Il punto di congiunzione fra musica lo-fi e pessimo cinema: Bassa fedeltà di Enrico Monacelli e Film brutti di Andrea Carobbio

Ricordo abbastanza bene quando è avvenuto il mio primo incontro con la musica lo-fi. Era il 2009, collaboravo con Indie-zone e ricevere i dischi significava, se il disco era estero, ricevere nella stragrande maggioranza dei casi un file piratato: mi capitò in questa maniera di ascoltare e recensire il secondo album degli Wavves, ovvero Wavvves, che ascoltai chiedendomi continuamente “ma perché l’hanno registrato così di merda?” Lo stroncai, ignaro che quel modo di fare musica aveva già basi solide e storiche: dopo anni densi di altre esperienze sonore (e la sorpresa di trovare una canzone degli Wavves stessi, registrata decisamente meglio, all’interno del videogioco GTA V) oggi forse (forse) lo rivaluterei.

Non ricordo invece quale è stata la mia porta di ingresso nel mondo dei film brutti. Negli anni ne ho “collezionati” parecchi, dagli storici capolavori di Ed Wood a perle meno note (perlopiù carpite dal fornitissimo, ma ahinoi non aggiornato, archivio del sito FilmBrutti.com) come Il bosco 1 o Van Helsing – Dracula’s revenge, quest’ultimo “nobilitato” dalla partecipazione di un Coolio (sì, quello di Gangsta’s paradise) fattone in versione normale e sessuomane in versione vampiro, e potrei andare avanti ore a citarne perché il fascino dell’orrido, una volta che ti prende, diventa una droga.

Pur uniti da mezzi di produzione limitati, e da budget quasi sempre risicati, non avevo mai pensato che i due mondi potessero avere molto in comune, almeno prima di leggere Bassa fedeltà- Musica lo-fi e fuga dal capitalismo, scritto da Enrico Monacelli e pubblicato da Nero, e il didascalico Film brutti, scritto da Andrea Carobbio e pubblicato da Mimesis. Pur partendo da basi e ambizioni completamente diverse, i due libri si parlano attraverso quella che è una caratteristica imprescindibile sia per la buona riuscita di un album lo-fi che per la pessima riuscita di un film brutto: la sincerità dell* autor*.

Filosofia e sociologia del registrare “male”

A differenza mia, quando Monacelli ha ascoltato per la prima volta un disco lo-fi non se n’è allontanato con ribrezzo. Il periodo era lo stesso, giusto un anno più tardi (le età, invece, decisamente differenti: lui diciassette anni, io avevo appena scavallato la trentina), ma il disco invece era un po’ più vecchiotto: Knock knock, settimo album di Smog (moniker dietro cui si cela dietro qui si cela Bill Callahan), uscito nel 1999. Per Monacelli è in particolare la canzone Teenage spaceship a rappresentare un’illuminazione, sia per il testo che riusciva a racchiudere il disorientamento adolescenziale con cui lui stesso faceva i conti, sia per i suoni che accompagnavano quelle parole.

E c’era un’altra cosa che mi aveva colto alla sprovvista: la canzone suonava cruda e povera. Naturalmente avevo già ascoltato delle demo registrate male o di qualche gruppo punk scadente, ma c’era dell’altro. Il brano suonava grezzo in un modo incantevole e premeditato. La chitarra girava intorno a quei pochi accordi, tesi e disadorni, che sembravano rimbalzare sulle pareti di una piccola camera da letto. Era affilata e metallica, di fronte a tutto il resto della canzone, e ne usciva meravigliosamente maciullata. I sintetizzatori, subito sotto la chitarra, suonavano come un ossimoro davvero bizzarro: svettanti ma scadenti e impolverati. La voce di Callahan si adagiava su questo mucchio di detriti dorati mentre entrava in scena la batteria, con il suono di piccoli barattoli di latta recuperati in qualche angolo di una landa deserta. La cosa più sorprendente di tutto ciò era sicuramente che non si trattava di una fortunata coincidenza emersa da circostanze casuali o di una bellezza nata dalla morsa della pura necessità: si trattava di uno stile consapevole, una sorta di registrazione magicamente messa a punto da Callahan e dal suo produttore, Jim O’Rourke. La canzone non finisce semplicemente così. Era un’opera di rovina virtuosistica, fatta apposta per esplorare le potenzialità dei suoni in bassa fedeltà. Era bellissima.

L’ascolto di quella canzone è per l’autore il punto di ingresso per un genere/non genere sfaccettato e multiforme come il lo-fi, interpretato in mille maniere diverse ma accomunate dal rifiuto verso le produzioni ad alto budget per altrettante ragioni diverse, da quelle estetiche a quelle di libertà creativa. A queste ultime Monacelli aggiunge motivazioni sociali, consapevoli o meno, analizzando la carriera e i dischi di determinati artisti (e di una sola band di artiste, perché purtroppo anche questa storia musicale è perlopiù una questione maschile) attraverso le riflessioni di gente come Félix Guattari, Herbert Marcuse, Franco “Bifo” Berardi e l’immancabile Mark Fisher, sviluppando nell’arco di poco meno di duecento pagine non tanto una storia cronologica della musica lo-fi (per quanto ci tenga a fissare un punto iniziale, opinabile per sua stessa ammissione, nel disco Smiley smile dei Beach Boys) quanto un manifesto politico che vede in questo tipo di produzione artistica una critica alla società capitalistica.

R. Stevie Moore ha pubblicato più di quattrocento dischi nella sua vita. Il numero varia a seconda della fonte che si prende in considerazione. Probabilmente nemmeno lo stesso Moore è sicuro di quanti siano. E probabilmente ce ne saranno molti di più il giorno in cui lascerà questa terra. Ha realizzato così tanti album e progetti bizzarri che nessuno avrà mai il tempo di ascoltarli tutti, ma lo scopo non è mai stato quello di consumarli o venderli: sono stati realizzati al di fuori di qualsiasi logica di mercato, per godere della loro esistenza come la documentazione di un momento molto specifico di una vita molto specifica. Non esistono per diventare merce da scaffale, ma per la gioia di esistere e per amore dell’esistenza, quasi come fossero figli di una compulsione

Uno dei pregi di Bassa fedeltà è quello di non limitarsi ai “grossi” nomi della scena, perché per un Daniel Johnston che è stato toccato per un breve periodo dalla luce dei riflettori (anche grazie, lo scopro qui, ai miei adorati Butthole Surfers) ci sono molti altri nomi che invece sono rimasti nell’ombra, seguiti da un piccolo gruppo di accolit* affascinat* dai loro mondi bizzarri e totalmente fuori mercato. Nomi come R. Stevie Moore, wannabe rockstar dalla carriera ultradecennale e alfiere del “do it yourself”, le algide Marine Girls, la cui carriera è durata solo fra il 1980 e il 1983, Phil “Mount Eerie” Elverum (uno che da queste parti apprezziamo molto) e Mike “Perfume Genius” Hadreas e le loro sofferte parabole esistenziali e Ariel Pink con il suo suono che si alimenta di nostalgia e paranoia. Per ognuna delle loro estetiche Monacelli trova una porta di accesso sociologica tutt’altro che scontata, persino avventata, ma innegabilmente affascinante: ecco allora che la musica delle Marine Girls viene associata alle ricerche sulla fobia degli spazi oceanici dei Freikorps che portarono Hitler al potere (secondo il controverso studio di Klaus Theweleit Fantasie virili, pubblicato nel 1977, l’acqua rappresentava il duplice terrore della penetrazione e di tutte quelle persone che desiderano essere penetrate), il bizzarro mondo mistico di Johnston si collega al comunismo acido che Mark Fisher stava teorizzando prima del suo suicidio e il ritiro in mezzo alla natura norvegese attraverso cui Elverum ha realizzato il disco Dawn, affine a prima vista alla genesi del Walden di Henry David Thoreau, viene associato più  a Walter Benjamin.

Il catastrofista marxista Walter Benjamin ha scritto che《Marx dice che le rivoluzioni sono le locomotive della storia. Ma forse le cose stanno diversamente, forse le rivoluzioni sono un tentativo da parte dei passeggeri di questo treno – cioè la razza umana – di azionare il freno》, e per Elverum la musica era, su scala minore, proprio questo: un freno di emergenza che attiviamo per bloccare l’esistenza di una realtà ingiusta. Autoprodurre un album significava, per Elverum, essere fedele a un’interzona selvaggia, sia psichica che fisica, in cui un’uscita dalle costrizioni e dai vincoli è ancora possibile e auspicabile. Uno spazio in cui, attraverso una critica pratica e spietata dell’esistente, si possono esprimere e praticare nuovi modi di vivere, amare e morire, anche se senza garanzie o forme fisse a cui aggrapparsi. La gioia e il terrore della critica.

È anche una storia di contraddizioni quella del lo-fi, fatta di paradossali aspettative di successo, inquietanti  amori oltre il limite dello stalkeraggio e, nel caso di Ariel Pink, un viaggio contro tutto e tutti nel mondo del complottismo. Forse le associazioni di Monacelli sono esagerate, forse l* artist* di cui sono narrate le gesta non si ritroverebbero in queste analisi, ma il lavoro compiuto in Bassa fedeltà fa riflettere sui modi in cui possiamo tentare una fuga dal capitalismo perlomeno ideologica, magari guardando anche verso le nuove leve della musica lo-fi che l’autore, attento alle nuove forme di espressione, elenca nell’ultimo capitolo del suo saggio che certifica una volta di più le capacità della casa editrice Nero di intercettare quella linea di congiunzione che ancora resiste fra musica e politica.

La bruttezza come forma di sincerità

Nel suo Film brutti (sottotitolo: Ma così brutti da diventare bellissimi) Carobbio ha ambizioni sicuramente minori. Folgorato sulla via di Damasco dalla visione di The room, il capolavoro trash di Tommy Wiseau sulla cui lavorazione James Franco ha basato The disaster artist (che, a differenza della pellicola ispiratrice, si è portato a casa anche qualche premio prestigioso: ne avevamo parlato qui), l’autore del libro è stato risucchiato dal fascino dell’orrido nella sua più pura essenza, quella stessa che portava me, mio fratello e un nostro amico a organizzare saltuarie visioni collettive dei “capolavori” recensiti peggio dal già citato FilmBrutti.com: quella dove la bruttura è totalmente involontaria, e pertanto soffusa di una sorta di ingenua e stramba genialità.

Ciò che rende davvero affascinanti queste pellicole è che rappresentano un viaggio di sola andata nella psiche dei loro creatori. Aprono uno squarcio sulle vite di persone senza talento e perlopiù senza alcuna preparazione che, nonostante i palesi limiti imposti dalle proprie capacità e da budget spesso risicatissimi, semplicemente se ne fregano. Ma che vengano mossi da un’ambizione sfrenata e infantile, o da un egocentrismo esasperato o ancora da un’ottusità che rasenta l’idiozia, non possiamo che ammirarli. I loro film sono monumenti alla resistenza. All’ambizione sconsiderata. Alla frustrazione. Al fallimento. All’amore incondizionato e illogico per l’arte cinematografica. Ci raccontano di quanto sia dannatamente difficile riuscire a fare, a essere ciò che si vuole nella vita. Ed è per questo che è impossibile non amarli.

Il libro è composto da un elenco di schede su alcune delle peggiori pellicole prodotte negli ultimi cinquant’anni di cinema, soprattutto megli Stati Uniti ma sconfinando anche in Italia e persino in Turchia, con il delirante 3 Dev Adam che mette in scena, in barba a una ancora notevolmente fallace politica di protezione del copyright, uno Spiderman apocrifo e psicopatico che lotta contro un Capitan America di poco più realistico e… Il luchador messicano El Santo. Nessuna analisi sociologica, ma una linea ben precisa: evitare i nomi più famosi del panorama trash, come i già citati Wood e Wiseau, e concentrarsi sulle pellicole involontariamente brutte, escludendo dal novero le produzioni volutamente trash della Asylium (quella di Sharknado, per intenderci) e della capostipite di questo “genere”, la benemerita e immarcescibile Troma.

Non gli eroi che meritavamo, ma quelli di cui avevamo bisogno per farci quattro risate

Il fascino di un libro del genere è quello di scoprire aneddoti gustosissimi sul dietro le quinte dei disastri annunciati mentre si andavano formando. Il misconosciuto (e italianissimo) Alien 2 – Sulla terra (non denunciatelo alla 20th Century Fox: nel 1980 Alien non era ancora un marchio registrato, e il regista e produttore Ciro Ippolito ha vinto la causa intentatagli), con i soldi del budget spesi in auto costose e col suo mostro fatto con la trippa, lo scippo di una catenina a Napoli da cui la vittima prende spunto per creare il delirante La croce dalle sette pietre (sottotitolo non ufficiale: L’uomo lupo contro la camorra), il volontario schianto di Carnosaur nell’uscire un mese prima di Jurassic Park (unica concessione alla bruttura consapevole: a produrre c’era Roger Corman, re mida delle pellicole a basso budget che nella sua carriera ha tenuto a battesimo gente come Joe Dante, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola e Jack Nicholson) e l’incredibile motivazione per cui il protagonista di Samurai cop ha i capelli lunghi in alcune scene e un’imbarazzante parrucca da donna in altre (spoiler: il regista Amir Shervan aveva dimenticato di girare un buon cinquanta per cento del film, e nel frattempo l’attore Matt Hannon si era tagliato i capelli). Ciò che invece non può riuscire a fare Carobbio, con consapevolezza dell’autore stesso, è restituire su carta la bruttezza di certe scene, come quando gli orribili gallinacci in computer grafica di Birdemic: Shock and terror entrano in scena dopo quarantacinque minuti di noiosissima povertà creativa e di mezzi (il regista James Nguyen, totalmente immerso nel suo culto per Alfred Hitchcock, faticherà molto nel capire perché la gente ridesse invece di essere terrorizzata dal suo film), o come quando cerca di restituire l’improbabilità di alcuni scambi di battute di Megaforce, un film dalle ambizioni non meglio specificate che uscì al cinema nello stesso giorno di La cosa e Blade runner e floppò come loro a causa dello strabordante successo di E.T. pur divenendo, come gli altri due ma per motivi diametralmente opposti, un cult.

Uccellacci in pessima computer grafica affrontati con delle grucce: ok

Ci sarebbe da parlare anche di Neil Breen, una sorta di involontario David Lynch dei poveri (su cui anche I 400 Calci hanno realizzato una retrospettiva), del flop imbarazzante di Dreamland – La terra dei sogni (guardatevi il trailer e ditemi se non sembra fatto da Maccio Capatonda), dell’eccezione (meritevole?) rappresentata dalla serie The lady di Lory Del Santo, ma non voglio togliervi la sorpresa di scoprire tutte le chicche (dis)gustose contenute nel libro. Carobbio ha la penna ironica al punto giusto per affascinare col suo racconto, anche se la conclusione delle sue retrospettive sembra spesso troppo veloce: trova però il perfetto anello di congiunzione con il saggio di Monacelli a pagina 90, attraverso il pensiero del già citato Roger Corman, che è la citazione con chiudo questo articolo sperando di avervi invogliato ad entrare almeno un poco nel mondo della musica registrata male e dei film girati peggio.

Corman credeva fermamente che la creatività non dipendesse dai soldi. Lavorare con pochi mezzi, secondo lui, stimolava l’ingegno e la capacità di trovare soluzioni innovative. Per Corman, in sostanza, il basso budget era molto più di una strategia finanziaria: rappresentava una scelta quasi ideologica. I suoi film sono dichiarazioni di indipendenza creativa, con i quali intendeva promuovere la democratizzazione del cinema, l’innovazione attraverso la limitazione dei mezzi e una ribellione contro l’industria hollywoodiana tradizionale.

Insomma, fanculo il capitalismo, anche se ci siamo dentro.

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Racconto in musica 196: L’ipotesi (Giorgio Poi – Giorni felici)

“I maestri sbagliati li ho seguiti tutti” cantavano un bel po’ di anni fa i Tre Allegri Ragazzi Morti, e io ci ho messo un certo impegno nella mia vita per adeguarmi, almeno musicalmente, a quell’adagio, ancora prima di conoscere la canzone da cui è tratta la frase oltretutto. I miei avevano in casa quasi solo cassette di Sanremo, alle elementari ho cominciato ad ascoltare i Queen e Vasco Rossi, una cassetta di Zucchero e una di Eros Ramazzotti erano arrivate “grazie” a mio fratello (sulla seconda sono sicuro, sulla prima un po’ meno) e alle medie ho fatto il salto verso la Deejay Parade: potevo essere come tutt* l* altr*, invece poi ho virato verso il grunge proprio mentre il Grest del mio paesino voleva inculcarmi in testa Lucio Battisti a colpi de La canzone del sole cantata in circolo ogni santa sera (e faceva uscire definitivamente di scena anche Vasco a botte altrettanto tenaci di Albachiara). La mia epopea di bastian contrario (fino a un certo punto, che i Nirvana guardati su Mtv non erano mica i Negazione pogati in un centro sociale) è iniziata lì, e fedele a quella linea che ovviamente non c’era mi sono tenuto lontano da ciò che percepivo come la norma in musica, soprattutto quella italiana: così, a parte un recupero tardivo di Fabrizio De André, mi sono perso pure tutti i cantautori (qui il maschile sovraesteso è purtroppo voluto) dell’epoca d’oro della musica italiana, dai Guccini ai De Gregori e figuriamoci i Venditti, che io sentivo Alta marea e mi veniva l’orticaria e non mi sarei mai sognato di pensare che anche lui aveva fatto cose buone (che comunque, mea culpa, sto ignorando pure ora, troppo impegnato a seguire la solita linea sghemba che mi ha portato l’altroieri ad ascoltare una band sperimentale formata da un burkinabé, un belga e un francese, consiglio di un amico). Ovviamente non ho mai recuperato neanche il sopracitato Battisti, diffidando di chiunque negli anni mi suggeriva che magari anche solo un Anima latina poteva valere la pena ascoltarlo, perché i “traumi” infantili subiti in un paesino del novarese si riverberano a lungo: non so se Giorgio Poi ha avuto di simili esperienze, ma scommetto che l’artista della settimana di Tremila Battute invece il Lucio nazionale (no, non quello che parteciperà all’Eurovision) se lo è ascoltato approfonditamente, così come tante altre cose che io mi sono perso perché ero troppo occupato a ficcarmi orgogliosamente nella nicchia della nicchia.

A permetterci di parlare di lui è Felicia Buonomo. Giornalista a Mediaset, Felicia ha un lungo curriculum lavorativo e ne ha uno altrettanto lungo letterario che spazia fra saggistica (Pasolini profeta, Mucchi Editore 2011), reportage giornalistico (I bambini spaccapietre. L’infanzia negata in Benin, Aut Aut Edizioni 2020) poesia (Cara catastrofe, Miraggi Edizioni 2020, Sangue corrotto, Interno Libri 2021) e narrativa breve (La giusta dose, Scrivere Poesia 2023). Non mancano nemmeno sue incursioni su riviste varie, e fra gli altri vi segnaliamo i suoi testi su Nazione Indiana, Racconticon, Crunched e inutile, quest’ultimo ascoltabile all’interno del podcast di audioracconti curato dalla redazione della rivista.

Ognun* di noi vive in una bolla, e all’interno della mia c’è stato un momento in cui sembrava impossibile non accorgersi di Giorgio Poti, rinominatosi Giorgio Poi una volta iniziata la carriera solista: quel momento era il 2017, anno di pubblicazione del suo disco d’esordio Fa niente per Bomba Dischi, e sono sicuro di averlo incrociato in tre diversi festival nell’arco di una sola estate senza mai andarmelo a cercare e, lo ammetto, anche snobbandolo un po’. C’era proprio quel non so che di battistiano all’interno della sua musica che, forse per i suddetti “traumi” infantili, mi faceva tenere lontano, anche se pure da lontano potevo apprezzare il modo in cui alcuni suoi brani venivano prolungati in improvvisazioni che mostravano a me, chitarrista autodidatta, come cazzo si suona. Non per niente Poti, classe 1986 nato a Novara (ma guarda un po’!) con un’infanzia vissuta anche fra Lucca e Roma, si laureava in chitarra jazz alla Guildhall Music School of Music and Drama negli stessi anni in cui io imparavo a fare (male) Rebel rebel di David Bowie in una band con cui avremmo dovuto fare inediti e invece siamo finiti a fare cover prima che me ne estromettessero per manifesta inferiorità (via mail, al di là delle ragioni ci sono metodi migliori: se fosse già esistito Whatsapp magari avrebbero mandato un vocale), e mentre io cercavo con la mia nuova band posti dove suonare al di fuori di Vigevano lui faceva tour in Europa e negli Stati Uniti con i Vadoinmessico, band con cui pubblica il disco Archaeology of the future (2012, PIAS Recordings) per poi cambiare nome, ritornare cinque anni dopo come Cairobi e pubblicare un omonimo disco di “musica folk per un popolo che non esiste” per la Some Other Planet Records proprio all’inizio di quel 2017 in cui, dopo qualche anno passato a Berlino, Poti torna in Italia.

Fa niente esce un mese dopo rispetto al disco dei Cairobi ed è debitore del percorso musicale intrapreso con la/le band di cui ha fatto parte, o semplicemente Giorgio Poi era già sé stesso da anni e, svestitosi di influenze di world music che gli appartenevano meno, ha cominciato a fare musica che appare pop senza esserlo, leggera nel modo in cui è in grado di entrarti in testa con facilità ma tutt’altro che semplice come costruzione (come cazzo suona bene il basso in questo disco?). Il suo primo singolo Niente di strano esce già nel 2016 e il successo comincia a montare da lì, con quel mix strano eppure godibile di pop e psichedelia, frequenze alte come la sua voce in primo piano e riverberi ad ammantare di una nostalgia 70/80 il risultato generale. Passano solo due anni prima che esca il secondo capitolo della sua storia solista, ma in quei due anni succedono un sacco di cose: collaborazioni con Frah Quintale e Carl Brave, tour mondiali di supporto ai Phoenix, un brano scritto per Luca Carboni e la produzione del disco solista di Francesco De Leo de L’Officina Della Camomilla, tutti segnali che di Poti non si sono accorti solo i piccoli festival in cui andavo a bivaccare nell’estate 2017.

Smog (2019) è all’apparenza un “more of the same” delle atmosfere già esplorate nel precedente disco, un poco più morbido e con le tastiere che si prendono più spazio, ma se vale il termine “personale” per qualcosa sicuramente lo è per il secondo album di Giorgio Poi: registrato nel proprio studio casalingo, suonato (batteria esclusa) interamente da lui, Poti Smog lo ha perfino illustrato, creando l’immagine di copertina e realizzando disegni a tema per ogni traccia anche all’interno del booklet. Nei testi continua a esplorare un mondo di quotidiane disperazioni ed epifanie, in cui le stelle si rivelano essere “un pezzo di ferro con su scritto EasyJet (Stella) e di un amore finito si ricordano vagamente solo particolari banali come la mozzarella tolta dalla pizza (Ruga fantasma), aggiungendo un po’ di bislacca autoironia nella traccia finale La musica italiana dove duetta con Calcutta, compagno d’etichetta con cui già aveva collaborato suonando le chitarre nel disco dell’artista romano Evergreen (li accomuna anche l’aver collaborato con Takagi & Ketra, ma su questo meglio glissare). Passano altri due anni, una collaborazione con Francesca Michielin, la composizione della colonna sonora della serie tv Summertime e una pandemia prima che Giorgio Poi esca con il terzo album, Gommapiuma (2021), dove il tono si ammorbidisce ancora: l’album è più acustico, più arioso grazie agli archi, più intimo in qualche maniera e probabilmente è esattamente ciò che voleva ricercare un artista che ha dichiarato “se non sono andato in frantumi è anche grazie a queste canzoni”. Per i successivi quattro anni Poti, se si esclude il singolo Ossesso uscito a giugno 2022, sembra occuparsi più della musica dell* altr* che della sua, apparendo qua e là in veste di collaboratore (la canzone Haute saison del duo francese Rob & Jack Lahana, il cui clip è diretto da Natalie Portman e certifica un legame col cinema alto per Poti, visto che nel video del suo primo singolo appariva un Luca Marinelli fresco reduce dei successi di Lo chiamavano Jeeg Robot e Non essere cattivo), produttore (la canzone Mare Malinconia di Franco126 e Loredana Bertè, il disco Relax di Calcutta) e autore (la canzone L’inizio di Biagio Antonacci, giuro che non pensavo che avrei mai scritto in due righe vicine Loredana Berté e Biagio Antonacci su questo blog). Poi all’improvviso, senza che questo sia stato organizzato attraverso i potenti mezzi di Tremila Battute, proprio due giorni fa è uscito Uomini contro insetti, il singolo che certifica il suo ritorno sulle scene. Coincidenze?

Giorni felici è la quinta traccia di Gommapiuma, una canzone dove l’amore è intriso di nostalgia e distanza e non viene mai chiarita l’intensità di quel sentimento, ristretto alla sola richiesta di un’ora da passare insieme fra sorrisi e felicità, “senza nasconderti/ armata fino ai denti per difenderti”. Non conosciamo nemmeno cosa abbia scatenato il malessere che ogni anno prima di Natale colpisce la protagonista del racconto di Felicia, ma non ne abbiamo bisogno per riuscire a sentirlo vividamente, tratteggiato attraverso pochi e precisi dettagli dalla penna dell’autrice: potete immergervi nella sua storia subito dopo il brano che l’ha ispirata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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L’ipotesi, di Felicia Buonomo

«Non potrai mai capire cosa significhi convivere con la maledizione del Natale», scrivo ad A., raccontandole che quest’anno è arrivata inaspettatamente in anticipo. Non ha atteso i due-tre giorni che precedono la più inattendibile delle feste rosse in calendario. Da settimane la pelle mi si scortica, una trafittura mi invade gli occhi, mi getta sul petto il battito accelerato che impedisce il respiro.

«Devi mettere in conto l’ipotesi della fine», aggiungo, lucida e spietata.

«Metto in conto che andrà bene», risponde A.

Un pesante attacco di cefalea mi devasta già da 48 ore, provocandomi il pianto gutturale tipico dei bambini. Ma lascerò credere alla mia maledizione del Natale che sia per lui che divento un cervo abbagliato dai fari. Tanto, che lui ci sia o non ci sia, ormai è la stessa cosa.

Sento un cane abbaiare in lontananza. La furia del suo ringhio mi è evidente fin quassù. Porto una mano alla fronte cercando di scorgerlo. Abbasso lo sguardo in direzione del selciato, prima a destra e poi a sinistra, stringo gli occhi in cerca di una risposta che non trovo. A questa altezza la visuale è ampia, ma lontana dal concetto di nitidezza che ho smarrito poco più di tre anni fa. Il battito scandito dalla rabbia animale mi sovrasta, ma non riesco a vederlo. Deglutisco angoscia e accettazione, fedeli compagne notturne, quando nemmeno il riscaldamento a pavimento dei 24 metri quadrati di prigionia che mi ospitano riesce a placare il tremolio del mio corpo.

Sono a 30 metri di distanza dal suolo, l’aria è densa, mi entra nelle narici insieme all’inquinamento della città. Ho un capogiro mentre penso che potrei decidere di rispondere al messaggio di K. per azzerare di colpo la sospensione della verità.

In ascensore, diretta qui, nel terrazzo del palazzo che ospita anche il monolocale in cui vivo, ho pensato al custode a mezza giornata dell’edificio, un nordafricano che si fa chiamare Luca. Da mesi mi auguro di non incontrarlo, per non dover subire il suo sguardo interrogativo mentre si domanda come mai la cassetta della posta che porta il mio nome stia straripando di lettere. Ogni sera, al rientro, mi volto nella direzione del cassettone sospeso abitato dai cognomi dei condomini, rimandando la decisione di fare pulizia. Come potrei sperare nel miracolo della comprensione nel raccontargli dell’abilità acquisita nel tempo a selezionare i pesi? Di come ho imparato a eludere ogni non-necessità?

Oggi ho mentito a M. per la prima volta. Gli ho detto che ero tranquilla, ma ero inquieta all’idea di arrivare qui. Sono tre anni che tento di salire su questo terrazzo. M. mi ha dato la spinta.

Sento l’abbaiare sempre più insistente. Mi volto e mi trovo di fronte un rabbioso molosso. Non è vero che il cane che abbaia non morde, lui vuole farlo. Mentre agguanto il coraggio che mi è mancato in questi tre anni, si appresta ad azzannarmi. Mi manca per un pelo. Continua ad abbaiarmi contro, mentre a braccia larghe raggiungo il piano asfaltato.

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Qualche domanda sulla scrittura,  parte due: Ilaria Petrarca e Mattia Grigolo

Tremila Battute compie cinque anni! Come festeggiare? Un grande regalo di compleanno ce lo ha fatto il Circolo Masada, che fino a giugno ci ospiterà una volta al mese per parlare con autor* della rivista delle loro pubblicazioni, dei loro racconti e, ovviamente, di musica e letteratura (tenete d’occhio la pagina Facebook per essere aggiornat* sul calendario): un altro abbiamo deciso di farcelo/farvelo contattando autori e autrici che qui apprezziamo un sacco, facendo loro alcune domande che ci ronzavano in testa da un po’ riguardo al loro rapporto con la letteratura, con la scrittura e con tutto ciò che gira intorno all’ispirazione, al metodo e al modo in cui scrivono coloro di cui abbiamo adorato i libri.

Per questo secondo appuntamento abbiamo contattato Ilaria Petrarca e Mattia Grigolo, che hanno gentilmente risposto ai nostri quesiti.

Da quanto scrivi?

IP – Qualche anno.

MG – Tecnicamente mi sono messo a scrivere narrativa a sedici anni. Tenevo un diario su cui scrivevo racconti. Di ciò che mi accadeva in quel periodo non mi andava di scrivere. Preferivo alterare la realtà. Il primissimo racconto che ho scritto me lo ricordo ancora: c’era un castello e della gente che ci fumava dentro dell’erba. Ho iniziato a scrivere con più costanza a vent’anni, ho pubblicato su qualche rivista: Daemon Magazine, Frenulo a Mano, ho vinto un concorso di Minimum Fax, sono andato a ritirare il premio che ero ubriaco, avevo passato la notte provando a dormire su un pavimento di una cucina a Torino. Poi non ho mandato più nulla in giro. Ho fatto giornalismo per tanti anni. Nel 2020, in piena pandemia, ho mandato un racconto a te, per Tremila Battute, s’intitola Io e Franchino, come la canzone di Riccardo Sinigallia. Da lì è cominciata tutta un’altra storia. Sei stato l’inizio di un grande cambiamento.

Quando hai pensato la prima volta “sono brav* a fare questa cosa”?

IP – Scena: corso finesettimanale di scrittura di racconti. Giro di presentazioni dei partecipanti, ciao mi chiamo Petrarca ma non sono parente di, lavoro coi numeri, non so chi è Gordon Lish. Il docente mi bolla subito come “comparsa pagante”… come dargli torto? Be’, l’istinto è di alzarmi e fuggire, ma siccome ho pagato in anticipo faccio la parte della sansevieria che si ingolfa di sostanze tossiche restando comunque dritta e verde. Per tutta la durata delle lezioni muoio dentro in silenzio, finché arriviamo alla parte pratica. Ci viene chiesto di riscrivere il finale di un racconto di Tobias Wolff, un nevrotico litigio coniugale in stile minimalista. Imbastisco un finale ambiguo, butto fuori un tot di ricordi tossici miei personali, il docente lo legge e: “quasi mi piace più dell’originale” dice. In quel momento da comparsa mi sono sentita protagonista.

MG – Penso di essere bravo a fare questa cosa, ma è una montagna russa. Non sono tra le persone con più autostima che conosco. Faccio una gran fatica. Invecchiando, però, ho maturato anche una sorta di menefreghismo che mi aiuta molto: un tempo non avrei mai indossato i cappelli che indosso ora. Comunque: è una montagna russa, oppure una risacca.

Hai un metodo di scrittura?

IP – Sì. Pianifico la trama per mesi mentre i personaggi mi si rivelano a poco a poco: cosa desiderano, in cosa difettano, come parlano e quali abitudini hanno. Nel frattempo, scrivo a seconda dell’ispirazione finché, come in uno stereogramma, dai frammenti emerge una figura. Allora mi siedo e inizio a fare sul serio.

MG – Onestamente no. Non so cosa significhi avere un metodo di scrittura. Scrivo ovunque, ma mi trovo meglio alla mia scrivania. Scrivo se ci sono persone intorno a me, mio figlio che gioca o che guarda la tv. Scrivo con la musica oppure senza. Forse questo è un metodo di scrittura. A volte cambio font e rileggo tutto, a volte cambio il livello dello zoom nella cartella. Mi aiuta, è come se fossi un altro lettore, un altro me.

Ti è capitato di avere il blocco dell* scrittor* e/o pensare “non ho più un cazzo da dire”?

IP – No, però mi è capitato di pensare “dillo meglio, Ila!”

MG – Non mi è mai capitato di non avere più niente da dire. Spero non succeda mai. Faccio comunque di tutto perché non accada, per avere sempre qualcosa da raccontare. Il blocco dello scrittore spesso, è una costante. Ho decine di file in coma.

Hai una bacheca dei rifiuti modello Stephen King? Se sì (o se no e hai una buona memoria) quanti ne hai ricevuti?

IP – Certo che sì! Percentuale di rifiuti: 57% dei racconti – ma ammetto qualche invio “ambizioso”. 

MG – Qualche anno fa ce l’avevo, per i racconti. Poi ho smesso. Sono andato a riaprirla ora: siamo circa 60/40.

Quale autor* quando lo leggi ti fa pensare “ecco, io non sarò mai così brav*”?

IP – Valentina Maini e un altro.

MG – Torno alla seconda domanda: non sono la persona con più autostima che conosco. Però sono anche una persona a cui piace la propria scrittura, il modo che ho di intenderla. Non sempre, ma spesso. Comunque, David Foster Wallace.

Qual è il testo che hai pubblicato su rivista, o che magari non hai mai neanche pubblicato, di cui sei più orgoglios*?

IP – “La candidata sintetica” (Enne2, numero 0), perché lo trovo ancora efficace e sintetizza temi ricorrenti nella mia scrittura: maternità, ibridazione, conflitto, politica.

MG – Su questa nessun dubbio: Dei Gabbiani stanno morendo, che è uscito sul numero 36 di ‘Tina. Lì, quando l’ho riletto la prima volta, ancora una bozza, mi sono detto: madò. Sono certo di non aver più scritto così bene come in quel racconto.

Ilaria Petrarca è nata a Roma nel 1983. Dottorata in Economia, ha lavorato per anni tra il Nord Europa e il Nord Italia prima di tornare a vivere a Roma. Ha frequentato corsi di scrittura ed editing letterario mentre pubblicava racconti e recensioni di libri. Nel 2023 ha vinto il Premio Dante Arfelli con il romanzo Null island, successivamente pubblicato da Readerforblind e finalista al Premio Zeno 2024.

Mattia Grigolo è cresciuto nella provincia milanese e vive a Berlino. Ha fondato la rivista letteraria «Eterna», il magazine di approfondimento «Yanez» e cura laboratori di scrittura con l’hub creativo Le Balene Possono Volare. Suoi contributi sono apparsi su diversi periodici e siti online. Nel 2022 ha esordito con il romanzo breve La raggia (Pidgin). Nel 2023 pubblica Temevo dicessi l’amore (Terrarossa Edizioni), la sua prima raccolta di short stories, che include due racconti vincitori del Premio Zeno 2022. Nel 2024 esce il romanzo Gente alla buona (Fandango), vincitore del Premio Zeno 2024. Cura la collana «Stormo» per Pidgin Edizioni ed è nel Comitato di Valutazione della rivista ‘Tina, fondata da Matteo B. Bianchi.

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Salire sul carro dei vincitori: Anora

Probabilmente è stato il 2015 l’anno in cui ho capito che le cose non dovevano per forza andare sempre nello stesso modo. Me ne sono accorto in ritardo, perché Birdman di Alejandro González Iñárritu non l’avevo visto al cinema e ho dovuto aspettare una visione post-premiazione come miglior film per rendermi conto che… come dire… non era il film che mi aspettavo potesse vincere come miglior film agli Oscar. Dov’è la storia edificante? Com’è che più che un dramma sembra una farsa? L’avevo adorato, Birdman, ma niente mi toglieva dalla mente che potesse rimanere un’eccezione meritevole all’interno di un sistema che, lungi dal dire che premia brutti film, privilegia sicuramente storie che hanno un certo pathos. Da lì in avanti però mi sembra di poter affermare, da semplice appassionato quale sono, che Hollywood ha fatto un po’ fatica a capirci qualcosa: accanto a film istituzionalmente portatori sani di un MESSAGGIO come Il caso Spotlight, Moonlight e Green book si sono seduti Parasite ed Everything everywhere all at once, che pure un messaggio lo avevano ma veicolato attraverso uno stile che tutto è meno che istituzionale. Ne sono felice? Sì, anche se ogni tanto il sistema impazzisce e l’academy premia CODA – I segni del cuore che poverino, io non voglio per forza mettergli la croce addosso senza averlo visto, ma ho sentito meno polemiche per il Pallone d’oro a Matthias Sammer (qui mi capiranno solo gli appassionati di calcio).

Ho pensato subito a questo cambio di paradigma vedendo Anora, in tempo per poter dire “l’ho visto prima della premiazione!” ma non certo per poter affermare “ci ho creduto quando ancora nessuno pensava potesse vincere”. Potremmo parlare per ore di come il favorito di un mesetto fa, Emilia Perez, sia stato mediaticamente affossato per motivi non strettamente cinematografici (c’è da dire però che la “lotta” fra le due pellicole andò alla stessa maniera anche al Festival di Cannes), ma non avendolo visto avrei poco da dire: so solo che la pellicola di Sean Baker è proprio quel tipo di film che, vedendo lo storico degli academy awards, di solito non solo non vince ma neanche ci si avvicina alla statuetta, magari giusto la candidatura come contentino ma senza mai, MAI essere considerato un possibile outsider. E invece.

Di che parla Anora, per quell* che non hanno ancora incrociato un articolo che promette di spiegare dettagliatamente il film (senza che ci sia niente di particolare da spiegare)? Parla proprio di Anora (Mikey Madison), una giovane spogliarellista di origini russe che arrotonda al di fuori dell’orario di lavoro come escort, e del suo incontro nel locale dove si esibisce con Vanja (Mark Ėjdel’štejn), danaroso e frivolo cliente che scopre ben presto essere il figlio di un oligarca russo. Vanja coinvolge Ani (il nome con cui si presenta a tutt*, perché quello vero non le piace) nel suo mondo fatto di spese pazze e feste dove droga e alcol si sprecano, e noi con lei finiamo a correre di qua e di là, con un ritmo e una leggerezza che dimentica tutte le possibili implicazioni morali di ciò che stiamo vedendo e mostra semplicemente i due e il loro gruppo di amic* fare l* ventenni e godere della loro gioventù con mezzi che probabilmente nessun* ventenne che legge questo blog ha a disposizione. Ma tutto ciò che è bello finisce (o così dicono quell* sagg*), Vanja deve tornare in Russia per iniziare a lavorare col padre all’azienda di famiglia (e resta nel non detto, visti i tempi in cui viviamo, di cosa si occupi l’oligarca russo) e Ani rischia di tornare alla vita di tutti i giorni, pur con il conto in banca più florido. A meno che Vanja, sposandosi, acquisisca la cittadinanza statunitense e resti ad abitare lì, nella sua villa lussuosa, mandando affanculo quegli stronzi dei suoi genitori (parole sue): e dove si può fare questo in pochissimo tempo?

Viva Las Vegas! (l’ho fatto pure io)

Sembra la storia di Pretty woman (citato apertamente in alcuni punti), vero? Solo più stracciata, scevra di tutto quel luccichio da fiaba che ti aspetti da una commedia romantica. E Anora pure resta nei ritmi della commedia, anche quando i poco comprensivi genitori di Vanja scoprono cosa ha fatto il loro figlioletto, ma di romantico resta ben poco quando entrano in gioco i faccendieri armeni T’oros (Karen Karagulian) e Gařnik (Vače T’ovmasyan) e il loro sottoposto Igor (Jurik Borisov), incaricati di mettere le cose a posto prima dell’arrivo della coppia dalla Russia: da lì inizia infatti un film di Guy Ritchie, solo senza gangster londinesi e tipi uno più pazzo dell’altro ma con quel tocco di umanità in più.

Sean Baker ha ringraziato Quentin Tarantino in uno dei suoi discorsi sul palco degli Oscar, e non solo perché Madison l’ha scritturata senza nemmeno sapere di cosa avrebbe parlato il proprio film dopo averla vista in C’era una volta… a Hollywood: è evidente che lo stile e il ritmo delle pellicole di Tarantino hanno influenzato Baker (se ho tirato fuori il nome di Ritchie è perché, quando si sente in forma, probabilmente è l’emulo con più personalità propria sul campo), ma allo stesso tempo il regista di Anora riesce a metterci tanto del suo, portandoci in un mondo strano e indefinito in cui i gorilla sono sensibili (Borisov è perfetto nel proprio ruolo, spaesato eppure acuto nelle sue analisi), i faccendieri sembrano non sapere esattamente come fare il loro lavoro (se ve li state immaginando come sgherri mafiosi non avete ancora visto T’oros litigare in un locale con un gruppo di giovani che, a suo dire, hanno perso i bei valori di una volta, come un qualsiasi anziano) e Ani, lungi dall’essere spaventata dalla situazione in cui si ritrova catapultata, lotta con le unghie, con i denti e con i calci (letteralmente) per la legittimità del suo matrimonio, in equilibrio precario fra un amore che viene difficile immaginare così forte (innamorarsi in quindici giorni, sembra il titolo di un’altra commedia romantica) e un calcolo economico che maschera molto bene.

Mai sottovalutare l’amore e l’interesse economico di una donna

Madison è una forza della natura nel ruolo di Anora, e per quanto possa dispiacere per Demi Moore l’Oscar se lo è meritato tutto: è un contenitore di energia impossibile da fermare, viaggia al ritmo serrato del film e ogni tanto sembra quasi che il film faccia fatica a starle dietro. Se Anora funziona così bene è però merito di tutto, da un cast totalmente in palla (meritano una menzione, fra quelli non elencati in precedenza, almeno il gruppo di amic* di Vanja e Diamond, la collega stronza di Ani interpretata da Lindsey Normington) a una sceneggiatura e un montaggio che fanno volare il film senza che si perda un dettaglio (il battesimo! La mazza nel negozio di dolciumi!), tutto compresso in un film che dura due ore e passa come se ne durasse una e ti fa gridare ancora, ancora! Io gli altri film in concorso non li ho visti, e magari The brutalist e Conclave avevano le loro carte da spendere, ma sono stato tanto contento di leggere questo risultato agli Oscar il lunedì mattina e mi sento parzialmente rimborsato delle sconfitte di Martin McDonagh, uno che soprattutto con Gli spiriti dell’isola ha portato in gara un tono non da statuetta e infatti non l’ha vinta.

Forse fra dieci anni ci ricorderemo di Anora come ci ricordiamo di Crash – Contatto fisico, uno di quei film che vince e a distanza di tempo ti chiedi come abbia fatto, ma ora godiamoci Sean Baker e cavolo, andiamo a rovistare fra i film che ha fatto durante la sua lunga militanza nel cinema indipendente in attesa che diriga un Fast and furious a caso (pare sia davvero il suo sogno). È un film divertente, perfettamente calato nella sua ambientazione (Baker sul palco ha ringraziato anche le sex worker con cui ha parlato per mettere a punto la sceneggiatura), che ti lascia col fiato sospeso in attesa di un finale che temi di conoscere già ma speri comunque, contro ogni pronostico, di veder andare diversamente. Ho solo un appunto da fargli: caro Sean, quando metti un pad in mano a un attore assicurati che sappia almeno un minimo cosa sta facendo, perché vedere Vanja schiacciare tasti a caso mentre gioca online (cosa di cui non mi sono accorto solo io, anche se da questo articolo si scopre un interessante inside joke) è una stilettata al cuore di ogni videogiocatore che si rispetti.

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Racconto in musica 195: Saman (Ólafur Arnalds – Saman)

Vi ricordate di Björk? Sembra sparita dai radar, ma in realtà è semplicemente andata tanto avanti da lasciarsi indietro il pubblico mainstream e fare esattamente quel cazzo che vuole, cosa che mi sembra comunque facesse abbastanza anche quando il mondo (me compreso) si è accorto di lei e dell’Islanda. Nel 1994 Björk ha appena conosciuto il successo internazionale da solista e si appresta a spaccare tutto, e il governo islandese (presumo, ammetto di non essermi addentrato più di tanto in questa storia) le dà il compito di selezionare un tot di artist* per creare una raccolta musicale atta a celebrare il cinquantesimo anniversario dell’indipendenza islandese: fra quest* lei seleziona una canzone dei Victory Rose, che di lì a qualche anno diverranno piuttosto famosi anche loro col nome di Sigur Rós. Ora stacchiamo a qualche anno più tardi, al 2008 per la precisione, quando Björk continua a fregarsene delle mode e la stella dei Sigur Rós, ancora brillante, comincia a non passare più su Mtv perché il mercato ha un bisogno spasmodico di qualcos’altro: in questo periodo esce il primo disco di un pianista, anche lui islandese, che la band in parte lanciata da Björk decide di portarsi in tour, dandogli sicuramente una mano a mostrare il suo talento che, comunque, già non era sfuggito ai radar degli esperti di musica. Quel pianista e compositore è Ólafur Arnalds, e tutta questa bella storia di supporto fra musicist* islandesi è stata scovata nei meandri di Wikipedia solo per voi, amic* di Tremila Battute!

A far arrivare Arnalds su queste schermate invece è stata Giulia Mammana, foggiana classe 1989 nata da madre leccese e padre siciliano. Visto che i confini delle sue origini sono fin troppo stretti lei decide di allargarli, laureandosi prima alla University of St. Andrews per poi vivere da nomade fra Londra, Bruxelles, Milano e Cardiff. Appassionata di thriller e mistery novels, che divora famelicamente, Giulia ha lavorato come copywriter in tre lingue diverse e oggi scrive racconti e poesie sia in italiano che in inglese, come questo pubblicato a inizio mese su Liberi di scrivere.

Chi è invece Ólafur Arnalds? Di certo non uno di cui possiamo ripercorrere la carriera in maniera cronologica, non perché sia lunghissima ma perché è variegata, piena di scarti che allargano sempre più la sua sfera musicale pur lasciandola incentrata sull’amato piano. E dire che non era nemmeno lo strumento con cui ha iniziato, figuriamoci il genere: nel 2003 suona la batteria nella band hardcore metal Fighting Shit, inizia a suonarla anche nei metallosi Celestine (tuttora attivi) e, giusto per variare un po’, si avvicina al piano e alla composizione. Per qualche anno resta con i piedi in due staffe apparentemente distanti anni luce, registrando intro e due outro per l’album Antigone del 2004 degli Heaven Shall Burn (li ricordo per la violentissima sigla del programma Extreme South Punk su Radio Lupo Solitario, scusate momento amarcord), restando dietro le pelli nell’album d’esordio dei Celestine del 2008 (At the borders of arcadia, sei brani i cui titoli compongono la scritta “Despair and witness the ruin of God and me”) e lavorando al suo esordio solista che esce lo stesso anno ed è di… musica classica contemporanea. Eulogy for evolution, pubblicato dall’inglese Erased Tape Records che lo aveva messo sotto contratto l’anno prima, è l’ambizioso esperimento di un artista fuori dal comune che si prefissa di musicare il viaggio della vita, dal momento della nascita a quello della morte, affidandosi al suo piano, agli archi, a una spruzzata leggerissima di musica elettronica e alle sue emozioni senza dimenticare le proprie origini distorte, che emergono prepotenti in un frammento post metal nella traccia finale 3704/3837, frammento che si disintegra velocemente arrivando alla conclusione quasi come fosse un addio al proprio passato: da qui in avanti Arnalds è un altro, anzi molti altri.

Rimanendo fedele a una linea musicale che sta fra il pop e la musica classica, tendendo verso l’uno o verso l’altra a seconda dei casi, Arnalds non passa anno senza produrre qualcosa, che siano Ep, album, collaborazioni, colonne sonore o side project. Stabilire chi è significa scovare il filo che unisce gli esperimenti di Found songs (2009) e Living room songs (2011), composti da sette canzoni pubblicate inizialmente in maniera gratuita sul sito dell’etichetta al ritmo di un brano al giorno, i dischi in coppia col compagno di etichetta Nils Frahm, il duo elettronico Kiasmos formato con Janus Rasmussen, le rielaborazioni di brani di un certo Fryderyk Chopin nell’album del 2015 The Chopin project in collaborazione con la pianista Alice Sara Ott e l’incursione nella musica tradizionale islandese di Island songs (2016), sette brani per sette settimane registrati con musicisti locali, il tutto andando avanti e indietro senza pretese di completismo in una carriera che lo ha visto anche vincere un BAFTA per la colonna sonora della serie televisiva Broadchurch e includere un suo brano, A stutter, nelle soundtrack di due film agli antipodi come Taken 3 e Mia madre di Nanni Moretti. Ci piace pensare, in questo tourbillon musicale sempre uguale e sempre diverso in ogni iterazione, che ciò che spinge Arnalds in ogni progetto sia sempre la stessa motivazione, racchiusa in questa sua frase trovata sul sito Pianosolo: “La scena classica è un po’ chiusa per le persone che non hanno studiato musica per tutta la vita. Vorrei portare la mia influenza classica alle persone che di solito non ascoltano questo tipo di musica, per aprire le menti della gente”.

Non vi sarà sfuggito, se avete aperto il link soprastante, che lo spartito reso disponibile dallo stesso Arnalds inserito nell’articolo è quello di Saman, terza traccia del disco Re:member del 2018 uscito per Decca Records. Due minuti scarsi di leggiadria pianistica sporcati appena da scariche elettroniche lasciate a rotolare in sottofondo, un’atmosfera lieve e malinconica sulle cui note Giulia ha appoggiato le parole di una lettera, quella che una donna cerca di inviare alla sorella lontana per spiegarle la sua vita tramite grandi rivelazioni e piccoli accadimenti che forse sono più importanti del quadro generale. Potete leggere la storia di Saman ascoltando la canzone che porta il suo stesso nome un poco più in basso: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Saman, di Giulia Mammana

Sorella,

Ci sono molte cose che devo dirti. Quando mi immagini indaffarata a raccogliere i piatti sporchi dai tavoli di un locale, immagini un’altra persona. La verità è che passo le mie giornate su un letto sformato, in un appartamento di cinquanta metri quadri di un quartiere residenziale un po’ fuori mano. Aspetto i clienti dalla mattina fino alle quattro del pomeriggio, e per tutto il tempo lascio che facciano quello che vogliono con il mio corpo mentre io penso alla spesa, alle altre commissioni da fare, alle pulizie di fine giornata. Non era così che immaginavo la mia vita, ma questo lavoro mi serve per pagare le bollette. Sono diventata troppo cinica?

So che avresti mille domande, che vorresti sapere perché te l’ho tenuto nascosto così a lungo. Ti chiedo pazienza, oggi voglio parlarti di qualcos’altro.

Ho incontrato un uomo. Faceva la fila alla cassa del supermercato sotto casa, da lì riuscivo a sentire il suo profumo, un’essenza di sandalo intensa che emanava dal suo collo. Aveva modi gentili con la cassiera, che scherzosamente chiamava ‘Ninè’.

“Hai solo quello, vuoi passare?” mi ha chiesto, indicando il pacco di crackers che avevo in mano.

“Grazie” ho risposto. Ci siamo guardati negli occhi per qualche secondo, senza che riuscissimo a distogliere lo sguardo. Che occhi, Maryam. Del colore delle foglie e della corteccia degli alberi.

“Non sei di qui, vero? Da dove vieni?” mi ha chiesto dopo, quando siamo usciti dal supermercato con i nostri sacchetti in mano.

“Dall’Iran”

“Che bel viso che hai”

Ho sentito le mie guance arrossarsi e una leggera fitta al petto.

Lavora al Centro d’Igiene di fronte casa, lo so perché lo vedo spesso uscire fuori a fumare. Mi affaccio dal balcone apposta per guardarlo. A volte l’ho visto intrattenersi con una collega bionda e mi ha preso come una morsa allo stomaco che non riuscivo a controllare.

La seconda volta l’ho incontrato una mattina al bar. “TI posso offrire un caffè?” mi ha chiesto. Ci siamo seduti a un tavolino che affaccia sulla strada e abbiamo parlato a lungo. Ho parlato anche di te, Maryam, dei tuoi sogni audaci da artista. Alla domanda “E tu, che sogni avevi?”, non ho saputo rispondere. Se lo chiedessero a te, sapresti cosa dire: che fantasticavo di sposare un uomo bellissimo e capace, che mi trattasse come una rosa delicata. Un sogno da bambina.

Poi, un giorno di pioggia, me lo sono trovato davanti alla porta di casa. Non ha detto una parola, mi ha solo mostrato il denaro. Si è spogliato con foga e abbiamo fatto sesso. Anche nell’urgenza, è stato gentile. “Posso rivederti?” mi ha chiesto dopo, prendendo una sigaretta dal pacchetto nuovo. Gli ho risposto: “Preferirei di no”. Non mi sono mai più affacciata dal balcone per guardarlo fumare.

Saman rilegge la lunga bozza di messaggio, impressa sullo schermo del cellulare. L’ha scritta nel corpo di un’e-mail, indirizzata a nessuno. Fissa lo schermo per qualche minuto. Forse la invierà un altro giorno, forse.

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Musica per organi cibernetici: Whatever, disco breve dei God Of The Basement

Sono sicuro che le mie orecchie avevano già incontrato i God Of The Basement in precedenza. Il loro nome, il mix electrorock che caratterizza la loro musica, tutto questo mi risuona nel cervello senza che però riesca ad arrivare alla fonte originale di questa visione sonora. Probabilmente non era scattata la scintilla, chissà se per l’idioma visto che fino allo scorso album la band, attiva dal 2016, prediligeva l’inglese per esprimere i propri concetti: Whatever, disco breve, uscito per il collettivo Stock-a Production il 7 febbraio, rappresenta invece il primo episodio in italiano, un passaggio che mi ha attirato e ha fatto fare al mio cervello il “clic” necessario a dare ai nove brani del disco tutta l’attenzione necessaria.

Dopo una breve Intro a base di gracidii elettronici e introduzione, nomen omen, del ritmo del brano che la seguirà veniamo gettati direttamente fra le braccia di Bivio, una corsa spezzettata di sample elettronici su cui la drum machine e la batteria percussiva di Alessio Giusti picchiano martellanti mentre la voce di Tommaso Tiranno salmodia in continuazione una libera riflessione sul rapporto complicato col divino, deviando, degenerando, avvicinandosi nella sua forma mutevole alle cose più sperimentali del Giovanni Succi solista e chissà che non sia stato questo elemento a farmi alzare un orecchio e dire “ah però, qui c’è trippa per gatti” (vetusto termine che magari si usa solo dalle mie parti per dire che l’interesse sembra ben riposto).

La musica dei God Of The Basement è un incubo per luddisti, un rullo meccatronico che avanza ignaro di tutto, la ripetitività come suo mantra ritmico, l’industria come base del suo suono. Anche basso e chitarra vengono trasfigurati in un processo che impaluda il primo fino a renderne quasi indistinguibili le note e trasforma in un mostro sferragliante la seconda in una maniera che renderebbe forse orgoglioso il primo Trent Reznor . Al mood imperante e ansiogeno si adegua anche la voce con testi sovrabbondanti, un mare di parole di cui a volte si perde il significato a causa di un mix che privilegia l’esperienza al senso, lasciando il cantato spesso a sgomitare con gli strumenti pur con le dovute eccezioni: basta ascoltare Acqua alla gola per trovare rimandi al dramma dei migranti, suggestioni su cui rimuginare più che critiche aperte, ma anche in Misera la musica lascia inizialmente più spazio alle parole, salvo comprimerle sempre più fra le distorsioni mentre Tiranno continua ad esclamare “questa sera è una sera del cazzo”.

Pur guardando al futuro Whatever, disco breve ha forti legami con gli anni 90. Certo l’industrial, riconoscibilissimo nella chitarra monocorde e ossessiva di Enrico Giannini che invade il ritmo da marcietta militare in Delirio, ma anche il dub/trip hop di cui si avvertono echi in Serpe al suolo ed è eseguito come da lezione (forse fin troppo aderente al canone) nella liquida Ogni cosa ha già il suo nome, dove il basso di Rebecca Lena ha modo di mostrare tutte le sue qualità.

Così descritto sembrerebbe un disco freddo quello dei God Of The Basement, ma non è così: c’è un’ironia di fondo che traspare dal gusto per i giochi di parole all’interno dei testi, a cui va aggiunta l’attitudine a non prendersi sul serio che può avere solo chi pensa un Intermezzo che si apre con voci bislacche che sembrano provenire dai peggiori bar di provincia e chiude con il pastiche lo-fi di Agata della pietà, in cui la gioia e la luce possono finalmente entrare, guarda un po’, nell’unica canzone in inglese del disco, lasciando poi che gracidii sonori chiudano il cerchio in previsione di un nuovo inizio. Non è un disco perfetto Whatever, disco breve, e come da titolo non dura nemmeno troppo, ma di sicuro questi nove brani non passano inosservati.

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Racconto in musica 194: Cuore di vetro (Lamante – Ed è proprio così)

Fra i mille articoli che vorrei scrivere e non scrivo (ho bigiato anche questa settimana, perdonatemi) ce n’è uno sulle canzoni che mi fanno piangere. Non ne farò un elenco ora, anche perché se no mi gioco l’articolo, ma almeno un paio di esempi li posso fare (forse uno l’ho fatto anche a corollario di questo racconto): il momento in cui Mladic dei Godspeed You! Black Emperor si oscura dopo un quarto d’ora di musica e il lungo sfogo finale di Sensitivo dei purtroppo da lungo tempo disciolti Kaleidoscopic. In una riconosco l’abilità inarrivabile dei GY!BE di costruire emozioni (uno dei brani che comporrebbero l’articolo è degli A Silver Mt. Zion, cioè più o meno le stesse persone che fanno qualcosa di simile ma cantando anche), nell’altra la capacità di tirare fuori tutta la propria anima a colpi di urla. A volte però non è così immediato capire cosa mi tocca, anche se alcuni di questi elementi possono essere presenti: perché quel modo di essere veri nel proprio sfogarsi c’è totalmente anche in quel “ti mangio” che Lamante urla a un certo punto in Non chiamarmi bella, e forse è proprio la semplice connessione con ciò che vuole esprimere che a me fa venire i lacrimoni agli occhi quando la sento. E toh, guarda un po’ (non l’avreste mai detto dal titolo, eh?), è proprio Lamante l’ospite musicale di questa settimana!

A permettermi di parlare di lei è Barbara Rendina, torinese classe 1980 tuttora residente nel capoluogo piemontese con la sua famiglia. Laureata in Lettere Moderne e in Scienze della formazione primaria, Barbara lavora come insegnante e nel tempo libero ama nuotare, cantare accompagnandosi (male) con la chitarra (da pessimo chitarrista che sa giusto fare quattro canzoni in croce riuscendo anche a cantare quasi la invidio) e perdere tempo… almeno quando non scrive, passione nata come esigenza personale e che l’ha portata negli anni a scoprire la bellezza insita nella fatica che comporta questa attività. In anni recenti ha pubblicato alcuni racconti in raccolte varie, noi coi nostri potenti (?!?) mezzi siamo riusciti a trovarne uno pubblicato da Racconticon che nel titolo, neanche a farlo apposta, richiama proprio una bella canzone.

La discografia di Lamante, all’anagrafe Giorgia Pietribiasi, è composta da un solo album, ma già è bastato a metterla sotto i riflettori: a farla finire sotto i nostri è stata la curiosità derivata dal primo posto nella classifica di fine anno di Rockit, con cui non sempre concordiamo ma che ci dà spesso modo di scoprire la musica di artist* che, usando una frase che in contesto sanremese è stata largamente utilizzata nell’ultima settimana, non avevamo visto arrivare. Nata nel 1999 a Schio, in provincia di Vicenza, a Pietribiasi il padre cerca di mettere una chitarra in mano già a sei anni ma è lei a decidere quando imbracciarla, segno di un rapporto con la musica che vuole essere personale e indipendente. Indipendente anche nel senso più stretto che noi diamo a questa parola, perché in questo articolo apparso su Rolling Stone in occasione dell’uscita del disco d’esordio accenna a come si addormentava da piccola sulle note dei CCCP e alla reazione viscerale avuta al suo primo concerto, i Massimo Volume (a nove anni, scopro in questa intervista: tanta invidia, io ho dovuto aspettare oltre i diciotto anni per andare a vedere i Punkreas): parla anche di tante altre cose, del nonno con cui ha abitato fino ai sette anni nei campi a tirar su patate e mungere vacche, di una zia morta di overdose prima che lei nascesse e di cui in famiglia non si parlava, dell’incontro con il produttore Taketo Gohara che la scopre tramite una preproduzione fatta con cuffiette e Garageband e decide insieme ad Andrea Rodini, che già lavorava con Pietribiasi, di produrre con lei i brani che comporranno In memoria di, uscito a maggio 2024 per Artist First.

Che dire del disco? Pietribiasi afferma di avere concentrato venticinque anni di vita in questi undici brani (scelti fra più di cento che aveva), e la sua biografia entra sicuramente all’interno dei testi che però non spiegano dettagliatamente, creano un’atmosfera con le note che è ora delicata (Prima di te), ora incazzata (Non chiamarmi bella), spesso un mix delle due cose perché come condensi in un solo stato d’animo una vita che in soli ventiquattro anni l’ha vista andarsene di casa a sedici anni, trasferirsi a Milano in tempo per trovarci una pandemia, tornare a Schio, iniziare lì a scrivere e registrare un disco per ritrovarsi poi, perché questo non lo poteva sapere mentre In memoria di nasceva, ad aprire il concerto al Flowers Festival di Collegno di quei CCCP con cui si addormentava da piccola (qui una testimonianza diretta di quell’esperienza)? Al fianco delle parole con cui esprime la sua memoria e in particolare quella delle donne della famiglia (riprendendo le sue parole dall’articolo di Rolling Stone: “Questa violenza degli uomini, questo voler fare la storia delle donne della mia famiglia si è propagata generazione dopo generazione fino a me. Per me è molto importante quest’album, perché qui finalmente sono le donne a parlare”) anche la musica si fa eterogenea, cantautorato scarno basato principalmente su voce e chitarra in brani come Ed è proprio così e potenza rock trattenuta fino a farne percepire la tensione sottopelle in Rossetto, il tutto coadiuvato da una efficacissima sezione fatti che riesce a rendere tutto migliore (ma ammetto che quando si parla di fiati sono assolutamente di parte). Da questi undici brani sono nate tante cose, un tour che non è ancora finito ad oggi, tante collaborazioni con Levante, Delicatoni e Paolo Benvegnù, il premio di Rockol come Miglior artista emergente 2024 (che, giusto per essere completisti, si somma al secondo posto del Rock Contest 2022 di Controradio e al premio NUOVOIMAIE 2023 di Musicultura, quest’ultimo conseguito col brano L’ultimo piano) e di sicuro ci staremo dimenticando qualcosa, così come ci siamo dimenticati di approfondire quel moniker, Lamante. Lo facciamo qui, riprendendo le sue parole da un’intervista su YouTube con il giornale online Musica 361: “Lamante, in francese, vuol dire mantide religiosa, una figura, un concetto di potenza femminile per me molto forte e che mi appartiene molto. Un altro significato è quello che nelle relazioni l’amante è quella terza figura che si prende sia il meglio che il peggio, nel senso che non ha alcuna responsabilità però non può nemmeno viversi una relazione a pieno, e io molte volte ho avuto questo rapporto con il mondo in generale. E poi l’assenza di apostrofo per me rappresenta anche l’unione di quello che per me è l’amore, che è stato sempre un rapporto molto travagliato, per me casa ha sempre significato inferno e quindi mi chiedo cosa vuol dire per me l’amore se casa vuol dire questo; e quindi l’assenza di apostrofo è per unire questi concetti”.

Ed è proprio così è la quinta traccia di In memoria di, un brano che nella leggerezza della sua atmosfera racchiude tutta la complicatezza di un amore che sfiorisce e la difficoltà che comporta restare sol*. Il racconto di Barbara, nato in realtà sulla base di un’altra canzone (traducete il titolo in inglese se volete un indizio), ci è sembrato sposarsi bene con le parole di Pietribiasi: la solitudine che spinge il protagonista del racconto sempre nello stesso bar, anelando di riuscire a parlare prima o poi con la cameriera, è emblematico di una difficoltà di comunicazione universale che da sempre ci coglie quando cerchiamo di esprimere quel sentimento strano e al tempo stesso basilare che chiamiamo amore. Potete scoprire più in basso se questa storia avrà un lieto fine o meno, non prima di aver ascoltato il brano a cui abbiamo deciso di associarlo, mentre a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Cuore di vetro, di Barbara Rendina

La guardava come ogni giovedì sera da quattro mesi a quella parte, seduto a un angolo del bancone, mentre lei, indaffarata, passava senza sosta da un tavolo all’altro, cercando di accontentare tutti i clienti. I capelli raccolti, il grembiule stretto in vita e quel modo tutto suo di prendere le ordinazioni sul taccuino: era per lei che frequentava quel locale, sedendosi sempre sullo stesso sgabello, ripromettendosi invano di parlarle. Qualche volta gli era parso di cogliere uno sguardo prolungato nella sua direzione, a cui lui aveva risposto con un sorriso.

Dopo aver sorseggiato la birra si alzò per andare in bagno e, nel tornare verso il bancone, se la ritrovò davanti. Per un attimo furono faccia a faccia.

Lui sussultò. «Mi scusi», disse a voce bassa.

«Si figuri», rispose lei sorridendo.

Lui aprì la bocca per parlare ancora, senza sapere cosa dire, ma lei fu più veloce: «È la prima volta che viene qui da noi?», chiese.

La guardò, come se davvero fosse la prima volta, poi rispose. «Sì», disse, abbassando la testa.

«Per i clienti nuovi, abbiamo una tessera fedeltà, ogni dieci consumazioni ce n’è una gratis», rispose lei sorridendo, come se fosse un nastro registrato.

Lui bofonchiò un grazie quando era già troppo lontana per sentirlo, poi raggiunse il bancone ancora frastornato, inciampando nella giaccia di un uomo seduto a un tavolo.

«E stai più attento», disse il tizio.

«Mi spiace», rispose lui impacciato.

Abbassò gli occhi. La giacca appena calpestata era di un arancione sgargiante. Pensò che sarebbe stato bello, anziché i suoi jeans e felpa anonimi, avere addosso qualcosa che lo rendesse visibile.

Finì la birra più in fretta del solito, gettò ancora una rapida occhiata verso la cameriera, poi lasciò i soldi sul bancone e, prima di andarsene, fece scivolare il bicchiere vuoto nella tasca della giacca. Percorse quasi di corsa la strada fino a casa, aprì la porta e andò in camera da letto. Tirò fuori il bicchiere, appoggiandolo sul pavimento. Si sedette sul letto, poi lo afferrò nuovamente e lo osservò per qualche minuto: sulle sue pareti lisce, visibili soltanto a un occhio attento, custodiva, tra i residui di schiuma, le impronte delle dita della cameriera. Inspirando, lo strinse al petto. Lasciarsi toccare dal vetro era l’unico modo per raggiungerla.

Ma ancora non era abbastanza.

Scagliò il bicchiere a terra, tolse le scarpe e si lasciò graffiare le piante dei piedi dai frammenti sparsi sul pavimento. Prima le schegge lo punsero appena, quasi accarezzandolo, poi lui premette più forte e il sangue iniziò a macchiare la spugna bianca dei calzini.

Guardò ancora quei piccoli pezzi finché, zoppicando, andò a prendere la scopa e li accumulò nella paletta. Poi raggiunse l’armadietto dei medicinali e tirò fuori il disinfettante.

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Racconto in musica 193: La figlia del pastore (Ethel Cain – Ptolemaea)

Ogni epoca ha le sue ricette per il successo nel mondo musicale, più o meno funzionanti, e io, che non sono capace di capire ciò che funziona da ciò che non funziona nemmeno di fronte a un tostapane rotto, ovviamente non sono capace di parlarvene. Nel mio mondo fatato in cui le cose funzionano per magia (tipo gli aerei) i calcoli sono qualcosa di prescindibile, le formule non servono: al massimo riesco a ipotizzare che per fare successo negli anni ’80 servisse assolutamente stuprare la batteria fino a farne assomigliare il suono a quello di una serie di fustini di detersivo, o che negli anni ’90 c’è stato un brevissimo periodo in cui se facevi finta di vestirti male, non lavarti i capelli (sempre per finta) e grattavi un po’ la voce sotto chitarroni distorti potevi avere il tuo momento di gloria nel fantastico mondo del post-grunge, una delle più grandi illusioni collettive di proseguimento di un movimento nato dal basso.

Se c’è una cosa però che mi hanno insegnato l’ascolto di Radio Deejay al mattino e la convivenza con una capa comunicazione è che Tik Tok è un formidabile mezzo per ficcare la tua musica nelle orecchie di tutt*, pure di chi Tik Tok non ce l’ha, a patto che la tua canzone duri poco e abbia un qualche punto estremamente invasivo e altrettanto breve che si associ bene a un balletto o a qualche contenuto che comunque richieda un’attenzione limitata (tipo una bambina che urla alla luna, mia nuova scoperta sui social e appiccicosa come manco le bestemmie vintage di Germano Mosconi). Quindi ci aspetta un’epoca di canzoni brevissime fatte di momenti ancora più brevi costruiti per essere estremamente invasivi per il cervello? Non bastava Sanremo, che tipo io ho in testa per motivi fuori da ogni logica del mio cervello la canzone di Marcella Bella?

Forte. Tosta. Indipendente (non nel senso della musica)

Nì. Perché le formule, per chi le sa usare e chi le sa ideare, funzionano di sicuro, altrimenti Petrella e Simonetta non avrebbero scritto un terzo delle canzoni del Festival di Sanremo (arieccoci), ma poi per fortuna viene fuori sempre qualcun* che ti fa vedere che il talento, comunque necessario, lo puoi anche veicolare in territori che secondo le logiche del mercato non dovrebbero funzionare: tipo Ethel Cain, che in un’epoca che dovrebbe essere adatta al fast food musicale convince tutta la critica con un disco oscuro, denso e dilatato che dura più di un’ora e ha metà dei pezzi che durano oltre i dieci minuti.

A donarmi più fiducia in un mondo che bacia col suo plauso anche chi non sottostà alle regole stringenti del mercato è stato Achille Monteforte, che Ethel Cain me l’ha fatta scoprire grazie al suo racconto. Classe 1992, cosentino di nascita e milanese d’adozione, Achille è un creativo e designer della comunicazione. Nel 2015 ha pubblicato la raccolta di poesie illustrate Umani (Altrimedia Edizioni), ma la scrittura è ritornata prepotente nella sua vita dal 2023, attraverso racconti multigenere pubblicati su riviste e in raccolte antologiche di Einaudi Ragazzi, Edizioni Della Sera, Il Lettore Di Fantasia e Storie Bizzarre. Dal 2025 fa parte del consiglio direttivo di Dracones, l’Associazione per la scrittura fantasy in Italia, e siamo ben lieti di dire che fa parte anche del novero di autor* della nostra aspirante rivista!

La carriera di Ethel Cain è una di quelle che sembra baciata dal successo qualunque cosa faccia e in qualunque modo la faccia. Certo, non stiamo parlando del successo di Taylor Swift, ma mettendo le cose in prospettiva neanche Swift riempirebbe gli stadi con le scelte di carriera fatte da Cain, cantautrice classe 1998 che di vero nome fa Hayden Silas Anhedönia. Cresciuta in una piccola città della Florida all’interno della comunità battista, di cui il padre era diacono, l’avvicinamento alla musica di Cain avviene proprio tramite il coro della chiesa per poi proseguire, già all’età di otto anni, con lo studio di pianoforte e musica classica. Bisogna però aspettare il 2017 per cominciare ad ascoltare qualcosa di suo, sperimentazioni con l’applicazione GarageBand che avvengono dopo un lungo periodo in cui si forma la sua personalità: a dodici anni si dichiara gay di fronte alla famiglia, lascia la chiesa a sedici e successivamente si identifica come donna transgender bisessuale, il tutto mantenendo un rapporto personale con la spiritualità che è parte integrante della forza della sua musica. Il suo primo singolo Bruises è del 2019, pubblicato già con lo pseudonimo di Ethel Cain, ed è abbastanza per attirare l’attenzione dell’artista canadese Nicole Dollanger, che la contatta e le fa aprire un suo concerto a Chicago: nel frattempo Cain fa uscire, a distanza di pochi mesi, gli Ep autoprodotti (distribuiti sotto l’egida della propria etichetta Daughters Of Cain) Carpet bed e Golden age, in cui si comincia a delineare il suo stile fatto di atmosfere eteree e dilatate, un connubio particolare fra folk e indie à la Lana Del Rey in cui la voce di Cain spicca melodiosa.

Il salto successivo lo deve al rapper Lil Aaron, che dopo aver scoperto la sua musica nel gennaio 2020 la spinge a prendere appuntamento con la propria etichetta Prescription Songs. Cain sottoscrive un contratto e si trasferisce in una chiesa ristrutturata in Indiana, fedele al mondo religioso/spirituale che permea la sua musica: il risultato delle sessioni di registrazioni è l’Ep Inbred (2021), a cui partecipa anche lo stesso Lil Aaron, sei brani dalla produzione più curata che sembrano portare Cain in una direzione folk-pop più classica nonostante gli scarti laterali esemplificati da God’s Country, canzone di otto minuti in cui la cantautrice duetta con il musicista elettronico Wicca Phase Springs Eternal. Passa solo un anno prima del primo album ufficiale, ma a sorpresa esce per la propria etichetta: Preacher’s daughter torna in maniera più convinta alle atmosfere dei primi brani, piazza senza problemi una durata generale delle canzoni intorno ai cinque minuti (spesso sopra piuttosto che sotto) e, al netto del terzo singolo American teenager che ha un sapore smaccatamente più pop (ma un testo apertamente critico verso il patriottismo e la cultura delle armi negli USA, tanto che l’artista stessa si stupirà di vederlo nella playlist dei brani preferiti a fine anno dell’ex Presidente Obama). in generale non fa niente per essere più accomodante verso un pubblico generalista: la sua è una musica morbida, avvolgente, in cui asperità come l’oscura Ptolemaea o la breve parentesi pianistica di Televangelism fanno parte di un’esperienza che richiede tempo e attenzione, non approcci mordi e fuggi. Il primo disco di Cain, che lei fa rientrare in una ipotetica trilogia di là da venire all’interno del “Ethel Cain Cinematic Universe” (dichiaratamente autistica, Cain ha un approccio verso l’arte molto sinestetico e afferma di vedere la musica mentre la compone, e all’interno del disco è il suo stesso moniker di cui seguiamo le vicende), è un successo che la proietta fra festival statunitensi e internazionali (Coachella, Reading e Leeds) e sul palco dei Florence And The Machine, di cui apre un concerto a Denver: lei stessa parte ovviamente in tour, ben tre volte, e nel frattempo nella sua testa pensa già probabilmente al nuovo disco che, però, non farà parte della trilogia. Quello che Cain ha in mente, fra un singolo (Famous last words) ispirato al film Bones and all di Luca Guadagnino, uno (من النهر) dedicato al popolo palestinese, la partecipazione a una compilation tributo agli American Football, campagne da modella per Givenchy, Miu Miu e Marc Jacobs e controverse dichiarazioni politiche (Cain ha attaccato in maniera piuttosto brutale l’ex Presidente Biden per il suo obiettivamente discutibile supporto alla guerra in Palestina, e successivamente all’omicidio del CEO di un’assicurazione medica multimilionaria Brian Thompson si è apertamente schierata dalla parte del sospetto assassino, adottando su Instagram l’hashtag #KillMoreCeos), è un album che nessuno si aspetta.

Perverts è uscito a inizio 2025 e, al primo ascolto, mi è sembrata la tipica mossa di chi del successo può fare tranquillamente a meno, ma non della propria libertà artistica. Nove brani espansi in un’ora e mezza quasi di musica in cui la dilatazione si fa ancora più eccessiva e le atmosfere, da eteree che erano, si fanno funeree, inquietanti, oscillanti fra un’ambient hauntologica (Onanist ricorda i Boards Of Canada filtrati attraverso un incubo notturno) e un post-industrial oppressivo che in episodi come la raggelante Houseofpsychoticwomn ipnotizzano attraverso suoni che fanno della reiterazione ossessiva la loro ragion d’essere e i vocalizzi distanti di Cain… il tutto per tredici minuti abbondanti. Cain non considera Perverts un album, ma non ha nemmeno specificato come dovremmo inserirlo all’interno del suo cammino artistico: approcciatelo con attenzione, pronti alle asperità minacciose di brani come Pulldrone (quindici minuti introdotti unicamente dalla voce salmodiante di Cain che lascia poi spazio a un’infinita coda di drone music minimale e minacciosa), ma mentre lo ascoltate ringraziate che il mondo della musica funziona anche così, attraverso potenziali suicidi artistici che ricevono l’unanime plauso della critica musicale (Trump invece non penso la inserirà fra i suoi ascolti).

Ptolemaea è la nona traccia di Preacher’s daughter, e l’abbiamo già menzionata più in alto. All’interno di un disco musicalmente arioso arriva come un’ombra inquietante, illuminata solo in alcuni punti dalla voce angelica di Cain: proprio un’ombra perseguita la protagonista del racconto, in fuga da immagini violente fatte di sangue e mosche, e Achille cuce sapientemente in un’atmosfera decadente fra il bucolico e il sacrilego la sua vicenda di crescita attraverso il trauma. Potete leggere la storia subito dopo il brano che l’ha ispirata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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La figlia del pastore, di Achille Monteforte

Un freddo umido infestava l’aria e i polmoni della figlia del pastore. Il suo cuore affamato non le dava tregua. Le chiedeva di affilare lo sguardo, di andare oltre l’angoscia che le opprimeva il petto. La pregava di ignorare la sete di sangue degli insetti che brulicavano sulle macchie della tunica.
La figlia del pastore temeva che l’ombra l’avrebbe trovata da un momento all’altro. L’incubo le si era insinuato sotto pelle dopo aver abbandonato il corpo del pastore assalito dalle mosche. Era scappata nel bosco senza voltarsi, convinta che prima o poi avrebbe trovato un riparo.
Arrivò all’abbazia prima del tramonto, col fiato corto e le mani ancora tremanti. Spalancò la porta senza lucchetto, il cigolio dei cardini rimbombò nel silenzio.
Dentro, il buio colmava ogni spazio.
Si inginocchiò all’altare, stremata, sopraffatta dalle immagini del pastore nel granaio. Il suo colletto bianco macchiato di rosso. La Bibbia stracciata nella mangiatoia. La croce sul muro che sembrava al rovescio quando giacevano insieme sulla paglia.
Un freddo improvviso la costrinse ad aprire gli occhi.
La vide sulla soglia, abbastanza vicina da distinguerne la bocca distorta dal dolore. Il volto così simile al suo, le stesse cicatrici, lo stesso sguardo da cui l’infanzia era fuggita troppo presto.
D’istinto, urlò. L’ombra non aspettava altro. Sorrise, uno squarcio di bianco sul nero, e fluttuò verso di lei. Porse una mano con il palmo verso l’alto.
La ragazza arretrò, ogni passo un tormento.
Per porre fine allo strazio, tese il braccio per stringerla. Sentì un bruciore che si prolungò su tutto il corpo per un istante che le sembrò l’eternità.
Poi, tutto svanì. La paura, l’ombra, le immagini del corpo del pastore aperto dal coltello.
Era sola, nel buio. Questa volta la croce sul muro non sembrava al rovescio. Tentò di pronunciare il proprio nome, ma dalla bocca uscì solo un sussurro cristallizzato.
Si allontanò dall’altare, lasciandosi alle spalle l’abbazia silenziosa.
Nella notte, la strada appariva trasfigurata. Gli alberi, cariati dal muschio, si inchinavano come in segno di rispetto, i loro rami si allungavano sulle pietre, tracciando un sentiero che prima non c’era. Il suo.
Aveva toccato l’ombra, e l’ombra le aveva sussurrato chi era.
Ethel, mai più la figlia del pastore.

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Qualche domanda sulla scrittura, parte uno: Francesca Mattei e Sergio Oricci

Tremila Battute compie cinque anni! Come festeggiare? Un grande regalo di compleanno ce lo ha fatto il Circolo Masada, che fino a giugno ci ospiterà una volta al mese per parlare con autor* della rivista delle loro pubblicazioni, dei loro racconti e, ovviamente, di musica e letteratura (tenete d’occhio la pagina Facebook per essere aggiornat* sul calendario): un altro abbiamo deciso di farcelo/farvelo contattando autori e autrici che qui apprezziamo un sacco, facendo loro alcune domande che ci ronzavano in testa da un po’ riguardo al loro rapporto con la letteratura, con la scrittura e con tutto ciò che gira intorno all’ispirazione, al metodo e al modo in cui scrivono coloro di cui abbiamo adorato i libri.

Per questo primo appuntamento abbiamo contattato Francesca Mattei e Sergio Oricci, che hanno gentilmente risposto ai nostri quesiti.

Da quanto scrivi?

FM – Scrivo da circa sei anni in modo non molto regolare. In alcuni periodi ho scritto tutti i giorni, nell’ultimo anno invece molto poco.

SO – Ho iniziato a scrivere più o meno nel 2011, intorno ai 29 anni. Non ero spinto da motivazioni particolari; ho provato a farlo, come avevo provato a fare altre cose prima, per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori. Quattordici anni dopo sto ancora scrivendo, e il modo in cui la scrittura si è presa a poco a poco spazio e tempo è una delle cose più sorprendenti che mi siano capitate.

Quando hai pensato la prima volta “sono brav* a fare questa cosa”?

FM – La risposta sincera è che non lo so, non me lo sono mai chiesta, quindi non riesco a risalire a un momento in cui ho fatto questo pensiero, perché non l’ho mai fatto. Non perché non creda di essere brava, molte delle cose che ho scritto mi piacciono, ma perché proprio non mi sono mai concentrata su questo punto. Poi si può essere “bravi” nello scrivere qualcosa il cui risultato ci soddisfa e “non bravi” nello scrivere qualcosa che poi risulta meno bello (a te che lo scrivi, intendo). Quindi forse essere “bravi” non è una condizione.

SO – Sicuramente l’ho pensato in più occasioni, non ricordo la prima, e a volte lo penso ancora, ma si tratta di impulsi direi irrazionali, non di qualcosa di cui sono effettivamente convinto. Non mi interessa essere bravo, o in ogni caso non penso alla scrittura in questi termini; quello che mi interessa è scrivere come voglio e avere gli strumenti per farlo. Mi capita di pensare con più convinzione “questa cosa che ho scritto è venuta bene”; non ricordo con precisione la prima volta ma potrebbe essere successo nel 2018 dopo aver scritto un racconto intitolato Volevo essere Vincent Gallo, il primo racconto in cui ho giocato un po’ con il montaggio e con la costruzione.

Hai un metodo di scrittura?

FM – No, per niente! Non essendo la mia principale occupazione, né desiderando che lo sia, non ho mai pensato di crearmi un metodo. Qualora dovessi averne bisogno forse ci penserei. L’unica cosa fissa nei miei testi è il Times New Roman 12 testo giustificato.

SO – Ho una sorta di metodo, nel senso che da qualche anno lavoro ai testi più o meno sempre nello stesso modo: dopo aver trovato l’idea centrale, cerco di capire quale lingua usare e in quale struttura far muovere la storia, e spesso inserisco almeno una difficoltà, qualcosa che non faccio spesso, per provare ad avere in futuro uno strumento in più. Di solito riscrivo più volte il primo capitolo o i primi capitoli, per trovare una certa frequenza, un certo ritmo. Una volta stabiliti questi elementi per me fondamentali, lingua e struttura, e aver finito con i primi capitoli, semplicemente continuo a scrivere restando sempre in ascolto di possibili deviazioni che potrebbero anche modificare molto l’idea di partenza durante il processo.

Ti è capitato di avere il blocco dell* scrittor* e/o pensare “non ho più un cazzo da dire”?

FM – Non proprio, anche se non ho scritto per lunghi periodi, ma non sento la pressione di scrivere, quindi per me direi che non esiste il blocco dello scrittore, ecco. Avere e non avere qualcosa da dire è un argomento interessante. Tutti hanno qualcosa da dire, quindi immagino anche io, ma non sempre riusciamo a dirlo nel modo più “fedele” possibile.

SO – Non mi è ancora successo; senza dubbio prima di stancarmi di scrivere mi stancherò di pubblicare.

Hai una bacheca dei rifiuti modello Stephen King? Se sì (o se no e hai una buona memoria) quanti ne hai ricevuti?

FM – Se ci avessi pensato li avrei raccolti. Quando ho cominciato a proporre i miei testi a delle riviste letterarie, alcuni sono stati rifiutati. Purtroppo non ricordo quali e quanti, però obiettivamente quei racconti non erano un granché.

SO – Non conservo i rifiuti e neanche le risposte positive. Non sono affezionato né ai primi né alle seconde. Di rifiuti espliciti ne ho ricevuti pochi, forse una decina, quasi nessuno ne manda più, ma ho ricevuto molti silenzi, non saprei dire quanti.

Quale autor* quando lo leggi ti fa pensare “ecco, io non sarò mai così brav*”?

FM – Purtroppo non so rispondere neanche a questa domanda. Non vedo la scrittura, soprattutto la mia, in modo prestazionale. Non lo dico per retorica, se fosse il mio lavoro probabilmente ragionerei in questi termini, cercherei cioè di migliorarmi e scriverei in modo forse più progettuale. Ci sono tanti autori e tante autrici molto molto più bravi/e di me. Posso pensare a quelli che sono i viventi italiani che preferisco, tra i nomi più o meno noti, come Paolo Nori, Ferruccio Mazzanti, Beatrice Alemagna, Nadia Terranova.

SO – Nessuno.

Qual è il testo che hai pubblicato su rivista, o che magari non hai mai neanche pubblicato, di cui sei più orgoglios*?

FM – Mi piace molto “Trappola” che uscì su Narrandom e poi fu inserito, leggermente modificato, nella raccolta di racconti “Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa”. Tra quelli più recenti mi piace un racconto uscito su Lay0ut che si intitola “Papaveri”. Parlano entrambi della mia città, quindi ci sono legata.

SO – Tendo a liberarmi abbastanza presto delle cose che pubblico, e in generale non mi pare di aver pubblicato su rivista cose a cui sono rimasto particolarmente legato. I testi che sono più felice di aver pubblicato su rivista sono testi che non ho scritto io. Curo uno spazio online, Clean, in cui pubblico testi di altri; sono quelli i testi su rivista di cui sono più orgoglioso.


Francesca Mattei ha esordito con Pidgin Edizioni con la raccolta di racconti “Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa” (finalista premio “POP” e premio “John Fante”). Suoi testi sono apparsi su diverse riviste (Verde rivista, Narrandom, Malgrado le Mosche ed altre) e antologie tra le quali “Vite sottopelle. Racconti sull’identità” (Tuga Edizioni), “Human/” (MoscaBianca Edizioni), “Cloris” (Pidgin Edizioni). Ha preso parte a “È giusto che finisca così”, primo volume della “Trilogia della vertigine”, edito da CTRL Magazine, che raccoglie undici reportage narrativi e un reportage fotografico. Nel novembre 2022 è uscita la sua novella “Gli stessi occhi”, nella collana 42 Nodi per Zona 42. Nel 2024 ha partecipato all’antologia “L’ora senza ombre” curata da Pidgin edizioni e In allarmata radura con un saggio personale intitolato “Le radici e le ali”.


Sergio Oricci (Fiesole, 1982) vive a Cluj-Napoca, in Romania, dove lavora come traduttore. Alcuni suoi testi sono apparsi su riviste come GAMMM, ‘tina, Nazione Indiana. Ha pubblicato la raccolta di racconti Volevo essere Vincent Gallo (Pidgin Edizioni) e i romanzi La casa viola (Castelvecchi) e Materia Prima (Transeuropa). Ha fondato la rivista Clean.

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Racconto in musica 192: Momenti fluidi (Fat Dog – King of the slugs)

Voi siete mai stati a un rave? Io no. Ne ho letto, ne ho scritto senza alcuna base legittima se non racconti di amici e la conoscenza di una fabbrica dismessa del mio paesello dove ne hanno organizzato uno (fabbrica dove ho lavorato e dove sono andato, quando era già abbandonata da anni, a fare foto con una mia vecchia band per un disco che non abbiamo mai realizzato), ne ho sentito i bassi da lontano quando, per puro caso, mi sono trovato nella stessa zona del famoso rave vicino a Viterbo dove si sono inventati che c’erano cani morti sotto al sole (agosto 2021) e sono stato fra quelli che ha alzato gli occhi al cielo quando, nell’autunno 2022, l’attuale governo ha deciso che quello era il problema più pressante del paese, varando una legge che è stata talmente modificata da risultare quasi inutile (con la quale ha anche annullato, senza alcun nesso logico, le multe ai cinquantenni che non avevano rispettato l’obbligo vaccinale ai tempi del Covid) se non per terrorismo psicologico, cioè la stessa motivazione che ha portato alle nuove leggi del codice della strada. Ho forse deragliato verso la politica? Scusate, capita.

Perché faccio questa domanda? Fondamentalmente per assoluzione preventiva, perché l’ho fatto di nuovo: ho scritto un racconto basato su un’esperienza che non ho vissuto, ma è l’immagine di un rave la prima che mi è venuta in mente quando ho pensato di creare una storia prendendo ispirazione da una canzone dei Fat Dog.

La carriera della band formata attualmente da Joe Love (voce e chitarra), Johnny Hutch (batteria e percussioni, soprannominato Doghead perché suona con una maschera da cane in lattice che, essendo nello spettro dell’autismo, lo aiuta anche a confrontarsi col pubblico), Chris Hughes (synth e tastiere), Morgan Wallace (tastiere e sax) e Jacqui Wheeler (basso) è storia recentissima. Il primo nucleo si forma infatti a Londra nel 2020 (oltre Love e Hutch c’erano allora Ben Harris, Jazz Grant e Will Cox), in piena pandemia, e se vogliamo possiamo vedere la loro musica come influenzata dall’eredità raver del Regno Unito e dalla necessità di sfogo causata dai vari lockdown (ma Love, secondo Wikipedia, cita pure le musiche del videogioco Serious Sam fra le sue influenze): techno, punk, musiche balcaniche (sempre Wikipedia cita elementi di Klezmer nella loro musica, genere musicale tradizionale degli ebrei Ashkenazi suonato probabilmente perlopiù a funzioni come matrimoni et similia), tutto frullato per far saltare in aria l’ascoltatore e fargli battere la mano a tempo sul volante o sulla leva del cambio in macchina (ogni riferimento a cose che ho fatto io è puramente voluto). Prima ancora di pubblicare una canzone si fanno notare dal vivo, dove pare facciano performance selvagge e scatenate (qui un live report della loro data di settembre 2024 all’Arci Bellezza), così quando nell’agosto 2023 esce il primo singolo King of the slugs è un’etichettona come la Domino a farlo uscire: un esordio atipico, sette minuti di durata in cui a momenti trascinanti cassa dritta e folklore technotronico si alternano rallentamenti orchestrali in cui Love mostra il lato più morbido della band, minoritario nel loro pastiche sonoro ma comunque presente in larghi pezzo del fulminante disco d’esordio WOOF, uscito a settembre 2024 dopo una manciata di altri singoli.

Mezz’ora di bordate sonore che si aprono con l’EDM a lenta ebollizione con voce recitante in sottofondo di Vigilante, WOOF è esattamente quello di cui avete bisogno per sfogarvi dopo una giornata di frustrazioni o per partire con la carica giusta al mattino, energia pura mitigata in parte dalle oasi atmosferiche rappresentate da Clowns, voce autotunizzata su synth ariosi, e I am the king, con tastiere in lenta ascesa che preparano il prossimo balzo nell’iperspazio mentre Love ripete di continuo il titolo della canzone con la modestia che può contraddistinguere il frontman di una band simile. E quando si salta, cazzo se si salta! All the same è esattamente la canzone che ti immagini in grado di scompigliarti i capelli a causa dei bassi prepotenti che escono a folate dalle casse, Closer to God prepara con abilità momenti di puro headbanging prolungato mentre Wither e soprattutto Running sono una corsa continua (dal titolo della seconda cosa ci si poteva aspettare?) verso la perdita della cognizione. Quarantaquattro secondi di outro che ci accompagnano all’uscita con una voce recitante che ci ricorda “You can kill the man, but you cannot kill the dog” e siamo fuori dal frullatore, pronti a rientrarci ancora e ancora, cosa che farò non in Italia (il lungo tour che li vede ancora in giro tocca gran parte dell’Europa continentale, ma al momento non sono previste tappe da noi) ma al BBK di Bilbao, festival grazie al quale mi sono accorto di sta meraviglia che mi ero perso per strada. Ah, il nuovo singolo Peace song è, al netto di un gusto pop molto più accentuato, un’altra bella botta di adrenalina.

Di King of the slugs ho già accennato in apertura, e cosa si può aggiungere d’altro? Che ha un testo delirante in cui Love viene incoronato da una lumaca re delle stesse? Che nei punti in cui rallenta e si fa atmosferica emoziona addirittura? Si potrebbe dire molto, ma trarci una storia coerente sarebbe un’impresa: ecco perché il racconto che mi ha ispirato è composto di frammenti di un free party, voci e dialoghi in prima, seconda e terza persona frullate in un mix che spero renda giustizia alla sua fonte. Potete valutarlo da voi leggendo qui sotto e mettendo in sottofondo la canzone, che finirà di sicuro dopo che già avrete finito il racconto ma va bene così, avete tempo per saltare almeno: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!

Momenti fluidi

Salta più in alto di tutti, fatti attorno più spazio di tutti. Attento a non perdere l’equilibrio però. Qua dentro è pieno di fango, tutto il posto è fango a ripetizione. Che ti aspettavi? Qui non c’è mai stato niente a parte le roulotte.

Getta la testa all’indietro. Non finire per terra. Hai bisogno d’acqua. Birra? Aria? Facciamo l’ultima, dai. Sguscia in mezzo ai corpi, fatti fluido. Esci.

«Hai visto le stelle?»

«Eh?»

Indica. «Quelle stelle».

«Cosa?»

«Quelle cazzo di stelle! Le stai guardando porca merda!»

«Oh ma che minchia! C’è un bordello qua che la metà basta e te sussurri!»

«Come sono belle».

«Eh?»

Rotea gli occhi.

«Ma non se ne vede una».

«Eh?»

«C’è troppa luce! Ma dove minchia le vedi le stelle?»

Nel gruppetto che ha appena stappato le bottiglie hanno tutti questa bella faccia da rissa e lui li mira deciso, va proprio lì con l’intenzione di chi cerca cazzi da cagare e pam, gli sbatte il culo della birra sul collo delle bottiglie, veloce come una cazzo di marmotta da prendere a martellate, senza che quelli facciano in tempo a succhiarsela tutta e poi parte a razzo e loro dietro, corre veloce il coglione ma quelli sono tanti e incazzati e va bene che lui è agile, sguscia fra i corpi, sembra una cazzo di lumaca ti giuro ma poi in mezzo alla pista non c’è più un cazzo di posto dove sgusciare e loro sono tutti attorno a lui e allora lo sai che fa? Lo sai che fanno?

Iniziano a saltare. BOMBOMBOMBOMBOMBOMBOMBOMBOM!

Dalla spianata si vedono le montagne. Dentro il casermone esce musica chillout per chi ancora si regge in piedi e per chi si sta facendo un sonnellino stravaccato per terra. Lei pensa che dovrà lavarsi i capelli una volta a casa. Quando tornerà a casa. Ammesso che ci torni, a casa.

Un tizio a petto nudo di fianco a lei indica qualcosa lontano, una nuvola di polvere che non aveva notato. Sorride come un ebete e dice qualcosa su una tempesta di polvere, neanche fossero nel deserto. Lei aguzza la vista e vede i furgoncini che si fermano, gli uomini che ne scendono, il luccichio del sole sui caschi. Capisce che la festa è finita. Che cazzo però, pensa, sempre sul più bello.

Dobbiamo levare le tende, dice al tizio. Quello la guarda e dice che lui una tenda non ce l’ha. Lei sorride, gli dà una pacca sulla spalla. Andiamo dai, dice, dovremmo avere un po’ di tempo per scivolare via. Sgusch sgusch, dice lui, e si butta per terra a sbavare.

Che cazzo di gente che si incontra.

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