Un Olocausto che non si vede: La zona d’interesse e Il figlio di Saul.

Se c’è un evento storico che, a distanza di decenni, continua ad essere ciclicamente riproposto al cinema (ma potete pure sostituire cinema con letteratura), questo è il piano di sterminio della popolazione ebraica e non solo operato dalle forze naziste durante la Seconda Guerra Mondiale. Ci sono mille sfaccettature attraverso cui è possibile raccontare quella vicenda, mille storie che si possono mettere in luce e che non riusciranno comunque ad essere risolutive: come si sia potuti arrivare fino a quel punto resta inspiegabile… O perlomeno ci conviene raccontarcela così, e sperare che nessuno ci chieda conto un giorno della Striscia di Gaza, del Sudan o di una delle altre tragedie che si consumano giornalmente dentro e fuori dai riflettori internazionali.

Per quanto ogni storia personale che non è ancora stata raccontata sia importante e degna di essere tramandata, vera o verosimile che sia, difficilmente sposterà la nostra opinione su chi siano l* buon* e l* cattiv*, perché quello è chiaro e ormai assodato per chiunque non sia un revisionista allucinato. Quello che resta difficile, e lo diventa sempre più man mano che ci allontaniamo cronologicamente dai fatti, è riuscire a esprimere la banalità del male Arendtiana, mostrarci la normalità dell’orrore e farci porre delle domande, cosa che non potrà mai ambire a fare, pur con tutte le buone intenzioni, L’ultima volta che siamo stati bambini di Claudio Bisio, che riesce solo a farci empatizzare con le vittime e, ben più pericoloso, costruire delle macchiette di fascisti che rischiano (e non penso fosse la sua intenzione) di risultare SIMPATICHE.

Ecco, in La zona d’interesse di Jonathan Glazer e Il figlio di Saul di László Nemes l* nazist* non vi potranno mai risultare simpatic*. I due film sono accomunati da almeno un paio di caratteristiche: una, esterna, è che il primo ha vinto pochi giorni fa l’Oscar come miglior film in lingua straniera, mentre l’altro ha vinto la statuetta nell’edizione 2016; la seconda, interna al film, è che entrambe le pellicole riescono a restituire l’orrore dell’Olocausto mostrando il meno possibile.

Il paradiso alle porte dell’inferno

Sembravano i figli dei fiori e invece…

La zona d’interesse è la storia di una famiglia che cerca di vivere e sopravvivere nonostante le difficoltà che comporta l’abitare in un paese in guerra, solo che è la famiglia Höss. Rudolf Höss (Christian Friedel), il patriarca, é il comandante di Auschwitz, e vive con moglie e figl* a ridosso del campo di concentramento: dentro quelle mura però non ci entreremo mai, guarderemo invece una famiglia felice che fa un picnic in mezzo a una pianura bucolica, li vedremo festeggiare il compleanno del padre nella curatissima villetta di famiglia, vedremo i figli giocare con la neve. Restare fuori da Auschwitz non significa però che la sua presenza non sia incombente, oppressiva, perché attorno e dietro e di lato ai colori accesissimi della vita perfetta degli Höss si piazzano la ciminiera del forno crematorio, il filo spinato delle mura, una melma grigiastra che invade le acque del fiume dove l* bambin* stanno facendo il bagno. Glazer mostra in piena luce un orrore fatto di disinteresse e superficialità, ma non ti impedisce per un attimo di ricordarti cosa sta succedendo più in là e lo fa con delle sberle visive in pieno volto e, soprattutto, col sonoro.

Contrasti

Per quanto Oppenheimer sia un film che fa un ottimo uso del comparto audio, nel caso di La zona d’interesse il sonoro è l’elemento fondamentale dell’esperienza e si è giustamente aggiudicato anche l’Oscar dedicato. Johnnie Burns e Tam Willers uniscono melodie dissonanti che si agitano in sottofondo (l’inizio è una schermata nera protratta fino allo sfinimento con una di queste musiche ad accompagnarla, così a lungo che pensavo ci fosse qualche problema con la pellicola del cinema: come chiarire subito il mood generale) a tutti i rumori che provengono dal campo: colpi di fucile, urla, cani che abbaiano e ringhiano, ordini urlati con voce stentorea. Tutto questo mentre l* bambin* giocano, la moglie Hedwig (Sandra Hüller, perfetta nella sua misera perfidia) prova i vestiti migliori appena recapitati dal campo e Rudolf, un padre amorevole seppur dal carattere un po’ schivo, discute della maniera più efficace di smaltire il carico nel nuovo forno commissionato a un paio di imprenditori. Il grado di distorsione rispetto all’esperienza al di là delle mura arriva al punto che Höss redarguisce via interfono i soldati per uno sconsiderato saccheggio dei fiori nei cespugli vicino alla sua casa: un annuncio fatto con solennità ridicola eppure coerente.

Sensibilità nazista

Il quadretto felice (mentre al di là del muro c’è la morte, parafrasando Boris) rischia di essere spezzato dal trasferimento di Rudolf, un cambio di scenario (le cui motivazioni non sono mai state chiarite, ma che potrebbe avere a che fare con una relazione clandestina del comandante con una prigioniera) a cui Hedwig reagisce in maniera isterica: andarsene da lì per lei significa lasciare il posto ideale in cui crescere dei figli, e a Rudolf non resta che adoperarsi per far rimanere la famiglia nella villetta trasferendosi solitario a Berlino. È qui che Glazer piazza un colpo da maestro, più di quando affascina con le sue inquadrature glaciali e al contempo bucoliche, più di quando usa riprese al negativo (e ancora una volta con un inquietante e azzeccatissimo commento sonoro) per mostrarci l’unico raggio di luce nell’intera vicenda, una ragazza polacca che nasconde in terra delle mele per i prigionieri: mostra Rudolph Höss, il gelido burocrate cui si deve l’ottimizzazione del processo di sterminio di milioni di persone, salutare tristemente il suo cavallo, e gira la scena in una maniera che ti porta ad empatizzare con lui. La zona d’interesse poteva essere un film visivamente stupendo ma freddo nella messa in scena, una sorta di variante basata su eventi storici del suo precedente film Under the skin, invece Glazer è riuscito nell’impresa di farci interessare alla vita della famiglia Höss in maniera non entomologica, partecipando delle loro vicende banali e dei loro drammi che sarebbero ridicoli se non avvenissero a così poca distanza dal dramma per eccellenza del ventesimo secolo: non so se il romanzo omonimo di Martin Amis (di cui ho letto solo Money, e lo consiglio vivamente) riuscisse a camminare lungo questo delicato equilibrio, ma anche fosse essere riusciti a ricrearlo è comunque un pregio che val bene un Oscar, con buona pace di Ceccherini e Ferilli.

L’inferno tutto intorno

Il nostro eroe?

Anche Il figlio di Saul è ambientato ad Auschwitz, ma in questo caso siamo all’interno delle mura e non ne usciremo (quasi) mai. A farci da guida al suo interno è Saul (Géza Röhrig, all’esordio come attore), un ebreo ungherese che lavora all’interno del campo come Sonderkommando, una delle persone costrette a collaborare al piano di sterminio dei nazisti prima di essere a loro volta fatte fuori: coinvolto suo malgrado in un tentativo di fuga di cui riusciamo a cogliere solo frammenti, Saul vi aderirà riluttante e imprevedibile con l’unico scopo di seppellire il corpo di un ragazzo che sostiene essere il proprio figlio, un’impresa impossibile cui si vota ossessivamente. Tutta la vicenda del film diretto e scritto (insieme a Clara Royer) da László Nemes gira intorno a queste due linee narrative, mostrando gli sforzi di Saul mentre con sguardo impenetrabile si muove all’interno del campo di concentramento alla ricerca ora di un rabbino, ora di un luogo adatto alla sepoltura, ora di un pacco il cui recupero gli viene affidato da Abraham (Levente Molnár), uno degli altri Sonderkommando coinvolti nella silenziosa ribellione.

Nascondere in piena vista

Diversamente da quanto accade in La zona d’interesse qui l’orrore è sempre al nostro fianco, e ci viene sbattuto in faccia fin da subito: Saul nei primi cinque minuti di film conduce i prigionieri di un convoglio appena giunto ad Auschwitz lungo la strada per le famigerate docce, li aiuta a svestirsi mentre la propaganda nazista cerca di convincerli che una volta lavati gli verrà assegnato un lavoro dignitoso, li conduce all’interno e viene costretto a restare vicino alle porte chiuse mentre le persone dall’altra parte muoiono. Il suo viso è una maschera indecifrabile e noi gli siamo sempre attaccati, perché Nemes ha la geniale idea di staccargli raramente la telecamera di dosso e di lasciare che tutto ciò che gli sta intorno resti fuori fuoco, confuso come il piano cui prende parte ma impossibile da ignorare perché Saul sposta cadaveri (corpi che i gerarchi nazisti chiamano distaccatamente “pezzi”, mutuando il gergo con cui in La zona d’interesse si parla di “carichi”), spala nel fiume la cenere dei corpi bruciati (la stessa cenere che, nella pellicola di Glazer, finisce per avvolgere il comandante Höss durante una tranquilla sessione di pesca), assiste ad esecuzioni sommarie e rasenta fosse comuni e roghi a cielo aperto. Il ritmo in IL figlio di Saul è incalzante e straniante perché nulla di ciò che succede ci viene spiegato chiaramente: non le motivazioni di Saul, un uomo la cui lucidità mentale è stata persa chissà quando, non il piano dei ribelli, di cui vediamo solo i frammenti in cui il protagonista viene coinvolto direttamente, nemmeno l’ambientazione e il preciso momento storico vengono esplicitati se non attraverso dettagli che possono essere colti con una certa conoscenza storica (è la fase in cui Höss, ritornato al comando del campo di concentramento nella primavera del 1944, sovrintende le operazioni di sterminio della comunità ebrea ungherese). Si viene sballottati di continuo da una parte all’altra, sempre in movimento e sempre con l’ansia che qualcosa possa andare storto perché lo sguardo che ci accompagna costantemente è quello di un eroe che non è tale, un uomo il cui istinto di sopravvivenza è una piccola fiammella che si sta velocemente esaurendo.

“Qui voglio lo stesso entusiasmo di prima”

Non è un film facile Il figlio di Saul, ti costringe a tenere alta l’attenzione per non essere travolto dal suo ritmo e allo stesso tempo opera continuamente per distoglierla, fornendo ai margini dell’inquadratura mille motivi per rimanere sconvolti. Come Glazer anche Nemes non ha bisogno di esprimere giudizi morali con la sua pellicola, gli basta mostrare la realtà dei fatti per quella che è, fingendo di edulcorarla solo per farla esplodere con ancora più potenza: vediamo tutto anche se non lo vediamo bene o, nel caso di La zona d’interesse, non lo vediamo affatto, ed è già fin troppo anche se, probabilmente, non sarà mai abbastanza.

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Racconto in musica 165: Invano (Squid – If you had seen the bull’s swimming attempts you would have stayed away)

Ci sono così tant* artist* in Italia e nel mondo che ripetermi mi sembra un peccato. Capita, sia chiaro, che una band che ho recensito mi incuriosisca a tal punto che dopo una recensione si becchi anche un racconto dedicato (vedi alla voce I Fasti, che stanno per tornare con un nuovo disco, o ZiDima, ad esempio, per non parlare di Edda a cui abbiamo dedicato ben due racconti), ma dentro mi sento sempre parzialmente in colpa per aver “tolto spazio” a qualcun*. Quando però ascolti un disco e ti vengono abbastanza idee non per uno ma per almeno tre racconti è impossibile resistere alla tentazione di ritornare sul pezzo: così, a distanza di poche settimane dalla recensione tardiva del loro secondo disco, eccomi a parlarvi nuovamente degli Squid.

La band formata da Ollie Judge (voce e batteria), Louis Borlase (chitarra, basso, cori), Arthur Leadbetter (tastiere, archi e percussioni) e Anton Pearson (chitarra, basso, percussioni, cori) si forma a Brighton nel 2016, all’interno di una scena in cui le jam sono all’ordine del giorno (come spiega Borlase in questa intervista per Rolling Stone) e i confini fra i generi sfumano in contaminazioni continue. Da qualche parte l* giornalist* musicali ti devono inserire però (mi ci metto pure io), e ascrivere al post-punk il primo singolo Perfect teeth è fin troppo facile: la voce riverberata, il groove del basso, l’atmosfera un po’ decadente… Ma si intuisce dell’altro, c’è pure qualcosa di blues nell’aria e resta la sensazione che da quei quattro ci si possa aspettare molto, il che è facile da dire per uno che la loro carriera l’ha ripercorsa a ritroso ma tant’è, non posso azzerare il mio cervello. Passa un anno e arriva il primo Ep LINO, pubblicato dall’etichetta Bear on a bicycle (che temo sia stata vittima del fatidico 2020 visto che l’ultimo disco da loro pubblicato risale al 2018), tre brani in cui i suoni si dilatano parecchio, il post-punk viene relegato in un angolo della traccia Liquid light e il resto ha più a che fare con il post-rock, l’ambient e pure qualcosa di folk: è qui che inizia la collaborazione con Laurie Nankivell (basso, ottoni e percussioni), che assieme al trombonista Keith McGowan partecipa alle registrazioni e ritorna, in seguito, anche per il secondo Ep della band, Town centre, pubblicato dall’etichetta Speedy Wunderground nel 2019 e mostra il lato degli Squid più improntato al groove, merito forse della collaborazione con il produttore Dan Carey (già al lavoro con Black Midi, Fontaines D.C. e Black Country, New Road) che li accompagna anche verso il grande salto, ovvero il contratto con la Warp Records.

Con Nankivell ormai in pianta stabile nella formazione e Carey in cabina di regia gli Squid arrivano alla registrazione del primo disco nel 2020, periodo in cui come tutt* hanno avuto a che fare con lockdown vari: impossibilitati a girare l’Europa in tour come da piani originari, band e produttore si rinchiudono in studio e sfornano Bright green fields nel maggio 2021, portando a maturazione buona parte delle suggestioni che si agitano nella mente dei cinque musicisti. Quando ho scoperto la band di questo disco avevo ascoltato solo qualche brano, alcuni nemmeno fino alla fine, dicendo che non mi aveva preparato a quanto avrebbero fatto in seguito, ma non avevo ancora ascoltato fino alla fine due dei brani più clamorosi: Narrator, terza traccia e primo singolo estratto, è un brano scanzonato che inizia lentamente a toglierti il terreno sotto i piedi, a mutare in qualcosa di inquieto mentre Judge si mette a ripetere e poi urlare come un mantra “I play my (part)” e sotto di lui iniziano vocalizzi sempre più presenti che poi esplodono in un finale in cui la voce di Martha Skye Murphy prende il sopravvento, alternando urla estatiche a grida da scream queen di un film horror (mettetela sotto contratto prima di subito) che terrorizzano e commuovono perché cazzo, sembra che la stiano davvero scannando; giusto il tempo di riprendersi e si viene catapultati nell’atmosfera ammiccante di Boy racers, groove e atmosfera da sbronza in un pub a cui ci si abitua giusto il tempo di veder spegnersi le luci, la voce alticcia di Judge che si riduce a sussurri robotici e i synth sotto che prendono spazio fino a provocare l’inferno in terra, decomponendo una melodia già di suo inquietante in continui rivoli di stonature sataniche. Bright green fields non è solo questo, è più dritto del seguente O monolith (2023, in cui abbandonano Carey e su cui non mi ripeto, rimandovi qui per le mie entusiastiche parole) ma mostra già tutte le derive e le inquietudini che si agitano nella mente dei cinque musicisti. Non paghi di tutto quanto prodotto negli otto anni di carriera (ai due album e ai due Ep vanno aggiunti svariati singoli stand alone e pure due remix) a gennaio è uscita una loro nuova canzone, Fugue (bin song), fra maggio e giugno sono previste due loro concerti in Inghilterra (seguite il loro sito per aggiornamenti) e io non vedo l’ora che tornino in Italia per vedere come se la cava Judge a cantare e suonare la batteria in 7/8.

Nella mia recensione parlavo “male” di If you had seen the bull’s swimming attempts you would have stayed away, perché ritenevo il titolo dell’ultima traccia di O monolith così clamoroso che la canzone difficilmente poteva esserne all’altezza. Intendiamoci, il brano è comunque un gran pezzo, mutevole e con un basso trascinante che ti fa venire voglia di seguirlo da qui all’infinito, ma la storia che troverete più in basso è frutto dei viaggi che mi sono fatto pensando al titolo più che alla musica: nel racconto il toro diventa un cavallo, e quei tentativi di rimanere a galla finiscono per cambiare il punto di vista sulle cose di un ragazzo che, ormai adulto, non riesce come narratore ad essere all’altezza di ciò che ha vissuto. Se io sia stato all’altezza di questa continua negazione delle aspettative potete valutarlo da voi più in basso, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Invano

Una volta ha visto morire un cavallo. Ogni tanto lo racconta, se stuzzicato o perché si sente un po’ nostalgico, ma quella storia la butta via, ne sembra annoiato lui per primo. Nessuno pensa che sia questa gran cosa, veder morire un cavallo. Ma un cavallo che muore, muore. Un cavallo che annega, muore due volte.

È successo in vacanza nel deserto roccioso, dove il cielo gli era sembrato davvero più ampio come diceva chi c’era stato. Sotto quel cielo ci si illude di avere un senso, sopra quella terra la morte sembra poter arrivare solo se piena di pathos. Tutti si erano accalcati attorno alla signora a terra: nessuno l’aveva vista cadere, ma tutti l’avevano sentita urlare e poi non farlo più, quasi subito.

Intanto il cavallo cercava di scappare, si slanciava in alto per quanto glielo permettevano le briglie tirate. I soccorsi non erano ancora arrivati quando riuscì ad averla vinta, si liberò e corse verso l’acqua come se quella potesse essere davvero una via di fuga da qualunque minaccia, reale o presunta. Entrò veloce nel fiume e non ne uscì più.

Quando la signora venne portata via, diretta verso il suo futuro ignoto, il cavallo aveva già smesso da tempo di lottare.

Una volta ha visto morire un cavallo. Lo dice così, come se stesse parlando dell’acquisto di un nuovo mobile per la cucina. Non entra nei dettagli, nessuno glieli chiede. Eppure li ha ancora in mente i tentativi di restare a galla, gli occhi come spilli che rimbalzano da una parte all’altra, i muscoli tesi del cavallo e del padrone, che allunga le mani verso l’acqua anche se sa che non può raggiungerlo e che se anche ci riuscisse sarebbe comunque inutile. Solo lui guarda quella lotta e la disparità fra le due morti, quella potenziale della signora e l’altra ormai sicura, gli fa pensare che non c’è un vero motivo per cui agitarsi, niente per cui valga la pena lottare a quella maniera visto che tanto, prima o poi, si farà tutti la stessa fine. È il pensiero più profondo che gli sia mai capitato di fare.

Potrebbe parlare di questo, quando gli chiedono di raccontare e lui inizia dicendo che sì, una volta ha visto morire un cavallo: invece aggiunge poco e niente, ricomincia a bere parlando d’altro, dosa le energie e aspetta che qualcuno gli rubi la scena.

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Dieci variazioni sul tema: Bloom dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger!

Negli anni le mie modalità di scelta sul cosa recensire o meno sono cambiate, prendendo forme variabili del caos che ho in testa: a metà anni duemila, quando i dischi arrivavano ancora in forma fisica e potevi farti affascinare da una cover, il mio criterio principale era visivo. Fu il metodo con cui scelsi in mezzo a una colonna di dischi Penguinvasion dei Gazebo Penguins, con quel suo cartello che intima di prestare attenzione ai pinguini e l’ufo sullo sfondo, e fu anche ciò che mi avvicinò, due anni più tardi, a Be yr own shit dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger!, con la grafica fumettosa e un connubio lisergico di colori… Ok ammetto che anche i nomi mi creavano delle aspettative, ma quella tigre dalla faccia blu ce l’avevo ancora in testa quando mi è arrivato il comunicato stampa relativo all’uscita di Bloom, il quarto album della band umbra che esce, oggi come allora, per la benemerita etichetta To Lose La Track (e in cassetta grazie a Coypu).

I Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (che io pronuncio sempre scandendo i punti esclamativi) sono cambiati molto da allora. Ho riascoltato Be yr own shit proprio oggi, ritrovandovi l’atmosfera indie degli anni in cui imperversavano Bloc Party e Franz Ferdinand ma poca originalità se non verso la conclusione del disco, quando la band formata da Diego Masciotti (chitarra e voce), Giovanna Vedovati (basso) e Nicola Vedovati (batteria) tira fuori sonorità e arrangiamenti più obliqui e meno danzerecci che flirtano col post-punk. Non so cosa dissi nella mia recensione di allora ma oggi a quella band direi “insistete con questa linea”, e in parte l’hanno fatto perché col tempo il trio ha rallentato parecchio il ritmo guadagnando al contempo personalità e capacità espressiva: Bloom è il risultato di una mutazione lunga più di quindici anni, un album in cui il post-punk è predominante ma viene declinato sempre in forme nuove, agendo sulle sfumature.

Memory è un’introduzione soffice e malinconica al mondo sonoro dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger! del 2024, un brano che avanza lento ma costante allargando sempre più lo spettro sonoro, introducendo con parsimonia distorsioni e incroci chitarristici per lanciarsi da metà brano in una lunga coda strumentale. Masciotti accompagna le note con una voce suadente e ultrariverberata che funziona anche quando l’atmosfera cambia e la sezione ritmica potenzia il volume di fuoco, contribuendo a dare all’andamento lento di Stones un’aria di inesorabilità, di marcia il cui ritmo è esattamente quello che deve essere. “Ti faccio entrare nel mio mondo solo se ho la certezza che mi capirai”, dice la band nel comunicato stampa, e in effetti l’effetto della loro musica è graduale: man mano che si procede nell’ascolto il tempo sembra dilatarsi e i brani farsi più lunghi di quel che sono, si entra dentro un’atmosfera rarefatta in cui le ombre accolgono invece di spaventare e i saltuari raggi di luce, come quelli che emergono nelle strofe melodiche di Blanket o nella conclusiva Melting forest, consolano più che scaldare.

La personalità della band si riconosce anche dal modo in cui riescono a creare un suono compatto, in cui ogni elemento è imprescindibile. Il muro creato dalle chitarre non copre mai la sezione ritmica e anzi si mette di buon grado anche al suo servizio, si veda Empty pool col basso sferragliante a trascinare lo stridere distorto delle sei corde e la batteria marziale a donare energia quando serve o Hands down, dove si possono trovare echi del noise lo-fi degli Wavves più maturi. Bloom riesce allo stesso tempo a suonare grezzo e a dimostrare una cura ineccepibile nei suoni, merito sicuramente del loro lavoro ma anche di Filippo Passamonti, che il disco l’ha registrato, mixato e masterizzato completamente in analogico al VDSS Recording Studio di Frosinone.

Certo non è tutto perfetto, e con il passare dei brani la formula della band lascia intravedere qualche segnale di deja-vu (deja-senti?): Dark toughts e In between condividono l’effetto sorpresa dei ritornelli che spezzano il ritmo ma la seconda esce sminuita dal confronto, Afterwards si trascina un po’ stancamente fino all’ipnotico rallentamento finale (la cui efficacia è mitigata da una troncatura troppo netta in conclusione) e anche Endless, ascoltata a sé stante e non nel pieno del trip confezionato dal trio, soffre di una ripetitività che mal giustifica i quasi sette minuti di durata. I brani di Bloom sono come dieci variazioni di un tema comune, e se quel tema non piace difficilmente ci si entrerà in sintonia… Ma se quel legame si crea, se ci si lascia andare e si segue la corrente, ecco che anche i difetti appariranno come peccati veniali e le ripetizioni avranno l’effetto di un mantra.

In tempi in cui il post-punk vive una seconda giovinezza (se non terza o quarta) i Tiger! Shit! Tiger! Tiger! potrebbero sembrare intenzionati a cavalcare l’onda come fecero con l’indie britannico a inizio carriera, ma la band umbra con Bloom dimostra che il genere lo conosce, lo maneggia con consapevolezza e sa portarlo verso lidi personali ed avvolgenti: alla lunga il viaggio finisce per stancare, ma vale la pena lasciarsi andare per vedere dove ti portano queste dieci tracce.

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Racconto in musica 164: Laika (Verme – Lo squallore del tonno)

Per me la scoperta del punk è andata di pari passo con la scena del varesotto degli anni 90: Punkreas, Pornoriviste, P.A.Y., Skruigners, più un sacco di band che la storia ha dimenticato (Wild Onions, Drunkin’ Donuts e tutti gli incroci possibili con le parole punk e ska tipo i Punkina Skassata) o avrebbe fatto meglio a dimenticare (Moravagine, Peter Punk). Per il me ventenne che non aveva mai visto un centro sociale manco di striscio quello sembrava un mondo musicale di rara coesione e autenticità, perché andavi ai concerti e ci vedevi membri delle altre band, spesso suonavano insieme e, nel caso dei P.A.Y. in particolare, si sfottevano anche un po’ vicendevolmente: è anche stato un momento in cui le cose si sono conformate nella maniera giusta, seppur per un breve periodo, fra musicisti che facevano anche i deejay, passaggi televisivi su MTV (solo i Punkreas, anche se giuro di aver visto a tarda notte anche un video dei Crummy Stuff) e concerti in tutta Italia. Poi il vento è cambiato, i Punkreas hanno cominciato a fare anche le ballad (giuro che mi era arrivato un comunicato stampa che pubblicizzava fieramente questo orrore), i Pornoriviste hanno perseguito altri obiettivi singolarmente e a me il punk sembrava morto e sepolto… Se non fosse che c’era un’altra scena, in parte contigua e in parte successiva a quella del varesotto, che sottotraccia si faceva strada ed è apparsa sui miei radar solo molto, molto tardi. È la scena emo-punk dei vari Laghetto e Fine Before You Came, un movimento che non ho mai approfondito a dovere ma che tuttora resiste e lotta con noi, ed anzi ha influenzato l’odierno punk probabilmente più di quanto abbiano fatto le band del varesotto di ormai trenta e passa anni fa, una scena di cui per una manciata di anni hanno fatto parte anche i Verme, la resident band della settimana.

Ad offrirci il gancio per parlarne è il benemerito Alex Roggero, diventato ufficialmente recordman di contributi sul blog grazie a questo suo quinto racconto (potete trovare gli altri qui, qui, qua e quo). Intervistato a seguito di questo traguardo Alex ha affermato “sono davvero euforico, vado a farmi una birra”, e noi riportiamo volentieri questa sua dichiarazione, insieme alla notizia che ha terminato il suo secondo romanzo e ha già iniziato a spedirlo in giro: ricordandovi che il primo, Non farlo, potete trovarlo qui, interrompiamo il collegamento e passiamo a parlarvi di musica.

Qual è la definizione ideale di supergruppo? Per chi frequentava la scena emocore intorno al 2010 probabilmente i Verme erano LA risposta, ma non la risposta che si aspetta chi non bazzica l’underground. Jacopo Lietti (FBYC) alla voce, Violetta Merli (in quel periodo nelle Agatha e successivamente nei Minnie’s) al basso, Giacomo Zatti (Hot Gossip: ma quanto era bello il loro ultimo disco, Hopeless?) alla batteria e Tommaso (Dummo: oh scusate ma i potenti mezzi di Tremila Battute non sono riusciti a trovarne il cognome) alla chitarra formano la band nel 2009 e neanche il tempo di iniziare a suonare insieme che, come capita alla gente sgamata che sa come fare le cose, sono già in sala di registrazione, per la precisione il 21 dicembre 2009 al Mobsound, una giornata in cui ci tengono a precisare su Bandcamp “ha nevicato un bel po’ e noi indossavamo tutti scarpe di tela (il che mi rassicura sul fatto che non sono l’unico che d’inverno si veste come se l’inverno non esistesse): i primi quattro brani dei Verme vengono alla luce lì e dati in pasto alle masse neanche due settimane dopo, a inizio 2010, su cassetta oltretutto che adesso è un’usanza che sta prendendo un po’ piede (non la capisco granché, e sono abbastanza vecchio da averci avuto a che fare molto con le cassette) ma ai tempi boh, io ricordo solo una cassetta dei P.A.Y. e nient’altro. Suonano veloci i Verme di Un verme resta un verme, suonano diretti, cantano disagi comuni soffocati dentro o meglio li urlano, con la voce di Lietti che si fa spazio a fatica fra gli strumenti e si lamenta quasi arreso di “questa città che non mi vuole più forte, questa città che non mi vuole affatto” (Città), espone con frasi perentorie come “finché ti riempi le scarpe di piombo non riuscirò a portarti ovunque” problemi di benessere psicologico e relazionali che sono comuni a tant* ma che di solito nascondiamo sotto il tappeto.

“Il 17 luglio a Milano faceva un gran caldo eppure un manipolo di amici ha trovato il coraggio di uscire di casa e andare a fare dei cori alla Vasco Rossi. Per cui grazie. Senza di voi tutto questo farebbe cacare.” Il posto è lo stesso, il Mobsound, ma il clima è cambiato completamente, almeno quello atmosferico: in sala di registrazione invece è tutto uguale, c’è la stessa urgenza comunicativa, la stessa voglia di fare le cose velocemente ma fatte bene, dove bene non significa linde e pulite ma energiche, reali, necessarie. Vai verme vai esce il 30 luglio 2010, ancora su cassetta grazie all’etichetta Two Two Cats, ancora formato da soli quattro brani e ancora intriso di malessere quotidiano, quello che ti fa accorgere che “la gente muore e io sto attento a non accostare il nero al blu” (Figlio). Suonano in giro i Verme, non potrebbe essere altrimenti, suonano ovunque e anche in posti improbabili come un barettino a Varazze sul lungomare, testimonianza diretta di Andrea Vecchio che su Impatto Sonoro firma un articolo molto più esaustivo del mio perché lui quel periodo l’ha vissuto, era sotto il palco a gridare quei testi (e pare pure a gridarli sotto altri palchi, ma questa è un’altra faccenda). Salto a dicembre, un anno solo di distanza dal primo Ep, stessa catena produttiva: ancora il Mobsound, ancora Alessandro Caneva a registrarl* ma stavolta solo due brani compongono Bad verme, due brani dai titoli che sono tutto un programma come Va tutto malone e Va tutto marchette perché non cambia niente neanche nel loro disagio, nella loro energia nel cantarlo, nella loro voglia di non arrendersi.

Poi però la festa finisce poco dopo l’uscita di Vermica, il disco che condensa i tre Ep fin lì prodotti, poco dopo l’uscita dello Splittone paura con Do Nascimiento e Gazebo Penguins (che con Lietti avevano collaborato nella celeberrima Senza di te). Nel 2012 i Verme dicono basta, Tommaso (di cui ancora non ho trovato il cognome) sta per trasferirsi in Canada e sempre dall’esauriente articolo di Vecchio trovo questa dichiarazione: “quando abbiamo iniziato a essere presi troppo seriamente ci siamo un po’ spaventati. Abbiamo avuto paura di perdere la genuinità con cui il tutto era partito. Così ci siam sciolti. Che lo scherzo è bello quando dura poco. Questa raccolta contiene tutti i pezzi che abbiamo fatto e registrato tra il 2009 e il 2012. Sono stati anni divertenti. Ora basta però. Addio merde”. La raccolta è RIP, esce in vinile a fine 2017 per l’eccelsa To Lose La Track e mette la pietra tombale su un periodo che non si ripeterà perché, a scanso di equivoci, Lietti afferma che “le reunion non sono mai belle. Non mi piacerebbe nemmeno quella dei miei genitori”. Breve ma intenso, va bene così.

Lo squallore del tonno è il secondo brano dei Verme nello Splittone paura, nonché l’ultimo brano in assoluto della band. L* quattro membr* del supergruppo urlano per l’ultima volta il loro malessere quotidiano e lo fanno prendendo a emblema qualcosa di comune come una scatoletta di tonno, l’emblema del pasto veloce e ignorante per eccellenza che qui assume quasi un valore positivo perché “ci sono cose assai più squallide di mangiar tonno dalla scatoletta”: Lietti che urla “Dio ti prego credi in me” nel silenzio, sul finire del brano, un Dio in cui non crede e che a sua volta non crede in lui, è una delle cose più intense che l’emocore e il punk in generale ci abbiano regalato. Alex innaffia il tonno con della birra e porta quel disagio esistenziale sul bancone di un bar, col protagonista scorato che riflette sulla sua esistenza e su tutti i cani mandati nello spazio a morire per chissà quali traguardi: potete leggere i suoi pensieri subito dopo il brano che li ha ispirati, più in basso, mentre a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Laika, di Alex Roggero

Siamo quello che mangiamo, quindi, forse, siamo un po’ anche quello che beviamo.

Io, ad esempio, ora sto bevendo una birra buonissima. Una Zhulka del birrificio Muttnik, un birrificio che dà alle sue birre solo nomi di cani andati nello spazio.

Bellissimo.

Zhulka. Ryzhik. Strelka. Albina. Belka. Bolik. Leika. Damka.

E allora com’è che io oggi mi sento così uno schifo?

Forse devo berne un’altra.

“Scusa! Sì scusa, un’altra Zhulka.”

“Una che?”

“Una Zhulka!”

“Una Zhulka?”

“Sì cazzo, una Zhulka!”

“Uei, calmino eh.”

“Sì scusa, giornataccia.”

Mi infilo nelle orecchie le mie cuffiette. Mi viene istintivo farlo, forse per proteggermi. Penso siano le ultime cuffie rimaste sul mercato senza questi cazzo di “in-ear”. Ma come fa a piacere alla gente ‘sta cosa di avere un pezzo di gomma che gli penetra l’orecchio? Forse è un mezzo fetish. Non ne sono ancora sicuro, ma ogni volta che vado in un negozio e chiedo un paio di cuffie non “in-ear” mi sa che mi prendono per matto. Iniziano a parlarmi al rallentatore, come se avessi la 104.

Ma che cazzo.

Comunque oggi è proprio una di quelle giornate che vorresti solo finissero il prima possibile. Se siamo davvero quello che mangiamo probabilmente io, nel sonno, stanotte ho mangiato un bel tocco di merda.

C’è solo una cosa che mi può far tornare di buon umore in questo momento.

Metto su i Verme. Parte “Lo squallore del tonno”. Avrò sentito questa canzone almeno duemila volte, eppure mi fa sempre tornare il sorriso.

Oggi ho venduto la mia chitarra elettrica.

Ma che cazzo mi è saltato in mente.

Era bellissima.

Cazzo.

E per cosa l’ho venduta? Per pagare una rata di un appartamento in cui forse nemmeno voglio più vivere.

È vero, ci son cose assi più squallide di mangiar tonno dalla scatoletta.

Ma perché cazzo fa così schifo essere responsabili?

Penso a Bukowski e quella roba sull’arte di sprecare la vita.

Sto veramente buttando nel cesso la mia vita?

Penso a quei cani andati nello spazio. Saranno tornati vivi?

Penso a Leika. Che poi forse in realtà era Laika. Cosa avrà pensato mentre lasciava l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h?

Probabilmente che quella era davvero una gran bella giornata di merda.

Come ti capisco piccola Laika.

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A link to the (recent) past: i dischi di Broncos! e Palkosceniko Al Neon fra post-hardcore, crossover e non solo

Sono nato sul finire degli anni 70 e la mia formazione musicale, cioè la maggior parte del bagaglio che ha formato i miei gusti, si è sviluppata negli anni 90, perlopiù tramite il grunge e il punk. Ci sono però generi che hanno trovato la loro genesi in quel periodo con cui ho iniziato, per diversi motivi, a fare i conti ben più tardi: fra questi principalmente il post-hardcore e il crossover, che fino ai vent’anni per me si limitavano a qualche ascolto radiofonico (grazie Radio Lupo Solitario) di Jesus Lizard e Rage Against The Machine. Poi le cose sono cambiate, i miei orizzonti si sono allargati e quei generi hanno iniziato a ronzarmi nelle orecchie più spesso, cosa che tornano a fare con il disco d’esordio dei campani Broncos! e con il sesto disco dei laziali Palkosceniko Al Neon. C’è altro a unire questi dischi, a parte questo labile trait d’union con la mia gioventù? No, ma sto vizio di parlare di due o più cose ormai ci ha preso la mano e quindi tiè, oggi ve la beccate così.

Da Eboli con una certa furia

Non si definiscono post-hardcore i Broncos!, e magari quest’etichetta gli starà stretta o la troveranno fastidiosa, eppure fin dalla prima traccia Alfredo ho captato nella loro musica l’atmosfera che caratterizzava molti dischi che mi sono capitati fra le mani agli albori della mia (capitalisticamente fallimentare, visto che nessuno mi ha mai pagato per farlo) carriera nella “critica musicale”, dischi di band tipo i Sant’Antonio Stuntman, per citarne una di cui abbiamo parlato, che mischiavano in maniere strane e personali suggestioni che arrivavano dagli States e non solo. La chitarra tagliente di Emanuel Catalano, il basso cavernoso di Ferdinando Farro (anche alla voce) e la batteria nervosa di Andrea Schiappapietra creano un’amalgama sonora il cui fine ultimo è non metterti a proprio agio, men che meno se sei un elettore di Forza Italia visto che in Finally Berlusconi is dead pisciano idealmente sulla sua tomba.

I ritmi sconnessi e i suoni distorti e poco rassicuranti non sono le uniche armi in dotazione ai Broncos!, che alternano nelle varie tracce suggestioni rock’n’roll (particolarmente nei frenetici assoli di chitarra), post-punk (Full battery), punk (Humans, predators, a cui la voce di Alessandra Altieri, autrice anche della cover, dona ulteriore energia) e blues/stoner, come ben evidenziato dalla traccia finale I’m pro che, sebbene sia l’elemento meno assimilato all’interno del disco, risulta anche quello più convincente. Se le basi sono buone il risultato è però ancora grezzo: gli otto brani del disco hanno un loro sound caratteristico ma le influenze sono slegate, mettono in mostra delle capacità che non indicano chiaramente la direzione verso cui i Broncos! vogliono andare. Non aiutano una registrazione che lascia poco amalgamati strumenti e voce, con quest’ultima che fatica anche ad imprimere energia a testi che, nella loro esplicita sintesi, sarebbero apparsi più dirompenti con una foga maggiore.

Parlare, cantare e urlare, fra crossover ed emo

Anche il quinto disco dei Palkosceniko Al Neon non brilla per una registrazione limpida, suona tutto un po’ compresso e sebbene questo aiuti la coesione del disco rende anche più difficile notarne particolarità e asperità. A questo riesce comunque a mettere una grossa pezza l’esperienza, perché la band romana ha sviluppato nel tempo un suo mix fra crossover della prima ora, italiano e non (non so perché ma mi fa venire in mente gli ormai dimenticati PWR, per quanto questi ultimi cantassero in inglese), con suggestioni punk che spaziano dall’hardcore dei brani più tirati a momenti emo, non meno potenti, che li accomunano agli ZiDima (e anche di loro avevamo parlato, più di una volta). È in particolare la voce a rappresentare il legame più diretto con la band lombarda grazie alla versatilità espressiva di Stefano Tarquini, che qui a Tremila Battute abbiamo conosciuto in veste di narratore dato che ha collaborato più e più volte con i suoi racconti in musica: dall’Intro alla conclusiva Il giorno solo, momenti di recitazione in musica che mettono in evidenza la qualità dei testi, Tarquini alterna il rapcore di Disaccordo e Ortiche allo spoken word delle strofe di Alpaka, mischiando sapientemente i registri e non negandosi le urla, ad esempio in Subbuteo e Rondine.

Pur passando per vari cambi di formazione in più di quindici anni di carriera la macchina musicale dei Palkosceniko Al Neon è ben oliata, e servono pochi ascolti per essere avvolti e rapiti dalla loro grinta. C’è chi apprezzerà maggiormente i riff crossover di Disaccordo, che puntano alla compattezza sonora sacrificando l’originalità, chi si farà catturare dagli stop and go della breve Diamante, chi si farà trascinare dalla cadenza lenta e ipnotica di Il mio nome per arrivare poi tutti insieme a sfogarsi con la frenetica Ortiche, sicuramente uno dei momenti migliori insieme all’azzeccatissima cover di Bianchezza di Pierangelo Bertoli, in cui l’anticlericalismo del cantautore emiliano si sposa efficacemente con l’impronta hardcore data dalla band romana al brano. Per pochi secondi non mira a innovare il mondo della musica, ma nei tredici brani che lo compongono i Palkosceniko Al Neon condensano energia e poesia, malinconia e rabbia, dimostrando che la semplicità può essere un’ottima arma se sai come renderla efficace con suoni e parole.

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Racconto in musica 163: La Via Romana (Remo Remotti – Roma addio)

Ma lo sapete che sono passati quattro anni da quando è stato pubblicato il primo racconto su questo blog? Quattro anni tondi tondi! Come dite? Quattro non è un numero tondo? Ma qui a Tremila Battute siamo per dare dignità a ogni numero, e sorvoliamo anche sul fatto che oggi è l’11 di febbraio, mentre il racconto dedicato agli Unoauno (che stanno per tornare, vi invitiamo a tenerli d’occhio e a recuperare la loro discografia) era uscito il 9 febbraio. Quanto erano corte le introduzioni che facevamo allora? Ci sono parse presto incomplete, ma quante ore di sonno perse il sabato o la domenica mattina a sbrodolare come sto facendo ora… Che poi basterebbe almeno limitare la supercazzola ma vabbè, ormai va così. Per festeggiare questo traguardo di cui ci saremo già dimenticati domani è tornato a trovarci un graditissimo ospite, Marco Volpe, e la sua suggestione musicale è di quelle molto particolari e apparentemente lontane dal nostro canone di artist* brav* che fanno la fame: parleremo infatti di Remo Remotti, cantautore e attore romano scomparso nel giugno del 2015.

Veder tornare l* collaborator* è sempre un piacere, ancora di più se te l* sei andat* a cercare. Di Marco avevo letto racconti qua e là e il suo modo di narrare mi aveva colpito molto, lo avevo contattato e il suo primo contributo alla causa (che trovate qui) aveva confermato tutte le mie impressioni positive. Nato a Roma nel 1980 ma residente in Inghilterra, dove lavora come ricercatore informatico (note biografiche che rientrano parzialmente nella storia che leggerete più in basso), i suoi racconti potete trovarli principalmente su Narrandom, bellissima rivista a cui collabora come editor e chi vi invitiamo a seguire e supportare.

Il mio primo ricordo di Remo Remotti non ha a che fare con la pittura, suo primo amore nel mondo dell’arte fin dagli anni cinquanta/sessanta. Non ha nemmeno a che fare col cinema, nonostante la lunghissima carriera che l’ha portato a essere volto noto in pellicole di, fra l* altr*, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Cinzia TH Torrini e Nanni Loy (di cui è stato cognato), oltre a commettere peccati per cui possiamo perdonarlo come comparsate ne I Cesaroni e Un medico in famiglia (ma pure ne L’ispettore Derrick). Ha a che fare invece con la musica, ma non la sua bensì quella degli Elettrofandango, band trevigiana che nell’album del 2009 In quanto già peccato lo coinvolge e rende possibile un momento artisticamente altissimo come questa Confessioni di un vecchio sporcaccione, che ad una musica dinoccolata e malata unisce la sua voce roca che, citando la recensione del disco pubblicata da RockIt, “sputa carnalità”.

La carriera musicale di Remotti era allora attiva e già variegata, aperta alle collaborazioni come dev’essere quella di un’artista che non si fa problemi a provare qualcosa di nuovo e legata a doppio filo alla sua produzione poetica, piena di alto e soprattutto di basso come si addice a uno che, citando la citazione (giusto per essere ancora più contorti) in calce a questa recensione del suo primo disco Canottiere (come tutti pubblicato dall’etichetta ConcertOne), si definiva “di professione pittore e scultore, per me lo scrivere è un modo di concentrarmi. Nel tempo libero vado a puttane”. Non si trova molto linguaggio inclusivo ascoltando la sua discografia (sono ironico, non posso aspettarmelo dalla Presidente del Consiglio, figuriamoci se faccio una crociata contro Remotti che ai tempi era già intorno agli ottant’anni), composta da quattro album usciti fra il 2005 e il 2010 più un disco con il jazzista Antonello Salis, ma già nel 1998 aveva inciso il brano Me ne vado da Roma con la band elettronica Recycle, ha ospitato nella compilation Remo! i producer Hardage e Ominostanco, i Perturbazione l’hanno omaggiato di una cover e insomma, il suo mondo popolare e intrinsecamente romano è riuscito a contaminarlo di suoni e suggestioni molto più ampie di quanto si potrebbe prevedere dall’autore di Te puzza la F. Pezzo importante del teatro canzone romano, divisivo e fiero di esserlo, Remotti è morto nel 2015 a solo un anno di distanza dai festeggiamenti per i suoi novant’anni, celebrati con la mostra delle sue opere intitolata “Ho rubato la marmellata”, titolo calzante per un’artista che nella sua carriera certamente non si è mai preso troppo sul serio e a cui Davide Toffolo nel 2021 ha dedicato il suo volume a fumetti L’ultimo vecchio sulla terra.

Roma addio è il racconto di una città e delle sue storture, intriso di rabbia e allo stesso tempo di malinconia perché si ama un luogo anche per i suoi difetti nonostante sia difficile ammetterlo (e non per niente Remotti a Roma, dopo aver viaggiato a lungo fra Perù e Germania, ci è ritornato definitivamente nel 1971). Marco a questa base sovrappone i suoi ricordi e parla anche lui di un’emigrazione, per motivi diversi da quelli che hanno spinto Remotti ad andar via o spingevano, citando la canzone, i giovani verso oriente negli anni 70, ma mantenendo inalterati la malinconia e l’affetto per il luogo in cui si è lasciato un pezzo di cuore: potete leggere il suo racconto subito dopo il brano che l’ha ispirato, più in basso, mentre a me non resta che augurarvi buon ascolto e buon lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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La Via Romana, di Marco Volpe

Io sono stato bambino negli anni ’80 in un paese dalle parti di Roma. Se eri bambino, a quei tempi e in quei luoghi, quello che facevi era giocare a pallone per strada. Non c’era molto di più, ma almeno un’altra cosa sì: c’erano le nonne. E quelle nonne, il pallone e la strada li accettavano pure, a patto che stessimo attenti, non facessimo danni, non andassimo lontano. Il limite, almeno per nonna mia, era la Via Romana. Non vi fate male, non rompete niente, non andate sulla Via Romana.

Nel mio immaginario di bambino degli anni ’80, la Via Romana era una specie di Far West in cui giravano mostri con le ruote che mettevano sotto i bambini. Io potevo avventurarmi fino a lì solo se c’era mio fratello più grande, e comunque senza pallone, e comunque dovevamo guardare a destra e sinistra quando attraversavamo. La Via Romana. Il fatto è che in paese arrivava la Tiburtina, che era una strada consolare costruita dagli antichi romani. Ma per nonna, in base a non so bene quale figura retorica, via romana aveva finito per significare ogni strada buona, asfaltata, di quelle dove trafficavano le macchine.

Poi il tempo è passato, in qualche maniera siamo usciti vivi dall’infanzia e le nonne, una dopo l’altra, se ne sono andate. Anche io e i miei coetanei, a modo nostro, abbiamo fatto la stessa cosa: a un certo punto il paese non ci è bastato più, abbiamo imboccato la prima via romana che abbiamo trovato e siamo partiti. Forse ci sentivamo pure coraggiosi mentre lo facevamo, perché doveva esserci rimasto ficcato in testa che quello che attraversavamo era il Far West. Da allora, è stato tutto un gironzolare strano, che è somigliato a un guardarsi intorno più che a un arrivare da qualche parte. Abbiamo continuato a dirci che un giorno saremmo tornati indietro, a casa – non abbiamo mai smesso di chiamarla casa –, appena possibile, alla tappa successiva, non c’era dubbio, e invece abbiamo finito per allontanarci ancora, a ogni tappa di più, come appresso a un navigatore rotto.

Ormai vivo in Inghilterra da sei anni. Ho trovato un lavoro, mi sono sposato, ho un figlio che gioca a pallone sui campi d’erba sintetica. Una cosa che mi piace di qui è che, quando attraversi la strada, una scritta sull’asfalto ti dice se devi guardare a destra o a sinistra. Nei casi più complicati, ti dice addirittura di guardare both ways. Per me, che devo ancora abituarmi al fatto che si guida contromano, la cosa è utilissima. E però, allo stesso tempo, mi fa sorridere questa viabilità inglese che si comporta tale e quale a nonna mia quarant’anni fa. Così ogni volta che attraverso, e guardo a destra o a sinistra o both ways, m’arriva dentro un pezzetto di nostalgia. Se è vero che ogni strada porta a Roma, allora ogni strada è via romana e aveva ragione nonna. Non serve mica il navigatore. Si tratta solo di salutare tutti, fare i bagagli, fare attenzione, e convincersi che il coraggio sta dalla parte opposta di dove pensavamo noi.

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Racconto in musica 162: Piano inclinato (Divide And Dissolve – Oblique)

I modi in cui puoi conoscere musica nuova sono infiniti come infinite sono le vie della provvidenza, ma non essendo credente nel senso istituzionale del termine io per il momento ne ho trovati solo un bel po’. L’ultimo di questi, scoperto (senza chissà quale fantasia eh) su input di un amico che mi chiedeva “c’è qualche concerto interessante in data X”, è quello di scandagliare il programma di qualche locale bello in cui suonano molto spesso, tipo l’Arci Bellezza di Milano. Lo frequento meno di quanto meriterebbe, ma fra artist* italian* e internazionali porta sul palco davvero qualsiasi genere, che sia la trance strumentale dei cileni Föllakzoid o il rap mischiato con qualsiasi cosa dei milanesi Brucherò Nei Pascoli. Mi sono appuntato così un po’ di nomi da ascoltare la mattina mentre vado a lavoro (o la sera mentre ritorno), e vi esorto a immaginare la scena: sei lì che vaghi nella nebbia fra i paesini dell’hinterland milanese, la sola compagnia del traffico e di un sax acuto e malinconico che esce dalle casse, quando all’improvviso parte tutta la distorsione del mondo a scompigliarti i capelli. Questo è stato più o meno il mio battesimo del fuoco con le Divide And Dissolve, dall’Australia direttamente sulle schermate di Tremila Battute.

Ho detto le Divide And Dissolve ma sarebbe meglio dire LA, visto che il progetto è nato nel 2015 ed è tuttora portato avanti da Takiaya Reed, sassofonista e chitarrista nata negli Stati Uniti e di origine Tsalagi e afroamericana, ma a dare manforte a Reed dal primo disco Basic e fino al 2023 c’è stata la percussionista Sylvie Nehill, australiana bianca di discendenza Māori. Non sono solito specificare le etnie d* musicist*, ma nel caso delle Divide And Dissolve è importante perché il loro scopo, come riportato su Wikipedia da una loro intervista, è quello di “decolonising, decentralasing, disestablishing, and destroying white supremacy”: lo si capisce facilmente dai titoli del già citato Basic, che vanno da Black is beautiful a Black vengance passando per Black & indigenous, e proprio i titoli sono il veicolo della loro rivendicazione visto che, e sono arrivato sino a qui senza specificarlo, le Divide And Dissolve fanno doom metal quasi esclusivamente strumentale. La mancanza dei testi non impedisce loro di farsi sentire con parole e prese di posizione, come quando all’uscita del secondo disco Abomination (edito, come il primo, dall’etichetta DERO Arcade) pubblicano il video della canzone Resistance in cui sputano e gettano urina con una sorta di Super liquidator sulle statue dell’invasore dell’Australia James Cook e dello “scopritore” della ribattezzata Melbourne John Batman: YouTube prima lo rimuove, poi si scusa e rende possibile di nuovo vederlo, come potete fare anche voi dal link di cui sopra.

La loro musica e il loro spirito battagliero attirano l’attenzione di Rubian Nielson (di discendenza Hawaiiana e Māori), frontman della band psichedelica neozelandese Unknown Mortal Orchestra, che decide di produrre il loro terzo disco. Gas lit esce nel 2021 per la Invada di Geoff Barrow, ex membro dei Portishead, e il focus delle loro rivendicazioni vira lievemente: i titoli delle canzoni sono frasi sibilline che rimandano alla pratica del “gaslightning”, manipolazione che mira a destabilizzare l’integrità psicologica delle vittime spesso utilizzata nelle relazioni tossiche. A giugno 2023 è uscito Systemic, l’ultimo disco del duo, registrato a New Orleans e licenziato sempre dalla Invada: nonostante il clima rilassato in cui è stato registrato (come evidenziato in questa intervista) l’album appare ancora più oscuro dei precedenti e in Kingdom of fear ospita le parole della poeta venezuelana Minori Sanchiz-Fung, collaboratrice di lunga data già apparsa anche nel primo disco della band. Non so se sarò sotto il palco giovedì 8 febbraio all’Arci Bellezza, ma se siete nelle vicinanze di Milano e questo articolo vi ha incuriosito sapete dove andare.

Oblique è la prima traccia di Gas lit ed è esattamente la traccia che ho descritto a inizio articolo, un incrocio pericoloso di dolcezza malinconica che contiene al suo interno un nucleo di doom distorto e urticante. Non so quali percorsi abbia fatto la mia mente per tirare fuori la storia che state per leggere, mi sono fatto perlopiù suggestionare dall’obliquità evocata dal titolo immaginandomi un mondo altro, luminoso e dai colori allegri ma crudele nel suo ciclo di autoperpetuazione: per capire cosa intendo non vi resta che andare più in basso, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Piano inclinato

Stalattiamo dal tello con pacata protuberanza: quello è il tempo della nascita. Emergiamo al globo fra i riflessi del bagliore lontano sulla sorra purpurea, ne cogliamo lo specchiarsi rubineo lungo le pareti. Scorgiamo le macchie bianche e blu di chi è già maturato, dev’essere doloroso l’impatto perché il loro strisciare è lamentoso. Il globo non ci mente: un giorno toccherà anche a noi.

La sorra luminosa sotto di noi è un piano inclinato. Il nostro destino è di scivolare, macchiare di nutrimento il globo e spargerci turchesi finché di noi non resterà che un guscio vuoto. C’è chi sostiene sia un processo di ascesi, ai più sembra semplicemente quella che è: una caduta.

Nessuno guarda volentieri verso l’estremo opposto del bagliore. Il laglieno sta in fondo, attende e ruota, sugge tutto ciò che scivola rapido verso il suo biancore, rimandando al globo quel che è del globo. Ciò che saremo da rinsecchiti stride mentre prende velocità, anche il silenzio che producono i gusci ci fa vibrare e lo avvertiamo per tutto il giorno, tutti i giorni. Crescendo la luce del bagliore ci appare più sfocata, la sorra purpurea più accogliente: il laglieno continua a infestarci da dentro.

Il sistema è la nostra vita. Nasciamo per morire, moriamo per rinascere: il dolore e la vibrazione sono complicazioni accidentali lungo il percorso. C’è chi sostiene esistano alcuni di noi che non crollano mai, finiscono per stalagmirsi: spero di vederne uno quando sarà il mio turno di scivolare, e gli chiederò come mai.

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I morti ci insegnano a vivere: la lezione di Swiss army man e Povere creature!

C’è una scena, in Povere creature! di Yorgos Lanthimos, in cui un personaggio dice a Bella Baxter (Emma Stone) qualcosa tipo “la società ti rovinerà”. In effetti il mondo non sembra incline a seguire le sue idee in fatto di sesso, relazioni sociali, ambizioni o anche, andando più nel piccolo, metodi piuttosto rudi di far smettere di piangere un bambino, ed è questa distanza fra il suo bizzarro modo di agire e la maniera in cui si sono sempre fatte le cose che crea parte del fascino del film (cui non per niente sono state date ben undici nomination ai prossimi premi Oscar). Mentre Bella gira il mondo alla ricerca di sé stessa i protagonisti di un film che ha avuto molta meno fortuna (in Italia non è stato nemmeno distribuito nei cinema) ci provano facendo il percorso inverso, ritornando faticosamente alla società: sono Hank (Paul Dano) e Manny (Daniel Radcliffe), improbabile coppia il cui viaggio in Swiss army man è tanto poetico quanto scurrile.

Cosa unisce questi due film? Semplice: il motore narrativo dei due film sono persone tecnicamente morte.

Mille modi per usare un cadavere

Nel 2016 Daniel Kwan e Daniel Scheinert si facevano già chiamare Daniels, ma del loro film d’esordio non si erano accorti in molti al di fuori del circuito indipendente: qualche premio (Miglior regia al Sundance, Miglior film e Miglior attore per Radcliffe al Sitges), qualche buona critica e una pacca sulle spalle. Fortuna vuole che fra gli estimatori della pellicola ci fossero i tizi della A24, che qualche anno dopo diede loro la possibilità di realizzare un progetto a cui pensavano dal 2010 e di cui potreste aver già sentito parlare, un certo Everything everywhere all at once. La disparità di successo fra i due film è enorme e ingiustificata, soprattutto perché i Daniels non hanno certo lesinato d’immaginazione con Swiss army man, e lo si capisce fin dalla scena iniziale.

Hank è depresso, e questo sarebbe già un problema se non ne avesse uno anche peggiore: è abbandonato su un’isola deserta. Non sappiamo come ci è arrivato, ma la corda che si lega al collo lascia intuire che ha intenzione di lasciarla con un metodo piuttosto definitivo… Non fosse che, proprio all’ultimo, vede sulla spiaggia il corpo di un’altra persona. È così che fa la conoscenza di Manny, anche se non può ancora sapere qual è il suo nome perché un altro problema si somma agli altri: Manny è morto, e in più libera i propri gas sotto forma di rumorose scoregge. Passano però pochi istanti dal momento in cui un Hank col morale sotto i tacchi ritenta il suicidio, aiutandosi con la propria cintura, al momento in cui intravede una via di fuga, un cambio di prospettiva che va alla velocità con cui il corpo di Manny viene sospinto al largo dalla propulsione dei suoi gas. Sulle note del tema di Jurassic Park, in un momento di grandissima enfasi, i Daniels entrano nella storia con la prima (e presumo unica) fuga da un’isola deserta a bordo di una moto d’acqua umana: altro che la zattera di tartarughe legate con peli umani di Jack Sparrow!

Qui oggi facciamo la storia!

Non vi tolgo nessuna sorpresa (o forse un po’ sì) svelandovi che Manny non rimarrà morto a lungo, o almeno non completamente. Giunti a terra il cadaverico compagno di Hank inizia un lento ritorno alla vita, palesando al contempo la straordinaria capacità di aiutare il compagno nel cammino attraverso la natura selvaggia: Manny si dimostra utile per immagazzinare acqua, per spaccare cose, funge da bussola e attizza il fuoco, tutto attraverso il proprio corpo e molto spesso tramite le espressioni più sconvenienti della corporeità, come erezioni e scoregge. A questa comicità di grana grossa, che sembra rimandare più ai cinepanettoni che al raffinato mondo del cinema indipendente, si affianca però una storia che sa toccare i tasti giusti, perché per ritornare alla vita Manny ha bisogno che Hank gliela faccia ricordare, e così facendo anche l’insegnante ricorda ciò che ha lasciato e perché.

Prossima fermata: l’amore!

I Daniels sono bravissimi a giocare con l’alto e con il basso, trovano un equilibrio perfetto e sfruttano due attori completamente in palla, soprattutto Radcliffe che nella parte di un cadavere semi-ambulante riesce a spiccare in espressività. Il film non sarebbe così sorprendente però senza le sue invenzioni visive: Hank nello spiegare la vita a Manny ricrea un mondo nella foresta, utilizzando mezzi di fortuna con risultati incredibili come il bus su cui, camuffato in abiti femminili, inscena l’incontro fra Manny e Sarah (Mary Elizabeth Winstead), la donna che entrambi hanno idealizzato. Il viaggio dei due non sarà sempre gioioso, e man mano che la meta si avvicina i dubbi aumenteranno tanto in Hank, che la società l’aveva lasciata in quanto inadatto, quanto in Manny, a cui sembra sempre più che nel posto dove devono arrivare ci siano troppe regole e pochi pregi.

“Che cosa triste!”

Swiss army man è un film meno caleidoscopico del successivo progetto dei Daniels, ma in quanto a fantasia, sensibilità e divertimento generale non ha nulla da invidiare a Everything everywhere all at once: i suoi problemi semmai nascono quando arriva un altro morto all’orizzonte, o meglio una morta.

Rinascere a furia di balzelli furiosi

Non si sa quale motivo ha spinto Bella Baxter al suicidio. Nelle fasi iniziali di Povere creature! la vediamo già viva e vegeta(le), intenta perlopiù a capire come funziona il proprio corpo e totalmente immemore della sua vita passata: dei flashback del suo salto da un ponte sono tutto ciò che ci viene concesso di sapere, e per gran parte della pellicola rimaniamo col dubbio sulle sue vere origini. Bella è infatti una creatura dello scienziato Godwin Baxter (Willem Dafoe), una Frankenstein al femminile che viene riportata in vita e accudita come una figlia dall’uomo, il cui aspetto è a sua volta frutto degli esperimenti di un padre poco propenso all’amore e molto devoto alla scienza, tanto da espiantargli alcuni organi digerenti solo per accertarsi che servissero davvero.

Buon appetito!

Godwin è molto più affettuoso del padre, ma costruisce comunque attorno a Bella una prigione dorata, impedendole l’accesso a un mondo verso cui la giovane ha sempre più curiosità. Nemmeno trovarle un custode/marito, l’aspirante medico Max Mc Candles (Ramy Youssef), ne frena lo slancio, e l’incontro col viscido avvocato Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo) sarà l’evento che la porterà finalmente a confrontarsi con l’esterno e le sue regole… A cui Bella non ha però la minima intenzione di aderire.

Può essere considerata una storia di formazione quella tratta dal libro omonimo di Alasdair Gray, ma di sicuro è la più strampalata che si possa immaginare. Bella è diretta, sfacciata, affamata di sesso e incapace di frenare il proprio desiderio di scoprire cose nuove, che siano la povertà o il socialismo, un rullo compressore splendidamente interpretato da Stone e perfettamente integrato in una pellicola che fa di tutto per farla apparire la cosa meno strana nella cornice. Lanthimos non può certo essere considerato un regista minimale, ne siano prova il surrealismo di The lobster e le inquadrature sghembe del suo asso pigliatutto La favorita, ma in Povere creature! dà il meglio di sé inventandosi un parco giochi in cui ogni inquadratura è meraviglia, ogni elemento della sceneggiatura è stupefacente, ogni costume indossato da Bella è bizzarro: il regista greco crea dalle fondamenta un mondo fatto di architetture vagamente steampunk dipinto di colori vividi e accecanti, uno sfondo su cui far agitare i propri personaggi affiancandoli a strani incroci antropomorfi e se possibile ad una ancora più bizzarra fauna umana, dalla tenutaria del bordello Swiney (Kathryn Hunter) al cinico Harry (Jerrod Carmichael).

Dalla prima lezione di Lanthimos sulla sobrietà

Povere creature! è un film che vive di eccessi, di inquadrature storte, di bianchi e neri alternati ad esplosioni di colore e di corpi, deformi come quello di Godwin o esposti come lo è spesso quello di Bella, nuda in moltissime scene ma senza che questa scelta appaia gratuita: in fondo Lanthimos inquadra volentieri anche i peni, tanti peni (ma comunque meno rispetto alle vagine), sebbene anche lui cada nella trappola del provvidenziale lenzuolo a coprire le parti intime (di Ruffalo) come da pratica da me denunciata in questo articolo (che ci volete fare, ognuno ha le battaglie che merita). La moglie di un mio collega lo ha definito un horror-porno-splatter, definizione che mi sembra esagerata ma che riesce a mettere in luce quante corde riesce a toccare la pellicola: è vero che gli eccessi servono a veicolare la maturazione di Bella verso una propria visione di come il mondo dovrebbe essere, ma è altrettanto vero che Lanthimos si diverte un sacco a mostrare trapianti di cervelli, sesso con uncini e ferite sanguinanti, il tutto mantenendo la rotta e riuscendo a dare al suo film una notevole profondità in mezzo a tutto quello spasso.

“Non sai quanto mi sono divertito a prendere a testate un bancone!”

Povere creature! meriterebbe tutti gli Oscar a cui è candidato, ma probabilmente Christopher Nolan e il suo Oppenheimer la faranno da padrone e Lanthimos “pagherà” quelli vinti col precedente La favorita, in una curiosa inversione con la carriera dei Daniels che invece si presero giusto qualche complimento con Swiss army man prima di conquistare il mondo con un multiverso che la Marvel si sogna: forse è un po’ forzato come collegamento fra i due film, almeno più di quanto non lo sia paragonarli per la loro capacità di insegnarci come vivere la vita attraverso coloro che l’hanno persa.

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Racconto in musica 161: Maestrale (Daniela Pes – Arca)

Sono un appassionato di classifiche. Discografiche, letterarie, musicali, datemi una classifica e difficilmente riuscirò a ignorarla. Probabilmente è una passione nata quando i miei genitori compravano TV Sorrisi e Canzoni, una di quelle riviste che adesso non toccherei neanche con i guanti ma che allora formarono la mia passione per l’arte dell’intrattenimento in generale (ricordo una recensione di Fight club che me lo fece apparire come una palla pazzesca, poi lo vidi e me ne innamorai). Oggi valuto attentamente quali classifiche guardare, perché alla caccia del click facile qualunque sito becero ti butta lì la sua “classifica dei migliori film della storia secondo Quentin Tarantino” (l’algoritmo ha deciso, non so bene perché, che io pendo dalle labbra del buon Quentin), e questo ogni settimana, come se qualcun* andasse effettivamente ogni sette giorni a chiedere al regista di Pulp fiction quali sono secondo lui i film imprescindibili della storia e lui cambiasse idea ogni volta, ma quelle di fine anno sono una calamita a cui difficilmente riesco a resistere. Una volta le facevo pure io, poi ho cominciato ad ascoltare in maniera troppo caotica per ricordarmi cosa è uscito quando e mi sono limitato a tre consigli a richiesta sul blog del buon Alessandro Busi, ma quelle degli altri siti di musica le scandaglio alla ricerca di album che mi erano sfuggiti e di dischi che proprio bisogna ascoltare perché vabbè, ne parlano DAVVERO tutt*, e quest’anno erano tutt* concordi nel dire (a ragione) che il disco d’esordio di Daniela Pes è stato fra i migliori del 2023.

A permettermi di parlare dell’artista sarda è un suo conterraneo, Diego Frau. Nato a Cagliari ma trasferitosi da un anno a Roma, Diego è uno di quei nomi che mi capitava spesso di veder interagire sulla pagina Facebook del blog e sono strafelice che abbia deciso di passare da osservatore a collaboratore. Diego è anche un “collega” (le virgolette sono d’obbligo quando le cose le fai gratis) perché fino a poco tempo fa si occupava della rubrica letteraria del magazine FuoriPosto mentre nel 2019 aveva fondato la rivista RadioBUSTA, progetto purtroppo naufragato ma che ha ospitato nei suoi due anni di attività molt* autor* emergenti (fra l* altr* Diego segnala Paolo Gamerro, Riccardo Meozzi, Federica Patera e Maria Giulia Mancuso Prizzinato). Proprio su quest’ultima inizia a pubblicare i primi racconti, ma nel frattempo Diego è stato fulminato sulla strada della microfiction e non poteva che essere ospitato dal lodevole multiperso, oltre che sul Blogorilla Sapiens (cliccate sui link, sono lì per quello e orgasmano quando ci passate sopra col mouse): proprio un’antologia di microracconti bolle in pentola sul suo pc, oltre a un romanzo in corso d’opera di cui speriamo di avere presto nuovi sviluppi.

Daniela Pes è arrivata come un fulmine a ciel sereno (ed è già il secondo parallelismo che faccio coi fulmini oggi) nel panorama discografico italiano, ma il suo successo si è costruito lentamente in sottofondo fin dal 2016, anno in cui la cantautrice si laurea in canto jazz presso il Conservatorio Luigi Canepa di Sassari e forma, insieme a Dora Scapolatempore, il duo arpa e voce The Daltes, con cui rivisita in chiave elettronica brani jazz ed arriva ad esibirsi nello stesso anno all’Harp Festival di Rio de Janeiro. Già nel 2017 inizia il suo percorso solista, mettendo in musica delle poesie in sardo gallurese del concittadino Gavino Pes, e in questa parte della sua carriera ottiene unanimi consensi aggiudicandosi il premio assoluto e quello della critica al Premio Andrea Parodi e, nel 2018, i premi Nuovo IMAIE e Miglior Musica al Festival Musicultura: da quel momento però Pes scompare un po’ dai radar, iniziando una ricerca musicale che esca dai confini stretti della metrica poetica, come afferma lei stessa in questa approfondita intervista.

La sua ricerca ha un punto di svolta fondamentale quando, grazie a un amico comune, incrocia il proprio percorso con quello di Jacopo “Iosonouncane” Incani, altro sardo d’eccellenza del panorama musicale italiano a cui abbiamo dedicato un racconto ad hoc. Fra il 2019 e il 2020 inizia una fitta corrispondenza fra Incani e Pes, con il primo che nel frattempo sta lavorando al suo monumentale Ira ma trova il tempo di consigliare la cantautrice e aiutarla a trovare la direzione giusta per i suoi brani: il cammino è lungo e tortuoso, porta Pes a elaborare un linguaggio che mischia il gallurese all’italiano e al latino in cui è l’assonanza fra i fonemi e non il significato a essere preponderante, e dopo tre anni di interscambio inizia a venire alla luce Spira, un disco denso dei suoni inconfondibili di Incani ma che nel connubio con la voce di Pes e le strutture ariose che la cantautrice dona ai brani assume una propria personalità ben definita. L’album esce ad aprile 2023 per la Tanca Records di Incani e inizia presto a far parlare di sé, anche se io me ne accorgo in colpevole ritardo grazie alla segnalazione di un’altra collaboratrice sarda di Tremila Battute, Christina Nike Gagliardi: sette brani di melodie vocali ora suadenti ora intrise di ruvida sofferenza, costruiti su strutture cangianti e misteriose in cui i suoni elettronici appaiano l’accompagnamento perfetto per il fascino ancestrale della voce di Pes. Spira ammalia perché non è perfetto, è intriso della visione della sua autrice ed è stato rimodellato attraverso numerose versioni dei brani prima di arrivare a quella definitiva, è emozionante come può esserlo un viaggio perlopiù cupo (Ora, basato quasi esclusivamente sulla voce sussurrata di Pes, rimanda a un immaginario di fiabe tenebrose raccontate in piena notte) ma capace di aprirsi a lirismi scintillanti, come accade in alcuni punti di Làira: quando si arriva alla tappa conclusiva ci si sente come di fronte a un mare in tempesta, fermi a contemplare la furia della natura mentre il canto pagano di A te sola (il primo brano condiviso dalla cantautrice nel lungo processo che ha portato alla realizzazione del disco) cerca drammaticamente di calmare le onde o chissà, forse di aizzarle ulteriormente. I primi live di Pes, accompagnata dalla musicista elettronica Maru, sono andati tutti sold out e al momento l’unica possibilità di vederla esibirsi è partire per Ljubljana il 27 febbraio: tenete d’occhio questa pagina quindi se volete, come me, ascoltare la magia della sua musica da sotto il palco.

Diego per il suo racconto ha preso ispirazione da Arca, il penultimo brano del disco, una delle canzoni più soffici e ariose in cui la sensazione che i suoni donano è quella di entrare in punta di piedi in un mondo altro, pieno di luce. È un percorso anche quello che intraprende la protagonista della sua storia, ma la ricerca che compie è più febbrile e drammatica, anche se in maniera simile sembra portare verso la dissoluzione: se volete farvi affascinare dalle atmosfere che tanto la musica di Pes quanto le parole di Diego riescono a creare non dovete fare altro che andare un poco più in basso, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Maestrale, di Diego Frau

Sono rimasta ad aspettarti tutta la notte. Come una stupida. Ma almeno a tua figlia non ci pensi? Stanotte si è svegliata alle due e ha iniziato a piangere. Aveva la febbre a trentanove e piangeva così forte che a volte le mancava l’aria. Continuava a chiedermi di te, ma non sapevo cosa dirle. Quando si è calmata le ho preparato la Tachipirina e poi l’ho rimessa a letto. Ho bevuto un bicchiere d’acqua in cucina. Ho controllato ancora tra i tuoi messaggi. Niente. Ma almeno a lei, dico, ma almeno a tua figlia non ci pensi?

Saresti dovuto essere qui con me, con noi, e invece è da più di una settimana che sei sparito. L’altro giorno ho camminato per tutta Piazza Garibaldi, convinta che ti avrei trovato lì. Ti ho cercato in tutti i bar, in tutti i locali, nella sala slot. Sparito. Nessuno sapeva dirmi niente. Alcuni nemmeno ti avevano mai visto. Così ho provato pure al bar di Castello, quello dove andavi da ragazzino. Una signora mi ha risposto di malo modo e mi ha detto che ormai era da molto che lì non ti facevi più vivo. Allora sono andata pure a Marina Piccola, in quel bar dove mi portavi quando ci siamo conosciuti. Ma niente. Non c’eri. Eppure anche lì sentivo la tua presenza, anche lì mi sentivo soffocare. Ho guardato le barche sul molo poi sono andata verso la spiaggia, mi sono seduta sulla riva e ho iniziato a piangere

Sei una stupida, mi sono detta, Una stupida. Mi ero davvero convinta che prima o poi saresti tornato. Che non ci avresti lasciate sole. E mi sentivo ancora più stupida, perché anche mentre piangevo in qualche modo continuavo a crederci. Sono entrata in acqua e le lacrime diventavano più fredde col maestrale. Ma non ci pensi a tua figlia? Me lo ripetevo anche mentre l’acqua mi era arrivata ormai alle spalle. Non ci pensi a tua figlia?, mi dicevo. A volte ci sentiamo così soli e non capiamo nemmeno il perché. Ho chiuso gli occhi. Le lacrime diventavano più fredde col maestrale.

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Problematiche sociali in Giappone, back to 2016: La ragazza del convenience store di Murata Sayaka e Shin Godzilla di Anno Hideaki

Ci sono mete da cui torni e vorresti ritornarci subito: per me una di quelle mete è il Giappone. Non so se sia il posto in cui mi sono trovato meglio in assoluto, di certo sono rimasto affascinato dai luoghi, dal cibo, dall’atmosfera generale e da mille altre cose: più di tutto è però il posto in cui mi sembra di aver lasciato indietro il maggior numero di luoghi che avrei voluto visitare, e mentre vagavo per Tokyo o Kyoto o Kamakura (alla prossima, Buddha gigante) pensavo “ok, questa cosa che non riuscirò a visitare la metterò nell’itinerario per il viaggio numero (numero variabile da due a cinque)”. Provare affetto per un paese in cui sei stato e volerci tornare sono però cose diverse dall’idealizzare quel paese, che è sempre il primo passo verso il trovarsi ad affermare “là sì che si sta meglio”: perché noi in Italia ne abbiamo di problemi, non ultimo dei quali il capire quando puoi permetterti di fare il saluto fascista (c’è gente che fa fatica a frenarsi eh, poverin*), ma non è che in Giappone va tutto bene solo perché le strade sono più pulite o perché (guarda un po’ le coincidenze) i treni arrivano in orario.

Quando c’era l’imperatore arrivavano addirittura in anticipo!

Non voglio fare l’esperto di Giappone che non sono, ma su certi fronti non stanno certo messi meglio di noi: parlo di disuguaglianza di genere (in ambito lavorativo e non solo), di stigmatizzazione e criminalizzazione dell’uso della cannabis, più problematiche locali come lo scandalo relativo all’abuso di minori nell’ambiente del j-pop, regno non così dorato che già un vecchio film d’animazione (Perfect blue del compianto Satoshi Kon) e un recente anime (Oshi no Ko Has, la cui sigla ho sentito parecchie volte girando per le città nipponiche) hanno provato a smitizzare. Ci sono però un libro e un film che hanno contribuito a convincermi a buttare giù questo articolo, perché analizzano piuttosto bene due problematiche che sono sicuramente anche nostre e che lo fanno in maniera bizzarra, un po’ per il tono e un po’ per la loro stessa natura: sono, come si evince dal titolo in alto, La ragazza del convenience store di Murata Sayaka (pubblicato dalla casa editrice e/o) e Shin Godzilla di Anno Hideaki.

Adeguarsi alle aspettative sociali in un konbini

Il konbini è una delle tante cose che caratterizzano il Giappone, nonché uno dei simboli del legame culturale con gli Stati Uniti. Sono piccoli esercizi commerciali aperti 24 ore su 24, sette giorni su sette (agevoliamo una canzone che ne parla), in cui è possibile comprare cibo, riviste, prodotti per la casa, sigarette e pure i francobolli, nel caso abbiate bisogno di spedire una cartolina (anche se abbiamo faticato a trovarne uno che ce li avesse davvero). Non è esattamente il posto dove immagini di fare carriera, così come non lo è negli equivalenti in altre parti del mondo, il che spiega perché i genitori di Furukura Keiko, la protagonista del libro di Murata, siano così preoccupat* per il suo futuro.

«A furia di lavorare in quel konbini invecchierai senza neanche accorgertene e nessuno vorrà sposarti. Anche ammesso che tu sia vergine, hai già perso la tua purezza, sei ridotta a una vecchia carcassa. Sei poco invitante, nessuno ti degna di uno sguardo, nessuno ti vuole. Se fossimo nel periodo Jōmon saresti una di quelle donne sole e abbandonate che vagano senza una meta da un angolo all’altro del villaggio, derise e disprezzate da tutti, destinate ad avvizzire senza dare alla luce dei figli. Sei solo un peso per la comunità. Io sono un uomo, in qualche modo posso sempre cavarmela, invece per te è già troppo tardi».

Keiko è sempre stata strana, fin da bambina, e si è presto resa conto delle differenza fra lei e l* altr*. Tutta la sua vita si è così votata all’apparire il più possibile conforme alle norme, atteggiamento che l’ha resa piuttosto introversa. Quando decide di candidarsi come commessa in un konbini la sua vita però cambia: nella ripetitività delle logiche di quel microcosmo Keiko trova stabilità, disinteressandosi di aspetti come la realizzazione economica o professionale e rimanendo per più di un decennio una dipendente a tempo determinato mentre collegh* e superiori cambiano continuamente. Guardata alternativamente con condiscendenza e compatimento dalle persone che le ruotano intorno, Keiko finisce per mettere in gioco la sua stabilità quando entra in contatto con Shiraha, un nuovo dipendente svogliato e scostante dalle opinioni quantomeno bizzarre sulla società ma non prive di potenzialità critiche.

Shiraha è critico verso tutto e tutt*, è convinto che la società non si sia affatto evoluta dal periodo preistorico e che sia ancora il più forte a vincere. Cerca di vivere perlopiù come un parassita, estraniandosi dalle logiche che regolano la vita attorno a lui, in maniera più visibile ma non molto distante dagli hikikomori, i giovani che non escono di casa di cui avevo parlato in questo articolo, e con i suoi discorsi tanto appassionati quanto astrusi finisce per convincere Keiko che la sua vita nel konbini è un vicolo cieco e che solo lui può salvarla, aiutandola ad adeguarsi alla società, almeno in apparenza, intraprendendo una finta relazione con lui.

Ispirato alla vera esperienza lavorativa in un konbini della sua autrice, La ragazza del convenience store è un libro leggero che riesce nel contempo a far luce sulle aspettative sociali che premono su uomini e donne in Giappone. La necessità di creare una famiglia, di essere attivi sessualmente o di avere una carriera lavorativa adeguata per rispettare i parametri di “successo” nella società contemporanea sono temi che parlano anche a noi, ma nel libro di Murata sono esasperati dal particolare sguardo di Keiko, una donna abituata ad adeguarsi mutuando il proprio comportamento su quello dell* altr* e il cui tentativo di emancipazione è goffo e drammatico al tempo stesso.

Anche se sono distante fisicamente, resto in contatto perenne con il konbini. Anche se sono lontana, non smetto mai di pensare allo SmileMart di Nisshokuchō e ai mille piccoli avvenimenti che animano quel mondo luminoso, e intanto mi accarezzo piano le ginocchia con le mani, le unghie tagliate corte per poter gestire al meglio le operazioni della cassa.

La ragazza del convenience store è scorrevole e ha un’ambientazione affascinante, per quanto del Giappone si veda poco oltre le pareti del konbini in cui lavora la protagonista, ma la carica politica della sua analisi si perde in una scrittura senza particolari guizzi, finendo per rientrare nei canoni della letteratura edificante ma non particolarmente profonda. Non manca, a tal proposito, una sorta di lieto fine, anche se la scelta fra una relazione tossica e un lavoro senza sbocchi è quanto di più strano fra cui scegliere per trovare la propria felicità.

Il vero mostro: la burocrazia

Anno Hideaki è uno di quei nomi che in Giappone fa notizia qualunque cosa faccia. L’ideatore di Neon Genesis Evangelion, anime dalla realizzazione quantomeno complicata (su cui vi consiglio di indagare attraverso Dummy System, monumentale sito che comprende anche un accurato podcast) il cui successo è aumentato a dismisura col tempo, è probabilmente la figura più influente nel settore dell’animazione dopo Miyazaki Hayao, tanto che esiste addirittura un manga comico basato sulla sua vita al di fuori del set, Kantoku fuyuki todoki (traducibile come “Lo scarso regista”), realizzato da sua moglie Moyoko. Alla carriera nell’animazione Anno ha presto affiancato quella di regista di film in live action, ma niente di paragonabile al momento in cui si è preso la briga di realizzare un nuovo film di Godzilla, il kaiju per eccellenza del pantheon di mostri grossi giapponesi: l’accoppiata ha fatto sognare tutta la nazione, e non è affatto strano che alla sua uscita abbia realizzato il record di incassi di tutti i tempi (battuto nel 2023 da un nuovo film sul lucertolone atomico, Godzilla minus one).

Sulla sinistra Godzilla, sulla destra la meravigliosa isola di Enoshima ❤

La trama è classica e abbastanza fedele alle prime apparizioni del kaiju: Godzilla emerge dalla baia di Tokyo, inizia a distruggere la città e politica ed esercito fanno del loro meglio per fermarlo prima che il disastro possa raggiungere proporzioni (ancora) maggiori. C’è solo un piccolo problema: chi decide che cosa fare? Questo è l’inghippo che permette ad Anno, che evidentemente non vede di buon occhio l’elevato tasso di burocrazia nipponico, per dirottare la prima metà del film dal disaster movie che tutti si aspettano verso una sorta di grottesca parodia dell’ossessione per il rispetto della catena di comando e dell’anzianità di servizio. Ogni minima decisione viene presa attraverso mille passaggi, il lancio di un missile non avviene se prima non c’è stata l’approvazione di tutt* coloro che ne devono decidere, dal soldato in postazione fino al primo ministro, la competenza su ogni decisione passa attraverso uno scaricabarile ossequioso e chiunque cerchi di velocizzare le cose viene redarguito e sbeffeggiato, senza ricevere un grazie nemmeno quando dimostra di avere ragione. Anno si diverte un sacco a mostrare questo circo assurdo di politicanti incapaci, avviluppati nella rete di regole che hanno contribuito a creare, tanto che continua a mostrare nomi e ruoli de* protagonist* ogni volta che parte il rimpallo per decidere cosa fare con la creatura che sta risalendo il fiume, chi consultare per avere un parere o quale parte della popolazione far evacuare… Il tutto mentre Godzilla, nell’apparente disinteresse generale, diventa sempre più grosso e pericoloso.

So cute ❤

La parte più interessante di Shin Godzilla è proprio questa, un’impietosa e sarcastica analisi di una problematica che anche noi conosciamo bene. Il ritmo della pellicola di Anno è trascinante, eppure fatto solamente di parole a vuoto e distruzioni varie, operate da un kaiju che viene a malapena contenuto nella vana speranza che il problema possa risolversi da sé. Paradossalmente quando Godzilla raggiunge il suo ultimo stadio di evoluzione e le cose iniziano a farsi serie (momento in cui entra in gioco l’esercito statunitense, giusto per rimarcare anche la dipendenza militare dal governo a stelle e strisce) la pellicola perde di carica, pur in un tripudio di effetti speciali e di enfasi emotiva che porta gli outsider, come è evidente fin dal principio, a risolvere la situazione.

L’efficacissima catena di comando

“Godzilla assume dunque i contorni di un contrappasso vivente, una specie di guardiano della natura che interviene per porre rimedio a uno squilibrio nell’ordine delle cose che si origina non solo dai bombardamenti atomici della guerra, ma anche dagli esperimenti con armi nucleari nel Pacifico”, afferma George Rohmer nell’imprescindibile Guida da combattimento ai mostri grossi de I 400 calci, e non manca nella pellicola di Anno un riferimento a come la genesi del kaiju sia da ricercare nelle peggiori espressioni della società umana (nel caso specifico lo sversamento di rifiuti radioattivi nella baia di Tokyo): per una volta però il mostro viene messo in ombra da un sistema molto più ingombrante, altrettanto lento nei movimenti ma ancora più spaventoso, non tanto nella sua capacità di creare danni quanto nella sua palese incapacità di farvi fronte, ed è proprio questa caratteristica a rendere Shin Godzilla una visione doverosa anche per chi, come me, non ha mai frequentato granché (ad esclusione del prescindibile Godzilla contro i robot) la saga che vede protagonista la creatura ideata dal produttore Tanaka Tomoyuki.

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