Racconto in musica 188: Stop, basta, fine, addio (Sorelle Gemelle Lasciate In Castigo – Stop, basta, fine, addio)

Cosa vuol dire vivere in provincia se ti piace la musica che non va per la maggiore? Mi ritengo una persona fortunata, perché sono nato a quaranta chilometri da Milano e, una volta fatta la patente ed essermi arreso all’evidenza che se i concerti non venivano a me dovevo andare io da loro, lo sbattimento per alimentare la mia passione è stato relativo (vivere sul Monte Amiata, traslando alla fruizione passiva quello che mi raccontavano i purtroppo disciolti Dondolaluva sulla difficoltà di trovare luoghi dove suonare, è tutta un’altra storia): detto ciò vivere in un paese di quasi settemila abitanti, dove l’apice dell’esperienza musicale è la scuola dei Cantori del paese (dove ho fatto il corso di chitarra classica, imparando a suonare con le dita e dimenticando tutto non appena messe le mani su un’elettrica), non dà ottime prospettive sulla qualità e sulla varietà della musica che potrai sentire, e il punto più alto o più basso a seconda dei gusti veniva (e viene tuttora) raggiunto durante la festa del paese, a settembre. Giuro di aver visto Mal cantare sul proprio playback in un’imbarazzante lunedì sera (contando che abitavo a uno sputo dalla piazza dove si esibiva riuscivo a sentirlo anche dentro casa), e non so se era meglio o peggio delle cover e tribute band che passano di lì o dalle feste rionali imballate di gente meno esigente di me, ma devo dire che negli anni una manciata di soddisfazioni me le sono riuscite a togliere. La prima è stata da adolescente, quando senza un motivo spiegabile sul palco della piazza è apparsa una band che faceva cover del gotha del grunge (che stava già andando a deperire), e il me di allora non sapeva di poter chiedere addirittura della musica originale e ringraziava commosso; la seconda è stata la chiamata clamorosa dei Perturbazione, non ricordo se reduci da Sanremo ma comunque una band indie in carne ed ossa, che ha riempito la piazza ma non ha evidentemente convinto la giunta comunale, che simili esperimenti non mi sembra li abbia più fatti; la terza è stata un concerto a cui io in realtà non ho partecipato, perché avevo altro da fare o perché sono stupido (o entrambe le cose), organizzato come parte della premiazione di un concorso letterario e che ha visto sul palco Albedo (già ospiti di queste pagine, e parte di questa storia l’ho raccontata proprio lì), Daniele Celona e Umberto Maria Giardini (pure lui già apparso su queste schermate). Quel concerto, lo scoprii in seguito, era organizzato dall’associazione ASAP – As Simple As Passion, di cui entrai a far parte nei mesi seguenti e che aiutai in alcune edizioni del concorso Provincia Cronica, quello di cui si stava svolgendo la premiazione: deus ex machina del tutto il presidente dell’associazione, Roberto Conti, che è stato il primo collaboratore esterno del blog e oggi ritorna, da grande fan di UMG, con un racconto ispirato al nuovo progetto del cantautore ovvero la band Sorelle Gemelle Lasciate In Castigo.

Novarese classe 1982, Roberto è un altro figlio della provincia che non solo non si è fatto ingabbiare ma si è pure adoperato per cambiarla dall’interno. Giornalista professionista, ha collaborato e collabora tuttora con festival letterari e musicali, come lo storico Balla Coi Cinghiali che speriamo tutt* di veder resuscitare dalle proprie ceneri. Il premio letterario Provincia Cronica, di cui si parlava sopra, lo inaugura nel 2008, mentre dieci anni dopo co-fonda il progetto NO – Racconti per un nuovo immaginario novarese, attraverso il quale pubblica fra il 2018 e il 2019 due antologie, una di autori e un’altra di autrici novaresi, con la collaborazione della casa editrice Effedì: per Tremila Battute, rimanendo sui racconti, ha invece scritto questo basandosi su una canzone dei Baustelle, aiutando per primo questo blog a diventare aspirante rivista letteraria.

1, il disco d’esordio dei Sorelle Gemelle Lasciate In Castigo pubblicato da BaoBab Music & Ethics, è uscito a luglio di quest’anno, eppure trovare informazioni al riguardo è tutt’altro che semplice. Post sui social di chi ci ha lavorato, striminziti comunicati stampa, una dichiarazione dello stesso Giardini in cui esprime tutto il suo entusiasmo per l’uscita (“Ci sono momenti nella vita in cui l’unica cosa importante è stare bene e fare quello che si vuole. “1” delle Sorelle Gemelle Lasciate In Castigo per me è tutto questo. […] questo album vi spiazzerà rendendovi partecipi della teoria che la buona musica vive anche di semplici presupposti non solo e necessariamente legati al business.”). Roberto mi ha aiutato a rimpolpare le informazioni coi nomi dei musicisti coinvolti, ovvero Davide Canalini, Filippo Della Magnana, Marco Marzo Maracas e Floriano Bocchino, mentre una voce a parte la merita Salvatore Russo co-autore dei brani (e a tutti gli effetti quindi la seconda sorella gemella) nonché ex componente di un pezzo di storia della musica “alternativa” in Italia, i Santo Niente di Umberto Palazzo, con i quali ha registrato l’anarchico ‘sei na ru mo’no wa na ‘i, disco prodotto da Giorgio Canali che, ritrovatosi ad ascoltare i brani prima delle registrazioni, disse qualcosa tipo “ragazzi, non è il caso di fare una demo, perché se si accorgono di quello che stiamo facendo questo disco non si farà mai”.

Ma cosa fanno i/le Sorelle Gemelle Lasciate In Castigo? La formula “UMG che fa stoner” è allo stesso tempo calzante e fuorviante, perché i suoni sono sì più grossi e roboanti di quanto normalmente non si trovi nella discografia di Giardini ma il mix li ammorbidisce, lasciando spazio alla poetica e al modo di cantare unico del cantautore: all’interno del disco si trovano però anche brani come Il lago delle vergini, strumentale in bilico fra il deserto roccioso del sud ovest statunitense e e quello sabbioso della fascia sahariana, o la Dai! Dai! Dai! su cui si sfoga il sempre magistrale Edda, l’elemento più diretto e grezzo dell’intero album. Fra echi dei Queens Of The Stone Age (Questo caos) cavalcate esaltanti (Profumo nucleare) il disco si conclude mostrando i lati più estremi delle sue due anime, distorta e sensibile: la strumentale Attrezzo, bassa e cavernosa nel suo incedere schiacciasassi, e I fiori neri dell’amore, una quasi-ballad in cui basta iniziare l’ascolto in punti a caso per trovarsi di fronte a frasi come “la vendetta fa tappa in ognuno di noi”. A livello personale avrei preferito un mix con la voce un poco più indietro, lasciando sfogo alle distorsioni che, soprattutto nel caso della chitarra solista nei ritornelli di Diana, faticano a mostrare i muscoli quanto vorrebbero, ma per quello chissà, magari ci sarà un “2” all’orizzonte.

Stop, basta, fine, addio è la terza traccia del disco, uno dei brani più delicati in cui Giardini pennella con poche ed efficaci immagini un amore sfiorito. “Mi rendo conto che il momento può accadere quando accade”, recita il testo, ed è su come Carla arriva al momento in cui dire basta che Roberto costruisce la sua narrazione, utilizzando i frammenti del testo come tappe di “un lento processo di disillusione” che si svolge lungo le strade di una Bologna notturna e malinconica. Potete cogliere questo efficace gioco di rimandi leggendo il racconto con la canzone in sottofondo, come consiglio di fare sempre e comunque: buon ascolto e buona lettura quindi.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Stop, basta, fine, addio, di Roberto Conti

Le braccia tatuate di Luca erano state la sua prima distrazione. Un fascino che parlava di ribellione, di storie nascoste e pericolose. Carla ricordava ancora come quella pelle piena di segni l’avesse attirata una sera in piazza Verdi, tra i gruppi di studenti che si mescolavano sotto i portici. Lei si sentiva incompleta, e con Luca tutto sembrava più vivido, estremo, come se il mondo potesse finire da un momento all’altro.

Poi il fascino si era trasformato in finzione. Dietro quei tatuaggi e le frasi sussurrate a metà c’era solo la superficialità di chi pensa che il mondo esista per piegarsi al proprio desiderio. Era iniziato un lento processo di disillusione, una marea che si ritira lasciando sulla spiaggia i resti di ciò che Carla pensava fosse amore.

Le lezioni all’università, le serate in strada, i pomeriggi trascorsi sui colli a parlare di progetti e sogni… tutto aveva iniziato a perdere colore. Poi c’era stato il ritratto di Valerio, trovato per caso in un cassetto. Non era il suo coinquilino, Carla ne era sicura: forse un’altra conquista, un altro volto di cui Luca si era dimenticato, lasciato lì per distrazione o per ricordarle quanto fosse insignificante nel suo mondo egoriferito.

Le notti ‘fortunate’ di Luca erano un segreto a malapena nascosto. Carla lo aveva sempre saputo, ma ogni volta Luca diceva che quelle erano solo fantasie, paranoie infondate. “Mi fido di te”, ripeteva, ma quelle parole sapevano di plastica: vuote, come la loro storia.

La notte dell’undici novembre Carla camminava per le strade semivuote del centro storico, con i pensieri che la logoravano in silenzio. Bologna dormiva sotto una coperta di nebbia leggera, i lampioni proiettavano ombre lunghe e l’eco dei suoi passi rimbombava sotto i portici di via Zamboni. Era passata davanti alla finestra illuminata di Luca, per un istante aveva avuto la tentazione di salire e chiedergli per l’ennesima volta delle sue bugie, mettendolo davanti alla verità. Si era fermata, guardando la finestra da lontano, respirando la stessa nebbia che ammantava il loro amore.

“Abbiamo un metro differente, io e te.” Questa frase risuonava nella mente di Carla come un mantra. Luca viveva senza mai fermarsi, in una sorta di bulimia, lei si sforzava di stargli dietro e di adattarsi a una vita che non era la sua, piena di menzogne e maschere. Ma per quanto tempo si può ingannare se stessi?

Rientrata nel suo appartamento, Carla si guardò allo specchio e vide il volto di qualcuno che non riconosceva.

Il momento di lasciare accade quando accade. Non ha una spiegazione. È solo una porta che si apre e, se hai il coraggio, ci passi attraverso. Così Carla decise di andarsene. Di dire basta.

Non era un addio rabbioso, non c’erano più passione né dolore, solo stanchezza. Quando Luca la chiamò l’ultima volta guardò il telefono squillare sulla scrivania della sua camera e sentì che lasciarlo suonare a vuoto era un gesto più potente di qualsiasi parola. Non c’era più nulla da dire.

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Il peso del nome: i nuovi dischi di Ottone Pesante, Huge Molasses Tank Explodes e GodzillaSexBike

Per certi versi sono una persona semplice, e questa semplicità di fondo si è rivelata già anni fa quando dovevo scegliere cosa recensire nel mazzo dei dischi arrivati a Indie-Zone, basandomi solo su tre fattori: la cover, il comunicato stampa (se presente) e il nome della band/artista. Secondo voi, fra un cantautore e i primi dischi di Gazebo Penguins e Tiger! Shit! Tiger! Tiger! io cosa potevo scegliere? Sono una persona semplice, e i nomi strambi mi hanno fatto sempre venire voglia di approfondire la questione.

Questa semplicità si riflette anche nel modo in cui è stato concepito questo articolo, che invece di mettere insieme i migliori dischi che ho sentito nell’ultimo periodo o quelli che hanno un’impronta musicale simile si concentra sul nome: quando mi ricapita di unire una banda armata che risponde al nome di Ottone Pesante, Huge Molosses Tank Explodes e GodzillaSexBike? Non lo so, quindi pronti all’infornata di musica dai nomi grossi.

La guerra degli ottoni

Dopo un disco dai toni doom e un Ep che evoca il black metal (salvo confermarlo solo nella poltiglia sonora della title track) la brass metal band Ottone Pesante (che qui a Tremila Battute conosciamo bene) si getta nuovamente sul campo di battaglia, seguendo stavolta non un filone estetico ma concettuale. I sette brani di Scrolls of war (Aural Music) evocano infatti sia dai titoli che dalla musica immagini di battaglia, soprattutto nei brani più atmosferici. È impossibile non evocare lo scempio che rimane al termine di un conflitto nei contrappunti epici che costellano il magma tenebroso nella prima metà di Men kill, children die, ma da lì il trio tenta di risollevarci con tutta la drammaticità del caso aprendosi ad un’alba impietosa a furia di inserti di tromba e trombone processati fino a farli sembrare un grido angelico che, prendendo a prestito le parole di Sam Rockwell in un punto di Sette psicopatici, ci lasciano credere che “il cielo è abbastanza blu da far capire che potremo vivere in pace, prima o poi”.

Brani come Teruwah o Sons of darkness against sons of shit (titolo che spiace non vedere tradotto) scatenano la verve più veloce e tecnica della band, e sono episodi efficaci e necessari all’interno di un disco vario, che alterna sul finale l’enfasi di Battle of Qadesh, inizio d’ispirazione jazz che lascia poi sfogare la splendida voce di Lili Refrain, e le sferzate diaboliche di Slaughter of the slains, dove impazzano invece le urla di Shane Embury dei Napalm Death. Il finale con Seven è un anticlimax, uno scivolare trattenuto che rende bene l’idea di cos’è la guerra: una consuetudine umana la cui epica si fonda sul nulla.

È quello che mi aspettavo dagli Ottone Pesante? Sì e no, perché li conosco abbastanza bene da non stupirmi di fronte alla loro formula ma allo stesso tempo riesco ancora a sorprendermi di fronte ai mille modi in cui riescono a variare il canovaccio: Scrolls of war è allo stesso tempo una conferma e un gioco al rialzo, perché di enfasi qui il trio ne profonde a piene mani.

Dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo

Gli Huge Molasses Tank Explodes hanno un nome così grosso che pensi subito a qualcosa di distorto e pesante, almeno fino a quando non scopri che deriva da un’alluvione avvenuta a San Francisco a inizio 900 o non ti metti ad ascoltarli, scoprendo che le suggestioni stoner che ti (mi) eri (ero) immaginato sono mitigate a furia di riverberi a livello sonoro, rimanendo però dense dell’effetto psicotropo tipico del genere. Vola più in direzioni cosmiche la band milanese, giunta con III (Tidal Wave Records) in maniera molto didascalica al terzo disco, con un approccio fra lo space rock e lo shoegaze che riesce a far apparire i brani più lunghi di quanto non lo siano realmente: niente lunghe cavalcate, tutto entro il limite dei sei minuti ma con un mood ripetitivo che incanta e una fantasia nei dettagli sotterranei che rende l’ascolto una scoperta continua.

Ho ascoltato troppa musica storta nella mia vita per dire che gli HMTE sono una di quelle band che colora fuori dai bordi, perché basta ascoltare una Tenous form a caso per accorgersi che, seppur mascherato molto bene, lo schema verse-chorus-verse è preponderante: all’interno della stessa canzone ci si accorge però di come sia facile rendere fresca la formula buttandoci dentro un’apertura di ritornello a base di feedback chitarristici sparati nell’aere fino allo spazio, dove portano in fondo la maggior parte delle suggestioni sonore della band. Ancorate al suolo da un lavoro della parte ritmica eccellente (i giri di basso in particolare entrano in testa senza uscirne più), lasciando libere chitarre e tastiera di colorare sì entro i bordi, ma ovunque e con tutti i colori possibili, la band milanese lascia l’infinitamente grande solo per gettarsi a capofitto nell’infinitamente piccolo, esplorando bucoliche e micotiche (nel senso dei funghetti allucinogeni) ambientazioni nella fantastica Distant gloves ed evocando spettri della Summer of love anche nell’andamento narcotico di Eerie light, che nel finale gioca la carta dell’accumulo e sovrasta le orecchie con un’assommarsi di distorsioni e riverberi.

Lungo gli otto brani di III gli HMTE si divertono anche a gettarsi in esperimenti riusciti come Indeterminate, voce e tastiera robotiche che accompagnate da una batteria drittissima fanno pensare per qualche secondo agli Air prima che arrivino le chitarre a far ascendere nuovamente fino all’assolo stellare che conclude il brano. Era quello che mi aspettavo dal loro nome? No, ma quanto vorrei essere sorpreso ogni giorno così.

Il lato discreto della bizzarria

Leggo GodzillaSexBike e nella mia testa si aprono connessioni col cinema più che con la musica. Mi viene in mente Faster! Pussycat! Kill! Kill!, il cinema exploitaion degli anni 70, senza un vero ragionamento logico ma che ci volete fare, la mia testa è quella che è. L’idea di una band che si diverte a grufolare nel confine fra esagerazione e trash si sfalda però già alla seconda canzone, attraverso una chitarra arpeggiata che fa da ottimo collegamento con l’intro di musica da camera (opera della European Recording Orchestra di Sofia, che collabora anche in altri brani), Sophia è un brano rock ben scritto, con le cose giuste al posto giusto, capace di farsi morbido quando serve e di graffiare con suoni abbastanza grossi quando vuole dare una sferzata alle orecchie dell’ascoltatore, con il plus delle due voci, una maschile e una femminile, che trovano un modo efficacissimo di armonizzarsi fra loro: è anche una dichiarazione d’intenti la seconda canzone del disco, che chiarisce fin da subito che i riferimenti musicali sono generici e non specifici, l’obiettivo puntato verso un modo di fare musica più che verso un suono.

Hoobastank, Creed, Evanescense, Nickelback, questi i primi nomi che mi sono venuti in mente ascoltando gli undici brani di Right/wrong/place/time, disco d’esordio dei GodzillaSexBike dopo un paio di Ep e un recente cambio di formazione: band dal suono diverso e dal modo di scrivere diverso, che a un certo punto della loro carriera si sono però trovate a scrivere musica che sembrava pop coi chitarroni e che quando funzionava era una formula efficacissima ma ci voleva un niente perché sembrasse senz’anima. Purtroppo la stessa sensazione si avverte spesso negli undici brani del disco, troppo ancorato a un modo di fare musica che si basa sul binario strofa leggera/ritornello distorto: seguono questo canovaccio alla lettera ad esempio Signs of life e Borderline, rivitalizzate da un’ottima esecuzione tecnica e da armonie vocali (la cosa migliore del disco) efficaci finché le voci di Tommaso Benedetti e Gloria Crudo lavorano insieme, meno quando il primo resta da solo e si adagia sullo stereotipo del rocker dalla voce grezza anche quando non serve. Ci sono anche tentativi di variare il tiro, ma né l’indie ballabile di Love me so né il connubio col country da classifica di Wishes (The birthday song) riescono a dire qualcosa di originale.

Era quello che mi aspettavo? Ovviamente no, ma qua e là ci sono sprazzi di personalità: le strofe piacevolmente storte di Lullaby, il modo in cui Jenny da brano indie adatto a scatenarsi senza troppi pensieri rallenta e porta la festa verso atmosfere sognanti in cui l’orchestra torna a farsi sentire prepotente, momenti che lasciano pensare che poteva esserci molta più carne al fuoco in Right/wrong/place/time. È evidente che la concezione di musica mia e del sestetto brianzolo diverge in molti punti, e può essere che la loro formula li porti anche al successo: GodzillaSexBike mi pare però un nome più adatto ad attirare gli strambi come me che non le major ma ehi, se i Måneskin hanno insegnato al mondo come si pronuncia quella A col circoletto sopra chi sono io per porre limiti alla provvidenza?

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Racconto in musica 187: Un fatto di vergogna (Savana Funk feat. Willie Peyote – Wa zina)

Ognuno ha la sua idea sui generi letterari (conosco almeno una persona che ritiene obsoleto ragionare in termini di generi, e se estendo il discorso al fronte musicale devo ammettere che sono una comoda gabbia per i critici musicali, o i dilettanti come me, per spiegare meglio un disco. Spero che a nessun fratello d’Italia sia venuto un infarto con questo discorso, so che per loro la fluidità è difficile da accettare. Lo spero?), così come ognuno ha i suoi generi preferiti. Più difficile è riuscire a spiegare perché prediligiamo un certo genere rispetto agli altri. Cosa ci appassiona di un giallo? Perché ci sentiamo attratt* dai mondi altri di un fantasy? Di per me, mi sono dato qualche risposta riguardo alla mia fascinazione per la fantascienza, o almeno per una certa parte della fantascienza (detto che ogni buon* autor* declina i generi nella propria forma particolare, rendendo più fluido il panorama letterario. Oh no dottore, ora è venuto un infarto a un* leghista! Sì, lo so che l’asterisco non l* aiuta, ma è più forte di me!). Ne apprezzo il lato di puro intrattenimento (tipo Star Wars, il che non vuol dire che la saga di Lucas non abbia contenuti eh. Quant* appassionat* della saga ho perso con questa frase? Niente, oggi solo nemic* mi faccio), ancora di più quello distopico (raramente utopico) che immagina i pericoli che affronteremo in futuro, adoro quella “filosofica” che ragiona su situazioni ed entità completamente estranee al nostro modo di pensare (due ovvi titoli su tutti: Solaris e Picnic sul ciglio della strada) ma soprattutto, da lettore che si è formato con Philip K. Dick e si è poi scimmiato con Black Mirror, ciò che mi appassiona di più della fantascienza è quando ci fa comprendere l’oggi attraverso il futuro, o prefigura le conseguenze future delle storture di oggi. Anche qui, come per il discorso utopia/distopia, il pessimismo va per la maggiore (se avete visto Strange days immaginate la tecnologia che permette di vivere i ricordi delle altre persone utilizzata per far capire cosa si prova nei loro panni, invece che come droga. Lo avete fatto? Bene, ora non fregatemi l’idea che è lì in un cassetto del mio cervello da un po’, o se ve la fregate utilizzatela bene almeno), ma ci sono sprazzi di luce o, se non altro, scale di grigio in cui le modifiche alla nostra società possono apparire più complesse e stratificate di un semplice discorso bene/male. Tutta questa lunghissima introduzione, piena di parentesi e possibile decimazione del governo eletto, per introdurre Maria Rosaria De Santis e il suo racconto, che racchiude alcune caratteristiche della fantascienza che prediligo ed è ispirato a una canzone dei Savana Funk.

Ventiseienne di Torre annunziata, Maria Rosaria scrive da quando era bambina e nel corso degli anni ha già ricevuto parecchie soddisfazioni. La sua passione si è canalizzata principalmente verso la poesia, pubblicando nel 2022 la sua prima raccolta L’amore immaginario (L’Erudita) e apparendo con i propri componimenti su La Repubblica, L’Altrove e sulla rivista di poesia e traduzione The Polyglot Magazine. Appena Maria Rosaria comincia a sperimentare coi racconti la stessa rivista canadese la ospita nuovamente, così come CrunchEd e Medusa Racconti. Laureata in legge nel 2021, si sta specializzando nel campo della protezione dei diritti umani e a breve uscirà la sua seconda raccolta di poesie.

Esistono band che non esistono, parafrasando uno degli storici trailer di Maccio Capatonda, e all’inizio per i Savana Funk è proprio così. Musica analoga (2016), quello che diventerà ufficialmente il primo disco della band formata da Aldo Betto (chitarra), Blake Franchetto (basso) e Youssef Ait Buozza (batteria), esce a nome del primo con il featuring degli altri due musicisti (e la collaborazione di svariati altri, fra cui il membro non ufficiale Nicola Peruch che li accompagnerà in quasi tutti i dischi sia come musicista che come compositore) ma può già essere considerato parte del “canone” della band visto che da lì in avanti i tre non smetteranno di fare musica insieme. Conosciutisi a Bologna nel 2015, i Savana Funk non ancora Savana Funk cominciano subito a sperimentare il loro travolgente mix di jazz, blues, funk e afrobeat, capace di farsi morbido (ascoltate Strada maggiore nel primo disco) ma più efficace quando si tratta di far scatenare la platea (o anche semplicemente l’ascoltatore contro le pareti di casa sua). Anche Savana Funk, uscito nel 2017 per l’etichetta Brutture Moderne, utilizza la formula Aldo Betto feat. Blake Franchetto e Youssef Ait Buozza, ma basta un anno perché il trio si dia definitivamente lo stesso nome del disco e del primo singolo estratto (possono essere considerati omonimi?) pubblicando sempre per Brutture Moderne Bring in the new, al contempo il primo disco ufficiale e il terzo ufficioso. La formula? Sempre la stessa e sempre diversa, un mix che muta di brano in brano sia a livello di ritmo che di atmosfera, scatenato o riflessivo a seconda dei casi e dell’estro, a volte tutto in una sola canzone (gli otto minuti di Zahra, all’interno di Bring in the new, sono un comodo breviario ovviamente non esaustivo delle capacità del trio), una formula che li porta all’attenzione di un nome piuttosto noto della musica italiana, Jovanotti. I Savana Funk si guadagnano con merito il palco del primo Jova Beach Party, allargando a dismisura il loro pubblico e proiettandoli anche in tv a Propaganda live, il tutto senza snaturare il loro sound.

Nel dicembre 2020 la band pubblica un paio di brani col percussionista Kalifa Kone e con la cantante Kadi Coulibaly, succulento antipasto di ciò che sarà di lì a poco Tindouf, il disco che nel 2021 sancisce l’inizio della collaborazione con Garrincha GoGo, emanazione dedicata alla world music dell’etichetta bolognese. Il disco prende il nome dall’omonima città algerina che è sede di uno dei maggiori campi profughi dello stato, situato in una zona inospitale soprannominata “Devil’s Garden” a causa delle frequenti tempeste di sabbia e delle generali condizioni climatiche estreme: a dispetto della descrizione appena fatta la canzone che da quella città prende il nome, aperta da una lunga intro a base di voci e percussioni, trasmette più gioia che dramma, rispettando l’intento di descrivere attraverso la musica “the journey, the dream, the palpitation, the fear, the hope, and the madness that dwells inside these nomadic human beings”. Riprendendo dalla loro pagina Bandcamp la descrizione che loro stessi fanno del disco

With this new release, Savana Funk is asking their audiences not to look the other away, but to become aware of the historical significance of these migrations, to keep in focus what it means to be human and the consequent right that we all have, to search for a better future. To open our hearts and feel close to other human beings from all parts of the world as our brothers and sisters.

Instancabile dal vivo, il trio/quartetto si dimostra altrettanto pieno di energie (e di idee) in studio. Basta un anno perché venga alla luce, a ottobre 2022, Ghibli, quinto album pubblicato in pochissimo tempo ma non per questo stanco e mancante di inventiva: dalle loro menti e dalle loro chitarre, bassi (e contrabbassi), batterie e tastiere Betto, Franchetto, Buozza e Peruch tirano fuori sempre ritmi trascinanti e melodie evocative, parzialmente riproposte in versioni remixate nel 2023, anno in cui per festeggiare i sette anni della band viene anche rilasciato l’Ep di due brani Live! Raw & naked, che se siete fan della prima ora vi siete probabilmente accattat* aggratis visto che per i primi sette giorni è stato reso liberamente scaricabile. Fra i remix di Ghibli appare anche il nome del produttore e musicista Gaudi, col quale la band a marzo di quest’anno, sentendosi con le mani libere da troppo tempo, ha prodotto attraverso l’etichetta Record Kicks l’Ep di quattro brani Raha (termine marocchino che indica tranquillità e pace mentale, paradigmatico del messaggio che la band vuole portare al proprio pubblico), influenzando la propria musica già di suo ormai piena di suggestioni con il sound della Cosmic-Disco dei tardi anni 70, un mix portato anche dal vivo fra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 in un club tour chiamata Savana Sound System articolato in jam session con dj e producer internazionali: da ottobre sono invece in giro con il Samsara Tour che si concluderà a Milano il 22 gennaio, io vi aspetto in Santeria ma seguiteli sui social (o guardate qui) per trovare tutte le date.

La canzone che ha influenzato Maria Rosaria è stata Wa zina, il primo brano in italiano (e in generale uno dei pochi cantati) della band che vede la collaborazione di Willie Peyote, uno che da queste parti apprezziamo fin da quando lo abbiamo sentito duettare con gli Eugenio In Via Di Gioia (due esempi del fatto che Sanremo ha fatto anche cose buone). Brano dedicato alla lotta delle donne persiane contro l’oscurantismo della teocrazia iraniana, a Maria Rosaria la musica dei Savana Funk e le parole di Willie Peyote hanno ispirato un racconto che, per usare le sue parole, parla del “desiderio di liberarsi da un senso di oppressione che potrebbe derivare sia da un momento di vita personale che da una più ampia insoddisfazione politica”. Come il brano che le ha fornito l’ispirazione anche il racconto di Maria Rosaria vuole essere un augurio di libertà, e alla vigilia della Giornata internazionale contro la violenza contro le donne sono felice che il caso e non una pianificazione deliberata abbiano portato questo testo sulle nostre pagine: viene veicolato da musicisti uomini su un blog fondato da un uomo, ma in fondo se ho imparato qualcosa negli ultimi anni è che il 25 novembre dovrebbe servire a educare proprio noi piuttosto che a far sentire in colpa le donne che non vogliono o non riescono a denunciare abusi che non dovrebbero subire. Buon ascolto, buona lettura e buone riflessioni.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Un fatto di vergogna, di Maria Rosaria De Santis

A Flora

Il terzo giorno finalmente mi tocco le braccia con le dita tutte sporche di terreno e sento il legno scontrarsi con il legno, il rumore della corteccia graffiata. Per la gioia vorrei gridare, ma già la mia voce umana scompare, affonda nel mio corpo giù per la gola e si spegne sul fondo della pancia, dove prima c’erano gli organi interni.

Al centro mi hanno assicurato che l’effetto della cura sarà immediato e irreversibile. Ho dovuto firmare molti moduli e superare alcuni esami. La direzione, mi hanno spiegato, intende assicurarsi che accedano alla procedura solo le persone davvero motivate. Voler morire non è sufficiente. – Lei comprenderà -, mi hanno detto, – per quello c’è la Svizzera. Il servizio che offriamo qui è diverso, una finezza se vogliamo dirla tutta, niente a che vedere con le porcherie che ci sono in giro. Un’invenzione del nostro fondatore che attualmente vive nascosto in una località segreta, nell’eventualità che succeda quello che la concorrenza si augura da tempo. Capirà che si tratta di illazioni infondate: noi operiamo alla luce del sole, è tutto perfettamente legale. Abbiamo clienti da ogni parte del mondo -.

Ho firmato tutto quello che mi hanno chiesto di firmare, per pagare ho venduto la casa e la macchina, ma ancora non bastava. Allora ho chiesto ai miei genitori un prestito, ho detto loro la verità solo quando sono tornata dalla clinica il giorno dell’inizio della cura, dopo aver ingerito la prima pillola. Mia madre si è messa le mani in faccia, ha gridato: – Pure tu? Ma quanti sono gli infelici, in questo mondo? –

Adesso non ho più una casa, finché avrò ancora le gambe continuerò a vivere dai miei. – E dopo? – ha chiesto mia madre. – Per dopo dovrai comprarmi un vaso – ho risposto.

Il secondo giorno ho preso la pillola contrassegnata dal numero due. L’ho fatto al mattino, appena sveglia, sperando di vederne gli effetti già a sera. Mio padre mi ha chiesto il permesso di sedersi accanto a me, quando la cura sarà finita, di farmi ascoltare la musica o di leggermi il giornale. Immediatamente ho chiamato in clinica per sapere quante probabilità ci sono che io conservi il senso dell’udito. Nessuna, mi hanno assicurato, il nostro trattamento è altamente efficace e fa ciò che promette, non ci sono mai state lamentele. Ho detto a mio padre che mi avrebbe fatto piacere, lui ha pianto un po’. L’ho consolato, ho sentito le sue lacrime cadermi addosso, ma già pensavo ad oggi, che è il giorno finale della cura.

Stamattina mi sono svegliata e finalmente non ho più pelle morbida sul corpo. La mia pelle troppo docile finora è stata al mondo con pienezza, ha sentito tutti i tagli e le umiliazioni che le sono capitati. Presto, invece, non avrò più nemmeno una voce per pregare, e senza preghiera e senza desiderio tutto finalmente smetterà di girarmi forte attorno e di scuotermi e di farmi sentire come brucia il mondo quando si è fatti di carne. Rimarrà solo la vita senza la vergogna: rimarrà la vita, senza tutti voi.

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Racconto in musica 186: Deliri carnali (Papa Ricky – Ratatila)

Come stiamo messi a legame fra musica e politica? Non so se ci avete fatto caso durante qualche manifestazione, ma mi pare (libero di sbagliarmi, e anzi nel caso cazziatemi pure) che ci siamo adattat* a ritenere quel legame ormai spento o perlomeno ridotto a fiammella, il che non è poi così distante dalla verità: per una Odia gli indifferenti di Dj FastCut infatti è facile sentire in corteo (non che io partecipi a mille manifestazioni, il mio attivismo politico si limita al 25 aprile, al Pride e poco altro) mille altre canzoni che arrivano dagli anni 60 agli anni 90, magari qualcosa dai primi anni 2000 e poi… Silenzio. Non c’è più quindi politica nella musica di oggi, e magari addirittura degli ultimi vent’anni? Certo che no, di band e artist* che affrontano temi rilevanti ce ne sono ancora oggi e alcune le abbiamo ospitate pure qua, ma se oggi Paura dell’Islam dei Vintage Violence me la devo andare a cercare su YouTube trent’anni fa Curre curre guagliò dei 99 Posse finiva nella colonna sonora di un film di Gabriele Salvatores. La musica che fa politica è insomma uscita dai radar del pubblico di massa ma continua a venir scritta, suonata, agita ancora gli animi e chissà che un giorno non ci ritroveremo di nuovo con una colonna sonora che rivaleggi con quella di Sud o di altre pellicole del periodo: intanto questo cappello introduttivo attaccato con lo scotch mi serve a introdurre Papa Ricky, che di quella colonna sonora era parte integrante ed è stato ispiratore del nuovo racconto che ci ha donato Cristina Nori.

Cristina è stata una delle prime collaboratrici di Tremila Battute, essendoci passata a trovare già nel 2020 con questo racconto per poi tornare un annetto fa, in occasione del compleanno di Gesù, con quest’altro racconto. Negli anni ha scritto poesie, raccolte di racconti (Diario di una molecola psicoattiva, edito nel 2018 dalla casa editrice torinese SuiGeneris), ha partecipato ad antologie e collabora a tutt’oggi con Read And Play, realtà a noi affine che pubblicizziamo sempre volentieri: in attesa di nuove avventure letterarie siamo lieti di ospitarla ancora su queste pagine (o schermate che dir si voglia).

Indagare sulla carriera di Riccardo Povero, ovvero l’artista salentino che si cela dietro al moniker Papa Ricky, è più complicato. Poche informazioni frammentarie che partono dalla fine degli anni ’80, periodo in cui è attivo a Bologna e fa parte del collettivo Isola Posse All Stars, fondamentale per la scena hip hop nazionale e non solo: nata all’interno del centro sociale Isola nel Kantiere, la crew anima la campagna Stop al panico che porterà nel 1991 alla pubblicazione di un singolo omonimo, cercando di resistere allo sgombero del centro sociale (e di altri in giro per la città) in un clima teso con le forze dell’ordine anche a seguito della Strage del Pilastro da parte della banda della Uno Bianca. Della crew fanno inizialmente parte, oltre a Papa Ricky, anche Speaker Dee Mò, Deda, Gopher D e Treble, quest’ultimo già attivo con una band che sarà fondamentale per tutta la scena salentina, i Sud Sound System. Mentre la Isola Posse All Stars muta con gli anni fino a portare, con numerosi cambi interni, ai Sangue Misto, Papa Ricky inizia in proprio a giocare con reggae, hip hop, ragamuffin e musica elettronica, il tutto usando il dialetto salentino: il suo primo singolo, Lu sole mio, viene pubblicato nel 1992 dalla Century Vox, mentre l’anno dopo la sua A nnatu lu sole, grazie al già citato film di Salvatores, gli dà una visibilità ancora maggiore, tanto che il disco d’esordio Lu Papa Ricky glielo pubblica una major come Virgin. Successo e fama assicurati quindi? Non proprio, perché proprio da qui le informazioni su di lui cominciano a diventare più lacunose.

Servono infatti sette anni perché veda la luce un nuovo disco di Povero, che fa comunella con la band I Cauti (Evy Arnesano, Franco “Jamaica” Barletta e Gianluca “Pecos” Grazioli) per cucinare 13 semplici ricette, uscito per Giungla Records nel 2002. Sono anni in cui il trip hop risuona ancora in parecchie produzioni italiane e Papa Ricky, ben contento di sperimentare coi suoni e con le parole, miscela anche quell’influenza nel suo già denso sugo di influenze salentino-caraibiche: le strumentali Latte in polvere e Friggione denotano benissimo il legame con la climaticamente lontanissima Bristol, ancora più distante se ci si lascia scaldare dalla solarità contagiosa di brani come Imprevedibile, ma laddove le due anime si mescolano (in Bellu bellu ad esempio) l’ideale ponte con il Regno Unito non sembra affatto instabile, anzi. Nel 2012 Povero torna sulle scene con un nuovo disco, Villa Barca, pubblicato dall’etichetta Elianto e prodotto, fra gli altri, dall’ex compagno di posse Treble, ma è un disco di cui so dirvi molto poco se non attingendo a un comunicato stampa scovato su Internet (che mi è stato molto utile anche per fornirvi le informazioni di cui sopra): l’unica canzone di cui sono riuscito a trovare traccia è infatti il singolo Libero, meno sperimentale rispetto alle canzoni del disco precedente ma non so quanto identificativo di Villa Barca in toto. Da lì in avanti il buio, ma Povero non ha smesso di fare musica e di far muovere il culo alla gente che si presenta ai suoi concerti: l’ultima canzone di Papa Ricky, Ye ye c’è indica, è datata 2022, il che significa che con alti e bassi continua a lottare insieme a noi a più di trent’anni dal 1993 in cui Cristina lo vide esibirsi ai Murazzi di Torino, un concerto che lei stessa descrive come “pieno d’energia, ricordo un ragazzo solare e vitale come lo spirito delle sue canzoni”.

Ratatila, penultima traccia di 13 semplici ricette, è la canzone preferita di Cristina all’interno di un album che le è risuonato per intero in testa mentre scriveva il suo racconto. “Il ritmo da taranta sottolineato da voci e orchestrazione” del brano si è guadagnato il posto d’onore anche per l’accenno veloce nel testo a un ferragosto passato a ballare, completamente diverso da quello che passa a sudare sotto le lenzuola la protagonista del racconto: di quale natura siano i deliri carnali che la febbre le porta alla mente sta a voi scoprirlo, andando a leggerlo più in basso dopo i miei consueti auguri di buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Deliri carnali, di Cristina Nori

Fa caldo, d’altra parte è ferragosto.

Che bella coincidenza ammalarsi con questa temperatura e trovarsi sudati fra le lenzuola umidicce. Mi sento un gigantesco involtino primavera che non ha sopportato la frittura.

Gli altri sono in spiaggia a festeggiare – come biasimarli – e io mi crogiolo per il secondo giorno nel dormiveglia.

Non sento bisogno di cibo, solo acqua e penombra.

Veglia, sonno, tutto è alterato e mescolato in una strana dimensione. L’unico rumore è il ticchettio sul pavimento delle unghie del mio cane, che ogni tanto viene a vedermi: non credo sia premura, penso voglia accertarsi della mia capacità di portarlo a spasso.

Mi spiace, Ubu, dovrai attendere il ritorno del resto della famiglia per una passeggiata.

Nel sonno vengo colta da mille sensazioni. Non sono semplici sogni, sono vie che attraversano tutti i miei sensi. E sono parecchio bizzarre.

Ritorno con la mente a quando ero bambina e, a casa di mia nonna, si preparavano gli agnolotti per Natale o per Pasqua. Essendo piemontesi, gli agnolotti prescrivono come dogma un ripieno di carne, di arrosto di vitello per la precisione, e chi osa parlare di ricotta e spinaci rischia la scomunica.

Preparare gli agnolotti era un rito collettivo. Ci impegnava in quattro: nonna, prozia, mamma quando non lavorava e io. Preparavamo la sfoglia, che veniva tirata con la Imperia a manovella, l’arrosto e le biete, che venivano tritati e mescolati con uova e pangrattato per il ripieno.

Poi veniva la parte più divertente, ovvero riempire la sfoglia vuota col suo contenuto e chiuderla. Né troppo poco, per non far venire fuori un agnolotto misero, né troppo, per non farlo esplodere in cottura. In genere venivo cacciata via poco dopo l’inizio di questa operazione, perché era più il ripieno che mangiavo crudo rispetto a quello che mettevo nella sfoglia.

Succede che, in questo letto ferragostano, a me sembra di vedere il piatto di portata della nonna, di ceramica spessa, bianca, con dentro gli agnolotti al sugo di carne. Non solo lo vedo, ne sento il profumo. Sento nell’aria la noce moscata e il pepe nero.

Sarà il covid, ma mi sembra anche di sentire il rumore del cucchiaio del servizio buono – ché alle feste grandi si tirava fuori l’argenteria – battere contro il bordo del piatto e tirar su gli agnolotti fumanti.

Mi sveglio, in tempo per vedere il mio cagnone che mi scruta e mi fiuta col suo naso umidiccio. Non devo profumare dopo due giorni a letto, perché si volta e vedo allontanarsi il suo codone e i suoi succulenti quarti posteriori…

Mi ricordo all’improvviso perché sono vegetariana da anni.

Non mangerei il mio cane Ubuntu, anche se ogni tanto se lo meriterebbe, perché morde le mani e distrugge le ciabatte. Quindi perché mangiare un vitellino o un porcello?

Sono felice così, nonostante i ricordi mi abbiano riportato ad un periodo pieno d’amore. I miei deliri carnali sono diversi da ciò che si aspetta la gente, ma in fondo l’importante è che Ubu stia lontano dal ripieno degli agnolotti.

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Distruggere i personaggi per plasmare delle icone: No Big Deal, l’esordio rockettaro di Rachele Salvini

di Ilaria Petrarca

Leggere questo romanzo è stato come assistere a un’esibizione degli Who perché No Big Deal (edito da Nottetempo) ha un’anima rock ma si atteggia da punk, ma soprattutto perché si arriva alla fine mediante un atto distruttivo.

Ma partiamo dall’attacco. Da subito, a orecchio, si riconoscono le note di una catabasi giovanile.

Se quella sera Lena Marchi avesse deciso di rimanere chiusa nella sua camera di tre metri per quattro in un appartamento muffoso dell’Est End di Londra, non avrebbe mai visto i (No Big Deal), non si sarebbe mai innamorata di Alexander Green, e non avrebbe mai conosciuto Dixon Hein.

(p. 9)

L’anticipazione contenuta nelle prime righe rivela l’ambientazione e i protagonisti per ammiccare alle domande che trascineranno il lettore in un pogo incontrollato: qual è stata la conseguenza di quella scelta? Perché è andata così male? Perché – e questo lo sappiamo tutti – un’apertura di questo calibro non può di certo illanguidirsi in un lieto fine da romance su Wattpad.

Eccoci, dunque, a saltellare su una scaletta fatta per una buona metà dei tormenti di Lena e delle sfighe di Dixon. Le due linee narrative corrono tese come le corde di una chitarra. Entrambi i protagonisti sono figli unici con padri abusanti, madri che non sanno difenderli, amici che non chiedono mai come va e rapporti inesistenti o a dir poco complicati con l’altro sesso. È un bordone destinato a non tenere, e infatti ben presto la musica cambia tono.

Rachele Salvini inserisce una sequenza di spallate che distorce le trame parallele. Il ritmo incalza tra la prima persona ora di Lena ora di Dixon, resa credibile da una scrittura semplice che trova la sua caratterizzazione non nella manipolazione della lingua (come si esprimono), bensì nell’interiorità dei personaggi (cosa provano). I corpi dei protagonisti, in particolare, sono le casse di risonanza di una sofferenza che non si piange mai addosso, anzi, fa sfoggio della propria resistenza fisica. Sulla pelle di Dixon il mediocre “fioriscono lividi come mazzi di fiori”; Lena, complessata dal suo aspetto fisico, si strappa le pellicine, le accumula e le mangia. Entrambi sguazzano in uno squallore subito o ricercato allo scopo di annullarsi tra una birretta prima di essere picchiato o una cannetta dopo essere stata scopata, fraseggiando con scioltezza i loro vent’anni di merda fino a quella sera a Stratford, Londra, in un localaccio come tanti.

Dixon ci va perché suona la chitarra nei (No Big Deal), Lena perché intende recensire la band. Il loro incontro avviene per caso mentre entrambi rincorrono un terzo, ossia la musica, vero mentore di questo viaggio dell’anti-eroe che li attrae come un rabbit hole verso il loro paese delle meraviglie. Le aspettative di riscatto dei due ragazzi si concentrano sull’indie rock, un genere che nasce lontano dalle convenzioni mainstream e ha una voce intimista che risuona le loro inquietudini personali.

Dixon impara a suonare per entrare nel giro giusto, Lena studia critica musicale ispirata da Patti Smith; lui vuole produrre riff di chitarra, lei ne vuole scrivere. Tuttavia, nel momento in cui stanno per evolvere, si incontrano e si specchiano uno nell’altra.

Lena aveva la stessa forza che avevo io: si rialzava e continuava.

(p.298)

Lui era uno fra i tanti per me e io per lui. Avevamo lo stesso bisogno

(p.328).

I limiti comunicativi e la scarsa autostima sono la mestica che li tiene sulla stessa scena, il parquet appiccicoso di un pub sul quale sono sgocciolate troppe birre. Lì Lena scopre la vita sesso droga e rock’n’roll grazie al bassista Ale, presentato con un “sorriso sghembo” (noi che abbiamo letto la saga di Twilight sappiamo quanto quell’aggettivo possa essere insidioso) che si tramuta in un sardonico “sorriso punk”. La relazione con Ale la riscatta, da “cesso” di provincia assurge a “fiery”, cioè una donna focosa, e nella city di London! Dixon invece, guadagnata un’improvvisa popolarità come musicista e orecchiata la prospettiva di una produzione discografica, crede di potersi staccare di dosso l’etichetta di sfigato e la divisa del fast food dove lavora su turni. La musica offre possibilità a entrambi, ma loro non sanno accogliere i cambiamenti, pensano troppo a chi sono e a chi stanno diventando, non seguono il consiglio di Pete Townshend quando dice che “il rock non eliminerà i tuoi problemi, ma ti permetterà di ballarci sopra”. Restano coi piedi appiccicati e la trama procede tra episodi già visti e sentiti, hit antemiche che attraversano le generazioni da decenni: le corna, la dipendenza dalle droghe, il sesso in cambio di autostima, i lavori di merda e la puzza di fritto sui vestiti.

L’elemento che poteva essere sfruttato meglio in questo romanzo per me è proprio la musica. C’è un salto di punto di vista al posto dell’esibizione dei NBD e se Lena li definisce “i nuovi Arctic Monkeys”, non si sente la musica che suonano. Si dice che sono dei “calciamerda”, ossia dei tipi dai modi ruvidi, che però abbozzano testi che parlano di Oblio e Amore – sì, con la maiuscola. I NBD si muovono in una bolla tutta loro, una scena che non dividono con nessuno e dove sembrano essere finiti per caso. Non hanno la passione artistica dei protagonisti de I Commitments, né la carriera dei Way out di David Mitchell, né la chiara fama del Bucky Wunderlick di De Lillo.

Tuttavia, “Bada al senso, e i suoni baderanno a se stessi” dice la Duchessa Brutta di Lewis Carroll, e ha perfettamente ragione. Il romanzo di Rachele Salvini poggia su un senso profondo che fa da solido tappeto armonico alla trama, per questo l’autrice riesce a sviluppare una narrazione avvincente, intima ma mai lamentosa, a suscitare empatia verso i personaggi mentre vengono battuti col vigore che Pete Townshend riservava alle sue chitarre.

Ora, il musicista dei The Who ha confessato che non amava i suoi strumenti e li distruggeva unicamente per manifestare estro artistico: “It’s a performance, it’s an act, it’s an instant and it really is meaningless”. Jimi Hendrix, al contrario, ha incendiato la sua Gibson per sacralizzarla: “you sacrifice the things you love. I love my guitar”. Non importa il motivo, il risultato è lo stesso: si distrugge per mandare un messaggio e credo che la stessa cosa avvenga in questo romanzo. L’autrice infierisce sui protagonisti demolendone speranze e buoni propositi, li spoglia dell’integrità giovanile e ci restituisce delle perfette icone generazionali. Il meccanismo della narrazione alternata, le anticipazioni e le figure retoriche appaiono studiati e funzionali alla costruzione di due sopravvissuti al mosh pit selvaggio che segna l’entrata nella vita adulta, quella che ci si sceglie da sé – gomitate e fregature incluse nel pacchetto.

If you can’t defend yourself, you’ll be everyone’s bitch

(p. 67)

Questa perla di saggezza viene messa in bocca al padre di Dixon, personaggio abusante per antonomasia. Estende le parole di Jennifer Egan: “Il tempo è un bastardo, giusto? E tu vuoi farti mettere i piedi in testa da quel bastardo?“ Il confronto ovviamente è improprio, ma scrivere un romanzo sul disagio giovanile mettendoci dentro la musica significa andarsi a conquistare un angolo di una strada già battuta.

Questo romanzo mi anche ha ricordato un altro esordio recente, che non tratta di musica, Tangerinn di Emanuela Achenbaumm (2024, Edizioni e/o). In entrambe le opere la prosa è paratattica, composta da frasi brevi, pochissime subordinate, un italiano talmente semplice da sembrare una traduzione. Ci sono però parole straniere che accompagnano le protagoniste verso una vita diversa, suoni esotici che aprono la coscienza a nuove consapevolezze. L’arabo di “Tangerinn” viene dal passato della protagonista, una ragazza emigrata a Berlino che torna in Marocco per questioni familiari, là dove recupera identità e pace interiore. L’inglese di “No Big Deal” – usato soprattutto nei dialoghi – è invece una formula magica che cambia la vita di Lena, la allontana dal passato e dalle radici intrise di ipocrisia borghese e bugie (non a caso nella prima parte ricorre Rebellion-Lies degli Arcade Fire nella sua forma mediatica di sigla di un programma in prima serata). La delusione, che ve lo dico a fare, è dietro l’angolo.

Io non facevo parte di quel mondo. Non importava quanto volessi leggere e sapere del rock’n’roll. Non ero io.

(p. 309)

E dunque, chi è Lena? È la donna che nell’incipit ha preso una decisione, il “là” che ha avviato il resto della sua vita, segnato dalla consapevolezza di non voler essere più vittima degli altri e dei loro (pre)giudizi. “La fine di un abuso non è mai netta”, a pagina 166, è una frase che sembra riassumere questo percorso. E nemmeno la fine di questo romanzo è netta, perché la vicenda si smorza in una scena in dissolvenza che lascia il dubbio su come continuerà. Pete Townshend aggiustava alcune sei corde dopo averle fatte in pezzi; Rachele Salvini lascia Lena e Dixon su un palcoscenico muto, circondati dai loro stessi cocci.

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Esco dal mio corpo e ho molta paura: The substance e It’s what’s inside

Da che David Cronenberg si è messo a fare cinema, sdoganando forse non per primo ma almeno per più influente un rapporto disturbante fra corpo umano e settima arte, di mutazioni ne sono passate parecchie davanti alla cinepresa. L’horror è ovviamente il genere che più ha esplorato il modo in cui un corpo poteva essere piegato alle leggi della cinepresa, motivo per cui è stata appropriatamente coniata l’etichetta body horror, anche se parecchie pellicole si sono poste a margine fra i generi nel loro tentativo di dire qualcosa al riguardo. La fantascienza in particolare, in maniera connaturata alla sua aspirazione a prefigurarsi il futuro dell’umanità (o, nei casi più estremi, oltre l’umano) è un terreno altrettanto fertile per le riflessioni corporee: La mosca dello stesso Cronenberg viaggia sulla linea di confine dove la scienza porta all’orrore, ma possiamo infilarci senza grossi problemi anche La cosa di John Carpenter o Stati di allucinazione di Ken Russell.

Su quel confine viaggiano anche due film recenti, uno spostato più verso il lato horror e l’altro più verso il lato fantascientifico. Il primo l’avete probabilmente visto arrivare, spinto da un battage pubblicitario abbastanza corposo (che non gli ha comunque fruttato una presenza in sala delle grandi occasioni, almeno per la mia limitata esperienza milanese) ovvero The substance, opera seconda della regista francese Coralie Fargeat; l’altro è un originale Netflix uscito direttamente su piattaforma, It’s what’s inside, che oltre a sembrare uno scioglilingua è l’esordio sulla lunga distanza del regista Greg Jardin.

Femminismo splatter?

Elisabeth Sparkle (Demi Moore) ha un grosso problema: sta compiendo cinquant’anni, e il network per cui conduce un programma di fitness ha deciso come regalo di recapitarle un bel licenziamento. Troppo vecchia per quel ruolo, per qualsiasi ruolo in realtà, questa l’amara verità che scopre nella maniera peggiore, origliando involontariamente la conversazione telefonica in cui il produttore dello show Harvey (Dennis Quaid) prefigura con commenti umilianti la sua sostituzione. Dato che la fortuna è cieca ma una sceneggiatura impietosa ci vede benissimo la nostra eroina sul viale del tramonto riesce a infilare nel conto delle sfighe anche un bell’incidente automobilistico sulla via di casa, per fortuna senza conseguenze come le evidenzia il dottore all’ospedale: peccato che lei, comprensibilmente, non sia dell’umore per godersi l’unica buona notizia della giornata. A tirarle su il morale ci prova allora un medico più giovane, che trattenendola per un ulteriore esame la giudica idonea a un trattamento che, come scoprirà successivamente contattando un numero misterioso, le darà una seconda possibilità… Attraverso un’altra versione di sé. Con una semplice procedura in tre fasi dal corpo violato di Elisabeth spunta Sue (Margaret Qualley), giovane, bella e intraprendente, pronta a prendersi tutto ciò che la vecchia star non può più avere. C’è una sola regola da non infrangere: le due donne sono una, e devono scrupolosamente dividersi il tempo una settimana ciascuna. Cosa può andare storto?

Sarà mica così difficile ricordarsi un unico concetto

Il mondo dello spettacolo è una merda, sfrutta i corpi delle donne e li butta via quando non sono più all’altezza degli standard che vecchi maschi bianchi hanno decretato. È una verità assodata che Fargeat urla alle orecchie e agli occhi del pubblico, senza problematizzare granché perché in fondo ormai lo sappiamo tutt*, come sappiamo che saperlo non impedisce al sistema di funzionare (quasi) alla stessa maniera ancora oggi. Sbarcando a Hollywood la regista dimostra poco interesse per un’accurata analisi del mondo dello spettacolo, tantomeno per una edificante storia di riscatto: presi gli elementi di cui sopra, l’unico interesse di Fargeat è alzare il volume al massimo. Ne esce fuori un film esteticamente eccessivo, pieno di primi piani esasperati e di scelte stilistiche aggressive, condito da una trama che lascia le sfumature e la plausibilità a qualche chilometro di distanza (nel pacchetto “versione migliore di te” pare siano compresi anche gli upgrade “ingegnere” e “muratore”) e si allontana velocemente anche da ogni pretesa di vedere Sue nei panni di chi cambierà le cose dall’interno o Elisabeth in quelli del personaggio per cui provare empatia: The substance è un film di gente terribile, invischiata nel patriarcato e nelle sue lusinghe di successo senza alcuna possibilità di distaccarsene.

In pensione però si sta peggio

La cosa strana è che, nella sua totale mancanza di approfondimento a livello di trama (Fargeat fa dire chiaramente le cose ai personaggi, con tutti i puntini sulle i, in maniera così didascalica che viene da chiedersi se abbia paura che i tre concetti in croce possano sfuggire o se sia una bizzarra scelta volontaria: a Cannes le hanno dato il premio alla miglior sceneggiatura, presumo propendendo per la seconda opzione), il film riesce ad essere tematicamente efficace proprio grazie alle immagini. The substance butta in faccia all* spettator* culi e tette talmente spesso e in maniera talmente ravvicinata che provoca nausea piuttosto che eccitazione, giocando con gli zoom e il ritmo al punto da far sembrare anche il consumare un cocktail di gamberi qualcosa di disgustoso. L’assalto sensoriale non impedisce di annoiarsi in alcuni punti, nonostante lo sviluppo della storia fughi subito qualunque dubbio sul fatto che le cose andranno male (dopo quante settimane secondo voi Sue violerà la sacra regola?) e nonostante l* attor* facciano del loro meglio per dare il peggio (Quaid si diverte un sacco a farsi odiare, e vederlo a un certo punto in mezzo a un board dirigenziale di soli maschi bianchi anziani strappa una grossa risata): poi però si arriva alla fine.

Approvato dalla direzione!

The substance è il classico film pubblicizzato tramite gli svenimenti avvenuti in sala. Quante ne avete sentite di storie del genere? Tante. E quante volte siete rimast* delus* una volta arrivat* in sala? Troppe. Il film di Fargeat, al netto di una componente di body horror piuttosto corposa e debitamente disturbante, sembra andare sulla stessa china fino a quando la regista non decide che il volume  a dieci su dieci non sia abbastanza e prova ad arrivare a quindici: più mutazione, più sangue, più TUTTO. Ho sentito spendere paragoni con un sacco di film, e di questi probabilmente quello più azzeccato (e per intenditori) è con Society di Brian Yuzna, analogamente apocalittico nel finale ma forse ancora un passo indietro: il finale di The substance sembra più un liberatorio scontro fra il film di Yuzna e (riferimento ancora più di nicchia) Tokyo Gore Police, qualcosa di talmente oltre che, per la prima volta in vita mia, ho capito almeno in parte il punto di vista di chi è uscito dalla sala in posizione orizzontale. Avrei preferito un film più profondo? Sì. Sarei disposto a sacrificare questo finale per averlo? Non lo so, ma il dubbio è già un mezzo consiglio per fiondarvi al cinema.

Cambia il tuo corpo con un click

Avete presente quella specie di screen saver che parte quando lasciate una serie o un film in standby su Netflix per troppo tempo? La grande N comincia a proporre altri contenuti, la maggior parte dei quali è pubblicizzata tramite immagini statiche in cui tutt* l* membr* del cast guardano in camera in maniera palesemente artificiosa. Non so a voi, ma a me fa venire voglia di tenermi il più possibile alla larga da quei film/serie: per lo stesso motivo, quando ho visto l* protagonist* di It’s what’s inside nella stessa posa, ancora più estremizzata, ho pensato “questo non lo guardo neanche morto”. Poi però ho letto questa recensione che mi ha convinto a dargli una chance, e con mia grande sorpresa ho scoperto che quello era uno screenshot del film e che aveva il suo senso, anche se non mi toglie la convinzione che sia la scelta sbagliata: fa infatti sembrare stupido un film che non lo è per niente.

Netflix promotional images generator

Il punto di partenza di It’s what’s inside è la classica riunione di gruppo fra ex compagni di scuola, quella che nei casi migliori (cinematograficamente) porta a Il grande freddo e nei casi peggiori (sempre cinematograficamente) al terzo American Pie. Analogamente a quest’ultimo è il matrimonio di un componente della vecchia banda a fungere da collante, mentre come nel primo basta poco per mettere sotto i riflettori problematiche irrisolte: quel poco però assume le sembianze di uno strano macchinario analogico, portato alla festa dal classico elemento “genio e sregolatezza” Forbes (David W. Thompson), che promette di far vedere a tutt* le cose dal punto di vista dell* altr*. E mantiene quella promessa.

Vuoi non fidarti di una faccia così?

Fin dai primi minuti si capisce che Jardin, al pari di Fargeat, ci tiene a fare del suo film una lezione di stile. Laddove però Fargeat si affida a una messinscena solida e stabile, almeno fino a quando non decide di sbroccare diabolicamente, Jardin applica il pericoloso metodo del “guarda mamma senza mani” che Foster Wallace ha magnificamente delineato (pur non riuscendo a tenersene lontano), ovvero la tendenza a mettersi in mostra facendo vedere quante cose si sanno fare: fermo immagine, telecamera rotante attorno ai personaggi, utilizzo artistico dei colori, didascalie, cani e gatti che dormono insieme, tutto mischiato in una maniera che nel 99% dei casi porta alla noia. It’s what’s inside ha però al suo arco una freccia che lo fa ricadere in quel misero e meritevole 1%, cioè un’ottima sceneggiatura, scritta anche in questo caso dal regista stesso e arzigogolata abbastanza da giustificarne i vezzi stilistici. Gran parte del fascino della pellicola è data proprio dalla trama, dalla curiosità di vedere come reagiranno l* presenti all’esperienza sulle prime scioccante di trovarsi nei panni di qualcun* altr*. Quale sarà il loro primo pensiero?

SCOPARE!

Scusate ma non sono riuscito a trattenermi dal mettere un Maccio Capatonda d’annata, anche perché in fondo è proprio l’attrazione fisica il motore degli eventi. Il promesso sposo Reuben (Devon Terrel) è attratto dalla spirituale Maya (Nina Bloomgarden) la coppia composta da Shelby (Brittany O’Grady) e Cyrus (James Morosini) ha grossi problemi relazionali acuiti dalla fascinazione di quest’ultimo per l’ex compagna e ora influencer di successo Nikki (Alycia Debnam-Carey), le smanie giovanili del figlio di papà Dennis (Gavin Leatherwood) per Beatrice (Madison Davenport), la sorella di Forbes, hanno portato a incomprensioni che si riverberano nel presente e anche Brooke (Reina Hardesty), più interessata allo sballo che al sesso, sembra mutare d’opinioni una volta che la propria mente si ritrova in un corpo diverso. O forse è la propria anima? In questa situazione esplosiva la valigetta che contiene il misterioso macchinario di Forbes fa da detonatore, ma i veri problemi devono ancora arrivare e spoilerarli significherebbe togliere gran parte del piacere della visione.

“Ma va, starà esagerando!”

C’è poco horror in It’s what’s inside, ma i “body” rivestono un ruolo fondamentale. Il cast, composto completamente da sconosciut* (almeno a me) di belle speranze, riesce in maniera perlopiù credibile a restituire il diverso modo di abitare un corpo da parte di una diversa persona, un elemento fondamentale per sorreggere la sceneggiatura di Jardin che, efficaci e spesso giustificati trucchi registici a parte, vince la propria scommessa proprio grazie all* attor*. Il film non ha la carica sovversiva e divisiva di The substance, ma è un congegno ad orologeria ben interpretato, ben diretto, ottimamente scritto (alcuni spunti non approfonditi, tipo l’utilizzo della parola con la N da parte di chi si potrebbe trovare nel corpo di Reuben, fanno ragionare anche una volta finita la visione) e capace nel finale di spiazzare anche senza bisogno di alzare il volume oltre scala: bravo Jardin, speriamo che la prossima volta non cerchino di segarti le gambe in sede di promozione.

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Racconto in musica 185: Questo lo devi ricordare (The Felice Brothers – Jazz on the Autobahn)

Il legame che unisce musica e letteratura è stretto e di lunga data, ma non è questo il posto adatto ad esplorarlo storicamente (tradotto: non ne siamo in grado). Preferisco fare un piccolo esempio di questa mutua influenza, ovvero il video di una canzone che ho sicuramente già nominato in questo blog: Calamity song dei The Decemberists. Evidentemente appassionati della scrittura di David Foster Wallace (come dar loro torto?), i componenti della band di Portland hanno deciso di sfruttare il tema della loro canzone per mettere in scena una delle parti più iconiche di Infinite jest, ovvero la partita di Eschaton: mentre la canzone scorre e l* musicist* della band siedono su comode sdraio facendo funzione di giudici, alcun* ragazz* usano il campo da tennis per una complicata simulazione di guerra che finisce nel pandemonio più totale, fra palline sparate in faccia e teste nello schermo del computer. Non saranno stati i primi né saranno gli ultimi a farsi influenzare in questo modo, tanto che appena ho letto il racconto che Edoardo Balacchi ha scritto per noi mi sono immaginato la sua storia trasposta in immagini, con in sottofondo la canzone dei The Felice Brothers che lo ha ispirato: in fondo, un uomo può sognare.

Edoardo ce lo siamo andati a cercare dopo aver letto alcuni suoi racconti sul web, perché ha un modo unico di unire l’onirico e il surreale con il nostro mondo di tutti i giorni, risultando allo stesso tempo spaesante e ficcante come pochi. Ubicato nella ridente (?) provincia di Milano, dove vive e scrive, nel 2015 vince il Premio Bukowski con la raccolta di racconti Corpo grottesco, successivamente pubblicata da Giovane Holden Edizioni e già delineante il suo campo d’interesse in letteratura. I suoi testi non hanno affascinato certo noi per primi, dato che sono apparsi su una miriade di riviste letterarie: Narrandom, Spore, Spaghetti Writers, Rivista Blam, Waste, multiperso, Grande Kalma. Topsy Kretts, Rivista Gelo, Super Tramps Club, Nido di Gazza, Alkalina, Nazione Indiana e La Nuova Carne, per la cui estensione editoriale La Nuova Carne Edizioni è in corso di pubblicazione una novella inedita. Accanito bibliofilo, Edoardo ha fondato e gestisce anche il blog/rivista Nabu – Libri e altre storie, che vi invitiamo a esplorare per abbuffarvi di nuovi racconti suoi e non solo.

Coi The Felice Brothers mi ritrovo nella consueta difficoltà di parlarvi di una band che ha pubblicato dodici dischi, attiva dal 2006, e di cui io conosco giusto una manciata di canzoni ascoltate nelle ultime due settimane, cioè da quando Edoardo me li ha proposti come fonte d’ispirazione per il suo racconto. Originaria delle Catskills, catena montuosa nello stato di New York che nella mia mente è indelebilmente associata alla seconda stagione di The Marvelous Mrs. Maisel, la band dei fratelli Felice è effettivamente composta nel suo nucleo centrale dai fratelli Felice (non è così scontato): Ian, voce e autore dei testi nonché pianista e chitarrista, James, che suona piano, organo, accordion e si occupa anche delle seconde voci, e Simone, batterista per i primi tre anni e poi transfugo per inseguire propri progetti personali, sia nel mondo della scrittura che in quello musicale (ha pubblicato sia dischi solisti che col duo The Duke & The King, formato insieme a Robert “Chiken” Burke). La loro carriera inizia nella maniera ruspante che piace a noi da queste parti: nella metropolitana di New York, con grandi sogni e pochi soldi, tanto che il primo disco se lo producono e pubblicano da soli. Through these reins and gone esce lo stesso anno della formazione della band e dimostra già ai fratelli e ai loro sodali (internet non mi aiuta a dipanare i cambi di formazione, ma fra i musicisti più attivi negli anni si contano l’amico Josh “Christmas Clapton” Rawson, Greg Farley e David Estabrook) che la musica è qualcosa su cui puntare, tanto che la storica Radio Woodstock WDST li inserisce nella sua Top 25 di fine anno e un’etichetta inglese, la Loose, si interessa a loro e produce già l’anno successivo il secondo disco Tonight at the Arizona. Qui potete inserire una lunga lista di nomi: dischi, etichette (Fat Possum, Team Love e Yep Roc fra le principali, ma nel corso degli anni The Felice Brothers si sono anche autoprodotti tramite la loro etichetta New York Pro), band con cui hanno suonato (il primo grosso colpo può forse essere identificato nell’apertura di quattro concerti per la Dave Matthews Band nel 2010) e festival internazionali a cui hanno partecipato, fino ad arrivare ai giorni nostri e all’ultimo disco Valley of abandoned songs, uscito nel 2024 per la Million Stars (etichetta di Conor Oberst dei Bright Eyes, evidentemente innamorato della loro musica visto che era già stato fondatore della Team Love) in una formazione che comprende Jesske Hume al basso, Will Lawrence a batteria e percussioni ed entramb* ai cori. Vi sarete però accorti che in tutto questo non abbiamo affrontato una questione fondamentale: che genere fanno i The Felice Brothers?

Folk principalmente, mischiato al country e al pop e imbevuto dell’essenza di Bob Dylan. La prima cosa che salta all’orecchio ascoltando la voce di Ian Felice è la somiglianza con il modo di cantare del celebre cantautore e premio Nobel (giusto per ricordarlo a chi si fa venire l’orticaria al pensiero), ma il paragone ucciderebbe chiunque non ha del talento nella scrittura e Ian, così come l* altr* membr* della sua band, ne ha da vendere. I testi dei The Felice Brothers sono profondi senza apparire stucchevoli, associati a una musica che, con le dovute differenze fra disco e disco (Celebration, Florida, uscito nel 2011, pare sia un non riuscitissimo esperimento a base di synth), accoglie l’ascoltatore in un mondo di melodie facili ma non per questo banali, luminose anche quando, ed è il caso ad esempio di From dreams to dust (2022), esplorano lati oscuri di sé stessi e degli Stati Uniti: non vogliamo fare gli apocalittici prospettando la fine del mondo in caso di vittoria delle elezioni da parte di Donald Trump, ma se la prossima settimana Kamala Harris diventerà la prima Presidente degli USA noi festeggeremo irridendo il tycoon razzista, sessista e stronzo in generale ascoltando questa canzone e brindando a un futuro migliore, pur consapevoli che rimarremo delusi.

Neanche a farlo apposta, appena parlato di apocalisse ci troviamo ad affrontarne un’altra (manco l’avessimo scritto noi questo articolo!). Ispirato da Jazz on the Autobahn, traccia d’apertura di From dreams to dust, così come da Casablanca e dai racconti del recentemente scomparso Robert Coover (il titolo del racconto è un omaggio alla raccolta dello scrittore statunitense Una serata al cinema, o questo lo devi ricordare), Edoardo ha trasformato l’epica on the road del testo in un pastiche citazionista che fra morti viventi e addii strazianti vorrei davvero vedere filmato, un ideale video della canzone che faccia il paio con la Calamity song di cui ho parlato in apertura: in attesa che i potenti mezzi di Tremila Battute mettano in contatto le parti voi potete in esclusiva mettere in sottofondo la canzone, abbassare le luci e farvi trasportare dalle parole di Edoardo, subito dopo il mio augurio di buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Questo lo devi ricordare, di Edoardo Balacchi

Eravamo in una situazione da Casablanca, innamorati, con il trench lungo e il vento, peccato solo per i morti.

Ce n’erano a decine sulla pista d’atterraggio, morti senza occhi e morti con le bocche oscenamente spalancate, morti interi e a pezzi, schiacciati dal passaggio degli ultimi aerei o dalla furia di chi fuggiva calpestandoli. I loro resti ci inzuppavano le suole delle scarpe in un romantico tramonto da lungometraggio.

Spiegai a Ilsa che non sarebbe bastato volare via, che ci aspettavano i titoli di coda e poi il lungo addio, il nero, un sipario.

Lei scuoteva la testa – una testa bellissima che in bianco e nero sarebbe sembrata una cascata di luce – e ripeteva che doveva esserci un modo, un modo c’era sempre.

Il motore dell’ultimo aereo alle nostre spalle rombava, avviandosi, e i passeggeri concitati dal portellone le facevano cenno di avvicinarsi mentre le ruote avanzavano sopra crani e arti recisi come se fossero chilometri di pellicola sprecata.

Ilsa mi strinse più forte, le sue dita da annegato s’inabissavano nella stoffa del mio trench mentre provava a parlare. Balbettò qualcosa, si asciugò una lacrima con la manica, poi rimase in silenzio. Ci guardammo negli occhi più a lungo del dovuto, guardammo il cielo smarrirsi nel volo frenetico di uno stormo di uccelli confusi, che giravano in tondo andando a sbattere contro i pali della luce o le reti che delimitavano il confine dell’aeroporto.

Ci piovvero addosso piume e guano ma non ce ne curammo: stringendoci provavamo a rimandare la fine, eppure sentivamo di avere solo pochi istanti.

Non c’è modo di fuggire, provai a ripetere mentre qualcosa da lontano muggiva e scalpitava – una folla di predoni, cultisti dell’apocalisse, morti risorti?

Gli uccelli uno per volta cadevano dalla volta celeste come se fosse di cartone dipinto e Ilsa piangeva, scuoteva la testa.

L’aereo avanzava, intanto, ci passava accanto spazzandoci i vestiti con la forza di una colonna sonora.

Non c’è posto in cui rifugiarsi, declamai come da copione, è la fine.

In quel momento Ilsa si voltò e un fascio di luce le disegnò attorno un’aureola di pulviscolo e piume. L’apocalisse aveva il sapore di popcorn stantio, di penne bruciate, di una tenda polverosa, suonava come il jazz.

All’improvviso arrivò. Sentii qualcosa perforarmi il torace e trascinarmi verso il basso come dentro un proiettore, lo sentii bruciarmi come una vecchia pellicola infiammabile mentre Ilsa provava a fuggire, un piede dietro l’altro, i tacchi abbandonati fra i cadaveri e il prologo ormai dimenticato.

Quando l’aereo decollò mi trovai steso a terra a fissare il cielo che si faceva sempre più sfuocato, un senso caldo e liquido di naufragio, mentre sopra di me s’incideva, in una bella grafia ricamata, la parola FINE.

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Racconto in musica 184: Non una commedia romantica (Camilla Sparksss – Psycho Lover)

Per un certo periodo, negli anni in cui smontavo il salotto di casa mia per organizzarci dentro dei concerti, io e l* altr* membr* dell’associazione novarese ASAP ci siamo avvalsi dell’importante contributo dell’agenzia di booking Vertigo e del suo fondatore Matteo. È grazie a lui se mi sono ritrovato a fare da fonico improvvisato a uno degli animatori del team di Rick e Morty (trovate la storia qui), ma anche a fare colazione chiacchierando di parchi del sudovest (in un inglese stentatissimo, ovviamente il mio) con una chitarrista folk-blues statunitense o ad ospitare una cantautrice elettronica tedesca trapiantata negli states. Avremmo potuto organizzare tanti altri concerti, che di proposte interessanti Matteo ne era pieno, ma vuoi il tempo, vuoi la vita, vuoi il trasferimento milanese che, fra le mille soddisfazioni che mi ha dato, non comprende un soggiorno e dell* vicin* adatt* alla musica live. Forse è un falso ricordo, ma fra i nomi che erano saltati fuori in quel periodo c’era anche quello di una musicista il cui nome mi incuriosiva, vuoi perché era italiano anche se italiana non era, vuoi per le svariate s alla fine del suo cognome: ci ho messo un po’ di anni a scoprire che quel nome era solo un moniker, e altrettanti ce ne sono voluti per vederla live, ma tutto questo oggi ha portato Camilla Sparksss su queste schermate.

L’incontro (per modo di dire, visto che lei era sul palco e io in mezzo al pubblico) con Barbara Lehnhoff, vero nome dell’artista, è avvenuto ad aprile di quest’anno all’Arci Bellezza, durante una serata pregna di musica interessante (l’edizione primaverile dello Psychodelice Fest) che probabilmente porterà altri nomi su questo blog. Il progetto Camilla Sparksss nasce invece nel 2012 per mano della stessa Lehnoff e di Aris Bassetti, una sorta di “side project” del duo Peter Kernel con cui la coppia di musicist* è attiva già da tempo. Come dice in questa intervista recuperata nei meandri dell’internet Lehnhoff sente la necessità di esprimersi in maniera diversa, creare qualcosa che si distacchi da quanto già fatto in carriera e che già dal primo singolo I’ll teach you to hunt (un riferimento giocoso e autobiografico all’infanzia passata in Ontario nella zona dei grandi laghi, isolata e priva di molte comodità) prende la forma di un’interessante commistione fra industrial, synth pop e post punk. Il primo disco For you the wild arriva nel 2014 pubblicato dalle etichette Africantape e On The Camper Records (quest’ultima già dietro le pubblicazioni dei Peter Kernel), ed è la conferma di quanto di buono sentito nel primo singolo: aggressivo, sensuale, una perfetta amalgama fra i ritmi glaciali della drum machine e synth tanto melodiosi quanto aspri in altri punti, perfetto contraltare di una voce che vive anch’essa di estremi. Bisogna aspettare la fine del 2018 per un nuovo singolo, qualche mese in più per un nuovo disco, ma Brutal è il tipo di album per cui vale la pena aspettare tanto: anziché smussare gli spigoli Camilla Sparksss li rende ancora più vividi, rende un poco più minimale la formula amplificando l’effetto sull’ascoltatore. Il mio giudizio può essere viziato dal fatto che è il primo che ho ascoltato, ma le abrasioni che provocano i synth trapananti di So what o il mondo deliziosamente allucinato in cui Walt Deathney scaglia l’ascoltatore sono masterpiece di un disco che chiude perfettamente con la dolente dolcezza di Sorry un discorso che esplora in maniera ambigua l’amore, le aspettative, l’autodeterminazione.

A Lehnhoff non piace sedersi sugli allori, e nemmeno fare le cose di fretta: per il disco successivo a nome Camilla Sparksss, escludendo la versione remix di Brutal uscita agli inizi del 2020, bisogna aspettare la fine del 2023, ma è qualcosa di spiazzante. Lullabies, pubblicato sempre dalla fida On The Camper Records, è un’esperienza musicalmente più morbida, ben illustrata dalla descrizione “eight bedtime stories for adult” coniata dall’artista stessa, ma le canzoni sono solo una parte del progetto: nell’edizione in doppio vinile è infatti compreso uno specchio che, piazzato sul giradischi, “anima” il vinile stesso con illustrazioni fra il fatato e l’inquietante (potete comprendere meglio il funzionamento guardando questo video). A meno di voler fare un salto in Francia o Svizzera le prossime occasioni per farsi incantare dalle sue bedtime stories o per farsi scuotere dai brani della sua precedente produzione sono a fine novembre in quel di Venezia e Livorno o a gennaio a Catania: se vi ho fatto venire la curiosità questa è la pagina giusta dove trovare aggiornamenti.

Lovin’ takes us to a dangerous place” canta Lehnhoff in Psycho lover, sesta traccia di Brutal, una canzone il cui senso lei stessa descrive con queste parole: “it’s awesome to fall in love, it’s horrific to loose love, both are equally dangerous yet everything in between is simply boring”. La noia sembra invece l’ultimo dei problemi per l* protagonist* del racconto, che nella loro relazione entrano in pieno nella dangerous place del testo: potete trovare le loro frammentarie testimonianze degli eventi subito dopo il brano che le ha ispirate, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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Non una commedia romantica

M – Ci siamo conosciuti in ufficio. Lavoravamo su due piani differenti, per cui non l’ho notata per anni. Io cercavo di arrivare sempre in anticipo, ero meticoloso e ossessivo, ma il giorno che ci siamo incontrati una si è buttata sui binari e ha rallentato tutto. Non ci è nemmeno rimasta secca, era tutta scena: si è buttata con minuti di anticipo ed è rimasta lì a resistere ai soccorritori e ai poliziotti. È quello il motivo per cui abbiamo preso lo stesso ascensore, ed è bastato uno sguardo per capire che non sarebbe finita lì. Lo so che fa molto commedia romantica, ma è stata una delle poche cose romantiche in tutta questa storia.

G – L’avevo pagata io, la tizia della metropolitana. Sapevo che quel giorno doveva succedere qualcosa e che serviva il mio intervento per farlo accadere. Ovviamente non sapevo cosa, non sono una medium o che. Lo rifarei? Certo.

M – Le manette sono entrate in gioco quasi subito, ma non erano il punto. Sapevamo farci del male in maniera molto più raffinata e originale.

G – Ogni tanto lo stuzzicavo e gli dicevo che poteva farmi ciò che voleva. La prima volta mi ha fatto sdraiare, mi ha fatto chiudere gli occhi, poi si è sdraiato anche lui e mi ha appoggiato la testa su un fianco, come se fossi un cuscino. È stato così per non so quanti minuti, senza muoversi. Poi si è alzato senza dire niente, appena prima che mi mettessi a urlare.

M – Diceva che avevo uno sguardo inquietante. In metropolitana mi costringeva a guardare fisso le persone attorno a noi, per dimostrarmi che aveva ragione. Sceglieva sempre le persone più dimesse, fragili. Non so cosa volesse ottenere, non me lo ha mai detto: c’erano un sacco di cose che non ci dicevamo dopotutto. Dopo che un ragazzino mi ha quasi spaccato il naso ha smesso di chiedermi di farlo, penso perché il mio viso le piaceva integro.

G – Lo so cos’è un rapporto malato, riesco a riconoscerlo. So anche che il nostro ne aveva tutte le dinamiche. Per come la vedo io, però, singolarmente avremmo potuto solo annoiarci a morte o far del male a qualcun altro che non se lo meritava, che è il motivo per cui lui lavora fino a tardi e io sono finita qui. A modo nostro ci siamo amati, o se non ci siamo amati ci siamo perlomeno completati, e non dico che dovrebbe funzionare così ma fra noi così funzionava.

M – Sul lavoro non si sono mai accorti di nulla. Ho continuato ad essere una rotella efficiente dell’ingranaggio, mi hanno dato anche una promozione. Siete convinti che quello che c’è stato fra noi sia la causa di ciò che è successo dopo, invece è stata solo una storia che fino a un certo punto è stata bella e poi non lo è stata più. Non mi sento in colpa e neanche penso di averla scampata bella.

G – Mi spiace non poterle dare le risposte che cerca, ma probabilmente sta facendo le domande sbagliate. Se ne avrà altre mi troverà qui comunque, di sicuro non scappo.

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Il dolore nella gioia, la gioia nel dolore: No title as of 13 february 2024 28,340 dead dei Godspeed You! Black Emperor

Questa non sarà esattamente una recensione (e probabilmente sarà anche uno degli articoli più brevi del blog): un po’ perché non saprei cosa dire di originale sulla musica dei Godspeed You! Black Emperor che non sia già stata detta da qualcuno che ne ha una conoscenza approfondita mentre io, mestamente, ho avuto con loro solo saltuarie frequentazioni (potete recuperare questa recensione su Ondarock se ne volete leggere almeno una); un po’ perché, all’ottavo disco in trent’anni di carriera, chi li ama ascolterà di sicuro No title as of 13 february 2024 28,340 dead e chi li odia difficilmente cambierà idea. Restano gli indecisi, quelli che non li hanno ancora ascoltati ma vorrebbero, e per convincerli a dare una chance a questo disco voglio metterne in luce alcuni aspetti che, in maniera onestamente partigiana (ma che proverò ad argomentare), ritengo lo rendano rilevante sia a livello concettuale che musicale.

L’ultimo album dei GY!BE è ovviamente un album politico. L’asse canadese del triangolo del post rock, che tocca anche Islanda e Scozia, è sempre stato quello più incline a spendersi per cause e battaglie (tipo l’anticapitalismo), un tratto distintivo tutt’altro che scontato per una band che non usa altre parole che quelle di inserti audio nei propri brani. Bastano però già il titolo e una breve introduzione sulla propria pagina bandcamp per evidenziare  l’argomento che vogliono porre all’attenzione dell* propri* ascoltator*: la strage che si sta svolgendo a Gaza.

THE PLAIN TRUTH==
we drifted through it, arguing.
every day a new war crime, every day a flower bloom.
we sat down together and wrote it in one room,
and then sat down in a different room, recording.
NO TITLE= what gestures make sense while tiny bodies fall? what context? what broken melody?
and then a tally and a date to mark a point on the line, the negative process, the growing pile.
the sun setting above beds of ash
while we sat together, arguing.
the old world order barely pretended to care.
this new century will be crueler still.
war is coming.
don’t give up.
pick a side.
hang on.
love.
GY!BE

I GY!BE indicano un dato incontrovertibile, qualunque sia la propria idea sulla guerra fra il governo di Netanyahu e Hamas, dell’insensatezza di questo conflitto. Si capisce chiaramente da quale parte stanno, ma impongono di pensare e non di pensarla come loro. Vuoi non farlo davanti a quella cifra, che nel frattempo ha superato 40,000? È un discorso breve e conciso, ma risuona in ogni brano.

No title as of 13 february 2024 28,340 dead è giocoforza anche un disco intenso, nella grandiosità di momenti lirici o tragici (la partenza a vele spiegate sul finale di Babys in thunderclouds ad esempio) così come nell’introspezione minimalista (un tratto dei GY!BE che ho sempre apprezzato meno, ma che nella prima metà della tetra Pale spectators takes photographs funziona come non mai). Quell’intensità, marchio di fabbrica della band, qui più che mai si nutre di distanze, dalla gioia più luminosa alla disperazione più nera (mai nera però quanto il finale di Mladic nel disco Allelujah! Don’t bend! Ascend!, che mi strappa sempre una lacrima), ma quelle distanze riesce a colmarle e mischiarle in due momenti che secondo me, più di qualunque altra parola, evidenziano come l’urgenza creativa che li ha riuniti per comporre e registrare questo disco abbia portato le loro singole emotività musicali a un livello altissimo.

Sei minuti e quaranta secondi di Raindrops cast in lead, ascoltate il modo in cui il violino entra sulla seconda nota del giro armonico. L’atmosfera è serena, ci si può immaginare mentre si osserva il sole tramontare su un panorama meraviglioso, ma quelle note emesse dalle corde del violino sporcano la pace dello sguardo ed eccolo, “the sun sets above beds of ashes”: il brano finirà poi col trionfo della luce, ma quel momento porta la consapevolezza che l’esistenza è gioia e dolore, dolore nella gioia e gioia nel dolore. “Every day a new war crime, every day a flower bloom”.

Tre minuti di Grey rubble – green shots, ascoltate come il drammatico giro armonico che ci accompagna dall’inizio del brano muta improvvisamente, naturalmente, il germe di rinascita insito nella canzone che fiorisce. Siamo infinitesimali nell’universo, eppure una sofferenza come quella di Gaza ci sembra insostenibile, ed è dalla verità che sta fra queste due immagini opposte (e che le comprende entrambe) che i GY!BE hanno tratto le note di questo disco: “pick a side”, mentre costruisci un mondo in cui non ci siano più schieramenti.

Ora vi fidate di me e lo ascoltate per intero?

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Racconto in musica 183: Io corro dietro al cane (Sleap-e – Growin’ up)

Una decina d’anni fa, senza l’allenamento necessario e per motivazioni ora confuse nella mia mente, decisi di farmi una vacanza in bicicletta andando da vicino a Novara fino a Roma. Geografia a scuola l’avevo fatta poco e male dalle medie in poi per cui (beata ignoranza) pensavo che una volta scavallato l’appennino tosco-emiliano avrei trovato lo stesso piattume della pianura padana ad attendermi: ora so che non è così, e lo sanno anche le mie gambe, ma con più informazioni e spirito di autoconservazione non avrei mai fatto quella sfacchinata e, visto che sono qui a raccontarlo, buona così. Già che dovevo fare delle tappe decisi che quello sarebbe stato anche un viaggio musicale, infatti mi fermai al confine fra Toscana e Lazio ad intervistare gli ormai disciolti (ahinoi) Dondolaluva e prima ancora, a Firenze, l’allora cantante dei Walking The Cow. ora se non disciolti quantomeno in stato vegetativo. Oltre a cominciare a sospettare di portare una certa sfiga (a Roma vidi un’altra band, i Kafka On The Shore, che intervistai più tardi a Milano e si sciolsero di lì a poco), da quell’esperienza imparai che i Walking The Cow omaggiavano nel loro nome un bizzarro cantautore, Daniel Johnston, precursore del movimento lo-fi e idolo di chiunque metta l’urgenza espressiva davanti ai mezzi e, a volte, anche al talento: quella stessa urgenza io l’ho sentita nella musica di Sleap-e, ed è grazie alla new entry Gianandrea Frighetto che oggi posso prendere la palla al balzo e parlarvene.

Sono solito pasticciare un po’ le biografie che mi inviano l* collaborator*, ma con grande capacità di mimesi Gianandrea aveva già scritto una propria presentazione perfetta e che pertanto, escluso questo preambolo, lascerò integra tacendomi se non per dire Benvenuto!
Gianandrea ha trent’anni in difetto ed è bassanese di nascita, di quella Bassano degli alpini, il Ponte Vecchio e la grappa. Vive con la moglie Francesca e la figlia Caterina in un angusto appartamento con la speranza di trasferirsi prima dell’arrivo del secondogenito.
Laureato in Economia aziendale prima ed Economia e Gestione dei Beni culturali poi, ha sempre amato la storia, Star Wars (portato come tesi di laurea) e la letteratura in generale. Un tempo era pure un collezionista di libri, ma dopo lo stage in biblioteca e il trasferimento nell’angusto appartamento ha deciso di rinunciarci.
Lavora nella cartotecnica di famiglia, dove discute quotidianamente con il padre e scrive durante le pause pranzo.
Ha cominciato quando aveva diciassette anni in un tira e molla che lo ha portato a pubblicare il suo primo romanzo, Santa Kultura, nel 2022 per La Ruota Edizioni. Dopodiché è stato un susseguirsi di concorsi, manoscritti (ancora inediti) e racconti sparsi tra varie riviste e web: Pastrengo, TerraNullius, Offline, Inchiostro ecc.
Presto uscirà pure su Narrandom e Metatron.

Dietro al moniker Sleap-e, fusione dei verbi inglese per dormire e saltare che già si fa dichiarazione d’intenti, si nasconde (per modo di dire) Asia Martina Morabito, bolognese classe 2000 che mette in piedi il progetto nel 2018, uscendo già lo stesso anno con un primo Ep omonimo anticipato da un singolo, Hard times, prodotto dalla band italoamericana Baseball Gregg. Sia queste prime canzoni che quelle inserite in Mellow, Ep di tre brani che sancisce nel 2020 l’ingresso nel roster del benemerito collettivo We Were Never Being Boring, hanno il sapore di qualcosa di raffinato e notturno, semplice nella costruzione e intimo nella poetica, bedroom pop ancora un po’ acerbo ma che mette in mostra un’artista già capace di affascinare. È però con Pouty lips, uscito a maggio 2022 sempre per WWNBB, che Morabito comincia a mettere a fuoco un proprio sound personale, fatto di suggestioni bossanova, costruzione ancora più lo-fi e un cantato sbilenco e trascinante, figlio di quel Johnston citato in apertura e di tutta quella scena anti-folk che lui ha contribuito ad influenzare. Senza perdere la componente più brumosa della propria musica, ben delineata dalla semplicità voce-tastiera di Fried chiken, Sleap-e aggiunge alla raffinatezza un’aura di divertita rilassatezza, due anime che si sposano benissimo tanto nei brani più “jazzati” come Cherub quanto in quelli, come Wounded, dove è la finta semplicità degli arrangiamenti a trascinare: la presenza dei fiati aggiunge spessore al tutto, ma si capisce che ulteriori mutazioni sono di là da venire.

A fine 2022 Morabito entra nel progetto La Zona D’ombra dell’etichetta Bronson Recordings ed inizia a lavorare a un nuovo disco, ma è l’estate 2023 a rappresentare un punto di svolta. Come racconta con dovizia di particolari nella pagina bandcamp di 8106, il disco uscito a marzo di quest’anno per la stessa Bronson, una crisi dovuta all’assenza da casa per lavoro e il confinamento in una stanza d’albergo a Milano, la 8106 del titolo (anche se, come racconta in quest’intervista, il numero non è quello reale), l’hanno portata a ribellarsi all’apatia e alla tristezza di quella situazione scegliendo un’altra strada: “I chose happyness. I chose myself”, per dirla con le sue stesse parole, e con quella scelta arriva un modo molto più diretto e giocoso di esprimersi. 8106 è un disco vivo, sregolato, imperfetto nella misura in cui le imperfezioni rappresentano spontaneità e non errori, punk (o egg-punk, come lo definisce la stessa Morabito) nella misura in cui se ne frega di tutto e punta al sodo, lo-fi nell’animo perché se hai qualcosa di urgente da esprimere non ti servono molti elementi per farlo: Poetry e J.i.t.f.o.d. sono anti-folk magistrale nell’esecuzione e nello spirito, Sad is ugly e No joke partono dalle suggestioni notturne della precedente produzione ma buttando via giocosamente quell’intensità e trovandone una nuova più energica, Leave my bum alone è scazzataggine punk che fa venir voglia di lasciarsi andare e ballare come cretin*. 8106 è un grido di vitalità che Morabito porta in giro per tutta l’Italia e che non ha ancora finito di roteare per lo stivale: se volete rimanere aggiornat* sui prossimi appuntamenti questa è la pagina giusta dove trovare informazioni.

La prima scelta di Gianandrea per il suo racconto non era in realtà Sleap-e, bensì la giovane band milanese The Sbrillies. Con un solo singolo all’attivo (che trovate qui, perché chi siamo noi per negare un po’ di visibilità alle nuove leve?) non me la sono sentita di dedicare loro un’intero articolo, ma nel momento in cui ho proposto di associare al racconto Growin’ up, penultima traccia di Pouty lips, ci è sembrato subito di aver trovato una casa musicale giusta per la storia: sia la canzone che il racconto parlano della difficoltà di crescere, di lunghi momenti passati a guardare la direzione che stiamo prendendo cercando di capire dove ci porteranno e come ci cambieranno, sia in notti insonni che in giornate solitarie dentro la propria cameretta. Quello di Gianandrea è anche un racconto che parla di neet, i giovani che non studiano e non lavorano, un tema che abbiamo molto a cuore e che lui decide di affrontare con una leggerezza che ben si sposa alle note di Sleap-e, un piccolo manifesto contro una società che ci vuole performativ* a tutti i costi: lo trovate come al solito dopo il brano, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Io corro dietro al cane, di Gianandrea Frighetto

Mamma bussa alla porta, il cane è da portare fuori. Non rispondo e rimango mummificato sul letto, i pensieri che corrono in un loop tra passato e futuro. Il presente è lo status di nullafacente, a casa dei genitori, senza laurea né prospettive, quindi meglio lasciarlo perdere.

In tv hanno abbreviato in neet la mia condizione, termine coniato dai think tank d’oltremanica o forse inventato dai nostri tg amanti dell’anglicizzazione.

In fondo, per i sondaggi di qualche sconosciuta università, il figlio italiano è il più sedentario tra i cugini europei e il dubbio è lecito porselo.

Mamma chiama di nuovo, io faccio finta di nulla.

A vent’anni se non studi o non lavori sei praticamente un fallito della società. Non ti lasciano pensare, non esiste l’incertezza di che strada scegliere, devi prenderne una e come va, va.

Affondo i pugni nel cuscino come un bambino capriccioso. Io una strada ce l’avevo pure: medicina. Mica i miei sono dottori, sì e no se hanno finito le scuole dell’obbligo, ma pensavo che un medico in famiglia facesse sempre bene. Per l’avvocato e il prete lasciavo spazio ai cugini.

Ma, dopo studi e test vacanzieri, ecco la botta sulle gengive: non ammesso. Altri mille garibaldini erano pronti a sacrificarsi tra i corridoi ospedalieri prima di me.

Le nocche alla porta si fanno pesanti e la maniglia si abbassa a vuoto. Ha mandato papà.

È stato lui il primo deluso e il secondo e il terzo. Quando ho smesso di provarci, il suo sguardo è stato chiaro: mi condannava per sempre al part time in nero nella pizzeria di quartiere. A vent’anni lui aveva già una famiglia, la casa, un figlio, solite cose.

Poi c’erano gli amici, economisti perlopiù, ed Emma. Chissà cosa starà facendo ora. Ci eravamo salutati alle porte dell’Alma Mater Studiorum con la promessa di una relazione a distanza, che dopo pochi mesi naufragò tra crescentine e tigelle.

Era amore? Non so, di sicuro aveva un bel culo.

Sulla porta le unghiette grattano fameliche. Quanto fastidioso può diventare quel cane, e dire che l’ho portato a casa io. Se piscia dentro però sono finito.

Spalanco la porta, mamma urla dalla cucina di prendere il guinzaglio sennò scappa. Allaccio il segugio e mi getto fuori prima che i miei possano fermarmi.

Ma perché dovrebbero farlo? In fondo loro hanno da fare tutto il giorno, alla ricerca di una pensione che ogni anno gli ritardano.

Anche Emma e gli altri non si fermano più con me. Loro sono andati avanti, loro corrono da qualche parte mentre io passeggio con il cane.

Pure lui vuole correre ma io tiro indietro, senza fretta.

In un mondo di centometristi e maratoneti, di bambini competitivi, adulti arrivisti, conti correnti vuoti e viaggiatori social, il mio unico scopo è raggiungere i campi per la cacca del quattrozampe di famiglia.

Eppure questa distesa di linee zen senza destinazione né meta è così bella.

Stacco il guinzaglio, lui parte e io subito dopo.

Il mondo corre e alla fine lo faccio pure io.

Io corro dietro al cane.

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