa di coming out psichedelico Thank You Plant Medicine. Lose the Stigma (organizzata fra gli altri dal visionario regista britannico Jonathan Glazer e volta a sensibilizzare, attraverso testimonianze dirette, sugli effetti benefici di piante ancora oggi vietate), concentrandosi particolarmente sul ‘900 e sulle tappe che hanno portato sostanze come LSD, psilocibina, ketamina, peyote, MDMA e compagnia a essere viste dalla società, a seconda del contesto storico, come mezzi di liberazione individuale, farmaci o droghe. È un’introduzione necessaria ed efficace, capace di proiettarci nel contesto che poi i singoli saggi approfondiscono da molteplici punti di vista, ampliando enormemente l’immaginario legato alla psichedelia.

Medicina per il mondo…O per i mercati?

Rubo il titolo al saggio di Vanni Santoni, contenuto all’interno del volume, perché è capace di riassumere molte delle contraddizioni riguardo il rinascimento psichedelico. Testi come quelli di Francesca Matteoni (Piante sacre: ayahuasca, sciamanesimo e coscienza ecologica) e Ilaria Giannini (Rompere gli schemi: la cura psichedelica alla depressione), posti all’inizio della raccolta, aiutano a smontare vari preconcetti che legano le sostanze psichedeliche allo sballo fine a sé stesso, mostrando gli effetti benefici sia a livello fisico che sociale dell’ayahuasca o l’utilità di LSD e psilocibina nella cura della depressione, ma le criticità non tardano a essere messe in evidenza già da Agnese Codignola, che nel saggio L’antidepressivo di Donald Trump mostra come l’ex Presidente degli Stati Uniti abbia spinto per far approvare un farmaco psichedelico (lo Spravato, prodotto dalla Johnson & Johnson e basato su un derivato della ketamina) da somministrare ai veterani vittime di depressione, il tutto senza che i protocolli tradizionali fossero rispettati. Uno dei primi pericoli riguardo alla rinascita dell’interesse per le sostanze psichedeliche è proprio dovuto al loro potenziale economico: se la comunità scientifica, nei tempi e nei modi in cui ha potuto agire, ha sempre cercato di fare ricerca con uno spirito inclusivo, ben diversa è l’intenzione delle grandi multinazionali farmaceutiche che, come dimostrato dalla Johnson & Johnson, sono pronte a passare sopra la salute dei loro stessi consumatori pur di prendere al volo il treno economico della psichedelia.

Il vero nemico dell’opportunità di un ritorno degli psichedelici come catalizzatori politici ed ecologici potrebbe allora essere proprio quel capitalismo che sta cominciando a fiutare l’affare: sia chi si è già arricchito con la canapa, sia la cosiddetta “big pharma”, sia grossi investitori lontani da questo mondo […] Hanno cominciato a scommettere sugli psichedelici, e al di là del rischio che questi possano diventare una commodity per le élite, o che si arrivi al paradosso degli “psichedelici non-visionari” (c’è già chi è al lavoro per “togliere la psichedelia” dalla psilocibina nel tentativo di farne un farmaco ordinario).

Vanni Santoni, Medicina per il mondo… O per i mercati?

Sembra paradossale come una sostanza che negli anni ’60 era assunta per risvegliare la coscienza ora possa essere autosomministrata per diventare più performanti al lavoro, ma il paradosso è doppio: a portare a questa diversa visione è stata proprio l’opera di diffusione propugnata da Timothy Leary, arrivata sino ai programmatori visionari che nel corso dei decenni avrebbero creato dal nulla la Silicon Valley. Molti dei saggi che compongono La scommessa psichedelica puntano allora il dito su una questione fondamentale, cioè che non siano state le sostanze psichedeliche a innestare le idee che hanno mosso le proteste per i diritti civili degli anni ’60, ma che siano state semplicemente il carburante che ha alimentato un immaginario preesistente, un sentire comune che guardava alla liberazione individuale e sociale. In una società radicalmente differente come quella in cui viviamo non si può che ripartire da un’analisi attenta dei mezzi e degli scopi, perché per ogni depresso guarito a colpi di LSD e psicoterapia rischiamo di non indagare le cause sociali che hanno provocato il disagio mentale, per ogni psiconauta consapevole che cerca l’illuminazione ci sarà un consumatore interessato a far “performare” meglio il suo cervello (magari ispirato da Come cambiare la tua mente di Michael Pollan, uno dei testi cardine del crescente interesse verso gli psichedelici, etichettato nel volume con una gamma di giudizi che va da “utile” a “ingenuo e potenzialmente dannoso”) o semplicemente felice di farsi sedare e sfruttare come una pedina intercambiabile.

Abbiamo ormai prove su prove di ciò che è già ovvio a chiunque l’approccio aneddotico l’abbia arrischiato: funzionano, sono “antibiotici psichiatrici” (così li chiama Ben Sessa), ansiolitici sul lungo periodo, antinfiammatori, aiutano a superare dipendenze e paure, accrescono apertura, connettività, senso di comunione, innescano esperienze estatiche, morte dell’ego.

Funzionano, ma non si sa su cosa. Infatti modificano la coscienza, ma noi non sappiamo cos’è, la coscienza. Come possiamo allora capire veramente cos’è uno psichedelico?

Gregorio Magini, Pseudoglossario

Psichedelia e letteratura

L’immagine di un mondo di drogati “di stato”, sereni e sfruttati nel migliore dei mondi possibili, per dirla con le parole del Candido di Voltaire, è stata evocata dallo scrittore Aldous Huxley nel suo Il mondo nuovo, distopia creata nel 1932 e che ha saputo prefigurare le derive a cui la nostra società potrebbe arrivare: un altro paradosso sulle sostanze psichedeliche vuole che però lo stesso Huxley sia stato uno dei primi promotori dell’LSD dopo averne sperimentato gli effetti, narrando la sua esperienza in un saggio, Le porte della percezione, talmente influente da suggerire il nome ai The Doors. Il rapporto della letteratura con la psichedelia è lungo e affascinante, ed è soprattutto Carlo Mazza Galanti a occuparsi di mettere in (relativo) ordine un vasto catalogo che comprende le visioni di Philip K. Dick e quelle di William Burroughs mischiate ai contributi di scrittori e saggisti meno noti alle masse, tra un Roma senza Papa di Guido Morselli e gli scritti dedicati alle esperienze con mescalina e psilocibina dello scrittore e saggista francese Henry Michaux.

Altri però si infilano in questo spazio, portando all’attenzione il modo in cui un Antonin Artaud, psiconauta della prima ora e uno dei primi occidentali a partecipare al rito del peyote fra i Tarahumara, viene snobbato quando si parla di cultura psichedelica (lo fa Andrea Betti in Perché un rinascimento non si faccia restaurazione), come se ad oggi fosse solo la parte medica delle sostanze a dover essere messa in luce, relegando in un angolo tutte le narrazioni che possono mettere in “imbarazzo”. Un simile dilemma aveva diviso Huxley e Al Hubbard da Timothy Leary, coi primi interessati a veicolare una lenta scoperta degli psichedelici da parte della popolazione guidata da “saggi illuminati” e il secondo impegnato a innervare il più possibile l’LSD nella società americana: dicotomie su dicotomie, come quella sottolineata da Galanti (e giunta fino a noi dal Fedro di Platone attraverso Jacques Derrida) del pharmakon come cura e veleno, o quella che vuole l’utilizzo medico più giusto di quello che ne fa un raver.

Musica e sostanze per una rinascita spirituale

Certo, per quanto azzardato possa sembrare paragonare i festival moderni a fenomeni religiosi nati in contesti culturali lontani, i nostri festival potrebbero in ogni caso essere visti come un’eco di quei fenomeni, una loro versione forse radicalmente trasformata, snaturata e distorta, ma anche modernizzata, riadattata e aggiornata. D’altronde le feste psytrance sono scaturite dalle esperienze di persone occidentali rifugiatesi in India a partire dagli anni ’60, proprio per ritrovare quella spiritualità che nell’Occidente secolare – come notò giustamente lo zio – era andata perduta. Certo, né i praticanti della cultura di Dioniso, né i primi Goa freaks si sarebbero potuti immaginare che questa nuova pratica spirituale si sarebbe reinventata in forma di rave parties, conditi da molecole psicotrope prodotte in laboratorio e scanditi dal martellare incessante di suoni digitali, in templi eretti per una settimana in onore di ciò che non muta mai: il fatto che siamo ancora figli della Grande Madre.

Chiara Baldini, Tramonto al tempio

Se l’idea che ci siamo fatti della musica psichedelica ha molto a che fare con la Summer of Love, è pur vero che a mantenere vivo il ricordo di quella stagione è stato, in epoca più recente e in contesti e modi completamente differenti, la cultura rave. Lo fa notare già Federico di Vita nell’introduzione storica, citando anche un estratto del Muro di casse di Vanni Santoni che, insieme agli scritti di Mark Fisher, mi ha aperto gli occhi su una realtà che da giovane imberbe avevo liquidato come “roba da truzzi”, lo esplicita pienamente poi Chiara Baldini, nel suo saggio Tramonto al tempio, dove analizza le connessioni fra pratiche spirituali come i culti misterici e i moderni festival psytrance come il Boom Festival portoghese. Più che luoghi dove lo sballo è il fine viene fuori l’immagine di un contesto creato ad arte per veicolare la funzione delle sostanze psichedeliche verso una riscoperta spirituale, come un vero e proprio rituale dove le persone, la musica (diversa per ogni ora della notte e del giorno) e l’ambiente aiutano a riconnettersi con gli altri e col mondo: l’ego dissolution, che negli studi psicanalitici aiuta a liberarsi da dipendenze croniche come quella dell’alcol, ma raggiunta attraverso pratiche estatiche. L’ambiente che viene creato in questi contesti ha un ruolo fondamentale, capace attraverso le sostanze di portare a esperienze non dissimili dalla Sindrome di Stendhal (come fa notare ancora di Vita nel suo saggio La sindrome di Stendhal nell’era della sua riproducibilità tecnica) ma totalmente diversa dal ritrovarsi, rimanendo in tema artistico, a osservare le opere di un museo sotto effetto delle stesse sostanze, esperienza riportata dallo scrittore statunitense Daniel Tumbleweed nel suo volumetto The Museum Dose.

Mi affascina l’ipotesi di una specie di polismo, approccio metafisico che starebbe al monismo (la metafisica del “tutto è uno”) come il politeismo sta al monoteismo: non esiste una realtà, ne esistono molte reciprocamente incompatibili; a seconda del tipo di esperienza in campo, alcune prendono il sopravvento, altre retrocedono. Non c’è alcuna tavola della legge che obbliga a tifare per l’una o per l’altra; ciascuno è libero di indossare i propri amuleti.

… E se stai pensando “ma non possono avere tutti ragione, non può essere tutto vero, la realtà oggettiva è una e le altre sono fantasie oppure errori, punti di vista soggettivi”, rimando con maggiore insistenza alla Enquête (Enquête sur les modes d’existence di Bruno Latour, ndr), in particolar modo alla discussione sul demonietto razionalista Doppio Click – che Latour chiama così proprio perché è ossessionato dalla necessità di sdoppiare tutto ciò che esiste in una parte oggettiva e in una soggettiva.

Gregorio Magini, Pseudoglossario

C’è molto altro all’interno del volume, dall’analisi delle connessioni fra cultura psichedelica e comunità dei meme nel saggio Oltre la realtà: Internet e memetica tra magia, estasi e distruzione, curato da Silvia Dal Dosso e Noel Nicolaus alla raccolta di esperienze dirette catalogate da Peppe Fiore in Il trip report come sottogenere della letteratura di viaggio, tanto che è impossibile riassumerne il contenuto senza citarlo quasi in toto. Se v’interessano le ripercussioni che questa rivoluzione potrà avere sulla nostra vita come società, o più “semplicemente” aprire gli occhi su una realtà molto più sfaccettata di come ci è stata da sempre proposta, La scommessa psichedelica è una lettura incredibilmente approfondita sul tema e che vi aiuterà a capire da quale parte stare, ammesso che nel frattempo non abbiate zittito il demonietto razionalista Doppio Click che limita la vostra visione del mondo.

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Racconto in musica 90: Dicono sia pazzo (Rio Mezzanino – White bones)

Più di una volta ho parlato della difficoltà a ritenermi esperto di qualcosa: mi ripeterò. Lo faccio perché mi ritrovo a parlare di una band di cui so ben poco, perché il racconto ispirato al loro brano tratta un tema, quello della malattia mentale, che ho provato ad affrontare parecchio tempo fa col timore di piazzarci qualche castroneria e, infine, perché ogni settimana mi metto davanti alla tastiera a parlare di musica con la speranza che nessuno si accorga che ne so molto meno di quel che sembra e che, nel caso qualcuno se ne accorga, abbia pietà. La cara, vecchia Sindrome dell’impostore è sempre lì in agguato, penso ne soffrano un po’ tutti e va anche bene così almeno finché non diventa patologica: ci mantiene coi piedi per terra ed evita la nostra trasformazione in individui egoriferiti che pensano di saperla lunga solo loro, in pratica ci mantiene esseri umani decenti e fallibili.

Sono riflessioni che vengono fuori quando ti inviano un racconto e scopri che il suo autore la sa molto più lunga di te. Emanuele Tarchi, il gradito ospite di questa settimana, ha infatti conseguito una laurea in Popular Music presso Sonus Factory dell’University of Chichester (la tesi, sullo sviluppo di un pedale effetto per chitarra, scommetto interesserebbe un sacco al mio cantante e chitarrista, sempre felice quando può spippolare fra cavi e suoni), ha collaborato con un paio di testate online realizzando interviste e recensendo dischi e concerti, ha un suo progetto musicale (i Medemo, di cui potete ascoltare qualcosa qui) e attualmente lavora nel mondo dell’editoria, come editor e grafico impaginatore per BE Edizioni e come redattore e grafico impaginatore per lo studio editoriale NEWT. Fiorentino doc, Emanuele ha già fatto tutto questo pur essendo nato nel 1995, quindi sedici anni dopo di me: ce n’è abbastanza per chiedersi cosa avevo realizzato io alla sua età (risposta: meno della metà di quelle cose) e, passata la momentanea crisi dei quarant’anni (più tre), accoglierlo all’interno di queste pagine con un caloroso abbraccio.

Merito di Emanuele è anche quello di avermi fatto scoprire i Rio Mezzanino, band fiorentina d’adozione attiva sin dai primi anni duemila. La loro prima demo, nel 2007, attira già l’attenzione tanto da vincere il Demo Award di Radio Rait, consegnato al Meeting delle Etichette Indipendenti a Faenza, poi l’anno dopo Antonio Bacchiddu (voce e autore dei testi), Federica Fabbri (chitarra), Leonardo Baggiani (basso) e Oretta Giunti (batteria) (cui si aggiungerà nel tempo il percussionista Giuseppe Viesti) escono col primo disco, Economy with upgrade. Prodotto dall’etichetta Danza Cosmica e dalla stessa band, illustrato dal fumettista Igort, l’album è un concentrato di polvere blues ed echi cantautorali, aperto alle contaminazioni (come nel finale insospettabilmente elettrico di Lies) ma omogeneo nel suo dipanarsi fra atmosfere dilatate e piene di pathos: se ascoltandolo vi viene in mente il compianto Mark Lanegan non siete distanti dal bersaglio. Sempre nello stesso anno la band collabora con Andrea Montagnani e Dimitri Chimenti alla realizzazione dello spettacolo teatrale The sky underground. Songs for the living and the dead, un’originale fusione di musica, cinema e teatro che esemplifica l’interesse dei Rio Mezzanino per ogni forma di arte: nel 2010 infatti realizzano la colonna sonora del film-documentario Cancelli di fumo di Francesco Bussalai, storia della manifattura tabacchi di Cagliari dal 1800 al 2001 raccontata da chi lì dentro si occupava della salute di operai e operaie fra lavoro, scioperi e il definitivo abbandono. Lo stesso anno li vede tornare con un Ep, Together to get out, preludio al secondo album che vede la luce nel 2012.

Love is a radio mantiene intatta la patina blues che permea la loro musica, sacrificando le dilatazioni oniriche del primo disco in nome di un approccio più diretto ma non meno viscerale: edito da A Buzz Supreme, il disco si fa forza di arrangiamenti sapienti in cui agli strumenti classici della band si uniscono spesso archi, sax e wurlitzer. Attenti alle questioni inerenti ai diritti civili (sono fra i firmatari della carta d’intenti dell’Indie Pride), la band realizza in seguito la colonna sonora del docufilm Lei disse sì, storia del percorso che ha portato due donne a coronare il loro sogno d’amore in Svezia nel 2016 e della campagna di sensibilizzazione che Ingrid e Lorenza hanno portato avanti sin dal 2012. Sempre nel 2016 i Rio Mezzanino lanciano una campagna di fundraising che porterà alla realizzazione di quello che è attualmente il loro ultimo disco, Black mamba, uscito a fine 2017: i loro canali social da allora tacciono, i miei tentativi di trovare il disco si sono rivelati fallimentari e non ci resta che sperare che la band goda ancora di buona salute, in modo da poterci ritrovare tutti insieme a un loro concerto con una buona birra in mano.

White bones è una delle tracce che compongono l’album d’esordio dei Rio Mezzanino, una ballata dolente a cui gli archi donano ancora più enfasi. Dall’atmosfera generale e dalle parole di Bacchiddu è partito Emanuele per portarci nella vita di Filippo, un ragazzo rinchiuso dai familiari in un ospedale psichiatrico la cui vita si riduce alle funzioni essenziali: unico passatempo, la vista di una piccola porzione di mondo dalla finestra della propria prigione. Potete leggere il suo racconto subito dopo la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Dicono sia pazzo, di Emanuele Tarchi

Guarda le foglie cadere, ogni giorno.

Non può fare molto di più, lo tengono legato a una sedia da quando è arrivato. Una grossa finestra sul parco è tutto ciò che gli è concesso.

Ogni tanto qualcuno viene a fargli visita. Sono i suoi familiari.

Come avete fatto a mandarmi qua, io non sono pazzo, non lo sono, dice.

Se non fosse legato gli salterebbe addosso.

Filippo caro, rispondono, Per noi è una gioia vederti stare meglio, qui riesci a essere seguito ventiquattr’ore al giorno, tutta la settimana.

Portatemi a casa, portatemi a casa! urla, ed è su tutte le furie.

Mentre si agita, i familiari chiedono aiuto al personale. Alcuni infermieri accorrono infilandogli una grossa siringa nel braccio, quindi perde i sensi.

Ogni volta va così, e i parenti se ne vanno convincendosi sempre più che sia davvero pazzo. Non stanno mai più di cinque minuti con lui.

Il colloquio per farlo prendere in cura all’ospedale fu abbastanza rapido.

Nostro figlio è pazzo, finirà per suicidarsi, disse il padre.

Ci deve aiutare, non sappiamo più a chi rivolgerci, aggiunse la madre.

Siete nel posto giusto, li rassicurò il dottore.

Due ore dopo i genitori salirono in macchina e tornarono verso casa lasciando il figlio nelle mani di qualcun altro.

Sono fortemente convinti. Dicono sia pazzo, o forse lo sono loro?

Da quel giorno gli fu negata la libertà di compiere ogni singolo movimento.

Lo accompagnano in bagno, sempre tenendogli le braccia legate dietro la schiena affinché non crei confusione. Lo imboccano con un cucchiaio. Lo lavano. Gli cambiano i vestiti. Lo mettono a letto. Lo addormentano. Lo fanno sedere. Lo alzano. Lo fanno bere. Alle volte chiede di essere masturbato, ma gli viene negato.

L’unico diversivo consiste nel dottore che al risveglio viene a visitarlo. Prende delle pasticche da un bicchiere e gliele infila in bocca, si accerta che le abbia ingoiate, gli punta una fastidiosa luce negli occhi, scrive qualcosa su alcuni fogli. Due volte alla settimana gli fa il prelievo del sangue. Prima di uscire, si gira sempre a chiedergli come si sente. È l’unico che sembra interessarsi a lui.

Sento le mie ossa sotto la neve, gli risponde ogni volta.

Poi riprende a osservare fuori dalla finestra. Lo fa tutte le mattine, per tutto il giorno.

Se mai doveste fermarvi davanti alla porta numero 206, sarete in grado di percepire un’incessante litania.

Non uccidono la mia anima, canta senza speranza.

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