Un problema del cazzo: considerazioni sparse sulla relativa assenza di peni sul piccolo e grande schermo

Per i miei amici, in particolare quelli con cui suono da anni (e che già sopportano la mia inettitudine con la sei corde), ormai è una barzelletta che non fa più ridere, per la mia compagna sta diventando tale man mano che ne abuso: ogni volta che si parla di qualcosa, io faccio paragoni con una puntata di South Park.

Questa ossessione all’interno del blog sono riuscito a limitarla, ma il mio amore per la serie di Matt Stone e Trey Parker è emerso almeno parzialmente in questi articoli. Va da sé che anche ora sto per fare una premessa che arriva da lì, e precisamente dal trittico di puntate che nella diciassettesima stagione della serie si focalizza su un mash-up che mette insieme il Black Friday, Game of Thrones e The stick of truth, spin-off videoludico che vede Cartman e soci inscenare una campagna di Dungeons & Dragons per le strade della cittadina del Colorado in cui abitano. In quella trilogia viene coinvolto pure George R. R. Martin, il creatore della saga letteraria che gira intorno al Trono di Spade, ma viene perlopiù mostrato come un pervertito che mette cazzi in ogni cosa che scrive.

Notare le statue sullo sfondo

Che tutta la saga dello scrittore possa essere limitata a escamotage per inserire l’organo riproduttivo maschile più e più volte è ovviamente un’esagerazione tipica di South Park, ma in questo caso Parker e Stone cadono in un tranello: quello di ritenere eccessiva e pertanto malsana l’esposizione del corpo nudo maschile, quando a ben guardare per ogni pene visibile nella serie ci sono almeno venti nudi integrali femminili a fare da contraltare. Perché nessuno si scandalizza di questo? Una delle motivazioni, e qualunque femminista saprà dirvelo con parole migliori delle mie, è che il corpo femminile è da decenni (se non secoli) oggettificato e utilizzato in svariati ambiti (soprattutto quello televisivo) per allietare lo sguardo maschile, l’altra motivazione, e questa è una mia teoria (che non pretende di essere rivoluzionaria) è che il pene sia considerato pornografico e, pertanto, vada eliminato il più possibile dal contesto cinematografico, sia esso inerente al piccolo quanto al grande schermo.

Fermiamoci a riflettere: quante volte vi è capitato di vedere un pene all’interno di un film o di una serie tv? Io ricordo che, sul finire degli anni 90, mi pareva estremamente provocatorio inserirne uno in (relativa, appare per un secondo) bella mostra appena prima dei titoli di coda di Fight club, e in qualche modo lo era se si considera che attorno c’era il deserto: ci sono di certo pellicole che mi sono perso e che mostrano, non per il gusto di mostrare e basta ma per esigenze di scena, il pene (ripeterò pene un sacco di volte in questo articolo, fateci l’abitudine) in primo (più o meno) piano, ma sono più i casi in cui un’inquadratura tagliata, un provvidenziale lenzuolo o un’improvviso moto di pudore lasciano l’organo sessuale maschile (ok, userò molto anche questa espressione) fuori dall’orizzonte della telecamera, lasciandoci invece liberi di esplorare senza problemi qualunque corpo femminile gli si accompagni.

Scandalo! Ma perché?

Ma qualcosa sta cambiando. Ci ha fatto caso un po’ di stampa online, a giudicare da questo articolo de Il Post, tanto che il 2021 viene addirittura considerato “l’anno in cui i peni hanno iniziato a saltar fuori all’improvviso”, ma questa proliferazione è abbastanza? Non è che si pretende uno sfoggio di parti intime maschili che rivaleggi con quello puramente voyeuristico con qui sono state trattate quelle femminili fino ad oggi, ma che magari ci si faccia caso quello sì e che non risultino ridicoli due pesi e due misure diverse.

Libertà e scandalo, ma fino a un certo punto

Se ho cominciato a ragionare intorno alla questione è anche grazie a Shameless. La serie che gira intorno alle vicende di Frank Gallagher (William H. Macy) e famiglia non si pone molti problemi di politicamente corretto, né riguardo alle azioni del patriarca né in quelle di chi gli sta attorno: va da sé che anche la messa in scena è, come dire, nuda e cruda, e neanche a farlo apposta già nella prima puntata (targata 2011, sebbene sia un rifacimento di una precedente serie britannica) appare in bella vista un pene, quello del vicino di casa Kevin Ball (Steve Howey). Un buon segno? Non proprio: la scena sembra più un pretesto per mostrare senza dirlo (troppo) chiaramente l’omosessualità di Ian Gallagher (Cameron Monaghan), e infatti da lì in avanti il personaggio di Howie terrà ben protetti i propri genitali dai favori della telecamera, a dispetto di quanto accade all’intero corpo della sua compagna Veronica (Shanola Hampton).

La cosa strana è che, al netto del suo essere dissacrante e provocatoria, la serie prodotta da Showtime è estremamente inclusiva per qualunque altro ambito si voglia toccare. Sfere sessuali fuori da quella eterosessuale vengono esplorate di continuo, la malattia mentale non è un tabù e non lo è nemmeno mostrare anziani nudi, eppure nelle scene di sesso possiamo esplorare i corpi delle donne in ogni loro angolo mentre quelli maschili sono off limits dalla vita in giù. Ricordate che qualche riga fa accennavo a “provvidenziali lenzuoli”? I maschi della serie, chissà per quale motivo, sono tanto focosi quanto cagionevoli di salute, visto che di dormire senza il pene coperto (e spesso solo quello, nascosto magari anche mentre si alzano dal letto) non gli passa per l’anticamera del cervello, a differenza di quella “pervertita” di Fiona Gallagher (Emmy Rossum), la sorella maggiore: ho sperato per lei in una diminuzione di epidermide esposta sulla scia di quanto richiesto da Emilia Clarke man mano che la sua Daenerys Targaryen diventava centrale in Game of Thrones (e chiediamoci questo, a tal proposito: perché la sua nudità era essenziale al primo incendio fra i Dothraki, e non lo era anni dopo in una dinamica quasi identica?), ma o la questione non è di suo interesse oppure gli sceneggiatori ritengono essenziale questa disparità fra organi sessuali.

Non guardarmi, metti in imbarazzo la mia arroganza

Vogliamo parlare di casi cinematografici di improvviso pudore maschile? Sembra paradossale che usi Wes Anderson a tal proposito, ma nel suo recente The French Dispatch la diversità di esposizione fra il corpo di Léa Seydoux e quello di Timothée Chalamet, nelle due parti del film che l* vedono protagonist*, è lampante: nuda e fiera di esporsi lei, musa dell’artista galeotto interpretato da Benicio Del Toro, impacciato e timido lui, mentre si copre uscendo dalla vasca di fronte allo sguardo di Frances McDormand. Andrebbe anche bene, scelta registica si dirà, però A) perché accade così raramente il contrario? B) perché il personaggio di Chalamet appare arrogante e perlopiù disinibito tranne che nell’unico momento in cui si potrebbe vederlo nudo?

Forse è una questione di dimensioni?

È finto!

A proposito di peni finti, nel film di South Park…

Il 2011, oltre ad aver salutato l’esordio di Shameless e Game of Thrones, è anche l’anno di uscita di un film che fece parlare abbastanza di sé: Shame, diretto da Steve McQueen e interpretato da Michael Fassbender, una coppia ben rodata visto che avevano già lavorato insieme nell’esordio del regista britannico (Hunger, 2008) e sempre insieme festeggeranno l’Oscar al miglior film 2014 per 12 anni schiavo (2013). Se ne parlo qui dovreste aver già intuito che c’è un motivo, e ovviamente riguarda il pene: quello di Fassbender, ben visibile in una scena all’interno della pellicola, fece molto più scalpore di, che so, lo splendido piano sequenza in cui lo stesso attore corre per New York. Fece tanto scalpore che Charlize Theron l’anno seguente, dopo aver stretto amicizia con Fassbender sul set di Prometheus, a una premiazione della Human Rights Campaign elogiò pubblicamente la virilità del collega con svariati doppi sensi, riuscendo a strappare un bel po’ di risate al pubblico a fronte dell’imbarazzato sorriso dell’attore irlandese. Vogliamo condannare la Theron per il suo atteggiamento sessista? No per carità, la disparità fra sessi è troppo ampia per star qui ad aprire una questione di oggettificazione del corpo maschile all’interno dell’articolo (anche se una questione c’è, pure Matteo Berrettini sul palco di Sanremo voleva essere considerato come tennista e non come manzo da esposizione), quello che mi interessa indagare è: Fassbender avrebbe girato quella scena senza un pene ammirevole?

Si parla tanto dell’invidia del pene, ma da quando la nostra educazione sessuale è stata affidata a pornoattori superdotati che “performano” per ore (perdonate la frase da sociologo dilettante) quell’invidia non è più appannaggio solo dell’universo femminile. Le dimensioni non contano, si dice, ma di certo è difficile trovare un uomo che si senta a proprio agio con un pene di dimensioni minori della media (o come tale percepito, vedi il discorso fatto sopra sui superdotati) quanto il padre di Nick Birch in quel piccolo gioiello d’animazione di Big Mouth. Sarà per questo che, come affermato sempre nell’articolo del Post linkato precedentemente, le aziende che producono protesi a forma di pene stanno lavorando “come mai prima d’ora”?

“Tu non ne hai bisogno, vero Michael?”

La fortuna per gli attori, rispetto a quanto accade alle attrici, è quella di poter comodamente mostrare la propria virilità senza mostrarla veramente. Chi saprà mai se il pene di Mark Wahlberg in Boogie Nights è veramente il suo (non lo è, lo dichiarò l’attore negli anni seguenti), o se lo è quello di Giancarlo Martini in Freaks Out, usato quasi meramente a fini comico-estetici? Nonostante questo continuano a esserci imbarazzi ingiustificati nell’esposizione dell’organo riproduttivo, o meglio giustificati unicamente dalla nostra mancanza di abitudine a considerare il corpo maschile nudo allo stesso livello di quello femminile (il che, sia chiaro, non significa “mettiamo tanti uomini nudi quante donne nude”, ma “mettiamo nudi maschili dove servono e togliamo nudi femminili dove non servono”). Un pene può rendere meno vendibile un film? Parrebbe di sì. Può aumentare il valore artistico di un film? Chiaramente no, eppure solo ora sta venendo sdoganato nel mainstream dopo anni di “segregazione” nel cinema d’autore. E a proposito di cinema d’autore…

L’eccezione meritevole, e quella no

Ma secondo voi, questo articolo me lo censureranno?

Under the skin di Jonathan Glazer e Titane di Julia Ducournau sono due film che non posso dire di aver capito (il primo ve lo lascio spiegare da Ferruccio Mazzanti). Vorrei tanto, ma sono uscito da entrambe le visioni con una faccia fra lo smarrito e l’incuriosito: smarrito perché non avevo capito dove volessero andare a parare l* due regist*, incuriosito perché, come mi capita ogni volta che vedo qualcosa di strano, mi viene sempre da chiedermi cosa si possa agitare nel cervello di chi ha partorito certe idee e come abbiano un senso per loro (David Lynch, sto parlando in particolare di te. Ah, non leggi Tremila Battute?). Non starò a parlarvi delle trame, per quello c’è wikipedia e questo articolo vi sarà magari già parso un tour de force, quindi andiamo subito al sodo cioè al pene.

Under the skin è probabilmente più noto per il nudo integrale della protagonista Scarlett Johansson (che, potrei sbagliarmi, non si è mai spogliata alla stessa maniera in tutto il resto della carriera) che per la quantità di peni che appaiono all’interno della pellicola, tralasciando ovviamente i meriti artistici. Se la Johansson ha preso questa decisione un motivo ci deve essere, e in effetti c’è: il film di Glazer è lento, permeato di silenzi, criptico in ogni forma in cui può esserlo, ma non dà mai l’impressione di utilizzare la nudità in maniera gratuita. Lo sguardo con cui l’aliena interpretata dall’attrice si osserva allo specchio è più antropologico che erotico, e allo stesso modo è l’inquietudine a prevalere sull’eros quando gli uomini da lei circuiti si lasciano condurre in trappola: non c’è niente di voyeuristico nel vederli denudarsi e seguirla, sprofondando lentamente insieme ai loro istinti, così l’esposizione del pene risulta scelta estetica coerente (pure io che ne sono uscito perplesso capisco che c’è tutto un ragionamento riguardante il corpo) e non dettaglio piccante aggiunto giusto per far parlare della pellicola… E questo nonostante, cosa più unica che rara al di fuori del cinema porno, si veda un pene in erezione, cioè proprio quello che potete vedere poco sopra se questo articolo passa la censura (la censura arriva fino a un microblog? Stiamo a vedere).

Virilità maschile in decadimento in tre, due, uno…

Ben altro accade in Titane, che pure è una narrazione di corpi ma molto più viscerale. Quando facciamo la conoscenza della protagonista Alexia (Agathe Rousselle) da adulta siamo all’interno di un equivalente del nostro (pare defunto) Motor Show, e come da copione in posti del genere tanto lei quanto le sue colleghe fanno in modo di saldare ben bene il connubio figa-motori, poi si va oltre ma il corpo della Rousselle sembra essere sempre esposto in maniera sfacciata e pruriginosa: non andrà così per tutta la pellicola, o almeno le sensazioni che si alterneranno nel vedere l’evolversi della storia di Alexia (e di Alexia stessa) saranno delle più svariate e a tutti gli estremi che vi possano venire in mente. Eppure un film che tocca talmente tanti temi che è difficile farne una summa, pervaso di iperviolenza e melodramma in (quasi) egual misura, quando mostra un uomo intento a farsi una puntura sul gluteo, in bagno e da solo, vuol farci credere che sia per comodità che abbassa le mutande solo da quel lato invece che togliersele completamente. È un dettaglio che inficia il messaggio del film? No. È stata un’esplicita richiesta di Vincent Lindon quella di non mostrare il proprio pene? Non lo so. È l’ennesima prova che c’è un problema radicato per quanto riguarda mostrare peni sul piccolo e grande schermo? Secondo me SÌ, ora lascio a voi la parola.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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