Racconto in musica 155: Seguire i fossi (CCCP – Emilia paranoica)

Quante volte vi ho già ammorbato col fatto che Tremila Battute ha determinate regole d’ingaggio? Penso almeno quattro o cinque, che su centocinquantacinque articoli introduttivi ai racconti è una minoranza ma per chi frequenta questo blog magari fin dall’inizio (esistete? Se sì scrivetemelo nei commenti) può essere anche fastidioso, soprattutto contando che c’è una sezione apposita in cui sono spiegate per filo e per segno. È che poi ci sono le regole aggiuntive, opzionali per così dire, che non so mai se mettere o meno, perché sarebbe bello mantenere un racconto solo per artista ma non è che posso costringere tutt* a scandagliare il sito per scoprire se ho parlato o meno di Edda (e infatti ci sono due racconti dedicati a lui), così come non me la sento di obbligare l* aspiranti collaborator* a scegliere come ispirazione la canzone di artist* tuttora in attività (che preferisco semplicemente perché li potete ancora supportare). Sulla base di ciò che ho detto (oggi meno il can per l’aia meno del mio solito. Che brutto detto fra l’altro, c’avete mai pensato? O magari si dice solo dalle mie parti, boh) potevo forse dire di no a Michele Scaccaglia quando mi ha proposto un racconto basato su una canzone dei CCCP, a maggior ragione contando che hanno appena fatto una clamorosa reunion? Direi proprio di no, quindi via alle danze!

Michele va ad aumentare la già cospicua truppa berlinese di Tremila Battute ed è arrivato a noi, guarda un po’, su consiglio del primo membro di questa enclave. Nato a Praticello di Gattatico nel 1984, nella capitale tedesca ci è arrivato otto anni fa e da allora non se n’è più andato: qui lavora come copywriter, coordina un gruppo di lettura per persone diversamente abili e canta nel gruppo electro-punk IOCI (che vi esorto ad ascoltare a questo link). Ovviamente scrive anche, molto e in svariate forme: i suoi racconti li potete trovare su Wertheimer – La rivista (fate caso al barista, lo ritroverete più in basso) e su CrunchEd, una sua poesia in inglese su Soft Star Magazine e i suoi articoli musicali (interviste, recensioni e live report) su Yanez, Frequencies e Kalporz, storica webzine con cui collabora sin dal 2013. Potremmo finire qui, ma anche se è del 2018 vi invitiamo a leggere anche questo suo interessante articolo pubblicato su Doppiozero, letto il quale probabilmente vi verrà meno voglia di andare a mangiare qualcosa che so, al Mercato Centrale di Milano.

Dei CCCP, la band che negli anni 80 rivoluzionò il punk italiano principalmente attraverso le figure di Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Annarella Giudici e Danilo Fatur (ci sarebbero altr* membr*, perlopiù subentrati nella fase di passaggio verso i CSI rappresentata dall’ultimo disco Epica, Etica, Etnica, Pathos del 1989, fra cui il nostro amato Giorgio Canali), troverete probabilmente in questi giorni mille informazioni, molto più dettagliate di quelle che potremo darvi noi. Per questa volta invece faremo una cosa diversa: far raccontare a loro la storia, riprendendo alcune dichiarazioni rilasciate nel documentario Tempi moderni di Luca Gasparini del 1989, un anno prima dello scioglimento, trascritte nel libretto della raccolta Ecco i miei gioielli.

FERRETTI – Sono nato in una arcaica famiglia montanara. Sono stato allevato cattolico e felice. Poi con l’adolescenza ho scoperto il mondo moderno e la vita. Da studente sono stato militante di Lotta Continua per tantissimo tempo, fino a che è esistita Lotta Continua. Poi volevo fare qualcosa di più sensato, di più utile, e ho fatto l’operatore psichiatrico per cinque anni. Poi non ne potevo più, perché avrei dovuto scegliere di comprarmi una casa a schiera, o un appartamento, fare un mutuo e decidere che la vita era finita, e allora sono andato un po’ in giro per l’Europa e mi sono ritrovato a Berlino. A Berlino, una tarda notte in cui ero malato, febbricitante, in una discoteca impossibile ho conosciuto Massimo Zamboni, che era di Reggio Emilia e che io non avevo mai visto, anche se poi abbiamo scoperto che avevamo moltissimi amici in comune. Anche lui probabilmente aveva voglia di cambiare vita. In quelle sere abbiamo deciso che saremo tornati in Italia e avremmo fatto più o meno quello che vedevamo fare con così nostro grande piacere in quei mesi a Berlino: volevamo fare della musica moderna, volevamo dire la nostra, fieri e orgogliosi.

ZAMBONI – Siamo arrivati a Reggio e in qualche modo si è aperto il mondo. Io di colpo mi sono sentito che proprio abitavo a Reggio. Per la prima volta in vita mia non mi sentivo come un turista qua e… Abbiamo cominciato a pensare che tutto quello che era un difetto diventava un pregio, bastava volerlo, non ci voleva neanche un grande sforzo intellettuale. Bastava che l’Emilia diventasse il centro della nostra cultura, del nostro modo di vedere, e un’Emilia allargata comprendeva anche Berlino, comprendeva il mondo dell’Est, comprendeva anche i paesi arabi. Però il centro è qua. Per noi Reggio era diventata in quel momento il centro del mondo.

FERRETTI – Dopo un anno ci siamo resi conto che i CCCP avevano una grandissima forza, però avevamo anche un grosso handicap: quello di gelare il pubblico. La gente non si schiodava. Un po’ per la musica, un po’ per la qualità e la quantità delle parole, la gente rimaneva allibita, agghiacciata, ferma sotto il palco. Allora ci siamo guardati e ci siamo resi conto che mancava qualcosa sul palco, mancava la vita… quella vera, la vita animale. Noi tre animali, cantante, chitarrista e bassista (in quel periodo fa parte del gruppo Umberto Negri, che ne uscirà nel 1985 ndr) eravamo insufficienti, perché eravamo ancora il prototipo di un gruppo rock, di un gruppo musicale. Ci siamo guardati intorno e abbiamo scoperto che c’erano delle personalità del nostro giro che – oltre ad affascinare noi per simpatia o amicizia – potevano anche affascinare il nostro pubblico. Uno era il nostro barista preferito, allora si faceva chiamare Josè Lopez Macho Frasquelo (Danilo Fatur ndr), stava al Tuwat e preparava cocktails in grado di assassinare qualsiasi persona si avvicinasse al banco…Dell’acqua di fuoco marroncina, schifosa, ma ubriacava. Con 700 lire ti potevi ubriacare una sera intera. Era un’ottima personalità… Il contrario di tutti noi, molto grezzo, molto vitale, e parafascista.

ZAMBONI – Era l’unico che riusciva a ballare in una pista facendo uno spazio di due o tre metri tutt’attorno nella massa totale di questa pista da ballo. […] Lui ballava con la canottiera tirata su, sprizzava sudore, sputi, saliva da tutte le parti, si agitava da tutte le parti, gli cadevano le braghe, e la gente aveva assolutamente paura di lui. […] Lui era questo Josè Lopez Macho Frasquelo, vestito da chierichetto, con una croce di tre metri, che faceva uno spogliarello furioso su musiche di Lou Reed, Kraftwerk, e cose del genere. Da quel momento ci ha turbato, molto.

FATUR – A uno di questi strip-tease vennero ad assistere quelli che erano i CCCP Fedeli alle linea. I CCCP Fedeli alla linea erano un gruppo che all’apparenza – e anche nella realtà – dava un senso un po’… era diverso dagli altri gruppi. Erano in tre… l’immagine era quella classica degli studenti universitari annoiati […] Ma più che il nome che insomma… era la faccia del cantante, ecco, la faccia di Giovanni Ferretti… Adesso è abbastanza normale, ma anni fa, gentilissimo pubblico, aveva un aspetto da rabbrividire.

FERRETTI – La personalità di Fatur a quel punto era un po’ troppo prorompente, e allora…

ANNARELLA – Mondina Dottoressa Resdora Domatrice Fotomodella Presentatrice Danzatrice Suora Cabarettista Militare DDR Guardia rossa Sibilla Statua Occidente rosso Ginnica Cinese Sposa Matrioska Matrona Ballerina liscia Ballerina classica Danza del ventre Danza classica cinese…

ZAMBONI – In qualche modo, quello che ci ha colpito nell’Antonella era il fatto che – molto banalmente – era la persona che riusciva a portare meglio la maggior quantità di vestiti sempre diversi che io avessi mai conosciuto. […] e da indossatrice – cosa che non andrebbe bene per i CCCP – è diventata Benemerita Soubrette del Popolo.

FERRETTI – Adesso sono passati degli anni. Noi continuiamo ad essere sempre quelli. Abbiamo voglia di fare ancora un po’ di cose. Non so quello che succederà. Io nel frattempo sono tornato a vivere in montagna e assomiglio sempre di più a mio nonno.

ANNARELLA – A me non piace il termine arte, perché non mi definisco un’artista. È che sono una persona forse un po’ particolare, con un immaginario suo, tutto personale, dato dall’esperienza, dato dai viaggi, dato da un certo tipo di gusto. Non definisco questo arte, definisco questa una personalità particolare.

FATUR – Quindi il senso della mia arte, dell’arte di tutti, è il nulla, care signore e signori. Voi quando comprate dei quadri, delle sculture, voi comprate il nulla. Quando voi comprate una casa, un condominio, un palazzo, una villa al mare, una macchina più bella, è niente.

ORLANDO (Ignazio Orlando, basso, tastiere e drum machine dal 1986 al 1989 nonché produttore dei dischi Socialismo e barbarie e Canzoni preghiere danze del II millennio – Sezione Europa e fonico sin dagli inizi ndr) – I pezzi dei CCCP nascono da un testo di Giovanni o dalle musiche di Massimo. Mi arrivano delle cassette, un’idea, proprio un abbozzo di frase, anche un accordo di chitarra, un po’ giocato. Se non c’è un testo, se prima arriva la musica, viene chiesto a Ferretti, a Giovanni, di scriverne uno, subito, nello stesso momento. Lui ascolta… mentre noi si lavora per fare una piccola stesura, lui è lì che scrive in un angolo, e scrive miliardi di parole… È l’uomo più veloce che conosca a scriverle… a scrivere frasi… molto belle anche… anche se a volte io non riesco a capirle. Poi noi si finisce la stesura, e si prova a mettere il cantato. Giovanni viene preso, messo davanti a un microfono, e lo si fa cantare, per modo di dire […] perché lui quello che conosce, quello che sa realmente cantare sono i canti degli alpini e le canzoni da chiesa!

(Durante la registrazione in studio del brano Margini accecanti)

ORLANDO – Dovresti essere più sensuale…

FERRETTI – (ride) Ah! Piacerebbe anche a me!

ORLANDO – I rapporti da produttore sono difficili con i CCCP, perché i CCCP non hanno bisogno di un produttore, hanno solamente bisogno di un suggeritore, il che è diverso. […] Io sono forse l’ultimo a decidere. Posso decidere di un suono, ma non posso decidere di un testo, perché… quelli sono i CCCP: sono intoccabili, e guai a chi li tocca…

FERRETTI – […] Ignazio è indispensabile ai CCCP, perché è il loro lato chiaro, quello che i CCCP non hanno, per cui con lui si litiga volentieri e si fa volentieri la pace, e in ogni modo è indispensabile… Quando hai detto questa parola non puoi aggiungere niente, perché dopo sembra falso.

ZAMBONI – Il palco dei CCCP negli spettacoli credo che sia come tante raffigurazioni singole di tanti eventi o fatti che ci sono in questo mondo. […] Comunque c’è spazio per il comunismo, il cattolicesimo, c’è spazio per il punk e per il liscio. C’è spazio per tutto quanto fa parte del mondo in cui viviamo, che però siamo abituati a vedere in maniera sempre staccata. Noi buttiamo tutto questo alla rinfusa sul palco dei CCCP. e da questo nasce lo spettacolo.

FERRETTI – Noi siamo un po’ lo specchio della società in cui viviamo […] per cui abbiamo tutti i difetti che ha la società intorno a noi. Viviamo delle stesse contraddizioni.

ZAMBONI – Credo che il fatto che la gente ci fraintende sia assolutamente inevitabile. Non saprei se è un bene o un male. […] Tante volte anch’io fraintendo i CCCP.

FERRETTI – Allora fra il non fare niente per la paura di essere fraintesi e il fare quello che noi abbiamo intenzione di fare sapendo che molti ci fraintenderanno […] Noi stiamo sui palchi per cui abbiamo scelto questa seconda ipotesi.

Da un po’ di tempo in qua ho cominciato a sentirmi dire che sono un professionista, che so fare il mio mestiere, che sono nel mio genere bravo… Chi mi dice questo, in realtà, è convinto di farmi un complimento, o di darmi quello che mi spetta. […] Mi viene in mente che Pippo Baudo è un professionista, o questo marasma di gentaglia che appare sugli schermi tutti i giorni. Sono dei gran professionisti: esseri insignificanti che sanno fare ben poco.

Il mondo moderno è convinto che la massima libertà possibile sia uguale alla massima creatività possibile. Io sono assolutamente convinto del contrario. La massima creatività possibile viaggia entro regole le più rigide possibili. Tu non devi vivere in una situazione che ti aiuta a tirare fuori tutto il possibile di quello che hai dentro. Tu devi vivere in una situazione che ti obbliga a tirare fuori solo quello che assolutamente deve venire fuori.

FATUR – La gente pensa che gli artisti siano indisciplinati, ma anche se un’artista… non so… beve, o fa cose di questo genere, però dentro di sé ha una grande disciplina. Perché per l’arte, la recitazione, la musica, ci vuole molta più disciplina che per fare il muratore. Perché è tutto un niente, capisci? La disciplina del nulla è una cosa seria.

Il brano che Michele ha scelto come ideale colonna sonora del suo racconto è Emilia paranoica, forse uno dei brani più lunghi e allucinati della band. Non è difficile immaginarla risuonare nel bar di Barabba, il tipico posto che coniuga in sé la convivialità della provincia e la mancanza di prospettiva che ti urla nelle orecchie di fuggire il più lontano possibile, prima che a soffocare queste note dissonanti e marziali arrivino quelle dello stereo nella macchina di Vanni. Potete trasferirvi idealmente all’Arci di Gattatico scorrendo solo un po’ più in basso la pagina, immaginandovi i fossi lungo il percorso: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero e il numero Uno della fanzine di Tremila Battute!

Seguire i fossi, di Michele Scaccaglia

Quando Fagiano arriva al bar gli altri sono già carburati. Sudano da fermi e l’alcol non aiuta. È una di quelle sere paonazze in cui le cicale si dannano l’anima a cantare, nascoste tra le foglie appiccicose dei pioppi. Fagiano sa bene che gli altri sono nervosi per il suo ritardo, lo fa proprio per quello. Gli piace essere al centro dell’attenzione, dettare i tempi, dilatare la notte per accarezzare poi la rugiada all’alba.

“Oh dobbiamo andare!”, gli gridano non appena scende dalla macchina. Lui non risponde, impassibile si accende una sigaretta e si avvia verso il bancone. “Almeno un drink, dai”, dice. E lo dice sempre. Ogni volta. Stesse battute di un copione collaudato, che anche così che si inganna la noia. Marcello gli sbuffa in faccia, poi però un altro drink se lo fa volentieri anche lui.

Il bar è un forno. Barabba sembra una statua di cera abbandonata dietro il bancone. Dice che non ci sono soldi per montare il condizionatore, in realtà lo fa per tenere lontani i clienti. Il bar è suo e vuole starci lui, da solo, così può guardare la TV, che a casa è sua moglie che ha il controllo del telecomando. Sul soffitto ciondola stanco un ventilatore a tre pale degli anni ’70 che non serve a niente, se non a smuovere i cumuli di polvere annidati negli angoli.

“Barabba, il solito”, gli dice Fagiano. Non c’è bisogno di salutare, al bar Arci di Gattatico.

“E una sambuca con ghiaccio per me”, gli fa eco Marcello.

Barabba li guarda con disprezzo. Sa che non pagheranno. Nessuno paga. Segna tutto su un grande quaderno, una pagina per ogni cliente. Poi a fine mese si fanno i conti e volano parole grosse, perché Barabba ha il vizio di ritoccarli in eccesso.

“Chi guida stasera?”, chiede Fagiano.

“Non io”, gli risponde Marcello, mentre una farfalla rimane fulminata nella zanzariera elettrica. Vorrebbe tanto infilarci la testa di Fagiano in quella trappola, così si sveglia un po’. Oltre ad essere sempre in ritardo, non vuole mai guidare, ha la paranoia dei posti di blocco. Marcello, invece, ha quella delle nutrie che attraversano la strada.

“La prendo io la macchina”, grida Vanni dalle retrovie. “Anzi, andiamo a fare un giro che ho una sorpresa per voi”. Vanni ha sempre i sedili puliti e un arbre magique alla banana attaccato allo specchietto, insieme a un terribile crocifisso fosforescente: l’altra cosa sgradevole è che ascolta solo i Dream Theater. Agli altri due ormai sanguinano le orecchie, ma è il prezzo da pagare per farsi scarrozzare in giro.

​L’auto sparisce tra le stradine ghiaiate della campagna emiliana. Vanni tira fuori mezza scatola di roipnol. Di sicuro l’ha rubata a sua madre, pensa Marcello mentre conta i moscerini e le altre bestie che si spiaccicano sul parabrezza.

“Insomma, dove si va?”, chiede Fagiano, che s’aspettava chissà cosa.

Nessuno risponde. Marcello butta fuori una mano dal finestrino e si mette a giocare con l’umidità. In una serata così, non servono mete, basta seguire i fossi. Loro sì, sanno sempre dove andare.

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Giochiamo alla guerra? Tre videogiochi che allargano la narrazione sui conflitti bellici

War has never been so much fun recitava la colonna sonora di Cannon Fodder, videogioco del 1993 in cui alcuni soldati (letteralmente “carne da cannone”, come recita il titolo) devono far fronte a sfide sempre più difficili in un contesto bellico. L’opera di Sensible Software non è né la prima né l’ultima che ha affrontato il tema della guerra, così come non è né la prima né l’ultima ad aver scatenato polemiche alla sua uscita (se avete vissuto come videogiocatori gli anni 80 e 90 avrete sentito addebitare ai videogiochi gran parte delle problematiche del mondo): è la prima che ricordi però ad aver affrontato l’argomento in maniera sarcasticamente antimilitarista, fra soldati che attendono il loro momento per entrare in azione di fianco a colline che si popolano delle lapidi dei loro commilitoni, nomi dei defunti ricordati al giocatore alla fine di ogni missione e l’indicazione, nel manuale della versione MS-DOS (da quanto non scrivevo MS-DOS? Quanto mi sento vecchio nel ricordarmi cos’era?), che Cannon Fodder “mostra rapidamente che la guerra è un inutile spreco di uomini e risorse. Ci auguriamo di non doverla mai sperimentare dal vivo”.

Serietà e sobrietà

La guerra è stata affrontata videoludicamente in mille maniere differenti, da quella realistica (e spettacolarizzata) dei vari Call Of Duty alla demenziale battaglia fra vermi della saga di Worms, ma ci sono alcuni giochi che ho scoperto più o meno di recente (per quanto recenti non siano) che aprono uno spiraglio su un modo diverso di veicolare i conflitti. Il primo di questi ci porta idealmente in Myanmar e si chiama

War Of Heroes – The PDF game

La storia del Myanmar è difficilmente riassumibile in poche righe di un articolo sui videogiochi. Stretta sotto il giogo dei britannici fino al 1948 e di una dittatura militare dal 1962, la popolazione dell’ex Birmania ha avuto pochissimo tempo per godersi una parvenza di democrazia, “concessa” dalla giunta militare a partire dal 2011 e foriera di speranze quando, nel 2015, il partito della Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha vinto le prime elezioni multipartitiche nel paese asiatico. Speranze andate lentamente a fondo a causa di un controllo militare comunque strettissimo, di una campagna di pulizia etnica a danno della minoranza musulmana dei Rohingya che affossò la credibilità internazionale di San Suu Kyi (operazione in cui anche gli algoritmi di Facebook ebbero le loro gravi colpe) e crollate definitivamente il primo Febbraio 2021, quando le forze armate hanno ripreso il controllo totale dello stato, sprofondando in una crisi economica e sociale un paese che già faceva fatica a risollevarsi.

In tutto questo cosa c’entra un videogioco? War Of Heroes – The PDF game sembra all’apparenza uno qualsiasi delle migliaia di giochi a tema bellico che potreste scaricare sul cellulare: ha una modalità di gioco ripetitiva fatta di livelli in cui sopravvivere alle ondate di soldati avversari, livelli in cui uccidere bersagli sensibili e livelli in cui piazzare mine per distruggere convogli della fazione avversa, e non si fa mancare nemmeno una modalità zombi, dal trentatreesimo livello in avanti, che non aumenta di granché la varietà. Ciò che rende unico il gioco, e lo ha fatto scaricare da centinaia di migliaia di persone in Myanmar e nel mondo, è che con i profitti derivanti dagli acquisti in game e dagli inserti pubblicitari gli sviluppatori finanziano direttamente le PDF, le Forze di difesa del popolo vicine al governo di unità nazionale che combattono apertamente la dittatura.

Ko Toot, pseudonimo adottato da uno dei tre sviluppatori del gioco per parlare con la BBC, afferma che il gioco è stato scaricato in tutto il mondo da quasi un milione di persone e che i ricavi ammontano a circa cinquecentomila dollari, soldi utilizzati (come spiegato in questo articolo) per aiutare sfollati e feriti, distribuire cibo e acquistare armi per la lotta (le cifre sono comunque tutte da verificare). Gli avatar che è possibile impersonare in War Of Heroes sono mutuati da combattenti reali per la libertà del Myanmar (meno verosimile, anche escludendo la virata zombie, che le missioni facciano riferimento a reali operazioni partigiane), un modo per far sentire ancora più vicini alla lotta: del fomento attorno al gioco si è accorta anche la giunta militare che ha minacciato di ripercussioni chiunque lo avesse scaricato sul proprio cellulare, senza riuscire comunque a frenarne il successo.

Se la causa vi appassiona e volete passare parte del vostro tempo mitragliando anonimi militari trovate il gioco come War Of Heroes – The PDF Game su Google Play e semplicemente come War Of Heroes su App Store.

This war of mine

Nella guerra moderna… Morirai come un cane senza una buona ragione“. Con questa citazione di Ernest Hemingway si apre This war of mine, opera del 2013 sviluppata dallo studio polacco 11bit Studios che si distingue nel panorama videoludico per il ruolo in cui ci costringe: non più la parte agente del conflitto, che si tratti di un soldato manovrato in prima o terza persona o un intero esercito di cui decidere la strategia, bensì le vittime del conflitto, coloro che cercano ogni giorno di sopravvivere in un contesto nel quale il pericolo può arrivare da dovunque.

Ambientato nell’immaginaria città di Pogoren, nemmeno troppo velatamente ispirata alla Sarajevo assediata dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996 durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina (come spiega fra le altre cose questo articolo, scritto recentemente da Manuel Berto del blog di approfondimento videoludico Frequenza Critica per la rivista The Games Machine), This war of mine inizia con un manipolo di tre sopravvissut* alle prime fasi di una guerra, costrett* dagli eventi a cercare di ricreare una parvenza di normalità all’interno di una casa abbandonata. Fra comodità minime da allestire come letti per riposare, fornelli per cucinare le carenti scorte di cibo e la caldaia per scaldarsi durante il sempre più rigido inverno che accompagna la nostra esperienza, le giornate dell* protagonist* saranno scandite dall’orologio che nell’angolo a sinistra dello schermo scorre impietoso, limitando il numero di attività che potremo compiere. Meglio costruire un fucile per difendersi, un filtro per raccogliere l’acqua piovana o un distillatore per l’alcool, da scambiare proficuamente con i contrabbandieri che bussano talvolta alla nostra porta? Scelte a volte dettate dal buonsenso, altre dalle risorse a disposizione, perché se le giornate non sono allegre la situazione si fa ancora più cupa allo scoccare delle ore venti.

Durante la notte This war of mine ci costringe infatti ad uscire dalla relativa sicurezza del rifugio, prendendo il controllo di una delle persone che compongono il gruppo mentre si avventura in una delle zone in cui è possibile ancora trovare materiali per costruire le strutture di cui abbiamo bisogno, cibo per sostentarci, armi per difenderci e medicine per debellare le malattie che presto inizieranno a tormentarci. Ogni personaggio ha sue abilità peculiari, chi caratterizzato da maggiore agilità o chi da una forza che gli permette di portare più oggetti, ma sono comunque tutt* persone comuni, impreparat* per la situazione che hanno di fronte e di certo non addestrat* alla battaglia: ecco che allora le notti diventano una corsa contro il tempo per trovare ciò di cui abbiamo bisogno, corsa solamente metaforica perché dovremo perlopiù muoverci silenziosamente all’interno di supermercati già razziati, case parzialmente abbandonate e avamposti militari in cui sperare di trovare soldati abbastanza bendisposti da decidere di scambiare alcune delle loro scorte. La morte è sempre dietro l’angolo e può arrivare tramite bande di razziatori, cecchin* piazzati sui tetti o truppe che difendono un dato edificio, ma anche il nostro operato può creare danni e non saranno infrequenti le occasioni in cui dovrete decidere se sottrarre le medicine a una coppia di anziani per curare qualcun* del vostro gruppo, permettendovi di sopravvivere un giorno in più ma fiaccando il morale dell* abitanti del rifugio.

Ad aggiungere ulteriore difficoltà, sia videoludica che morale, il DLC The little ones ha aggiunto ai personaggi che possono far parte del gruppo (in continuo mutamento, fra nuovi arrivi alla porta, fughe notturne e morti in perlustrazione) l* bambin*, da difendere e nutrire ma la cui utilità nell’economia domestica è pressoché nulla, e in un gioco in cui le risorse sono limitate e di difficile reperibilità una bocca da sfamare in più fa tutta la differenza del mondo. Man mano che i giorni passano inoltre la città subisce delle modifiche, zone prima raggiungibili diventano inaccessibili e altre si sbloccano, cambiamenti ascrivibili al mutamento di un conflitto di cui abbiamo solo sporadici accenni tramite la radio installata in casa.

Nella partita che ho giocato mi sono ritrovato a seppellire quattro persone, a subire svariate irruzioni da parte di bande di predon* (mentre la persona designata del gruppo si avventura per la città in cerca di risorse è bene che qualcun* all’interno del rifugio faccia la guardia, nella speranza di avere anche un’arma con cui difendersi), a dare rifugio ad un anziano tabaccaio e al suo nipotino, a sottrarre cibo e medicinali a persone che ne avevano altrettanto bisogno o a bande organizzate che non si sono miracolosamente accorte della nostra presenza nel loro avamposto, costruendo nel frattempo il minimo indispensabile per vivere una vita ai limiti della decenza. Nulla ha impedito comunque la lenta disgregazione di un gruppo fiaccato dalle malattie, dal freddo e dalla fame, che le giornate passate senza poter mettere niente sotto i denti sono state più di quelle con un pasto caldo e cucinato: dopo trentacinque giorni, col morale ormai sotto i tacchi, gli ultimi membri hanno lasciato il rifugio in cerca di opportunità migliori altrove, portando ad un game over in cui, anche attraverso i disegni del bambino, viene ripercorsa la triste storia del nostro tentativo di sopravvivere alla follia della guerra.

L’opera di 11bit Studios (che pochi anni dopo hanno sviluppato, sulla stessa falsariga di gestionale dalle forti connotazioni morali, il postapocalittico Frostpunk) è videoludicamente variegata e caratterizzata da un buon livello di sfida che può essere anche customizzato, decidendo di affrontare la sfida in condizioni preimpostate piuttosto che lasciare che sia il caso a farci passare un inverno più o meno rigido. È innegabile che sia però la storia che ci fa vivere il motore portante dell’esperienza, perché di giochi che riescono a narrare così efficacemente l’abusata “banalità del male” di Arendtiana memoria non ne esistono molti: per chi volesse provarlo il gioco è disponibile per PC, Nintendo Switch e per entrambe le ultime consolle di Microsoft e Sony.

Papers, please

Se l* sopravvisut* di This war of mine se la passano male, nemmeno il protagonista di Papers, please se la passa esattamente bene. Ha una famiglia numerosa di cui prendersi cura al netto di notevoli ristrettezze economiche, il suo paese (il fittizio regime di Arstotzka, ispirato genericamente ai paesi del blocco sovietico) è appena uscito da un conflitto con la nazione vicina e la sua grande opportunità, un lavoro all’interno della complessa macchina burocratica, si rivela presto foriera di problemi più che di benefici: all’interno del gioco dovremo infatti destreggiarci come… Ispettori di frontiera, impegnati a controllare i documenti di chi cerca di entrare all’interno della nostra gloriosa nazione. Detta così non sembra granché interessante ma Lucas Pope, transfugo del celebre studio Naughty Dog (che i più conosceranno per la serie di Uncharted e soprattutto per i due The last of us), è riuscito con una semplicissima grafica retrò a creare un’esperienza di gioco allo stesso tempo coinvolgente e straniante.

Uscito nel 2013, Papers, please ci “costringe” a valutare un numero di persone variabile ogni giorno, in un periodo che sta a cavallo fra la fine del 1982 e l’inizio del 1983 (il che rende ancora più credibile l’ambientazione). Il “variabile” dipende da noi, perché più saremo svelti a fare il nostro lavoro più soldi otterremo per sfamare la nostra famiglia, comprare le medicine per chi si ammala, garantire il riscaldamento in casa: ma attenzione, perché per ogni errore di valutazione (cioè per ogni volta che respingeremo chi ha diritto d’accesso o faremo entrare chi non ha documenti in regola) verremo multati, e non conviene fare troppi errori se non si vuole essere licenziati in tronco, perdendo l’unica fonte di guadagno. Semplice? Tutt’altro: proseguendo nel gioco accadranno alcuni eventi (attentati terroristici, arresti internazionali, problemi diplomatici con le nazioni circostanti) che renderanno la mole di scartoffie da controllare sempre più grande, fra passaporti, permessi di lavoro, pass giornalieri e persino il body scanner, da utilizzare magari specificatamente con l* cittadin* di una determinata nazione.

Pope ha sviluppato l’intero gioco da solo nell’arco di nove mesi, e la sua povertà grafica (comunque efficace, così come il comparto sonoro) è solo la copertura per un gioco profondo che, alla ripetitività frenetica delle azioni da compiere, affianca una storia che si dipana per piccoli dettagli: in giorni specifici dell’esperienza potrà capitarvi di ricevere un controllo del vostro superiore, essere contattati da una guardia corrotta che in cambio di denaro vi chiederà di ritoccare al rialzo il numero degli arresti (con conseguente probabile aumento dei richiami) e soprattutto finire invischiati nelle operazioni dell’EZIC, un’associazione terroristica che vuole rovesciare il regime di Arstotzka. Conviene aiutarli? È il caso di accettare una mazzetta da qualcuno che vuole assolutamente entrare entro i confini che pattugliate? E cosa fare con la moglie dell’uomo che avete appena lasciato entrare che, a differenza del marito, non ha i documenti in regola? Questi sono alcuni dei dubbi che vi assaliranno mentre continuate a timbrare documenti e maledicete ogni controllo troppo approfondito che vi tocca fare, che limiterà lo stipendio giornaliero e renderà più concreta la possibilità di essere licenziati o di vedere un famigliare morire di stenti (beffa ulteriore: il game over può giungere anche a causa della morte dell’intero nucleo famigliare, che vi porterà direttamente in carcere in quanto pessimo esempio per la nazione).

Far entrare Papers, please all’interno dei giochi di guerra è un’evidente forzatura, eppure il punto di vista che ci fa sperimentare non è così diverso da quello di chi ogni giorno deve decidere del destino di migliaia di migranti, fuggiti da enormi difficoltà e da conflitti di cui noi vediamo solo (se va bene) le immagini al telegiornale. Pope, che è statunitense ma vive in Giappone, ha dichiarato di aver concepito l’idea a seguito dei numerosi controlli all’immigrazione affrontati nei suoi viaggi, ma sebbene ogni esperienza burocratica può rivelarsi infernale (e questo lo sapeva già bene un certo Franz Kafka) nel suo gioco lo sviluppatore è riuscito anche a rendere pienamente la drammaticità della condizione di tutt* l* protagonist* della vicenda, tanto di coloro che vengono respinti alla frontiera quanto del burocrate che gli nega il permesso, stritolato in un sistema che gli concede il libero arbitrio solo a fronte di enormi rischi.

Mentre ci destreggiamo fra nuovi controlli e scorciatoie ludiche che ci permettono di sveltire più velocemente la fila dei richiedenti (ma attenzione, anche queste hanno un prezzo), confusi dal cambio continuo di regole, la storia prosegue inesorabile verso uno dei venti finali a disposizione. Papers, please non richiede molto tempo per essere portato a termine, ma ha un tasso di rigiocabilità tanto alto quanto la vostra curiosità di scandagliare ogni possibile svolta della vicenda (in questo aiutati dal sistema di salvataggio, che vi permette di ritornare in qualsiasi momento al punto in cui avete deciso, che so, di trasferirvi in un appartamento più ampio con i soldi guadagnati facendo entrare illegalmente membr* della resistenza): potete provare questo insolito simulatore su PC, Mac, PS Vita e, da agosto 2022, anche su smartphone.

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Racconto in musica 154: Prima e ultima volta (Pornoriviste – L’Ale vive nei boschi)

Eh come cambiano le cose con gli anni. Di solito questa frase, con la quale già potrei vincere il Premio Originalità per il 2023, si conclude con la chiosa che le cose cambiano in peggio, ma io sono fedele a ciò che affermava in uno dei suoi aneddoti Yamamoto Tsunetomo, samurai riciclatosi a forza monaco e autore dell’Hagakure (meglio conosciuto come il codice dei samurai giapponesi) per interposta persona (lo scrisse un suo discepolo, raccogliendo gli insegnamenti che gli aveva tramandato e che Tsunetomo si era raccomandato venissero bruciati alla sua morte: grazie della disobbedienza, discepolo senza nome): “Non può, in effetti, essere sempre primavera o estate, e ugualmente non può essere sempre giorno; quindi, se anche desiderassimo riportare il mondo allo spirito del secolo trascorso, ciò non sarebbe possibile. È importante trarre il meglio da ogni generazione”.

Prendiamo la sicurezza ai concerti. Non dico che non esistano anche oggi situazioni al limite, ma non mi è mai capitato di vedere un palco più pericoloso di quello della Festa della birra a Travedona Monate, nel varesotto, a inizi anni duemila. Immaginate una discesa piuttosto ripida, piazzate in fondo a quella discesa un palco con poco spazio in piano davanti, piazzate in cartellone uno dei gruppi punk più importanti della zona e aggiungete, dulcis in fundo, dei tubi di metallo che sporgono dal suddetto palco: mi ci sono spaccato un orologio contro uno di quei tubi, e mi chiedo ancora oggi come sia possibile che non ci sia morto qualcuno contro nella frenesia del pogo. Oggi probabilmente sarebbe tutto diverso, quel palco dovrebbe sottostare a crismi che ne limitino la pericolosità per ottenere il beneplacito comunale e noi giovani punk potremmo concentrarci sullo spaccarci le ossa solo fra di noi… Ma l’unica cosa che è cambiata di sicuro è che della Festa della birra di Travedona non sento parlare da anni, e una ricerca veloce su internet mi restituisce due eventi, uno con cover e tribute band e l’altro con dj set anni 70/80/90 invece che con le Pornoriviste. Cosa stavo dicendo sul fatto che bisogna trarre il meglio da ogni generazione?

Eh sì, questa settimana vi tocca un amarcord bello grosso, e il merito di tutto questo è di Iacopo Innocenti. Classe 1983, nativo di Pistoia e lì residente da sempre (con brevi fughe), Iacopo ad un concerto delle Pornoriviste non ci è mai stato ma questo non gli ha impedito di sviluppare una dipendenza dal punk che dai diciassette anni dura ancora oggi, nonostante tutta la gente che gli diceva “sarà solo una fase”. Amante di tutto ciò che è accessibile, spontaneo e inaspettato, di lavoro fa l’impiegato e per divertimento racconta storie, come quelle dei due romanzi che ha pubblicato: Quarto di secolo (2010, Società Editrice Fiorentina) e Era destino (2021, Porto Seguro). Ha collaborato anni fa con la rivista Erba Magazine, scrivendo principalmente di musica e cinema, ma di racconti non ne aveva ancora pubblicati prima di oggi: augurandogli lo stesso successo di un altro scrittore che su Tremila Battute (per motivi fortuiti) ha pubblicato il suo primo racconto online gli diamo il benvenuto, sicuri che, contrariamente al titolo del suo racconto, questa sarà la prima ma non l’ultima volta che lo vedremo da queste parti.

Scriveva di musica Iacopo, e ha deciso di farlo anche per noi: gli lasciamo quindi lo spazio per presentare a modo suo la band capofila del sexy punk from Olona Valley, su cui io finirei per sbrodolare con aneddoti su aneddoti che manco Tsunetomo, come quella volta che il Tommy si mangiò il pollo (qualcuno capirà).

“Tra la fine degli anni Novanta e i primi del Duemila, pochi anni dopo lo tsunami pop punk californiano che travolse il mondo musicale e sconvolse le classifiche, l’Italia assistette al moltiplicarsi di etichette indipendenti e gruppi punk e ska.

Certamente, non era niente di paragonabile con il clamoroso fenomeno americano che vide il proliferare di band note ai più come Green Day, Offspring e Blink 182, e altre meno conosciute come Bad Religion, NOFX, Rancid o Pennywise.

Successe però che, anche in città di provincia come Pistoia, tra i banchi di scuola e nei gruppetti di alternativi, in mezzo a tanto, troppo prog rock e metal, si cominciasse a parlare di Derozer, Peter Punk e Moravagine.

Si prendeva il treno e si andava a Firenze, in un negozietto di dischi nel sottopasso della stazione di Santa Maria Novella (mi pare si chiamasse Super Records o qualcosa di simile), a comprare cd punk, a volte a caso, solo perché ci aveva colpito il nome della band o la copertina.

Fu così che acquistai Codice a sbarre delle Pornoriviste, gruppo di Varese. Mi piacque così tanto che presi anche Fino alla fine, ordinandolo per posta in una di quelle riviste (si chiamava Negative se non sbaglio), dove si trovava di tutto, cd, vhs, merchandising, gadget.

L’album, uscito nel novantanove con la Tube Records, a mio avviso è il migliore della band. Ha tutto ciò che ci si può aspettare dalle Pornoriviste e dal punk in generale. Semplice, diretto, veloce. E, soprattutto, in maniera del tutto elementare esprime concetti incredibilmente profondi.

La canzone che ho scelto è un chiaro esempio di tutto ciò. L’Ale vive nei boschi parla di qualcosa che è da sempre inscritto nelle nostre coscienze, ovvero la disperata brama di fuga dall’alienazione e l’insoddisfazione verso un’esistenza più serena e limpida.

Purtroppo, è sempre qualcun altro a farcela (in questo caso, appunto, l’Ale), mentre noi restiamo inspiegabilmente ancorati allo schifo che ci circonda.

L’Ale è uscita da un gioco di bugie e di infelicità, piglia il sole, agisce con calma e intanto io sono bloccato qua.

In pochi versi ecco sintetizzata la vita di tutti noi, o quasi.

Il finale del pezzo, merita l’eternità.

Come un cane malato ti ho sognato lontano da qua, poi ho sputato e ho chiuso gli anfibi con un tocco di attualità‘”.

Breve, sentito e ha già presentato da solo il proprio racconto. A me che resta da dire? Nulla, a parte consigliarvi di leggere questa vicenda intrisa di humor nero, che trovate come al solito subito dopo il brano che l’ha ispirata: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Prima e ultima volta, di Iacopo Innocenti

Banana morì perché voleva cambiare musica. Quando lo tirarono fuori dall’auto, aveva ancora il cd Fino alla fine delle Pornoriviste infilato nell’indice. Nessuno seppe mai se lo aveva appena tolto o stava per metterlo: se voleva chiudere con la roba che ascoltavamo da pischelli, o ne voleva ancora un gocciolino.

Penso spesso a lui, lo sto facendo anche adesso. Incredibile quante cose ti vengono in mente quando stai per schiattare.

Mi sento come la notte prima del rientro a scuola, quando non riuscivo a dormire e rimuginavo su tutto ciò che non ero riuscito a fare durante l’estate. Non ero andato al cinema all’aperto, non ci avevo provato con la tipa al mare, mi ero perso gli Shandon alla Festa dell’Unità. Mi attendeva un’era geologica di freddo, interrogazioni e ansia, e non ero stato in grado di godermi fino in fondo i tramonti di fine giugno, una partita in spiaggia subito dopo un acquazzone, una nottata sulle panchine del quartiere tra birrazze, cannette e stronzate.

Ora non posso che rimproverarmi la lite di ieri con Daria, sempre per lo stesso motivo, ovvero io che non prendo mai ferie a lavoro. Fino a pochi istanti fa ero convinto che non ci fosse verso di trovare un altro che potesse, per qualche giorno, scrivere al posto mio il progetto per il servizio di pulizia degli uffici del Comune di Vergate sul Membro: ora che per me sta per suonare l’ultima campanella dovranno per forza sostituirmi. La Bertoni non la prenderà bene, ha già la scrivania che trabocca di scartoffie e cose da fare.

Mi dispiace che l’ultima volta che ci siamo visti, con Daria, eravamo entrambi incazzati. Non avremo modo di rimediare, stare insieme un’altra volta, una sola, e dimenticare tutto. Mi dispiace aver sempre avuto paura di tante, troppe cose. Due in particolare: chiedere ed essere felice.

Mi dispiace morire soffocato da una caramella, ciucciata con troppa foga qui, nel disimpegno all’ingresso di casa.

Vivo solo, nessuno mi può aiutare. Ci fosse stata almeno Daria, avrebbe potuto fare qualcosa.

Ho smesso di fumare da tre mesi, di sicuro una Winston non poteva andarmi di traverso. Saranno contenti tutti quelli che mi hanno spinto a mollare catrame e nicotina per le pastiglie balsamiche: miele e zenzero letali, a trentanove anni.

Eppure l’oroscopo di stamani non era così male. Di certo non diceva che sarei morto, in quel caso avrei fatto più attenzione.

Chissà se piangeranno al funerale, chissà se si rivolgeranno a me accostando al mio nome epiteti tipo “il povero”, “buonanima”, “che Dio l’abbia in gloria”.

Non sento i miei da tre giorni, spero non ci restino troppo male.

In frigo c’è il peposo da scaldare, ho anche mezza bottiglia di vino da finire, sennò poi prende d’aceto.

Mi restano qualche capitolo di 1984 e tre puntate di Cobra Kai.

Come morte stupida, la mia batte di sicuro quella di Banana.

Giuro, è la prima e ultima volta che faccio qualcosa del genere.

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Ripulirsi il giusto: Small talk, il secondo disco dei Leatherette

Cosa fai quando stai registrando il tuo primo album e improvvisamente il mondo chiude i battenti? C’è chi lo prenderebbe come un segnale che forse dovresti fare altro nella vita, chi come il segnale che forse non è destino che quei brani siano ascoltati da qualcuno soprattutto se, una volta scongiurata la prima ipotesi e assodato che ci credi abbastanza per andare avanti, ti sei buttato a scrivere cose nuove e hai deciso di far uscire un Ep. I Leatherette scelsero una terza via (pur facendo uscire anche l’Ep summenzionato, Mixed waste): pubblicare quel primo disco, fotografare il momento anche se le idee sul cosa fare “da grandi” nel frattempo potevano anche essere cambiate. E meno male che lo hanno fatto, perché Fiesta un annetto fa fu una piacevolissima sorpresa: ondivago come solo le cose pianificate il minimo indispensabile riescono a essere, libero da vincoli e aperto tanto alle urla e alle abrasioni sonore quanto alle strizzatine d’occhio verso l’indie rock, l’esordio dei cinque ragazzi bolognesi mi aveva convinto appieno. Sul finire della recensione mi auguravo per il loro futuro che non finissero rinchiusi in una bolla, quella del post-punk in particolare perché qualcosa di quel genere ce l’avevano attaccato addosso, ed è un timore che ha attraversato anche la loro testa a leggere quanto dichiara il bassista Marco Jespersen sulla pagina Bandcamp del nuovo disco, Small talk, in uscita proprio oggi ancora per Bronson Recordings.

La prima impressione che ho avuto ascoltando Small talk è stata quella di un disco più omogeneo. Questo non significa che i Leatherette hanno smesso di andare dove gli pare, perché se ascolti in fila anche solo gli ultimi due singoli Fade away, sinuosa estensione del loro lato più intimo e contaminato dal jazz, e The ugliest, punk stile Clash sporco e immediato, viaggi già in due mondi differenti: sono però i suoni a sembrare più sotto controllo, meno liberi di esprimere tutto il caos che i cinque membri della band dimostrano ancora di avere dentro. Aprire il disco con il sax sghembo e le sfrisate di chitarra alternate a momenti di cassa e rullante dritto per dritto di Bureaucracy apocalypse è il modo migliore per dimostrare che tutto è cambiato ma nulla è cambiato, eppure man mano che avanzavo nell’ascolto la sensazione che i momenti di follia sonora fossero meno esplosivi mi si è impressa a forza nelle orecchie, nonostante le note in caduta decadente nel finale di Isolation, la sporcizia apparentemente disordinata, amplificata dal basso distorto, di Experimenting (un titolo che è già una dichiarazione d’intenti, confermata dalle parole sputate dalla voce di Michele Battaglioli), la carica convulsa di Spying on the garden: il momento in cui lo sbraco sa di vera e propria liberazione arriva solo con Monday, la traccia conclusiva, con la melodia vocale delle prima parte del brano che si trasforma in un affastellarsi di voci sempre più caotico man mano che si va incontro al finale.

“We have an unspoken rule when we fuse pop and experimental music, that we must not create a monster”, questo dichiara Battaglioli sempre su Bandcamp, ed è forse proprio questa regola a limitare le asperità in questo secondo episodio della carriera dei Leatherette, insieme a un mixaggio (opera di Chris Fullard, già al lavoro con gli Idles, mentre le registrazioni sono state coordinate da Andrea Cola e Bruno Dorella) che tende a creare un’amalgama sonora il più possibile compatta. Questo non significa però che Small talk sia un brutto album o, soprattutto, un album riuscito male, perché un conto è il gusto personale e un conto è il risultato oggettivo, soprattutto al netto delle aspirazioni di chi quel disco l’ha creato.

I Leatherette amano il pop quanto i suoni più duri e caotici, un connubio che li porta a stortare il verse-chorus-verse di nirvaniana memoria in tutte le maniere in cui è possibile farlo. Ronaldinho potrebbe correre fino in fondo sulla sua ritmica fra l’esotico e l’influenza (ancora) dei Clash, invece butta lì un intermezzo di sax e note sporche di chitarra che sa di sfregio; Fade away continua ad aggiungere elementi al suo jazzistico e fumoso incedere, tanto da illuminarla di luce nuova una volta giunti alla conclusione; persino il lato più festaiolo e spensierato di Ronaldo (almeno musicalmente, che il testo comunica tutt’altro: e che ci sia un voluto gioco di parole recitando “Oh MESSY life, MESSY life, I’m Cristiano Ronaldo”?) si apre a scenari più intimistici. Small talk è un album che parla, fra le altre cose, di crescita e di paure legate alla crescita (“I don’t wanna be free, cause I’m scared I wouldn’t wanna fly” canta Battaglioli in Spying on the garden), e una crescita di sicuro l’hanno compiuta i Leatherette, focalizzandosi su alcuni aspetti della propria musica e limando, cesellando, togliendo forse troppo ma aprendo anche a nuove soluzioni, come l’utilizzo del piano nell’intensa Lips. Non posso inoltre chiudere senza citare Ponytail, un percorso oscuro in cui la voce insolitamente cantilenante e dimessa di Battaglioli si mischia efficacemente a quella di Agnese Finelli (ospite anche in Lips, Fade away e, se le orecchie non mi ingannano, pure in Nightshift), donando ad un brano dall’andamento piuttosto lineare una marcia in più.

Non avendo mai visto dal vivo la band (cosa a cui spero di porre presto rimedio) non so dire se la decisione di registrare in presa diretta abbia impresso in Small talk la carica dei loro concerti, da cui in realtà mi aspetto qualcosa di più folle e meno controllato. Quel che posso dire è che più che un passo indietro o un passo avanti il nuovo disco dei Leatherette è un passo di lato, un momento di urgenza espressiva (arriva pur sempre ad un solo anno di distanza da Fiesta, pur tenendo conto della dichiarata presenza di altri brani già scritti all’uscita dell’esordio) che servirà ancora di più alla band per capire cosa gli piace, cosa non gli piace e quali etichette scrollarsi di dosso quando e se gliene verranno affibbiate altre: a noi restano dodici brani che li mostrano più consapevoli e ancora propensi a non farsi ingabbiare.

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Racconto in musica 153: Esc (Bruuno – Casper)

Come nasce un racconto di Tremila Battute? Potrei farvi mille esempi (va be’, facciamo una settantina) di come mi sono venute idee mentre guidavo, mentre parlavo con qualcuno, di come sono stato suggestionato da altre opere, ma sarebbe autoreferenziale e sta già diventando noioso. Facciamo un esempio specifico di racconto non mio allora, e di come è arrivato qui.

Il tutto comincia a Firenze, fra gli stand di Firenze RiVista. Qualche chiacchiera con gente che non conoscevo, molte con gente che già conoscevo e fra queste persone uno che con Tremila Battute ha già avuto a che fare. Si parla, si beve, si fa serata insieme e in un momento a caso fra tutte queste cose viene fuori che la persona in questione ha un racconto che potrebbe mandarmi. La lunghezza è giusta, perché no? Me lo leggo il giorno dopo in Piazza della Signoria (storia vera), e mi piace un sacco: ha ritmo, un inizio fulminante, dice il giusto e si tronca dove dovrebbe, senza aggiungere dettagli superflui. Ma non c’è ancora una musica ad accompagnarlo. Non dico che passo il sabato a pensarci, perché un collegamento mi viene in mente subito, ma poi ci ragiono sopra ancora nei giorni successivi e penso che forse c’è un’altra canzone con cui questo testo andrebbe a nozze. La propongo all’autore, lui accetta con entusiasmo l’associazione, si va in scena.

Non è sempre semplice così, ma con l’ultimo racconto di Stefano Tarquini è andata in questa maniera. Ad accompagnarlo, tutta la potenza dei Bruuno.

Stefano è collaboratore storico di Tremila Battute, uno dei primi ad aver pubblicato più di un racconto. Grazie a lui vi ho parlato dei La Quiete, de I Camillas e vi ho reintrodotto i Morso, poi un lungo periodo di silenzio in cui Stefano ha fatto un sacco di cose oltre a quelle che faceva già. Voce dei Palkoscenico al Neon da parecchi anni (qualcosa bolle in pentola da quelle parti), dal 2021 Stefano si diletta nello spoken word nei notevoli L’Amorte; conduce su Radio Kaos Italy insieme a Michele Piramide (ideatore e conduttore con lui anche del festival di poesia e letteratura Argini, la cui prima edizione si è svolta il 16 giugno 2023) il programma Read(y), un open mic in onda il mercoledì fra le 18 e le 19 che punta a “smuovere l’underground poetico e non solo”, e all’interno del gruppo Facebook Segnalazioni letterarie con Matteo Rusconi lo streaming di poesia italiana Sour Poetry; pubblicazioni poetiche online come se piovesse, in ordine sparso su Versolibero, Suite Italiana, L’Asterorosso, La seppia, Intermezzo Rivista, Di sesta e di settima grandezza, Scemo Magazine, La rosa in più, Transiti poetici, oltre ad aver contribuito alle edizioni 2021 e 2022 dell’agenda Scarceranda con le poesie Al contrario e Vivere (e vi ricordiamo, già che siamo in vena di completismo, la sua raccolta di poesie I giorni furiosi); e poi racconti, dappertutto, ad esempio su Birò, L’incendiario, Sulla quarta corda, Quaerere, Downtobaker, In fuga dalla bocciofila, Eisordi, Mirino, multiperso (anche nell’antologia cartacea), Senzadieci, Madre (sul numero 6), Fumo Magazine, La nuova carne, Super Tramps Club (pure qua, e anche sull’estensione cartacea Turchese: già che c’è ci collabora pure come editor della sezione poetica) e Topsy Cretts. Che faccio lascio? No, aggiungiamoci pure le sue due raccolte di racconti, Irrequiete Vol. 1 e Vol. 2, entrambe edite da Another Coffee Stories.

Ma ora passiamo ai Bruuno, formazione di Bassano Del Grappa nata nel 2015 sulle ceneri di altre band (Soft Moon, I Am Titor) che definisce sinteticamente sé stessa come “la conseguenza di un gesto impulsivo, un incastro di esperienze musicali diverse, unite per scuotere l’apatia del vivere quotidiano. Come il lato duro della gomma, che strappa il foglio ma non cancella lo scritto”. Di sicuro strappa le orecchie il loro Ep d’esordio Belva, uscito nel 2016 per la benemerita V4V Records (vi lascio il piacere di approfondire il modo in cui la band è entrata in contatto con Michele Montagano e la sua etichetta leggendo questa intervista), una bordata di sei brani che mischia post hardcore, noise e math rock cavandone fuori qualcosa di originale, virulento e incisivo. Tommaso Trippi (batteria), Nicola Rosson (basso e voce), Luigi Pianezzola (chitarra), Carlo Zulian (voce e tromba) e Filippo Tasca (chitarra) portano ben presto la stessa carica dal vivo, un muro di suono condito dallo show dei componenti che schizzano come molle per tutto il palco e anche oltre, come mi è capitato di vedere all’Arci Scuotivento di Monza nel gennaio 2019 fra Zulian che cantava sul bancone del bar e Rosson che si dimenava fra il pubblico: in quel periodo si era già modificata la formazione, con l’ingresso di Dado alla chitarra in luogo di Tasca, ed era già uscito il secondo Ep Deconcentrazione (2018), che sarebbe stato di lì a poco seguito da un terzo, Paura (2019). In questi nuovi parti creativi la band approfondisce il proprio suono, complica il complicabile affastellando le parole a mitraglia di Zulian alle ritmiche in continua mutazione degli altri membri, stordendo l* ascoltator*, confondendol* a volte ma senza mai lasciarl* indifferenti. Essendo legati alla composizione in sala prove tutti insieme la pandemia gioco forza li blocca, ma approfondendo altre passioni rimaste in standby (Zulian ad esempio dipinge, come emerge da questa intervista prima del loro live per Udinì Live Experience nell’estate 2021) i Bruuno tirano dritto e non si buttano giù, riemergendo musicalmente col recentissimo quarto Ep: Fosbury, pubblicato in digitale sempre con V4V, si compone di soli tre brani ma bastano e avanzano per veicolare tutta l’energia della band, rimasta inalterata ma diventata forse più diretta, il tutto condito dallo spettacolare video del singolo Rotto perfetto creato tramite l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Quando suonano dal vivo? Dove suonano dal vivo? Intanto qui, il 17 novembre al Bloom di Mezzago, ospiti ancora una volta di Tutto il nostro sangue, per altre date invece non vi resta che seguirli sul loro profilo Facebook.

“Me ne vado e basta”, urla attorniato da bordate di frequenze basse Zulian in Casper, la traccia che apre in grande stile il primo Ep Belva; “Sono venuto qui per uccidermi”, scrive Stefano nell’apertura del suo racconto Esc. Sul filo di questi diversi movimenti, uniti dalla stessa energia, si è sviluppata la decisione di unire racconto e musica: a voi constatare se il connubio è azzeccato, ascoltando la canzone e leggendo il racconto più in basso, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Esc, di Stefano Tarquini

Sono venuto qui per uccidermi. Sotto palazzi di vetro da cui s’intravedono scrivanie, controsoffitti alti che nascondono l’impianto di areazione, cavetterie di personal computer attorcigliate in bisce, stampanti da cui qualcuno fa uscire foto di famiglia.

Sono venuto qui per uccidermi. Sulla facciata esposta al sole il riflesso impazzito delle pale eoliche dà vita a uno scenario intermittente in cui tutto si muove e poi si ferma, si muove di nuovo poi ancora si ferma, in cui tutto è buio di luce e luce nel buio.

Sono venuto qui per uccidermi. Un attimo diventa un secondo, poi un minuto e un’ora, il tempo spicciolo degli uomini sembra spesso sabbia, chiusa in un codice binario riprodotto sempre uguale, resta impresso anche ai distratti e dà poco spazio all’immaginazione.

Si alza il vento, più forte che può scuote le guglie alle querce e ciba il suolo sottostante di foglie morte e pezzi di corteccia, la tangenziale al lato strilla di traffico e autobus a lunga percorrenza. Insieme ai rumori dei clacson, le picchiate dei gabbiani a stomaco vuoto e le lumache che risalgono ringhiere, una cosa sola disciplina i miei pensieri: io sono venuto qui per uccidermi.

Giusto il tempo di scrivere una lettera di addio a mia madre, una a mia figlia e bruciare due sacchi neri pieni di vestiti che mi vanno troppo larghi. Per morire ne ho scelto uno che non indossavo da tempo, una maglia nera con impressa una frase composta da una donna che non sono riuscito ad amare: “In questa chat non si parla mai”.

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Racconto in musica 152: Splendore (Faustus – Cenerentola)

Quest’estate sono stato in Giappone. Non lo dico per farvi provare invidia (ok, ora che l’ho scritto mi rendo conto che io al posto vostro sarei invidioso, ma magari voi amate il Giappone meno di quanto ho imparato ad amarlo io dopo questo viaggio. Non sto migliorando la situazione, vero? Neanche se dico che era agosto e faceva un caldo fottuto?), ma perché, come ogni introduzione arzigogolata che ho imparato a fare col tempo (e dire che scriveva cose così corte all’inizio…), questa informazione è propedeutica a ciò che verrà dopo. Non vi starò a raccontare quanto è bello, quante cose fighe ho visto, quante cose matte ho visto, ma mi concentrerò sul fronte musicale. Tipo: come artisti di strada ho beccato una ragazza che faceva beatbox nel pieno centro di Osaka che era incredibile, mentre a Kyoto ho beccato uno con quello che penso fosse uno shamisen che sarei rimasto ad ascoltare ore (questa informazione potrebbe essere un po’ esagerata per motivi di spettacolo). Tipo: in quasi tutti i ristoranti c’è musica jazz, e io mi chiedevo ogni volta “Ryuichi Sakamoto avrebbe approvato questa playlist?” Tipo: sono andato al karaoke con la mia compagna, prima in un baretto di Osaka dove mi sono esibito in una pessima interpretazione di Spoonman dei Soundgarden, poi nella saletta privata di una grossa catena in cui abbiamo scoperto che il video di Time is running out dei Muse (non abbiamo avuto molta fantasia nelle scelte) è girato in Italia, segue la vicenda di uno che scappa da dei cani e da gente che litiga per strada ed è impossibile da guardare senza morire dalle risate (il che ha inficiato la nostra performance canora). Tipo: camminando in un parco di Tokyo ci siamo imbattuti in una due giorni di festa di nonricordoqualequartiere (mi pare fosse Harajuku) in cui enormi gruppi di ballerini in costumi tipici si sfidavano su musiche perlopiù tamarre, aizzati da membr* del gruppo che al microfono accompagnavano la performance in maniera simile ai capi ultrà delle tifoserie allo stadio. Tipo: ho scoperto che la canzone che sentivamo ovunque (pure nei reel che vedevamo dall’Italia per scovare posti da vedere) è tratta dall’anime Oshi no ko – My star, che sotto una patina kawaii è in realtà una feroce critica del sistema dell* Idol in Giappone, un mondo di cui vediamo solo il lato pucciettoso con ragazze e ragazzi che cantano e ballano e che nasconde invece, come emerso ultimamente, sfruttamento emotivo, salariale e anche peggio (sullo stesso tema mi sento di consigliare anche Perfect blue del compianto Satoshi Kon). Tipo (e ora arriviamo finalmente al punto): volevo vedere un concerto in Giappone, qualcosa di piccolo che soddisfacesse i miei gusti storti, e dopo aver fatto ricerche su google e aver scandagliato le bacheche Facebook dei gruppi che conosco che hanno fatto tour in Giappone (ad esempio i Valerian Swing) ho trovato un locale dove suonavano quattro gruppi di domenica pomeriggio. Alle 15. Solo che ho scoperto poi che il concerto non era nel locale, sito al quarto piano dell’edificio in cui ci siamo introdotti temendo di entrare in casa di qualcuno, ma nella sala prove sita due piani più in basso. Quattro concerti, un paio di lattine di Highball per carburare, e dopo aver raccontato la barzelletta dell’italiano che va in Belgio per vedere un gruppo gallese ora posso raccontare quella dell* italian* che vanno in Giappone per vedere un gruppo thailandese, perché noi eravamo lì principalmente per i Faustus.

L’ostacolo linguistico che limita (comprensibilmente, provateci voi a imparare una lingua orientale) per la maggior parte dei giapponesi l’uso fluido dell’inglese, io l’ho provato al contrario cercando informazioni sui gruppi che suonavano in quella… pomeriggiata?… al Rinky Dink Studio di Shimokitazawa (un quartiere che avrei voluto approfondire di più). Ai Faustus ci sono infatti arrivato perché sono l’unica band di cui ho trovato in maniera relativamente semplice qualcosa da ascoltare, e quel qualcosa era math-rock fatto in maniera egregia: grande impatto, suoni ben calibrati, follia quanto basta ma senza diventare onanistici. Sulla storia musicale di Mo (chitarra), Van (basso) e Ginn (batteria, con cui ho fatto qualche piacevole chiacchiera limitata in quel caso dal MIO pessimo inglese) ho poco da dire proprio per il limite linguistico di cui sopra: si formano nel 2018 a Bangkok, uniscono influenze trasversali fra math-rock, post-hardcore, jazz e musica classica, escono già nel 2019 con un sette pollici contenente due brani per poi arrivare al primo LP l’anno dopo. A collection of tonal and aural movements constituting a creation of which persons can derive pleasure and amusement, uscito per Parabolica Records (etichetta nipponica piuttosto trasversale che sul proprio sito definisce il loro suono “nitido come una spada giapponese ben affilata”), resta a tutt’oggi l’ultima loro uscita discografica, e si compone di undici brani in cui la velocità di esecuzione e l’abilità tecnica si sposano con un gusto per la drammaticità e la tensione, tutte caratteristiche che sono riusciti a portare dal vivo in quella domenica pomeriggio in cui io e la mia compagna ce li siamo potuti godere dopo i live dei Sonic Shapes (band che li ha portati per la quinta volta in Giappone, coinvolgenti ma non imprescindibili nel loro crossover datato), dell* Onepercentres (indie-rock con un gran tiro che ti fa venir voglia di tornare adolescente) e prima dei The Shuwa (altro indie-rock più virato al pop e che, onestamente, mi ha rotto il cazzo dopo due canzoni). Unic* gaijin al concerto, ritornati in Italia abbiamo avuto la sorpresa di scoprire che da quel live è stato tratto un video, per cui se siete curiosi di scoprire la faccia che sta dietro a Tremila Battute (che in realtà potete trovare comodamente anche sul blog stesso) guardatevi questo video e cercate quello con la maglietta dei clamorosi Rope.

Cenerentola è il secondo brano del loro disco, un brano che fra accelerate e rallentamenti sarebbe la colonna sonora ideale di una versione dark e senza lieto fine della favola (che poi, fra mutilazioni e angeli sterminatori, non è che le prime versioni fossero meno dark): io invece ho preso spunto dalla storia narrata dalla Disney per il mio racconto, cercando di mettermi nei panni… della scarpetta di cristallo, quella persa sulla scalinata. Voi lo sapete che fine fa quella scarpetta? Perché io non lo sapevo (la mia infanzia non ha previsto la visione dei grandi classici Disney, ma non è stata triste per questo), e se anche voi lo ignorate/non lo ricordate andate a leggervi il racconto subito dopo aver ascoltato (o perché no, mentre ascoltate, che ho cercato di modulare la storia sull’andamento della musica) il brano da cui è ispirato: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Splendore

In principio è frenesia di preparativi, la corsa precipitosa, l’attesa in un ritmico battere sul pavimento della carrozza. Nervosismo misto ad aspettative pronte ad essere deluse, non per colpa sua, non certo per colpa sua. Dal basso splende e alimenta la speranza di una serata diversa, di una vita diversa.

Poi l’arrivo a palazzo, la discesa elegante sull’erba del giardino, il passo sicuro verso la scalinata. Morbido il piede si adatta alla postura inarcata che lei impone, per creare avvenenza laddove c’era solo timidezza, per alimentare una passione di cui sentirsi all’altezza. Il cristallo non è materiale fatto per la danza, alla feste presenzia per avvicinare liquidi altolocati alle labbra: ma lei è l’eccezione, volteggia con la sua gemella e lascia che le labbra si schiudano ad ammirarle, si aprano per incoraggiarle, si avvicinino per baciare colei che ha il privilegio di indossarle.

Ma il tempo scorre veloce, troppo veloce, lancette che battono e scandiscono il ritmo di una fuga scomposta, lontana dall’eleganza che le è consona. A quel rozzo agitarsi cui la sua gemella si adegua lei decide di ribellarsi, abbandona il piede sulla scalinata del suo ingresso trionfale e resta lì, monito di una bellezza che non deve scomparire.

Passano i secondi, i minuti, l’attesa di un destino di grandezza. Viene accolta da mani che bramano la carne che essa prima conteneva, la figura a cui ha donato leggiadria. Quelle stesse mani la portano in trionfo, la rendono emblema di felicità. Chi saprà calzarla avrà gioia e ricchezza, chi sarà degna d’indossarla avrà fama e fortuna. La scarpa di cristallo risplende negli occhi delle donne del regno, ma solo ad un piede può adattarsi.

E dopo lunga ricerca, dopo mille e più estremità troppo grandi, troppo piccole, troppo goffe e rozze per lei ecco che ritrova il piede giusto, ecco il momento solenne in cui assurgerà a motore degli eventi. Ma il cristallo è troppo affine allo sfarzo per non attirare su di sé la gelosia, mani avide e non un piede onesto ne diventano padrone per pochi attimi, quelli necessari a dimostrare la fragilità della bellezza contro un pavimento di pietra.

Non è una storia cui manchi il lieto fine questa, ma non è il suo. Ecco la gemella meno ambiziosa farsi avanti, attirare a sé tutti gli sguardi, calzare precisa su un piede che doveva essere oscurato dalla storia. Cala invece il buio su di lei, ora solo un mucchio di frammenti splendenti che qualcuno, fra la plebaglia disposta a rovistare nel pattume, forse reclamerà.

Ora, dopo la gloria, è una ramazza a decretarne l’uscita di scena.

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Racconto in musica 151: Taglia luce (Gilla Band – Baloo)

Sul lavoro durante le ore mattutine sono solito ascoltare una radio che si vanta del fatto che “comincia tutto lì”. La musica che passano non rientra al 90% nei miei canoni (stima molto generosa), ma sul lavoro ho bisogno di gente che parla e mi tenga sveglio (il mio lavoro è spesso ripetitivo) e la radio in questione tende a privilegiare, almeno fra dieci e le dodici, le chiacchiere ai brani musicali. Ok, ascolto Deejay Chiama Italia, e mi piace nonostante sia spesso in disaccordo con quello che pensano Linus e Nicola Savino. Mi dà soprattutto fastidio, e lo so che sono un cagacazzo, quel vantarsi che “comincia tutto lì”: da un paio di settimane ad esempio passa un nuovo brano di Birthh, che avevamo omaggiato di un racconto qui, e al di là della gioia di vedere un’artista che ho seguito fin dal primo disco passare su una radio a diffusione nazionale ammetto di temere il momento in cui i due speaker si attesteranno la scoperta (che non è neanche nostra, sia ben chiaro: i complimenti vanno fatti all’etichetta We were never being boring). Lo temo perché l’ho visto già fare, proprio in questi ultimi mesi, vantandosi di aver passato prima di tutti gli altri il brano Mercy di The Blessed Madonna. Davvero? Vantarsi di aver passato nel 2023 il brano di una dj che fa musica dalla fine degli anni 90? Eh sì, comincia proprio tutto lì.

Ma perché mi sono ficcato in sta diatriba? Perché The Blessed Madonna non è il primo moniker adottato da Marea Stamper, che prima si faceva chiamare The Black Madonna e ha deciso di modificarlo per rispetto verso parte della comunità nera che trovava offensivo il fatto che una donna bianca adottasse quel nome. Questo dettaglio la accomuna alla band di questa settimana, la Gilla Band, che per “evitare di propagandare una cultura di non inclusività” ha deciso che l’iniziale Girl Band si adattasse male a un gruppo composto da quattro uomini: mentre voi ragionate sulla scelta (magari evitando il “non si può più dire niente”, ricordatevi che lo affermano anche Pio e Amedeo: piuttosto è interessante questo punto di vista che chiama in causa anche Steve Albini) io passo a presentarvi Lorenzo Santangeli, che ci ha donato il suo racconto.

Sarebbe meglio dire ripresentarvi, perché Lorenzo è già stato ospite di queste schermate poco meno di un anno fa. Giramondo che ha abitato a Vienna, Dortmund, Lione, Kyoto (avendo da poco visitato il Giappone quanto lo invidio per questo) e a Londra, da poco è ritornato in Italia e precisamente a Roma: non ha smesso invece di scrivere, soprattutto racconti che gli sono stati pubblicati da Sulla quarta corda, Sigari e Playboy.com, mentre il testo in inglese On a sad disease è finito nella short list del Bath Flash Fiction Award. Lui forse non lo sa, ma c’è un romanzo Harmony che lo vede protagonista: se volete aiutarlo a diventare un playboy milionario come il personaggio principale andate a comprare tutti il suo di libro, Kernel, edito dalle edizioni Ensemble, se invece volete solo renderlo felice andate a curiosare su questo profilo Anobii.

Come già capitato per Eiko Ishibashi anche in questo caso Lorenzo si è preso la briga di introdurre la band, per cui faccio silenzio e gli lascio la parola.

“La Girl/Gilla Band, da leggere con la g dura, è un gruppo di quattro irlandesi, Dara Kiely alla voce, Adam Faulkner alla batteria, Alan Duggan alla chitarra elettrica e Daniel Fox al basso. Nel 2012 fanno uscire il loro primo Ep e nel 2014 si fanno notare con la canzone Lawman. Il disco d’esordio, dal titolo Holding Hands With Jamie, è uscito nel 2015, a cui è seguito un periodo di circa quattro anni di silenzio causato più o meno completamente da problemi personali del cantante. C’era già chi credeva che il gruppo fosse estinto, ma nel 2019 sono tornati con The Talkies e durante la pandemia hanno scritto e registrato Most Normal, il loro ultimo lavoro uscito nel 2022.

I pregi di questo gruppo sono molteplici. Prima di tutto, la loro musica ha stile. La formazione sulla carta è quella trita e ritrita di qualsiasi vecchio gruppo rock, ma quasi niente nei loro dischi ha un suono prevedibile. Chitarra e basso sono rielaborati come fossero due sintetizzatori da suonare a corde e plettro. In un’intervista a Sound on Sound, il bassista parla dell’influenza subita dalle chitarre in DI della prima St. Vincent. Le corde suonate vengono sparate direttamente in registrazione e poi rilavorate in circolo, buttate fuori da amplificatori, filtrate attraverso pedaliere selvagge, il segnale originale si perde nella trasformazione e un pensiero viene alla mente: che questi strumenti sono stati inventati per far uscire proprio quei suoni. La parti dei due strumenti talvolta si intrecciano in intelaiature di rumori, con tecniche di contrappunto o parti più orecchiabili. Nel pezzo d’apertura dell’esordio, Umbongo, già si trova tutto questo. Il chitarrista gioca con un motivetto semplicissimo, pizzicato su uno degli ultimi tasti della chitarra. Quel motivetto diventa linea guida per basso e batteria, che dopo una breve pausa ne seguono il pattern e lo trasformano. Sotto la voce spezzata di Dara Kiley rimane la batteria, fino a quando il basso in levare non preannuncia il ritorno furioso della materia sonora, che è stellare o anzi è una stella deflagrante nell’appartamento male insonorizzato dei vicini (introversi).

Il vicino introverso è indubbiamente il cantante Dara Kiley. Il suo canto è un taglio ritmico piuttosto che una melodia. Si muove tra il lamento rabbioso e il baritono drogato, ogni tanto falsetti (pochi), ogni tanto parlato. Il suo modo di attaccare il tempo determina il successo, ma anche la capacità di uscire dalla ripetizione un attimo prima che quella diventi davvero ripetitiva. Col passare dei dischi l’effetto ipnotico si è arricchito, in inglese si direbbe enhanced, con la post-produzione che esaspera questo approccio, capitalizza sulla ripetizione di frammenti, strania l’ascoltatore effettando parole e sintagmi, aumenta il sexy e l’oscuro, l’indifeso e l’urlo, il surreale sofferto in embrione. Il risultato è una voce che è in tutto e per tutto un altro strumento, ma che non perde mai la sua centralità nel dare volto alle canzoni.

Infine c’è la batteria, il vero motore di questo progetto. Adam Faulkner è letteralmente il cuore di questo organismo nervoso. Il suo battito è marziale e ballabile, la danza tribale comincia e finisce con lui. Nei tre dischi usciti finora la batteria è sempre un affare molto fisico e disciplinato e che finisce per suonare come il metronomo di un villaggio appena bombardato nella notte da cui tutti gli abitanti fuggono in preda al panico mentre lui tiene a bada le fiamme. Per l’amante del genere, la tag da cercare è probabilmente noise-rock, ma per andarli a vedere a Londra bisogna comprare il biglietto di una discoteca. Il mix di tecno, industrial, punk, new wave, dance avviene, come per gli effetti, giocando, anche qui provando a rifare quella o quell’altra particolare cosa sentita di sfuggita e, come dice sempre il bassista del gruppo, fallendo, dando così risultati nuovi e più in linea con i gusti del gruppo. L’abrasione è innegabile e inevitabilmente distanzia, ma per chi non ha paura la folgore è garantita.

Un’ultima nota sui testi, che sono ironici, sporchi, luridi e romantici, ci sono incomprensioni, pere banane e nutella, amori e disagi, a leggerli si capisce bene che le note e le frasi di Dara Kiley sono il risultato di come vede le cose. Anche le sensibilità quotidiane passano sotto il trattamento degli effetti, quelli dello strumento linguistico, uno dei sistemi più portentosi. Non sono testi eruditi, estratti da mille letture, ma è il nudo e crudo, come un’acqua di sorgente, il sangue di una ferita rimediata con un incidente goffo e spaventoso, personalissimo e che molti inseriscono nella triste cornice dei problemi mentali. Soluzioni a basso costo per la soluzione di testi che sono il perfetto compagno alla musica, commedia adolescenziale nera e surreale in prosodia. Sarebbe facile riportare qualche frase, meglio andare a leggersi i testi completi, per esempio Baloo, presa dall’esordio del 2015, con cui si balla mentre la gatta si muove nel giardino dei vicini alla ricerca del posto giusto dove lasciare una traccia.”

Baloo è la terza traccia di Holding hands with Jamie, una canzone che ondeggia fra momenti tarantolati in cui Kiely dà libero sfogo alla propria voglia di rovinarsi le corde vocali e altri in cui mormora nei più classici momenti di calma prima della tempesta. Lorenzo ha abbinato a questa canzone un racconto che sa di Bolaño, sarà per l’ambientazione calcistica che mi ricorda Buba (da Puttane assassine), sarà per quel modo di includere l’irreale nella realtà che caratterizzava anche il precedente testo che ci ha mandato, sarà anche perché ho appena finito di leggere Chiamate telefoniche dell’autore cileno. Se volete confermare o dissentire da questa opinione non vi resta che andare a leggervi la parabola (discendente? Ascendente?) di Ciro Grotto, che trovate come al solito dopo il brano che l’ha ispirato: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Taglia luce, di Lorenzo Santangeli

Al ‘34 del primo tempo, durante un contrattacco degli ospiti, Ciro Grotto fa la diagonale per marcare il trequartista della squadra avversaria; siamo tutti certi che lo fermerà, ma quello lo inganna con un velo, tagliandolo di fatto dall’azione che porterà la sua squadra in vantaggio. Mentre gli altri si ricompongono Grotto, “l’invincibile Grotto”, in un’immagine ormai famosissima e altrettanto amara alza il braccio al cielo e chiede il cambio. Io sono in panchina, l’allenatore mi chiama e mi urla -Fedora, alzati che tocca a te -. Quando Grotto arriva a bordocampo gli chiedono cosa è successo, dove ha sentito dolore, ma lui dice soltanto – Un piano di luce, è incredibile, è incredibile –, e lo dice in brasiliano, la lingua dei suoi nonni, con le lacrime agli occhi. La conferenza del giorno dopo è storia nota, il ritiro dal calcio di Ciro Grotto a soli 27 anni è uno dei racconti più riciclati dal giornalismo sportivo. Due mesi dopo parte per Rio de Janeiro e presto nessuno, neanche la moglie, ne sa più niente.

In molti si sono chiesti cosa accadde: qualcuno parlò di depressione, altri di una patologia cardiaca rarissima. Un grandissimo allenatore, Nico Leiva, scartate queste soluzioni a basso costo parlò invece di quel velo con cui Grotto era stato neutralizzato al ‘34. – Ci sono circostanze in cui la realtà mostra la sua finzione, può accadere con ogni gesto. Movimenti in armonia con l’universo, intersezioni di piani fondamentali, collassi estatici che rivelano l’assurdo e risvegliano dall’allucinazione -, disse, minando per sempre la propria credibilità persino ai miei occhi pieni di stima. Questo fino a settimana scorsa, quando ho incontrato Grotto qui a Roma.

Stava seduto su un palco insieme a un gruppo di ragazzi. Nessuno l’avrebbe riconosciuto, grasso, strabordante, pochi capelli in testa, gli occhiali da sole. Ho capito che era lui non appena ha aperto bocca. Parlava di stile, di colori. Parlava di aironi fermi sulla superficie del lago. Di una donna nuda che esce dalla vasca da bagno. Di uno squarcio nel mondo, una parete di luce viola e arancione da cui irradia un suono tiepido e assordante. Non ci ho capito niente, ma appena si è ritirato l’ho visto camminare via dal gruppo e l’ho inseguito. L’ho raggiunto di fronte a un palazzo dove sostava come sovrappensiero, gli ho parlato e lui con grande sorpresa mi ha riconosciuto. Mi ha chiesto come stavo, come era andata la mia carriera. Puzzava di alcool da ubriacarmi, ma era lucidissimo. Abbiamo parlato presto di quello che accadde durante la partita. Cosa aveva fatto tutti questi anni? – Ho urlato -, ha detto.

Ci ha raggiunti una ragazza, bella da mozzare il fiato, sguardo omicida – Corta Luz -, si è presentata. -Lui come noi? -, ha chiesto. – No no- , ha risposto Grotto, – parlagliene se vuoi -. Ascoltandola rivedevo le immagini del cambio, quelle lacrime da miracolato. Non avrei mai capito, pensavo, ma di una cosa ero certo: avrebbero annientato pure me.

Li ho lasciati soli, non se ne sono neanche accorti.

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Fair play = fair movie, ovvero un film sulla disparità di genere libero dagli stereotipi

Esiste un mondo in cui i contenuti originali di Netflix sono tutti del calibro di Roma di Alfonso Cuarón o The irishman di Martin Scorsese, ma non è questo. Non voglio strapparmi le vesti in nome del cinema d’autore, io i due film appena menzionati non li ho onestamente visti, ma sarebbe sicuramente preferibile un mondo come quello rispetto a uno dove La casa di carta è l’apice della produzione della grande N (metteteci pure Stranger things come alternativa) e molto del resto naviga in un mare di mediocrità ancora peggiore (non sono un grande fan de La casa di carta). Quando esce un film o una serie originale Netflix sono ormai portato a pensare, e non penso di essere l’unico, “quanto sarà sciatto/banale/scritto col pilota automatico? Più o meno di Spiderhead?”, e la risposta di solito è “di più o uguale”. Se poi i contenuti in questione vogliono affrontare qualche tematica sociale il rischio “lezione morale svogliata” aumenta a dismisura: immaginate Barbie (che per inciso mi è piaciuto) composto solo dallo spiegone anti-patriarcato prolungato per due ore, l’effetto rischia di essere quello. Quando la mia compagna mi ha proposto di vedere Fair play, film Netflix su una coppia in cui i legami di potere sono ribaltati pur in un’ambiente a livello di testosterone altissimo, il campanello di allarme è scattato a tutto volume: allo stesso tempo però abbiamo entramb* pensato che avremmo avuto qualcosa di cui (s)parlare, perciò ci siamo buttat* senza rete incrociando le dita.

Fino a qui tutto male

Emily (Phoebe Dynevor) e Luke (Alden Ehrenreich) sono giovani, carini e ben occupati. Non vivono ancora in una villa con giardino, anzi il loro appartamento è nella media e non nella zona più lussuosa della città, ma lavorano entrambi per un fondo fiduciario e le opportunità di crescita e guadagno sono alte, soprattutto contando che gira voce che a un loro superiore sta per essere dato il benservito. Neanche il tempo di dirlo e voilà, con tipico sfogo distruttivo di chi ha dato tutto per l’azienda e ne riceve un calcio nel culo il superiore saluta i colleghi (usare l’asterisco per la sola Emily vi darebbe la falsa impressione che ci siano altre donne nell’azienda), e le voci che iniziano a girare sono sul sostituto: che possa essere Luke? La coppia fantastica sull’avvenire, ma rigorosamente lontano dall’ufficio, perché le regole aziendali vietano i rapporti interpersonali fra dipendenti: un bel problema contando che Luke ha dato ad Emily l’anello di fidanzamento e la mamma di lei non vede l’ora di dirlo a tutto il mondo, ma niente di insormontabile finché ci si ama e si fa fronte comune. O fino a quando non è Emily a essere promossa.

“Mi prendi per il culo?”

Che il lento logorio del rapporto di coppia sia il fulcro del film è chiaro già solo guardando il trailer, ma una produzione stanca e svogliata avrebbe mostrato tutto ciò che ci aspettiamo da un contesto in cui anche i muri urlano W IL PATRIARCATO e niente di più. Chloe Domont, regista e sceneggiatrice al suo esordio cinematografico dopo aver lavorato a svariate serie tv, riesce invece a lavorare di sottigliezze, sfumature di grigio (non le cinquanta che potete aspettarvi, anche se in giro vedo articoli che evidenziano il lato erotico della pellicola che sì, c’è, ma non è affatto preponderante) che rendono più credibili le vicende. L’insoddisfazione di Luke assume così i contorni, a seconda del momento, dell’invidia, della gelosia, della violenza e della megalomania, il tutto malamente trattenuto a esaltare le sue mancanze tanto di fidanzato quanto di maschio alpha; Emily non è la classica eroina in pericolo, nell’ambiente che si è scelta ci sguazza con maestria e solo qualche timido dubbio di non essere all’altezza (alimentato dai pessimi consigli di Luke), mostrando più volte comportamenti che fanno apparire lei come l’alpha della coppia e che risultano altrettanto discutibili; persino l’ufficio, un luogo dove quando appare un’altra dipendente mi sono ritrovato a esclamare “oh, ora c’è un team tutto al femminile” (prontamente redarguito dalla mia compagna), contiene dosi altissime di mascolinità tossica ma un’inaspettata equità di giudizio (se si esclude che nessun uomo verrebbe apostrofato per un errore enorme con la frase “brutta troia imbecille”), passando al tritacarne del capitalismo chiunque senza distinzioni di genere.

“Come mi hai appena chiamata?”

Se il film funziona, oltre che per l’abilità nell’evitare quasi tutti i cliché, è anche per le interpretazioni. Un cast trainato dalla protagonista di Bridgerton e da colui che ha sconfitto Cocainorso (ok, ha fatto anche tante altre cose il povero Ehrenreich, ma in che altro modo potevo citare una pellicola su un orso strafatto di cocaina?) non dava gradi speranze, invece Dynevor e Ehrenreich funzionano bene, hanno una buona alchimia quando si amano e ne hanno una ancora migliore quando si detestano. Ad accompagnare il loro campionario di rivalse e crudeltà gratuite c’è un gruppo di colleghi splendidamente detestabile, dal capoclan Campbell interpretato da Eddie Marsan (uno che ho scoperto con quel gioiellino di delicatezza che risponde al nome di Still life e che invece si dimostra perfetto nel ruolo di cattivo, come dimostrato anche dalla serie Ragazze elettriche) al giovincello rampante interpretato da Sebastian De Souza, il cui sorrisetto beffardo perennemente stampato in volto ti fa venire voglia di entrare nello schermo per prenderlo a schiaffi (ma anche questa è mascolinità tossica). Mentre la trama si dipana verso un finale meno scontato del previsto (che non è quello scritto in questo articolo, pubblicato da qualcun* che ha guardato il film con mezzo occhio SE l’ha guardato) la tensione rimane alta, con la possibilità che la relazione con Luke possa venire allo scoperto a pendere come una spada di Damocle sulla testa già abbastanza piena di pensieri di Emily: in tutto questo Domont può permettersi pure di buttare lì la classica pistola checoviana (sotto forma di assegno) senza sentire la necessità di farla sparare.

“Come posso essere ancora più stronzo nel prossimo film?”

Per quanto abbia evidenziato più in alto che il lato erotico di Fair play è tutt’altro che preponderante, quel lato c’è e si sente: Domont cerca e trova il modo di spogliare Dynevor spesso e volentieri (senza però mai far vedere troppo), ma le scene di sesso finiscono per portare avanti la narrazione efficacemente invece di risultare semplici momenti pruriginosi obbligati. In questi momenti la regista riesce a mostrare il desiderio sessuale in maniera non stereotipata, sia dal lato maschile che da quello femminile, ma il sesso in sé è filmato con il solito immaginario da film porno: il corpo di Emily reagisce agli stimoli secondo i dettami del male gaze, pronto all’uso immediatamente in qualsiasi situazione, e per quanto voglia evitare l’errore di definirmi esperto di ciclo mestruale (da maschio bianco va da sé che non me lo posso permettere) l’aver partecipato alla presentazione del libro Questo è il ciclo di Anna Buzzoni mi rende poco credibile una donna che non si accorge dell’arrivo delle mestruazioni, ritrovandosi inconsapevolmente nel pieno di quello che la protagonista di Crazy ex girlfriend chiamerebbe “period sex” (anche se va applaudito il coraggio di inserire questa scena subito all’inizio). Assieme alla censura del pene (cui ho dedicato questo articolo) è un altro dei modi di rappresentare il sesso che andrebbe superato, ma anche al netto di questi difetti Fair play resta non certo un capolavoro, ma un ottimo film che riesce a sviluppare le premesse in maniera credibile e con dei buoni lampi d’inventiva.

Netflix sta migliorando la qualità dei suoi prodotti originali quindi? Vorrei tanto dirvi di sì, ma dopo aver iniziato a scrivere questo articolo ho scoperto che in realtà il film era stato presentato al Sundance a gennaio e solo in un secondo momento la grande N ne ha acquisito i diritti di distribuzione: accontentiamoci del fatto che se non altro i dirigenti questa volta hanno scommesso sul cavallo giusto, e perdonatemi se potete per lo sfogo iniziale che, a conti fatti, risulta totalmente ingiustificato. O no?

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Racconto in musica 150: Luce opaca (Tommaso Tanzini – Attorno al fuoco)

Volevo iniziare questo articolo parlando delle band che si sciolgono, di dove finiscono l* componenti una volta che termina il loro percorso perché, fortunat* mortali che ascoltano gruppi strafamosi che magari lasciano una traccia del loro percorso a parte, se sei appassionato della musica di una misconosciuta band della Val Brembana (zona scelta a caso) e quest* smettono di fare musica ci sono ottime probabilità che non ne sentirai mai più parlare. Poi certo, capitano casi come i Drink To Me da cui esce un certo Cosmo, o come i Criminal Jokers, band che non ho onestamente mai ascoltato ma che è diventata un nome famigliare dopo il disco d’esordio di Motta, ma quante volte capita? E quante volte capita, cosa ancora più rara, che da una band continuino a fare musica più componenti, riuscendo a portarla all’attenzione di un pubblico maggiore di quello di un oratorio di Bergamo (questo è successo a me)? Rarissimo, ma approfondendo la storia di Tommaso Tanzini (che, come avrete intuito se siete habitué di questo blog, o anche solo se avete letto il titolo in alto che io faccio tanto il misterioso anche se è totalmente inutile, è l’ispiratore del racconto della settimana), fondatore dei Criminal Jokers quando ancora erano una band busker, ho scoperto un sacco di connessioni inaspettate con concerti a cui sono stato e band su cui ho pensato di scrivere… e alla fine questa introduzione è diventata effettivamente una riflessione sulle band che si sciolgono e su dove finiscono l* membr* quando capita.

Ma partiamo dalle basi, ovvero presentarvi Lorenzo Del Corso, che ha scritto il racconto che trovate più in basso e ha pensato di donarlo alla causa della musica bella che fa la fame (ma a volte meno). Nato a Pisa nel 1994, la passione giovanile per l’economia e l’informatica lo portano nel 2020 a diventare… professore di italiano (qualcosa dev’essere andato storto, come ammette lui stesso). Di certo anche quella per la lingua e la letteratura è una passione, altrimenti non avrebbe pubblicato su tante riviste come Rivista Blam, Il mondo o niente, Malgrado le mosche, birò, Clean (che ha appena ripreso vita, mandatele dei racconti!), Lettera zero, Bomarscé e L’appeso, mentre prossimamente lo troverete sulle pagine (o schermate) di L’equivoco, Limen pastiche e Quaerere. Ha anche frequentato la poesia, partecipando alla raccolta #ManifestAmi di Dazebao e pubblicandone una sua con l’editore Aletti, Dannato vivere (2014): dal 2019 è membro del collettivo di scrittura Lo scisma, di cui vi consiglio di andare a visitare il sito a questo link.

Anche Tanzini è pisano, e la sua carriera di musicista è piena di svolte almeno quanto quella di chi finisce a insegnare italiano dopo essersi appassionato a economia e informatica. Classe 1986, inizia a suonare la chitarra da autodidatta ma, a differenza di me che ho continuato così (migliorando ben poco), lui si specializza all’Accademia musicale Lizard di Fiesole, nello stesso periodo in cui fonda con Francesco Motta e Simone Bettin i già stranominati Criminal Jokers che, chissà per quale motivo, non includono il suo nome fra l* membr* nella pagina wikipedia della band. Forse preconizzando questo pasticciaccio brutto (tanto per citare un libro che non ho letto) Tanzini lascia la band e anche l’accademia, dedicandosi alla sua musica e ad altri progetti, come l’album Community (2013) con l’orchestra afrobeat Sonalastrana e il lavoro da dj con il moniker Stop Making Sensible, in omaggio ai Talking Heads e alla settima nota della scala come spiegato in questo interessante reportage pubblicato sul sito di Soundreef. Proprio a Soundreef e non alla SIAE (come affermato da lui stesso perché agli uffici del MALE gli hanno detto “se non sei iscritto chi ti viene a vedere ai concerti?” E lui ha trovato l’alternativa, tiè) si affida quando comincia a portare in giro le canzoni del suo esordio Piena (2014, prodotto da lui e da Davide Barbafiera in uno studio che rischia di essere invaso da un momento all’altro dalla piena dell’Arno, e che potete scaricare in free download dal suo profilo Bandcamp), un disco di cantautorato scarno che si fa forza principalmente della chitarra fingerpicking e della voce di Tanzini, sghemba e onesta come lo sono i testi, colmi di disillusione e ironia. Nel frattempo il mondo della musica cosiddetta indie cambia, si mischia sempre più col mainstream e questa cosa influenza e allo stesso tempo spaventa Tanzini, come si evince chiaramente da questa intervista sempre per Soundreef: da queste contraddizioni nasce Giganti (2016), il suo secondo disco, prodotto ancora una volta da Barbafiera per la sua etichetta Aloch Dischi (esclamazione pisana per dire “ah però!”), musicalmente più pop ma pieno di quell’ironia un po’ arresa che rende la voce autoriale di Tanzini riconoscibile. Da qui in avanti, avessi smesso di scavare, avrei potuto pensare che la sua carriera era finita in un buco nero: invece sono stato proiettato direttamente nei miei ricordi.

Lago Sirio, 2017. Per motivi vari giravo come una trottola per festival musicali e non solo, e di tutti quelli a cui ho partecipato A Night Like This rimane uno dei ricordi più intensi (e dei rimpianti maggiori, visto che è tuttora in stato vegetativo dopo la pandemia): ne ho parlato più volte su queste schermate, il campeggio comodo vicino all’area feste e pure un palchettino sul molo, ho parlato di varie band che ci hanno suonato (tipo loro) ma non avevo ancora parlato dei Campos, gruppo di cui mi innamorai ascoltandoli suonare su uno dei tre palchi del festival. Attivi dal 2011, della band fanno parte inizialmente Dahri Vij (basso), Davide Barbafiera (elettronica e percussioni), già apparso poche righe sopra in qualità di produttore dei dischi di Tanzini, e Simone Bettin (voce e chitarra), già apparso qualche righe ancora più su in qualità di membro fondatore dei Criminal Jokers. I Campos (nome scelto in omaggio al mitologico portiere messicano Jorge Campos) iniziano a fare musica a distanza, visto che Bettin si è trasferito a Berlino, poi la città tedesca (che vuole un sacco bene a Tremila Battute, visto che l’enclave berlinese sta per aumentare ulteriormente) diventa terreno di conquista con i primi concerti nei locali della capitale. Nel 2015 i Campos iniziano a registrare il primo disco, Viva (2017, Aloch Dischi), poi lo portano in giro per tutta Italia (MiAmi compreso) ma con una novità al basso: Vij esce dal gruppo e a sostituirla arriva un altro pisano, che è proprio Tommaso Tanzini. Il resto è una storia fatta di altri due dischi, il passaggio dall’inglese all’italiano, la partecipazione a un film, un bando della SIAE vinto (guarda i casi della vita…) e varie altre vicende che magari vi racconteremo in futuro, associando alla band un racconto ad hoc: continuate a seguirci quindi!

Attorno al fuoco è la decima traccia di Piena, una ballata malinconica sulla difficoltà di lasciare la casa in cui si è cresciuti. Su questa immagine Lorenzo ha creato un racconto che si mantiene sul confine fra reale e fantastico, proiettandoci in una casa nel bosco da cui fuggire e a cui ritornare, facendo i conti con le aspettative tradite e consci che nel frattempo la vita, e la morte, faranno il loro corso: potete leggerlo subito dopo il link alla canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero e il numero Uno della fanzine di Tremila Battute!

Luce opaca, di Lorenzo Del Corso

Dopo il funerale torno verso casa dei miei. Anche io, come loro, credevo che non avrei mai abbandonato il bosco. Crescendo ho incontrato la miseria emotiva delle famiglie. Io non ho vissuto questo. Ho avuto il privilegio della serenità. Generazioni della mia famiglia sono vissute dei prodotti del bosco, della legna, dei funghi, della frutta. Sono state generazioni austere, prive di qualsivoglia consolazione. In questa dignitosa povertà, i miei genitori hanno costruito la casa. Sicura, nascosta all’ombra dei rami, protetta dal mondo. Io sono nato nell’incanto bucolico, ma con me avevo l’inquieta idea che il bosco era poco. Loro adesso non ci sono più.

Insieme costruimmo la chitarra, modellando i legni come avevano fatto i nostri predecessori. Iniziai a suonare e a cantare la mia idiosincrasia. Loro non capivano il senso della mia musica, volevano solo i suoni del bosco. La sera ci riunivamo intorno al fuoco del camino, e io suonavo per loro; sorridevano e applaudivano, senza capire. Me ne andai prima di un’alba. Mi salutarono sulla porta: nessuno era più soddisfatto.

Non posso dire di aver avuto fortuna. La mia musica non mi ha portato ricchezza, il mio talento si è rivelato mediocre, la mia vena povera. Fra un ingaggio e l’altro tornavo sempre al bosco. Raccontavo i miei lunghi viaggi, i numerosi concerti. In casa il rito era sempre il solito: la sera dopo cena intorno al camino a parlare, senza capirsi. Col tempo iniziarono ad avere bisogno di me. Tornavo spesso per occuparmi di questioni mediche, per accompagnarli a fare le visite, mi prendevo cura del bosco e della casa. I miei erano sempre più stanchi. A distanza di pochi giorni l’uno dall’altra se ne sono andati. E ora, dopo il funerale, torno a casa, per sistemare le ultime cose.

Risalgo il lungo vialetto schiacciando aghi di pino e foglie. Di fronte a me la casa. Il riflesso della luna illumina le finestre del salotto. Non è un riflesso. C’è qualcuno dentro. Mi fermo. Sembra che qualcuno sia entrato e abbia acceso il camino. Mi avvicino di soppiatto. Il vetro delle finestre è appannato. Mi accorgo solo ora del gelo intorno a me, l’aria ferma e fredda, il bosco muto. C’è qualcuno in casa? Non vedo movimenti, solo il riverbero del fuoco nel braciere. Ma non c’è nessuno. I miei hanno lasciato il fuoco acceso prima di morire? Corro ad aprire la porta, ma la chiave non gira. Non è quella giusta. Provo le altre, niente. Strattono la porta, la prendo a spallate. La casa non ha neanche un sussulto. Torno alla finestra. Raccolgo una pietra e la scaglio sul vetro: resta intatto. Continuo, senza risultato. Cerco di arrampicarmi, ma non riesco ad appigliarmi, torno sempre a terra. Il fuoco fa agitare le ombre indolenti sul soffitto, non si sono accorte di me. Non posso entrare in casa. Vedo sbiadire il salotto, il corridoio, le pareti, gli odori. La luce opaca indebolisce la mia vista. Sono stanco. Il fuoco rimane acceso ad aspettare, per sempre. Loro non ci sono più.

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Racconti fantastici e dove trovarli: Speciale Firenze RiVista 2023

Dal 22 al 24 settembre 2023 si è svolta la settima edizione di Firenze RiVista, e Tremila Battute può dire “io c’ero”. L’emozione di trovarsi nel campionato dei grandi, per quella che continuiamo a definire un’aspirante rivista letteraria, è stata enorme, e nell’arco dei tre giorni del festival abbiamo avuto modo di parlare con tante persone, partecipare al torneo di bocce ufficiale della rassegna (la partership con piédimosca edizioni ha portato ad un’eliminazione al primo turno, ma abbiamo dato filo da torcere a quelli che si sarebbero poi rivelati i finalisti del torneo ovvero i ragazzi di Amianto Comics), bere in ottima compagnia durante e dopo gli orari di apertura e, soprattutto, approfondire la conoscenza delle altre riviste presenti. Alcune le conoscevamo già, altre le abbiamo scoperte in loco, molte altre sono rimaste fuori da questa selezione ma chissà, ora che abbiamo ripreso questo format dopo una lunghissima pausa (qui il primo articolo dedicato alle riviste, qui il secondo dedicato a quelle che si occupano di flash fiction) può essere benissimo che finiremo a parlare anche di loro molto presto.

Ma ora bando alle ciance e partiamo con

Super Tramps Club (Benedetta Marinelli – Perché Desiré)

Super Tramps Club nasce nel 2018 a Torino, ma fedele all’idea che la narrativa sia vagabonda per natura la redazione (di cui fa parte anche Stefano Tarquini, vecchia conoscenza di Tremila Battute e in procinto di tornare su queste schermate) si sposta ora qua, ora là, facendo crescere nel frattempo il progetto in qualità e quantità di contenuti. Oltre al sito, in cui viene pubblicato un racconto o silloge poetica a settimana, l* membr* della redazione hanno messo in piedi anche Turchese, una rivista cartacea curatissima (che potete acquistare qui), e stanno per varare una casa editrice, dimostrando grande professionalità, ambizione e amore per la letteratura. Ogni testo viene poi corredato da fotografie splendide, frutto di collaborazioni con professionist* di ogni angolo del globo.

I racconti presenti in Super Tramps Club (e Turchese), pur notevolmente diversi fra loro, sono uniti da un ritmo trascinante e dell’originalità della prosa, segno evidente di una ricerca stilistica precisa da parte della redazione. Se avete nel cassetto (o più probabilmente nell’hard disk) un racconto che sa riscoprire la meraviglia e l’abisso del quotidiano, mostrare il lato nascosto di ciò che abbiamo davanti ogni giorno, la pagina a cui connettervi per ulteriori indicazioni è questa: la redazione vi darà in ogni caso la sua opinione, sicuramente ponderata e rispettosa visto che, avendo conosciuto alcuni dei membri, posso testimoniare che sono persone splendide tanto per parlarci di letteratura quanto per berci qualcosa insieme.

Succede in bagno: tiri giù i pantaloni e le dita inciampano su quel poro. Ti dici che no, non può essere, e, mentre il pavimento pelvico si irrigidisce a tal punto da interrompere il flusso di pipì, busserai alla porta della tana dove si è nascosto tutto questo tempo: lui, il pelo.

Bastardo disertore, quel pelo ha lasciato morire tutti gli altri fratelli e invece di cadere con loro… si è nascosto sottopelle, come i topi di fogna.  A quel punto non puoi più negare che tu lo sapevi, eccome se lo sapevi, sin da quando ti strappavano il vello, che quello stronzo era già lì, a covare nel buio il pus, il rosso, il dolore.

Benedetta Marinelli, Perché Desiré

È stata ardua la scelta del racconto da citare a corollario della presentazione di Super Tramps Club. Avrei potuto scegliere questo, questo o uno di quelli pubblicati nel numero 5 di Turchese (tenete d’occhio il nome di Giuseppe Nanfitò: se al primo racconto apparso su una rivista tira fuori una bomba come Il Nettuno chissà cosa potrà fare in futuro), ma alla fine l’ha spuntata uno degli ultimi racconti pubblicati sul sito. Il racconto di Marinelli è infatti appassionante, originale, sociologicamente interessante, il tutto parlando dell’epopea di… un pelo sopravvissuto alla ceretta. Eh sì, quando si sa scrivere è possibile creare magia parlando di qualsiasi cosa: potete rendervene conto leggendo il racconto qui.

Neutopia (Adriano Giotti – Sputare nella neve)

Neutopia non l’ho scoperta a Firenze bensì due anni prima, in occasione della presentazione milanese del numero otto della loro rivista cartacea, ma vedere il loro banchetto alla rassegna fiorentina mi ha convinto subito a dedicare loro uno spazio in questo articolo. Vera e propria piattaforma culturale, Neutopia si articola in varie sezioni, dai racconti alla poesia passando per approfondimenti sociali, recensioni musicali, reportage e, in generale, una viva attenzione per tutte le forme dell’arte e quelle che può assumere in futuro. Nata a Torino nel 2016, dal 2017 Neutopia è un’associazione culturale che organizza nel capoluogo piemontese eventi, esposizioni artistiche e presentazioni, oltre ad organizzare dal 2019 nel quartiere Barriera di Milano il festival di poesia contemporanea e street art Poetrification e ad indire, dal 2020, il Premio Roberto Sanesi di poesia in musica. Ogni articolo, racconto o poesia pubblicato sul blog, aggiornato ogni due settimane, testimonia di una spinta alla sperimentazione e alla ricerca di nuove forme di espressione, caratteristiche che si ritrovano anche nel magazine che l* membr* della redazione pubblicano con cadenza quadrimestrale (la mia riscoperta di Iosonouncane la devo anche a un loro articolo dedicato all’album Ira): se volete collaborare a una qualsiasi delle sezioni qui trovate maggiori informazioni.

Hanno già sgomberato i primi due padiglioni dai senzatetto e dai migranti.
Entrano in quello degli zingari, la gerarchia della società viene rispecchiata anche qua nel caos, la prima fila dello squadrone scatta a picchiare. Gli zingari vengono aggrediti da dietro, mentre provano a scappare, manganellate e spinte, calci, alcuni provano a reagire ma non hanno speranza, gli antisommossa si accaniscono per spingerli fuori approfittandone per sferrare colpi violenti ai reni e nelle costole dove fanno più male. Roma la capitale dev’essere mantenuta pulita, il loro compito all’interno della società è sacro. Giorgio è tra quelli che picchia con maggior ferocia. Il sudore gli impregna la maglia sotto le ascelle, sulla schiena, se la sente appiccicata addosso. La persona è solo un bersaglio. Un corpo può subire un numero indefinito di colpi. Solo alla testa bisogna prestare attenzione. Giorgio picchia ovunque fuorché alla testa.
Così può colpire forte.

Adriano Giotti, Sputare nella neve

Adriano Giotti è un’artista a tutto tondo. Autore di vari corti e di un lungometraggio, Sex cowboys (2016), che ha ottenuto ottimi riscontri dalla critica italiana ed europea (e che ha vinto il premio come miglior film italiano al RIFF – Rome Indipendent Film Festival), quando non ha una videocamera in mano scrive e dimostra un’abilità fuori dal comune anche con la penna. I suoi racconti sono pubblicati su svariate riviste e su Neutopia è possibile trovare numerosi suoi testi, sia sul blog che sui numeri del magazine (compreso l’ultimo, Comunismo acido, uscito da poco più di una settimana). Sputare nella neve è uno dei suoi primi contributi pubblicati sul blog, un’analisi insolitamente sfaccettata di un celerino fra la sua vita privata e lo sgombero di un edificio occupato da effettuare senza andare troppo per il sottile: potete immergervi fra le pieghe di questa figura scomoda andando a questo link.

Birò (Valentina Falcioni – Camille)

Anche birò (che per una bizzarra casualità aveva lo stand di fronte a quello di Biro, rivista per genitori alla ricerca di contenuti originali) è una riscoperta, ma se due anni fa proprio a Firenze ne avevo scoperto l’esistenza è solo negli ultimi mesi che mi sono piacevolmente perso nei racconti pubblicati sul loro sito. Nata nel 2020, birò incentra la propria ricerca narrativa sulla prima persona singolare: che siano a tema libero o frutto di una delle call a tema lanciate saltuariamente i testi sono sempre narrati dalla viva voce dell* protagonist*, e ognuno è accompagnato da un’illustrazione originale. Schema che vince non si cambia, così la stessa formula è stata replicata anche per A4, la rivista di cui a Firenze è stato presentato il secondo numero nonché il primo cartaceo: se volete apparire sul sito e chissà, avere la possibilità di entrare a far parte del prossimo A4, potete cominciare a rispondere alla prossima call attiva fino al 15 ottobre (maggiori dettagli qui).

Ombra. Provo ad allungare le dita per imitare Claude, ma qualcosa le trattiene. Tento di nuovo, invano. Per un attimo sono Clotho, i capelli lunghi e avviluppati mi oscurano il viso, strusciano contro i seni emaciati e mi annodano i polsi. Poi rammento che sono stata io a plasmare la figura della moira scarna e decadente, mentre ora sono ricoverata, non riesco a dire da quanto, però so che sono legata come una bestia da macello. Ripetono che devo smetterla di agitarmi, mi stanno trasportando in fondo al corridoio, verso un posto sicuro.

Valentina Falcioni, Camille

Di tutti i racconti che ho letto sul sito di Birò quello di Falcioni mi si è impresso in testa, complice il fatto che tratta di una storia vera. Con una capacità di sintesi che non tralascia nessun dettaglio importante l’autrice narra infatti la storia di Camille Claudel, talentuosa scultrice ingiustamente considerata a lungo solo la musa di Auguste Rodin e ancora più ingiustamente segregata in un manicomio per gli ultimi trent’anni di vita dalla madre. Falcioni riesce a rendere con le sue parole tutte le sfaccettature della figura di Claudel, la sua passione per l’arte e per la vita così come la sofferenza dovuta a una prigionia da cui si rifiuterà di salvarla anche il fratello Paul, che non partecipò nemmeno alle esequie e lasciò che il corpo della sorella venisse sepolto in una fossa comune. Potete leggere il racconto, e rabbrividire per la sorte avversa della scultrice francese, andando prima di subito a questo link.

Quarere (Mariana Branca – Angelina no)

Di Quaerere avevo già sentito parlare, ma l’occasione di approfondire un po’ si è concretizzata solo nei giorni di Firenze RiVista. Come evidenziato dal nome stesso della rivista, che significa “ricerca”, Quaerere ha nel proprio spirito dialogo, discussione e confronto, veicolati attraverso contributi della redazione o di altr* collaborator* in quattro sezioni distinte (Filosofia, Lettere e dintorni, Recensioni e Poesie). E i racconti? Ci sono anche quelli ovviamente, e anche loro non sfuggono alla missione della rivista: in essi l* membr* della redazione cercano una visione, una tensione verso un senso, qualsiasi esso sia. Per trovarli si affidano a delle call tematiche (l’ultima, incentrata sul conflitto, è terminata il 30 giugno), per poi pubblicarli dal 2022 in una rivista scaricabile gratuitamente o acquistabile in forma cartacea, giunta ormai al quarto numero e con un quinto in fase di produzione. Vi servono ulteriori delucidazioni su come fare a collaborare, con un racconto o magari con un articolo? Qui trovate tutte le informazioni del caso.

Angelina no, tu Angelina hai le palpebre gonfie e gli occhi schiacciati neri dentro come due spicchi d’aglio bruciati o due carboni o due pezzi rotti di lavagna. Angelina ci guardi fisso e noi ti cerchiamo gli occhi tra le palpebre ammassate, ti scorgiamo i pistilli neri e ti ascoltiamo dire frasi senza senso e tu ridi, quando ci incontri, i tuoi spicchi d’aglio bruciati ti sorridono belluini sulla faccia, Angelina che te ne stai all’angolo della strada del quartiere che va verso il ponte di R. con la tua bambola di pezza, in estate vestita di uno smanicato, in inverno di un cappotto che era stato bianco, che indossi quasi per tutto l’anno, perché nel quartiere Pozzo di S. fa freddo sempre, un freddo che è forse come il freddo dentro al pozzo, quello di centinaia di anni al centro del quartiere, che quando eravamo piccoli Matteo ci cadde dentro e, non fosse stato per le edere e le gramigne, torte e ritorte su loro stesse e intorno al pozzo fino a renderlo un’escrescenza, un nocchio, una tumescenza dell’edera e della gramigna, dure e forti più della pietra del pozzo stesso, non l’avremmo mai più rivisto, Matteo. Che una volta fuori dal pozzo di edera e gramigna, disse faceva freddissimo, là dentro.

Mariana Branca, Angelina no

Il modo migliore per introdurre ai racconti di Quaerere mi è sembrato quello di utilizzare il testo di Mariana Branca. Perché? Perché è frutto di una richiesta specifica della redazione, la ricerca dello stile di Branca per inaugurare il numero quattro della rivista. E che stile! L’autrice, che nel 2022 ha esordito con il libro Non nella Enne non nella A ma nella Esse per la casa editrice Wojtek, traccia il ritratto di una outsider totale attraverso le parole di un “noi” indefinito, un gruppo di ragazzi del quartiere Pozzo di S. che sminuisce la povera Angelina mentre magnifica le altre ragazze in età da marito, il tutto con una fluidità di linguaggio che irretisce il lettore: per provare l’esperienza andate qui e, già che ci siete, leggetevi anche gli altri splendidi racconti del numero.

Bonus track: L’inquieto

Ok, de L’inquieto abbiamo già parlato in un vecchio articolo, ma dieci anni si compiono una sola volta e loro hanno deciso di farlo in maniera speciale. A Firenze Martin Hofer ha infatti portato la prima versione cartacea della rivista, con l’intenzione esplicita di capire chi sono e quanti sono, al di fuori delle fredde statistiche del sito, i lettori de L’inquieto: sette racconti inediti di autor* che già vi avevano pubblicato in passato (qualche nome? Mattia Grigolo, Claudia Grande e Simone Lisi, quest’ultimo protagonista di una splendida lettura con live painting durante l’evento che ha chiuso Firenze RiVista), sette illustratori ad accompagnare con la loro arte le parole, un compendio fisico imperdibile per ogni amante della lit-web che potete acquistare qui. Se invece siete di Milano e la rivista volete comprarla di persona, eccovi accontentati: fatevi trovare alla libreria Noi alle ore 19 di giovedì 26 ottobre, qui trovate maggiori dettagli.

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