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Racconto in musica 24: La giustizia nel sangue (Juggernaut – Limina)

Entrare in contatto con la musica dei Juggernaut è stata una di quelle cose che in qualche modo dovevano accadere. Non mi piace chiamare semplicemente “caso” il fatto che, mentre nel 2014 uscivano col secondo disco Trama e gli affiancavano una dettagliata storia (che potete leggere qui), io facevo posticciamente la stessa operazione recensendo i concittadini Vonneumann. Una storia trova sempre il modo di farsi raccontare (ok, è una frase che in bocca a Borges avrebbe molta più enfasi), e se siamo in questa rubrica è proprio perché questo è successo.

La storia dei Juggernaut comincia in realtà parecchi anni prima del disco citato sopra, visto che il primo album …Where mountains walk è del 2009. Da allora la formazione subisce una rivoluzione, mantenendo solo Roberto Cippitelli e Luigi Farina dei membri originari, e anche lo spettro sonoro muta sensibilmente: abbandonata la voce per un approccio esclusivamente strumentale, la band aggiunge di tutto all’impianto metal iniziale, dal jazz alla bossanova, dal post-rock alla psichedelia.

La vena esplorativa non si è inaridita negli anni, e a distanza di altri cinque anni arriva un nuovo e interessantissimo capitolo della storia musicale dei Juggernaut. Uscito a ottobre 2019, Neuroteque continua a giocare coi generi (e con gli strumenti, un campionario che va da quelli classici del rock e arriva fino a glockenspiel e sitar), alternando sfuriate sonore come Astor a momenti più ariosi come Aracnival, che ricorda con suoni più cattivi la libertà compositiva dei migliori The Mars Volta.

Mi è bastato ascoltare la prima traccia di questo album, Limina, per figurarmi nella mente una storia da raccontare. Una sorta di vendetta a più riprese, debitrice della musica per le sue ascese e discese: la trovate sotto al link, io come al solito vi auguro buon ascolto, buona lettura e vi do appuntamento a settembre per i prossimi racconti in musica.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

La giustizia nel sangue

Non aveva fatto in tempo nemmeno a godersela. Quella sensazione di vittoria e giustizia, volata via come se niente fosse.

Solo pochi attimi prima stringeva trionfante la gola del suo nemico, assaporando ogni suo ansito come fosse l’ultimo, specchiandosi nei suoi occhi terrorizzati. La vittima si era fatta carnefice, avrebbe voluto dirgli, ma quali parole avrebbero potuto suggellare un simile momento? Meglio ascoltarne la vita scivolare via, imprimendosi nella mente le immagini e i suoni dell’agonia.

A cadavere freddo, prefigurandosi un futuro senza caccia, si sentì spossato. Lasciò il corpo in strada, non temendo testimoni o collegamenti (lui e la vittima – che ironia considerarla tale! – condividevano solo l’oscuro segreto che aveva portato a quel violento epilogo), iniziando a vagare per la città come istupidito. Ripercorse strade dove aveva giocato in gioventù, il parco dove aveva dato il suo primo bacio a una bionda che non amava, arrivò fino all’università dove si era laureato nell’ultimo, vero momento di bellezza che la vita gli aveva donato. La vendetta, ora lo capiva, non gli avrebbe restituito il passato; il futuro non gli offriva niente a cui tendere; il presente, senza quei due poli a dargli stimoli, era terra sterile.

Andò al funerale del nemico, in una chiesa stracolma prese posto su una panca e ascoltò il prete blaterare banalità sulla rettitudine, il futuro assicurato in cielo, la gioia che dovevano provare i familiari del caro estinto nel pensarlo alla destra del padre: non gli riuscì nemmeno di arrabbiarsi per quelle parole false, dette da chi non ne conosceva davvero i peccati. Guardò da lontano le teste dei familiari reclinate, ascoltò i loro pianti senza emozione alcuna, si alzò quando la cerimonia giunse al termine, come un automa che risponde a stimoli esterni senza volontà propria.

Sul sagrato della chiesa, mentre si sprecavano le condoglianze, vide i familiari abbracciarsi in cerchio, come i giocatori di una squadra di rugby. L’uomo più anziano, il padre del suo nemico, disse una sola frase, a voce alta perché lo sentissero tutti, con energia insospettabile.

Era uno di noi, disse, e lo rimarrà per sempre.

Fu allora che la vita tornò a fluire nelle vene dell’assassino, quando riconobbe la vittima negli occhi del padre, nella linea del naso di una zia, nella postura del fratello, persino nel modo di stringersi la cravatta di un lontano cugino. In quelle poche parole trovò la chiave per il futuro: la mela marcia non cade lontano dall’albero, e per non infettare il terreno dovrà essere tagliato ogni ramo, divelta ogni radice, una alla volta.

Nella mente assaporava già il contatto dei polpastrelli con la corda, il luccichio della lama, la consistenza del bastone. La sua sete di giustizia non era ancora appagata, la sua opera sarebbe stata per sempre in divenire: il sangue chiama altro sangue, e anche quello cattivo non mente.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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