Racconto in musica 101: Fantasia (Birthh – Wraith)

Capita di rado che io e la massa siamo in perfetto accordo. Con massa non intendo il mainstream, giusto quelle cifre che possono giustificare la parola “fenomeno”: di solito quando spuntano fuori, i fenomeni del panorama indipendente, io sono voltato dalla parte sbagliata o, lo ammetto, do la precedenza ad altro dicendomi “tanto ho tempo”. Poi finisce che arrivo in clamoroso ritardo e a volte devo fare ammenda (tipo con Iosonouncane), ma quel poco di volte che per puro caso ho il tempismo giusto ci sono: ad esempio mi è successo con Birthh.

Non ricordo in che maniera incappai in un suo video, ma ricordo precisamente quale: quello splendido di Queen of failureland, e se vogliamo stare a guardare già un po’ in ritardo ero visto che si trattava del suo secondo singolo e che l’album d’esordio era già fuori. Born in the woods, pubblicato a marzo 2016 dall’etichetta We Were Never Being Boring, fu un esordio fulminante per tutti e sicuramente anche per la stessa Alice Bisi, il nome che si nasconde dietro al moniker Birthh: sul web si sprecano le recensioni positive, lei comincia a girarsi l’Italia e non smette per un bel po’, andando anzi ben oltre e suonando sul palco del SXSW 2017. Ma cosa c’è in questo album per esaltare tutti, compreso il giornalista Francesco del Gratta che in una puntata del suo podcast L’audionario la inserisce fra i nomi nuovi e promettenti della scena musicale fiorentina (assieme agli /handologic, qua la mano Francesco)? Testi intensi, melodie vocali molto personali, un connubio fra beat elettronici e sensibilità folk (lei in un’intervista definisce la sua musica “pop cosmico”) e un’aura di internazionalità a condimento, il tutto scaturito dalla testa e dalle mani di una ragazza che all’uscita del disco non aveva nemmeno vent’anni.

Bisi non si ferma certo, anzi rilancia. Passano tre anni in cui suona dovunque nel mondo, entra nelle case degli italiani meno avvezzi alla musica indipendente come ospite nel programma E poi c’è Cattelan e nel frattempo lavora al nuovo disco, WHOA, questa volta per la Carosello Records. Se Born in the woods rappresenta il lato più notturno di Birthh, in questo secondo album il sole splende fin dalla cover: anticipato dai singoli Supermarkets, Yello/Concrete, e Parakeet, Whoa è un’iniezione di energia che mantiene il beat degli esordi ma lo rivolta in altra maniera, suona nuovo e confortevole allo stesso tempo e si permette pure una puntata nell’hip hop in Ultraviolet, grazie al featuring con l’artista di Philapelphia Ivy Sole. Quello che purtroppo la frena, alla fine, è la solita pandemia: il disco esce il 6 marzo 2020 e per un po’ Bisi è costretta come tutti a fare a meno del palco, ma la decisione di fare musica sul serio la porta a trasferirsi negli States: i potenti (???) mezzi di Tremila Battute non mi permettono di dirvi se sia ancora là o meno, di sicuro le facciamo un grande in bocca al lupo e attendiamo speranzosi un nuovo disco.

(P.s. Ma perché Birthh con due h? Se avete già letto l’intervista linkata sopra lo sapete, altrimenti immaginate di cercare “birth” su Google e di ritrovarvi davanti milioni di risultati…molto più semplice trovare Birthh, vero?)

Wraith è la sesta traccia di Born in the woods, una canzone per cui il termine “notturno” usato più in alto è perfettamente calzante. Bisi canta della fatica di partire, delle paure che ci bloccano prima di prendere una decisione e che ci lasciano a macerare pensando a inizi che sono “darker than the morning lights”: naturale che scegliessi un’ambientazione notturna per la storia, una fantasia che, più che al fantasma del titolo, guarda ai poltergeist di certa cinematografia horror. Potete capire quanto spaventarvi leggendo il racconto che trovate subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Fantasia

I vestiti sono nell’armadio, appesi alle grucce, adagiati sui ripiani, schierati in bell’ordine per colore. Le valigie, il piccolo trolley nero e l’ingombrante shuttle (che nome altisonante, ha sempre pensato), stanno nell’angolo a destra, uno spazio ampio tutto per loro e per il piumone. Lei, in posa scomposta per la ricerca infruttuosa di refrigerio, sta distesa sul letto con solo una canottiera e le mutande indosso.

Dall’altra stanza sente la voce della madre, il tono alto e concitato che ha sempre quando la sua autorità viene messa in discussione. Perora la propria causa con parole veloci che si mischiano l’una all’altra, messe insieme alla rinfusa per costituire vaghe minacce. Ma stavolta…lascia che glielo faccia vedere che son ben capace di…io mai mi sarei permessa con…che poi che si crede di fare andando…

E lascia che vada, grida il padre, molto più a suo agio con la sintesi. Ma la madre non smette, allinea recriminazioni che non arrivano mai al punto. Ad ascoltarla distrattamente quella litania assomiglia a una ninna nanna, ci si può far trasportare altrove, magari in un periodo di sentimenti più puri. Vinta dal caldo, dalla rabbia soffocata, da un passato lontano e un futuro che non promette niente, lei si addormenta con quella voce ancora nelle orecchie.

Si sveglia a notte fonda, il rumore di una porta sbattuta con violenza nelle orecchie. Spalanca gli occhi e guarda l’ingresso, la porta accostata ma non chiusa, come è abituata a lasciarla, come ha acconsentito a tenerla. Sente un movimento di fronte a sé e vede, voltandosi, un’ombra muoversi lenta. Il terrore la assale mentre la vista si abitua al buio: di fronte a lei, planando, il suo tubino nero entra nello shuttle.

Sembra una scena da cartone dell’infanzia, o forse da vecchio film horror, di quelli che il padre cercava di propinargli come avanguardia. I suoi vestiti volteggiano in circolo, un turbine ordinato che dall’armadio giunge alle due valigie. Ingoiano uno dopo l’altro reggiseni e collant, felpe sformate e gonne striminzite. Lei resta a guardare, addossata al cuscino, col sudore che cola dalla schiena e inzuppa le lenzuola.

Quando l’ultimo indumento entra nel trolley, un basco messo due volte nella vita, le valigie si chiudono e le ante dell’armadio tornano a sbattere, lasciando il piumone in una triste desolazione. La porta si apre invitante, sulla sedia lì vicino i vestiti del giorno prima cominciano a brillare. Basta alzarsi, vestirsi, abituarsi al peso da trasportare e all’incognita di un nuovo inizio. Lei allunga un piede, poi l’altro: mentre cerca di alzarsi la coglie la vertigine di una vita diversa.

Riapre gli occhi, scema la sensazione di cadere. I vestiti dormono in bell’ordine, sui ripiani e appesi alle grucce, le valigie riposano nell’angolo a destra insieme al piumone. Nell’altra stanza i suoi cari, come li chiamava una volta, non parlano più, e nella stanza aleggia ancora il fantasma del coraggio necessario per andarsene via.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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