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Racconto in musica 25: Bagliori dallo spazio profondo (Calibro 35 – Thunderstorms and data)

Vorrei poter dire che ho passato il mese di pausa agostana a riunire autori di cui pubblicare racconti e ad ascoltare nuove band da farvi scoprire, ma la realtà è che A) sui primi ci sto lavorando, e non sapete quanti splendidi racconti si possono trovare sulle riviste letterarie: prima o poi farò un articolo al riguardo B) ho passato le due settimane in cui ho fatto su e giù per l’Italia ascoltando Radio Deejay, e non sapete quante canzoni del cazzo con testi senza senso che parlano di tequila e mare sono uscite questa estate. O probabilmente lo sapete e siete da queste parti proprio per disintossicarvi, quindi la smetto di blaterare di musica brutta e mi metto a parlarvi del gruppo che mi ha ispirato questa settimana, ovvero i Calibro 35.

Sulla lunga carriera della band milanese, attiva dal 2007, ci sarebbero mille cose da dire, così come suoi singoli componenti. Quando Enrico Gabrielli (tastiere e fiati), Massimo Martellotta (chitarra), Luca Rondanini (batteria), Luca Cavina (basso) e Tommaso Colliva (produttore e vero e proprio elemento della band) si riuniscono per un progetto dedicato alle colonne sonore italiane degli anni sessanta e settanta tutti hanno già una certa carriera nel mondo della musica (ascoltate Gabrielli coi Mariposa e Cavina con gli Zeus! per favore, vederli entrambi sul palco a Sanremo nel 2019 conoscendo i loro trascorsi musicali mi ha fatto commuovere), e il progetto può sembrare il classico divertissement da una botta e via: dopo sette album, alcuni ep, partecipazioni a compilation e addirittura un brano utilizzato nei titoli di coda di un film con Bruce Willis (Convergere in Giambellino, utilizzato nella colonna sonora di Red, non certo l’unica incursione dei Calibro 35 nel mondo del cinema) possiamo ovviamente affermare che non è così. Attraverso funky, jazz e quanto altro gli venisse in mente i Calibro 35 hanno pian piano ampliato il loro raggio d’azione dalle colonne sonore accennate più in alto (ripresero il tema di L’uomo dagli occhi di ghiaccio per la compilation Il paese è reale di cui ho parlato qui, fra le altre) a dischi di soli brani originali, perlopiù strumentali ma con piacevoli incursioni vocali (già nel primo disco era presente una versione della canzone L’appuntamento, originariamente interpretata da Ornella Vanoni, con Roberto Dell’Era alla voce).

Di Momentum, l’ultimo disco uscito a gennaio, io mi sono accorto come al solito in ritardo ma è stato amore a primo ascolto. All’interno del loro sound comunque riconoscibile ci sono derive un po’ da tutte le parti, tanto che io ci ho trovato spazio per immaginarmi connubi con la fantascienza e il mondo del retrogaming: Thunderstorms and data, sesta traccia dell’album, mi ha ispirato un brano debitore di tante letture (fra tutte Nostri amici da Frolix 8 di Philip K. Dick) e dell’immaginario videoludico degli shoot’em up a scorrimento verticale, genere anzianissimo ma che continua a sopravvivere nonostante tutto. Siete ancora in tempo per vedere i Calibro 35 dal vivo al Castello Sforzesco mercoledì 9 settembre (qui maggiori informazioni), il racconto invece lo trovate sotto al brano: non mi rimane che augurarvi buon ascolto, e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Bagliori dallo spazio profondo

Ce l’ho fatta. La mia missione è compiuta, finalmente sono a casa.

Ho visto le stelle delle più remote galassie, visitato pianeti dai panorami inenarrabili, attraversato nubi di asteroidi, tutto al solo scopo di salvare la mia specie. Quando l’incarico ci è stata affidato il nostro sembrava un tentativo disperato: disperderci per lo spazio, cercando qualcosa che ci aiutasse a sopravvivere.

Mi si inumidiscono gli occhi avvicinandomi al globo, alle luci sulla sua superfice. Sembra cambiato, eppure è sempre lo stesso: il mio pianeta natale, quello che mi ha dato la vita e uno scopo.

Quello per cui ho perso per sempre la mia innocenza.

Ripenso alle battaglie e ai cunicoli pieni di circuiti in roccaforti aliene dove mi infiltravo come un virus in un vasto sistema immunitario. Mille e più volte ho rischiato di morire fra le fiamme, un bagliore nell’universo silenzioso che nessuno da casa avrebbe visto. Ho fatto mie tecnologie apparentemente incomprensibili, integrate nella mia navicella che ora è l’emblema stesso della speranza.

Vedo figure avvicinarsi dall’atmosfera. Ho già inviato il codice di riconoscimento, mi immagino le reazioni alla torre di controllo e non riesco a trattenere una risata. Cerco di immaginare anche le facce, ma la risata si fa amara. Chissà quanti saranno morti durante la mia assenza.

Ho perso i migliori anni della mia vita a vagare solitario, ma il sacrificio non è stato vano.

Mi chiedo se lei mi abbia aspettato, anche se le ho detto di non farlo. Se la mia abitazione è ancora in piedi, nonostante le tempeste che imperversavano sulla superfice. Penso anche a quelli che dicevano che la mia era la scelta facile, che cercavo la salvezza altrove lasciandoli lì a morire. Non potrò raccontare loro dei pericoli che ho corso, dei dubbi che mi attraversavano la mente ogni volta che ero costretto a combattere. Avevano una famiglia i miei avversari? Ero io il cattivo per le flotte che cercavano di respingermi? Sopravviveranno i pianeti che mi sono lasciato alle spalle, senza le tecnologie che ho sottratto loro?

Non voglio più pensare, solo guardare le navicelle che si schierano attorno a me, il mio comitato di accoglienza. Basta sofferenza.

Sono l’eroe. Una bella sensazione. Troppo breve.

Le navicelle cominciano ad attaccarmi. Cerco di comunicare, ma le mie urla si perdono nel vuoto. Mi limito a schivare finché posso, fino a quando reagire non diventa l’unica possibilità di sopravvivenza, ma mi hanno ormai accerchiato. Dovrei riuscire ad abbatterle facilmente ma sono più veloci di quanto le ricordi. Come ha fatto la tecnologia del mio pianeta ad avanzare così? Chi è che mi sta realmente attaccando?

Un paio di colpi vanno a segno, trasformando la mia navicella in una palla di fuoco. Resto senza risposte, ma almeno da casa potranno vedere l’esplosione che pone fine alla mia vita.

Game over.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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