Racconto in musica 171: Frammenti (Marta Del Grandi – Snapdragon)

Abbiamo parlato molto recentemente su questo blog di provincia, grazie all’ultimo libro di Mattia Grigolo, dipingendola come un posto piuttosto orribile dove la prospettiva di emergere o anche solo di fuggirne sembra un miraggio. Ovviamente questa è una semplificazione che approfondisce solo un lato della questione (per problematizzare maggiormente, illuminando il rapporto centro-periferia, consiglio a chiunque di andare ad ascoltare dal vivo Martina Miccichè o in alternativa di leggere il suo libro Femminismo di periferia), ma è vero che da giovane nel mio paesino del novarese non mi sarei mai aspettato di combinare assolutamente niente (e infatti oggi posso dire “dirigo un blog che quando va bene fa trenta visualizzazioni al giorno!”, che è la versione aggiornata del “guardami! Guido il pullmino della scuola!” che Otto Disk rivolge a Bart in una vecchissima puntata de I Simpson). Non mi sarei aspettato che nessuno potesse combinare niente intorno a me in generale, non arrivando da Cerano né da lì attorno in generale, pur essendo vicini a Milano e non, che ne so, sul Monte Amiata, dove i lodevoli Dondolaluva anni fa mi raccontavano non esserci manco i locali dove suonare. Poi è spuntato fuori Bugo, ma era la classica eccezione che conferma la regola, o almeno così pensavo. Poi ho visto un mio amico a Porta a porta, ospite abituale quando si parla di casa reale, argomento su cui ha pure scritto un libro pubblicato da Feltrinelli. Poi ho cominciato ad ascoltare Marta Del Grandi, ho approfondito la sua biografia, e fra anni passati in Belgio e persino in Nepal salta fuori che è di Abbiategrasso. Abbiategrasso? Metà strada fra Cerano e Milano, sempre all’interno di quella cerchia che anni fa consideravo il buco del culo del (mio) mondo, e da cui comunque qualcun* riesce a emergere: non sono abbastanza ottimista da trarne una lezione, ma quando succede qualcosa di bello intorno a voi vi invito a farci caso e a farlo risaltare.

Non che Del Grandi abbia bisogno di me o di questo blog da trenta visualizzazioni al giorno quando va bene per ottenere visibilità, perché il suo secondo disco Selva l’ho visto in molte classifiche dei migliori dischi italiani del 2023, e spesso nella top ten. Cantautrice giramondo, il suo percorso artistico comincia a Milano con un corso di canto ai Civici Corsi di Jazz (come racconta ampiamente in questa intervista) che la spinge a dedicare sempre più tempo alla musica, tanto da trasferirsi a Gent per frequentare il Conservatorio. Proprio in Belgio pubblica il suo primo disco come Marta Rosa, l’autoprodotto Invertebrates, in cui l’influenza del jazz si sente nelle atmosfere soffuse di brani come l’iniziale White snow o Some days ma non si limita a quello, portando ad esempio una briosità più pop in Shoes, rocks and boxes o vibrazioni più nervose ed elettriche in I don’t wanna marry, brano che trae spunto dalla storia di Pippa Bacca e dal modo in cui quella vicenda (su cui vi invitiamo a informarvi) era stata trattata dai media, che è poi quello paternalistico e saccente con cui la società cerca di ingabbiare le donne in una rigida comfort zone invece di insegnare agli uomini come essere migliori.

Gli anni successivi sono caratterizzati dai viaggi, e che viaggi. Del Grandi si sposta fra Cina e Nepal, vive per tre anni a Kathmandu (dove collabora con la sede locale di Sofar Sounds e con l’agenzia WASP – We All Should Play) e inizia a creare la musica che finirà poi in Until we fossilize, il primo disco col suo nome in copertina uscito nel 2021 per Fire Records, uno dei vari album figli della pandemia. Etereo e intimista, composto da remoto con altri musicisti e con poche risorse economiche (il contratto discografico arriverà dopo la registrazione), Until we fossilize si discosta molto dal precedente disco come atmosfere e mostra più compiutamente le capacità vocali di Del Grandi, che appoggiata ai synth soavi di Somebody new o accompagnata nei suoi vocalizzi dalla chitarra malinconica di Shy heart riesce a toccare corde molto diverse fra loro pur rimanendo all’interno di un contesto musicale molto coeso. La voglia di sconfinare, frutto anche di una libertà compositiva maggiore data dal suonare fisicamente con una band (con la quale condivide anche il progetto Mòs Ensemble), la porta con il seguente album a spaziare invece fra generi e influenze molto diverse: Selva mantiene lati intimi come Eye of the day ma si apre al pop gioioso spruzzato di fiati di Chamaleon eyes, alla semplicità chitarra-voce di Stay, ai ritmi elettronici sospesi fra fiaba e inquietudine di Snapdragon e pure a una concessione alla lingua italiana, nella title track, un brano leggiadro intriso di poesia che forse la porterà ad abbandonare l’inglese o forse no, e sicuramente non importa. Forte anche di una collaborazione con i Casino Royale (il brano Cospiro) e con il musicista statunitense Graham Reynolds, in questo 2024 Del Grandi ha pubblicato il nuovo singolo The best sea: è presto per dire se sia il preludio al nuovo disco, di certo da queste parti non vediamo l’ora di ascoltarlo.

Fra le tracce di Selva l’orecchio mi è stato catturato in maniera preponderante dalla già citata Snapdragon, un brano dal ritmo trascinante che la voce melodiosa di Del Grandi lascia sospeso in un limbo fra innocenza e inquietudine, frutto anche di un testo efficace che parla di segreti e alibi ma in maniera quasi fiabesca. L’ascolto prolungato mi ha portato alla mente alcune immagini, fissate come fotografie scattate a una festa di compleanno nel testo scomposto che potrete trovare più avanti, dove ognuno è libero di ricostruire come meglio crede la vicenda. Come ci è finito l’uomo in costume a faccia in giù nella piscina? Chi è il fotografo? E quanto è innocente la bambina che apre felice il suo pacco regalo? Se volete la versione che è nella mia testa chiedete pure, intanto vi lascio leggere e ascoltare la meravigliosa canzone da cui il racconto trae spunto: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Frammenti

Sotto la luce gialla che le illumina le foto sembrano più vecchie, sbiadite. Sono gettate sul tavolo in maniera scomposta, come se chi le stava esaminando le avesse sparpagliate a causa della frustrazione.

  • Nella prima foto dall’alto c’è una bambina sorridente con una scatola in mano. La scatola è avvolta da una carta multicolore, ornata da un fiocco arancione su cui la bambina si appresta a posare le mani. L’inquadratura è lievemente storta, l’immagine è ripresa da lontano.
  • Nella seconda foto della bambina si vedono solo un occhio e qualche ricciolo, dietro la sua testa spunta una bottiglia di birra. Un uomo dalla faccia rossa e sudata la abbraccia e le stampa un bacio sulla fronte: lei non sembra troppo felice. La prospettiva è ravvicinata, probabilmente la foto è stata scattata dall’uomo che abbraccia e bacia la bambina.
  • Nella terza foto un altro uomo, in costume da bagno, galleggia sulla superficie della piscina. Accanto a lui galleggia una bottiglia di birra, poco lontano ci sono nell’acqua anche una sedia di plastica e alcuni palloncini. A margine dell’inquadratura si vedono degli schizzi d’acqua. L’uomo è a faccia in giù.
  • Nella quarta foto la bambina mira verso l’obiettivo con quella che sembra una pistola ad aria compressa. Ha un occhio chiuso, sorride. La foto è lievemente mossa.
  • Nella quinta foto l’uomo in costume discute con la bambina. Lei ha la testa bassa e il broncio, lui è ripreso di spalle e tiene la mano con l’indice puntato vicinissimo al suo naso. Una donna con un bicchiere pieno solo di ghiaccio osserva la scena da una sdraio a bordo piscina, gli occhiali da sole scostati dagli occhi. L’inquadratura è lievemente storta.
  • Nella sesta foto l’uomo che abbracciava la bambina digrigna i denti e fa il dito medio alla macchina fotografica. La prospettiva è ravvicinata, la foto mossa: probabilmente un altro autoscatto.
  • Nella settima foto la bambina è con le gambe a penzoloni nella piscina. L’uomo con il costume non c’è più, la sedia e i palloncini sì. La sdraio su cui era seduta la donna è vuota. L’inquadratura è molto storta.
  • Nell’ottava foto la bambina è in mezzo ad alcune piante di bocca di leone. Ha la pistola in una mano, l’indice dell’altra davanti alle labbra. Una mano sfocata alza il pollice nella sua direzione. A margine dell’inquadratura l’uomo in costume si appresta a tuffarsi in piscina.

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Ferm* tutt*, è uscito il nuovo album de iFasti

iFasti li ho conosciuti in un periodo molto strano della nostra vita: il lockdown. Avevo da poco aperto il blog (e stavo già capendo che sarebbe diventato solo una “aspirante” rivista letteraria), neanche tre mesi, e la band torinese era la prima che scoprivo e di cui capivo chiaramente che per vederla dal vivo ci sarebbe voluto tempo, molto tempo. Troppo tempo in realtà visto che a tutt’oggi ancora non ci sono riuscito, il che spiega, insieme all’apprezzamento per il precedente disco Tutorial (di cui potete leggere la recensione qui), quanto fossi ansioso di ascoltare qualcosa di nuovo. L’attesa è finita ed è arrivato Oltre, fresco fresco di uscita per I Dischi Del Minollo e Scatti Vorticosi Records.

È un disco di cui avrei fatto meglio a parlare ieri, 25 aprile, perché iFasti sono un gruppo fieramente politico in un periodo in cui non è più così normale esserlo in maniera un po’ più profonda di un Fabri Fibra, che ripubblica una versione aggiornata della sua In Italia che scommetto non cambierà la visione delle cose di nessuno come non ha fatto la prima volta. Se siete stat* ad una manifestazione in una grande città ieri (e magari, lo spero, era così anche nelle piccole città) nel corteo ci saranno stati dei carri che sparavano musica e, in certi casi, discorsi: avete fatto caso all’età delle canzoni? Quando Rocco Brancucci, voce recitante della band, esclama in 100 fiori che a Genova nel 2001 “ci avete picchiati, ci avete derubati di quel futuro che oggi è poi il presente” dice una verità che è (anche) emblematica della situazione della musica impegnata, uscita dalle televisioni e dalle radio, relegata al solo panorama indipendente dove vive alterne fortune. Avrebbero dovuto uscire anche loro dalle casse, come avrebbero dovuto uscirne i Vintage Violence o gli Il Buio e tant* altr* artist* di cui ho parlato qui o che ho solo ascoltato in questi ultimi anni (e spero che in qualche corteo e in qualche carro sia stato così), arrivare a più orecchie possibili come una volta capitava ai 99 Posse, invece viviamo un disimpegno, musicale e non solo (e io non ne sono esente, che il mio contributo alla causa si limita perlopiù a qualche tirata su questo blog e della beneficenza fatta comodamente dal divano di casa).

Ma non voglio precorrere i tempi, e se col precedente album ho iniziato parlando dei testi qui preferisco farlo partendo dalla musica e spiegando (anche) cos’è cambiato dal 2020 a oggi.

Ma quanto è bella la cover?

Oltre è probabilmente il disco più omogeneo de iFasti, e il più post-rock. Se si eliminasse la voce dall’equazione questo sarebbe più evidente: mai come in questo disco i due bassi (soprattutto) e la chitarra creano incastri continui, giri armonici protratti a lungo che in un album di genere si sarebbero prolungati per minuti e minuti e che invece la band, ancorata a una struttura perlopiù standard di strofe e ritornelli, sfrutta per il tempo necessario a creare l’atmosfera senza fare in modo che l’atmosfera sia tutto. Questo approccio sulle prime è frustrante, si percepisce che potrebbe esserci un mondo dai confini più ampi dietro quelle note e non dargli libero sfogo tende a rendere l’esperienza sonora più omologata, che si traduce anche in uno spazio della componente elettronica molto minore: poi si cominciano ad apprezzare le sfumature, le piccole differenze, la vena abrasiva della già citata 100 fiori o il beat sincopato di Giada, emerge il lavoro della batteria elettronica e la curva di soddisfazione sale, i brani iniziano a girarti in testa. Oltre ti prende piano piano, in maniera avvolgente, ha meno picchi fantasiosi di Tutorial (che, almeno da questi primi ascolti, continuo a preferire sul fronte prettamente musicale) anche perché cerca di fare qualcosa di diverso, più coeso e “morbido” alla sua maniera. Rinnoverò il paragone con gli Offlaga Disco Pax fatto quattro anni fa affermando che se Tutorial era il loro Bachelite, Oltre è il loro Gioco di società: può piacervi più uno dell’altro, ma è una motivazione più di gusto che di qualità visto che quest’ultima rimane sempre alta.

“E povera umanità che paga rate per costruire e comprare divani migliori”

Anche i testi hanno subito un’evoluzione, contraria però a quella della musica. Ai toni più calmi degli strumenti la voce monocorde (e non per questo meno efficace, anzi) di Brancucci affianca versi ancora più affilati, scomodi, diretti ma al contempo aperti a più livelli di lettura. Le piazze di spaccio in cui “con una birra in mano ho giocato anche al superenalotto” contrapposte al posto di lavoro dove alle lamentele segue l’arrivo del “vigilante che mi picchia sulle gambe” (Claudia) approfondiscono in poche frasi il problema della tossicodipendenza oltre i confini della responsabilità del singolo e portandolo su quello sociale (“preferisce eccitarsi oppure addormentarsi, che avere a che fare con questa platea di ipocriti matti”), la prima frase di 100 fiori rinnova l’annosa questione della pace fatta con le bombe, l’immagine del paese (non esplicitato) con la cannabis legale e il salario minimo aumentato del duecentocinquanta per cento in José ci costringono a ragionare meglio sul confine fra realtà e utopia.

Nella giornata di ieri e in qualunque 25 aprile le frasi delle canzoni di Oltre potrebbero e dovrebbero risuonare perché iFasti sono capaci sia di far ragionare che di creare slogan ad effetto, a volte più semplici di quanto la realtà non sia ma che servono a creare una frattura: puoi essere a favore o contro, non neutrale. “Non siamo venuti al mondo solo per svilupparci economicamente, ma per cercare di essere felici” (José), “Guidiamo come matti per portare caramelle nei centri commerciali” (Felici e salvi, che sarebbe perfetta anche nel corteo del primo maggio), “Ti piace ancora l’idea di una donna che sia una buona madre, che consegni a suo figlio un moschetto per la patria, per l’onore, senza piagnucolare” (Giada), parole perentorie che mostrano problemi che forse è troppo semplicistico risolvere augurandosi che “il sistema dovrebbe cadere di schianto” (l’ultima crisi bancaria ci ha dimostrato che a farne le spese non sono comunque i ricchi, ma è anche vero che quelle conseguenze sono frutto di un sistema che non è crollato veramente), ma contro cui bisogna prendere posizione in maniera netta, con un approccio simile ma non uguale a quello dei fascisti (pardon, dei “non anti-fascisti”) al governo che cercano di limitare col gioco delle tre carte il diritto all’aborto e pensano all’improvviso che uno dei problemi principali del paese siano le manifestazioni nelle università.

Ieri un cartello recitava “tax the rich”, forse dovremmo partire da lì e cominciare a lavorare per un mondo in cui essere come José, che “vive con ottocento dollari al mese e gli altri li dona”, magari facendosi due domande sull’impatto ecologico della sua maggiolino dell’ottantasette ma senza dimenticarsi delle mille altre fonti inquinanti che al potere fa comodo nascondere dietro il paravento della responsabilità soggettiva. Ascoltiamo Oltre, pensiamo, agiamo.

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Racconto in musica 170: Leggende (Vonneumann – el Carinebo)

Questa non sarà un’introduzione come le altre. Questa sarà un’introduzione che, anziché prendersi un sacco di spazio per introdurre un contesto che, la stragrande maggioranza delle volte, finisce per essere totalmente alieno alla questione di cui si finisce a parlare (nonché foriero di perdite di tempo da parte vostra, che potreste occupare il tempo in maniera molto più utile, giocando, che so, a palla corda, e questa parentesi ha fondamentalmente l’unico scopo di farvene perdere ancora di più. Giocate a palla corda!), si prenderà TUTTO il tempo. Sarà un’introduzione che non introdurrà la band della settimana, perché non ci sarà l’approfondimento, solo l’introduzione, e l’introduzione introdurrà (e parzialmente anche presenterà) il mio rapporto con la band in questione, ovvero i romani Vonneumann.

Anni fa, per la precisione nel 2014, ricevetti in via del tutto digitale e senza che ricordi minimamente né come né perché un disco che non sapevo come recensire. Non era il primo disco ostico e indefinibile che ricevevo, me ne erano già capitati a bizzeffe, ma era il primo disco ostico e indefinibile che mi piaceva così tanto da voler trovare a tutti i costi il modo di far capire alla gente che avrebbe dovuto ascoltarlo: era Il de’ blues dei suddetti Vonneumann, un’entità astratta e sperimentale formata da sette brani che, lo avrei scoperto solo in seguito, era probabilmente l’album più accessibile della loro intera discografia, ma che al momento a me parve alieno e terribilmente coinvolgente. Provai a recensirlo e ne cavai fuori, in un afflato di metamusicalletteratura che manco Charlie Kaufman nei suoi giorni migliori (il risultato potrebbe non essere lo stesso), la descrizione del disco come se fosse la colonna sonora di un film noir stereotipato, ovvero questa cosa qui: ne vado molto orgoglioso, a torto o a ragione, e a loro piacque, tanto che iniziai una corrispondenza con l’allora bassista della band, oggi batterista (e anche mille altre cose, ammesso che si possano rigidamente delineare i ruoli all’interno di un’entità come Vonneumann), Fabio Ricci.

Nel frattempo quella strana storia stereotipata che avevo creato per la recensione iniziò a mutare nella mia testa. Mi chiesi (probabilmente): cosa può esserci di più contorto di una vicenda creata solo per descrivere un disco? Risposta: un romanzo scritto a partire da quella vicenda in cui il protagonista si rende conto di essere il protagonista di un romanzo. La scrissi, mantenendo la struttura di quella recensione per quel che riguarda la trama generale e ficcandoci dentro tutti gli stereotipi noir che mi venivano in mente (l’investigatore privato alcolizzato, la femme fatale a cui è stato ucciso il marito, il commissario in pensione che fa da mentore al protagonista, il locale orientale che dietro ha una bisca clandestina, il bar dove si sbronzano i protagonisti col barista scostante ma loquace…), oltre a momenti in cui l’investigatore si ritrova a percepire chiaramente che non ha il controllo degli eventi e che probabilmente è solamente un burattino nelle mani del narratore. Una volta finito, non ricordo né come né perché (quanti buchi in questa storia! Ma son passati gli anni, portate pazienza), inviai il risultato a Fabio: lui non solo lo lesse, ma fece anche appunti puntuali ed approfonditi su cosa gli piacque, cosa detestò (le sua analisi sono tanto lucide quanto dirette e senza fronzoli) e cosa avrebbe cambiato. Da allora quello pesudoromanzo (che per lunghezza potremmo al massimo definire una novella, mi sa) dorme in un angolo del mio computer, in attesa paziente di un momento di gloria che potrebbe non arrivare mai. Ma.

Ma nel frattempo quell’idea di storia stereotipata noir, quel germe strano (e probabilmente non così originale) che mi si è insinuato in testa porta altri frutti. Il risultato è un brano strumentale della mia band non strumentale di allora, portato live solo una volta e mai registrato, tanto che me ne sono dimenticato persino il titolo: tre movimenti, sullo sfondo lo stesso svolgersi degli eventi e un finale fuzzoso e confuso che lascia spazio a qualche arpeggio malinconico (o così mi pare di ricordare). La canzone ha una breve e mesta vita, con la band andiamo avanti a fare cose e vedere gente (come si suol dire), passa del tempo ed – ehi! – i Vonneumann stanno facendo un nuovo disco! La band romana nel frattempo ha fatto uscire un disco live (Sitcom koan, 2016), creato una propria community attraverso la mailing list MOD N (qui trovate maggiori dettagli, qui potete iscrivervi) e fatto partire il progetto di un disco collaborativo, aperto a contributi di ogni forma e foggia. Io piglio quella canzone e mi dico “vabbé, con la mia band non ci facciamo niente, magari loro trovano il modo di usarla”: Fabio la ascolta e rigetta in toto la struttura (lo dicevo sopra che è molto tranchant, e gli voglio bene anche per questo), ma apprezza il suono fuzzoso e lo inserisce sul finale di questa traccia qui, rimasticato e rigirato fino a renderlo indistinguibile dalla fonte originale. Ma io non mi accontento.

Schemi di composizione di un disco collaborativo

Anche Fabio scrive, e bene. Da lì (non so come, ma so il perché) parte l’idea di scrivere un racconto a quattro mani da allegare al disco, una cosa gestita a step in cui il protagonista imparanoicato viaggia su un treno (l’idea prende spunto da una conversazione avuta sul racconto Il tunnel di Friedrich Dürrenmatt) in cui io mi occupo dei suoi pensieri in prima persona singolare, mentre lui fa la voce della coscienza che, in seconda persona singolare, lo cazzia e riporta alla sua realtà di inettitudine. Ognuno di noi scrive una parte e la manda all’altro, aggiungendo dettagli e minime svolte, ci facciamo vicendevolmente degli appunti (pochi) e dopo qualche mese abbiamo in mano un raccontino da allegare a tl;dl (2017, il cui titolo fa riferimento alla formula “too long; didn’t read” mutandola in “too long; didn’t listen”), disco magniloquente di quattro tracce pensato per la community, creato con la community e dato poi in pasto anche a chi nella community non è a seguito di un sondaggio (indovinate un po’) interno alla community. Ed è così che da una recensione potenzialmente problematica è nata un’amicizia (sono stato a casa di Fabio a cena, mi ha fatto conoscere la sua famiglia e gli voglio un mondo di bene, anche se ci siamo visti tre volte in croce che potrebbero essere addirittura due in realtà), poi una collaborazione e, da subito, un’amore sconfinato per quel progetto assurdo e iperconcettuale che è Vonneumann, che dopo l’uscita nel 2014 del batterista Gabriele Paone è composto da Fabio Ricci (basso, tromba, elettronica, batteria, attivo anche nei dTHEd di cui vi avevamo parlato qui, partendo fra l’altro dalla stessa storia che oggi ho sbrodolato per intero), Filippo Mazzei (chitarra, clarinetto basso e contralto, elettronica) e Toni Virgilito (chitarra, elettronica, violoncello), una band in continua mutazione che riesce a basare un suo disco sui paradossi di Zenone (Switch Parmenide, 2006, Avantgarde Records), descrivere l’album NorN (2017) con termini come “NorN takes inspiration from the infinite possibilities of languages, from the extreme artificial rigor of Ithkuil, to the sinuous beauty of the Codex Seraphinianus, to the lightness of infants’ scribbles, to the mystery of primitive computer AI spontaneously developing new languages to dialogue, but then when you need to print your last document, something goes wrong and you get strings of undecipherable characters like (caratteri indecifrabili)” (Vonneumann è anche poliglotta) e dedicare l’ultimo disco, il decimo di una carriera più che ventennale (che, visto che io non l’ho fatto, potete approfondire grazie a quest’intervista), al JOHNNIAC (2023), il megacomputer che John Von Neumann creò negli anni cinquanta e a cui dobbiamo cose tipo l’articolo che sto scrivendo, gli spippolamenti elettronici sui dischi dei Vonneumann e le IA che, dopo aver sconfitto il campione di Go sudcoreano Lee Sedol, causeranno la nostra estinzione o non ci faranno lavorare più per il resto della nostra vita (il sondaggio è aperto!)

Guarda un po’ i casi della vita: proprio da pochi giorni ho finito MANIAC di Benjamín Labatut, libro consigliatissimo sulla vita del già citato Von Neumann e non solo, cosa che mi ha spinto a riascoltare dopo qualche mese JOHNNIAC decidendo di trarre un racconto da una delle sei tracce. La scelta è caduta su el Carinebo, il brano d’apertura, perché la voce ospite di Ivan A. Rossi (storico collaboratore in sede di produzione e registrazione dei Vonneumann) che snocciola frasi mi ha ricordato la struttura a testimonianze interconnesse con cui Labatut ha raccontato la vita di Von Neumann: da lì mi è partita la flippa di fare la stessa cosa con questo fantomatico el Carinebo, programmatore e pirata, ubriacone e genio, raccontato in brevi frammenti da chi l’ha, per fortuna o per sfortuna, incrociato. Trovate il racconto più in basso, subito dopo il brano che lo ha ispirato: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Leggende

«Lo chiamavano el Carinebo. Non so perché. Che io sappia non è mai stato nel sud del mondo, ma quando si metteva a farfugliare ubriaco poteva raccontare tutto e il suo contrario, ticchettando con la mano metallica».

«In ufficio ogni mattina, di solito un’ora prima dell’effettivo inizio della giornata lavorativa, ci riuniva attorno a un tavolo e diceva sempre la stessa frase: Non pretenderò da voi niente di più di quello che pensiate io possa pretendere da voi. Facevamo notte alla scrivania, tutti tranne uno che faceva il giusto e se ne andava come se niente fosse. Concedeva appena l’ora di straordinario al mattino, ma la segnava sempre. Lo tolleravamo perché pensavamo che anche lui lo ritenesse un lavativo, poi un giorno lo abbiamo sentito tesserne le lodi per il suo contributo al lavoro che portavamo avanti e ad un mio collega venne automatico lamentarsi. Lui lo guardò un po’ stupito: Se la macchina funziona, rispose, ogni suo componente è essenziale.

Quando ci hanno arrestato, quello che avevamo sempre visto come un profittatore è stato il primo a rifiutarsi di collaborare con la giustizia».

«Io non l’ho mai visto che dentro quel bar, eppure fuori lo conoscevano tutti. E non intendo nel paese, intendo ovunque».

«Lui non viveva, imitava la vita. Ma la imitava così bene che diventava la versione migliore di chiunque, gli riusciva tutto meglio che all’originale. Avrebbe potuto fare il pirata, il genio informatico o lo scrittore alcolizzato ed è stato tutte queste cose, anche di più. A volte più di una insieme».

«Se ci siamo amati? Penso di sì, alla nostra maniera. Un po’ come si pensa ci possa amare un gatto: ci sono slanci di tenerezza, ma non puoi sapere quanto calcolo c’è dietro. Posso dire che non sono mai stata meglio di quando stavo bene con lui, il che è tanto considerato che ora lo odio».

«El Carinebo, che pezzo di merda. Il mondo non sarà più la stessa cosa senza di lui, per fortuna. Datecene un altro così e siamo fottuti».

«Giravano un bel po’ di leggende attorno a lui, ci affascinavano perché erano cose aliene al nostro ambiente. Una riguardava il suo cane, un bastardino minuscolo con tre zampe. Dicevano che lo avesse trovato al nord, durante il Buio, e che fossero sopravvissuti insieme a una tempesta di ghiaccio in mezzo al nulla. Dicevano anche che la gamba gliel’avesse mangiata lui, e che in cambio gli avesse dato la mano.

Dopo una premiazione a cui eravamo entrambi invitati ci siamo trovati di fianco a cena, una delle rare cene a cui partecipava e una delle rarissime, almeno per il nostro ambiente, in cui anche il più sobrio era quantomeno brillo. Si è creata quella che pensavo fosse una certa intimità, e siccome anche io avevo buttato giù un certo numero di bicchieri gli ho chiesto conto di quella storia. Se era vera, insomma. Lui mi ha sorriso appena, come se pensasse fosse la cosa giusta da fare in quel momento. Ci ho guadagnato io, ha detto. La carne di cane è più buona di quella umana, sia cruda che cotta».

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La buona, vecchia gente di una volta, diretta da Christoper Nolan: Gente alla buona di Mattia Grigolo

Una decina di giorni fa ho incontrato, durante un pranzo in compagnia, un’amica che non vedevo da parecchio. Negli ultimi due anni ha cambiato completamente vita: si è trasferita in una frazione di montagna, un paese sperduto di poche case dove ha prima gestito un rifugio, mentre ora si appresta ad aprire una sua piccola società agricola. Produce formaggio (Toma per gli intenditori), ha sei mucche e una di queste, ci ha raccontato, l’ha appena comprata da un allevatore che la picchiava, probabilmente convinto non si sa come né perché che per ottenere latte dalle mucche bisogni fare così. Lei ovviamente ha altri metodi, ed orgogliosamente ci diceva che da quando l’ha comprata quella mucca è rifiorita (e lo so che è un animale e non una pianta, ma è il termine che ha usato lei e mi sembra dolce e poetico, quindi stateci).

Ho raccontato questo aneddoto (non nella sua interezza ma quasi, scusate persone che erano in coda dopo di me) a Mattia Grigolo mentre mi facevo autografare la copia di Gente alla buona, il suo romanzo uscito per Fandango, perché quando la mia amica ce lo ha raccontato io ho pensato subito al paese senza nome, disperso nella Brianza, in cui si svolgono le vicende del libro. A tre quarti della storia, come dettaglio non fondamentale ma emblematico della cura nel creare i personaggi, Grigolo descrive i genitori di uno dei protagonisti in questa maniera:

Mighè vive con i suoi in un angolo del caseggiato. Di lavorare i campi non sono mai stati capaci, non sanno come comportarsi in mezzo al grano, preferiscono star dietro alle bestie. Quando la bestia non ne vuole sapere, non la convinci con le caramelle, come i bambini. Alla bestia gli devi menare e bestemmiare e pure con tutte le botte e le bestemmie, a volte continua a non darti quello che serve. L’Armando in quello è bravo, non si fa intenerire. Quando c’è da tirare calci e pugni, non si tira certo indietro. Forse è una reazione, uno sfogo a quella vitaccia.

Metodo infallibile, quello delle botte e delle bestemmie, così infallibile che si sa già che a volte non funziona. E non sappiamo quante volte non funziona, perché non si dice, non si ammette: il metodo funziona perché si è sempre fatto così. Già solo in un periodo come quello precedente (che va avanti in maniera altrettanto tagliente) è raccolto buona parte del marcio che si può trovare, grattando un poco, sotto la superficie bucolica della mentalità del piccolo paese, quello in cui tutti sanno tutto di tutti (“il paese è una stanza” recita la quarta di copertina) e ognuno ha un ruolo prefissato, un certo numero di spazi in cui recitarlo e un tetto sotto cui rifugiarsi, dove sperare di imparare prima o poi a gettare la maschera ed ambire a essere qualcos’altro. Grigolo è bravissimo a descrivere in pochi tratti il gruppo di personaggi attorno a cui ruota il suo romanzo, facendoli interagire in uno spazio ristretto che si schioda dalla chiesa e da quei due bar in croce (compreso il ritrovo d’elezione, il Bar Anna, la cui proprietaria parla il minimo indispensabile a far sentire ben accetto chiunque) solo per gettarsi nei campi e nella nebbia, negando allo sguardo una prospettiva di fuga.

È bravo, sì, ma io dopo un certo numero di pagine ho temuto che fosse tutto lì: un paese e i suoi problemi, qualcosa di brutto che accade, nessuna lezione da impartire (perché si capisce già da quelle prime pagine che in Gente alla buona niente andrà per il verso giusto) e uno stile secco ed essenziale (ancora più affinato rispetto ai libri precedenti, di cui è un’efficace sintesi) per narrare le vicende. Non poco, è chiaro, ma temevo di non trovare altre sorprese proseguendo nella lettura. E invece.

«Sai cosa mi ha chiesto il Natale scorso il Filippo? Mi ha detto: papà perché non parli mai del tuo amico che è morto? Gliel’ha detto la madre. Sicuro. Pure che io non lo so, perché lei ha sempre evitato di dire certe cose davanti a me. Non sa niente lei, non sa quello che dovrebbe sapere. Ma sai cos’è? Non se lo merita. L’ho sposata e ho giurato davanti al prete e alle fedi che avevamo in mano, ho giurato che gli dicevo la verità fino a che non morivo, ma non ce l’ho fatta.»

«Cosa gli hai risposto, a Filippo?»

«Tutti lo sanno ormai che io il Natale, quel giorno lì, quella notte lì, è come se voglio scomparire. Mettermi dentro un armadio e uscire solo quando qualcuno mi viene a chiamare e mi dice Oh pirlon, il Natale è finito. Mi salva solo questa cosa qui, che facciamo noi tre, la cosa del cimitero. Solo quello mi tiene fuori dall’armadio. E Filippo lo sa, lo vede, che a Natale io sono un’altra persona. Ho una responsabilità io, nei suoi confronti. I padri hanno le responsabilità, i mariti pure. O no?»

«Io non ne so un cazzo di padri e mariti.»

«Perché ogni volta che qualcuno non segue le regole che il paese ha deciso per lui, allora questo qualcuno si deve sentire una merda?»

«Hai ragione.»

«Hai già i tuoi problemi a vivere in una città dove ci sono i tedeschi.»

Ridono.

Ci sono state due morti in paese. Due morti di cui si parla poco, sottovoce, gonfi di dubbi: tutti sanno tutto di tutti, ma anche questa si rivela essere una regola non così infallibile. È morto Michelino, un bambino, il migliore amico di Brando, Sara e Larcher, un tragico incidente; è morto il Giànin, il matto del paese, uno che era giovane quando lo erano anche Toni, Sander e il Marione, i padri dei tre bambini ancora vivi: ma questo non è stato un’incidente. In paese o si evita di nominare quel che è successo, lasciando il lutto fra le mura domestiche e bofonchiando un semplice “sono venuto a chiedere come state e se avete bisogno”, oppure si chiede per mezze frasi, facendo dei lunghi giri per arrivare a un “e di cosa può morire un matto come lui a quell’età?”. Grigolo usa sapientemente i dialoghi per farci conoscere meglio i personaggi e per infittire il mistero attorno a quelle morti, lasciando affiorare in maniera lenta e inesorabile le rivelazioni mentre una gabbia di colpe e rimorsi si stringe intorno a tutti i protagonisti, nessuno escluso, nemmeno il prete Don Maurizio.

Sembra un giallo, descritto così, e avrebbe potuto anche esserlo se a Grigolo non interessassero molto di più i personaggi delle indagini. Lo è al massimo alla stessa maniera de La raggia, la prima novella da lui pubblicata con Pidgin, che condivide con Gente alla buona un’ambientazione provinciale e periferica e l’escamotage narrativo dei salti temporali: solo che qui l’autore si improvvisa Christopher Nolan, e la cosa gli riesce.

All’autore il paragone è piaciuto

Dunkirk non è il mio film preferito di Nolan, anzi. Ricordo di essermi annoiato vedendolo, ma gli concedo il beneficio del dubbio fino ad una seconda visione perché mi sembra tuttora impossibile essermi annoiato di fronte a un congegno così raffinato: tre storie concatenate che si svolgono su piani temporali diversi, uno di giorni, uno di ore, uno di minuti. Il meccanismo temporale che sbalza i personaggi di Gente alla buona avanti e indietro fra la fine del 1995, l’inizio del 1996 e il 2019 (con un breve prologo iniziale ambientato in maniera non cronologica fra il 1965 e il 1987) non è così maniacale, ma è essenziale per dare al lettore l’impressione di essere risucchiato in un buco nero, costretto a vagare lungo i quattro angoli della gabbia per vedere mano a mano illuminati i lati più oscuri della vicenda, sperando che le cose non stiano messe male come temi mentre invece è molto peggio di così… O forse sono io che sono troppo ottimista. Il modo in cui Grigolo arriva in cerchi concentrici alla Verità è il suo essere Nolaniano nella maniera più efficace, gestendo il ritmo della narrazione e non mollando mai la presa, angosciandoti e deliziandoti mentre ti accorgi che, come tutta quella buona vecchia gente di una volta, anche tu non vedi l’ora di sapere tutto, morbosamente, dolorosamente.

Sara ripensa al padre mentre dava da mangiare alle bestie o mentre se ne stava sul trattore: trasandato, che se poteva ci andava in mutande a far fatica. Ma non poteva, che va bene tutto, ma poi, alla fine, pure quelli del paese c’hanno una dignità, piccola come una monetina, ma ce l’hanno, anche se vivono per la terra, anche se tengono più alle loro bestie che alle loro mogli. È per questo che lei è stata sempre vista come strana: perché era come un ragazzo e stava sempre insieme ai maschi e non le interessava di essere comandata da loro.

Però non se n’è andata, è sempre rimasta lì, schermandosi dal dolore e dalla colpa con le cose belle che le sono rimaste: Brando sul letto, chiusi in camera a fingere di studiare, Mighè aggrappato alle sue spalle mentre se lo porta sul portapacchi della bicicletta, il mare di quel giorno a Lavagna.

Forse tutto sta nel fatto che dal paese non si è mai spostata, sempre dentro il confine, che fuori scotta. È rimasta al paese anche quando il loro mondo, quello di loro quattro amici, è cambiato all’improvviso.

Ci sono cose che non si possono dimenticare, ci sono persiane chiuse che non si ha più la forza di riaprire. Il paese è una gabbia.

Se Gente alla buona è Nolan nella struttura, nello stile è invece secco e brutale. Il paese è un posto dove “fa un freddo che”, senza altre parole, senza bisogno di troppo dettagli. Se i rapporti si basano sui non detti all’interno di chiacchiere intorno al nulla e a un bicchiere di vino, gli spazi sono delineati intorno al vuoto che incombe, alla nebbia che cancella l’orizzonte, ai campi così sterminati che sembrano dover non finire mai. Grigolo ha modellato il paese su quello dove si è trasferito da adolescente, duemila anime in croce, prendendo in prestito nomi delle vie e caratteristiche dei personaggi e frullando il tutto fino a cavarne fuori un modello diverso e comunque credibile, un modello in cui le donne sono perlopiù spettatrici inermi di ciò che gli uomini fanno e nascondono. Mi ci ritrovo anche io in quelle dinamiche, io che vengo da un paesino che di anime ne conta addirittura settemila ed è abbastanza vicino a Novara da non sentirsi relegati nel buco del culo del mondo, ma è comunque lontano dalla statale e pertanto attorno sembra avere solo risaie (una volta, ora coltivano anche altro, anche se io con la mia incompetenza vegetale fatico ad accorgermene): vedo Sander e Toni di fronte a un tavolo del Bar Anna e somigliano a quelli che frequentano il bar che una volta era di mio zio, li guardo andare in chiesa senza convinzione e penso a quando facevo finta di andarci da adolescente, chiudendomi in garage a leggere in macchina, leggo la descrizione del Giànin e penso a tutti i matti del paese che abbiamo avuto e che ancora ci sono, che si chiamano così perché il politicamente corretto lì non è ancora arrivato e si ride di stereotipi col teatro in dialetto, ah che belle le tradizioni, e io che da tutto quello mi sentivo escluso anche perché non avevo animo di prendermela con qualcuno di più debole di me (e quanto avrei voluto esserne capace, e quanto male farà quella voglia nell’arco del romanzo) temevo che un giorno lo scemo del paese sarei stato io.

Grigolo fa una disamina perfetta di tutto ciò che vuol dire vivere in un paese sperduto in mezzo al nulla, ci si cala dentro (in Brando si riconosce qualcosa di lui, un effetto voluto dato che entrambi si sono trasferiti a Berlino e, pertanto, sono parzialmente riusciti ad uscire dalla gabbia) e non ne esce solo con una descrizione, ma con una storia che non si riesce a smettere di leggere. Gente alla buona è così avvolgente anche perché, nonostante tutto il male che cova sotto la superficie, l’autore mostra dell’affetto per quelle anime in pena che si trascinano in tra i campi, in mezzo al bestiame, con nient’altro da fare che bersi un bicchiere o, quando il progresso lo permette, giocarsi lo stipendio alle slot, perché ci si deve per forza anche voler bene quando si sopravvive a cosìstretto contatto: “Solo è una disgrazia”, come dice Celine, “che resti così carogna con tanto amore di riserva, la gente”.

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Racconto in musica 169: Cosa vuol dire bruciare delicatamente (72-Hour Post Fight – CANDLEFACE THEME)

Nelle ultime tre settimane ho avuto la fortuna di partecipare, scoprendolo sempre all’ultimo momento, a due piccoli festival musicali: la festa per il diciannovesimo compleanno di To Lose La Track, svoltasi il 23 marzo al C. S. O. A. Cox 18, e lo Psychodelice Spring Fest, svoltosi giusto ieri sera all’Arci Bellezza. In entrambi i casi a fare da catalizzatore principale è stato Johnny Mox, musicista poliedrico di cui avrò modo di parlarvi prossimamente (anche perché mi ha girato il testo di una sua canzone su cui da anni voglio scrivere un racconto ma, essendo pessimo con l’inglese, non ho mai capito esattamente di cosa parlasse), e in entrambi i casi ho finito per godermi un sacco di concerti di artist* che in parte conoscevo di nome, in parte di fatto ma che, Mox escluso, mai avevo visto dal vivo. L’elenco sarebbe troppo lungo, e di sicuro di molt* di loro risentirete parlare su queste schermate (non che ne abbiano un bisogno essenziale per la loro carriera eh): il punto è che i festival sono belli anche e soprattutto quando non conosci tutt* l* artist* che vi partecipano (magari non all’estremo di andare a un evento di K-pop se vi piace il punk, ma ci siamo capiti), e bisognerebbe avere la capacità di buttarsi e andare a curiosare anche se magari, come è capitato a me ieri, non avete nessuno che vi accompagni. Lo dico perché il 17 novembre 2023 mi sono fatto frenare da quelle stesse motivazioni, e non posso neanche usare la scusa che era un giovedì e dovevo far uscire un articolo per il blog visto che quella settimana ho paccato: al Base quella sera hanno suonato otto band fra cui i Leatherette (di cui abbiamo recensito entrambi i dischi) ed ho il vago ricordo di un qualcosa a cui dovevo presenziare prima delle 21, ora di inizio della maratona musicale, ma neanche questa è una scusa accettabile anche perché così mi sono perso, salvo recuperarli subito dopo almeno su disco, i 72-Hour Post Fight, che se non si fosse già capito dal titolone a inizio articolo sono la resident band della settimana.

La band milanese è una di quelle per cui è stato creato il termine “eclettico”, anche nella composizione: due producer (Carlo Luciano Porrini aka Fight Pausa e Luca Bolognesi aka Palazzi D’Oriente), un batterista (Andrea Dissimile) e un sassofonista (Adalberto Valsecchi), uniti da un amore per la musica che, se non è a 360 gradi, almeno a un 270 ci arriva. Hip hop, ambient, jazz, post rock, questo e altro viene frullato nelle loro composizioni magicamente coese che arrivano alle orecchie dell* ascoltator* per la prima volta nel 2019, anno di uscita del primo disco omonimo (uscito per La Tempesta International): vero e proprio flusso sonoro ininterrotto la cui divisione in otto tracce è puramente funzionale (e sicuramente spaventa di meno l* ascoltator*), 72-hour post fight crea un’atmosfera sospesa in cui le varie anime del progetto si intersecano alla perfezione, la musica che ti aspetteresti di ascoltare in un lounge bar se in quel lounge bar suonassero dal vivo jazz su basi hip hop. La natura a dir poco ibrida del progetto si manifesta ulteriormente nell’album di remix che esce a distanza di pochi mesi sempre nel 2019, dove otto artist* internazionali “giocano” con le canzoni originali, modificandole ed espandendole (nelle mani di Ben Vince la traccia Death quadruplica la sua durata e assume un’aria sottilmente inquietante).

Non passa nemmeno un anno che i 72-Hour Post Fight, pur impegnati singolarmente in vari progetti, sfornano un nuovo Ep di due brani, NOT/UNGLUED, tracce che pur mantenendo l’atmosfera ariosa dell’esordio manifestano un interesse maggiore per la ritmicità, con la seconda in particolare che condensa stimoli su stimoli fra pianoforte malinconico, batteria asciutta, sax scatenato ed inserti elettronici essenziali. Entrambe le canzoni confluiscono in NON-BACKGROUND MUSIC (2022), un disco opposto e complementare al precedente (come affermano loro stessi in questa intervista): resta invariato il mix di generi che rendeva così affascinante l’esordio, ma rispetto all’album omonimo qui le tracce sono distaccate e prendono direzioni diverse in cui condensare ora il lato più prettamente hip hop (MEDITATION ON INSTAGRAM FEEDS, con un featuring del vocalist sudafricano di stanza a Stoccolma Kamohelo, e MADE OF CLAY, che nel 2023 “acquisisce” anche una voce grazie a Clauscalmo e F4), ora quello jazz (l’iniziale CANDLEFACE THEME), ora quello elettronico/downtempo (SMOKE CUTTER), senza mai perdere però quell’innata capacità di restare non incasellabili e soprattutto, come indica il gioco di parole insito nel titolo del disco, impossibili da percepire solamente come musica di sottofondo. In questi anni la band ha suonato in lungo e in largo per l’Italia, venendo invitata ad esempio per ben due volte al C2C di Torino, e leggendo quest’altra intervista in cui salta fuori la definizione “ragazzi punk che cercano di esprimere emozioni da adulti” mi aumenta il rimorso per essermeli persi nel novembre scorso: sono di Milano e avrò facilmente modo di recuperare (anche se nel frattempome li sono già ripersi, prima o poi imparerò dai miei errori), teneteli d’occhio anche voi.

CANDLEFACE THEME è la già citata traccia d’apertura di NON-BACKGROUND MUSIC, un brano che unisce l’atmosfera da jazz club ad una vena d’inquietudine data dalla base che opera in sottofondo. Nella solita/insolita maniera in cui opera il mio cervello la canzone è diventata il sottofondo perfetto di una storia in cui il protagonista, complice la cover del disco, è un uomo con una candela al posto della testa: se volete addentrarvi un po’ nella sua routine di vita non dovete fare altro che andare più in basso, subito dopo il brano che lo ha influenzato e che, ovviamente, vi consiglio di ascoltare mentre leggete. Ci sentiamo settimana prossima, buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Cosa vuol dire bruciare delicatamente

Come tutti gli uomini candela, ad esclusione di quei pochi che non sono impiegati nel settore hospitality e intrattenimento, alla sera devo lavorare. Attacco intorno alle diciotto, un po’ più tardi nei mesi caldi, arrivo al locale mezz’ora prima e smezzo una sigaretta col mio collega mentre ci organizziamo: quali tavoli abbiamo, i turni sul palco, varie ed eventuali. Mi trovo bene con lui, più che col precedente. Quello si lamentava sempre, diceva che il nostro è un lavoro noioso che potrebbe fare anche uno scemo e che gli avrebbero dovuto dare altre mansioni. L’ho incontrato per strada, un giorno, mi ha detto che lavorava in fabbrica alla catena di montaggio: sembrava soddisfatto.

Il responsabile ci lascia gestire tutto in autonomia, perché di quello che dobbiamo fare ne capiamo più noi di lui ed è abbastanza in gamba da riconoscerlo. Illuminiamo la cena di alcune coppiette, raramente gruppi di amici, osserviamo i brindisi per qualche ricorrenza o promozione e poi, quando è il momento, ci alterniamo al fianco delle ballerine e dei comici. Ci piacciono più le prime dei secondi, sono molto meno esigenti anche se avrebbero più diritto ad esserlo.

All’una chiudiamo i battenti, ogni tanto rimaniamo a dare una mano con le pulizie. Non ci spetterebbe e nessuno ce lo chiede apertamente, ma delle buone relazioni si costruiscono anche così ed è sempre meglio costruirne, coi tempi che corrono. Sulla strada di casa accompagno il mio collega agli incontri, a volte mi fermo anche io e ascolto qualche storia, più raramente parlo.

Un paio di mesi fa c’era un tipo che raccontava di non riuscire a spegnersi da tre anni, aveva paura di non riaccendersi il mattino seguente. Ha provato a superarla con la terapia, con gli psicofarmaci, ora ci provava con gli incontri. Ha detto che sua moglie non si sentiva sicura a dormirgli accanto, lo accusava di mettere in pericolo sia lei che la figlia: lui ha iniziato a mettersi un paralume ma non è servito, ha detto, né con la paura né con la moglie. Dall’altra parte della sala una ragazza mi ha sorriso, quando ci siamo alzati tutti l’ho raggiunta vicino alla macchinetta del caffè e l’ho salutata. Che coglione eh, mi ha detto indicando con la testa il tipo che se ne stava ancora sulla sedia, la testa che continuava a bruciare e a bruciare. Io ho bevuto il mio caffè ancora bollente, le ho chiesto scusa e sono uscito. A casa ci ho messo un po’ prima di riuscire ad addormentarmi.

Non li ho più rivisti agli incontri, né lei né lui.

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Mi è capitato di nuovo, ovvero di come l’inconscio collettivo mi ha donato un’idea e di come Andrea Betti l’ha sviluppata molto prima di me

Doverosa premessa (versione corta, quella lunga la trovate qui): nel 2020, “grazie” al tempo libero concessomi dalla pandemia, finisco una raccolta di racconti in cui è compreso Un antidoto alla precarietà, storia di un dipendente che lavora per un’azienda che resetta il suo cervello ogni volta che esce dal capannone in cui svolge le sue (forzatamente misteriose) mansioni; due anni dopo fa il suo debutto sugli schermi di Apple Tv+ la serie Scissione, in cui il protagonista lavora per un’azienda che scinde la mente dei suoi dipendenti in modo che non possano sapere che lavoro svolgono durante la giornata; io ovviamente non faccio causa a Steve Jobs (anche perché era già morto) né al creatore della serie Dan Erickson (che avrebbe giustamente obiettato “chi cazzo è questo qui?”), penso a quanto è bello l’inconscio collettivo che fa girare la stessa idea in parti diverse del globo e mi metto in paziente attesa (dura ancora oggi) che qualcuno pubblichi quel racconto e tutti quelli che gli fanno compagnia nell’ancora inedita raccolta.

Arriviamo a qualche mese fa, gennaio per la precisione. Approfittando del tempo libero concessomi dalla nascita di Gesù e del nuovo anno mi metto a sviluppare un’idea che ho in testa da anni, che ha assunto varie forme nel tempo e che è riassumibile in termini molto stringenti col concetto “se sapessi con certezza assoluta che dio non esiste, cosa faresti?” Ora sostituite “dio” con “una civiltà aliena molto più avanzata”, immaginate che il contatto fra le nostre civiltà non avvenga perché gli alieni giudicano che non ne valga la pena (cosa che ci tengono a rimarcare arrivando in un batter d’occhio e andandosene molto, mooolto, moooooooltoooo lentamente) e provate a pensare a quanta gente si deprimerebbe in seguito a questa esperienza. Poche? Molte? E cosa cambierebbe in seguito a questa mancata interazione, a questa manifesta prova che esiste una civiltà più avanzata e che noi non siamo all’altezza della loro attenzione?

Provo a sviluppare questo germe in forma di romanzo, incentrandolo sull* invitat* a una festa che si svolge dieci anni dopo il mancato contatto: la gente pensa a sbronzarsi e fumare, ma dai dialoghi fra le persone emergono piccoli dettagli di ciò che è successo allora e di cosa è cambiato nella società per quanto riguarda il rapporto col divino, col sesso e con la morte (anche con un tot di altre cose, ma queste sono le principali). Arrivato a una quarantina di pagine scrivo un post su Facebook per chiedere pareri riguardo all’idea, qualcuno si mette pure a leggere questo delirio e due diverse persone (due su neanche una decina, mica due su mille) mi citano un romanzo che assomiglia molto, a livello di idea generale, a quello che sto scrivendo io. Quel romanzo si chiama Una breve visita, lo ha scritto Andrea Betti, lo ha pubblicato la casa editrice Wojtek a fine 2022 ed è la storia di come il mondo cambia dopo che una civiltà aliena arriva, si fa un giretto turistico per il pianeta senza calcolarci di pezza e poi se ne va come se niente fosse. Che intendiamoci, è un’idea che in forma completamente diversa era già passata per la testa (e per le pagine) dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij nel loro seminale Picnic sul ciglio della strada (di cui vale la pena recuperare anche la liberissima trasposizione cinematografica Stalker di Andrej Tarkovskij), ma che nel libro di Betti assume inquietanti analogie con quello che è il retroterra della mia storia.

Dal libro di Kibernetes, quattrocento anni circa nel Dopo

Nel mondo immaginato da Betti ci sono un Prima e un Dopo, e l’evento da cui si inizia il nuovo conteggio degli anni è la comparsa dei Cilestrini, razza aliena umanoide apparsa al Polo Sud che per un fine settimana vaga sulla Terra ammirando (e deridendo) opere d’arte, fissandosi sui posacenere come se fossero molto importanti, facendo giri in bicicletta ed evitando qualsiasi comunicazione o contatto ad esclusione di ruggiti con cui spaventano e aprono le folle che gli si assiepano attorno. Questo strano contatto avviene cinque anni dopo l’apparizione della Fessura, un’incrinatura nel tessuto spazio temporale ai confini dell’Eliopausa al cui studio dedicherà tutta la vita il professor Gustav Amirani, uno dei vari personaggi che animano, in un continuo andirivieni temporali, Una breve visita, sorta di bizzarro compendio di eventi fondamentali di quel periodo storico stesi da un monaco dell’ordine dei Kibernetes a quattrocento anni di distanza. Se tutto questo vi pare complicato aggiungeteci una colf di origine amazzonica che è anche una sensitiva, un gruppo di “terroristi culturali” (il RAD) che predica un ritorno dell’umanità alla sua forma più animale, una piaga depressiva battezzata Panacedia che ha portato una fetta notevole della popolazione terrestre a suicidarsi e ha fatto sprofondare altr*, fra cui il giovane Marcus, in una profonda catatonia, due galleristi che parlano di correnti artistiche inusuali e poi movimenti fondamentalistici religiosi, un occhio di vetro, droghe assortite e scienza a profusione. Basta?

Andrea Betti, l’ho scoperto solo a posteriori (perché non sono attento), l’avevo già conosciuto tramite le pagine di La scommessa psichedelica (ne avevo parlato qui). Il suo saggio Perché un rinascimento non si faccia restaurazione è una lucidissima analisi sui pericoli che il rinascimento psichedelico possa essere sfruttato per atomizzare ancora di più la società, creando una popolazione in pace come le mucche invece di aprire le menti per trovare sé stessi e la propria connessione col cosmo (“Non è Gesù Cristo che sono andato a cercare dai Tarahumaras, ma me stesso, il signor Antonin Artaud”, usando una citazione contenuta nel saggio), il tutto in un discorso che mischia le proprie esperienze psichedeliche con l’utopia potenzialmente sfruttabile dal capitalismo esplorata in Come cambiare la tua mente di Michael Pollan e i discorsi sociali di Mark Fisher.

[…] sarebbe ben triste, in questo mondo già triste, che le sostanze sacre venissero impiegate solo per creare persone docili in comunione col cosmo, da metter sotto a lavorare instancabilmente per pochi soldi, felici nel farlo, senza le conseguenze dannose degli stimolanti come cocaina e anfetamine […]

Andrea Betti, Perché un rinascimento non si faccia restaurazione

Quanto detto sopra dovrebbe bastare a capire quali e quanti stimoli Betti lanci anche passando alla narrativa pura, tesa fra la science fiction ironica di un Douglas Adams (o, ancora meglio, il Terra! di Stefano Benni) e quella speculativa, che cerca di immaginare le conseguenze sul domani delle problematiche di oggi. L’avvento dei Cilestrini è l’escamotage per avviare una riflessione sull’umanità e la sua necessità di sentirsi al centro del mondo, sull’arte, su droghe e piante sacre (Marcus, sua sorella Guinevere e un loro amico soprannominato Sputter sembrano parecchio associabili alla cultura rave, mentre la colf Ajuricaba si rivelerà essere una sciamana) e sui limiti della tecnologia, senza dimenticarsi di costruire intorno a questa overdose di stimoli una trama intricata fatta di continui balzi avanti e indietro nel tempo, in cui i ricordi d’infanzia di un personaggio si mischiano con l’assalto agli Uffizi da parte dei RAD e del loro leader Hyeronimus e la spiegazione pseudoscientifica dei tentativi di contatto cosmico attraverso la Fessura tramite la sonda a correlazione quantistica Deutsh-Josza/Gagarin.

«Gagarin. Fu una scelta felice secondo lei questo nome, professor Amirani?»

«Per quel che me ne frega, secondo me, sì. Alcuni polemizzarono, rivendicando un connotato maschilista. Sonda è femminile, dicevano; allora il comitato propose: Tereshkova. Ma ci fu da ridire: obiettarono che, nonostante la parola “sonda” sia femminile, una sonda in sé non è una femmina, è un oggetto privo di genere e sesso, o tutt’al più lo si poteva ritenere un simulacro intersessuale; a quel punto altri ancora contestarono che una sonda è oggettivamente asessuata. Mah… a me andavano bene entrambi (sia il primo uomo, che la prima donna nello spazio). E tutto sommato, chissene! Per me è Josza. Chiacchiere evaporate da tempo. Le proiezioni ad oggi?»

«Se tutto andrà bene raggiungerà la Nube di Oort in poco più di cinque anni. Sfruttando il gravity-assist di Saturno, poi quello di Nettuno. Un doppio trasferimento Hohmann».

«Come con Cassini-Huygens. Ma questa volta dobbiamo raggiungere una velocità mai raggiunta prima senza sbagliare nulla».

«La disposizione dei corpi celesti rilevata dal telescopio orbitante Herschel, trova riscontro anche con lo Spektr-r».

«Mmh… queste percolazioni hanno un pattern di diffusione sui bordi che sembrerebbe promettente».

«Materia oscura?»

«No… pensavo, più al Nulla…».

«Il Nulla, dottore?»

Una breve visita

A tratti Una breve visita sembra pervaso dalla fantasia e dalla frenesia del Foster Wallace di Infinite Jest (da cui penso non a caso mutua una divisione per nomi specifici dei periodi storici: là gli anni colonizzati dal capitalismo, qui i secoli identificati con nomi come “acidificato” o “del Fullurene”), tanto nella varietà linguistica che nella capacità di portare avanti e far incrociare a tempo debito sottotrame diverse, strizzando però quella mole di suggestioni in uno spazio enormemente più breve. È forse questo l’unico difetto che si può imputare al libro di Betti: poco meno di duecento pagine sono uno spazio ristretto per far esplodere completamente tutta la carica che si sente vibrare nel testo, e sebbene ci si affezioni anche a personaggi accessori (Nicanor, il marito di Ajuricaba, c’è in massimo dieci pagine eppure ti si stampa in testa) resta la sensazione di una storia risolta in un universo che poteva essere approfondito di più. Penso che l’autore l’abbia fatto apposta, perché Una breve visita diverte, intrattiene e allo stesso tempo ti frulla il cervello, lasciandoti con più domande che risposte ed evidenziando in questo la sua anima da speculative fiction.

Un brand riconoscibile, potente, sintesi di valori e intenzioni. Anche se sei un iconoclasta non puoi farne a meno. La croce barrata dei Bad Religion, la DK stilizzata dei Dead Kannedy’s, la “A” azteca e teknusa di Aphex Twin. Il grip identitario è come un lazo lanciato con perizia da un vaccaro a cavallo, strizza il collo del capo di bestiame e lo riconduce alla mandria, all’insieme di sua pertinenza. Da sempre sventolano stendardi e loghi, marche e glifi. Ognuno di questi sintetizza la sua idea di mondo. Nell’esperienza bicentenaria del nichilismo (o così perlomeno abbiamo interpretato la vostra genealogia) i RAD non possono agire senza un segno di riconoscimento. C’è chi ancora vi liquida sbrigativamente come Black Bloc, ma i RAD non sono Black Bloc, giusto? Per quanto, secondo i nostri studi, molti di questi siano stati inquadrati nei vostri schieramenti. I RAD sono un fenomeno antropologico del tutto inedito come sostiene il Maestro Urmach, perché sistematicamente

[seguono grida]

Una breve visita

E fin qui ok, ma quella storia delle similitudini fra questo libro e quello che voglio scrivere io?

Sincronocità, madame

Come detto più in alto, l’idea di un mondo in cui gli alieni passano semplicemente a fare un giro (o, nel mio caso, saltano direttamente la fermata) non è una novità assoluta e può aver consciamente o inconsciamente influenzato sia me che Betti, ma le similitudini non si fermano qui.

  • Il Dopo immaginato in Una breve visita è piagato dalla già citata Panacedia, una depressione endemica che ha portato una fetta notevole della popolazione a suicidarsi in massa; nel mio romanzo viene suggerito, tramite gli eventi e i dialoghi della festa, che il suicidio sia diventato socialmente accettato e uno degli invitati è convinto, in orbita palesemente cospirazionista, che questa spinta al volerla fare finita sia causata dagli extraterrestri.
  • Il passaggio dei Cilestrini causa problemi strutturali, come onde radio nel caos e satelliti alla deriva, ma è il Trauma dell’Abbandono di Specie dovuto al loro vagare senza rapportarsi a noi a rimanere impresso e porta tanto alla depressione quanto alla formazione di movimenti sovversivi o pseudoreligiosi, il tutto in un mondo dove i governi e le grandi religioni si sgretolano; l’immagine delle astronavi extraterrestri che se ne vanno lentamente nel mio romanzo porta al contempo a un disimpegno totale di una parte della popolazione (seguendo il ragionamento “se non ci hanno cagato è perché non valiamo niente, perché impegnarsi a migliorare le cose?”) e ad un ampliamento dell’accettazione e dell’inclusività sociale dall’altro.
  • Le sostanze che alterano la percezione fanno spesso capolino in Una breve visita, e si riveleranno fondamentali in una parte dell’intricata trama; nel mio romanzo, pur non influenzando se non indirettamente gli eventi, la marijuana impregna la stragrande maggioranza delle pagine che ho scritto fino ad ora.

Basta questo a dire che io e Betti abbiamo scritto lo stesso libro? Ovviamente no, perché le divergenze sono maggiori delle assonanze sia per quanto riguarda lo stile che i temi trattati: basta però a farmi sorridere pensando agli scherzi del caso, che mi portano a sviluppare un’idea rimasta per anni in un angolo del mio cervello nello stesso periodo in cui un libro che parte da premesse molto simili è arrivato da poco sugli scaffali delle librerie. Nel periodo di sbornia post-marveliana che stiamo attraversando, in cui il multiverso è ovunque e vengono creati/abbandonati universi condivisi che uniscono di tutto (dall’abortito Dark Universe dei mostri storici Universal all’alleanza Godzilla/King Kong che ha appena partorito un nuovo capitolo cinematografico), sapessi minimamente come gestire una cosa del genere proporrei a Betti una finzione narrativa in cui i suoi Cilestrini e i miei extraterrestri (ancora) senza nome convivono nello stesso multiverso: chi ci mette i soldi per una saga?

«[…] ma in compenso ho letto alcuni suoi saggi, madame De Rivail. Mi hanno particolarmente impressionato quelli sulla rotazione consonantica occulta nelle risonanze vocali dei canti sciamanici della Siberia Occidentale. Illuminanti: il concetto di interferenza e risonanza – come immagina – sono il mio pane».

«La ringrazio, professore… fui ispirata da un viaggio alle isole Diomede; l’ultimo inverno prima della sospensione dei voli».

«Ma pensi: furono una delle mete prese in considerazione per costruire la fabbrica Deutsch/Josza».

«… e c’è chi le chiama ancora coincidenze!».

«Sincronicità, madame. Ma talvolta non sono sufficienti […]»

Una breve visita

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Racconto in musica 168: Canto sotterraneo (Blonde Redhead – A cure)

Quando c’è un divorzio, si sa, raramente le cose vanno come dovrebbero andare: non ci si lascia grat* di quello che si è condiviso ma ci si dà battaglia, che sia per l’affidamento dei figl*, del cane o delle tazzine di caffè di cui a nessun* frega davvero qualcosa, ma il punto è diventato vincere a tutti i costi anche se così perdono tutt*. Se poi la coppia che scoppia è famosa può anche mantenere un rigoroso silenzio mediatico, ma saranno i media stessi ad alimentare questo gioco al massacro con illazioni, allusioni, controllo sistematico dei social media ed ipotesi derivanti da questo controllo mediatico.

Come? No, non sto parlando dei Ferragnez, ma di Dan Harmon e Justin Roiland, i creatori di quella che secondo me è una delle serie animate migliori degli ultimi anni: Rick and Morty. Non conosco bene la vicenda che ha portato alla loro separazione (potevi informarti, direte giustamente voi), ho appena letto le dichiarazioni rilasciate da Harmon nel novembre 2023 e scopro che alla base della rottura ci sono anche vicende ben più problematiche di quel che pensavo (tipo che Roiland possa aver usato il suo ascendente su fan adolescenti per adescarl*, accuse archiviate secondo l’articolo che ho letto ma che fanno comunque venire un brivido lungo la schiena), ma quello su cui vorrei concentrarmi è altro: la settima stagione della serie. Ne ho letto peste e corna prima ancora che uscisse, articoli che senza che si fosse ancora visto qualcosa titolavano “la peggior stagione di sempre”, pure dopo la release (come dicono quell* che hanno studiato inglese) pessime critiche (di cui ho letto solo i titoli perché non volevo spoiler), tutto immagino perché cazzo, si è rotta la coppia creativa alla base dello show, mica si aggiusterà così facilmente il tutto, no? E invece sì.

A me la settima stagione di Rick and Morty è piaciuta. Vi dirò, mi è piaciuta più di altre stagioni. Mi allargo ulteriormente: l’episodio That’s Amorte, in cui Morty scopre che i gustosissimi spaghetti con cui Rick rifocilla la famiglia sono estratti dai corpi delle persone suicidatesi su un altro pianeta, è uno degli episodi migliori dell’intera serie nonché una incredibile critica del capitalismo, del nostro riuscire a vivere con il macigno di scelte terribili se c’è qualcun* disposto a rassicurarci che va bene così e mille altre elucubrazioni mentali. Mi chiedo quanto la critica preventiva sia diventata critica a tutto tondo solo perché si è pensato che la serie non potesse essere più la stessa dopo il divorzio (creativo) della coppia che gli ha dato i natali, perché un episodio del genere a me ha ricordato uno degli altri migliori in assoluto, A Ricklantide, che a dispetto del titolo si svolge completamente nella Cittadella dei Rick (lo so, voi che non siete appassionat* non ci state capendo niente: facciamo che lo prendete come un consiglio a recuperare la serie, ok?) e riesce a toccare corde profondissime pur nella sua violenza splatterosa e sarcastica e nell’idiozia che ne contraddistingue lo stile.

Ma perché racconto tutto questo? Perché spreco tutte queste righe in un sabato mattina prepasquale invece di andare dritto al punto e guadagnare del tempo per, che so, farmi una passeggiata fintanto che c’è un raggio di sole o scaccolarmi nel letto mentre accarezzo il gatto? Perché nell’episodio A Ricklantide la splendida chiusura, come già in un altro episodio che non vi cito se no vi vien voglia di sopprimermi, è affidata all’intensa For the damaged coda dei Blonde Redhead, uno di quei brani che anche da solo è capace di farti lacrimare pesantemente e che associato alle immagini acuisce il magone: e guarda un po’, oggi parliamo proprio dei Blonde Redhead.

A permettermi di farlo è Matteo Quaglia, che prima di tutto ha accettato di scrivere per questo blog e poi ha accettato anche che il suo racconto fosse associato alla band in questione. Nato nel 1988 in un piccolo paese del nord-est italiano, fin da piccolo si appassiona ai libri e ancora oggi è un entusiasta lettore, il che lo costringe ad acquistare periodicamente nuovi scaffali (problema che conosco bene, visto che sto valutando di mettere delle librerie in un corridoio già stretto di suo). Dalla lettura alla scrittura il passo è breve, dallo scrivere allo scrivere bene invece di strada ce n’è molta di più da fare: Matteo l’abbiamo cercato e voluto proprio perché lo fa benissimo, e potete rendervene conto dalla qualità dei suoi racconti che, non per niente, sono stati pubblicati su una moltitudine di riviste come Nazione Indiana, l’inquieto, Bomarscé, Altri animali, Malgrado le mosche, inutile (questo potete ascoltarlo, e già che ci siete fatelo anche con questo), Rivista Blam, Pastrengo, Risme (sul numero 9), Narrandom, Crack, Clean… Che faccio, lascio? No, aggiungiamoci anche l’antologia 2021 de I racconti dello schioppettino, e chissà quanto d’altro c’è che i potenti mezzi di Tremila Battute (ci crede ancora qualcuno che sono potenti?) non sono riusciti a scovare. Seguitelo e leggetelo, ne vale la pena.

Vale la pena sicuramente anche di seguire la trentennale carriera dei Blonde Redhead, ma io sono un lavativo e li ho frequentati solo a spizzichi e bocconi, mangiando qualche canzone qua e là: insomma, ammetto di non essere un esperto ed è una di quelle cose difficili da ammettere quando stai per partire con una filippica sul “perché sono importanti e dovreste ascoltarli”. Facciamo che partiamo con una barzelletta, eh? Tipo quella dell’italiano che va in Belgio a vedere un gruppo gallese o in Giappone a vedere un gruppo thailandese, solo che stavolta io non c’entro niente ed è la storia di come due gemelli italiani, Amedeo e Simone Pace, incontrano due musiciste giapponesi, Kazu Makino e Maki Takahashi, negli Stati Uniti, precisamente a New York, nel 1993 (l’ho fatta pure semplice, perché i fratelli Pace a tredici anni erano emigrati dall’Italia al Canada). Questo incontro segna l’inizio della storia della band, che vede inizialmente Amedeo a chitarra e voce, Makino idem, Simone alla batteria e Takahashi al basso: con questa formazione i Blonde Redhead attirano l’attenzione di un tizio qualsiasi, ovvero Steve Shelley dei Sonic Youth, che decide di produrre il loro primo disco omonimo uscito nel 1995 per la Smells Like Records. Sarà l’unico disco registrato da Takahashi che poco dopo la pubblicazione lascia la band, sostituita per un breve periodo da Toko Yasuda prima che anch’essa dia forfait, nutrendo la lista di bassist* giapponesi (ricordiamo Hiro Yamamoto dei Soundgarden) a cui il successo fa decisamente schifo.

Da lì in avanti i due Pace e Makino formeranno un trio (quasi) indissolubile, capace di pubblicare nove dischi e tre Ep fino al 2017, anno in cui si prendono una pausa prima di tornare solo l’anno scorso con Sit down for dinner (Section1). Trent’anni di musica sono tanti e prevedono solitamente evoluzioni sonore, cambi di etichetta, momenti in cui la critica ti acclama e momenti in cui il pubblico storce un po’ il naso: i Blonde Redhead non si sono fatti mancare niente di tutto questo, passando dal mix di rasoiate sonore, sussurri e urla (quando vuole Makino sembra posseduta da uno o più demoni) e raffinatezza retrò dei primi album a un’evoluzione ancora più particolare e barocca, sancita dal passaggio alla Touch & Go Records con il disco Fake can be just as good (1997) e portata alla perfezione, a mio modesto parere, con il clamoroso Melody of certain damaged lemons (2000), quello che contiene For the damaged coda (che ho scoperto essere anche nella colonna sonora di L’ultimo bacio) e altri splendidi brani che inquietano e affascinano al tempo stesso. Dal seguente Misery is a butterfly (2004) il trio passa sotto la britannica 4AD, iniziando una graduale mutazione del proprio sound verso territori più morbidi e shoegaze, riuscendo comunque a ottenere il plauso di una critica che si fa però più freddina man mano che gli album virano verso il pop, l’elettronica e la melodia davanti alle abrasioni. La fase 4AD si interrompe nel 2010, anno di Penny Sparkle, poi un veloce passaggio alla Kobalt Records per Barragán (2014) e il lungo silenzio (che permette a Makino di pubblicare un album solista nel 2019, Adult baby), interrotto nel 2023 con Sit down for dinner. L’ultimo (in ordine di tempo eh) disco dei Blonde Redhead è una sorpresa positiva per tutt*, non cerca di tornare alle asperità del passato ma è vario, profondo, morbido senza per questo essere accomodante: la band lo ha scritto prendendo spunto da una frase contenuta nel libro L’anno del pensiero magico di Joan Didion (La vita cambia velocemente. La vita cambia in un istante. Ti siedi a cena e la vita come la conosci finisce), chiudendo così un parallelo letterario/musicale iniziato intitolando il secondo disco La mia vita violenta (ispirato, il titolo come l’album, dal libro Una vita violenta di Pier Paolo Pasolini) e che li rende la band perfetta per un sito come il nostro.

A cure è l’ottava traccia di Melody of certain damaged lemons, una canzone che parla in modo elusivo e poco chiaro di problematiche relazionali (le stesse che non hanno impedito ad Amedeo Pace e Kazu Makino di sposarsi, a seguito di una relazione iniziata nei primi anni di carriera) unendo le voci di Makino e Pace in un’atmosfera che oserei definire, con buona pace di Freud, “perturbante”. Sia il testo che la musica hanno convinto me e Matteo che unire il suo racconto e la canzone era cosa buona e giusta, perché come il miglior Cortázar (ma anche, paradossalmente, come il miglior Carver) la sua storia unisce sentimento e mistero, il tutto mentre qualcun* suona il citofono nel pieno della notte e la coppia protagonista si chiede se andare a rispondere o meno. Se volete sapere se lo faranno o meno (e DOVETE volerlo sapere) trovate il racconto più in basso, subito dopo la canzone a cui lo abbiamo associato: a me non resta che augurarvi buon ascolto, buona lettura e toh, anche buona resurrezione di Gesù (anche se non siete credenti, vale sempre la pena di approfittare di una festività).

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Canto sotterraneo, di Matteo Quaglia

Ci svegliammo nello strascico della notte. Il citofono squillò una seconda volta, poi una terza. Non si era trattato di un sogno; del resto, a quell’ora, ciò che si doveva sognare lo si era già sognato, non restava che rotolarsi nelle lenzuola di qualche incubo dissotterrato dalle macerie del giorno precedente. Ma quello non era un incubo, o per lo meno non si era ancora manifestato come tale.

Hai sentito anche tu, chiese Anna. Feci sì con la testa. Un altro squillo, più prolungato, quasi il dito che premeva il citofono fosse sprofondato nel muro. Anna allungò il braccio e prese l’iPhone. Disse qualcosa a proposito dell’ora, o forse me lo immaginai soltanto, perché non risposi. Attendemmo in un silenzio perfetto fino allo squillo seguente, seguito da un altro squillo ancora. Secondo te chi è, chiese Anna. Risposi che non ne avevo idea, ma chiunque fosse non aveva alcuna intenzione di darsi per vinto.

Forse è un ospite giunto fuori orario, disse. Anna era solita esprimersi in questo modo. Non li chiamava clienti, bensì ospiti. Non diceva arrivato, ma giunto. Tirai su con il naso. Forse se ci rimettiamo a dormire la finiscono, disse. Forse, concessi. Però non credo sia un cliente. Ci sono degli orari precisi per il check-in. Non puoi arrivare quando vuoi.

Anna si lasciò cascare sul cuscino. Il fatto è che siamo rimasti solo noi, qui, disse. Per qualche secondo sembrò riflettere su ciò che aveva appena detto. Altri tre squilli, seguiti da un quarto. Chiamiamo i tipi della Guest house, disse. La guardai. Teneva gli occhi chiusi, o meglio, spremuti. E cosa gli diciamo, chiesi. Diciamo che c’è qualcuno che sta suonando, no, disse lei. Non credo sia un cliente, risposi. Telefonò lo stesso, ma nessuno rispose. Ci furono altri trilli, che riempirono i dieci minuti successivi. Io e Anna restammo immobili, quasi desiderassimo di non essere visti da uno spettro. Perché non la smettono, chiese. Cioè, non lo vedono che non risponde nessuno. Le domandai perché parlasse al plurale. Magari a suonare era solo una persona, qualcuno che aveva bisogno di aiuto. Dissi così e me ne pentii subito. Anna sgranò gli occhi e disse che se c’era qualcuno in difficoltà, avremmo dovuto fare qualcosa. Disse chiamo la polizia. Risposi che non mi sembrava il caso. La polizia si occupa di faccende serie. Giù in strada, qualcuno iniziò a urlare. O meglio: a parlare a voce troppo alta. Mi alzai e aprii la finestra, poco, come volessi evitare alle zanzare di entrare. Non si vede niente, dissi. Forse dovremmo rispondere al citofono, disse. Forse, concessi. Ma se apriamo la camera e qualcuno è fuori in attesa di scivolare nella stanza, dissi. Anna disse smettila. Chiusi la finestra e mi sdraiai. Poi le parlai del racconto di Cortázar in cui due fratelli cedono via via lo spazio di casa loro a degli estranei oscuri. E dopo cosa succede, chiese.

Dissi vado a rispondere. Anna mi seguì. Prese la mia mano. Quando, infine, riuscii a portare la cornetta all’orecchio, era mattina.

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Dritti alla meta per la strada meno battuta: il punk fra passato e presente di Couchgagzzz e Boban

Nonostante ascolti punk da quasi trent’anni, non saprei minimamente tratteggiare una storia del genere. Comincerei dai Sex Pistols e probabilmente sbaglierei, ché di sicuro c’è stato qualcosa prima che i bene informati conoscono e di cui sanno spiegare l’evoluzione, le scissioni, gli stili, e non immaginatevi questi bene informati in giacca e cravatta ma come qualcuno che verrà a pogare con voi (magari in giacca e cravatta). Io sono cresciuto con l’hardcore melodico, andando a ritroso dai Green Day ai NOFX e anche a gruppi meno noti (in Italia almeno), e con quella corrente non ben definita che veniva catalogata come “flower punk”, realtà mutevole e vagamente disimpegnata che tiene insieme band come Punkreas, Derozer, Pornoriviste… L’elenco è sterminato, e tante di quelle band sono ancora attive senza mai essere state ampiamente rilevanti a livello nazionale, nel senso che penso che nessuno di loro campi di musica (ricordo che uno se non entrambi i fratelli Carruozzo dei Persiana Jones lavorava alle poste, e doveva prendere ferie per andare in tour). Non ho mai scavato seriamente più indietro di quel periodo fra fine anni 80 e inizi anni 2000, e pure dopo non è che sia migliorato sto granché come esploratore visto che mi sono accorto dell’enorme scena emocore nostrana con anni di ritardo. Sarà che sono innamorato di troppi generi per seguirne bene uno solo, sarà che probabilmente non potrò mai ritenermi esperto di niente per quel che riguarda la musica: qualunque sia la motivazione ho sempre la sindrome dell’impostore se devo parlare di qualcosa che mi ricorda il passato del punk, perché ho solo una sensazione e pochi riferimenti confusi a supportare la mia tesi.

Oggi, però, è il giorno in cui provo a spiegare perché i baresi Couchgagzzz e i milanesi Boban mi sembrano prendere spunto da cose che nel punk sono già state fatte, senza la pretesa di innovare ma riuscendo a gestire quelle influenze in maniera personale e meno ovvia di quanto si possa pensare. Sotto coi primi allora, e speriamo in bene.

I duri del Road House

Prendo spunto totalmente a sproposito dal recente remake de Il duro del Road House per introdurre i Couchgagzzz, poker di musicisti baresi (JJ batteria e voce, BB basso e voce, Garko chitarra e voce e Snafu synth e voce) che si definiscono “ossessionati da steroidi e sport”, passioni che hanno cercato di trasformare in musica attraverso quello che loro definiscono un incrocio di “budget rock dopato” e “synth punk”, debitore della scena rock’n’roll australiana (che non fingerò nemmeno di conoscere). Con questa descrizione io mi aspettavo qualcosa di derivativo e stortuccio tipo i Viagra Boys (foss’anche solo perché hanno fatto una canzone che si chiama Sports), ma le cose non stanno proprio così.

GOSPORTS!!!, pubblicato l’8 marzo dall’etichetta Ciqala Records, finge di tirarti dentro con l’entusiasmo di chi vuole bersene un paio prima di andare sugli spalti a tifare per il Manchester United (squadra per cui professano una fede smisurata, inneggiandola nei ritornelli dell’iniziale United), solo che sbaglia locale dove andare a bere e il paio diventa almeno quattro o cinque. I Couchgazzz ti trasportano dentro un locale dall’atmosfera ignorante con la band punkabilly sul palco e il pubblico che lancia birre in bottiglia contro la rete protettiva, ti aspetti vadano giù dritti come quella birra ma chissà perché a te l’hanno data nel boccale e solo al primo sorso ti accorgi di aver ordinato per sbaglio un palombaro e – hey! – che cazzo c’è dentro quel bicchierino, il veleno? Vanno giù in tutt’altra maniera, veloci ma sguscianti, sterzano spesso e volentieri e lo fanno donandoti sempre la voglia di saltare.

Mentre JJ alla batteria suona come se la sua vita dipendesse da quanto riesce a pestare cassa e rullante nella maniera più dritta e potente possibile gli strumenti e la voce gli saltano in groppa e improvvisano un garage punk lisergico e ironico, creano un mondo strambo in cui anche i Digimon rientrano nell’alveo dello sport e in cui gli steroidi ti portano a pogare forte e veloce nei ritornelli hardcore di Burak won ma ti lasciano anche degli strani effetti collaterali, tipo portarti in territori più psichedelici con semplici ed efficaci assoli riverberati di chitarra come quello della title track. Si sente in tutte le otto tracce del disco che ai Couchgagzzz piace un sacco divertirsi e far divertire, anche quando iniziano più compatti e marziali come in The wheel at the finish line finiscono per piazzarti ritornelli che non vedi l’ora di cantare ubriaco sotto il palco: il pregio è che riescono a farlo in una maniera molto meno immediata di quanto ci si aspetterebbe a un ascolto distratto, complicando e giocando ad allargare lo spettro pur non diminuendo mai il tiro.

Nel loro caso sono i suoni a darmi un sentore di passato, riverberi ovunque che ovattato il giusto senza sminuire l’impatto. Forse potevano osare di più col synth per dare particolarità alla miscela, ma lo strumento resta seppellito sotto gli altri (si percepisce più chiaramente in alcuni punti di Bad holes) e fa sbiadire l’etichetta “synth punk” autoaffibbiata. Non per forza un male visto che la ricetta funziona e coinvolge comunque: li vedrei bene in apertura ad un festival come il Bay Fest di Bellaria, farebbero saltare un sacco di gente.

Punk e cantautorato

Sarebbe troppo facile ridurre le influenze sonore alla base di  Quater dei Boban citando i CCCP, ma è innegabile che il mix immaginifico e musicale della band di Ferretti e soci abbia avuto il suo impatto sul duo milanese, giunto al secondo disco dopo anni di silenzio (l’esordio .fm, autoprodotto al pari di questo, è datato 2015). Lo ammettono loro stessi nella bio su Bandcamp, e come se non bastasse lo urla Christian Bobo Boniardi (voce e polistrumentista della band, che si alterna a quadi tutti gli strumenti con il sodale Ringo) in Voglio ascoltare i CCCP, palesando una fratellanza ideale che non sfocia però nello scimmiottamento: i Boban hanno infatti altre frecce al proprio arco, e le otto tracce di Quater riescono a sfoderarne parecchie.

Il cantautorato innanzitutto, quello di Jannacci per propria ammissione (ulteriore legame con la milanesità, già esplicitato nel titolo in dialetto) e quello di De André, apertamente citato attraverso “l’operaio di Fabrizio con la bomba nella testa” di Il karma non pensa, uno dei brani migliori del lotto. C’è poi il post-punk nervoso di Milano Lagos, dove la chitarra ruzzola in un assolo sporco che apre a un inaspettato finale noise, efficace mix di generi che riesce molto meno a Plotoni, che nel tentativo di unire un cantautorato elettroacustico che sta a metà strada fra i Moostroo e gli Alice In Chains e un finale arpeggiato non trova metodo migliore che operare uno stacco netto, peccato veniale ma evidente perché, vista la durata del brano, ci sarebbe stato il tempo per architettare meglio la transizione.

Se nei Couchgagzzz vince la voglia di divertirsi senza pensieri nei Boban prevale il desiderio di rappresentare uno spaccato di realtà, non per forza politico ma comunque ancorato al sociale. Testi autobiografici narrati da un Boniardi che nell’iniziale Manchester si autodefinisce un vecchio punk, meno efficace quando si mette al centro del capannello con la chitarra acustica a ricordare i fasti di Van Basten e Zidane (la conclusiva Zizou) di quanto non lo sia mentre inveisce in Joker 74 con basso, chitarra e batteria a stargli dietro dritt* e incazzat*. Il meglio i Boban lo danno però unendo le due anime, sia quando il risultato è (apparentemente) più soft in Il karma non pensa che quando spingono un po’ di più come in Agosto (canzone in cui, al pari di Voglio ascoltare i CCCP e Plotoni, è ospite alla batteria Michele Mazzon). Registrato da Luca Ciffo della Fuzz Orchestra (di cui vi esorto ad ascoltare l’ultimo progetto, la superband Traum), Quater è un disco piacevolmente urticante, non pienamente centrato in tutte le sue anime ma capace di trasmettere le emozioni di un passato che può essere ancora presente.

Sono riuscito a dire quel che volevo dire? Non lo so, intanto però sono riuscito a mettere insieme due album che, unendo le canzoni iniziali, fanno proprio il nome del Manchester United idolatrato dai Couchgagzzz: peccato che io tifo il Werder Brema

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Racconto in musica 167: Condivisione (Il Buio – Prima noi)

Mentre scrivo queste righe sono a Fà la cosa giusta, la fiera del consumo etico e degli stili di vita sostenibili che si svolge a Mi.Co., la vecchia zona fieristica milanese. Sono venuto qui a trovare la mia compagna, che lavora per una fondazione che promuove la parità di genere (e quindi, in maniera inscindibile, anche il contrasto alla violenza di genere) tramite attività sul territorio e formazione aziendale, ma anche perché la sostenibilità è un tema a cui sono molto sensibile. Questa sera andrò al centro sociale Cox 18 alla festa di compleanno dell’etichetta To Lose La Track. Poteste vedermi in questo momento avreste l’impressione, probabilmente, di un mezzo hippy vestito da capo a piedi con abiti etnici, consapevole dalla punta dei piedi ai capelli di tutte le problematiche e disparità in giro per il mondo.

Ecco, non è così.

O almeno, non è esattamente così. Faccio del mio meglio, ma il mio meglio non è questo granché. Detto che ogni gesto utile è lodevole, pena finire in una narrazione che ci toglie la voglia di agire positivamente in qualsiasi contesto (come mi ha insegnato Elena Granata nel suo libro Biodivercity), quanto detto nel primo paragrafo mostra un’immagine di me edulcorata e ben lontana della realtà. Per dire: ieri (che per voi che leggerete è l’altroieri, giusto per complicare le cose) ho mangiato una quantità di sushi che non farà la felicità della fauna ittica ed è lontano dal consumo sostenibile di pesce. Per dire: abito a metà strada fra un centro sociale (Il cantiere) e Citylife, e sono stato un sacco di volte in più nel centro commerciale vicino a casa di Chiara Ferragni e Salvatore Aranzulla. Per dire: il mio attivismo si limita fondamentalmente a questo blog e alle donazioni mensili a qualche onlus, tutte cose che posso fare senza sporcarmi le mani di persona per una qualsiasi causa. Non sono la persona peggiore del mondo, ma ho grande stima di chiunque per una causa ci mette faccia, voce, corpo e tempo e verso di loro provo gratitudine e una legittima e sacrosanta sindrome dell’impostore: tutto questo per dire che, sebbene non li conosca personalmente, gli Il Buio lottano e resistono in una maniera da cui io sono distante anni luce.

La band composta da Emiliano Fassina (chitarra), Francesco Cattelan (voce), Andrea Grigolato (chitarra), Piero Pederzolli (batteria) e Alberto Zòrdan (basso) l’ho conosciuta grazie a una delle serate di Tutto il nostro sangue, organizzate al Bloom di Mezzago da Andrea Pezzotta dei Requiem for Paola P., ed è bastato un niente ad innamorarmi della loro carica urticante e dei loro testi intelligenti ed impegnati. Originari di Thiene in provincia di Vicenza, si formano a cavallo fra il 2008 e il 2009 e già nel 2010 pubblicano il primo Ep omonimo (e autoprodotto) di cinque brani: Il buio esplicita già il legame fra testi impegnati ed elaborati con una musica che coniuga velocità e profondità, impronta hardcore che si apre a incroci fra gli strumenti (che a me fanno pensare sempre agli At The Drive-In, ma ognuno ha i propri riferimenti) e, nell’ultima canzone C’è mancato un pelo, Georg Elser (Elser è colui che, nel 1939, ideò l’attentato a Hitler in una birreria di Monaco, fallito per pochi minuti), si aprono anche a una lunga coda strumentale malinconica. Questo loro lato, pur rimanendo entro limiti diversi dalla traccia conclusiva dell’Ep (lunga oltre otto minuti), viene ulteriormente esplorato nel primo disco ufficiale della band, L’oceano quieto. Autoprodotto nel 2013 con la propria Autunno Dischi (che partorirà di lì a breve anche Ramadama degli actionmen), L’oceano buio è un disco più sfaccettato in cui la voce emerge con tutte le sue qualità, urlando ancora il proprio dissenso ma aprendosi a toni più intimi perché, come dicono loro stessi in questa intervista di Michele “V4V Records” Montagano, “a volte si può risultare molto più violenti sussurrando una frase piuttosto che urlandola a squarciagola”. Nel primo disco (anticipato da un sette pollici pubblicato dall’etichetta CORPOC, in cui oltre al proprio brano Via della realtà, 7 coverizzano Inno generazionale di noi sfigati dell’amico bergamasco Caso) mostrano le divisioni nella società contemporanea ma partendo dall’individuo, perché se è vero che la colpevolizzazione del singolo è il modo in cui il sistema cerca di dividerci è altrettanto vero che, una volta presa coscienza di questo, restare fermi a guardare è una scelta e non una costrizione: possiamo far parte dei manifestanti o del “plotone d’esecuzione istruito con poco pane e troppa televisione” che sta dall’altra parte dello schermo (Da che parte state), possiamo essere uno dei mille Mario che ogni mese cambia cellulare e magari finisce per morire in fabbrica (Marionette), a noi la scelta.

Due anni dopo la band fa uscire il sette pollici Tre passi / Gregory Peck, poi un lungo silenzio di quattro anni che porta, nel 2019, alla pubblicazione sotto Black Candy di La città appesa. Il mix di riflessione ed energia è ulteriormente affinato in otto tracce che passano dalle rasoiate di Prima noi alle mutazioni sonore di Una coperta scura, sette minuti in cui la band illustra e approfondisce il concetto per cui “la storia è sempre una guerra alla memoria” e “le tragedie che viviamo sono lo scarto di un calcolo di consenso e contabilità”: su tutto il rapporto con una città generica in cui ognuno di noi può rivedere le storture della propria (nell’intervista linkata sopra lamentavano, già nel 2013, la distruzione sistematica in provincia di Vicenza di ogni parvenza culturale legata alla musica da parte del governo ventennale della Lega Nord), perché “una città che non sa accogliere non sa cambiare / rigenera i propri mostri e li lascia invecchiare” (La città appesa). A oggi non sono usciti nuovi dischi de Il Buio ma la band continua a lottare e resistere con noi: vi invitiamo a cercarli sui loro profili social per sapere quando verranno dalle vostre parti a scardinare le orecchie e stimolare le menti.

Ascoltando mentre andavo a lavorare Prima noi, la seconda traccia di La città appesa e la canzone che più mi si era impressa in testa dopo il loro live, ho fatto una di quelle classiche coniugazioni di idee storte che mi hanno portato a chiedermi: e se i fascisti venissero trattati come una specie in via d’estinzione, da proteggere e tutelare? Sono partito da lì per coniugare in tremila battute racconti di ultrà della Pro Patria che irrompono ai concerti punk per fare rissa, un pizzico di surreale e mille domande inespresse su dove sarei io nella scena che descrivo. Fra la folla che guarda male i frequentatori del Centro Integrato? Fra i più deboli che vogliono sentirsi forti e reagiscono ai soprusi? Non certo fra i fascisti, ma temo che resterei a guardare, indignandomi comodamente sotto le lenzuola. Pensate anche voi in quale parte vi ritrovereste, leggendo il racconto subito dopo la canzone che lo ha ispirato: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Condivisione

Sono proprio come dicono. Io finora li avevo visti da lontano, da soli o in piccoli gruppetti, ma sabato ero al Centro Integrato e mentre c’era questa band che suonava ne è arrivato un branco ben nutrito.

Sembrano più grossi quando sono in tanti, dovresti vederli! Hanno cominciato subito a fare brutto e ad alcuni sono spuntati perfino attributi sessuali sulla fronte, il petto o i bicipiti. Hanno puntato delle prede fra quelli che non erano in mezzo al pogo, non i più deboli ma quelli fra i più deboli che volevano sentirsi forti. Sono meno stupidi di quanto possa sembrare, li ho visti mentre si avvicinavano: usano questa tattica di dare fastidio alle persone innocue, cercando la reazione e lo scontro, poi iniziano a martellare e cazzo, è Davide contro Golia ma ancora più falsato perché lo sai, al Centro Integrato le pietre non possono mica entrare.

Ovviamente è arrivata subito la polizia. Ci han fatto uscire fuori e si era radunata già una folla che berciava e sputava insulti, e ce l’aveva più con noi che con loro. Mica ho capito bene il perché, mi sa che è per questa storia che i fasci sono una minoranza da preservare, che non ne rimangono molti e vanno protetti, anche se in giro ne vedo sempre di più e sto discorso mica lo fanno, che so, con le zanzare. Sta di fatto che ne portano via un po’ per metterli in quelle riserve speciali con le gabbie, pochi però, e ne portano via molti di più dei nostri: non i più deboli, ma quelli fra i più deboli che volevano vendetta, urlavano di fare giustizia. Mi han detto che capita spesso e che per loro la rieducazione dura di più, perché i fasci tornano in strada molto più velocemente di quelli che stanno al Centro Integrato.

Io? No, a me non mi hanno toccato. Me ne stavo bene in disparte, che un conto è divertirsi insieme e un altro è finire a fare a botte. Anche la polizia l’ha capito che non c’entravo niente, e meno male che se no mi toccava chiamare Tusaichi e farci una figura di merda, che mica vuole che frequento certi posti. Ti dico, ci son rimasto di merda e non mi è piaciuto per un cazzo quello che è successo, ma ho ringraziato davvero di avere un letto comodo in cui tornare. Il giorno dopo ho messo il like a un post che denunciava il rastrellamento, magari nei prossimi giorni lo condivido anche.

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Racconto in musica 166: Costruire un porto (Paolo Benvegnù – Il mare verticale)

Settimana scorsa ero al Book Pride, la fiera dell’editoria indipendente di Milano, uno dei motivi per cui questo blog/aspirante rivista letteraria si è preso una settimana di pausa (insieme alla nostra ben nota e fallimentare propensione al superare il senso di colpa relativo al dover essere produttivi a tutti i costi). Fra parecchi giri per gli stand e vari talk molto interessanti che si sono succeduti mi è capitato di finire a vedere Umberto Maria Giardini (ricordate? Ne abbiamo parlato qui) che parlava dei libri della sua vita: fra le varie cose uscite nella conversazione con lo scrittore Marco Amerighi UMG ha anche fatto un elogio degli anni ’90 come un periodo unico da vivere, una sorta di nuovi anni ’60 in cui, dalle sue parole, tutto sembrava bello e splendente e pieno di speranza per il futuro.

Sarà, ma io in quel periodo ero perlopiù infognato nel grunge e nel post-grunge e di queste aspettative per un futuro luminoso non vedevo neanche il riflesso. Non lo vedevo neanche a livello cinematografico perché, per dire, la fantascienza ti proponeva perlopiù cose tipo Matrix e Strange days, che non è che fossero proprio utopie positive (detto che le utopie positive nella fantascienza si contano sulla punta delle dita) e condividevano un certo immaginario dark che fatico ad associare alla speranza. Certo era un periodo di sconvolgimenti, Internet era appena arrivato (da noi) e ci sembrava, quella sì, una promessa di libertà e scambio: inoltre Umberto Maria Giardini in quegli anni era agli inizi della propria carriera (nel 1999 pubblica il primo album Natura in replay, passando anche su Mtv), e vivere un certo periodo dal di dentro di una scena musicale in formazione ti dà sicuramente un’impressione diversa rispetto a vivere lo stesso periodo nella tua cameretta ad ascoltare la radio. Quella scena, che per un ascoltatore come me poteva abbracciare i C.S.I. passando per i Marlene Kuntz e gli Afterhours (giusto per citare quelli che a fine anni ’90 erano già affermati), aveva anche un lato cantautorale che io scoprii solo più avanti, nomi tipo Marco Parente, Andrea Chimenti, lo stesso UMG e anche un cantante e chitarrista che dal 1993 al 2000 ha suonato in una band che ha avuto meno riflettori puntati rispetto ad altre, ma che ricordo con affetto anche solo per quella manciata di canzoni che mi è passata attraverso le orecchie: la band erano gli Scisma e quel cantante e chitarrista, che tuttora è attivo come cantautore, è Paolo Benvegnù.

A permetterci di parlare di lui è Gabriele Bitossi, un altro piacevole ritorno sulle schermate di Tremila Battute. Gabriele negli anni ’90 ci è nato, a differenza di me, e a differenza di me nel mondo letterario si è già fatto strada, collaborando, dopo il diploma in Sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics, con Spaghetti Comics, Kleiner Flug, Coltello Comics, Radici e Future Fiction. Proprio quest’ultima casa editrice a Book Pride festeggiava il suo decennale di attività e ci sembrava giusto segnalarvi, fra le tante opere a cui ha dato il suo contributo, La nave verde, trasposizione a fumetti di un racconto di Francesco Verso (che di Future Fiction è anche editore) che Gabriele ha sceneggiato, Pietro Depalma ha illustrato, Cristina Tomasini ha colorato ed Erica Benvenuti ha letterato: ci sembra anche un buon modo per uscire dalla fantascienza cupa e disillusa con cui sono cresciuto consigliarvi una storia che tratta di migrazione con un afflato di speranza verso il futuro, e ci sembra cosa buona e giusta anche consigliarvi la lettura del primo racconto che Gabriele (che a ottobre 2023 si è anche laureato con lode in Italianistica a Pisa) ci ha donato, che potete trovare qui.

Ripercorrere un’intera carriera trentennale è un’impresa improba, soprattutto se la si è guardata da lontano. Quella di Paolo Benvegnù poi, milanese di nascita e fiorentino d’adozione, è talmente piena di svolte, collaborazioni, progetti intra ed extra musicali che raccapezzarcisi diventa ancora più complicato: sette album in studio dal 2004, anno di Piccoli fragilissimi film (Stoutmusic/Santeria) a oggi (È inutile parlare d’amore, pubblicato a inizio anno dall’etichetta Woodworm e comprendente duetti con Brunori Sas e Neri Marcorè) più un disco dal vivo e la doppietta Delle inutili premonizioni (2021, Black Candy), una sorta di Best of in cui rilegge in versione acustica i suoi brani, e Delle inutili premonizioni – Vol. 2 (2022, sempre per Black Candy), in cui omaggia invece con delle cover artisti new wave come New Order, Tears For Fears e Faust’O; uno studio di registrazione aperto a Prato in cui ha prodotto, fra gli altri, album di Perturbazione e Terje Nordgarden; collaborazioni a pioggia con David Riondino, Stefano Bollani, Mauro Pagani, Marina Rei, C.F.F. e il Nomade Venerabile, Marta Sui Tubi e Lettera 22, giusto per citarne alcuni fra noti e meno noti; progetti paralleli come Proiettili buoni con Marco Parente, il cui omonimo album esce nel 2008, e I racconti delle nebbie, duo letterario-musicale creato con lo scrittore ed autore Nicholas Ciuferri che pubblica un disco omonimo nel 2019 e si espande a quartetto poco dopo con l’ingresso dello sperimentatore elettronico Nicola Cappelletti e di Riccardo Tesio dei Marlene Kuntz; brani suoi ricantati da altre, come Il mare verticale ripreso sia da Marina Rei che da Giusy Ferreri, È solo un sogno da Irene Grandi ed Io e te da Mina (che, va detto, ha sempre avuto un occhio di riguardo per la musica indipendente). E tutto questo senza parlare degli Scisma e, a ben vedere, senza aver ancora accennato alla sua musica.

Autore di un cantautorato intimo e intenso, rock nei suoni ma dilatato nelle atmosfere, Paolo Benvegnù è soprattutto un cantore dell’amore in tutte le sue forme, perlopiù malinconiche ma intrise di poesia. Non aspettatevi però qualcosa di asettico e sentimentale perché Benvegnù riesce a toccare anche corde morbose e oscure, legate (volontariamente o involontariamente, che la storia del cantautorato è fatta anche di patriarcato introiettato) a dinamiche di possesso e non accettazione della fine: di certo raggela il testo di Quando passa lei, inserita nel suo disco d’esordio, con quel “e io non so perché la uccido” che riverbera di tutti i cosiddetti raptus di violenza dietro cui si nasconde il problema culturale che porta ai femminicidi; inquieta il rapporto simbiotico di La schiena, il “dove vai? Cosa fai? Con chi stai parlando? Cosa stai bevendo?” che esplicita un controllo e una dipendenza romanticizzata (ma non eliminata) dalla frase “è così che ogni goccia di me scava la tua schiena lentamente, con un ritmo costante/ è così che ogni goccia di te scava la mia schiena lentamente, con un ritmo costante”; ci spinge a pensare ai nostri rapporti Piccola pornografia urbana (ma quanto è bella l’immagine nella cover di Earth Hotel?), un amore intriso di manipolazione e rivalsa (“ed è per questo che io insisto per amarti/ ed è per questo che tu gioisci nell’usarmi”); e poi l’amore inteso in senso più largo, l’amore come unica salvezza di fronte ai mali del mondo, che sembra tanto banale come concetto finché non ascolti l’alternarsi di sublime e di terribile nelle strofe di Io e il mio amore, la canzone con cui Benvegnù ha partecipato alla compilation Il paese è reale promossa dagli Afterhours. C’è molto altro nella musica di Benvegnù, non certo solo questo, e molto altro anche da dire sul suo rapporto con l’amore: prendete queste righe come spunto e ascoltate, problematizzate, diffondete.

Il mare verticale è la prima traccia di Piccoli fragilissimi film, una canzone che parla di immobilità e rinascita, di momenti passati a lasciare che “le cose passino e si sfiorino/ perché non sono in grado di comprenderle” alternati ad attimi di vitalità figli dell’urgenza (“nuotare in un oceano congelato per sentire il cuore che ti esplode dentro il petto”) o destinati alla violenza (“bere il sangue del nemico solo per gustarne la diversità”). Il testo della canzone è parso a me e Gabriele un buon contraltare alle vicende di G., il protagonista del suo racconto, che al mare evocato da Benvegnù giunge solitario e affamato di libertà e ne ritorna cambiato: per quali motivi lo lascio scoprire a voi subito dopo la canzone che accompagna la vicenda, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero e il numero Uno della fanzine di Tremila Battute!

Costruire un porto, di Gabriele Bitossi

Quella sera G. aveva sete di libertà, quindi uscì di casa e iniziò a camminare. Gli amici erano dietro ai primi amori, conditi da sbaciucchiamenti vista tramonto: lui, sempre indietro rispetto a loro, decise invece di cercare rifugio nella salsedine e nel tabacco.

Solo una volta arrivato al mare, pronto per la prima sigaretta della sua vita, si mise alla ricerca di un accendino.

Iniziò la perlustrazione delle viuzze che davano sul mare, senza trovarvi anima viva. L’unico locale aperto era un edificio enorme, diroccato, mai notato prima. Sbirciò all’interno e vide un semicerchio formato da un numero indefinibile di sedie occupate. Al centro, in piedi, c’era un uomo che stava declamando dei versi. Quando si mise a sedere una donna, prima seduta tra il pubblico, prese il suo posto. G. rimase in piedi ancora per qualche poesia, poi si avvicinò al semicerchio e si sedette sul pavimento, in contemplazione.

I versi che più lo colpirono li recitò un ragazzo che sembrava fuori contesto, anche in quel contesto già fuori di per sé. Ancora oggi ricorda quelle parole e le sussurra di notte all’ego per prendere sonno, consapevole del fatto che si sveglierà e affronterà un nuovo giorno.

“Bottiglie nel mare rivelano volontà.

Individui solitari, abbandonati,

umani come mosche bianche

racchiudono una stanza.

Formano il libro, seguono le navi.”

Dopo i versi del giovane poeta nessuno si alzò, forse per paura del confronto, forse per lasciarli riecheggiare il più a lungo possibile. Lasciarli respirare, lasciarli volare. G. attese ancora a lungo, anche dopo che le persone intorno a lui cominciarono a uscire: voleva ubriacarsi ancora, assaporare ogni istante.

Dopo qualche minuto le luci si spensero. Accese la torcia per ritrovare l’uscita e notò un accendino, abbandonato, vicino ai suoi piedi. Aprì il pacchetto, si infilò la sigaretta in bocca e tornò sui suoi passi. Tra il catrame e la nicotina, con la gola in fiamme, decise che la sera successiva sarebbe tornato in quel locale.

Da quella sera iniziò a fumare.

Da quella notte iniziò a scrivere poesie.

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