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La vera importanza degli Slint: 30 anni di Spiderland

Immaginate una band. Alcuni dei componenti potrebbero essere vostri amici, di sicuro li conoscete tutti almeno di faccia perché in una maniera o nell’altra si sono fatti notare. Suonano insieme da una vita, due di loro hanno formato la prima band a undici anni, al primo concerto gli amplificatori glieli hanno dovuti portare i genitori (e posso capirlo, dopo aver portato in giro per una vita un combo Fender che pesa come un macigno). Hanno fatto tutti parte di un sacco di gruppi in città, si sono conosciuti perlopiù così: alcuni hanno fatto uscire delle ottime cose, hanno girato fuori dalla zona con un gruppo famoso quando nemmeno avevano la patente, non se la sono cavata male per un posto che un famoso concittadino, scrittore e giornalista, definisce una weird place. Li avete sempre un po’ invidiati, chiusi nella cantina dei genitori accomodanti di uno di loro a suonare, a volte siete anche andati alle loro prove: bel clima, bella gente, musica pesante, e voi cazzo non potete nemmeno suonare la batteria in casa perché i vostri, di genitori, dicono che fate casino.

I vostri amici che suonano in cantina, e non è manco insonorizzata

Sperate tanto che facciano strada, ma chi ci riesce dalle vostre parti (a parte il famoso scrittore e giornalista)? Il primo concerto lo fanno in una chiesa, con le vecchine che scappano appena iniziano, come aneddoto funzionerebbe in una biografia ma ne avete visti troppi che si sono fermati a quello. Un famoso detto recita “la fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’opportunità”: loro hanno il talento, hanno qualche bella opportunità, ma fortuna neanche per il cazzo. Registrano il primo disco con un nome abbastanza noto del giro, ma scontano l’inesperienza e ne esce fuori una cosa che non li soddisfa, tanto che il bassista addirittura se ne va. Provano a farlo uscire per un’etichetta che adorano, ma finisce per aiutarli a stamparlo un’amica. Fanno loro le foto del booklet, i titoli delle canzoni hanno i nomi dei genitori dei componenti e del cane di uno di loro: divertente, ma è esattamente quello che ti aspetti da chi non si prende troppo sul serio perché tanto non arriverà troppo in là. Insieme al nuovo bassista, che è sempre uno del vostro giro, registrano un altro paio di pezzi col nome abbastanza noto, ma non li fanno uscire. Poi si allontanano un po’, per la scuola e cazzi vari.

Il primo album dei vostri amici

Quando tornano a suonare dal vivo rimanete impressionati, una cosa così non l’avete mai sentita. Non sapete dire se vi piace, ma è qualcosa di nuovo, qualcosa che dovrebbe uscire dalla vostra zona. Li vedete nella solita cantina a provare cinque giorni a settimana, sentite dire che sono pronti a registrare il secondo disco e questa volta glielo pubblicherà l’etichetta che adorano, che ha davvero un bel giro: neanche fate in tempo a pensare che la fortuna stavolta gira da queste parti che il chitarrista viene investito, manca poco che ci rimane secco. Una volta che si è ripreso partono i lavori, i ragazzi stavolta hanno le idee chiare ma devono registrare tutto di fretta, in un solo fine settimana, per ridurre i costi. Fanno le ore piccole, qualcosa lo improvvisano, ma il risultato è più in linea con quello che volevano. Hanno un tour pianificato in Europa, pensate ancora che è la volta buona ma a quel punto temete di menare sfiga, perché la band si scioglie prima ancora dell’uscita dell’album. Il disco ha una copertina in bianco e nero, bella ma anonima, non ci sono nemmeno il titolo e il nome del gruppo. Zero interviste, zero promozione, giusto una recensione entusiastica del nome abbastanza noto che aveva registrato il primo album. Un annetto dopo ci riprovano, si chiudono in una baita e cercano di tirare fuori altro, ma è troppo tardi: addio gruppo, è andata come mille altre volte.

Solo che questa volta i vostri amici che speravate ce la facessero sono Brian McMahan (chitarra e voce), Britt Walford (batteria), David Pajo (chitarra) e Todd Brashear (basso), gli Slint, e l’album è Spiderland.

I vostri amici alla cava vicino casa, senza sapere che stanno per essere immortalati in una foto iconica

Dell’importanza musicale del secondo parto creativo degli Slint si è parlato già moltissimo: ha contributo a creare un genere, il post-rock, e ha influenzato artisti in tutto il globo, dai Mogwai ai Sigur Rós. Che piaccia o meno, e può non piacere a tutti, Spiderland è uno di quei dischi realizzati senza pensare di fare la storia, ma che riescono a dire qualcosa di completamente nuovo in maniera sincera e personale. Sei brani con un’idea precisa in testa, un suono scarno ed essenziale, testi che sono dei veri e propri racconti, minimali ed evocativi di un’atmosfera bizzarra e oppressiva. Le parti vocali, registrate all’ultimo principalmente dal chitarrista Brian McMahan, alternano sussurri e urla in un saliscendi che dona ai brani un moto emozionale aggiuntivo, rendendo l’esperienza dell’ascolto allo stesso tempo straniante e confortevole, come trovarsi in un posto inquietante senza sapere come ci sei arrivato ma consapevole che lì niente vuole farti veramente del male. Spiderland è un disco che non ha fretta di dire qualcosa, si lascia scoprire piano piano, piazzando sfoghi distorti ogni tanto ma costruendo la propria particolarità più sui silenzi, sui riff tirati al limite, sui pochi colpi di batteria piazzati nei punti giusti: è sperimentale in tutto, nell’escludere ciò che non è essenziale al brano specifico (la batteria in Don, Aman, una specie di canzone folk allucinata e incalzante, la voce in For dinner), in quelle liriche dal sapore spoken word, negli arrangiamenti che se ne fottono totalmente della forma canzone. È un disco che sembra costruito apposta per non fare successo, con una cover senza riferimenti a parte le facce di chi lo ha realizzato (la foto è stata scattata dall’amico Will Oldham, meglio conosciuto in seguito come Bonnie “Prince” Billy), fuori da ogni logica commerciale, troppo tranquillo per chi ascolta musica distorta e troppo distorto per chi è affascinato dalla sua essenzialità, lento in una maniera che sembra non voler andare da nessuna parte: eppure ci è andato, e a trent’anni di distanza stiamo ancora parlando di un miracolo che dovrebbe dare speranza a tutti.

Ripassate

Gli Slint si sono sciolti per una serie di motivi concatenati, principalmente la depressione che colpì McMahan qualche tempo dopo l’incidente in cui rischiò la vita e i suoi dubbi sul voler diventare un musicista di professione (cosa che lo accomuna almeno a un altro musicista in quegli stessi anni, il bassista dei Soundgarden Hiro Yamamoto, che lasciò la band perché non si sentiva a suo agio col successo crescente). Ognuno dei membri è andato avanti a suonare con altri progetti, dai The For Carnation dello stesso McMahan (che come Brashear è però da tempo lontano dai palchi) alle The Breeders, in cui Walford ha suonato registrando con un nome diverso, riunendosi spesso per suonare sui dischi dell’amico Bonnie “Prince” Billy. Hanno fatto tre reunion, tutte in occasione del festival inglese All Tomorrow’s Parties (di cui hanno anche curato parte dell’edizione 2005), arrivando finalmente in Europa con quattordici anni di ritardo su quel tour che avrebbe dovuto renderli qualcuno e che invece non è stato necessario fare per entrare nella storia.

L’ultima esibizione degli Slint, avreste voluto esserci eh?

L’importanza di Spiderland, a trent’anni dalla sua uscita, va al di là della musica, perché è la prova tangibile che se qualcosa deve arrivare alle masse ci arriverà. La Touch & Go, etichetta che lo fece uscire, azzeccò di lì a poco talmente tante mosse che forse il disco risentì anche di quella spinta, così come la recensione entusiastica di Steve Albini (il “nome abbastanza noto” che registrò il primo disco Tweez) su Melody Maker potrebbe aver attratto un po’ di gente, ma questo non basta a spiegare la rilevanza che ottenne, vendendo sempre di più con gli anni e incantando le orecchie di una schiera di musicisti e semplici ascoltatori. Ciò che hanno fatto gli Slint, col loro successo “postumo”, è stato rendere giustizia a tutte quelle piccole band a cui il successo non ha arriso anche se lo meritavano, ai gruppi scioltisi troppo presto, ai musicisti che venivano dal buco del culo del mondo come loro perché, come diceva l’illustre concittadino Hunter S. Thompson (lo “scrittore e giornalista”) in una frase piazzata in apertura del documentario Breadcrumb Trail (fonte di molte delle informazioni di questo articolo) che Lance Bangs ha dedicato loro nel 2014:

Just keep in mind for the next few days that we’re in Louisville, Kentucky. Not London. Not even New York. This is a weird place.

Hunter S. Thompson

Grazie quindi agli Slint, per la loro musica e per farci credere ancora oggi che fregarsene delle mode è una scelta giusta e doverosa, anche se magari non ti porterà da nessuna parte.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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