Poveri, fallibili criminali: The killer, Ripley e Joker – Folie à deux

Alcune settimane fa ho letto su Nazione Indiana un’interessante articolo di Giacomo Agnoletti che metteva a paragone due serie apparentemente agli antipodi: Better call Saul e L’amica geniale. Le conclusioni a cui arriva non mi sono sembrate completamente a fuoco, ma l’analisi che fa della serie di Gilligan è degna d’attenzione: stringendo molto, Agnoletti sostiene che Jimmy/Saul è una figura in lotta contro il sistema che non trova altra alternativa che sfruttare quello stesso sistema per realizzarsi, cieco nella sua vendetta a qualunque possibile risvolto sociologico della propria ribellione.

La figura dell’antieroe, in fondo, è mutata parecchio da quando qualcun* ha capito che l* “cattiv*” possono essere protagonist* anche più affascinanti dell* “buon*”, basti pensare a Tony Soprano e alla sua umanamente disgraziata figura criminale. Qualunque mutazione (ok, qualunque magari no, perché sono esistiti di sicuro esempi contrari a questa tesi) ha però cercato di mantenere il fascino perverso dell’immorale, per quanto misero e umano potesse diventare: tre opere recenti invece, a mio avviso, hanno messo altri mattoncini per destrutturare la figura dell* cattiv*, in un pericoloso gioco che mira a delegittimare i propri protagonisti di qualunque aura.

The killer, o la fallibilità del professionista

Ci vuole pazienza per questo lavoro…

Il film di David Fincher, uscito poco più di un anno fa direttamente su Netflix nella tortuosa e incongruente politica della piattaforma per farsi apprezzare dall* cinefil* mentre poi al 90% spara fuori monnezza, è più curioso nella sua sostanza che nella sua forma. Riduzione di una serie a fumetti francese durata sedici anni dallo stesso titolo, la pellicola segue le vicende di un killer senza nome (Michael Fassbender) mentre cerca di rimediare a un incarico andato male che lo mette nel mirino dei suoi stessi datori di lavoro. Fincher segue passo per passo il suo protagonista, e tramite un insistito utilizzo della voce fuori campo ci mette direttamente in contatto con i suoi pensieri, le sue procedure, il freddo e professionale distacco con cui affronta ogni incombenza: peccato che poi vada quasi sempre tutto male.

The killer è un film volontariamente ironico che si traveste da film in cui l’ironia è quanto di più lontano si possa immaginare. Più i tentativi di salvarsi la pelle del killer lo portano ai piani alti della catena che gli forniva lavoro, più l’impressione di avere a che fare con un sistema burocratico perverso aleggia sullo spettatore: non ci sono figure mefistofeliche ad orchestrare il tutto, solo impiegat* di alto livello che gestiscono a modo loro un problema e al massimo qualche bruto da utilizzare alla bisogna, quando proprio non si può fare a meno di un po’ di caos. Il sistema è automatico, non si ferma perché chi potrebbe farlo nemmeno si accorge che le cose non stanno proprio andando per il verso giusto, e la falla più clamorosa appare quella originaria: la scelta del professionista sbagliato.

… e tocca pure viaggiare in economica

Fincher ha detto che questo film forse non si sarebbe fatto senza Fassbender come protagonista (sbugiardando un’indiscrezione che voleva Brad Pitt in predicato di prendersi la parte, salvo poi produrlo con la sua Plan B), e il controllo sulle proprie espressioni dell’attore è effettivamente quanto di più azzeccato per il ruolo. Allo stesso tempo è straniante vederlo pianificare al dettaglio, spiegare per filo e per segno a sé stesso e all* spettator* le proprie dinamiche per poi vederlo fallire clamorosamente, costretto quasi ogni volta a improvvisare per salvarsi la pelle: è a tutti gli effetti una macchina di morte, ma allo stesso tempo non la prima scelta che ti verrebbe in mente se vuoi un lavoro pulito, spinto avanti da un ego spropositato che gli fa descrivere in maniera ordinata anche il fallimento più cocente. Si procede di scena in scena, di missione in missione, col minimo di partecipazione emotiva concessa dal protagonista freddo di una vicenda gelida: a ravvivarla è proprio la sua fallibilità, eppure resta l’impressione che l’ironia rivolta verso il sistema che lo ha assunto diventi involontaria quando si tratta di guardare alla figura trainante della trama.

Ripley, o l’ambizione spropositata del mediocre

Ti aspetta un futuro grande e meraviglioso

Se The killer è freddo, Ripley non alza sicuramente la temperatura. La miniserie di Steven Zaillian, prodotta anche in questo caso da Netflix, si basa come già il precedente film di Anthony Minghella (e come, scopro grazie a wikipedia, l’ancor precedente film del 1960 con Alain Delon nei panni del protagonista) sul romanzo Il talento di Mr. Ripley di Patricia Highsmith: in questo caso è Andrew Scott a impersonare Tom Ripley, un’enigmatica figura che vive di espedienti a cui la sorte mette di fronte l’occasione di un viaggio in Italia tutto spesato per riportare ai suoi doveri negli Stati Uniti Richard Greenleaf (Jamie Flynn), rampollo di una famiglia imprenditoriale affascinato dalla cultura italiana e ben propenso a continuare ad utilizzare il proprio vitalizio per fare la bella vita ad Atrani con la fidanzata Marge Sherwood (Dakota Fanning). Come dargli torto in fondo? Se si escludono le interminabili scale su cui Ripley è continuamente costretto ad arrampicarsi lo stile di vita di Dickie è invidiabile, tanto che il nuovo arrivato non ci mette molto a cercare di capire come entrare a far parte del quadro in maniera stabile, e a qualunque costo.

Gran belle scale però

I pregi della serie sono molti (cito brevemente Eliot Sumner, che riesce a fare un figurone nel ruolo del borioso Freddie Miles che già fu di un certo Philip Seymour Hoffman), e ne basterebbero due per consigliarne la visione. Il primo è Scott, attore a cui non ho ancora visto sbagliare un colpo (Sherlock, Fleabag, Black mirror, Estranei, ovunque giganteggia cambiando pelle con naturalezza), che al suo Ripley dona una viscidezza apatica, sfuggente a qualsiasi categorizzazione (e che secondo me in questa serie sembra il sosia di Mike Patton, anche se la mia compagna non è d’accordo); il secondo è la regia di Zaillian, giustamente premiato agli Emmy, fatta di una messinscena tecnicamente ordinata (aiutato in questo anche dall’azzeccata scelta del bianco e nero) in cui ogni inquadratura è un capolavoro. Ciò che ho trovato più affascinante, e che ha contribuito pesantemente a farmi proseguire nella visione di una vicenda che per sommi capi già conoscevo, è stato però il modo in cui Zaillian ha deciso di raccontare la condotta criminale di Ripley.

Nonostante una messa in scena volutamente estetizzante, quando Ripley entra in azione non si può fare a meno di giudicarlo ridicolo. Il regista insiste lungamente sul modo in cui il protagonista cerca di sbarazzarsi dei problemi che gli si parano di fronte e ogni decisione presa, per piccola che sia, non fa che aumentare il carico di errori che si assommano sulle sue spalle: non so quanto fosse in gamba nei romanzi di Highsmith (che lo ha reso protagonista di ben cinque libri, di cui almeno un altro portato sul grande schermo con protagonista John Malkovich, che qui fa un piccolo ma importante cameo), e di sicuro non era un genio infallibile nella versione incarnata da Matt Damon (su quella di Delon non posso esprimermi), ma qui Scott rappresenta alla perfezione la figura di chi ha ambizioni altissime e nessuna vera abilità per riuscire a raggiungere quel traguardo. Durante le otto puntate si viene rapit* dell’alternanza con cui la faccia tosta di Ripley riesce a fargli mettere a segno colpi geniali oppure si schianta contro ingenuità insensate, e come nell’allenniano Match point restiamo in attesa di vedere da quale lato della rete atterrerà la pallina: solo la fortuna, e non l’abilità, sono infatti il discrimine che porterà un ambizioso mediocre verso il successo o il fallimento.

Joker – Folie à deux, o la negazione del supercriminale

Spoiler: nel film questa scena non c’è

Il primo Joker non mi aveva entusiasmato (se volete assentire o dissentire con le mie motivazioni potete trovarle qui), e a posteriori vedo nella sua trama molti dei temi analizzati nell’articolo di Agnoletti da cui siamo partiti. Sembrava essere un episodio a sé stante quello diretto dall’outsider Todd Phillips (outsider in quanto nessuno si aspettava dal regista di Una notte da leoni quel tipo di sterzata cupa), fuori da ogni continuity del claudicante universo DC, così come doveva essere una botta e via anche l’incarnazione dell’iconico arcinemico di Batman da parte del pluripremiato (a ragione) Joaquin Phoenix: l’annuncio di Joker – Folie à deux ha quindi spiazzato tutt*, tranne l* più disillus* appassionat* di cinema che non vedevano l’ora di potersi scagliare contro la serializzazione imperante al grido di “ve l’avevo detto”. Nemmeno loro potevano però immaginare che il seguito sarebbe stato (anche) un musical.

Era legittimo aspettarsi, qualunque fosse la forma definitiva del progetto, che il seguito raccontasse come il sofferente Arthur Fleck diventasse definitivamente Joker. C’era il finale della prima pellicola a spingerlo in quella direzione, l’ambientazione (il manicomio di Arkham, splendidamente raccontato e illustrato in Batman: a serious house on serious earth di Grant Morrison e Dave McKean), la presenza del personaggio di Harley Quinn (Lady Gaga): invece, dopo una prima origin story che esplora un lato umano piuttosto inedito del clown, il regista ci nega inizialmente la sua evoluzione, raccontandoci una nuova nascita invece dell’apoteosi che ci aspettavamo. Fleck comincia la sua nuova tragica traversata come un detenuto qualsiasi, rispettato per il modo in cui è diventato inavvertitamente iconico ma depresso ai limiti dell’apatia: l’incontro con un’altra detenuta, della quale si innamora perdutamente in men che non si dica, lo porta però a risvegliare il lato più oscuro e istrionico della propria personalità, proprio mentre sta per iniziare il processo che gli darà una vetrina mediatica enorme. Fra un’audizione e l’altra, un’umiliazione in carcere (sarò di parte, ma ho trovato splendido il capo delle guardie interpretato da Brendan Gleeson) e uno stacchetto musicale, la vicenda segue un corso reso imprevedibile dal continuo centellinamento di Joker in un film che ha Joker nel titolo: in un mondo di film fatti con lo stampino è una scelta coraggiosa e apprezzabile, ma sa comunque di rapina a mano armata se hai attirato al cinema le persone promettendo qualcosa che, proseguendo con la visione, il regista non sembra avere l’intenzione di mantenere se non con subdole strizzatine d’occhio (c’è Harvey Dent! È proprio quel mondo lì!).

Piango per la qualità, rido per il cachet

Mi sono ritrovato a discuterne parecchio dopo essere uscito dalla sala. Mio fratello ne ha apprezzato la confezione tecnica, la mia compagna ha sofferto tutto il tempo col disgraziato Fleck. E io? Ragionandoci sopra sono arrivato ad apprezzare il modo in cui Arthur Fleck, e non Joker, si prende ancora una volta il ruolo del protagonista: il mondo in cui Phillips ha deciso di calare una delle figure meno realistiche dello sterminato panorama DC resta realistico nonostante le canzoni e le aspettative, e Fleck sfugge al suo destino perché semplicemente non ne è all’altezza. Da questo punto di vista risulta quasi un punto a favore la chimica pericolosamente altalenante fra Phoenix e Gaga, perché quale bellissima ragazza dalla personalità esuberante potrebbe mai essere affascinata da un’icona che preferisce essere un perdente? Il rapporto con le donne di Fleck era già problematico nella precedente pellicola, e qui i trucchetti del clown riescono solo a dargli un trucco sotto cui nascondere le sue fragilità. Il labile equilibrio fra l’accettazione e la negazione del suo lato oscuro è interessante, ma la negazione prevale e alla fin fine Phillips decide di portare all’apoteosi la delegittimazione del criminale: ce lo nega dopo avercelo promesso ancora, il Joker che non visse due volte.

Ma il film, alla fine, com’è? Io ho trovato Joker – Folie à deux uno splendido disastro, una pellicola che va incontro alle critiche con sguardo fiero, vivendo di discontinuità e mettendo insieme pezzi che non sono nati per combaciare: qual è il pubblico per un film che si spaccia per cinecomic mischiando il musical, la tragedia umana e il dramma legale? Nei cinema di tutto il mondo pare si stia risolvendo in un flop, nonostante un Phoenix ancora pienamente in parte che risulta meno efficace solo perché ciò che gli succede intorno sembra inutilmente caotico, e non riesco a dare torto al pubblico perché il vero dramma è che a tratti ci si annoia. La seconda (e spero ultima, almeno in questo universo a sé stante) incarnazione di Joker è meno pazza di quel che vuol sembrare, meno soprattutto del protagonista che non vuole avere: il finale a sorpresa, a seconda di quanto siate stati catturati dal suo arco narrativo, potrà sembrarvi geniale o la rapina a mano armata di cui accennavo sopra, forse entrambe le cose visti i cachet che si sono portati a casa Phillips e Phoenix.

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Racconto in musica 182: Dove finiscono i calzini spaiati (The Interrupters – Take back the power)

La mia ambizione principale, con questo blog/aspirante rivista letteraria, era quella di attrarre molt* scrittor* che avessero voglia di votarsi alla causa della musica bella che fa la fame o, in alternativa, si fidassero abbastanza da far associare i propri testi a canzoni decise arbitrariamente da me (non proprio arbitrariamente, cerco sempre di dare un po’ di scelta). Se seguite Tremila Battute con costanza (brav*!) vi sarete accort* che questo è un periodo di vacche grasse, e da che è finita la pausa estiva ho potuto evitare di mettere la mia penna in mezzo a quella di altr* collaborator*: fra quest* ci sono graditissime new entry, ma una delle cose che mi ha stupito di più in questi quattro anni e mezzo è lo stretto legame che si è creato con l* autor* che decidono di ritornare. Con loro (e non solo con loro) si è creato un bellissimo rapporto che mi ha portato a farci serata insieme (obiettivo birra offerta a chi collabora: achieved, anche se c’è chi poi me l’ha offerta a sua volta), collaborare anche ad altri progetti, leggere le loro opere pubblicate nel frattempo e scambiarci pareri su quelle che invece ancora speriamo di pubblicare. Il loro affetto è uno sprone continuo per questo bizzarro progetto che si è volutamente ficcato nella nicchia della nicchia, ed è pertanto con un grande abbraccio (purtroppo virtuale) che accolgo nuovamente Iacopo Innocenti, arrivato qui per la terza volta e pronto a farci scoprire The Interrupters.

Pistoiese classe 1983, Iacopo è una persona con cui il rapporto è talmente bello che mi sembra strano collabori da un solo anno e che, soprattutto, lo abbia visto una sola volta in vita mia, in quel dello scorso Firenze RiVista. Trovate i suoi precedenti racconti qui e qui (il secondo è inserito anche nel nuovo numero cartaceo di Tremila Battute, che potete scaricare più in basso), mentre i suoi romanzi Quarto di secolo e Era destino, che gli hanno dato fama condominiale, potete trovarli semplicemente cliccando sui titoli: un altro è nel cassetto e da queste parti speriamo che trovi presto la sua strada nel mondo editoriale.

The Interrupters sono invece una band californiana che continua la buona vecchia tradizione ska-punk losangelina. Formatisi nel 2011 dall’incontro fra Aimee “Interrupter” Allen (voce) e i fratelli Kevin (chitarra, voce, cori), Justin (basso, cori) e Jesse Bivona (batteria cori), la band si è accasata subito presso la Hellcat Records di Tim Armstrong (a sua volta branca della Epitaph di Brett Gurewitz, e se non conoscete questi nomi forse vi diranno di più i nomi Rancid e Bad Religion) e ha pubblicato fino ad oggi quattro dischi pieni di energia. Questo però è il punto in cui mi faccio indietro, lasciando la parola a Iacopo.

“Un diciassettenne bruttarello, imbranato e snobbato da tutti, un bel giorno, scopre il punk rock e trova finalmente il suo posto nel mondo. Smette di aver paura di essere sé stesso, si disinteressa dell’opinione dei fighetti e, in qualche maniera, si riscatta. Questa storia l’abbiamo sentita un miliardo di volte, però, almeno per me, è andata veramente così. Ma cosa succede dopo?
Sono passati una ventina d’anni, l’adolescente è diventato un uomo, la rabbia e la ribellione sono rimasti chiusi nella sua collezione di cd e i bellimbusti di scuola sono diventati maschi alfa che cavalcano roboanti SUV. Tutto è cambiato per restare com’era.
Si imbatte casualmente nel primo lavoro di una band chiamata Interrupters e, stavolta con grande soddisfazione, scopre che anche il punk è rimasto come se lo ricordava.
L’album si apre con il pezzo “Take back the power” che esorta, semplicemente, a riprendersi il potere. Ma quello che prima era un ragazzetto disastroso, e adesso è un adulto altrettanto disastroso, vuole dargli un’interpretazione più ampia che mai. Con la leggera ingenuità che caratterizza il genere, e lo rende irresistibile, è un invito a riprendersi la propria vita.
Ma c’è ancora tempo per farlo? Secondo me sì.
Anche nella storia che segue il protagonista prova a riprendersi quello che gli spetta, magari lo fa nei tempi e nei modi sbagliati, e forse non ci riuscirà nemmeno, però decide di fare un tentativo.”

E vale proprio la pena di vedere in quale maniera il protagonista della storia, un altro relitto del famigerato Bar Biturico che Iacopo ci sta facendo conoscere racconto dopo racconto, cerca di riscattare la propria vita, leggendo la sua vicenda possibilmente sulle note della Take back the power che l’ha ispirata: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Dove finiscono i calzini spaiati, di Iacopo Innocenti

Fu facile entrare al Bar Biturico. Avevamo vent’anni, o giù di lì, e lo svago principale nel Quartiere era vegliare i defunti alle cappelle del commiato. Logico che passammo ai gin tonic, dritti come fusi.

Il difficile fu uscirne. Teo e Banana morirono, Luchino si mise a fare l’imprenditore e finì al gabbio, Fabio si fece prete, non per vocazione ma perché, da dottore in Scienze Turistiche, fu l’unico impiego che trovò. Ogni tanto al bar lo vedevano ricomparire, a sfondarsi come e più di prima. L’unico a rimanere fu Giò, così fatto dagli psicofarmaci che era come se fosse su Urano.

Io cercai la svolta una quindicina d’anni fa, quando mi tagliai i coglioni su YouTube. La cosa mi portò qualche visualizzazione, una certa notorietà e un paio di ospitate in televisione. Poi, nient’altro, sciagurato ero e tale restai.

Per la vergogna mi chiusi in casa e, da allora, non sono più uscito. Il mio zerbino è diventato la linea Maginot tra me e il resto del mondo. Sbarco il lunario facendo il telelavoro. Dai tempi della pandemia l’hanno nobilitato con l’espressione smart working, ma tanto si tratta sempre di spippolare al computer da casa, in pigiama. Le cose dette in inglese sembrano più ganze.

Se qualcuno ora mi dice che non ho le palle per fare qualcosa devo dargli ragione, perché è così. La cosa divertente è che la mia voce è rimasta uguale. Pensavo che sarebbe diventata più sottile, invece era solo una leggenda metropolitana.

Nessuno ricorda più la mia impresa, era giusto ricomparsa per poco, qualche tempo fa, la mia foto sotto forma di meme: immortalato nell’atto di compiere le gesta che mi avevano reso celebre, con sotto frasi del tipo “io al pensiero di guardare Sanremo”, oppure “io il lunedì”.

Un anno fa un mio concittadino, Mirko Calosci, ha iniziato a pubblicare video su Tik Tok dove si esibisce in imitazioni di gente sconosciuta. Cambia il tono della voce, balbetta oppure simula un difetto di pronuncia, sostenendo di scimmiottare il suo commercialista, il suo benzinaio, oppure la sua igienista dentale.

Tutti, nel vederlo, hanno cominciato a sganasciarsi dal ridere e a condividere i suoi sketch ovunque, facendolo diventare, nel giro di poche settimane, più famoso del Papa. Lo hanno invitato come concorrente a Lol, dove ha stravinto facendo scompisciare gente del calibro di Paolo Crepet, Enrico Montesano e Pilar Fogliati. In città lo hanno nominato direttore del Teatro, poi condurrà un suo talent show per aspiranti comici e, tra un paio di mesi, uscirà il suo libro pubblicato da Mondadori.

Capito come va? Io mi sono tagliato i coglioni e non ho niente, questo fa due versi e ha tutto.

Così ho deciso di riprendermi quello che mi spetta. Ho una mazza da baseball, e un account su Tik Tok, li porto con me e vado a trovare quello stronzo, che tanto so dove abita.

Al di là dello zerbino, dove finiscono i calzini spaiati, è lì che mi troverai.

È lì che ti spedirò, bastardo.

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Racconto in musica 181: Una tessera per non tornare (The National – Vanderlyle crybaby geeks)

Ho da poco finito di vedere la serie tv Ripley (che vi consiglio caldamente, anche solo per la presenza del sempre ottimo Andrew Scott), e c’è una scena che mi è sembrata perfetta per questo cappello introduttivo. Siamo agli inizi degli anni ’60, il protagonista si trova in un negozio di musica e scartabella fra i vinili nella sezione “tutta la musica degli anni ’50”. Tutta la musica! Ci pensate? Ovviamente è un’esagerazione, e neppure un Leonardo Da Vinci considerato l’ultima persona a riuscire a intendersene di tutto se ne poteva intendere DAVVERO di tutto, ma l’accumulo di stimoli e conoscenze prosegue giocoforza con l’avanzare degli anni (anche se sì, certo, il tempo è relativo) e viene naturale chiedersi, di fronte a quell’innocente scaffale che pretende di contenere tutta la musica di un decennio, quanto sarebbe grande uno scaffale che contenesse la musica uscita dal primo gennaio di quest’anno, pur contando solo i dischi che sono usciti in versione fisica. Tutta la sala? Tutto l’edificio? Chi lo sa. Il punto è che, se era impossibile già allora ascoltare tutto (e Tom Ripley fra l’altro ascolta solo Il cielo in una stanza o quasi, per fortuna nella versione di Mina e non del nemico pubblico numero uno), a maggior ragione è impossibile ora: questa è perciò una delle volte in cui ammetto di non sapere quasi niente della resident band della settimana, The National, che compaiono su queste schermate grazie a Gabriele Palumbo.

Classe 1991, bolognese di nascita e milanese d’adozione dopo un lungo girovagare, Gabriele fa parte della schiera degli autori che mi sono volontariamente andato a cercare dopo aver letto questo racconto, apparso su Malgrado le mosche, e dopo aver letto la sua bio. Ad attirare la mia attenzione non sono state la laurea in Sociologia e quella in Relazioni internazionali (che dice gli servano “solo per litigare”) ma il suo “curriculum” dopo gli studi, che lo porta nel mondo della musica organizzando concerti e collaborando con artisti ed etichette discografiche. A oggi si è spostato verso il mondo del digital marketing e del copywriting, ma la passione per la musica emerge anche da altri fattori: il libro Ministri. Suoniamo per non lavorare mai, dedicato alla band milanese e uscito nel 2019 per Arcana, la collaborazione come editor e contributor al Collettivo Dischirotti e quella con la rivista Fantastico.esclamativo, fondata da Alberto Guidetti de Lo Stato Sociale, che per un paio d’anni ha animato il variegato panorama della lit-web. Gabriele è anche autore del romanzo in versi Ci siamo solo persi di vista, edito nel 2015 da VJ Edizioni nella collana Poiesis, e girovagando per internet potreste imbattervi anche in una raccolta di racconti a tema cocktail che invece, a meno di smentite, è opera di un suo omonimo: di sé aggiunge che, oltre a maledire il capitalismo (siamo sulla stessa barca), legge molto, prova a scrivere un romanzo, fa meme, guarda reel sui procioni e invia la sua newsletter Capibara.

Ridurre venticinque anni di carriera dei The National entro pochi caratteri non è semplice. Su cosa far luce? Cosa escludere? Partiamo innanzitutto dal genere, un indie-rock con influenze che vanno dal country al pop (barocco secondo Wikipedia), venato di una strana malinconia che sa di addii e ripartenze e che li rende perfetti per le stagioni di mezzo (ma non fatevi problemi ad ascoltarli anche d’inverno o d’estate), il tutto sviluppato lungo dieci album, dall’omonimo esordio del 1999 all’ultimo Laugh track uscito per 4AD nel novembre 2023 (anno in cui hanno fatto doppietta, visto che ad aprile era uscito First two pages of Frankenstein). La band è formata tuttora dai membri originari, ovvero Matt Beringer (voce e testi), i fratelli Aaron (chitarra, basso, pianoforte, armonica, mandolino e cori) e Bryce Dessner (chitarra, pianoforte e cori) e i fratelli Scott (basso, chitarra e cori) e Bryan Devendorf (batteria e cori), che come nelle più belle storie di musica indipendente iniziano a suonare insieme dopo altre esperienze condivise fra alcuni di loro, pubblicano i primi due dischi con la propria etichetta (la Brassland Records), suonano mentre lavorano per un po’ in quel di Brooklyn e poi piano piano emergono, attirano l’attenzione dell’etichetta londinese Beggars Banquet (poi confluita nella 4AD) e cominciano a fare di lavoro quello che più gli piace (o forse, come i Ministri, suonano per non lavorare mai). Come me potreste non aver mai sentito per intero un loro album, ma la portata dei The National è diventata tale che potreste esservi imbattut* in una loro canzone senza saperlo, guardando una serie tv (Chuck, Southland, Dr. House e Friday Night Lights alcune delle varie in cui sono apparse loro canzoni, per non parlare della The rains of Castamere scritta appositamente per la seconda stagione di Game Of Thrones: beccati questa Ed Sheeran!), un film (Warm Bodies, Hunger Games: La Ragazza Di Fuoco) o giocando a un videogioco (del 2011 la canzone Exile vilify, inserita nel videogioco Portal 2).

L’impressione di band a cui volere bene, che sta insieme da una vita e fa quello che più le piace, è acuita dal fatto che, nel corso della loro carriera, i The National si sono anche spesi per varie cause benefiche, dalla raccolta Dark was the night (2009), il cui ricavato è stato interamente donato all’associazione internazionale dedicata alla lotta contro l’AIDS Red Hot Organization, alla cover di Never tear us apart degli INXS inserita nell’album collettivo Songs for Australia, progetto della cantautrice Julia Stone volto a raccogliere fondi per le regioni colpite dagli incendi, passando anche per il singolare crowdfunding avviato dopo il Primavera Sound 2018 per sostenere economicamente la crew che li accompagna durante i tour (a cui si aggiungevano i profitti del merchandise sullo store ufficiale della band). Sono stati inoltre una delle band più attive nel supportare Barack Obama durante le presidenziali 2008, quando stamparono una t-shirt apposta per finanziare la sua campagna, e sebbene non mi risultano loro endorsement per Kamala Harris ho l’impressione che a novembre avremo le stesse speranze riguardo all’esito delle elezioni negli Stati Uniti: dall’Italia sono appena passati per due date a giugno, confidiamo di festeggiare presto insieme a loro lo scampato pericolo di un nuovo mandato di Trump.

Vanderlyle crybaby geeks è l’ultima traccia di High violet, album del 2010, ed è una canzone dalla forte carica emotiva, disperata ma senza farsi mancare un raggio di luce fra le note del pianoforte e gli scarni ma incisivi colpi di batteria. Gabriele ha reso il Vanderlyle del titolo protagonista del suo racconto, mostrando in divenire una storia di amori non corrisposti che si alimenta di rimandi al testo della canzone e ci fa sprofondare nella semplicità del dolore. Potete trovare il racconto come al solito dopo la canzone che ne è l’ideale colonna sonora, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Una tessera per non tornare, di Gabriele Palumbo

Il poster dei The National si è staccato nella parte superiore. Sembra inchinarsi, quasi a voler facilitare le cose. Vanderlyle spegne la lucina per le zanzare, ma la lascia lì. Ormai è quello il suo posto.
Continuano a sbucare fuori cose da portare. Come diavolo faccio? Le valigie sono già piene. Userò delle buste, tanto vado in macchina.
Prende qualche gruccia e le infila a forza in una delle buste. E questa coperta da dove esce? Merda. La metto nella borsa frigo. Si rende conto di avere un numero esagerato di asciugamani.
Dovremmo esserci. Andiamo.
Cazzo la torta per Victoria! Vanderlyle ha però già lasciato le chiavi. Si maledice, ma la vuole. Suona il citofono fino a svegliare l’ormai ex coinquilino.
«Ehi scusa, grande classico, mi son dimenticato una cosa importante.»

«Guarda qua. La tessera ATM spezzata di quando provasti a usarla per aprire la porta di casa.»
«Minchia. Io devo ancora andare a prendere quella definitiva, ormai sarà dispersa in attesa che la vada a ritirare. Quando arrivo a Milano sarà la prima cosa che farò. Forse la seconda.»
«Ehi, che hai? Ti sei intristito pensando alla tessera ATM rimasta sola ad aspettarti?»
«Più o meno. Non hai idea della tristezza che mi mettono quelle tessere per entrare in locali dove non andrai più, o quelle che ti timbrano ogni volta che prendi un panino o un gelato. Le mie si fermano sempre a un timbro, massimo due. Me ne vado sempre prima di poterle finire, per questo non faccio mai quelle dei supermercati.»
«Sai che non ha senso questa cosa? »
«Lo so, ma è più forte di me. È un modo per non legarmi a cose che so che tanto lascerò. Lo faccio anche con le persone.»
«Buono a sapersi… Quella l’hai fatta però.»
«Infatti ora non mi servirà più.»
«Ma cosa dici? Tu stai male.»
«Questo è sicuro… Va beh, lasciamo stare. Tanto appena arrivo a casa come prima cosa devo sistemare la stanza.»
«Ho già detto che stai male? Io appena torno a casa dormo per almeno due giorni. Merda!»
«Cosa?!»
«Ho dimenticato il borsello!»
«C’erano cose importanti?»
«Solo tutta la mia vita.»
«Una vita a misura di borsello.»
«Ti odio.»

Allora qui abbiamo penne, matite, forbici… eccolo, il taglierino. Un po’ arrugginito, andrà bene. Vanderlyle lo prende e inizia a guardarlo, lo rigira tra le mani con curiosità e aria di sfida. Le piacerà la torta? No, non deve pensarci, se no non lo farà mai. Come l’ultima volta, a quel lampadario. Questa volta però non fallirà.
Senza accorgersene ha già iniziato, non fa neanche male finché non incontra le vene.

Le pareti della stanza di Victoria sono un insieme di mondi nei quali si rifugia ogni volta che la realtà la opprime e la trova impreparata. Sul tavolo in cucina la attende una torta alla frutta, ancora intera.
Indossa il suo pigiama preferito, con la scritta I Am Easy to Find sul petto. A letto pensa a Matt, ancora una volta. Voleva dormire per almeno due giorni, invece non riesce ad addormentarsi. Non riesce proprio. Vorrebbe solo smettere di svegliarsi.

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Non l’album indie che mi aspettavo: Yo homo! di The Irrepressibles

Se non siete particolarmente giovani potreste ricordarvi del periodo in cui quella che era chiamata “musica alternativa” divenne “indie”. È stato un processo in cui è difficile individuare il momento esatto della metamorfosi, ma io associo quel periodo di transizione con l’invasione delle band con THE nel nome. The Hives, The Raveonettes, The Strokes, The Libertines, The (International) Noise Conspiracy (etc. etc.), dal nord Europa agli Stati Uniti un’ondata che con influenze diverse (dal punk/ska al rock’n’roll passando per garage e shoegaze) fece dondolare le teste e gli arti, con più o meno profondità e sostanza a seconda della band o addirittura del disco. Da allora non riesco a vedere un nome che inizia con THE senza pensare a quella fase, immaginandomi non un suono preciso ma qualcosa di stiloso, ballabile, disimpegnato e forse anche un po’ banale, anche se quel momento storico di bella musica ne ha prodotta un sacco. Quando mi è stato proposto di ascoltare Yo homo!, il quarto disco in studio dei The Irrepressibles, mi sono quindi fatto quel film lì: è brutto essere prevenuti, lo so, ma non mi aspettavo niente di originale e speravo di ottenere dall’ascolto una smentita (c’era anche una parte di me, quella più brutta, che sperava di ottenere una conferma per dire “ecchallà!” con il sorrisetto beota di chi convalida il detto “a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”, in cui peraltro non credo).

La prima sorpresa è stata scoprire che The Irrepressibles è solo un moniker dietro cui si cela il musicista di Manchester Jamie McDermott, o meglio Jamie Irrepressible, nome con cui si esibisce da anni; la seconda, indagando sulla sua carriera, è stata ritrovarlo in un brano che avevo ascoltato un decennio fa, You know I have to go dei Röyksopp, band con cui la collaborazione è stata molto stretta negli anni (il duo norvegese ha anche remixato alcuni brani di Irrepressible); la terza me l’ha riservata l’ascolto, perché fin dal primo brano di Yo homo!, pubblicato il 27 settembre dall’etichetta Of Naked Design, ho ottenuto la smentita che cercavo.

Definire il genere a cui ascrivere il nuovo disco di The Irrepressibles è difficile. Ci sono la polvere del folk statunitense, un gusto pop intenso e a tratti barocco, chitarre capaci di farsi grosse e cattive e un violino che riesce magicamente a stare bene su tutto. C’è soprattutto la voce di Irrepressible, versatile, espressiva, quella di un mutaforma che sussurra da inglese strafottente, ulula come un Nick Cave d’altri tempi ripulito appena appena, passa con disinvoltura al falsetto e quando si fa aulico ti strappa il cuore dal petto: ascoltarlo invocare nei ritornelli di Raise my soul eleva e strazia, al culmine di un’esperienza che unisce una chitarra scarna a un piano brioso per poi finire nel territorio degli spiritual in quello che è uno degli episodi migliori del disco. L’inizio con Will you? aiuta ad ambientarsi nel mood, raffinato ma denso di energia che brucia in sottofondo, ma non lascia presagire la grande varietà che ci si troverà di fronte negli undici brani del percorso.

Basta passare alla seconda traccia So! per ritrovarsi immersi in territori post punk selvaggi a cui il violino dona melodie inaspettate, ma lo sballottamento sonoro prevede anche i ritornelli stoner della title track, il basso col dub nel sangue di Destination, le esplosioni lungamente preparate della vitalissima In the rythm (sette minuti che si sentono tutti e allo stesso tempo sembrano volare come fossero tre) e addirittura l’esplorazione di territori fra doom e cantautorato tipici di artisti come Mount Eerie e il nostrano Urali nella conclusiva Ecstacy homosexuality. È un percorso musicale che va a braccetto con quello identitario, perché Yo homo! è anche un disco che parla in ogni testo di omosessualità, in molte maniere diverse e rivendicando tutto: lussuria, dolcezza, sfacciataggine, amore, disperazione, in poche parole (ma usandone molte) l’unicità del proprio essere e la normalità dei propri sentimenti e delle proprie pulsioni.

Ci sono difetti? Piccoli e parziali: la doppietta Be wildTwo hearts a metà disco blocca il meccanismo entro una certa ripetitività, pur viaggiando i due brani su mood completamente diversi (divertita una, romantica l’altra), mentre a Connection non riesce il gioco di In the rythm e le lente progressioni smorzano la tensione invece di crearla. Sono impressioni che si acuiscono però ascoltando i brani singolarmente, staccati dal quadro, perché assorbito per intero Yo homo! è un’esperienza in cui la ripetitività di certi passaggi ipnotizza, preparando alla svolta successiva. Grazie, Jamie Irrepressible, ad anni di distanza mi hai dato motivo per credere che un THE davanti al nome possa contenere moltitudini.

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Racconto in musica 180: Stranieri (Il Quadro Di Troisi – L’alieno)

C’è una promessa, nella sezione contatti di questo blog/aspirante rivista letteraria, che recita più o meno “ascolto tutto quello che mi mandate, ma non posso promettere una recensione”. Devo ammettere, a più di quattro anni di distanza, che non va proprio così: ci provo, ci riesco per la maggior parte delle richieste, ma tutto tutto non ce la faccio ad ascoltarlo e chiedo scusa per questo. Poi ci sono anche i dischi che ascolto e mi colpiscono, non per forza in positivo (sono dell’idea che le recensioni servono anche e principalmente all* artist*, quindi che senso avrebbe dire solo cose belle?), ma di cui per motivi di spazio e tempo non riesco a parlare, anche perché mi piace spaziare verso altri lidi come cinema, letteratura, videogiochi e pure podcast (che fra l’altro comprimono il mio tempo di ascolto). Per fortuna Tremila Battute è anche uno spazio aperto a collaborazioni, e così è capitato che un disco di cui non ho parlato è stato ascoltato anche da Franco Santucci, che lo ha apprezzato e ha deciso di trarre un racconto da una delle canzoni che lo compongono: il disco è La commedia e la band che lo ha composto si chiama Il Quadro Di Troisi.

Iniziamo da Franco, acquisizione recente ma già fedele alla causa della musica bella che fa la fame. Era passato a trovarci a fine giugno con un racconto ispirato ad una canzone di Daniela Pes, torna oggi con un racconto che ha pazientato per qualche tempo nel mio hard disk, ché lui l’aveva inviato subito dopo il primo: lo ringraziamo ricordandovi che a gennaio è uscita per Wojtek Edizioni la sua raccolta di racconti Bestiario del sogno e anticipandovi che il 10 ottobre la presenterà a Milano al Circolo Masada, spazio amico di Tremila Battute e che da una decina d’anni vive e lotta insieme a tutt* noi per diffondere cultura.

È una storia più recente invece quella de Il Quadro Di Troisi, iniziata nella seconda metà degli anni ’10 di questo secolo per mano di Eva Geist e Donato Dozzy, alias dietro cui si nascondono Andrea Noce e Donato Scaramozzi. Il nome della band non è casuale, visto che il progetto nasce proprio dalla comune passione dell* due artist* per il compianto regista napoletano: dalle chiacchiere attorno alla sua poetica ne vengono fuori altre, e il passo successivo è cominciare a mettere insieme le suggestioni nate da queste conversazioni in una forma musicale che unisce la voce e i testi dell’una alle composizioni elettroniche partorite in comune, creando un connubio fra cantautorato e synth pop. L’omonimo disco d’esordio esce nella seconda metà del 2020 per l’etichetta/ piattaforma culturale tedesca raster, ed è il frutto di due anni di registrazioni avvenute fra Berlino e Roma: il duo crea nove composizioni che si piazzano fra l’aulico e l’ipnotico, pop nella forma ma profondo nei contenuti, a cui collabora uno stuolo di artist* che ampliano lo spettro sonoro attraverso innesti di percussioni, archi, chitarre e sax. Fra l* collaborator* c’è anche Pietro Micioni che, oltre a offrire un grande aiuto in sede di produzione e arrangiamento, nel disco suona la chitarra e segue il duo nei live seguenti l’uscita: la vicinanza diventa comunione d’intenti e da lì il passo è breve per entrare in pianta stabile nella band, che da duo si allarga ufficialmente a trio nel 2023, anno in cui l’album d’esordio ottiene una seconda vita con Remixes, sempre pubblicato da raster.

Qualcos’altro bolle però in pentola, e non bisogna aspettare molto per sentirlo arrivare. A fine marzo 2024 è infatti uscito il disco di cui parlavamo in apertura, La commedia, che vede Il Quadro Di Troisi entrare nel roster della 42 Records e mutare ulteriormente pelle. Come dicono loro stessi nella bio sul proprio sito i quattro anni di distanza sono stati pregni di eventi segnanti a livello globale, motore in ognun* di noi per riflessioni personali: quelle operate dal trio prendono la forma, nei testi di Noce, di modi per “trasformare una crisi in un’opportunità e di usare il cambiamento come catalizzatore per la rinascita”. Nascono così dieci nuovi brani che ampliano attraverso arrangiamenti ben congeniati il lato intimistico della band pur mantenendone inalterato il beat, debitore anche dell’italodisco nostrana come esemplifica bene il brano La verità. Arriviamo in ritardo per consigliarvi di vedere il trio dal vivo, visto che proprio ieri si è concluso al Locomotiv di Bologna il breve tour di presentazione del disco, quindi non ci resta che esortarvi a seguire il loro sito ufficiale per novità future.

La canzone scelta da Franco come ispirazione per il suo racconto è L’alieno, quarta traccia del nuovo album. Accompagnando le parole del testo il racconto riesce a dare vividezza alle immagini costruite da Noce, ricostruendo con efficacia e lirismo i ricordi di una specifica estate che si riverberano nel presente. Potete trovare le parole di Franco più in basso, subito dopo il brano: come al solito buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Stranieri, di Franco Santucci

Non sembrò lo stesso quando fu Chiara a ballare di fronte al fuoco. La birra in mano, il sorriso imbarazzato, i capelli in lento movimento, i piedi a strisciare sulla sabbia: era tutto uguale a quanto facessero le altre ragazze, ma così differente da farci capire che lei non era la stessa dell’anno precedente e che quell’estate non sarebbe trascorsa allo stesso modo.

L’avvisaglia c’era già stata nel pomeriggio quando, sdraiata su uno scoglio in cerca di qualche raggio ormai lieve, frappose i suoi sedici anni dalla forma perfetta alla maledizione di uno sguardo inafferrabile, come quei sentieri stretti che a vederli così verdi si teme di percorrere.

Furono gli stessi dove ci portò prendendoci per mano. Era l’unica del gruppo appena ricomposto a essere del luogo, conosceva meglio di chiunque altro le colline e le spiagge solitarie, le grotte lungo la costa e le radure ariose dove vedere chiaramente, più che le nuvole e le scie degli aerei, il passaggio rapido della nostra fame.

Era nella natura degli sguardi verso il suo corpo, che le garantiva potere e incostanza: ci trattava con dolcezza, ci disprezzava, imboniva i nostri animi o si perdeva in un’indifferenza senza nome a cui non riuscivamo a rassegnarci. Allora ci facevamo scudo delle notti che divenivano giorno affinché l’alba rossa in spiaggia trionfasse sui suoi occhi in lacrime. Ognuno ne dava un’interpretazione differente: chi la immaginava così per l’incanto della mattina, chi per la musica delle chitarre, chi vittima del nostro stesso desiderio.

Non ci scoraggiavamo e le portavamo allora fiori o gusci di conchiglia, che lei faceva risuonare nella sua collana posticcia prima di immergersi ancora in un mare pieno di correnti, che smetteva di chiamarsi col proprio nome e prendeva a prestito quello di Chiara così come tutto il paese, gli scogli, i pomeriggi sulla sabbia, le passeggiate solitarie e il vento di quell’estate, l’ultima in cui saremmo stati tutti assieme, l’ultima assoggettata ai profondi giorni di vuoto quando lei scompariva senza motivo.

Ci additava come stranieri, come chi non può capire davvero: la stessa incomprensione, nonostante tutti gli anni trascorsi assieme, che rivedo nuovamente in questo ritorno, nel suo sguardo intenso riflesso dal finestrino dell’auto.

Siamo vicini. Se gli altri fossero qui con me, quando compariranno il mare e gli scogli e le dune di sabbia gialla sotto un sole rosso e le fiamme di falò tardivi in lontananza chiameremmo tutto di nuovo Chiara mentre lei, testa sul vetro, è persa nel ricordo della collina antistante l’asfalto, dove la vegetazione marina, incerta della luce e dentro una sbiadita appartenenza, è ancora, indissolubilmente, pastello.

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Perdersi nella letteratura di Luciano Funetta

C’è un racconto in cui Sergio Pitol, nel tentativo di spiegare perché, dal suo punto di vista, la vita degli scrittori e quella dei lettori per molti aspetti sia simile a quella dei folli, cita una frase tratta da Zanzare di Faulkner. A dire il vero la citazione è indiretta: Pitol non cita Faulkner, ma la scrittore cileno José Donoso, in particolare il romanzo di Donoso Donde van a morir los elefantes, in cui la frase di Faulkner compare come esergo: 《A novel is a writer’s secret life, the dark twin of a man》.

Pitol sostiene che la frequentazione non occasionale della letteratura porti alla scissione di una vita in due segmenti paralleli. In uno ci si muove normalmente, tra faccende di soldi, debiti, lavoro o disoccupazione, sussidi, amore, malattia, in poche parole tutto ciò che, dal momento in cui si è nati, è necessario, giusto e irrinunciabile vivere. La realtà del secondo segmento funziona in un altro modo, si cammina come in sogno, tutto assume il valore di un possibile dettaglio letterario, di uno sviluppo romanzesco, di un’oscillazione della prosa. Di questo Pitol è grato, perché Pitol, nei momenti in cui la vita parallela prende il sopravvento, 《sente voci nelle voci》e ringrazia 《le Muse per avergli trasmesso quelle voci senza le quali sarebbe perso》, e ragiona sul fatto che quando non gli sarà più possibile sentirle, quando non si sveglierà più nel cuore della notte per appuntare una frase o leggere una pagina che gli è apparsa in sogno, sentirà arrivare la morte, non la morte definitiva, 《ma la morte in vita, il silenzio, l’ibernazione, la paralisi》.

Una delle storie di cinema che più mi affascinano è quella relativa a Il ladro di orchidee, film diretto da Spike Jonze e scritto da Charlie Kaufman. Quest’ultimo, incaricato di adattare un saggio per il grande schermo, entra in crisi e se ne esce con la storia di uno sceneggiatore altrettanto in crisi che non sa come adattare il saggio su cui avrebbe dovuto lavorare (il titolo originale non per niente è Adaptation). Ho pensato a questa storia rileggendo la sinossi di Domicilio sconosciuto di Luciano Funetta, saggio narrativo sulla letteratura latinoamericana che ha per protagonista proprio colui che il saggio deve scriverlo: Guerra, scrittore e portiere notturno di un albergo, che riceve il compito dal misterioso Direttore dell’Istituto, iniziando un viaggio dalle tinte fortemente oniriche attraverso le pagine di alcun* dell* miglior* scrittor* latinoamerican*.

Funetta l’ho scoperto tramite un libraio di fiducia, Danilo della Gogol & company di Milano, ed è stato amore a prima lettura. Un amore strano, indecifrabile: il suo esordio Dalle rovine, uscito nel 2015 per l’allora splendente collana di narrativa di Tunué, l’ho divorato, letto in un giorno solo dalla mattina alla sera, e ad anni di distanza non saprei dire molto della sua trama. Ricordo l’incipit, folgorante, in cui un uomo appassionato di serpenti deve decidere, a causa di un incidente domestico in cui sono coinvolti la figlia e i rettili, fra la famiglia e il suo “hobby”: lui sceglie i serpenti, e già solo qui ci sarebbe materiale per un intero romanzo. Invece Funetta usa questo pretesto per portarci in un viaggio allucinato che si snoda fra l’enigmatica città di Frontiera e Barcellona, esplorando un mondo fatto di pornografia che confina con gli snuff movie e trainandoci non tanto in una storia quanto in un’atmosfera misteriosa, torbida, attraente e respingente allo stesso tempo. L’ho incontrato una volta, alla presentazione del suo libro seguente Il grido (da cui sono rimasto molto meno entusiasmato), e ho ammesso candidamente di aver adorato Dalle rovine ma senza sapere perché: altrettanto candidamente lui ha detto di non sapere perché lo ha scritto, ma non so se era una frase di circostanza e se lo direbbe ancora oggi. Di certo, se non aveva la risposta prima, vagare all’interno dell’Istituto potrebbe averlo aiutato a trovarla.

Domicilio sconosciuto, pubblicato a ottobre 2023 da UTET e scoperto colpevolmente in ritardo almeno un semestre più tardi (neanche a farlo apposta nella stessa libreria dove avevo comprato il suo libro d’esordio), non è un saggio nel vero senso della parola e nemmeno un romanzo, visto che la trama si esaurisce quasi nel suo incipit: la ricerca di Guerra, per quanto lo porti a viaggiare e a ritrovarsi in frangenti misteriosi e inquietanti, è più interiore che esteriore, non è analitica ma caotica, volta a spiegare più a sé stesso che ad altri ciò che della letteratura sudamericana ama e perché. Lo fa ragionando sui passi di alcuni dei letterati più noti del panorama, partendo dal Borges che di quella corrente considera mefistofelico iniziatore (si cela lui dietro i panni del Direttore), per poi addentrarsi sempre più fra nomi ingiustamente dimenticati, scavando alla ricerca dell’essenza stessa di quegli scritti che lo hanno plasmato, di un senso laddove esso stesso sembra alimentarsi di incompiutezza.

È questo il senso, il senso profondo, della letteratura del Direttore e dell’intera letteratura dell’Istituto. Il loop e l’orrore, lo scherzo e l’incubo che Kafka e Joyce avevano tentato di esaurire e di cui quasi nessuno aveva avuto il coraggio di farsi carico dopo di loro, hanno attraversato l’oceano e trovato una nuova casa, o meglio una nuova mente che è un altro modo per dire una nuova forma, quella forma che Garcia Márquez disprezzava, quella che Garcia Márquez chiamava con sdegno letteratura d’evasione. Come si può essere tanto distratti da arrivare a parlare di evasione in merito a una letteratura che disegna una prigione?

Quello orchestrato da Funetta è un viaggio discontinuo che, come i migliori viaggi, non si intestardisce a raggiungere il punto B dal punto A ma parte e basta, da Macedonio Fernández (“Non avevo mai pensato di cominciare da Macedonio, ma forse è Macedonio che ha deciso di iniziare da me, come un assassino che sceglie la sua prima vittima”) passando per una conferenza a cui sono presenti una Traduttrice, un sosia di Philip Dick e uno scrittore messicano senza un braccio, stanze vuote e fotografie sbiadite, una Vienna spettrale e un mare di parole, citazioni, ragionamenti sulla scrittura, la letteratura e sull’abisso misterioso su cui la parola scritta o letta ci fa affacciare.

I viaggi senza meta però sono i migliori quando riescono, quando sei nella disposizione d’animo adatta ad accettare il rischio, quando anche gli imprevisti diventano esperienze: in caso contrario saranno viaggi a metà, privati sia della sicurezza che del fascino dell’avventura. Come già in Dalle rovine, anche se in maniera differente, Funetta riesce ad essere la guida turistica perfetta per l’oblio, suscita sensazioni profonde e qui fa innamorare di ogni scrittore e scrittrice citat* (magari non di Garcia Márquez, anche se al suo gruppo di “narratori incalliti, che hanno interpretato la realtà e scelgono l’allegoria per esporre la loro verità in forma di parabola” riconosce il merito di essere stati loro “in più di un’occasione, a salvarmi la vita”), portandoci fra le loro opere, facendole rivivere nitide e allo stesso tempo fumose perché siamo pur sempre alla “festa della sparizione, il party dell’incompiutezza”.

《A priori, lo scrittore non è nulla, non è nessuno, condizione che, a dire il vero, metafisicamente parlando, egli condivide con gli altri esseri umani dai quali però si differenzia per un dettaglio insignificante eppure decisivo, sufficiente a influenzare la sua vita: se per la maggior parte delle persone la costruzione dell’esistenza consiste nel riempire questa assenza di contenuto con svariate proiezioni sociali, lo scrittore deve fare di tutto per preservarla.》 Così scrive Saer, forse non proprio così; forse ancora una volta devo rassegnarmi all’imprecisione. Saer è stato soprattutto autore di romanzi, è vero, ma i suoi sono romanzi in cui la tensione narrativa si avvolge su se stessa e, attraverso una prosa inattaccabile, spinge l’orizzonte degli eventi narrati verso un bordo pericoloso, quello dell’incomunicabilità.

Domicilio sconosciuto è imprescindibile per chiunque abbia provato qualcosa esplorando la letteratura latinoamericana e a quel qualcosa non sa dare un vero nome. Perdersi alla ricerca di quel senso, senza l’imperativo di trovarlo, è un viaggio da brividi: Funetta è la miglior guida che non sapevo di cercare, e nel parlare di letteratura riesce a farne di sublime.

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Racconto in musica 179: Panchina (Carl Brave – Professorè)

Settimana scorsa ho utilizzato un famoso meme per spiegare in parte un concetto che volevo esprimere, farò lo stesso oggi e lo faccio subito.

Quest’immagine di Steve Buscemi (che nella mia mente si confonde con un quasi sovrapponibile Steve Martin in una scena in cui per fare il giovane parla a dei ragazzi dicendo “ehi yo, che succede yo?”) rappresenta alla perfezione la sensazione di essere fuori dai tempi. Io ho quarantacinque anni e non sono rimasto bloccato ai dischi di quando ero un’adolescente, ma devo ammettere che buona parte dei miei ascolti sono influenzati dal mio percorso e che capire ciò che ascoltano l* giovani d’oggi (terminologia anch’essa anziana, contando che l* giovani non sono una singola entità e che quando ero giovane io ascoltavo ben poco di ciò che era considerato la “musica dell* giovani”) mi risulta complicato. Ho un nipote di diciotto anni e potrei farmi una cultura con lui, anche se sospetto che non ne ascolti molta, e qualche nome mi arriva da una collega con le figlie in piena adolescenza che ascoltano un sacco di trap (che pure a lei non dispiace affatto), mi sono pure sbilanciato a parlare di Lazza in tal senso ma è inutile dire che mi sento un pesce fuor d’acqua e non mi verrebbe in mente di scrivere un racconto partendo dalla canzone di un artista della scena rap/trap/hip hop odierna nostrana: dove non arrivo io arrivano però finalmente le nuove generazioni, così oggi ci troviamo a parlare di Carl Brave grazie alla quattordicenne Annie Cecchetti.

In verità è un’accoppiata scrittrice/editor quella che ha portato Annie su queste pagine, perché il mio invito a collaborare era inizialmente rivolto a suo padre Arjuna. Classe 1976, archeologo e scrittore, Arjuna nel 2021 ha pubblicato per Dalia Edizioni il romanzo Non pensarci due volte, storia del viaggio di una tredicenne attraverso l’Appennino che, oltre a essere stato segnalato dal Premio Calvino prima della sua pubblicazione, nel 2022 ha vinto anche il Premio Demetra per la narrativa ambientale all’interno di Elbabook. Con i successivi libri Tula a caccia di colori e Tula e i capelli di Madre Natura, sempre editi da Dalia e adatti a un pubblico dai sette anni in su, Arjuna conferma la sua capacità di guardare alle nuove generazioni con partecipazione e sensibilità: ne sono ulteriore conferma i suoi racconti, apparsi su Nazione Indiana (qui e qui gli altri due) e su In fuga dalla bocciofila, quest’ultimo primo capitolo di un nuovo romanzo che speriamo trovi presto un editore. Di sé aggiunge che abita in Umbria e ascolta Sinead O’ Connor, una passione che si nota bene dalla poesia Elegie dublinesi dedicata alla sua canzone Troy e che gli ha permesso di vincere la seconda edizione del concorso Note d’inchiostro, che è poi dove l’ho conosciuto: sua figlia Annie invece, che usando una figura abusatissima più del meme di cui sopra ha ancora “tutta la vita davanti”, di sé dice solo che ha quattordici anni, ascolta trap ed è un’atleta di scherma (e, aggiungiamo noi, dimostra già un certo talento per la scrittura).

È ascrivibile al genere trap la musica di Carlo Luigi Coraggio, in arte Carl Brave? Non lo so dire, ma da ascoltatore disattento delle nuove tendenze mi sembra più navigare su quella linea di confine fra un pop infarcito di tendenze anni 80 e il rap duro e puro, iniettando in questo mix la sua visione delle cose scevra perlopiù delle tendenze machiste e gangsta di gran parte della scena trap (a cui, da profano, potrei associarlo al massimo per l’uso saltuario dell’autotune). Più Coez che Sfera Ebbasta volendo fare paragoni azzardati, e come il Lazza di cui avevamo parlato mesi fa pericolosamente in bilico anche su un altro confine: quello fra la musica indipendente e la musica delle grandi major. Coraggio è uno di quelli che ha fatto il salto, tutti i suoi dischi solisti (Notti brave, 2018, Coraggio, 2020 e Migrazione, 2023) sono usciti per Universal e le collaborazioni che ha inanellato sono con nomi noti come Francesca Michielin, Fabri Fibra, Elodie e Gué Pequeno: è anche però uno che alla musica ci è arrivato con gavetta e forza di volontà, e che alla musica ha anche rischiato di non arrivarci proprio. Promettente cestista in quel di Roma, dove cresce nel settore giovanile della Fortitudo, Coraggio alterna rime e canestri fino alla stagione 2014/2015, anni in cui ha già iniziato a pubblicare musica: è del 2012 il mixtape con la Molto Peggio Crew Sempre peggio vol.1, seguito nel 2014 da Brave EP, l’esordio che non so se definire ufficioso o ufficiale. Gli anni immediatamente seguenti sono dedicati perlopiù a collaborazioni, la prima con il rapper Espanishi nel duo elettronico Wankers con cui pubblica l’EP Where’s Joe Wanker? (2015), la seconda con Franco126, membro della crew 126 e come lui all’interno del collettivo Guasconi: inizialmente i due lavorano a un disco solista di Coraggio che non uscirà mai, poi il tutto confluisce nel progetto Carl Brave x Franco126 che li porta alla sempre attenta Bomba Dischi, etichetta che è una porta girevole fra l’indie e il mainstream e che si conferma tale col duo.

Polaroid esce nel 2017 ed è un successo, vengo sfiorato anche io dalla sua notorietà grazie alle classifiche di fine anno di Rockit ma non approfondisco, non come ho fatto negli ultimi giorni perdendomi fra le rime e le note della musica di Coraggio, che subito dopo divide pacificamente le strade con Franco126 (ma non con la crew 126 in toto, viste le plurime collaborazioni con Ketama126) che porterà entrambi ad una carriera solista densa di soddisfazioni. E io, ne ho ricevute di soddisfazioni da questa immersione? Solo in parte, perché il mondo che descrive non è il mio ma non è neanche così lontano come può esserlo quello della trap infarcito di machismo, droga e successo: è più a portata di mano, denso della sua Roma e di storie d’amore finite male, malinconico a tratti, arrabbiato raramente e ironico molto spesso, che l’ironia è sempre un ottima arma per non farsi abbattere dalle sfighe della vita. Il Carl Brave che riesco ad apprezzare di più arriva da un disco (a sensazione) meno cagato, Sotto cassa (2021), più tamarro e ritmato, sei brani riproposti anche in breve versione acustica che lo vedono duettare con gente tipo M¥SS KETA e Gemitaiz che esplorano un lato di Coraggio che nei dischi resta più confinato, soprattutto nell’ultimo Migrazione: ai Rimpianti cantati con Rose Villain e Nayt preferisco l’Odio espresso con l’aiuto di Jake La Furia, anche se magari fa più brutto e non è esattamente il sentimento che mi contraddistingue.

La canzone che ha ispirato Annie è Professorè, la prima traccia di Notti brave. Fra ricordi di un amore adolescenziale e scene di vita in classe Coraggio riesce a riportarci un po’ tutt* sui banchi di scuola, trovando la giusta alchimia fra personale e generico (a proposito della sua musica e di quella di Franco126 Arjuna dice che “raggiungono una pulizia e una sorta di verità poetica molto rara nella scrittura di canzoni non solo italiana, ma anche anglosassone, ovviamente rimanendo nel contemporaneo e nel giovanile. Intendo dire che il mondo perfettamente riprodotto di questa Roma di pischelli è quasi impeccabile”): Annie a suo modo fà lo stesso, portandoci nella vita di un pischello romano che fra una rima e un kebab, un allenamento di calcio e le chiacchiere con un’amica, si ritrova a scuola proprio Carl Brave e decide di sfruttare l’occasione. Qualunque errore nel gergo romano, sul quale mi sono avventurato in un rischioso editing da piemontese trapiantato in Lombardia, è da imputarsi a me, qualunque pregio al duo dei Cecchetti che si è occupato della scrittura e del (marginale) editing: non mi resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Panchina, di Annie Cecchetti

La mattina arriva sempre in ritardo
passo il mio tempo pensando
latino prima ora
vorrei parlare con quella mora
ma è pariola
non è della mia zona

Carina però non centra con “Panchina”, vorrei parlà di abitudini, non vojo tirà in ballo le femmine.

La notizia arriva alla terza ora quando la prof annuncia che Carl Brave verrà a parlare a scuola. Isa è contentissima, io non ce posso crede. Torno a casa con la musica nelle cuffie, crollo in camera, la sveglia suona alle cinque, preparo il borsone e dico a mamma che so’ pronto, mamma si acchitta n’attimo e pija le chiavi della mini. Al campo saluto il mister, il mister dice ‘na cosa a mamma, lei sorride. Oggi c’è rifinitura e domenica la partita col San Lollo FC, me mette a marcare Fabio, quello è un colosso e io sto preso male. Mamma ha il turno di notte, me toccano i sofficini e Amadues che me fà un TSO, mangio zitto e bono che domani è il grande giorno, devo assolutamente presentarmi a Carletto.
La mattina prendo posto accanto a Isa e al prof de sostegno, appena entra Carl ce spiega in rima che sta a scuola pe’ parlà de educazione sessuale, ce fa il discorso e tira fori lo scatolone coi preservativi, quando me passa i durex gli dico che ho una cosa da dirgli in privato. Lui capisce e dice che il pomeriggio sta in studio a via Gallipoli, “Te aspetto piskè” e passa al prossimo. Non torno a casa, finisco le winston e me sfondo di kebab sulla metro B. Iphone al tre percento, me la faccio a tentoni per l’EUR, arrivo a ‘na palazzina tutta nova, suono il citofono, me risponde una tipa, entro, la sala è divisa in due da un vetro, da una parte il mixer, dall’altra due poltrone, Carl esce da ‘na porticina scartando un kitkat e dice “T’ho fatto venì qua perché c’hai la faccia simpatica, ma spicciate che c’ho il treno per Bologna.”

Respiro e dico “So’ venuto perché te vojo fa sentì ‘n pezzo!”

Me fa cenno de sedemme. “Allora, te farò ‘n paio de domande, poi il pezzo lo mandi a Laura che lo ascolta per me.”

Laura me sorride dalla altra parte del vetro, detto fra noi una veramente bona.

“Prima domanda, perché scrivi?”

“Scrivo perché me aiuta a capì quello che c’ho intorno.”

“Quell’altri piskelli avrebbero detto ‘na cosa tipo a zi’ io scrivo pe’ fa i soldi, bitch, cocaina cotta in cucina, powpow!”


Ridemo, poi me dice che me devo trovà un socio e che devo dà una forma a sti capelli che così paro ‘na scodella. Esco che non ce sto a capì un cazzo, pijo un fior di fragola, perdo l’atac, aspetto un’ora, quando arrivo trovo Isa sotto al portone, saliamo, mamma è in doccia, ce buttiamo sul divano poi prendo il pc, scrivo la mail, allego l’audio di “Panchina” e invio. Isa me chiede se dopo esco, le dico che sto preso male e che resto a casa, lei me manna affanculo.
La domenica è ‘na merda, la partita finisce tre a zero per San Lollo, il mister ce vole strozzà a tutti, poi, mentre sto in macchina che guardo de fori lui che ce sta a provà con mamma, arriva sto messaggio “A piské, il pezzo ce sta, ho creato una base, esercitati.”

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Ora è ufficialmente periodica, ovvero Tremila Battute numero due – la fanzine

Quali motivi ci sono dietro alla creazione di un progetto? Quali obiettivi ci si pone per portarlo avanti? Quanto c’è di narcisistico e quanto di “necessario” (con le mille virgolette del caso) quando ci si pone davanti alla tastiera per dire la propria su qualcosa? Sono domande che probabilmente ho già scritto in altri articoli, molto spesso temo, ma che mi si affacciano ogni volta che posto un articolo o un racconto e mi chiedo, alla fin fine: perché porto avanti Tremila Battute?

E la risposta è boh, ma intanto continuo a farlo.

Spero che mi aiuti a pubblicare qualcosa un giorno, magari quando avrò finito il romanzo che sto scrivendo da più di un anno? Certo che sì, ma realisticamente non penso che un blog che si è volontariamente ficcato nella nicchia della nicchia possa convincere una casa editrice a darmi un’opportunità né un favoritismo qualsiasi per scavallare la pila degli inediti (checché ne dica Vanni Santoni, che pure ho seguito perché alla fine ho creato una “rivista” invece di collaborare con quelle già attive, dando il mio contributo al frazionamento del mondo della lit web). Penso di aiutare il mondo della musica? Nì, magari a qualcun* ho fatto scoprire nuova musica ma dubito che artist* che facevano la fame siano passat* a caviale e champagne dopo che ne ho parlato io, anche se con questa logica non si farebbe niente e anche una goccia nel mare (nel mio caso una recensione o un racconto) può aiutare. Penso di dare uno spazio a persone di cui apprezzo la scrittura? Sì, e infatti quando non arrivano me le vado anche a cercare: a volte si trovano abbastanza bene da tornare, e nelle prossime settimane fra new entry e ritorni la mia voce, narrativamente parlando, non la sentirete.

È anche il motivo per cui ho creato una fanzine che riunisce il meglio della stagione appena passata, mettendo insieme artigianalmente immagini (più o meno) calzanti pescate dalle bacheche gratuite dell’Internet con i racconti che gli autori e le autrici hanno gentilmente donato alla causa della musica bella che fa la fame. Con questa siamo arrivati al numero due, dopo un numero zero di prova e un numero uno che già lasciava presagire un seguito: dentro quelle pagine io ci sono solo per fare un’introduzione pretestuosa quanto quella che state leggendo, mentre tutto lo spazio restante è ad appannaggio di Christina Nike Gagliardi, Lorenzo Del Corso, Stefano Tarquini, Iacopo Innocenti, Cristina Nori, Diego Frau, Matteo Quaglia e Lorenzo Santangeli. Potete leggere i loro racconti ai link correlati al loro nome, scoprendo qualcosa in più anche sull* artist* che hanno ispirato i loro testi, oppure scaricarvi il pdf della fanzine a questo link, che poi è il motivo per cui sto sprecando tutto questo spazio intonso: la fanzine avrà anche una vita cartacea in un numero limitato di copie (il che mi fa sentire in colpa per gli alberi che farò abbattere per la vanità di voler avere un supporto fisico a testimonianza), che potrete trovare… Da qualche parte, quando e se riuscirò a spacciarla in giro: probabilmente ne troverete qualche copia il 26 settembre al Circolo Masada di Milano, dove alle 21 avrò il piacere di dialogare con Andrea Betti a proposito del suo libro Una breve visita (ne avevamo parlato qui), per il resto vi conviene restare connessi alla pagina Facebook che trovate al link più in basso. E sì, lo so che Instagram sarebbe più funzionale, che Facebook ormai è da vecchi, ma ho anche un lavoro, a un altro profilo social non ci sto dietro e poi se faccio cose troppo funzionali al successo ricomincio a farmi le paranoie: stateci, leggete la fanzine e spacciatela nei posti belli.

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Racconto in musica 178: La figlia (The Black Heart Procession – A cry for love)

Facciamo un gioco: vediamo quanti di voi hanno cercato di comprare (o conoscono qualcun* che ci ha provato) un biglietto per la reunion degli Oasis. Aspettate, tenete ancora le mani su… Ok, ora potete abbassarle, tanto non le vedo comunque. Il ritorno insieme, a meno di sorprese, dei fratelli Gallagher è stato un grosso evento in questi giorni di fine estate nel mondo della musica, ha portato un’ondata di entusiasmo e di gente disposta a fare come il famoso meme con Fry di Futurama che allunga i soldi e urla “Shut up and take my money”. Io invece, immune al fenomeno non per ragioni anagrafiche (ci ero dentro in pieno) ma perché un sacco di canzoni loro non le sopportavo (Don’t look back in anger su tutte), mi sono chiesto “quanto faranno pagare le birre gli strozzini che gestiscono l’organizzazione?”

Ok, lo conoscete, ma sono un fan di Futurama e dovevo metterlo per forza

Non so se il sistema concerti gode di buona salute, ma io sono dell’idea che dovrebbe scoppiare. Almeno in Italia, per piccoli (neanche così piccoli) dettagli che ti fanno capire che per i promoter sei solo una mucca da mungere e all* artist*, probabilmente scornati dal nuovo paradigma “meno dischi più stream”, interessa troppo poco (più probabilmente niente) che un fan con qualche problema economico fatichi a prendersi una birra senza sentire un fastidio nella zona del deretano (senza toccare il tasto “prezzi dei concerti”, che se no ci tocca rimpiangere ancora di più i Fugazi). Sono stato a un concerto dei Dropkick Murphys al Carroponte, e l’inculata di pagare sei euro una Poretti da 40 cl. è stata mitigata solo dal fatto che pagavi oro anche il cibo; certo avrei potuto portarmi un panino da casa, sempre che me lo lasciassero passare ai controlli e non facessero come a un’amica, al Metal Park in provincia di Vicenza, che si è vista buttare via del cibo che le serviva avendo un regime alimentare particolare e, in nome del fatto che la gente deve spendere (vogliamo aprire il discorso token? Se siete stati a un concerto abbastanza grosso sapete di cosa sto parlando), si è sentita chiedere il certificato medico da un addetto alla sicurezza; che poi alcun* di quest* addett* li capisco, a Roma al concerto di Fabi-Silvestri-Gazzè mi davano l’impressione di essere volontar* sfruttat* perché sapete, con il CIRCO MASSIMO pieno e i banchetti che la birra la vendevano a OTTO EURO (ma da 50 cl!) c’era bisogno di recuperare soldi da qualche parte… L* capisco, insomma, se erano un po’ distratt* e non si sono accort* della mia borraccia o di quei contenitori pieni di birre che venivano vendute all’interno di straforo mentre ti eri visto rompere le palle (o le ovaie) per il tappo della tua bottiglietta d’acqua.

Ma perché tutto questo sfogo? Un po’ perché ci volevo fare un articolo su questo sistema di sfruttamento di massa da cui cerco di tenermi il più possibile lontano (viva il Magnolia, che almeno tiene prezzi umani, non dico popolari ma umani, quando già i biglietti costano un occhio della testa), un po’ perché mi è venuto automatico il gancio agli Oasis pensando ai The Black Heart Procession, ovvero la resident band della settimana.

A permettermi di parlare di loro è il gradito ritorno di Alessandro Busi. Ottimo scrittore di racconti e grande appassionato di musica, Alessandro ci aveva donato un suo testo poco più di due anni fa (lo trovate qui, insieme ai link ai suoi numerosi contributi alle altre riviste letterarie): nel frattempo non se n’è stato con le mani in mano, e dopo aver esordito col romanzo Fino all’inizio ha pubblicato con piédimosca anche una microfinzione nell’antologia Multiperso e scritto un testo per L’ora senza ombre, antologia curata dalla rivista In allarmata radura che Pidgin pubblicherà il 3 ottobre. Oltre a segnalarvi il suo blog Come un cane sulla luna ci teniamo a evidenziare anche un progetto che l’ultima volta ci era sfuggito, relativo a un evento storico che in questo periodo torna sempre all’attenzione: Doveromentrecadevano, un blog in cui Alessandro ha raccolto per pochi mesi del 2021 brevi testimonianze sulla domanda che tutti si fanno pensando all’11 settembre 2001.

Ma che c’entrano i The Black Heart Procession con gli Oasis? A livello geografico niente, perché i fratelli Gallagher stanno a Manchester mentre Pall A. Jenkins (voce, chitarra e sega elettrica) e Tobias Nathaniel, il cuore pulsante della band, sono di San Diego, e a livello musicale nemmeno visto che, lungi dal fare brit-pop, i TBHP (va bene se uso l’acronimo?) mischiano cantautorato folk e blues con l’indie lo-fi in una miscela cupa e polverosa. Entrambi i gruppi però sono stati soggetti a reunion, e la band di Jenkins e Nathaniel è un caso piuttosto particolare di band che si riforma senza più pubblicare dischi (cosa che penso li accomunerà ancora di più agli Oasis): funziona così dal 2016, ma la storia parte più da lontano.

Già membri dei Three Mile Pilot, i due membri fondatori dei TBHP se ne allontanano nel 1997 per concentrarsi su un side project che abbia qualcosa di diverso da dire rispetto all’indie rock del gruppo che lo stesso Jenkins ha contribuito a formare (e nel quale entrambi riconfluiranno nel 2010, ad anni dallo scioglimento, per creare il quarto album The inevitable past is the future forgotten). Lo trovano nella tradizione più oscura della musica statunitense, scarnificando e incupendo il loro suono e uscendo, dopo aver assoldato Mario Rubalcaba alla batteria, col primo disco chiamato semplicemente 1 già l’anno successivo alla formazione, pubblicato dalla Headhunter che già era etichetta dei Three Mile Pilot. Da qui inizia un percorso musicale che si estende fino al 2013 (ma l’ultimo parto creativo, l’EP Blood bunny/black rabbit, esce nel 2010 per Temporary Residence Limited) e che sarei ipocrita a narrarvi con dovizia di particolari estrapolati da wikipedia o altrove (ma vi consiglio caldamente, se volete saperne di più, questa intervista pre-scioglimento e successiva reunion firmata da Michele Minnini e Claudio Fabretti di Ondarock, che fa anche un recap quasi completo della loro storia), avendoli conosciuti da poco anche io e solo grazie ad Alessandro. Posso però provare a spiegarvi quello che c’è nella loro musica, il dolore evocato dalla voce di Jenkins in brani spettrali come When we reach the hill (2, considerato il loro capolavoro, edito nel 1999 dalla Touch & Go come i successivi tre dischi), la delicatezza disperata del piano di Nathaniel in I know your ways (Three), il tentativo di allargare gli orizzonti geografico-musicali al mondo latino con il quarto disco Amore del tropico, ben evidenziato dalla semi title track Tropics of love, senza dimenticare per strada la tensione noir del proprio sound (fantastica da questo punto di vista l’incalzante Sympathy crime), gli sprazzi di luce che, complici arrangiamenti più elaborati, si aprono qua e là negli ultimi due dischi (The spell, 2006, e Six, uscito per Temporary Residence nel 2009), tutto unito dal fil rouge di un brano, The waiter, che i TBHP modulano in cinque diverse iterazioni nel corso degli anni urlando “suca” ai Metallica e alle loro varie The unforgiven. Cambia molto e cambia poco nei sedici anni di attività discografica della band di San Diego, forse un po’ lo sguardo che negli ultimi dischi sembra più guardare alle storie narrate con disincanto piuttosto che lacerante partecipazione emotiva, ma le sensazioni che la loro musica sa evocare restano forti in ogni album (non aspettatevi, da queste descrizioni, una musica depressiva, ma se volete buttarvi dal quarto piano non ve li consiglierei come colonna sonora adatta a dissuadervi dal farlo). I fan che dal 2016, anno della reunion, continuano a seguirli in concerto lo sanno bene, e chissà che in futuro non decidano di rientrare anche in studio: intanto gli si vuole bene anche solo perché si sono esibiti di recente in Italia in contesti come Libera la festa, un piccolo festival dove hanno suonato un sacco di amici di Tremila Battute, il cibo aveva prezzi onesti e la birra, venduta a cinque euro, era buona e artigianale e non la cazzo di Tuborg per cui dovevo svenarmi al Circo Massimo accompagnandola se volevo con patatine confezionate o hot dog e basta (ok, scusate, la smetto di lamentarmi).

Per il suo racconto Alessandro ha preso spunto da A cry for love, undicesima traccia di Amore del tropico. Fra piano, chitarra, archi e batteria minimale la voce di Jenkins parla di ciò che dovrebbe essere l’amore e che, per lui e la persona a cui si rivolge, non è: le complicazioni di questo sentimento emergono anche nel rapporto fra Annarosa e Lucia, madre e figlia unite dal legame di sangue e da una tragedia che cambia forse definitivamente le loro vite. Potete addentrarvi in questa vicenda, ben delineata da Alessandro nel pur breve spazio concesso dal limite di battute, subito dopo il brano che l’ha ispirata: a me non resta che tornare ad augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero e il numero Uno della fanzine di Tremila Battute!

La figlia, di Alessandro Busi

«Paura più che altro.»
«Cosa?»
«Prima, a cena. Mi avevi chiesto perché ti voglio qui.»
«Sei in vena di complimenti.»

Annarosa era il nome di sua madre e di sua figlia. Lucia era stata messa al mondo dalla prima e aveva messo al mondo la seconda.
Un ritmo sicuro nel tempo della vita, ma quel tempo ha talmente tanto da fare. Facile che si confonda. Così era successo che andasse fuori fase e facesse morire la Annarosa bambina di due mesi, invece della donna di cinquantadue anni.
Lucia non sarebbe più riuscita a chiamare la madre con il suo nome.

«Ti sei offesa?»
«Figurati.»
«Allora dormiamo insieme anche domani?»
«A dio piacendo.»

Lucia era stata un’adolescente e poi una donna in carne, secondo i parametri della sua epoca – Jennifer Aniston e Courtney Cox, per dirne due.
La madre incolpava le ore buttate a guardare i telefilm scemi. «Mia figlia – commentava fra sé mentre puliva in bagno – non ne vuole sapere di crescere.»
Eppure Lucia rimase incinta, a ventiquattro anni, come succede alle donne che cresciute lo sono. Annarosa si trasferì da lei per aiutarla con le faccende di casa. Le raccomandava di riposarsi e le chiedeva: «Vuoi che metta il dvd di quel telefilm che ti piaceva? Quello dei ragazzi al bar.»
A Lucia i mesi della gravidanza sembrarono un regalo che non meritava.
Sei la benvenuta nel vero mondo! – diceva la televisione – Fa schifo e te ne innamorerai.

«Mamma.»
«Sono qui.»
«Ti dà fastidio se piango?»
«Basta che non singhiozzi.»
«E se mi scappa?»
«Se controlli gli sfinteri per non fartela nei pantaloni, potrai ben controllare le lacrime.»
«Ma…»
«Non ne posso più dei tuoi ma. Annarosa è morta diciassette anni fa; un mondo. Non c’era la guerra, non c’erano le mascherine, i cuochi erano degli sfigati.»
L’anziana alzò le coperte e, in barba ai suoi sessantanove anni e alla sua corporatura mingherlina, rotolò sul corpo della figlia. Le appiccicò le mani in faccia. Premeva con i palmi quelle guance gonfie di inedia.
«Dillo.»
Lucia borbottava, la lingua con la punta di fuori, spremuta fra i denti e le labbra.
«Dai.»
Era ancora la sua bambina da educare, quella che si era fatta ingravidare dal primo che passava, appena lei si era fidata che fosse grande abbastanza da non doverla controllare.
«Da brava.»
Non aveva neanche saputo darle una nipotina sana, né era stata capace di guarirla.
«An.»
«Mmmm.»
Al telegiornale corsie d’ospedale, auto fumanti, animali mutilati, uomini in doppiopetto, padelle.
«Ripeti: An.»
«On.»
«Na.»
«No.»
«Ro.»
Schiacciò più forte.
Lucia non ripeté, ma disse «Sa» e spinse via la madre.
Annarosa si ritrovò sbalzata su bordo del letto, seduta. Si alzò e spense la televisione. Rimboccò le coperte per entrambe. Spense la luce.
Lucia soffiava il naso, ma si capiva che era ancora pieno.
«Mamma.»
«Dimmi.»
«Sono anche contenta che sei qui.»
La madre le mise sotto le narici un fazzoletto dal profumo balsamico. «Dai, su», disse, prima di sentire le dita che si scaldavano del muco di sua figlia.

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Il dolce far niente: Palazzina Laf

Questa estate è stata parecchio complicata a Tremila Battute a livello famigliare, il che ha significato una cessazione delle comunicazioni più lunga del previsto. In mezzo a questo periodo non esattamente fra i migliori della mia vita sono riuscito comunque, giusto per confermare l’adagio vintageviolenciano “agosto come fine esistenziale”, a fare un viaggio all’estero, per la precisione in Andalusia. Potrei parlarvi delle sue città, delle sue spiagge (su cui in realtà non ho mai messo piede, io e la mia compagna siamo riuscit* nell’impresa di non gettarci mai in mare in una regione conosciuta anche, se non principalmente, per il mare), della birra fresca e del tinto de verano buttati giù per ammazzare la calura. E invece vi racconto (brevemente, non siamo ancora un sito di viaggi) delle Badlands de Purullena.

Una piccola anteprima di ciò che vi troverete di fronte arrivando al mirador che permette di goderne il paesaggio è in alto a sinistra, incastonata nel solito patchwork che vuole essere l’immagine di copertina dell’articolo. Siamo in una zona dall’aspetto desertico-roccioso, a un’oretta scarsa di macchina a est di Granada, dove chiunque sogna di andare nei grandi parchi del sud ovest degli Stati Uniti può trovare una valida alternativa a basso costo (cercate immagini di Los Coloraos e capirete). Nel pieno dell’esperienza mistica di ritrovarci quasi da soli ad ammirare questo spettacolo millenario di erosione, io e la mia compagna abbiamo visto arrivare una piccola jeep della guardia forestale (o suo equivalente spagnolo), il cui occupante è sceso e si è installato nella torre che potete vedere, molto in piccolo, sempre nell’immagine in alto a sinistra. Ci è rimasto fino a quando ce ne siamo andat*, una mezz’oretta abbondante più tardi, tempo utile a invidiarlo per il suo lavoro. Ho pensato a quanto avrei potuto leggere, installato lì sopra, con il panorama delle Badlands davanti agli occhi invece dei tetti delle aziende vicine che vedo dal capannone industriale in cui sono impiegato (e siamo già fortunati ad avere delle finestre); ho pensato alla strada per arrivare fino a lì, cinquanta minuti di panorama collinare-montuoso-desertico con traffico azzerato invece dell’oretta scarsa fra Milano e Novara tutta piatta movimentata, si fa per dire, dalle code alle rotonde; ho pensato alla sensazione di fare qualcosa di utile, partecipando alla protezione di una zona incontaminata, invece di produrre bottoni che vanno su abiti di alta moda o divise delle forze dell’ordine.

Ma anche sulle divise storiche conservate al Castillo de Gibralfaro di Malaga!

Ammetto però che il mio primo pensiero, guardando quella torre e la guardia forestale al suo interno, è stato “che bello essere pagati per non fare un cazzo”. E subito dopo ho pensato a Palazzina Laf.

Palazzina Laf è un film del 2023 che io ho recuperato, con molto ritardo e sprezzo del pericolo nei confronti delle zanzare milanesi, al cinema all’aperto vicino a casa mia. Tratto dal libro Fumo sulla città di Alessandro Leogrande, scrittore e giornalista prematuramente scomparso nel 2017 a cui il film è dedicato, si inserisce nell’ampio filone delle pellicole di denuncia delle condizioni lavorative in determinati ambienti, nel caso specifico alla tristemente famosa ILVA di Taranto: più nello specifico si addentra nella vicenda legata alla palazzina Laf del titolo, un luogo dove fra la metà e la fine degli anni 90 venivano segregat* l* dipendent* “scomodi” che impugnavano il licenziamento o rifiutavano il demansionamento al rango di operai e operaie, pratica oltre che illegale anche pericolosa visto che il personale non era formato per quel tipo di lavoro. L’abilità di Michele Riondino, attore qui al suo esordio alla regia, è di trasportarci in questa vicenda non attraverso una delle vittime ma tramite una figura ibrida e controversa, quella di Caterino Lamanna.

Lamanna abita in una masseria in disuso dispersa nel nulla, dove gli animali muoiono da un giorno all’altro a causa dell’aria inquinata dal vicino polo siderurgico in cui lavora come addetto alla manutenzione degli altoforni. Ha ottimi motivi per avercela con il mondo, e in effetti è con un suo sfogo che inizia il film, subito dopo averci mostrato un funerale a cui partecipa anche, fra sguardi non esattamente benevoli, una figura allo stesso tempo distinta e viscida, ovvero il dirigente Giancarlo Basile (Elio Germano). All’uscita dalla chiesa Basile intercetta Lamanna in un bar, ascolta le sue parole piene di rabbia non verso la sua situazione, non verso il lavoro di merda che è costretto a fare per tirare avanti, bensì verso colleghi e colleghe che scioperano contro le politiche messe in campo dall’ILVA, e intravede un’opportunità.

La faccia di merda di chi ha intravisto l’opportunità di metterlo in culo a tutt*

Nei giorni successivi Basile riesce con poco (vaghe promesse e una panda mezza scassata) a conquistare la fiducia di Lamanna, convincendolo a diventare i suoi occhi e le sue orecchie fra le proteste che stanno montando in azienda, alimentate soprattutto dal complicato lavoro dei sindacalisti interni Aldo Romanazzi (Michele Sinisi) e Renato Morra (Fulvio Pepe). Parafrasando il modo in cui il Lebowski ricco si rivolge al Drugo nel film dei fratelli Coen, Lamanna si dimostra incapace di svolgere in maniera efficace un compito in sé abbastanza semplice: dovrebbe mantenere un basso profilo, invece prima (suo malgrado) finisce in mezzo alla carica delle forze dell’ordine contro i manifestanti, poi si intrufola in una palazzina in disuso dove ha visto entrare alcuni dipendenti fra cui Romanazzi, aggirando con modi da teppistello il carabiniere a guardia dell’edificio. È così che si trova di fronte alla condizione dell* diseredat* dell’azienda, l* confinat* nella palazzina LAF (acronimo di laminatoio a freddo, la vecchia destinazione d’uso del complesso), dipendenti costrett* a passare le loro giornate giocando a pallone nei corridoi, a ping pong con faldoni al posto delle racchette, pregando insieme o semplicemente guardando il muro in attesa dello scadere della giornata lavorativa.

E a Lamanna tutto quello piace. Lui, costretto a respirare merda attaccato agli altoforni, non vede la disperazione che regna nella palazzina ma solo un branco di fortunat* pagat* per non fare niente, tanto da lamentarsene con un Basile a cui non pare vero di ritrovarsi fra le mani il jolly quando già temeva di aver pescato dal mazzo la carta sbagliata: in men che non si dica anche Lamanna viene trasferito, orgoglioso della sua opportunità di non dover fare niente per tutto il giorno e pronto a fare la spia ancora più dall’interno.

Quando pensi di essere il più furbo di tutti, e invece

Da qui in avanti Lamanna ha modo, lentamente, di capire le ragioni per cui la LAF viene considerata un lager e non un paradiso, fra persone che rifiutano l’idea di venire sminuita la propria professionalità e altre che capiscono, anche a causa di problemi fisici, che quella è semplicemente l’anticamera del licenziamento, tutte comunque al limite della sopportazione perché potrà anche essere bello non fare niente per qualche giorno ma c’è anche chi, citando invece in questo caso un vecchio film di Nicoletta Braschi, trova piacere nel lavorare (ed è quasi disposto ad accettare le proposte al ribasso di Basile quando questi, con faccia di merda inimmaginabile, si presenta nell’edificio cercando di minare l’unione dell* dipendent*). Riondino, coraggioso nello scegliersi il complicato ruolo del protagonista, vaga per le stanze e i corridoi della palazzina con sguardo ottuso e raramente complice, una vicinanza che sembra farsi più stretta quando anche Rosalba Liaci (Marina Limosani), la segretaria di Basile, entra a far parte del gruppo, ma nonostante l’empatia che inizia a sentire per lei e l* altr* confinati come un novello Giuda (similitudine evidenziata da una scena onirica ambientata in una processione, telefonata ma comunque d’impatto) continua comunque a remare contro, svolgere il suo ruolo di delatore mettendo davanti a tutto la sua felicità, identificata in qualche soldo in più e il trasferimento con la futura moglie nella casa di un parente che si è allontanato da Taranto per la tossicità dell’aria causata dal vicino polo siderurgico.

Pur non mancando di scene piazzate apposta per suscitare empatia (penso in particolare al momento in cui il dipendente interpretato da Giordano Agrusta esce dal suo arcigno mutismo per dettare un comunicato da consegnare a un Monsignore che verrà a celebrare messa in azienda), Palazzina Laf riesce ad essere efficace, soprattutto in un periodo storico come questo, perché mette al centro dell’esperienza il punto di vista di un individualista, un uomo piccolo che si crede grande, stretto fra una mansione insalubre fisicamente e una insalubre psicologicamente, il cui interesse principale è rivolto a sé stesso. Non vi tolgo nessuna sorpresa dicendovi che la vicenda dell* confinat* ha una specie di lieto fine (ben diverso e molto più complicato il discorso sull’ILVA in toto), perché oltre alla comprensibile (e ben veicolata) vicinanza per l* protagonist* è il percorso di Lamanna a coinvolgere, quel punto di domanda che si accende a volte nel suo sguardo e che fino alla fine non si capisce se lo porterà ad una rivalsa o se è semplicemente lo sguardo vuoto di chi non capisce il mondo che lo circonda: Riondino si è giustamente guadagnato un David di Donatello per questa interpretazione (oltre alla candidature come miglior regista esordiente e per la sceneggiatura che, orfana di Leogrande, è stata scritta a quattro mani da lui e Maurizio Braucci), come giustamente se lo è portato a casa Elio Germano, talmente viscido ed efficace da farti venire voglia di prenderlo a schiaffi ogni volta che entra in scena.

“Quindi hai il coraggio di dirmi che stavo meglio prima?”

E così, di fronte a uno spettacolo naturale incredibile nel centro dell’Andalusia, Riondino mi ha fatto rimettere in discussione l’idea di trasferirmi seduta stante a Granada per cercare di ottenere un lavoro potenzialmente assassino dal punto di vista psicologico (e per cui non ero comunque chiaramente formato). Il mio presente resta quello di operaio metalmeccanico, in questo preciso momento costretto a una giornata di ferie a causa del calo di lavoro che domani mi farà firmare, in qualità di rappresentante sindacale, la cassa integrazione per le prossime cinque settimane: c’è di peggio, almeno non rischio di essere confinato nel capannone in disuso di fianco a quello in cui lavoro.

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