Racconto in musica 23: Mare nero (Folkabbestia – Tammurriata a mare nero)

Nella pagina dei contatti, così come nel primo post in assoluto di questo blog, ho cercato di far capire quanto anche per me sia difficile fissare i margini di ciò che si può considerare “musica indipendente”. Ogni artista è dovuto partire da qualche parte, e anche Mariah Carey sarà stata una giovane aspirante cantante con un sacco di sogni prima di arrivare alla gloria e al matrimonio con il presidente della Sony, episodio che da parte mia fa pendere la bilancia verso il NO nel caso vi steste chiedendo “quindi posso fare un racconto ispirato a Honey?”

Il cappello di qui sopra, oltre che farmi sembrare vecchio usando riferimenti musicali che i millennials mal digeriranno (non li digerisco neanche io), serve a spiegare il perché dell’immagine che introduce questo nuovo racconto. La storia è questa: una band pugliese, nata da poco dalle ceneri di una precedente formazione, comincia subito a raccogliere consensi, tanto da partecipare ad Arezzo Wave (festival tuttora esistente) e alla Biennale dei giovani artisti del Mediterraneo di Torino. A vedere quest’ultima esibizione c’è una ragazza, che rimane impressionata dalla band e se ne ricorda quando, più di vent’anni dopo, entra in contatto col mio blog e mi propone un racconto. Quella band erano i Folkabbestia, alle origini di una carriera che ancora oggi li vede lottare e resistere insieme a noi, ma di loro ve ne parlo più in basso: prima è mio dovere introdurre la prima autrice che ha deciso di collaborare con Tremila Battute, Cristina Nori.

Come nelle migliori storie da una cosa positiva ne nasce un’altra. Cristina collabora infatti col sito Read and Play di cui ho parlato solo qualche giorno fa, e l’amore che nutre da sempre per musica e scrittura si riverbera anche nelle pagine del suo libro Diario di una molecola psicoattiva, uscito per la casa editrice Suigeneris. Torinese, in passato ha scritto racconti e recensioni per svariate riviste e io non posso che ringraziarla per aver donato il suo racconto a questo piccolo progetto e per avermi inviato le foto che trovate a corredo dell’articolo.

Traccia numero uno, 1997. Io vi consiglio di recuperare in qualche modo anche Ballard degli Splatterpink

Sui Folkabbestia ci sarebbero pagine da riempire, vista la florida carriera. Nati a Bari nel 1996 dalle ceneri dei Folkaways, band costituitasi principalmente con l’intento di fare cover dei Pogues, i Folkabbestia hanno saputo contaminarsi fin da saputo con i generi più disparati, dallo ska al punk passando ovviamente per il folk, mischiando tutto con le influenze della musica popolare irlandese e balcanica. Nove album, il primo nel 1998 e l’ultimo, Il fricchettone 2.0, uscito l’anno scorso, testimonianze sonora di una carriera piena di soddisfazioni, fra le quali il Premio Carosone ottenuto nel 2006 per l’interpretazione di Tre numeri al lotto e il curioso record che li ha fatti finire nel Guinness dei primati: l’esecuzione per 30 ore consecutive del brano Styla Lollo Manna negli studi di Radio Popolare, esibizione di cui potete leggere un interessante resoconto qui.

Tammurriata a mare nero, curiosamente inclusa in entrambi i primi due dischi della band (Breve saggio filosofico sul senso della vita e Se la rosa non si chiamerebbe rosa, Rita sarebbe il suo nome), è una sorta di dolente preghiera per i naviganti carica dell’energia che contraddistingue le loro canzoni. Cristina ne ha tratto un racconto delicato e intimo che parla sì di naviganti, ma quelli di cui siamo purtroppo abituati a sentire nella cronaca dei telegiornali: i migranti del Mediterraneo. Potete leggerlo qui sotto, subito dopo il link alla canzone: buon ascolto, e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Mare nero, di Cristina Nori

Non riesco a scordare il colore della loro pelle. Di qualunque colore fossero prima di partire, quando li ripescavano erano tutti blu. Lividi e di blu diversi. La faccia azzurro slavato e le braccia blu scure. Mi sono sempre chiesto perché.

«Issa, ti sta squillando cellulare. Non lo senti?»

Meriem scuote leggermente la spalla del marito, appisolato in poltrona davanti alla televisione.

Issa si scuote e salta in piedi; le sue gambe magre e muscolose sono ancora scattanti come a vent’anni.

«Mi ero addormentato, Meri».

«Era il ristorante» risponde sua moglie, senza osare chiedergli cosa sognasse.

«Grazie» dice lui, baciandole la mano affusolata, abbellita dallo smalto bianco e da anelli d’argento. «Sarà Sergio, mi ha già mandato un messaggio. Stasera dobbiamo fare le lepri al vino rosso. Meglio se mi preparo».

«Non le ho mai assaggiate. Portane a casa una porzione, se ti riescono bene».

Il sorriso di Meriem scopre i suoi denti simmetrici e bianchissimi.

«Come sarebbe a dire se mi vengono bene? Moglie, dubiti di me? Sono il cuoco più apprezzato della valle».

Issa infila un paio di scarponcini neri e un piumino pesante.

«Me ne sono accorta di quanto sei bravo. Sai di quanto siamo ingrassati da quando abitiamo qui, al Polo Nord?»

«Siamo in Italia, Meri, non al Polo come dici tu. Lì farebbe molto più freddo».

Issa nel frattempo indossa un cappello impermeabile con i paraorecchie di pelliccia.

Le loro orecchie perdevano sangue perché la pressione dell’acqua aveva sfondato i timpani.

Meriem lo abbraccia alle spalle e non si accorge del fantasma che gli sta attraversando la mente.

«Tu metti quel cappello che ti fa sembrare un orso, però mi hai presa in giro davanti ai ragazzi quando a gennaio ho messo anch’io un berretto».

Lo spettro si dissolve dagli occhi di Issa, mentre ricorda Meriem che una mattina stava per uscire di casa con un passamontagna nero, preso dal cassetto del figlio, infilato sopra l’hijab.

«Sembrava stessi andando a rapinare una banca. Avresti spaventato le maestre di Sara».

«C’era bufera quel giorno, come sempre qui».

Issa anticipa il finale del discorso, come il dialogo di un film già visto.

«Qui stiamo bene, ho un buon lavoro, i ragazzi si trovano bene a scuola. Anche tu hai trovato delle amiche. Perché ti ostini a voler andare via?»

«Issa, qui si gela tutto l’anno, io patisco questo clima. Vengo da un posto di mare, lo sai».

A Issa sanguinava il naso quando lo avevano tirato a bordo, aveva le dita di mani e piedi rattrappite e insensibili.

Issa parla a bassa voce, rassegnato.

«Tu non puoi capire. Tu e i ragazzi siete arrivati con la nave, con i biglietti, le valigie. Avete bevuto il tè durante il viaggio. Tu non li hai visti».

La donna di Algeri non aveva più il velo. I suoi capelli erano stoppa, alghe incrostate di sale. Il bel viso che Issa aveva visto prima della partenza era una maschera gonfia, gli occhi schizzati fuori dalle orbite.

Cosa avrebbe dato perché lei lo capisse.

Io non voglio mai più vedere il mare.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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