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Racconto in musica 121: Il vento forte (Cappello a Cilindro – Il vento forte)

Parlare di musica indipendente significa spesso entusiasmarsi per artist* che poi, per motivi che a te appaiono inesplicabili, nessuno sembra apprezzare quanto te. Ho a casa una bella collezione di album che hanno ricevuto meno attenzione di quella che meritavano, realizzati da gruppi che magari quell’attenzione poi l’hanno ricevuta ma che si sono dovuti scontrare con la fatica di una passione che difficilmente diventerà un lavoro, arrivando allo scioglimento e lasciandomi con l’ennesima delusione. Capita però ogni tanto di vedere che da quella tal formazione è uscito il/la cantante che ha continuato il suo percorso da solista, o che il/la musicista che tanto avevo apprezzato nella sua carriera in proprio poi è entrato a far parte di una band, capita pure che allo scioglimento dei notevoli The R’s mi trovi a sentire una canzone del membro della band Paletti su Radio Deejay (fu un errore della programmazione, ma che soddisfazione comunque). Di esempi di seconde vite artistiche e di passione che resiste qui su Tremila Battute ne trovate un bel po’, dalla scoperta casuale dei dischi di Emiliano Mazzoni anni dopo lo scioglimento dei suoi Comedi Club alla splendida carriera solista di Pollio, anima degli Io? Drama, e proprio con quest’ultimo ha qualcosa in comune Emanuele Colandrea, voce e autore dei testi dei Cappello a Cilindro, il gruppo che Marco Volpe ha scelto per il racconto di questa settimana.

Marco l’ho scovato su Narrandom, gran bel pezzo di rivista per la quale ha pubblicato alcuni racconti e della cui redazione fa parte da qualche tempo. Refrattario alle note biografiche (lo capisco), di sé dice solo che è nato a Roma e vive attualmente in Inghilterra, dove insegna e ricerca. Spulciando qua e là sono riuscito a trovare anche un suo blog, Trovare casa a Parigi, che a dispetto del titolo è un contenitore di narrazioni da lui create negli anni, e di lui si è accorto anche l’agenzia editoriale Lorem Ipsum, che ha pubblicato nel 2020 questo suo breve racconto che racchiude, in poche righe e con un’invidiabile capacità di sintesi, tanto dell’ansia vissuta nel primo periodo della pandemia.

Trovare informazioni sui Cappello a Cilindro significa invece tornare indietro nel tempo di quasi una ventina d’anni. Poeticherie esce infatti nel 2004, pubblicato dall’etichetta Cinico Disincanto, e vede nella formazione della band il già citato Colandrea (voce e chitarra acustica), Fabrizio Colella (batteria), Corrado Maria De Santis (chitarre), Matteo Scannicchio (pianoforte, tastiere e fisarmonica), Augusto Pallocca (sassofoni), Simone Nanni (tromba e filicorno) e Paride Furzi (basso e contrabbasso): il primo album è un concentrato di storie che sanno di provincia ma hanno il sapore universale della vita vissuta, merito di una musica che mescola quella tradizionale delle balere e delle sagre di paese con il pop e di una penna di rara sensibilità. Di stanza a Roma, i Cappello a Cilindro non ci mettono molto a vagare per l’intera penisola col loro carrozzone e dovunque vanno racimolano consensi, tanto da esibirsi anche al Concerto del Primo Maggio nel 2005. Il loro secondo disco, Per non rallentare, esce nel 2006 e riprende in maniera altrettanto sapiente gli stessi ingredienti, ma inaspettatamente il loro percorso finisce di lì a breve: nel 2008 la loro eredità viene raccolta dagli Eva Mon Amour, band di cui fanno parte Colandrea, Colella, De Santis e inizialmente anche Scannicchio, capace già nell’anno del debutto di esibirsi all’Heineken Jammin’ Festival.

Senza niente addosso e La doccia non è gratis sono le prime due tappe della loro carriera, dischi che escono all’inizio e alla fine del 2009 per 29 Records e che gli Eva Mon Amour suonano in tutta Italia, portandoli nel tempo a soddisfazioni come l’inserimento nella Mtv New Generation e il primo posto nella classifica di KeepOn dei migliori artisti live del 2011, riconoscimento ottenuto a seguito del tour per la promozione dell’Ep La malattia dei numeri. Nel 2012 avviene il passaggio all’etichetta Ala Bianca con cui la band pubblica in autunno il disco Lo specchio e l’aspirina, ma anche quest’esperienza è vicina al termine: è una nota su Facebook il 17 marzo 2014 a decretare lo scioglimento degli Eva Mon Amour. Inizia qui la carriera solista di Colandrea, proprio con un omaggio alle band di cui ha fatto parte: Ritrattati (2015) è infatti una raccolta di brani di Cappello a Cilindro ed Eva Mon Amour, riarrangiati e affiancati da tre inediti. La produzione originale di Colandrea non ci mette molto a sgorgare fuori dalla sua testa, confluendo prima nell’Ep Canzoni dalla fine dell’anno (2015) e poi nel disco Un giorno di vento, di nuovo pubblicato dalla 29 Records nei primi mesi del 2016: è qui che la carriera dell’artista di Latina ha un punto di contatto con quella di Pollio, perché qualche anno prima di lui è fra i vincitori del premio Musicultura. Nel corso del tempo la musica di Colandrea si è fatta più asciutta, ha bisogno di meno elementi per far brillare le sue parole: ne è un esempio Belli dritti sulla schiena, l’album uscito a marzo 2022 per l’etichetta Fiori Rari, l’ultimo capitolo per il momento della sua variegata carriera.

Il vento forte è la prima traccia del disco Per non rallentare, ed evoca con poche pennellate quel misto di sensazioni dolceamare che solo la nostalgia riesce a evocare. Marco è riuscito a restituire perfettamente quelle sensazioni nel suo racconto, che sullo sfondo di un’attesa allinea in sole tremila battute un numero di elementi talmente ampio che a vederli chiudersi ciclicamente nel finale vien da gridare al miracolo: fatemi sapere se anche voi avete la stessa impressione, leggendolo subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me per oggi non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Il vento forte, di Marco Volpe

La prima cosa che notai fu il vento. Forte, rigido, fastidioso. Un vento da difendersi coi cappelli di lana, per me che soffrivo da sempre di cervicale. È un’isola, mi aveva avvertito Lia: aspettati la pioggia, il vento, la luce e le ricette di pesce. Pioveva parecchio, in effetti. E pure la pioggia era fastidiosa, leggera ma fitta, poco catturabile, da rendere inutili gli ombrelli e preferibili i k-way.

Rileggo queste prime righe e sorrido. Averci vissuto trent’anni deve avermi fatto diventare come loro di lassù, che quando non sanno da che parte iniziare la buttano sul meteo. Non è che il sole non ci fosse mai: il sole appariva e scompariva. È il vento, mi spiegava Lia: se c’è vento forte, è normale che le nuvole si muovano rapidamente, e allora il sole appare e scompare. Anche la pioggia appare e scompare. Tutto passa rapidamente, concludeva. La saggezza di Lia. Aveva sei anni meno di me, ma parlava come se fosse mia madre o una sorella maggiore.

Ero arrivato in Inghilterra a marzo del ‘22. Dopo sei mesi, era morta la Regina Elisabetta. Her Majesty. L’ho sempre detto che porti sfiga, aveva sentenziato Lia. Ricordo il trasporto della bara in giro per il Regno Unito, gli spostamenti di Carlo a incontrare governi e stringere mani, i funerali in diretta sulla BBC. Mi incuriosiva l’opinione degli inglesi sulla monarchia. In quei giorni c’era commozione e nessuno lo diceva chiaro, ma l’impressione era che insieme a Her Majesty un bel pezzo di quel mondo se ne stesse andando. Ci vorranno altri trent’anni ma vedrai che la aboliamo, aveva borbottato finalmente il mio capo, qualche mese più tardi.

Io intanto avevo invitato Lia per l’estate che veniva. C’è un sentiero lungo il fiume che arriva fino a Londra, le avevo detto. Una settimana scarsa e siamo sotto il London Bridge. Lei non aveva risposto né sì né no. Quando Lia non diceva né sì né no, voleva dire Se ti comporti bene, sì. Io la aspettavo, ma non mi aspettavo niente. Prendevo coscienza della distanza tra l’attesa e le aspettative. L’attesa ha a che fare col tempo, le aspettative coi desideri. In inglese, che pure passa per una lingua stringata, quell’aspettare si coniuga in due verbi diversi, mi rendo conto ora.

Sono passati trent’anni e rotti: il mio capo e Re Carlo sono morti, i Windsor sono ancora a Buckingham Palace, io ho i soliti dolori alla cervicale. Non è vero che tutto passa rapidamente, come diceva Lia. Ho continuato ad aspettarla senza aspettarmi niente per almeno dieci anni. Poi ho iniziato a invecchiare, che non sarà una cosa facile ma è una cosa che avviene, e in un modo o nell’altro spiana via rimpianti e rimorsi. Una parte importante la fanno la saggezza e l’esperienza. Il resto lo fa la perdita di memoria. Sono tornato in Sicilia, che pure è un’isola, ma ha tutta un’altra luce, un altro vento e altre ricette di pesce. Quaggiù d’inverno arriva il maestrale. A volte dura pure quattro o cinque giorni, e si porta dietro tempeste, mareggiate, malinconia e altre cose fastidiose del Nord.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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