Problematiche sociali in Giappone, back to 2016: La ragazza del convenience store di Murata Sayaka e Shin Godzilla di Anno Hideaki

Ci sono mete da cui torni e vorresti ritornarci subito: per me una di quelle mete è il Giappone. Non so se sia il posto in cui mi sono trovato meglio in assoluto, di certo sono rimasto affascinato dai luoghi, dal cibo, dall’atmosfera generale e da mille altre cose: più di tutto è però il posto in cui mi sembra di aver lasciato indietro il maggior numero di luoghi che avrei voluto visitare, e mentre vagavo per Tokyo o Kyoto o Kamakura (alla prossima, Buddha gigante) pensavo “ok, questa cosa che non riuscirò a visitare la metterò nell’itinerario per il viaggio numero (numero variabile da due a cinque)”. Provare affetto per un paese in cui sei stato e volerci tornare sono però cose diverse dall’idealizzare quel paese, che è sempre il primo passo verso il trovarsi ad affermare “là sì che si sta meglio”: perché noi in Italia ne abbiamo di problemi, non ultimo dei quali il capire quando puoi permetterti di fare il saluto fascista (c’è gente che fa fatica a frenarsi eh, poverin*), ma non è che in Giappone va tutto bene solo perché le strade sono più pulite o perché (guarda un po’ le coincidenze) i treni arrivano in orario.

Quando c’era l’imperatore arrivavano addirittura in anticipo!

Non voglio fare l’esperto di Giappone che non sono, ma su certi fronti non stanno certo messi meglio di noi: parlo di disuguaglianza di genere (in ambito lavorativo e non solo), di stigmatizzazione e criminalizzazione dell’uso della cannabis, più problematiche locali come lo scandalo relativo all’abuso di minori nell’ambiente del j-pop, regno non così dorato che già un vecchio film d’animazione (Perfect blue del compianto Satoshi Kon) e un recente anime (Oshi no Ko Has, la cui sigla ho sentito parecchie volte girando per le città nipponiche) hanno provato a smitizzare. Ci sono però un libro e un film che hanno contribuito a convincermi a buttare giù questo articolo, perché analizzano piuttosto bene due problematiche che sono sicuramente anche nostre e che lo fanno in maniera bizzarra, un po’ per il tono e un po’ per la loro stessa natura: sono, come si evince dal titolo in alto, La ragazza del convenience store di Murata Sayaka (pubblicato dalla casa editrice e/o) e Shin Godzilla di Anno Hideaki.

Adeguarsi alle aspettative sociali in un konbini

Il konbini è una delle tante cose che caratterizzano il Giappone, nonché uno dei simboli del legame culturale con gli Stati Uniti. Sono piccoli esercizi commerciali aperti 24 ore su 24, sette giorni su sette (agevoliamo una canzone che ne parla), in cui è possibile comprare cibo, riviste, prodotti per la casa, sigarette e pure i francobolli, nel caso abbiate bisogno di spedire una cartolina (anche se abbiamo faticato a trovarne uno che ce li avesse davvero). Non è esattamente il posto dove immagini di fare carriera, così come non lo è negli equivalenti in altre parti del mondo, il che spiega perché i genitori di Furukura Keiko, la protagonista del libro di Murata, siano così preoccupat* per il suo futuro.

«A furia di lavorare in quel konbini invecchierai senza neanche accorgertene e nessuno vorrà sposarti. Anche ammesso che tu sia vergine, hai già perso la tua purezza, sei ridotta a una vecchia carcassa. Sei poco invitante, nessuno ti degna di uno sguardo, nessuno ti vuole. Se fossimo nel periodo Jōmon saresti una di quelle donne sole e abbandonate che vagano senza una meta da un angolo all’altro del villaggio, derise e disprezzate da tutti, destinate ad avvizzire senza dare alla luce dei figli. Sei solo un peso per la comunità. Io sono un uomo, in qualche modo posso sempre cavarmela, invece per te è già troppo tardi».

Keiko è sempre stata strana, fin da bambina, e si è presto resa conto delle differenza fra lei e l* altr*. Tutta la sua vita si è così votata all’apparire il più possibile conforme alle norme, atteggiamento che l’ha resa piuttosto introversa. Quando decide di candidarsi come commessa in un konbini la sua vita però cambia: nella ripetitività delle logiche di quel microcosmo Keiko trova stabilità, disinteressandosi di aspetti come la realizzazione economica o professionale e rimanendo per più di un decennio una dipendente a tempo determinato mentre collegh* e superiori cambiano continuamente. Guardata alternativamente con condiscendenza e compatimento dalle persone che le ruotano intorno, Keiko finisce per mettere in gioco la sua stabilità quando entra in contatto con Shiraha, un nuovo dipendente svogliato e scostante dalle opinioni quantomeno bizzarre sulla società ma non prive di potenzialità critiche.

Shiraha è critico verso tutto e tutt*, è convinto che la società non si sia affatto evoluta dal periodo preistorico e che sia ancora il più forte a vincere. Cerca di vivere perlopiù come un parassita, estraniandosi dalle logiche che regolano la vita attorno a lui, in maniera più visibile ma non molto distante dagli hikikomori, i giovani che non escono di casa di cui avevo parlato in questo articolo, e con i suoi discorsi tanto appassionati quanto astrusi finisce per convincere Keiko che la sua vita nel konbini è un vicolo cieco e che solo lui può salvarla, aiutandola ad adeguarsi alla società, almeno in apparenza, intraprendendo una finta relazione con lui.

Ispirato alla vera esperienza lavorativa in un konbini della sua autrice, La ragazza del convenience store è un libro leggero che riesce nel contempo a far luce sulle aspettative sociali che premono su uomini e donne in Giappone. La necessità di creare una famiglia, di essere attivi sessualmente o di avere una carriera lavorativa adeguata per rispettare i parametri di “successo” nella società contemporanea sono temi che parlano anche a noi, ma nel libro di Murata sono esasperati dal particolare sguardo di Keiko, una donna abituata ad adeguarsi mutuando il proprio comportamento su quello dell* altr* e il cui tentativo di emancipazione è goffo e drammatico al tempo stesso.

Anche se sono distante fisicamente, resto in contatto perenne con il konbini. Anche se sono lontana, non smetto mai di pensare allo SmileMart di Nisshokuchō e ai mille piccoli avvenimenti che animano quel mondo luminoso, e intanto mi accarezzo piano le ginocchia con le mani, le unghie tagliate corte per poter gestire al meglio le operazioni della cassa.

La ragazza del convenience store è scorrevole e ha un’ambientazione affascinante, per quanto del Giappone si veda poco oltre le pareti del konbini in cui lavora la protagonista, ma la carica politica della sua analisi si perde in una scrittura senza particolari guizzi, finendo per rientrare nei canoni della letteratura edificante ma non particolarmente profonda. Non manca, a tal proposito, una sorta di lieto fine, anche se la scelta fra una relazione tossica e un lavoro senza sbocchi è quanto di più strano fra cui scegliere per trovare la propria felicità.

Il vero mostro: la burocrazia

Anno Hideaki è uno di quei nomi che in Giappone fa notizia qualunque cosa faccia. L’ideatore di Neon Genesis Evangelion, anime dalla realizzazione quantomeno complicata (su cui vi consiglio di indagare attraverso Dummy System, monumentale sito che comprende anche un accurato podcast) il cui successo è aumentato a dismisura col tempo, è probabilmente la figura più influente nel settore dell’animazione dopo Miyazaki Hayao, tanto che esiste addirittura un manga comico basato sulla sua vita al di fuori del set, Kantoku fuyuki todoki (traducibile come “Lo scarso regista”), realizzato da sua moglie Moyoko. Alla carriera nell’animazione Anno ha presto affiancato quella di regista di film in live action, ma niente di paragonabile al momento in cui si è preso la briga di realizzare un nuovo film di Godzilla, il kaiju per eccellenza del pantheon di mostri grossi giapponesi: l’accoppiata ha fatto sognare tutta la nazione, e non è affatto strano che alla sua uscita abbia realizzato il record di incassi di tutti i tempi (battuto nel 2023 da un nuovo film sul lucertolone atomico, Godzilla minus one).

Sulla sinistra Godzilla, sulla destra la meravigliosa isola di Enoshima ❤

La trama è classica e abbastanza fedele alle prime apparizioni del kaiju: Godzilla emerge dalla baia di Tokyo, inizia a distruggere la città e politica ed esercito fanno del loro meglio per fermarlo prima che il disastro possa raggiungere proporzioni (ancora) maggiori. C’è solo un piccolo problema: chi decide che cosa fare? Questo è l’inghippo che permette ad Anno, che evidentemente non vede di buon occhio l’elevato tasso di burocrazia nipponico, per dirottare la prima metà del film dal disaster movie che tutti si aspettano verso una sorta di grottesca parodia dell’ossessione per il rispetto della catena di comando e dell’anzianità di servizio. Ogni minima decisione viene presa attraverso mille passaggi, il lancio di un missile non avviene se prima non c’è stata l’approvazione di tutt* coloro che ne devono decidere, dal soldato in postazione fino al primo ministro, la competenza su ogni decisione passa attraverso uno scaricabarile ossequioso e chiunque cerchi di velocizzare le cose viene redarguito e sbeffeggiato, senza ricevere un grazie nemmeno quando dimostra di avere ragione. Anno si diverte un sacco a mostrare questo circo assurdo di politicanti incapaci, avviluppati nella rete di regole che hanno contribuito a creare, tanto che continua a mostrare nomi e ruoli de* protagonist* ogni volta che parte il rimpallo per decidere cosa fare con la creatura che sta risalendo il fiume, chi consultare per avere un parere o quale parte della popolazione far evacuare… Il tutto mentre Godzilla, nell’apparente disinteresse generale, diventa sempre più grosso e pericoloso.

So cute ❤

La parte più interessante di Shin Godzilla è proprio questa, un’impietosa e sarcastica analisi di una problematica che anche noi conosciamo bene. Il ritmo della pellicola di Anno è trascinante, eppure fatto solamente di parole a vuoto e distruzioni varie, operate da un kaiju che viene a malapena contenuto nella vana speranza che il problema possa risolversi da sé. Paradossalmente quando Godzilla raggiunge il suo ultimo stadio di evoluzione e le cose iniziano a farsi serie (momento in cui entra in gioco l’esercito statunitense, giusto per rimarcare anche la dipendenza militare dal governo a stelle e strisce) la pellicola perde di carica, pur in un tripudio di effetti speciali e di enfasi emotiva che porta gli outsider, come è evidente fin dal principio, a risolvere la situazione.

L’efficacissima catena di comando

“Godzilla assume dunque i contorni di un contrappasso vivente, una specie di guardiano della natura che interviene per porre rimedio a uno squilibrio nell’ordine delle cose che si origina non solo dai bombardamenti atomici della guerra, ma anche dagli esperimenti con armi nucleari nel Pacifico”, afferma George Rohmer nell’imprescindibile Guida da combattimento ai mostri grossi de I 400 calci, e non manca nella pellicola di Anno un riferimento a come la genesi del kaiju sia da ricercare nelle peggiori espressioni della società umana (nel caso specifico lo sversamento di rifiuti radioattivi nella baia di Tokyo): per una volta però il mostro viene messo in ombra da un sistema molto più ingombrante, altrettanto lento nei movimenti ma ancora più spaventoso, non tanto nella sua capacità di creare danni quanto nella sua palese incapacità di farvi fronte, ed è proprio questa caratteristica a rendere Shin Godzilla una visione doverosa anche per chi, come me, non ha mai frequentato granché (ad esclusione del prescindibile Godzilla contro i robot) la saga che vede protagonista la creatura ideata dal produttore Tanaka Tomoyuki.

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Racconto in musica 160: La decisione (Oslo Tapes – Staring at the sun before goin’ blind)

Qui a Tremila Battute non pensiamo che sia tutto bianco o nero, che si possa trovare la soluzione ad un problema senza sondare tutta la scala di grigi nel mezzo. Oggi però vogliamo giocare a questo gioco, far finta che l* artist* si possano dividere in due categorie: quell* che fanno sempre la stessa cosa e quell* da cui ti puoi aspettare di tutto.

Usciamo dal seminato della musica indipendente per utilizzare il più grande esempio della prima categoria: gli AC/DC. Provo una certa forma di rispetto per loro, e sono sicuro che i fan sfegatati riusciranno a trovare mille sfumature fra lo stile dei primi album e quello degli ultimi, ma per un profano come me (che è comunque uscito per un lungo periodo della sua vita con un amico che in macchina metteva tutti i loro dischi) la carriera della band australiana è una lunga coazione a ripetere (giusto per usare dei paroloni), un perpetrare musicalmente il canovaccio che a loro evidentemente dà un sacco di soddisfazione. Dall’altro lato del ring abbiamo Mike Patton, uno capace di fare successo con una band che già ha cambiato faccia un bel po’ nel corso degli anni (i Faith No More) per lanciarsi al contempo in esperimenti jazz/grind con quell’altro pazzo di John Zorn, creare un progetto che flirta col rap (i Peeping Tom), tirar su band seminali come Mr. Bungle, Tomahawk e Fantômas, fare un disco di cover di brani italiani degli anni 60 e doppiare una specie di demone nel videogioco The Darkness (uno dei motivi per cui me l’ero comprato); come lo ingabbi questo qua? Tutta questa premessa, questo ragionare per estremi, mi serve a dire che se dobbiamo mettere per forza gli Oslo Tapes in una delle due categorie questa sarebbe sicuramente la seconda.

Avete presente il classico amico su Facebook che non sentite mai? Quello che avete aggiunto, o lui ha aggiunto voi, per qualche motivo che negli anni diventa quasi oscuro, ma di cui comunque ricordate il nome. Il musicista abruzzese Marco Campitelli per me è uno di quegli amici, salvo che ricordo per quale motivo siamo in contatto: sono quasi sicuro di aver recensito un disco dei The Marigold, band di cui ha fatto parte negli anni passati, e sono sicuro di aver ascoltato parecchi dischi della DeAmbula Records, etichetta di cui è il fondatore e che vive e lotta insieme a noi ancora oggi. Sapevo anche che aveva fondato gli Oslo Tapes, ma non mi ero mai avvicinato al progetto prima dell’uscita dell’ultimo disco, Staring at the sun before goin’ blind: da lì è nata la curiosità di scoprire qualcosa di più sulla creatura di Campitelli e Amaury Cambuzat (già fondatore di band storiche del panorama indipendente come Ulan Bator e faUST), nata nel 2011 a seguito di un viaggio nella capitale norvegese. Ci metto un paio d’anni il duo per licenziare il primo disco, OT (un cuore in pasto a pesci con teste di cane), in cui già si vede che l’ibridazione fra i generi è un’imperativo per Campitelli e Cambuzat: l’album, uscito per DeAambula ma oggi ospitato sul profilo Bandcamp di Dischi Bervisti, passa con leggerezza da suggestioni alla Massimo Volume allo shoegaze, dalla dilatazione del post-rock a sfumature acustiche più intime, ma tutto sembra ancora incasellato in comparti precisi, senza troppe commistioni. Al disco collaborano un sacco di ospiti (citiamo per dovere di cronaca Nicola Manzan e Gioele “Herself” Valenti), mentre la formazione live vede l’ingresso al basso di Mauro Spada (che registra anche la seconda traccia, Attraversando), componente che rimarrà fisso nella formazione sempre mutevole del progetto.

Nel 2015 la produzione del secondo disco degli Oslo Tapes vede la collaborazione di un nugolo di etichette (oltre a DeAmbula salgono sul carrozzone Riff Records, Santa Valvola Records, ToTeN ScHwAn, Ridens Records e la compianta Dreamin Gorilla, che tanti bei dischi mi ha donato negli anni), e l’ambizione sale col numero di label coinvolte: Tango Kalashnikov è ancora una volta frutto del lavoro di Campitelli e Cambuzat con svariati ospiti e collaboratori, con il batterista Federico Sergente (già membro degli stonerosi Zippo) che funge da vero e proprio terzo elemento della band, ed è un viaggio più oscuro che prende tanto dall’avanguardia nordeuropea ma non solo, giocando a mischiare le influenze e mantenendo come punto fisso solo la voce riverberata di Campitelli. Passano parecchi anni prima che quest’ultimo e il fido Cambuzat riprendano in mano il progetto, e questo accade nel 2021 con l’uscita di ØR (pubblicato dalla storica etichetta berlinese Pelagic Records), un disco che passa ancora oltre e dilata maggiormente il suono della band, sempre ibridando suggestioni diverse ma rendendole più armoniche e soffuse, fedele in questo intento alla parola norvegese che ne compone il titolo (un termine che si può molto liberamente tradurre, e mi perdonino i norvegesi e gli Oslo Tapes per questo, come “vertiginoso, confondente”). In questo terzo album Campitelli passa dall’italiano all’inglese nei testi, una scelta mantenuta anche nel recentissimo Staring at the sun before goin’ blind (pubblicato in vinile dalla statunitense Echodelick Records e dalla greca Sound Effect Records, mentre in cd, cassetta e digitale dall’austriaca Grazil Records), un disco più in continuità col precedente rispetto alle svolte operate negli anni ma comunque teso (e non poteva essere altrimenti) alla sperimentazione: brani come le iniziali Gravity ed Ethereal song esplorano i confini fra shoegaze e post-rock, Deja neu si lascia sospingere da un giro di basso morbido e trascinante, Reject YR regret alza le vibrazioni ma lascia presto spazio a Like a metamorphosis, ovvero ciò che ci si aspetterebbe dall’unione fra il romanticismo esasperato dei Cigarette After Sex e la nostalgia vintage dei Boards Of Canada… E poi il kraut rock percussionistico di Middle ground, la dilatazione ossessiva di Somnambulist’s daydream, la lenta e morbida cavalcata finale con la title track, tutto un connubio di suggestioni che delineano musicalmente la figura di un ibrido i cui confini sono porosi, non estremi quanto quelli toccati in carriera dal buon Michele Pattone ma abbastanza larghi da farci chiedere quali nuovi suoni porteranno in dote la prossima volta gli Oslo Tapes.

Staring at the sun before goin’ blind è il titolo sia del disco che dell’ultima traccia, e basta già questo a evocare scenari: la musica ci mette poi del suo, e il modo in cui procede ha stimolato la mia vena creativa verso una storia che potrebbe essere drammatica ma non è vissuta in questa maniera, la vicenda di un uomo che prima di diventare cieco decide di compiere un ultimo gesto. Quale sia questo gesto lascio a voi il piacere di scoprirlo, leggendo la storia che trovate subito dopo il brano che l’ha ispirata: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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La decisione

Voglio che sia una mia decisione, a costo di soffrire, di far prendere fuoco alle mie orbite. Questo ho detto al dottore quando mi hanno annunciato quello che già sapevo da anni: presto sarei rimasto completamente al buio.

Sono affetto dalla nascita dalla retinite pigmentosa, un nome affascinante per una patologia dalla spiegazione molto noiosa. Pare sia ereditaria, che uno o entrambi i miei genitori me l’abbiano donata attraverso il loro corredo genetico, ma non ho mai approfondito troppo la questione: mi basta sapere che loro ci vedono benissimo, maledetti, mentre io presto rimarrò cieco. Non voglio fare il lagnoso, né cominciare con la tiritera sul fatto che la vita mi ha dato tanto: riconosco gli odori meglio di chiunque conosca, sono certo che la sensazione dei tasti sulla tastiera è un’esperienza più appagante per me che per qualche scrittore multimilionario, ma mi sta comunque sul cazzo l’idea che presto sarò privato di qualcosa e che non posso farci nulla. Quindi ho deciso, prima di passare da un eterno tramonto alla notte fonda, di farmi una bella dose di luce solare come si deve.

Signor notaio o chi per lei, mi appresto ad affibbiarmi la cecità attraverso l’osservazione diretta del sole alle dieci e quindici del diciassette di luglio corrente anno. Non starò qui a dare troppe spiegazioni, se anche lei avesse visto restringersi il mondo un pezzo per volta farebbe lo stesso: in fondo questo è un documento redatto al solo scopo di affermare che le mie scelte sono volontarie e che sono nel pieno della mia capacità di intendere e di volere, meglio buttare giù queste poche righe ora che posso ancora controllare quello che sto scrivendo invece di doverle dettare a qualcuno.

Una degli innumerevoli svantaggi della retinite pigmentosa è la fotosensibilità, per cui la luce ed io non siamo mai stati particolarmente amici. Eppure il sole mi piace, adoro il suo calore sulla pelle e i riflessi che riesce a creare sulle più svariate superfici. Dire che non ho visto un sacco di cose è un eufemismo, nonché una battuta che uso spesso con chi ha troppo poco senso dell’umorismo per rapportarsi a me senza compatirmi, ma quella grossa palla che sta a milioni di chilometri di distanza è quella con cui mi manca di più avere un rapporto vis a vis. Voglio evitare di farne una cosa epica però, finirei solo per rendermi ridicolo: mi metterò sul marciapiede con una sedia del soggiorno, a imitazione degli anziani che guardano i lavori in corso, e prima di iniziare a fare la doccia solare ai miei occhi cercherò di incrociare lo sguardo del cassiere del minimarket di fronte a casa, quello stronzo, e anche se non potrò davvero vederlo voglio almeno immaginarmelo chiedersi che cosa sta combinando quel rincoglionito di un cecato.

Cosa mi succederà? Non lo so, ma lei lo saprà già visto che aprirà questa lettera solo a fatti avvenuti. Solo di una cosa sono sicuro: sarà l’ultimo spettacolo che mi capiterà di vedere nella mia vita, e voglio godermelo dall’inizio alla fine.

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Doverosi recuperi dal 2023: O monolith degli Squid

Da parecchi anni, almeno una decina suppergiù, ci sono due dischi a cui torno spesso quando mi passa la voglia di ascoltare sempre e solo qualcosa di nuovo: Young machetes dei compianti Blood Brothers (compianti nel senso che si sono sciolti, i componenti che io sappia stanno tutti bene) e Slow focus dei Fuck Buttons. Sono dischi che, in maniera completamente diversa, appagano la mia sete di varietà, di costruzione semplice e allo stesso tempo cervellotica delle canzoni, di qualcosa in cui perdermi ogni volta come fosse la prima. Posso dire con certezza che stanno nella mia top ten degli album migliori mai ascoltati e sono fra le poche esperienze musicali che mi fanno dire “eh, ne facessero più spesso di dischi così”, li adoro anche nelle loro imperfezioni e forse anche per questo: le imperfezioni stanno lì a dimostrare che chi li ha creati e suonati non pensava ad altro che alla Musica, con la M maiuscola, e non al pubblico che ne avrebbe fruito. Quando ho ascoltato per la prima volta, in colpevolissimo ritardo (è uscito nel giugno scorso), O monolith dei britannici Squid per una volta sono riuscito a ritrovare quelle stesse sensazioni, ed è questo il motivo per cui inauguro il 2024 di Tremila Battute parlandovi di un album dello scorso anno, introducendolo parlando di album di dieci e più anni fa.

Degli Squid non sapevo niente fino a inizio gennaio. So ancora poco, visto che ho ascoltato solo qualche brano del precedente Bright green field e niente dall’Ep d’esordio Town centre, ma quel poco non mi ha preparato psicologicamente all’esperienza. Il buongiorno però si vede dal mattino, come dice un famoso detto non sempre veritiero, e allora già l’inizio di Swing (In a dream), brano d’apertura del disco, fa promesse che vengono poi mantenute alla grande: un minuto scarso per passare con nonchalance da una tastierina d’atmosfera a un incastro di chitarra, basso e batteria (a cui si aggiunge pure una meravigliosa tromba) che stravolge quello che sembra essere l’andazzo, creandone fluidamente un altro che poi verrà stravolto ancora e ancora, sempre lasciando l’impressione che ci sia una sorpresa dietro l’angolo e che sarà quella giusta. Un buon brano può essere comunque uno specchietto per le allodole, anche quando finisce in caciara dopo aver mantenuto alta la tensione con strofe mai uguali e ritornelli che ti tirano dentro come pochi, ma questo è il caso in cui le cose vanno per il verso giusto e quando arriva Devil’s den si capisce già che qui ci sarà da divertirsi.

Sono in cinque gli Squid, Ollie Judje (voce e batteria), Louis Borlase (chitarra, basso e cori), Anton Pearson (chitarra, basso, percussioni e cori), Laurie Nankiveli (basso, fiati e percussioni) e Arthur Leadbetter (tastiere, archi e percussioni), e basta già la voce di Judge a tradirne la provenienza dalla perfida albione. Alla voce “genere” wikipedia mi dice subito post-punk ma è riduttivo, imbrigliante, e il fatto che escano per un’etichetta dedita alla ricerca sonora (nel bene e nel male) come la Warp Records dovrebbe già stabilire che non è tutto lì e anzi. Devil’s den inizia sussurrata, un arpeggio claudicante di chitarra ad accompagnare la voce, poi arrivano brevi bordate in quelli che potremmo chiamare con molta fantasia ritornelli e una tastiera acida e malata per portarci verso un mondo schizofrenico, in cui il tiro si alza sempre più e la crescita sembra infinita (altro che il capitalismo) salvo che poi si chiude di botto e passiamo ancora ad altro. Sono bravi a portare al parossismo le loro idee gli Squid, a salire con dinamiche calcolate al millesimo per ottenere l’effetto più dirompente, ma sono bravi anche a variare il tono e riportarti giù per poi farti schizzare un’altra volta, in maniera diversa eppure simbiotica: Siphon song fa esattamente questo, rappresenta l’anello di congiunzione fra gli Air e il noise e ci mette i suoi bei minuti per rivelarlo, passando dalla vocina vocoderizzata a un connubio di chitarre impazzite e cori affastellati uno sopra l’altro, poi cala di botto e comincia a risalire, senza l’intenzione di ritornare a dov’era arrivata ma semplicemente dicendoti “ah sì, ci eravamo dimenticato che potevamo fare anche questo”, e allora lo fanno. Post-punk? Sì, se Nick Cave e i suoi The Birthday Party si fossero drogati (ancora) di più (e non sto dicendo che gli Squid si droghino).

Sono narrazioni in note quelle della band nata a Brighton, merito di musiche che si sposano alla perfezione con la camaleontica voce di Judje e con testi allusivi e inquietanti, mai chiari nel loro delineare scenari che forse è meglio non esplorare a fondo. Il vocalist principale della band si trova a suo agio in ogni situazione, che sia il monocorde crescendo di After the flash o l’alternarsi di ammiccamenti e improvvisi squilli in Undergrowth, brano che si apre con un clamoroso giro di basso che ti pompa il sangue nelle vene e continua nonostante la meravigliosa distrazione di una chitarra zoppicante, messa lì apposta per dare fastidio nella maniera il più appagante possibile. Gli Squid sanno anche essere pettinati e orecchiabili, questo inizio lo dimostra e fanno altrettanto i frammenti più ammiccanti di Green light, dove la band si traveste efficacemente da The Strokes, e l’inizio di The blades, uno dei pezzi più migliori del disco, che li mostra così tanto indie fino a che non iniziano a strapparsi i vestiti di dosso arrivando dopo continui saliscendi a un punto in cui una coltre di fiati da giorno del giudizio in un vecchio west steampunk accompagna Judje che sbraita come un predicatore folle di persone con le braccia spalancate pronte ad essere potate come vecchi fili d’erba (scusate dovevo dirla tutta d’un fiato, chissenefrega delle virgole): nel caos che si crea ci sta anche che il finale sia sussurrato in un silenzio relativo, deludente per il modo in cui ti toglie il boccone di bocca ma adorabile nel suo fregarsene della tua delusione.

O monolith sembra il frutto di sessioni e sessioni di improvvisazione tanto sregolata quanto ragionata, e il modo più adatto di esemplificarlo è probabilmente After the flash. La sesta traccia del disco inizia nella maniera più secca e scarna possibile, sospinta dolentemente avanti dal cantato monocorde cui accennavo più in alto e da un riff semplice e ipnotico, una ripetizione che sale di dinamica quanto la tensione, ma quando ti aspetti l’esplosione gli Squid invece interrompono le trasmissioni, salvo riprenderle con un synth che emerge ad infondere di luce angelica il tutto, anche quando voce, chitarra e il codazzo di strumenti a seguire tornano a farsi vivi, sempre ossessivi, sempre malignamente in agguato come la tromba che entra e si fa pian piano dissonante, facendo cadere a pezzi l’impalcatura di una impossibile gloria. Svolte del genere non le pensi razionalmente, non puoi arrivare in sala prove e la prima cosa che ti viene in mente è questa: serve tempo per sperimentare, lasciarsi andare a tutto ciò che ti può venire in mente… O forse chissà, è stato tutto davvero naturale e fluido e oso sperarlo, perché vorrebbe dire che dalle mani di questi cinque inglesi può venire fuori qualsiasi cosa anche in futuro.

Tutto perfetto? Mi verrebbe da dire di sì, in tutte le svolte improvvise e assolutamente azzeccate che prende O monolith, curve a U e invasioni di corsia comprese, ma la verità è che l’ultimo brano del lotto è una parziale (parzialissima) delusione. Ma non è colpa del brano in sé, trascinato da una sezione ritmica intricata e morbida al tempo stesso che nel finale sfocia in una malevola marcia inquisitoria in cui le voci all’unisono dei membri fanno sembrare rassicurante il coro dei freaks dell’omonimo di film di Tod Browning, quanto del titolo: se chiami una canzone If you had seen the bull’s swimming attempts you would have stayed away alzi l’asticella delle aspettative al massimo, e non era facile soddisfare la drammaticità epica e banale della storia che mi ero creato in testa. Per il resto ho solo un dispiacere: quando a fine anno mi chiederanno qual è stato il mio disco preferito dei dodici mesi che verranno temo che dovrò rispondere con un disco dell’anno precedente.

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Racconto in musica 159: Gli allergici (Calcutta – Natalios)

Tremila Battute nasce (e tuttora sopravvive) come blog/aspirante rivista letteraria che vuole far dialogare narrazioni brevi e musica indipendente, ma se per le narrazioni c’è un’ovvia selezione la musica non è che mi debba piacere per forza. Amo scoprirne di nuova, ma sono molti i casi in cui ascolto qualcosa che non conoscevo e scopro che potevo anche farne a meno, e pure fra l* artist* che hanno avuto il loro racconto dedicato ce ne sono tant* che non mi hanno colpito, nonostante le parole che ho speso per descriverne il più professionalmente possibile la carriera. Ad esempio c’è un artista di cui anni fa sentii girare un sacco il nome, ma come spesso capita quando qualcosa diventa un fenomeno molto ampio (e sì, questo è snobismo, al di là del fatto che non si riesce ad ascoltare tutto) lo guardai da lontano. Molto da lontano. Se non fosse che poi, anni dopo, mi ritrovai al Woodoo Festival ad un concerto dei Gazebo Penguins e loro facevano da apripista all’artista in questione, che io ancora guardavo da molto lontano ma che presto avrei visto molto da vicino. E io giuro che solo lì, dopo qualche concerto di quella piacevole giornata di musica, scoprii che Calcutta era quello di Oroscopo, una canzone che ancora adesso se la ascolto non riesco a non pensare “ma chemmerda”. A Natale siamo tutti più buoni, ma oggi è la vigilia e spero mi concederete di essere onesto: il concerto comunque fu piacevole, e da allora Calcutta l’ho guardato sempre un po’ da lontano ma con quello sguardo consapevole che sta a dire ok, qualcosa di piacevole ti è uscito fuori, ma SO COSA HAI FATTO L’ESTATE SCORSA (che poi ormai è qualche estate fa).

A farmi parlare di Calcutta è stata Cristina Nori, una collaboratrice della prima ora visto che il suo Mare nero è il ventitreesimo racconto in musica pubblicato su questo blog. Attiva nel mondo letterario fin dalla fine degli anni novanta, durante i quali una sua poesia viene selezionata nell’antologia Genovantasei a seguito della partecipazione all’omonimo premio (la cui giuria era presieduta da un certo Edoardo Sanguineti) e alcuni suoi testi vengono rappresentati durante la Biennale dei giovani artisti di Torino del 1997, Cristina nel 2014 fa parte della giuria del Premio delle lettrici della rivista Elle. Nel 2016 il suo racconto Lettera a Leiji Matsumoto viene rappresentato al Festival delle lettere di Milano e nello stesso anno collabora all’antologia Scriviamo un’altra storia – Perché di silenzi, talvolta, si muore (Albatros Edizioni), mentre nel 2018 si mette in proprio e pubblica con la casa editrice Suigeneris la raccolta di racconti Diario di una molecola psicoattiva. Cristina è anche un’amica, in quanto collaboriamo insieme fin dal 2020 a quella bella realtà che è Read And Play (ma lei è arrivata prima) e nel 2022 ho avuto il piacere di curare insieme a lei l’antologia delle seconda edizione del concorso letterario Note d’inchiostro, edita dalla casa editrice marchigiana le Mezzelane (in cui compare anche un altro nome noto agli habitué del blog, ovvero Andrea Bruccoleri). La sua ultima apparizione editoriale è datata 2023, quando ha partecipato alla raccolta Live! – Racconti di vita e concerti di Arcana Edizioni (curata da Davide Morresi) con il racconto Angel rat: un buon preludio al suo ritorno, essendo un’antologia che ha come tema portante la musica dal vivo.

Arcana Edizioni, guarda un po’ i casi della vita, è anche la casa editrice che ha pubblicato nel 2018 la biografia di Edoardo D’Erme, intitolata Calcutta. Amatevi in disparte, un titolo che è già manifesto programmatico di una poetica sensibile e bislacca al tempo stesso, intrisa di Battisti e dello spirito disilluso e disimpegnato del nostro tempo che a volte è constatazione semplice di come vanno le cose, mentre a volte è una comoda scusa per lamentarsi correndo sul posto. Di certo D’Erme fermo non ci è però rimasto dal 2007 a oggi, passando attraverso la formazione di band fallimentari e rumorosissime (che sarei stato curioso di sentire) nella sua Latina prima di sfociare nell’indiepop con il progetto Calcutta, inizialmente una band vera e propria formata con Marco Crypta. Quest’ultimo nel 2011 decide di andarsene, portandosi dietro anche la sezione ritmica: Calcutta diventa così il moniker di D’Erme, ora un cantautore che attraverso l’etichetta Geograph Records pubblica il suo primo album già l’anno dopo, senza perdere tempo. Di Forse…, così come del successivo Ep The sabaudian tape (2013, uscito per la netlabel Selvaelettrica e prodotto, scritto e registrato con Stefano “Trapcoustic” Di Trapani) io non mi accorgo per niente (e la loro uscita sconfessa la teoria di Matteo Bordone secondo la quale Calcutta butta fuori un disco solo quando il Frosinone è in Serie A, citando una sua successiva hit), ma evidentemente alla Bomba Dischi hanno antenne più lunghe e sensibili delle mie e nel 2015 lo mettono sotto contratto, accompagnandolo all’uscita del secondo disco Mainstream già sul finire di quell’anno.

Mainstream di rumore ne fa molto più delle band fallimentari della prima fase di carriera di D’Erme, sarà per quell’aria un po’ dimessa che tutto evoca tranne una rockstar, sarà per l’intimismo stralunato delle canzoni, sarà anche per la produzione e l’aiuto in fase di arrangiamento di Niccolò Contessa de I Cani: il successo grosso arriva però qualche mese dopo, a maggio 2016, quando il famigerato duo Takagi & Ketra produce l’altrettanto famigerata Oroscopo e Calcutta diventa un nome speso su tutte le radio nazionali e pure in tv, ad esempio a Quelli che il calcio, proiettando D’Erme in un altro campionato dove, va riconosciuto, riesce a giocare senza scomporsi più di tanto. Ci gioca a modo suo, un po’ come l’indimenticato Dario Hübner citato nel titolo di una canzone del suo terzo album Evergreen (2018), ma a giocare assieme a lui sono nomi sempre più importanti (un po’ come il Bisonte quando se ne andò al Milan) visto che D’Erme inizia a scrivere canzoni per e con gente come Elisa, J-Ax e Fedez, Francesca Michielin e anche “mummie di merda” (citando il mitico ex batterista degli One Dimensional Man, Dario Perissutti, durante una premiazione di anni e anni fa) come Loredana Bertè (ma anche con amici meno altolocati come Davide Panizza dei Pop X). Essere famosi, come insegna in questi giorni la mia vicina di casa Chiara Ferragni, significa anche essere soggetti al passaggio di qualche shitstorm, e pure D’Erme la deve attraversare quando vien fuori che per il capodanno 2018 nella sua città d’adozione, Bologna, il Comune lo paga cinquemila euro per… Curare una playlist natalizia da trasmettere attraverso gli altoparlanti del centro, il che non sarà come il milione di euro scucito a Balocco ma oh, sossoldi!

Io l’ho fatta molto breve, ma di Calcutta ne sapete molto probabilmente più di me e una ricerca veloce sarà probabilmente esauriente come non riuscirò ad essere io dilungandomi troppo. D’altronde vi sarete accort* che è da poco uscito il suo quarto disco Relax, proprio quando il Frosinone è tornato in Serie A per l’ennesima volta, e mentre in radio risuona 2minuti e i suoi brani vengono streammati dibbrutto (quante doppie!) sulle piattaforme online lui continua a portare in giro le sue canzoni, come ha fatto nel recentissimo tour che questa settimana, guarda un po’, l’ha portato a Milano: io l’ho saputo solo dopo, ma in questo caso posso soprassedere che tanto ho già dato.

Natalios è un brano che non so esattamente dove collocare nella discografia di Calcutta, visto che mi appare unicamente all’interno di una compilation a tema del 2014 o come bonus track dal vivo in una delle svariate edizioni speciali di Mainstream. La solitaria e ben poco festiva notte di Natale evocata dal cantautore di Latina nel racconto di Cristina si trasforma nel manifesto programmatico di un gruppo di allergici alla festività, fra babbi natale tristemente appesi ai balconi e le solite canzoni trite e ritrite che non riusciamo più ad ascoltare senza che ci venga l’orticaria. Trovate la loro storia subito dopo il brano che l’ha ispirata, a me non resta che darvi appuntamento a gennaio e augurarvi, oltre a un buon riposo dalle fatiche lavorative (ma non lasciate solo alle donne l’incombenza della tavolata natalizia!), buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Gli allergici, di Cristina Nori

Permetteteci di presentarci: siamo gli allergici al Natale.

Iniziamo a sentire acidità di stomaco dopo Halloween, quando nei supermercati compaiono i panettoni farciti di creme fosforescenti a forma di abete, cometa o corna di renna. Qualche anno fa il reflusso ci prendeva dopo l’Immacolata, ma oggi che il commercio ha divorato ogni minimo senso del sacro il bisogno di Maalox si fa vivo a metà autunno.

Per carità, ci piacciono i canditi, però a quarti, nella cassata siciliana.

Siamo colti da orticaria a sentire la playlist delle canzoni natalizie. All I want for Christmas, Jingle bells e Santa Baby alle nostre orecchie hanno tutte lo stesso suono, quello di un punteruolo sulla carrozzeria originale di un Dino Ferrari del 1970.

Certo, amiamo Mariah Carey e Michael Bublé, ma quando cantano altro.

Sbuffiamo con l’aspirapolvere in mano mentre i familiari spargono in salotto gli aghi dell’abete di plastica e i cocci delle palline di vetro bavaresi, ché ogni anno ne cade qualcuna. Sopportiamo i cumuli di polvere sulle statuine del presepe, quelle di terracotta della mamma quando era piccola, l’ovatta delle pecorelle e il muschio puzzolente raccolto nel bosco per rendere il tutto più realistico.

Taglieremmo la fune ai Babbi Natale impiccati ai balconi, perché – credeteci – non danno l’impressione di consegnare doni ai bambini. Noi ne ricaviamo l’immagine di un suicidio, al massimo di un’effrazione di domicilio.

Siamo quelli che odiano la schiuma del Natale, l’insensata finzione della felicità, la compulsione a dimenticare la realtà.

Il nostro momento più nero fu la pandemia. Ci facevano star male quei maledetti arcobaleni con scritto “Andrà tutto bene”. Nessuno poteva prevedere cosa sarebbe stato, neppure ostinati individui adulti che esponevano lenzuola rainbow.

Signori, lasciate che vi diciamo una cosa: andrà tutto bene è una frase che funziona per i bambini dell’asilo, che hanno bisogno di essere sostenuti e rincuorati. A quell’età un piccolo inganno può starci. Dalle elementari in poi, però, si torna alla realtà, ché prima la guardi in faccia e meglio è. Non va sempre tutto bene e se vuoi davvero migliorare le cose, tirati su le maniche e fai ciò che è in tuo potere.

Spostare i re magi giorno per giorno nel presepe è facile quanto fingere che il bambinello di Betlemme non abbia detto “ama il prossimo tuo”. Non vale perché lo disse da grande?

Forse non siamo esenti da ipocrisia, ma scaviamo per recuperare l’essenza delle cose. Alcuni di noi raccolgono cibo, altri donano vestiti, altri ancora il loro lavoro e il loro tempo. I più coraggiosi semplicemente stanno dove non c’è più nulla da fare se non restare, come faceva una piccola donna albanese partita da Skopje con le tasche vuote e un cuore enorme.

Vi sembra strano che gli allergici al Natale conoscano questa storia? Non stupitevi, anche noi sappiamo ascoltare il messaggio del neonato nella mangiatoia insieme al bove e all’asinello: senza arcobaleni, ma borbottando con le maniche rimboccate.

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Racconto in musica 158: Branchie (The Nion – Finalmente domenica)

Mi sono imposto, per sfuggire al logorio dell’ansia di risultati, di non controllare le visualizzazioni giornaliere di questo sito, ma le regole si sa sono fatte per essere trasgredite (ricordate, quando usate questa massima, che probabilmente se la ripete anche Jeff Bezos quando trova un modo migliore e potenzialmente illegale per sfruttare la propria forza lavoro) per cui ogni tanto un’occhiata la butto. E ho notato una cosa strana, ovvero che uno degli articoli che meglio ha retto alla prova del tempo e continua a essere letto o quantomeno visualizzato è quello su Spiderland degli Slint, commemorazione realizzata in ritardo per i trent’anni dalla sua uscita. Perché? Non è un tema attuale e non è un articolo recente, cosa c’è sotto? Sospetto che il signor Tommaso WordPress abbia deciso che quell’articolo fosse adatto come suggerimento generico ad ogni articolo del blog, o che sia il primo risultato che viene fuori cercando Tremila Battute su Google, o chissà quale altra motivazione avente a che fare con gli algoritmi. Se devo far parlare però la mia anima inguaribilmente romantica voglio credere che sia perché parla di una band sfigata a cui succedono sfighe in successione, che nonostante la provenienza dal buco del culo del mondo degli Stati Uniti e lo scioglimento a ridosso della pubblicazione del disco riesce comunque a fare successo, contro ogni pronostico: è il sogno bagnato di ogni musicista indipendente, ancora di più se viene dalla provincia, quello di fare successo venendo dal nulla e mantenendosi integri, puri, solo con la forza delle proprie idee, un sogno che raramente si realizza ma continua a spingerti a tornare in sala prove ancora dopo vent’anni, solo per scrivere nuove canzoni con le persone che condividono la tua passione e amen, il successo poi verrà, forse, magari, probabilmente mai. Vent’anni sono esattamente quelli che compiono nel 2023 i The Nion, la resident band della settimana, e a permettermi di parlare di loro è il graditissimo ritorno di Iacopo Innocenti.

Pistoiese classe 1983, Iacopo mi aveva mandato il suo secondo racconto ancora prima che riuscissi a pubblicargli il primo. Impiegato di giorno e scrittore di notte, che descritto così sembra un supereroe, ha pubblicato fra il 2010 e il 2021 i due romanzi Quarto di secolo ed Era destino (e chissà che i suoi racconti su questo blog non possano evolvere nel terzo, occhio ai collegamenti: il primo lo trovate qui) e spero che presto suoi racconti invadano la lit-web.

Dopo averci fatto tornare negli anni 90 parlando delle Pornoriviste Iacopo ha deciso di rimanere più vicino a casa, precisamente nella Montecatini Terme dove i The Nion si sono formati. Lascio a lui la presentazione della band, visto che la conosce e gli vuole un gran bene.

“Scrivere canzoni, condividerle suonando in giro. In un’epoca in cui la musica dal vivo è percepita come un sottofondo e, soprattutto, è associata quasi esclusivamente alle cover band o tribute band. Esibirsi di fronte a un pubblico che ci rimane male in primis perché il gruppo ha fatto pezzi propri e, sebbene abbia infilato un paio di cover in scaletta, non hanno suonato quella bella bella di Vasco, oppure quell’altra dei Coldplay, quella lì col ritornello ganzo.

Nonostante ciò, continuare a salire sul palco e metterci grinta e voglia di divertirsi.

Perché la musica, semplice ascoltatore che non capisce nulla, è stare al mondo volentieri, e a volte diventa addirittura salvezza.

E se riesci a trasmettermi almeno un po’ di questo, allora siamo già a posto.

Ai The Nion voglio un gran bene, perché ci riescono.

Gruppo rock del pistoiese, nati nel 2003 come duo acustico, hanno attraversato numerosi cambi di formazione fino a giungere a quella attuale, che vede Phil alla voce, El Mazzo al basso, Francesco alla chitarra e Simone alla batteria.

Hanno all’attivo tre album e due EP, tutti autoprodotti.

Il pezzo scelto, Finalmente domenica, tratto dal loro primo disco, Atto di protesta (2016), deve il titolo all’omonimo film di François Truffault. Parla di un’attesa, del ritorno di un amore da lontano che, nel giorno della festa, tra l’ozio e la predica, potrebbe finalmente diventare reale.

Anche questo racconto parla di attesa, ma non di qualcuno, bensì di una svolta che non arriva mai e che conduca a un’esistenza diversa, più serena e soddisfacente.

Ma, incapaci di condurre la propria vita verso una rivoluzione, anche minuscola, nella notte delle attese per eccellenza, la vigilia di Natale, si addormenta il dolore come si può.”

Anche in questo caso ho poco da aggiungere se non che questo racconto avrebbe meritato, per la sua collocazione temporale interna, la pubblicazione a ridosso del Natale, visto che una tradizione avviatasi in corso d’opera preveda un racconto a tema per la festa a cui sono interessato parecchio perché almeno resto una settimana a casa da lavoro: caso vuole però che settimana prossima ci sarà un altro racconto a tema natalizio, per cui cominciate a godervi questa vigilia sui generis passata cantando alla tazza del cesso non son degno di te e, come al solito, buon ascolto e buona lettura a voi.

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Branchie, di Iacopo Innocenti

Dalla finestra del bagno si insinuano le luci intermittenti delle stelle comete, installate dal Comune per tutta Via Acquerugiola, la nostra Main Street. Sembrano ghigliottine, pronte a mozzare le teste dei passanti.

E io sono qua, con il Sahara al posto delle fauci, le tempie che pulsano e la bocca che sa di sbocco. Abbracciato al water manco fosse un amico incontrato dopo decenni alla reunion dei Bee Hive. A ricomporre il puzzle della cena della vigilia, coi pezzi a galleggiare nella tazza, cullati dai succhi gastrici.

Poco fa, subito dopo il live, come un tappo di Blanc de Blancs sciabolato via durante un matrimonio di quattrinai, sono schizzato al Bar Biturico. Mi ci voleva, per reggere un altro Natale.

Diventa sempre più pesa, con Banana e Teo morti, Luchino in galera e Giò, disfatto dagli psicofarmaci, che a malapena riesce a parlare. Poveraccio, era il più intelligente di tutti. Avrebbe potuto lasciare il quartiere come hanno fatto gli altri, invece è rimasto e ci ha rimesso l’anima.

Il quartiere ti aggroviglia alghe appiccicose alle caviglie e ti trascina verso il basso, a pochi centimetri dal fondo. E laggiù, per restarci, servono le branchie.

Se non le hai finisci nei casini, oppure prendi le medicine, o bevi. A me piace il Brancamenta, d’inverno schietto, d’estate con ghiaccio e acqua tonica.

Se invece le branchie le hai, allora vai avanti, respiri e aspetti.

Ecco, un’attesa è finita da poco. Il Natale è arrivato.

Possiamo tornare a giocare a “facciamo finta che”. Che non siamo pieni di debiti, che non vorremmo vedere in putrefazione l’ottanta per cento delle persone che stanno a tavola con noi, che non facciamo un lavoro di merda per uno stipendio da miseria, che non sentiamo questo continuo malessere, una specie di fastidio doloroso in tutto il corpo, come se andassimo avanti a sbattere i nervi contro spigoli sempre più appuntiti.

E quell’attimo di serenità, dato dal conoscere ogni lampione, ogni sasso, ogni muretto, al punto che pare che tutti vogliano accarezzarti e ricordarti che questa, alla fine, è casa tua, quell’attimo se ne va subito affanculo. E siccome non hai le branchie, fai sempre più fatica ad aspettare che ritorni.

Ci riempiamo di anticipi di attesa perché siamo una generazione senza visione.

Ora riesco solo ad aspettare che il mondo smetta di essere un tagada tipo quello di Marina di Bibbona, che queste piastrelle a scacchi bianchi e neri tornino al loro posto.

Balzella tutto ancora ma siamo a fine corsa, tra poco riuscirò ad alzarmi, ricompormi e vestirmi.

Tra non molto sarà giorno e tocca a me.

D’altronde la messa qualcuno dovrà pur dirla, stamani.

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Il male come malattia: Relic

Giuro che non lo faccio apposta. Certo, creare un blog/aspirante rivista letteraria che fa della musica indipendente il suo motore trainante è voler fare consapevolmente parte della nicchia della nicchia, ma questa volta volevo davvero parlare di qualcosa che fosse un minimo d’attualità. Dell’Ep che riunisce I Cani e Baustelle, ad esempio, avevo già una mezza bozza d’articolo in mente, ma poi mi è sembrata debole e parlare di soli due brani (per quanto belli) era un po’ uno spreco. Avevo pensato di parlare di El Conde, il film di Pablo Larrain che immagina un Augusto Pinochet redimorto e succhiasangue che decide di farla finita una volta per tutte, ma non mi ha convinto granché e mentre pensavo a come argomentare con cognizione di causa le mie impressioni è andata a finire che ho visto un altro film su cui invece di cose da dire ne ho trovate un sacco. Così, a una decina di giorni da Natale, vi beccate un articolo che parla di un film horror e manco recente, bensì del 2020.

Relic mi ha fatto pensare al perché si ha paura e, soprattutto, di cosa si ha paura. Lo stratagemma della casa isolata in mezzo alla natura, nella quale un gruppo di personaggi si ritrova a tu per tu con un male misterioso, non riesce ormai più a colpirmi dopo averla vista utilizzare in troppe maniere, raramente con maestria e con le idee migliori sfruttate di chi ci ha fatto sopra del metacinema (grazie di esistere Quella casa nel bosco); se però mi metti in un posto che non conosco e di cui non riesco a capire le regole allora sì che, se non mi hai spaventato, perlomeno hai calamitato la mia attenzione. Il film di Natalie Erika James (regista nippo-australiana qui all’esordio “sul lungo”, dopo una gavetta fatta di svariati corti, video musicali e spot televisivi) è un po’ entrambe le cose di cui sopra: c’è la casa isolata, quella di nonna Edna (Robyn Nevin), raggiunta a causa della scomparsa della donna dalla figlia Kay (Emily Mortimer) e dalla nipote Sam (Bella Heathcote); ci sono però anche i segni di un male i cui modi e scopi non sono così decifrabili e la cui genesi non viene mai spiegata chiaramente, solo degli accenni a una baita dismessa i cui vetri sono stati installati in casa e ad un bisnonno folle che la abitava, il che butta dentro di nascosto anche un tema portante del film, quello dell’ereditarietà.

Foto di famiglia con muffa

La nonna scomparsa non rimarrà tale per molto tempo, ma il suo ritorno più che risolvere i problemi li aumenta. Edna alterna momenti di lucidità ad altri in cui è affetta da amnesie, scatti d’ira e intrattiene inquietanti conversazioni con qualcuno o qualcosa, e capire se dietro i suoi deliri c’è solo il progredire della malattia che la affligge o qualcosa di ancora più preoccupante è il compito in cui vengono lentamente coinvolte Kay e Sam. Il rapporto fra le tre donne è una delle cose migliori del film, tre generazioni con problemi latenti che non ci vengono mai esplicitati direttamente, solo suggeriti da gesti, atteggiamenti e mezze frasi: figlie contro madri e madri contro figlie ma tutto senza esagerare perché ci sono anche i sensi di colpa che agiscono, quelli di Kay principalmente che sta pensando di mettere sua madre in un ospizio, scontrandosi con una figlia desiderosa invece di aiutare la nonna trasferendosi da lei (“non è così che funziona?” dice Sam durante una discussione, “tua madre ti cambia i pannolini e tu cambi i suoi”) . Fra il dire e il fare c’è però di mezzo l’abitazione, una casa infettata le cui pareti sembrano ammuffire in alcuni punti e in cui succedono cose strane che si scoprono ben presto non essere solo frutto dei deliri di Edna, la quale è convinta che la casa sia più grande di quanto appaia.

“Che situazione di merda!”

Relic è, soprattutto nella prima parte, un film di spaventi inespressi, attimi in cui la tensione monta fino ad arrivare ad un climax che non la risolve. Figure sfumate che ti seguono alle spalle, rumori nella notte che sente solo una delle protagoniste, tutto un campionario di possibili jump scare che invece James utilizza per creare un clima opprimente che corre sul filo fra il probabile e l’improbabile: vince quasi sempre il primo, ma ormai la regista è riuscita a insinuarti nel cervello il germe del dubbio. C’è una sequenza del videogioco Dead Space (l’originale, nel recente remake non ho idea se sia stata inserita) che spiega bene questo tipo d’inquietudine: intrappolato in una astronave piena di ogni sorta di aberrazione, il protagonista si ritrova a percorrere un corridoio buio in cui improvvisamente si sentono urla e rumori inquietanti in avvicinamento… Che poi vanno oltre, senza colpo ferire. Il sollievo per il pericolo scampato lascia presto spazio ad altro, perché sia quella sequenza che le scene preparatorie di Relic mettono in crisi il tuo concetto di allarme, ti dimostrano che non puoi mai essere al sicuro: siamo abituat* a non aspettarci l’improbabile, meno che mai l’impossibile, ma quell’impossibilità resta sempre a macinare in un angolo della tua mente nonostante, quando mai dovesse palesarsi, saremmo probabilmente comunque inadatti a farvi fronte. È anche un film in cui il saldo fra le decisioni buone e quelle stupide pende a favore delle prime, perché può sembrarti una pessima idea andare a indagare in un corridoio buio su un rumore strano, ma sinceramente pure io farei la stessa cosa per evitare di svegliare la mia compagna se sento un rumore in un’altra stanza, contando che quasi sicuramente sarà il gatto che ha fatto cascare qualcosa (salutate Miao Tse Tung, il nuovo felino di casa Tremila Battute!): solo se c’è un vero allarme accenderò la luce, e lo stesso ragionamento Kay e Sam lo fanno molto spesso, anche se poi incappano in istinti indagatori che finiscono male prima che possano prendere la saggia decisione di tornare sui propri passi.

“Ma chi me l’ha fatto fare…”

La pellicola è anche, inutile negarlo, una metafora della malattia. Il bisnonno folle morto nella baita, che ogni tanto appare confusamente in sogno a Kay, ha trasmesso qualcosa di maligno alla casa di Edna ma allo stesso tempo le ha trasmesso qualcosa di più devastante e che ha a che fare col dna, non certo col paranormale. È un’ereditarietà della malattia più che del male, perché di fronte al mistero insolubile dell’entità marcescente che aleggia sulla vicenda non vengono meno temi come la perdita della memoria, la pietà filiale, le decisioni dolorose che sembrano inevitabili e i sacrifici che si pensa di poter fare e che invece sono un peso troppo grande da portare. Questo non impedisce alla regista di spaventare, perché soprattutto da metà film in avanti la vicenda si sposta sensibilmente verso quel posto sconosciuto e senza regole di cui accennavo verso l’inizio dell’articolo e seguire Kay e Sam in quel percorso (soprattutto Heathcote sfodera un’ansia e un terrore credibilissimi) è un’esperienza angosciante. Il punto forte di Relic, oltre a un cast azzeccato e ad una buona scrittura, è proprio la capacità di non reggersi solo sulla comoda metafora ma creare le basi di una mitologia oscura dietro al male che aleggia sulla casa, lasciando intatta la potenza delle riflessioni sull’umana decadenza e accompagnandole con qualcosa di inquietante che non ti verrà mai spiegato chiaramente, e va benissimo così.

Il finale, forse debitore di un altro horror australiano seminale come Babadook, risolve in maniera fin troppo educata l’intera vicenda, risultando coerente coi temi affrontati nell’arco della pellicola ma stridente per le reazioni dei personaggi alla situazione. Piacerà a qualcun* e non piacerà ad altr* (è anche uno dei pochi momenti in cui il tema dell’ereditarietà viene sottolineato col pennarellone delle grandi occasioni), ma non intacca la qualità di un film con cui vi consiglio vivamente di riprendervi dopo il pranzo di Natale, che un’abbuffata di buoni sentimenti non è che faccia per forza male ma mischiarla con del male marcescente è pur sempre interessante. Da notare, come ultima cosa che non sarà sfuggita a voi lettor* attent*, che il film parla di cura ed è totalmente (e, si intuisce, volutamente) al femminile: i maschi nella famiglia di Edna, Kay e Sam sono morti o assenti, gli unici uomini che si vedono sono lo sceriffo che dirige inizialmente le (infruttuose) ricerche e due vicini, padre e figlio, che per motivi condivisibili si guardano bene dall’avvicinarsi ad Edna. Cambiano i tempi e cambiano le mode ma persino il cinema fatica a raccontarci storie del genere con protagonisti maschili (anche nel recente The father, di cui avevo parlato qui, è una figlia a farsi carico dell’anziano genitore), specchio di una società in cui noi uomini deleghiamo spesso e volentieri il lavoro di cura: speriamo che in futuro non ci sembri così strano vedere un simil Relic che non preveda donne nel cast.

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Racconto in musica 157: Halloween (Lili Refrain – 666 burns)

Vi ricordate di André 3000? A inizi anni duemila (lo so, sembra un gioco di parole) con il suo compare Big Boi andava fortissimo e gli Outkast sembravano lanciati verso una luminosa carriera… Schiantatasi praticamente subito, ma altamente remunerativa, perché tutt* ricordiamo almeno Hey ya!. Dopo lo scioglimento del duo tutt* si aspettavano una carriera solista, tutt* attendevano un disco, poi gli anni hanno cominciato a essere troppi e la gente ha cominciato a dimenticarsi di André 3000 almeno fino a quando, inaspettatamente, quell’album è arrivato. Solo che non era quello che la gente si aspettava da lui.

Questa storia l’ho scoperta tramite questa puntata del podcast Tienimi Bordone di Matteo Bordone (che è solo per gli abbonati de Il Post, ma se siete fra i primi dieci a cliccare sul link dovreste riuscire ad ascoltarla), in cui il giornalista e conduttore radiofonico parla anche dell’improbabile “drumless edition” di Random access memories dei Daft Punk, e all’inizio mi sono messo a ridere. Una grande promessa/realtà dell’hip hop che si mette a fare un disco ambient con inserti di flauti? Davvero? Pure lui deve essersi fatto la domanda, visto che la prima traccia di New blue sun si intitola I swear, I Really Wanted To Make A “Rap” Album But This Is Literally The Way The Wind Blew Me This Time ma, appunto, è quello che gli passava per la testa e il problema nasce dal fatto che noi lo ignoravamo: pensavamo che il signor André Lauren Benjamin fosse uno che faceva solo un certo tipo di musica, e invece in quei diciassette anni di silenzio è cambiato.

Ma come cavolo sono finito a parlare di hip hop da CLASSIFICA in un blog di musica indipendente? E che c’entra con Lili Refrain, musicista sperimentale di Roma? Ve lo spiego un po’ più in basso, subito dopo avervi presentato l’autore del racconto della settimana Gabriele Bitossi.

Viene dal fumetto Gabriele, nato a Cecina nel 1996. Nel 2021 si è infatti diplomato in Sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics, e negli anni ha collaborato e tuttora collabora con numerose realtà come Spaghetti Comics, Kleiner Flug, Coltello Comics, Future Fiction e Radici. Appassionato di scrittura a tutto tondo, ha frequentato anche corsi di scrittura tenuti da Vanni Santoni e Graziano Gala e a ottobre di quest’anno si è laureato in Italianistica a Pisa con una tesi sul rapporto tra letteratura italiana e droga. Fra i molti suoi progetti che potete trovare con una rapida ricerca online noi vi segnaliamo in particolare Oltre la collina, reinterpretazione a fumetti dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters che Gabriele ha scritto e curato col supporto del collettivo Misticanza.

Con Lili Refrain non si arriva certo agli estremi toccati da André 3000, ma chiunque ascoltasse il suo omonimo esordio del 2007 e ascoltasse poi Mana, il disco edito nel 2022 sotto Subsound Records, si ritroverebbe catapultat* in scenari completamente diversi uniti dalla voglia di sperimentare che contraddistingue tutta la carriera della musicista romana. La chitarra è sicuramente l’elemento portante della gran parte della sua carriera, lo strumento con cui crea strutture di loop affascinanti e oscure che pescano dal metal, dal blues, dalla psichedelia, dal folk e dall’ambient, un mix difficile da descrivere a cui si aggiunge l’elemento vocale. Refrain sperimenta a tutto tondo e anche la voce diventa uno strumento nelle sue composizioni, un cantato che non ha parole intellegibili e che diventa sempre più presente e importante lungo la sua carriera. Il secondo album 9 esce nel 2009 per le etichette Trips Und Traume e Three Legged Cat ed espande ulteriormente questo cosmo, ma è a mio umile parere Kawax (2013), il primo disco per Subsound Records, a segnare un punto di svolta. Le atmosfere delle canzoni di Refrain si fanno più dilatate, esoteriche, la voce crea melodie che portano in un mondo magico allo stesso tempo affascinante ed inquietante e alla cui malia ci si abbandona sognanti. Al disco collaborano vari musicisti come Nicola Manzan, Valerio Diamanti dei Dispo e Inferno Sci-Fi Grind’n’Roll e Roberto Cippitelli dei Juggernaut (band quest’ultima che a Tremila Battute conosciamo bene), e per sette anni rimane l’ultima opera della musicista, che nel frattempo collabora ad altri progetti e continua a portare in giro la sua musica in Italia e in Europa, mantenendo la struttura della one woman band e unendo alla capacità di gestire più strumenti contemporaneamente (attualmente utilizza tre diverse loop station, come afferma fra le altre cose in questa interessante intervista) performance piene di pathos (a cui ahimè non sono ancora riuscito ad assistere), con l’apoteosi del concerto tenuto nel 2020 di fronte alla piramide che sorge al centro del Labirinto della Masone (di cui vi avevo accennato qualcosa qui).

Proprio il 2020 vede la fine del lungo silenzio, interrotto dall’uscita di Ulu. Il disco contiene una sola traccia di ventidue minuti divisa in tre “movimenti” (Gula, Terra 2.0 e Mul, ognuno contraddistinto da una propria atmosfera ma sapientemente amalgamato con gli altri), registrata in presa diretta al 16th Cellar Studio di Roma, un ritorno fuori dagli schemi che esplicita ancora una volta la libertà compositiva dell’artista (i cui brani, per sottolinearne la componente evocativa, sono stati usati da vari registi come colonne sonore di film, documentari e spettacoli teatrali) e la sua capacità di seguire la corrente ovunque la porti. Si arriva così a Mana, un disco in cui la chitarra viene oscurata dai synth, un cambio radicale che spariglia le carte in tavola ma sembra assolutamente naturale se si è seguito tutto il percorso: nel disco Refrain suona un numero imbarazzante di strumenti (imbarazzante per me che so suonare solo la chitarra, e male), dal gong all’air conditioner metal tube (?), passando anche per strumenti esotici come il taiko, un tamburo tipico giapponese. La musicista continua a mietere consensi ovunque (basti dire che nel 2022 si è esibita sul palco dell’Hellfest in Francia di fronte a 85000 persone), è da poco tornata da un tour di dodici date nel Regno Unito (con una tappa pure a Dublino) al fianco dei Death Cult, giunto dopo due tour fra Europa e UK che l’hanno vista accompagnarsi per mesi agli Heilung prima e ai Cult poi: io aspetto invece che ritorni nel milanese per non perpetrare l’errore di perdermi un suo spettacolo dal vivo.

666 Burns è la settima traccia di Kawax, un’incedere sempre più oscuro comandato da un arpeggio ipnotico che resta sempre in sottofondo a dettare il ritmo, anche nel momento in cui distorsioni apocalittiche schiantano le orecchie verso l’inferno che il titolo promette. Il ritmo e l’atmosfera della canzone sono parsi a me e a Gabriele ideali per un racconto che si svolge lungo più serate di Halloween, coinvolgendo tre personaggi le cui interazioni sono avvolte da un mistero insondabile e sempre più torbido. Trovate il racconto subito dopo il brano che lo ha ispirato, più in basso: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Halloween, di Gabriele Bitossi

Per Halloween ci piace travestirci da mostri perché possiamo mostrarci per quello che siamo, senza compromessi. Festeggiamo in locali addobbati per l’occasione e balliamo, ognuno con le proprie storture, con le proprie mostruosità, e ridiamo, ridiamo, ridiamo, fino a mattina. Siamo felici perché una volta all’anno possiamo vederci per quello che siamo.

Meditiamo sul futuro tra zucche incise e scheletri deformi. Proprio un anno fa F. è entrata in tesi e, durante una delle nostre solite feste, ci ha confessato di voler uccidere il suo relatore. L. aveva in mano una falce perché era vestita da Morte e l’accostamento con quanto detto da F. ci fece ridere, forse troppo. Io ero truccato come uno zombie, ma non trovavo nessi con la situazione.

La festa di quest’anno si svolge all’interno di un locale sulla spiaggia, il mare è in tempesta e non potrebbe essere più coerente. F. è in lacrime, piange perché il relatore, quella stessa mattina, è stato trovato morto: le cause del decesso sono ignote. Proviamo a calmarla, le facciamo bere qualcosa e fortunatamente si riprende. Dopo pochi minuti è già sopra un tavolo, indiavolata.

L. si avvicina e mi sussurra che è stata lei a ucciderlo. Perché sì, risponde al mio sguardo sbalordito. Brandisce ancora la sua falce e mentre continua a guardarmi cammina all’indietro, verso la folla. A me, povero zombie, non rimane altro che conquistarmi un angolino e ballare, da solo.

Dopo un po’ F. ritorna da me, lo sguardo pieno d’odio. Dice di avercela con quella troia di P. per aver sfiorato R., nonostante questi abbia ballato tutta la sera con lei. Come cazzo si permette, esplode. Alle sue spalle compare L., ascolta affascinata la nostra conversazione. Io mi tappo le orecchie e cerco un altro rifugio ma queste due mi seguono ovunque vada. F. con la sua logorrea, L. col suo silenzio.

Chiudo gli occhi, mi concentro solo sulla musica e immagino la festa dell’anno prossimo. Posso già ascoltare la voce di L. che mi confesserà di aver ucciso R., mentre F. ballerà sfrenata dopo essersi ripresa dalla crisi, in cerca di altre lacrime.

Li riapro e vedo L. che mi fissa e sorride, già pronta per il prossimo Halloween.

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Non nella Enne non nella A ma nella Esse di Mariana Branca descritto come fosse un’esperienza sonora

Scrivendo da un bel po’ di tempo di musica mi capita spesso di chiedermi: ma la gente ci capirà qualcosa in quello che scrivo? Perché è facile, per me che ascolto un disco, provare qualcosa, che sia un’emozione o un piacere più dovuto alla costruzione del momento musicale, ma poi trovare le parole giuste per trasmetterlo è un gran casino. Non sono un grande lettore di critica musicale (anche se ci sono eccezioni altamente meritevoli), per cui ignoro od ho solamente un’infarinatura di come abbiano risolto il problema altri prima di me: la mia soluzione è affidarmi perlopiù all’istinto, ma chissà se capite cosa intendo quando parlo di “ventate elettroniche che sgorgano qua e là e improvvise sferzate percussive a buttarla in caciara ma senza mai esagerare“, o cosa vi appare alle orecchie quando descrivo cosa sta “fra voci modificate elettronicamente e suoni che, come in una megalopoli futuristica, mischiano freddi ritmi sintetici a pulsioni esotiche“. Ho persino scritto una recensione come se fosse la sintesi di una stagione calcistica (mutuando il titolo dell’articolo, come in questo caso, dal capitolo L’assassinio di John Fitzgerald Kennedy considerato come una gara automobilistica in discesa in La mostra delle atrocità di James Graham Ballard)! Questo aiuta magari narrativamente, ma poi a chi legge arriva l’idea del suono in qualche maniera?

Questa domanda mi si è riaffacciata in testa mentre pensavo a come iniziare a parlare di Non nella Enne non nella A ma nella Esse di Mariana Branca, autrice che ho scoperto tramite lo splendido racconto Angelina no pubblicato sul numero 4 della rivista Quaerere. Perché di musica parla il romanzo d’esordio dell’autrice, scritto in nove mesi fra il 2016 e il 2017 e arrivato alla pubblicazione con Wojtek Edizioni, anche tramite il Premio Calvino di cui è stato finalista, solo nel 2022. Parla di musica e parla con la musica, con il ritmo fisso agli ottanta bpm delle canzoni dell’enfant prodige della scena elettronica Nicolas Jaar, di cui il romanzo è una sorta di biografia. Lo è nei termini in cui racconta il suo percorso artistico e di vita, dall’adolescenza passata a manipolare suoni e correre in bicicletta ai concerti in enormi auditorium in giro per il globo passando per il college e le esperienze nella scena dei club newyorkesi, ma i contorni degli eventi sono confusi e l’autrice sembra disinteressarsi della precisione didascalica se non quando deve stilare elenchi di walkman o la componentistica presente nella prima versione del programma Reason, perché a Branca interessa l’emozione e non la precisione.

Io di Nicolas Jaar non avevo mai sentito niente, e mi sono approcciato alla sua musica solo dopo aver finito il libro. Il suo brano che più assocerei all’esperienza provata durante la lettura, a posteriori, è Swim, liquidità sonora che si trasforma velocemente in esperienza ritmica da dancefloor in continua mutazione che sfocia in territori tribalistico-spirituali nei vagiti finali dei suoi tredici minuti di durata, ma la canzone (contenuta nel disco Nymphs) è stata pubblicata nella seconda metà del 2016, di poco antecedente l’inizio della stesura del libro. Può aver Branca mutuato la sua idea da quelle note? Non lo so, e forse la stesura è stata influenzata da un medley di composizioni dell’allora ventiseienne Jaar, ma in quella traccia c’è tanto dell’esperienza ipnotica e trascinante che le parole dell’autrice creano, di quell’atmosfera vagamente elitaria ma non escludente in cui il musicista sguazza con il suo compagno e biografo Andres F. Rodriguez, la voce narrante che ci accompagna lungo il percorso.

Così, esattamente così erano i suoi occhi, i suoi occhi blu pieni di blueprints, di immagini future, i suoi occhi cianografici come una carta lucida sensibilizzata con ferrocianuro di potassio e citrato di ferro ammoniacale, sulla quale, appena a contatto con l’acqua, apparivano tratti bianchi sul fondo blu scuro. Di notte, ancora più di notte che di giorno, ne erano pieni, di immagini future, e faceva fatica a mettere a fuoco per leggere, allora lui guidava e cantava Leonard Cohen e io leggevo tutte quelle informazioni sul Marcy Hotel e fu così che conoscemmo Nino.

Non nelle Enne non nella A ma nella Esse, pag. 47

Ma chi è Rodriguez? Amico, fratello, gemello, figura enigmatica che fluttua nella vita di Jaar in maniera simbiotica, partecipe di tutte le sue esperienze eppure inesistente (oppure no? Una ricerca su Google non mi restituisce niente sulla sua vita e la sua presenza nel creato tangibile). Del suo entusiasmo si permea tutta la narrazione, spandendo sugli eventi la luce della predestinazione di modo che tutta la vicenda suoni estatica, gioiosa, la colonna sonora di un mondo in cui nulla di male può accadere e tutt’al più può sopraggiungere della malinconia, caratteristica unica di Jaar e non sua, a velare lievemente l’atmosfera solare che avvolge i personaggi anche quando piove, come fuori dalla centrale elettrica quando un’acquazzone fa da punto di passaggio per passare oltre.

In Non nella Enne non nella A ma nella Esse anche gli ambienti creano un suono, un’atmosfera. La centrale elettrica in cui Jaar e Rodriguez si avventurano nei primi esperimenti sonori, la casa del musicista in cui il signor Jaar e Evelyne (Evelyne Meynard, la madre designer) ballano sotto lo sguardo incantato dei due, l’università che frequentano come meteore distanti dalla massa e ad essa capaci di adeguarsi e il Marcy Hotel dove entrano in contatto con la scena elettronica newyorkese, luoghi che hanno una loro frequenza distinta in cui le esperienze sono vibrazioni, suoni onirici e dilatati in cui lasciar andare pulsioni e amori giovanili che si mischiano con le luci di dancefloor in cui un sfogarsi e poi sdraiarsi estaticamente, avvolti dal suono. La vita di Jaar scorre inarrestabile come la corrente di un fiume, non impetuosa ma docile e decisa, incapace di trovare ostacoli, come una melodia che ti si ficca in testa e non esce più e che non maledici per la sua pervicacia, ma benedici per il modo in cui accompagna i momenti migliori, in cui getta luce nuova anche su quello che fino a poco prima creava solo ombre.

Ebbe, come tema d’esame, Israele e la Palestina, forse perché la famiglia Jaar arrivò a NYC dalla Palestina più o meno intorno al 1920, e il suo primo istinto fu quello di guardare i segnali di stop nella zona ovest. I palestinesi e gli israeliani avevano lo stesso segnale di stop, una mano con le dita inspiegabilmente incollate tra loro, una sagoma in cui non sono distinguibili le dita, su un fondo rosso ottagonale. L’immagine lo intrigava, sembrava tanto futuristica quanto antica, voleva dire che Israeliani e Palestinesi avevano la stessa idea di mano, senza dita, lo stesso modo di dire fermati senza usare le parole. Per quanto si volessero separare, distinguere l’uno dall’altro, i due popoli usavano lo stesso identico disegno-segno-segnale per dire che ti dovevi fermare. Che oltre non potevi andare. Così aveva fatto cinque adesivi della misura di un segnale di stop americano e mi disse: appiccichiamoli a Providence. Ne attaccammo solo uno, gli altri decidemmo di applicarli a NYC, da qualche parte intorno la Occupy Wall Street.

Non nella Enne non nella A ma nella Esse, pag. 65

Anche l’amicizia è un suono, note limpide e solari come il rapporto fra Jaar e Rodriguez, una simbiosi che crea un modello di mascolinità ideale e auspicabile, totalizzante ma non esclusivo, e poi il rapporto fra loro e il mondo, uno scrigno pieno di opportunità in cui nessuna ombra sembra riuscire a entrare, perché Il ritmo vitale della scrittura di Branca riassume e crea un’esistenza in cui il conflitto è limitato al minimo indispensabile senza che se ne avverta la mancanza. Il duo e gli amici che ruotano loro intorno, dal Nino amante di Leonard Cohen e di Jean-Luc Godard al Dave Harrington che di Jaar è sodale nei Darkside, attraversano ambienti e situazioni permeati di gioia e curiosità, alla ricerca del bello e dal bello trasfigurati, un bello che si manifesta nelle numerosissime suggestioni che continuano a vagare nella narrazione, dalle foto di Gordon Matta-Clarck all’arte a tutto tondo di Man Ray fino al Nastro che cambia tutto, la musica di Ricardo Villalobos che… ma facciamolo dire a Branca

Quella volta, invece, che il Nastro si era inceppato, ingarbugliato, che gloglottava un suono extraterrestre, un po’ sublime, quella volta nel suo sguardo di fondale marino avveniva una desquamazione, i suoi occhi si stavano spiccicando di dosso la cornea, si spogliavano per una specie di muta esistenziale, trasformandosi in due diamanti arrotondati, centinaia di schegge di flex nel bianco albuminoso degli occhi. Erano due sfere di polveri metalliche in procinto di schizzare, e dentro un’espressione fumosa, vacua, perduta, lontanissima; al suono alieno solidali, penetrati in esso, da esso penetrati. Animisti, animali.

L’ho guardato e guardandolo sono sparito, entrato in un tunnel fatto di LSD, come fossi scivolato nell’ipnosi; il suono ingarbugliato del Nastro in sottofondo, a ripetizione, e più lo guardavo e più capivo, lo sapevo. Era come una volta ascoltando Bonga, la canzone Mona Ki Ngi Xica: gli era preso un colpo, una specie di collasso. Si era seduto, buttato, sfinito, e alla fine della canzone aveva detto che si sentiva amato. Mona Ki Ngi Xica, Il Bambino Che Mi Lascio Dietro, e io piangevo, in segreto zitto muto.

Non nella Enne non nella A ma nella Esse, pg. 18/19

Non nella Enne non nella A ma nella Esse è narrazione musicale e musica incarnatasi (incartatasi?) in testo, contiene la capacità di descrivere con tutte le parole che servono melodie emozioni eventi e situazioni e trasformarle in suono. Quanto di questo è realtà? Molto sembra suggerire l’elenco di interviste a cui Branca ha attinto per creare la sua opera, poco sembra affermare la visionarietà emotiva con cui Rodriguez vive, e noi viviamo di conseguenza, la parabola ascendente di Jaar nell’Olimpo della musica, un Olimpo forse minore che mica stiamo parlando dei Rolling Stones ma che qui sembra l’apoteosi dell’esperienza vitale tutta. Ha importanza che tutto quanto narrato sia reale? No, e forse ne dovrebbe avere il fatto che io sia riuscito o meno a trasmettervi l’unicità dell’esperienza multisensoriale che dona la lettura di questo libro, a descrivere la musica delle parole anche solo in maniera simile a quanto riesce così facile in maniera tutt’altro che semplice a Mariana Branca: nel timore di non riuscirci ve lo dico chiaramente, questo è il miglior libro che mi sia capitato in mano da qualche anno a questa parte.

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Racconto in musica 156: Cose adorabili da fare assolutamente in (The André – Specchio nero)

Da un paio d’anni a questa parte quando scrivo qualcosa di più lungo di tremila battute, detto che le volte che scrivo qualcosa di più lungo di tremila battute sono drammaticamente meno di quelle in cui scrivo molto meno di tremila battute, mi piace spesso perdermi in una esagerata prolissità. Lo avete per caso notato? Fare una frase che ci vuole un decennio a leggerla per descrivere una cosa minuscola, ma con la pretesa che in quel giro assurdo si riesca a cogliere un lato di quella cosa minuscola che era sfuggito, che è proprio di quella cosa lì e di nessun’altra cosa, o forse solo per farmi onanisticamente bello, che poi spesso quelle cose lì non le legge nessuno a parte me. L’ambizione è sempre raggiungere la chirurgica precisione di un certo David Foster Wallace, il che non significa che io scriva come DFW, anzi, non significa nemmeno che io abbia CAPITO DFW: ma ci provo.

Stacco: ora parliamo di Byung-chul Han. Oh, non vedevate l’ora in una tranquilla domenica di farvi ammorbare da me con le teorie sulla società contemporanea di un filosofo sudcoreano vero? Sorpresa: non lo farò. Volevo però concentrarmi su un’intervista inserita nel volume Perché oggi non è possibile una rivoluzione, edito da Nottetempo, perché contiene una risposta che contestualizza bene la contraddizione in cui tutti viviamo: alla domanda su quale fosse il suo personale approccio riguardo alla società moderna iperconnessa (si parlava in quel punto di un paragone fra Facebook e il feudalesimo, giusto per dare un po’ di contesto), Han risponde “Come tutti, mi agito quando non sono connesso, ovvio. Anch’io sono una vittima. Senza questa comunicazione digitale non posso svolgere il mio lavoro di professore, autore e pubblicista. Ognuno di noi è parte integrante e ingranaggio del sistema”. Si può riconoscere il problema, insomma, ma riuscire a combatterlo è un altro paio di maniche, ed è già buona se ci rendiamo conto di essere parte del meccanismo.

La specificità di DFW e l’ammissione di “colpevolezza di BCH (evvai di acronimi!) mi sono venute in mente ascoltando a ripetizione continua il disco Mentre non riesco a dormire di The André, perché come il primo riesce a fare giri lunghissimi di frasi che alla fine riescono a cogliere un frammento di verità (o di una verità, almeno) che era sfuggito, e come il secondo non si mette su un piedistallo ma parla in prima persona assumendosi la responsabilità di essere parte del problema che condanna. Ma chi è The André?

Si chiama Alberto in realtà, e una veloce ricerca su internient non mi restituisce il cognome, o meglio forse me lo restituirebbe aprendo i link di siti acchiappaclic a cui non voglio dare una visualizzazione, e in fondo che importa? Proprio l’anonimato è stata la cifra della prima parte della sua carriera, nata online con il moniker Gab Loter attraverso un canale YouTube in cui pubblica cover di canzoni trap… Ma con la voce di Fabrizio De André. Il senso di straniamento e meraviglia che ha colto chi sente i testi di Ghali e Sfera Ebbasta recitati con enfasi e con il solo accompagnamento di una chitarra acustica dev’essere stato lo stesso mio, che l’ho scoperto in colpevolissimo ritardo solo da pochi mesi, e non so quanto il giovane bergamasco che stava dietro al progetto si aspettasse il successo ottenuto con questi video: sta di fatto che, pur mantenendo l’anonimato grazie ad occhiali da sole, felpa con cappuccio e luci sparate da dietro sul palco, Gab Loter diventa The André e comincia a esibirsi anche dal vivo, pure a X Factor, iniziando lentamente anche a variare il tiro “omaggiando” a modo suo l’indie italiano e a far capire che sì, belle le cover, ma dietro c’è una sensibilità artistica molto più ampia di così.

L’ho fatta molto veloce, perché in fondo quello che mi interessa è parlare di musica. Che del talento e non solo la capacità di strappare un sorriso ci fossero lo facevano già intuire le “cover rivisitate”, perché recitare enfaticamente Habibi di Ghali con sotto una chitarra acustica è un colpo di genio, ma prendere il testo di Vendetta vera di Trucebaldazzi e trasformarlo in un testo che forse anche il vero De André avrebbe potuto cantare significa dimostrare doti di scrittura ottime. Nel suo primo disco del 2019, Themagogia – Tradurre, tradire, trappare, The André mischia così le cover, le cover “allargate” e un timido accenno di poetica personale, nei brani Una canzone indie e Originale, in cui parla di sé stesso ma senza il tono tronfio dei trapper che percula, anzi dimesso e quasi nascosto in un angolo da cui dice “sono qui, sono una rotella dell’ingranaggio ma di quello star system che si crea attorno a me non godo”. L’album esce per la Freak & Chic di Immanuel Casto, una scelta che sulle prime mi è parsa incomprensibile, ma Casto è sì il cantante di canzoni assurde e l’autore del gioco da tavolo Squillo ma anche il presidente della sezione italiana del Mensa, l’associazione che riunisce le persone che hanno il QI più alto al mondo, e sentirlo parlare al BIG – Brief in Genova qualche settimana fa mi ha chiarito come mai l’etichetta per cui esce Magari muori di Romina Falconi (che ha contribuito anche ad alcuni dei testi di The André, tanto per dire che la demenzialità a volte si può coniugare con l’intelligenza, in fondo abbiamo avuto gli Skiantos qui in Italia) poteva essere la stessa di un progetto sfaccettato come quello che stava emergendo dal semplice gioco con cui era iniziato.

La vena “matura” di The André, che nel frattempo entra in contatto con Dori Ghezzi e pubblica l’autobiografia Io è un altro, si manifesta nel suo primo Ep di inediti Evoluzione (2021) e, nello stesso anno, nello spettacolo teatrale in cui omaggia Faber portando a nuova vita La buona novella, uno degli album più iconici del cantautore genovese. In maniera completamente diversa, eppure in qualche modo speculare, The André e De André dimostrano di avere parecchi punti in comune quando finalmente, nel 2023, esce Mentre non riesco a dormire, in cui Alberto parla di sé stesso, della società che ha attorno e del rapporto problematico con questa, interrogandosi sul politically correct in Signora mia facendo volteggi linguistici che non sbeffeggiano solo i Pio e Amedeo o gli Indro Montanelli ma problematizzano anche chi la bandiera del politically correct la agita senza aver capito bene cosa ci sta dietro, parlando dell’illusione del successo in maniera simil Caparezza in Le cose che voglio (“Nel Club 27 ci entro vicino ai 40” è un modo magistrale per manifestare l’arte di arrivare in ritardo alla fama), ritorcendosi sul proprio ego nella clamorosa Piuttosto che affermando “però io che sono scemo e che pure me ne accorgo sono scemo non una, ma ben due volte”, ma anche buttandosi su toni più intimistici e meno chiaramente decifrabili in brani come Pesce e Sale, dove fra ricordi di un’amore adolescenziale e apparenti elaborazioni del lutto Alberto mostra quanto sa spaziare a 360 gradi dentro e attorno a sé, uscendo musicalmente dal cantautorato voce e chitarra acustica e adottando gli stilemi dell’indie e (più vagamente) del rap dandogli dignità e spessore (nota a margine: mix e mastering del disco sono appannaggio di Andrea “Sollo” Sologni, che qui a Tremila Battute conosciamo come gran professionista ma soprattutto come bassista dei Gazebo Penguins). Mentre non riesco a dormire contiene i testi migliori che io abbia sentito negli ultimi tempi, e porca di quella vacca (scusa vacca) quanto mi girano che ho scoperto del suo concerto all’Arci Bellezza di Milano tipo due giorni dopo la data: torna a suonare a Milano presto, mi raccomando.

Ero indeciso, mentre pensavo alla direzione da dare al racconto che avevo in mente, se associarlo al brano Bianconiglio o a Specchio nero, come poi ho fatto, perché la storia che volevo raccontare ben si associava a entrambi i testi. Partendo da un evento reale, semplice e banale, ovvero io e la mia compagna che in Giappone aspettiamo per dieci minuti che una commessa ci dia l’ombrello che stiamo comprando osservandola confezionarlo con cura che definire eccessiva è sminuente, ho prima ragionato sulla sindrome della performance che ci spinge a correre continuamente da una parte all’altra, che in Bianconiglio è resa alla perfezione dalla frase “sulla mia lista delle cose da fare c’è scritto che mi devo ricordare che devo fare una lista delle cose da fare”, poi sulla nostra ansia di produrre contenuti (che pure io in Giappone ho perso del bel tempo sui treni a fare contenuti per Instagram invece di, che so, guardare il panorama o leggere un libro), che è poi ciò che viene scandagliato senza facili soluzioni proprio nel brano che alla fine ho scelto. Solitamente vi dico di godervi il racconto ascoltando la canzone, ma il testo di The André va assaporato senza altre distrazioni e quindi vi consiglio di prendere la storia più in basso come una rielaborazione di quei temi e di ascoltare prima il brano: in ogni caso, buon ascolto e buona lettura.

(P.S. Alla fine il cognome l’ho trovato, per puro caso: è Ghezzi)

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Cose adorabili da fare assolutamente in

Guardi la commessa guardarti e sorridere prima di iniziare a ripiegare per la seconda volta dal lato sinistro la stoffa fra ogni singola bacchetta dell’ombrello che stai comprando e ti chiedi Come posso immortalare questa scena in maniera che non sembri che mi sto annoiando? Cosa posso imparare da questo momento, ti domandi, mentre il sangue nelle vene impazzisce e ti spinge ad alzare quel cazzo di telefono e filmare tutto questo, il negozio triste e dimesso e pure abbastanza vuoto all’interno di un centro commerciale non così anonimo (ma qui sì) dove hai trovato rifugio dall’acquazzone che con tua somma sorpresa si è abbattuto sulla città senza che tu l’avessi preventivato.

Avresti potuto essere fra profumi e sapori impossibili da far provare ma così interessanti da descrivere in quel mercato rionale caratteristico a quattro fermate della metropolitana da qui, o nell’armeria del periodo feudale del castello appena fuori città, sempre al coperto ma con della Cultura da promuovere, ma non hai controllato le previsioni del meteo. Avresti potuto essere anche solo in una di quelle sale giochi multipiano rumorose e vagamente psichedeliche piene di invasati dall’aria annoiata che contrastano in maniera netta con l’atmosfera generale, a fingere anche tu di divertirti per giustificarti nella mente e nel portafoglio un volo tutt’altro che conveniente e soggiorni in alberghi decisamente al di sopra del tuo standard economico attuale ma in linea con lo standard che vuoi trasmettere a chi ti segue da casa, in attesa di sapere come ti divertirai oggi.

E invece ti stai massacrando i testicoli. Ti stai ammazzando la vita di fronte a una commessa imbarazzata che ci ha messo due minuti a venderti un ombrello e ce ne sta impiegando dieci a confezionarlo, con un’indecisione talmente contrita che non ti riesce proprio di metterla in ulteriore imbarazzo riprendendola con la videocamera dello smartphone anche solo per dire al mondo La vita è anche questa, La lentezza è preziosa o un’altra frase efficace per descrivere un’emozione intensa da corollare con un’hashtag appropriato.

E ti chiedi se non potresti davvero godertelo, questo momento, goderti la noia, goderti una pausa dalla rappresentazione estetica di ciò che ti aspetti da questo viaggio costoso ed esotico e dall’aspettativa che speri e temi di generare nei tuoi follower, in ansia (o forse no) perché da due ore non trovi qualcosa di adorabile da condividere con loro.

Goderti la noia. Cazzo questa sì che ci sta come frase. Fai una foto, postala. Fatto.

Quando esci dal centro commerciale hai dieci follower in più, venti minuti di tempo utile per fare nuove esperienze già approvate da molteplici guide online in meno, un ombrello inutile e ingombrante in eccesso attaccato al polso perché nel frattempo, ma guarda un po’, è uscito di nuovo il sole.

Sono le tre del pomeriggio, non hai fame, ma quel mercato rionale caratteristico è a sole quattro fermate di metropolitana.

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Un po’ più in profondità nell’universo: Aves raras dei San Leo

Dopo l’ascolto di Aves raras è difficile non pensare che chi ha composto il disco ha un amore folle per la musica e per il cazzeggio in sala prove. Riesco a immaginarmi Marco “inserirefloppino” Migani (batteria, e mio mito personale per questo moniker estrapolato da Futurama) e Marco “m tabe” Tabellini (chitarra e varie ed eventuali) che prendono in mano i loro strumenti e partono per due ore minimo di spippolate sugli strumenti volte ad arrivare dove non si sa, proviamo a prendere quella linea lì e poi boh, dove cazzo siamo finiti? Non lo so, tu? Figo però eh? Il tutto giocando, sperimentando, allargando uno spettro sonoro che dal primo disco XXIV, anno di grazia 2015, si è espanso e ha portato il duo romagnolo dallo sperone roccioso su cui è abbarbicato il borgo da cui prendono il nome fin su nel cielo e poi ancora più su, nel cosmo infinito, a mischiare con l’elettronica i vagiti di un modo diverso di suonare la chitarra e la primordialità di una batteria sempre più technotribale.

Allo stesso tempo non riesco a immaginarmeli senza almeno una canna in mano in quelle due ore minimo, perché Aves raras (pubblicato dalla benemerita fucina di cose dedite all’esplorazione sonora chiamata Bronson Recordings) è anche un bel monumento alla fattanza in musica. Da che stanno su questa terra come entità fattasi duo musicale i San Leo non puntano all’accessibilità, e chi protende le orecchie all’ascolto di un loro disco sa che si troverà a dovergli concedere molto tempo, che aspettarsi di essere convinto dopo due minuti di un brano che ne dura quindici è pretendere un po’ troppo. Dilatano già di base, i due Marco, e qui non è che lo fanno ancora di più, anzi piazzano due brani su quattro al di sotto dei cinque minuti: in compenso lo fanno in maniera diversa, perché il loro suono continua ad espandersi come l’universo.

Il brano più lungo del lotto lo ficcano in apertura del disco, via il dente via il dolore, seguiteci ora o andate pure da un’altra parte. ARIES comincia subito fissando il ritmo, con le bacchette di inserirefloppino che si agitano veloci e la chitarra di m tabe che infila suonini in loop l’uno sull’altro: nessuno si fermerà più per un bel po’, al massimo c’è la dinamica che si smorza, l’atmosfera che si fa più o meno intensa, ventate elettroniche che sgorgano qua e là e improvvise sferzate percussive a buttarla in caciara ma senza mai esagerare, come in una continua onda che non punta all’ascesa, allo sfogo conclusivo, ma a bastarsi per quello che è. Funziona? Dipende dallo stato d’animo, forse anche dal vostro grado di alterazione psichica, perché Aves raras è pur sempre anche un monumento alla fattanza e comunica più alla parte inconscia che a quella conscia, arriva al petto più che alla mente, è tecnico ma in quel modo alla Godspeed You! Black Emperor e ARIES è l’apoteosi di questo concetto: il percorso è più o meno piacevole a seconda di quanto riuscite a entrare in sintonia con questo fluire nervoso che non cerca una risoluzione, tanto che quando arriva dopo un quarto d’ora una sana iniezione di distorsioni e volumi in crescita esponenziale capisci che il punto focale del discorso non è lì, anche se un po’ di casino in più le orecchie lo avrebbero assaporato ben volentieri. Ma aspetta un paio di minuti, giusto quelli dell’outro rarefatto, e te la diamo una bella bordata sonora.

J!OY di minuti ne dura solo tre e mezzo, parte a spron battuto come la precedente traccia e non si ferma più, ma qui non c’è un affastellarsi continuo di suoni storti che entrano in punta di piedi e un po’ battagliano, un po’ collaborano per il risultato finale: qui c’è uno sfogo distorto e riverberato che tronca il fiato e che, paradossalmente, aggiunge la voce al quadro generale, anch’essa confusa e gonfia di riverberi a diffondere il suo verbo da galassie distanti. È una pausa al contrario quella della seconda canzone, il riprendersi da un percorso iniziatico spaccandosi il collo con un headbanging forsennato, dura il giusto e lascia spazio di nuovo ai ritmi della marea stellare.

FUTURA 2000 torna alla rarefazione, ma sempre con quella percussività batteristica che ti lascia coi carboni ardenti sotto ai piedi, mai troppo rilassato, mentre chitarra e inserti elettronici tessono la trama di un movimento criptico e plumbeo. Qui la svolta arriva a metà brano, dopo sei minuti di viaggio, con i synth che si prendono sempre più spazio e portano la band in territori simili a quelli solcati con più tamarraggine da Blanck Mass, verso un nirvana elettrico con tocchi tribali, che alla fine la definizione che la band dà della propria musica è pur sempre mantracore: peccato solo che anche qui la carica ad armi spianate si smorzi in breve tempo.

Lungo-breve-lungo-breve, su questa direttrice il modo in cui i San Leo decidono di chiudere i giochi è ancora con un brano dalla durata contenuta ma in cui sfogare tutta l’energia rimasta in corpo. AL.AY è estatica apoteosi, un crescendo che parte già dalla cresta dell’onda e ti dà l’impressione di salire sempre più anche se non si può, sei già al massimo del volume, fra riverberi a sei corde e piatti martoriati per tutti e quattro i minuti mentre la grancassa implode a ritmo regolare come se ci fosse un motore nucleare che batte lì sotto, da qualche parte, e meno male che lo tengono a freno. Poi bon, si cala velocemente e arriva il silenzio, dopo trentotto minuti di caos controllato.

Aves raras è un gioco al rilancio per i San Leo, l’ennesimo visto che già il precedente Mantracore settava nuovi standard. Qui è dove il duo cerca di uscire un po’ dagli schemi “consueti” (mi si concedano le virgolette, che parlare di consuetudine per una band così è sfiorare il ridicolo), fregandosene della necessità di portare un’ascesa verso il suo compimento fatto di assalti distorsivi all’arma bianca. Serve tempo per entrare in questa nuova ottica, servono minuti passati a cercare di capire cosa stanno facendo lì sotto e minuti passati semplicemente a godersi di pancia l’esperienza: il gioco gli riesce forse meno bene che ai Sabbia, altra band che, con un approccio sempre strumentale ma sonoricamente molto distante, quest’anno ha sviluppato il concetto di “tensione che non si risolve”, ma ad avercene di musicisti così che osano, si lanciano e, ne sono certo, in sala prove si divertono da matti.

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