Racconto in musica 107: Perché non può funzionare sempre così? (Daughter – Mothers)

Di solito inizio questi articoli introduttivi con aneddoti che riguardano il come ho conosciuto la tal band/artista, mantenendo alto il mistero su di chi sto parlando nonostante sia scritto in grosso nel titolo. Oggi farò qualcosa di lievemente diverso, e per farlo dovrò andare indietro nel tempo di una ventina d’anni. Ho già parlato spesso di Indie-Zone, webzine musicale che lotta e resiste con noi (in varie incarnazioni) dai primi anni duemila: per ragioni totalmente casuali che hanno a che fare con le relazioni sentimentali di una mia amica e un programma sull’alternative rock di Radio Lupo Solitario mi ritrovai a far parte della “redazione” della prima versione di Indie-Zone, con le virgolette d’obbligo visto che eravamo in tre/quattro e le riunioni si svolgevano nelle rispettive case smazzandosi dischi sconosciuti (e i pochi, rarissimi, di artisti conosciuti da noi ma comunque sconosciuti alle masse) da recensire poi con dubbia professionalità. Nonostante le premesse IZ crebbe, si affinò, ampliò le rubriche all’interno (mi occupai per anni, a un certo punto quasi in solitaria, del Sonic Sushi Bar, recensioni brevissime che mi hanno aiutato col concetto di sintesi) portando anche alla nascita de Il provocatore, in cui il patron della webzine sproloquiava con fantasia decrescente su temi musicali dicendo la sua in maniera, nomen omen, provocatoria (ricordo titoli tipo “Teatro Degli Orrori come i Savoia: via dall’Italia!” o “Gli Wombats puzzano di pesce marcio”). La crescita portò anche altri redattori, gente che non viveva fra il novarese e la lomellina come noi ma arrivava da svariate zone d’Italia: ricordo in particolare una colonia veneta, almeno due/tre (oggi la precisione qui non è di casa) collaborator* che per anni scrissero i loro pezzi prima che IZ implodesse, che il dominio del sito storico scadesse e che poi, attraverso gli sforzi di Tommaso “TUM” Vecchio rinascesse dalle sue ceneri nella forma attuale, con nuov* collaborator* mentre noi altr* si vagava altrove, facendo cose e vedendo gente come si suol dire (e una rondine non fa primavera, toh). Nella colonia veneta c’era anche un padovano, uno che la penna non l’ha mai dismessa e che dalle recensioni è passato ai racconti e ai romanzi: il suo nome è Alessandro Busi, ed è un piacere immenso averlo oggi ospite qui, con un racconto ispirato ad una canzone dei Daughter.

Dire che ricordo le recensioni di Alessandro sarebbe una falsità, perché non ricordo quasi neanche le mie, ma che erano scritte con competenza e professionalità questo lo posso affermare con certezza, visto che era un periodo oltretutto in cui qualcun* ogni tanto partiva per la tangente e faceva stroncature al veleno da cui partivano pure polemiche lunghissime. Le stesse caratteristiche le ha portate nella narrativa, ambito in cui non sono mancati fin da subito gli attestati di stima, rappresentati da pubblicazioni su pubblicazioni nelle principali riviste letterarie: Grafemi, Tuffi, Tre Racconti, inutile, Altri Animali, Settepagine, Risme (sul Numero zero), Split, Clean, Fillide (questo lo potete ascoltare!), I Libri Degli Altri, Atomi di Oblique Studio, L’Ircocervo, Fragmint, Multiperso e In Allarmata Radura. Ciliegina sulla torta, a dicembre 2021 è uscito il suo primo romanzo per pièdimosca Edizioni, Fino all’inizio, di cui potete leggere qui una recensione sul sito dei compari di Read and play ascoltando la playlist dedicata, visto che (come testimonia anche la sua presenza qui) la musica resta una sua grande passione. Quando non scrive e non ascolta musica Alessandro lavora come psicologo e psicoterapeuta nella sua Padova e aggiorna il suo blog Come un cane sulla luna.

Passiamo invece ai Daughter, una di quelle band che a leggerne la storia ti viene da pensare alle casualità della vita, o alle barzellette in cui ci sono un italiano, un francese, un inglese… In questo caso ci sono una italo-irlandese cresciuta nella periferia londinese, Elena Tonra (voce, chitarra, basso e piano), che fin da giovanissima sublima nella scrittura e nella musica le difficoltà della vita, esemplificate dal bullismo subito a scuola: la sua strada si incrocia con altri due londinesi d’adozione, Igor Haefeli (chitarra, basso, tastiere e programmazione), chitarrista di origini svizzere, e Remi Aguilella (batteria e percussioni), batterista francese, tutti frequentanti l’Institute Of Contemporary Music Performance e che, dopo averla vista esibirsi dal vivo in acustico, decidono di iniziare a collaborare. Siamo nel 2010, la band registra i primi demo e, dopo aver ricevuto pareri positivi, autoproducono il loro primo Ep registrandolo nel monolocale di Haefeli: esce così il 20 aprile 2011 His young heart, quattro brani in cui la voce melodiosa di Tonra si sposa alla perfezione con le atmosfere musicali rarefatte create dagli strumenti, un dream-folk pieno di personalità che comincia a far drizzare qualche antenna, in primis quelle dell’etichetta Communion Records che nello stesso anno produce il loro secondo Ep, The wild youth. A piccoli passi il trio allarga la sua sfera d’influenza, conquistando prima il pubblico londinese e poi la storica etichetta britannica 4AD, che li mette sotto contratto nel 2012 portandoli al primo disco l’anno seguente. In If you leave la loro musica si fa ancora più eterea, densa di riverberi e sognante: il pubblico apprezza, la critica anche e il sogno musicale di Tonra, Haefeli e Aguilella diventa realtà con un tour di 130 date che li porta fra il 2013 e il 2014 a esibirsi in estremo oriente, negli Stati Uniti (di supporto ai The National) e in Australia.

Il seguito non si fa attendere molto, almeno se si conta sul fatto che i Daughter non smettono di esibirsi dal vivo: Not to disappear esce infatti nell’estate 2016, senza perdere le caratteristiche che li hanno resi famosi ma ampliando la gamma di suoni, a volte anche più sporchi e decisi rispetto a quanto ascoltato in passato (sentite il ritmo indiavolato di No care per farvi un’idea). Neanche il tempo di riposarsi che il 2017 vede di nuovo i tre protagonist* di un’uscita discografica molto particolare: una colonna sonora, ma per un videogioco. Music from Before the storm raccoglie le musiche create dai Daughter per l’omonimo videogioco sviluppato da Deck Nine Games (e seguito dello stupendo Life is strange, già di suo strapieno di azzeccatissime canzoni fra l’indie-pop e l’indie-folk) ed è l’ennesimo simbolo di un’ecletticità che Tonra espande ulteriormente l’anno successivo col suo primo album da solista, Ex:Re, ripubblicato nel 2021 con l’orchestra d’archi 12 Ensemble ed il supporto della compositrice Josephine Stephenson.

Una delle caratteristiche che hanno reso grandi i Daughter sono anche i testi di Tonra, evocativi e sottilmente ambigui: Mothers non fa eccezione, parlando di maternità con immagini diverse da quelle che normalmente vengono utilizzate per descriverla. Alessandro ha tratto dalla canzone un racconto che parla di genitorialità e preoccupazioni, partendo con la fortissima immagine di un padre impegnato nell’acquisto di una pistola: se, come da lezione Checoviana, la pistola che appare è destinata a sparare sta a voi scoprirlo più in basso, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Perché non può funzionare sempre così?, di Alessandro Busi

I’ll stay here, the provider of the constant sting they call love”
Daughter – Mothers

«Ne vorrei una piccola.»

Il commesso annuì, «Basta che faccia il suo mestiere, giusto?»

Mise sul bancone una di quelle che le riviste specializzate chiamano armi da borsetta. «Beretta Pico. È un calibro 9 corto.» Avvicinò lo smartphone per compararne le dimensioni.

«La prendo.»

«Non vuole vederne altre?»

Scosse la testa. «Mi piace, la prendo.»

Il commesso verificò che il nome sul porto d’armi e quello sulla patente coincidessero, che la fotografia raffigurasse una versione passata di quell’uomo. «Et-to-re Manzoni» sillabò mentre trascriveva i dati.

«Sono io.»

«Che cognome importante.»

Ettore alzò le spalle come a dire che ci si abitua; come a evitare di dire: non mi parlare e dammi quella pistola; come a evitare di lasciare lì tutto e scappare via; come a evitare di mettere in moto l’auto, sgommare fuori dal piazzale, dimenticare le aggressioni, fermarsi al McDonald’s, prendere due menù cheeseburger da asporto, arrivare a casa, urlare «Tesoro, ho portato la cena!», lasciarsi baciare, chiedere «Ti piace?», pulirle l’angolo delle labbra dalla maionese, gettare le scatole sporche di formaggio e salse nel secco, ascoltare la voce di sua moglie che ninna loro figlia mentre la allatta, vederle piccole, pensare che la vita deve funzionare così, perché non può funzionare sempre così?

Pagò con la carta e ringraziò per il regalo di una piccola scatola di munizioni.

Prese il sacchetto fra pollice e indice.

«Ce ne hai messo di tempo» disse sua moglie quando lo vide salire in auto. Dietro, la loro bambina dormiva nel seggiolone. «Andiamo? Ho una fame.»

Allungò la mano e si fece consegnare il sacchetto dal marito.

«La porto indietro?» chiese lui.

«Madonna, Ettore. La metti sotto chiave.»

«Sì. Ma…»

«Ma? Alice ha sette mesi: come fa ad aprire l’armadio, prendere la pistola, caricarla e spararsi?»

«Hai ragione. È solo per sicurezza, per noi.»

«Vuoi che facciamo la fine dei…»

«No.»

«Ecco.»

Svoltò a destra alla rotonda. Per strada non c’era nessuno.

Lei aveva preso la pistola, la paragonava con la lunghezza delle sue dita. «Non è incredibile che una cosa così piccola possa toglierti la vita?» Fece un ghigno e se la puntò alla tempia. «Sbeong.»

Piegò il collo e tirò fuori la lingua a penzoloni.

Lui rallentò. «Michela, per favore.»

Lei si liberò dalla cintura di sicurezza e si mise in ginocchio sul sedile, dando la schiena al parabrezza. Allungò le braccia e puntò l’arma dritta verso la testa di loro figlia.

«Amore» disse lui.

Rallentò ancora, fino a fermare l’auto in mezzo alla corsia.

«Michela.»

«Ti immagini?»

Alice sbuffò una bolla di saliva. Michela mosse la schiena come attraversata da un brivido. Ettore mollò il volante, picchiettò il costato di sua moglie, che si rimise a sedere e lasciò cadere la pistola nel sacchetto. Alzò le mani a mo’ di resa, sbuffò, tirò le ginocchia verso il collo.

«Ci fermiamo a prendere due panini?» propose lui.

Un’auto li superò suonando il clacson e mostrando le corna fuori dal finestrino. Risero come non facevano da un bel po’.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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