Racconto in musica 144: Bivi (Destroy Boys – Cherry Garcia)

L’estate è arrivata ufficialmente e la produttività di questo blog sta cominciando a scemare. Fa caldo, si sta in giro, le energie sono quelle che sono e ogni articolo non scritto alimenta (oltre alla nostra voglia di non fare un cazzo) la battaglia contro la necessità di essere sempre produttivi e all’altezza delle aspettative. Non è per questi motivi però se l’introduzione a questo articolo è più breve del solito, ma semplicemente perché lo avevamo annunciato meno di un mese fa che avremmo parlato di una band che mi aveva colpito allo Slam Dunk Festival: sono le Destroy Boys, e arrivano dritte dritte dalla California.

È nella regione più punk degli Stati Uniti che Alexia Roditis e Violet Mayugba iniziano a fare musica nel 2015, con le idee non ancora così chiare né sul genere (partono come duo acustico) né sul cosa suonare: Roditis avrebbe dovuto suonare la batteria, Magyuba suonare la chitarra e cantare, ma il primo Ep Mom jeans (di cui non sono riuscito a trovare traccia da nessuna parte, né sul loro profilo Bandcamp né sul loro sito ufficiale) lo registrano con la prima alla voce e la seconda alla chitarra acustica. Come nelle migliori tradizioni di band che si formano alla cazzo di cane e poi ti ritrovi a girare il mondo il batterista lo trovano in maniera rocambolesca e casuale: la madre di Eric Knight si è stufata di pagargli le lezioni di batteria per vederlo suonare da solo e lo spinge a trovare una band, pena il taglio dei fondi, lui contatta Magyuba (che in tutto questo è figlia di musicisti, visto che la madre cantava nella band Skirts e il padre suonava la chitarra nei Phallucy, noti più che altro per aver avuto come batterista un membro dei Deftones, Abe Cunningham) e lei gli invia Mom jeans, che lo colpisce abbastanza da decidere di entrare nella band.

Il primo parto creativo del trio arriva nel 2016: Grimester è un Ep grezzo e pieno di energia, punk rock senza troppi fronzoli animato dalla voce a tratti isterica di Roditis, ma sono già presenti elementi che lasciano intuire sviluppi diversi in Goldilocks spot, il brano più morbido e strutturato dell’Ep. Le Destroy Boys nel frattempo vanno incontro a una notevole girandola di componenti, soprattutto al basso dove fra il 2017 e il 2021 si alternano Enzo Malaspina, Blake Eithel, Falyn Walsh e infine David Orozco (chissà se ha qualche legame di parentela con questo Orozco): più semplice il passaggio che porta Narsai Malik dietro le pelli una volta che Knight decide di lasciare la band, visto che eredita il posto nel 2018 da Chris Malaspina (fratello del bassista Enzo). In mezzo a questo tourbillon di componenti le Destroy Boys riescono a registrare ben due dischi, Sorry, mom nel 2016 e Make room nel 2018. Se il primo recupera dal precedente Ep il suono e un paio di brani, il secondo rappresenta una prima evoluzione: più rifinito, più consapevole, più vario come influenze e come arrangiamenti, merito anche dell’aggiunta di Roditis alla seconda chitarra. Le Destroy Boys suonano parecchio, vengono nominate anche per alcuni premi nella zona di Sacramento e attirano l’attenzione della Hopeless Records, che nel 2021 pubblica il loro terzo disco, Open mouth, open heart: senza abbandonare l’energia degli esordi, ben esemplificata dal fulmineo singolo di un minuto scarso Muzzle, le Destroy Boys smussano ancora di più gli angoli e aprono a qualche commistione col pop, dosandolo sapientemente in modo che non faccia storcere il naso (e per quel che mi riguarda l’operazione può dirsi riuscita). Il 2023 porta in dote il singolo tiratissimo Beg for the torture, in cui qualche influenza elettronica li avvicina a quella bomba atomica che sono stati i Mindless Self Indulgence: non so se l’intero album di là da venire manterrà queste premesse, intanto la riedizione dei vecchi dischi da parte di un’istituzione del punk rock statunitense come la Epitaph sembra aprire ad un futuro ancora più roseo per una band partita dal classico garage e da una scritta su una lavagna, quel “destroy boys” scritto per frustrazione da Mayugba dopo una serie di storie finite male e diventato simbolo di successo.

Cherry Garcia è la quinta traccia di Open mouth, open heart, un brano in cui si sposano alla perfezione l’anima più diretta e quella più pop della band. La canzone racconta di una storia d’amore complicata dall’indecisione, la presenza di un altro lui che scompagina le carte e finisce per rovinare tutto: ho cercato di rendere la difficoltà di trovare la felicità in una relazione attraverso una struttura a librogame (se avete presente ciò di cui parlo probabilmente avete passato i quaranta), limitando le “scelte” per ovvie ragioni di spazio ma lasciando intatta la scintilla iniziale che porta Roditis a cantare “my head splits in two”. Procuratevi due dadi e divertitevi col racconto, a me non resta che augurarvi buon ascolto buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Bivi

  1. Conosci una persona. Cominciate a uscire, vi piacete, iniziate a fare coppia fissa. Andate a convivere, conoscete i rispettivi genitori. Pensate di avere dei figli: se sarà una lei la chiamerete come una tua zia morta giovane, se sarà un lui come il suo cantante preferito. Le cose procedono bene, ma a una festa conosci un’altra persona. Affascinante, dotta, tutto quello che pensi di volere in quel momento. Tempo dopo finite in una stanza insieme, senza nessun altro.

Se tradisci vai al paragrafo 7.

Se non tradisci vai al paragrafo 3.

  1. Vorresti dire che non è cambiato niente, ma quando guardi la persona con cui vivi pensi all’altra. A quello che hai perso. Non parlate più di figli, la vita si trascina ma restate insieme, per noia o per paura di restare soli.

Vai al paragrafo 12.

  1. Nessuno fa il primo passo, torni a casa e tutto è come prima. Ma ci ripensi. La persona con cui vivi sembra non notare niente. Lancia due dadi.

Se il risultato è da 2 a 6 vai al paragrafo 2.

Se il risultato è da 7 a 12 vai al paragrafo 11.

  1. Dov’è finita quell’elettricità? Mille cose che ti infastidiscono, non vedi l’ora di uscire di casa. Fai tardi a lavoro per non vedere chi ti ha rovinato la vita, e tu odi il tuo lavoro. Perché hai mandato tutto a puttane?

Vai al paragrafo 12.

  1. Il senso di colpa scema: è stata un’avventura, un errore o forse no. Continui ad amare la persona che hai accanto e a vivere con lei. Ogni tanto ripensi a quella sera, ma senza rimpianti o rimorsi.

Vai al paragrafo 12.

  1. Pianti, dolore, urla: andarsene non è così semplice, ma era doveroso. L’altra persona ti accoglie in casa sua, ora avrai tempo di conoscerla veramente. Lancia due dadi.

Se il risultato è da 2 a 6 vai al paragrafo 4.

Se il risultato è da 7 a 12 vai al paragrafo 8.

  1. Tutto è come avevi fantasticato, anche meglio. Mentre rientri senti ancora l’elettricità attorno ai vostri corpi, ma a casa la persona con cui convivi è sveglia. Senti di essere a un bivio.

Se resti vai al paragrafo 10.

Se lasci tutto vai al paragrafo 6.

  1. Per un po’ ti senti in colpa, ma la vita è fatta anche di sofferenza. Con la nuova persona vi intendete a meraviglia, auguri il meglio a chi hai lasciato. Forse un giorno vi sentirete, ridendo dei vostri piani per il futuro.

Vai al paragrafo 12.

  1. Il senso di colpa ti lacera, non riesci più a guardare negli occhi la persona con cui vivi. E la cosa più brutta è che non sai se hai fatto bene a rimanere qui. Pensi ogni giorno di confessare, ma non lo fai.

Vai al paragrafo 12.

  1. Lancia due dadi.

Se il risultato è da 2 a 6 vai al paragrafo 5.

Se il risultato è da 7 a 12 vai al paragrafo 9.

  1. Ripensi a quella sera, ma presto razionalizzi: era solo la voglia di avventura, di evadere dalla quotidianità. Continui la tua vita amando chi hai accanto, a volte di più, a volte di meno.

Vai al paragrafo 12.

  1. La vita è fatta di scelte: sta a noi accettarne o meno le conseguenze, senza moralismi. Ma se pensi che basti un lancio di dadi a darti un finale migliore, ricomincia pure dal paragrafo 1.

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Racconto in musica 143: Errore di sistema (MasCara – Glitch)

Non so se lo ricordate (dipende probabilmente dall’età che avete) ma qualche anno fa era esplosa la moda dei Secret Concert. Per quel che ricordo in Italia la lanciarono i Marta Sui Tubi, che ci fecero un’intero tour passando di casa in casa da nord a sud (io li vidi a Garbagnate Milanese, e vi agevolo un contributo di quella serata), poi la cosa si estese a macchia d’olio e iniziarono ad organizzarne privati e associazioni. Fu proprio in quel periodo che entrai in contatto, anche se per altri motivi (toh, un concorso letterario che associava racconti a canzoni: dove l’ho già sentita questa cosa?), con l’associazione Asap – As Simple As Passion, tramite la quale trasformai varie volte il salotto di casa mia in una sala concerti. Purtroppo le mode vanno e vengono, l’attenzione del pubblico finisce per scemare e a Milano non ho lo spazio in casa per smontare la sala e stiparla in camera da letto (e ci staremmo anche in meno, altro che i trenta pressati a vedere MusicaPerBambini), ma nel 2014 ricordo che eravamo una delle CINQUE realtà che organizzavano concerti casalinghi et similia a NOVARA, città dove per la pelle del culo esiste un circolo Arci (ma, per dare a Cesare quel che è di Cesare, organizzano importanti festval Jazz e Gospel). Proprio a uno degli eventi della “concorrenza” (sì, c’era della competizione, e non sempre sana) riuscii a fare due chiacchiere con una band che seguivo già da tempo, una di quelle cose divertenti che non faccio da un sacco di tempo (ma in questo caso mai dire mai): si trattava dei MasCara, e oggi sono loro la resident band.

Se c’è una cosa che va riconosciuta a Lucantonio Fusaro (voce e chitarra), Claudio Piperissa (chitarra), Marco Piscitello (basso), Nicholas Negri (batteria) e Simone Scardoni (piano, synth e violoncello) è di essere riusciti a partire da un genere ed averlo rinnovato e innovato sempre più. Quel genere è la new wave, non esattamente nativa di Vergiate nel varesotto diciamo, ma è qui che dal 2007 la band inizia a sperimentare e ibridare le proprie influenze. Ci mettono un paio d’anni per arrivare all’esordio, e il loro primo Ep autoprodotto L’amore e la filosofia li fotografa già come una realtà consapevole dei propri mezzi: saranno gli arrangiamenti ariosi di brani come l’iniziale Il gesto di Ettore, sarà la voce di Fusaro che si impone all’ascoltatore con personalità ed ecletticità, sarà quel che sarà ma i primi sei brani dei MasCara mi capitano in mano chissà in quale maniera e io me li gusto con piacere, anche se capisco fin da subito che il bello può e deve ancora venire. Che il potenziale ci sia lo riconosce anche l’etichetta Eclectic Circus (guarda un po’, la stessa dei primi dischi dei Marta Sui Tubi!), che li mette sotto contratto e produce nel 2012 Tutti usciamo di casa, il primo di una serie di concept album: in questo caso i testi di Fusaro si concentrano sulla crescita, l’emancipazione che ognuno di noi deve affrontare, alternando la morbidezza di brani come I gironi di Urano contro alla corsa a perdifiato di La stanza, dimostrando di aver aumentato le frecce nella propria panoplia musicale e di sapere dove scagliarle, aiutati anche dal lavoro di Matteo Cantaluppi che, dopo aver lavorato con loro al primo Ep e al primo disco, rimane al loro fianco anche quando, per divergenze artistiche, la band torna all’autoproduzione.

La consapevolezza di una band la si riconosce dalle strade che decide di percorrere anche se il buonsenso (o l’opportunismo) direbbero tutto il contrario: con distribuzione Universal in atto e un’etichetta che spinge per valorizzare i lati pop del loro sound i MasCara decidono di fare da sé (come spiegano, fra le altre cose, nell’intervista di cui parlavo in alto), perché col disco nuovo l’intenzione è di andare da un’altra parte. Lupi (2014) lo dimostra bene, perché il suono della band acquisisce nuove sfumature, si fa più aggressivo ma senza sacrificare la fantasia degli arrangiamenti: è un piccolo miracolo di concretezza e fantasia, capace di creare anche un nuovo immaginario che si apre all’ibridazione fra umanità e tecnologia, un futuro in cui andremo a pregare in Cattedrali al neon. I MasCara vanno per la loro strada, sperimentano sia col sonoro che con l’immagine (i loro video sono tutti dei piccoli gioielli) e non si fanno problemi di tempo se devono ottenere quello che vogliono ottenere: ecco perché ci vogliono ben sei anni per rivederli alla ribalta, un percorso che li porta ancora più nel futuro ad esplorare quel discorso di ibridazione cominciato con Lupi. Questo è un uomo, questo è un palazzo è il risultato, esce nel settembre 2020 per RcWaves e, lo ammetto, sulle prime mi ha lasciato spiazzato: la posta in gioco si alza ancora, i brani sono meno immediati e ci ho messo parecchi ascolti per digerirlo, capirlo e rendermi conto che sì, anche in questo caso i MasCara hanno fatto la scelta giusta. Basterebbe il modo in cui nell’iniziale Scorpioni una voce modificata e la tastiera avanzano placide per poi lasciare spazio a una rincorsa guidata dal sax e conclusa dalla batteria ed un coro di voci ad affascinare, ma per entrare in questo mondo fatto di Carne e pixel bisogna lasciarsi andare, lasciarsi avvolgere dall’armonia rotta dalle urla di Fusaro nel ritornello di 22+1, vibrare al ritmo della batteria spezzettata di Heavy soul, entrare nelle atmosfere vagamente R&B di Domino. Inutile dire quanto era difficile fare musica nel 2020 e oltre, quanto sia stato difficile portarla in giro: i MasCara non li vedo da un bel po’ di tempo su un palco (in compenso li ho scoperti come produttori del disco dei mitici Lo Stadio Animale, che vorrei costringervi fisicamente ad andare a cercare), ma spero di recuperare presto.

Il racconto di questa settimana non è inedito, ma è uscito anzi sulla rivista Cedro.Mag: quando ho ascoltato Glitch, sesta traccia di Questo è un uomo, questo è un palazzo, non ho però potuto non fare un parallelo con la storia che avevo creato, ispirato in particolare dalla frase “il nostro amore è soltanto una serie di errori, una sorta di glitch”. Qual è l’Errore di sistema alla base della storia ve lo lascio scoprire da soli, a me non resta che augurarvi buona ascolto e buona lettura.

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Errore di sistema

La prima volta che incontrai l’amore non lo riconobbi. Guidavo a velocità folle un’auto rubata, inseguito dalla polizia, quando sentii una sorta di paralisi, una sensazione mai provata prima. Nemmeno mi resi conto di averla vista, pochi istanti e tutto finì: una macchina mi tagliò la strada, mi schiantai contro un muro e fu tutto buio.

Quando la incontrai la seconda volta seppi subito che era lei. Mi trovavo in una via affollata del centro, circondato dalle urla e da persone che fuggivano, e mentre alzavo la pistola per rispondere al fuoco degli assalitori mi immobilizzai col braccio alzato. Anche lei stava fuggendo, col suo casco di ricci biondi perfettamente in ordine anche nel terrore: provai vergogna per quello che stavo facendo, per la mia vita basata su istinti moralmente deprecabili, e il proiettile che mi trapassò il cranio lo accolsi come una giusta punizione.

Provai a incontrarla di nuovo, esplorando la città palmo a palmo, ansioso di trovarla. Come mi ero sentito spinto da una forza superiore a commettere ogni sorta di crimine adesso era l’amore a muovermi, ma con esso arrivò la delusione. Quando la trovai non mi riconobbe, né io riuscii a parlarle: mi si bloccarono le parole in gola. Rimasi a fissarla mentre proseguiva il cammino, con le stelle in cielo che facevano risplendere il suo tailleur bianco.

Non so quante volte tornai a cercarla. La vidi all’osservatorio in cima alla collina, sulla camminata che circondava la spiaggia, la incontrai di notte e di giorno e una sola volta al tramonto, in un bar affacciato sull’oceano, col sole calante che si divertiva a creare ombre sulla sua pelle abbronzata. Provai una frustrazione sempre più grande, maggiore di quella che mi coglieva quando una rapina perfettamente architettata andava a rotoli proprio all’ultimo momento. Io, l’uomo da cui dipendevano i destini di tutti gli abitanti della città, paralizzato dagli occhi blu di una donna.

Non fece mai cenno di notarmi, persa nelle sue inutili azioni quotidiane, e alla fine mi stancai di lei. Tornai alla mia vecchia vita, insensibile al dolore altrui, col cuore di nuovo immune da sentimentalismi inutili. Come ogni altra ferita si rimarginano anche quelle d’amore: quando la incontro per la strada passo oltre, non cerco nemmeno la vendetta.

Mi convinco che non è stato niente di nuovo, niente di diverso da quando mi bloccai, in seguito, di fronte a una berlina blu, alla casa del mio trafficante d’armi, alla barca con cui avrei dovuto assaltare quella nave al largo. È stato un test, solo più piacevole, perché è meglio perdere il controllo di fronte a una bella donna piuttosto che davanti a una mitragliatrice. Ma la ripetizione alla fine ti rende insensibile a ogni cosa, e in fondo il controllo, nella mia vita, io non l’ho mai avuto.

Presto sarò completo. Farò tutto ciò che devo, senza tentennamenti. La contemplazione non è nella mia natura, sono stato creato per l’azione: il nostro amore era solo un errore di programmazione, ed ora è stato sistemato.

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La magia del non lasciarsi comprendere: Temevo dicessi l’amore di Mattia Grigolo

Nella vita il tempismo è una qualità utile. A volte essere il primo a dare una notizia può essere la discriminante per farsi notare (sempre che tu non faccia come quelli che, per informare tempestivamente della morte di Nelson Mandela, scrissero “Morto Mandela, leader dell’apartheid”), spesso lo è se parli in anteprima di qualcosa. A Tremila Battute siamo lenti e disinteressati a queste questioni, per cui parliamo di cose che ci interessano quando ormai ne hanno parlato anche i pesci, o di cose che non interessano a nessuno quando… Va be’, se non interessano a nessuno il tempismo è l’ultima cosa di cui preoccuparsi. Una volta però ci è andata di culo: siamo stati i primi a pubblicare un racconto di Mattia Grigolo.

Io quasi non me ne ero reso conto, poi me lo ha ricordato lui ad una presentazione di La raggia, il suo esordio letterario uscito circa un anno fa per la benemerita Pidgin. Se parlo di culo è perché in realtà Grigolo era già in parola per pubblicare racconti con altre Riviste con la R maiuscola, e se questa aspirante rivista (con la r minuscola) è arrivata per prima è solo perché ci ho messo poco a capire che quella storia fatta di pochi dettagli messi al posto giusto (che potete leggere qua) meritava la pubblicazione. Di racconti poi non ha certo smesso di scriverne, suscitando l’attenzione di più di una casa editrice: così, a un anno di distanza dall’esordio, è Terrarossa Edizioni a pubblicare il suo secondo libro, Temevo dicessi l’amore.

Se La raggia era una novella (basata a sua volta su questo racconto uscito su Split, che Stefano Pirone ha avuto l’intuizione di far espandere) Temevo dicessi l’amore si inscrive nel florido panorama dei cosiddetti “romanzi di racconti”. Tutto ruota intorno a Ofelia, ragazza misteriosa che nell’arco delle pagine ritroveremo donna, anziana e bambina, in un flusso di storie cronologicamente sparso di cui, ad aumentare lo spaesamento, non è ben specificato nemmeno il periodo. Siamo in un generico presente, come dimostrano alcuni punti di riferimento quali due audiocassette di Dalla e De Gregori che emergono dai ricordi d’infanzia di uno dei protagonisti, ma Grigolo non sente la necessità di evidenziare nulla (anzi, una semplice citazione di Adventure Time confonde ancora di più le acque): lui è della scuola che preferisce lasciar parlare i fatti, e l’essenzialità della prosa traspare da ogni riga.

Una sera eravamo in un bar, c’era anche l’amica di Ofelia che avrebbe dovuto ospitarci mesi prima. Un ragazzo ci aveva raggiunto al tavolo. Reggeva una pinta di birra nella sinistra e con l’indice della destra indicava il mio parka avvolto allo schienale della sedia. Avevo sfilato l’imbottitura esterna per renderlo meno pesante.

Aveva detto qualcosa e io non avevo capito. Aveva ripetuto e Ofelia, sottovoce, mi aveva spiegato che l’accento era di Liverpool. Nessuno dei tre aveva compreso una sola parola.

Il tipo aveva atteso una nostra reazione, poi aveva appoggiato la sua birra di fianco alla mia e si era inginocchiato. Aveva un falco tatuato sul bicipite e gli occhi lucidi, forse per via dell’alcool. Le ali nascoste dalla manica arrotolata della camicia a quadri.

Aveva afferrato un lembo della mia giacca e così era rimasto, a guardarla e basta.

Ofelia aveva detto: «Forse dovresti darglielo». E io le avevo risposto che non volevo dare via il mio parka.

Il ragazzo, con il polpastrello, seguiva il perimetro della macchia di sangue rappreso.

Ofelia si era alzata e gli aveva appoggiato una mano sulla spalla. Lui non si era mosso, ancora accovacciato di fianco alla mia sedia. Eravamo quasi abbracciati.

Si era messo a piangere. Le lacrime scendevano tanto lente che avrei voluto spingergliele fuori.

E allora ci eravamo abbracciati davvero e qualcosa era sparito intorno a noi: la nostra amica, il resto della gente. Persino il bar. Restavamo solo io, lui e Ofelia. Il ragazzo aveva appoggiato la testa al mio braccio e bagnato il parka singhiozzando, per un po’ la macchia di sangue si era confusa con il suo dolore. Eravamo rimasti così, avvinghiati e maldestri.

Ofelia aveva preso la chitarra e, delicatamente, aveva cominciato a cantare la sua canzone.

Regent’s Canal

Se c’è un libro con cui mi viene più facile spendere un paragone, questo è Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti. Al pari della raccolta pubblicata nel 2012 da Minimum Fax anche qui il personaggio principale funge da raccordo, lo strumento attraverso cui riusciamo ad indagare più i sentimenti di chi le ruota attorno che quelli di lei stessa, una figura sfuggente di cui abbiamo raramente la possibilità di indagare i segreti. Ofelia è una calamita, tutte le persone che entrano nella sua orbita faticano a staccarsene, dall’amica Chiara, innamorata non ricambiata, alla sorella Marie, legata da un rapporto simbiotico come i pappagallini inseparabili. Proprio gli animali assumono grande importanza nelle storie, a volte simbolici come i cavalli dei caroselli che un’Ofelia quarantenne costruisce per lavoro, più spesso reali, come i fenicotteri che nel rapporto con l’energica Adamare assumono un’aura misteriosa che non viene sciolta.

Fra tutti i racconti pubblicati su riviste da Grigolo quello che preferisco è probabilmente Dei gabbiani stanno morendo, pubblicato sul numero 36 di ‘Tina. In quella storia ci sono molte delle caratteristiche che rendono Temevo dicessi l’amore così affascinante: dialoghi asciutti, personaggi realistici, qualche elemento soprannaturale e, soprattutto, una tensione sotterranea che rimane costante. Mischiando sapientemente questi elementi i quattordici racconti, o capitoli se li si vuol considerare così, riescono a creare un’atmosfera misteriosa che rende il risultato globale maggiore della somma delle sue parti, perché se è difficile tirare le fila tra presenze fantasmatiche, segreti che rimangono tali e rapporti che risultano enigmatici anche a chi li vive, è innegabile che di ottenere risposte chiare si riesce ben presto a fare a meno.

«Perché i cavalli?» Chiede Maddalena.

«La domanda giusta credo sia: “Perché i cavalli da carosello?»

«Ok.»

«Guardali. Sono sempre al galoppo ma in realtà sono immobili, non vanno da nessuna parte, non possono. Gli si crea l’illusione di correre facendoli girare intorno a una pedana, cavalcati da bambini. Girano all’infinito senza mai muoversi. Non ho mai visto niente di più rassegnato e inconsapevole.»

«Sono come te?»

«No, io posso andare dove voglio. Loro no.»

Maddalena si avvicina di un passo. Si spostano delle ombre e con le ombre gli equilibri.

«Loro sono delle cose, Ofelia. Cose che non decidono.»

«Noi decidiamo? Possiamo davvero farlo? Allora questi cavalli sono meglio di me, perché non riescono a sbagliare.»

Ecco qualcosa di riduttivo

Recentemente è uscito un libro dello scrittore e docente Gianluigi Simonetti che si intitola Caccia allo Strega, in cui l’autore analizza i libri candidati al famoso (o famigerato) premio negli ultimi venti anni per desumerne l’identikit del “libro da Strega”. Una delle caratteristiche, come ho appreso da questa puntata del podcast Comodino, è la scrittura paratattica, frasi brevi e poco complesse che risultano più digeribili per il lettore, una scelta stilistica che spesso è dettata da motivi commerciali e di “posizionamento strategico”. Anche Grigolo è un paratattico (pure Hemingway, come ci tengono giustamente a precisare le autrici del podcast), ma Temevo dicessi l’amore è tutto tranne che un libro furbo o semplice: anzi, è nel suo apparente disinteresse a farsi comprendere appieno che risiede molto del suo fascino, perché quando si ha qualcosa da dire e si sa come dirlo non servono formule, basta la sincerità dell’autore che emerge da ogni parola.

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Racconto in musica 142: Cimeli (The Bobby Lees – Hollywood junkyard)

Normalmente i concerti a cui vado costano poco. Sono dell’idea che un concerto a San Siro possa essere sicuramente un’esperienza (o meglio, sarebbe un’esperienza se suonasse qualcuno di decente e non i Pinguini Tattici Nucleari, ma sicuramente qualcuno di decente c’è), ma con ottanta euro (se va bene) posso farmi quattro live di band che si incula meno gente in buone location, otto live di artist* che si incula ancora meno gente o addirittura sedici live gratis in cui devo pagare solo il costo della birra (qui è già più dura coi tempi che corrono). Non si tratta di taccagneria, è che diventa pure difficile trovare chi riempie San Siro senza essersi fatto venire il culo molle con gli anni, aggiungeteci che io ho i miei gusti del cazzo (per la massa) e fortunatamente (o sfortunatamente) chi adoro musicalmente al massimo può suonare nel parcheggio dello stadio. Però.

Però negli ultimi dieci giorni sono andato a ben DUE concerti che costavano mediamente più di quanto penso sia legittimo spendere, che certo c’è da pagare la coreografia ma a me basta la gente che suda con un telo nero dietro e vaffanculo. Ieri, ad esempio, ho visto Tenacious D in un Carroponte di Sesto San Giovanni mai così stracolmo di gente, e devo ammettere che la coreografia aveva il suo perché, così come le invenzioni di Jack Black e Kyle Gass (quando è entrato IL METAL sono morto); venerdì scorso invece, ero a Bellaria allo Slam Dunk Festival a godermi un sacco di gruppi come Rancid, Anti-Flag, Less Than Jake etc. etc., e tutto quel punk mi ha fatto venire voglia di parlare, come non faccio troppo spesso, appunto di punk. La mia compagna mi ha fatto notare come il festival fosse in maniera preponderante una sagra della salsiccia, problema annoso in generi considerati “estremi” (la cosa più estrema che ho visto era un padre nel pogo con il bambino sulle spalle: col mio equilibrio, sulle mie spalle quel bambino sarebbe già in ospedale), e conscio che anche qui su Tremila Battute c’è una netta disparità di genere riguardo ai sessi dell* artist* di cui parlo vado a presentarvi una band che, pur non essendo totalmente al femminile (allo Slam Dunk ne ho vista esibirsi una che probabilmente apparirà su queste pagine fra non molto), è perlomeno paritaria nella sua composizione: The Bobby Lees.

Le The Bobby Lees non le ho conosciute da molto (forse devo pure ringraziare Spotify per questo), ma ci hanno messo poco a tirarmi dentro nel loro mondo fatto di distorsioni, alcool e sudiciume. D’altronde non è da molto che sono attiv*, dal 2017 per la precisione, quando in quel di Woodstock (che non ho idea se sia QUELLA Woodstock, ma la contea è la stessa, quella di New York, per cui probabile sia la stessa anche la città) Sam Quartin (voce e chitarra), Kendall Wind (basso), Macky Bowman (batteria) e Nick Casa (chitarra e cori) uniscono le forze per tirare fuori qualcosa che unisca il blues del lontano sud degli States, il punk più cupo e viscerale e pure un po’ di sano garage rock. Il primo parto creativo arriva già a febbraio del 2018, Beauty pageant, in cui è presente anche la canzone che dà il nome alla band e che certifica la principale fonte d’ispirazione per i testi: Bobby Lee parla di un fantasma che va a trovare Quartin durante una notte di bagordi, e proprio gli eccessi e gli episodi di schizofrenia indotta dall’alcool della frontman fanno da sfondo a molte delle storie narrate nelle loro canzoni. Beauty pageant è un’ottima introduzione al sound delle The Bobby Lees, lascia la sensazione di trovarsi in qualche oscuro locale perso fra le paludi col peggior alcool a disposizione, la band che si esibisce con una rete protettiva per non prendersi addosso le bottiglie lanciate dal pubblico e, magari, pure il diavolo che ti aspetta al primo incrocio a disposizione come da tradizione blues da Robert Johnson in avanti.

Sopravvissuta a quella simpatica disavventura che consiste nel vedersi fottere gli strumenti durante il tour (succede a Tulsa, in Oklahoma, ma loro riescono a suonare grazie al prestito degli strumenti da parte delle band locali: quanto è bello il mondo del punk?), evento che presumo gli abbia portato non pochi scazzi, la band a furia di live adrenalinici attrae l’attenzione di un certo Jon Spencer e della Alive Naturalsound Records: il primo produce il nuovo disco, la seconda lo distribuisce, ed ecco che nel luglio 2020 è già pronto Skin Suit. Il punk prende più spazio, virato in una sorta di punkabilly che mantiene ancora molto di quell’aria sudicia da periferia disagiata, e non periferia intesa come quartieri alle porte delle metropoli ma periferia intesa come buco del culo del mondo, posti dove bere per dimenticare di vivere lì è quasi l’unica possibilità che hai: The Bobby Lees quel disagio lo veicolano con ogni nota, nella storia di abbandoni trainata da un basso distortissimo di Guttermilk, nella descrizione di figure tanto affascinanti quanto inquietanti come la Mary Jo dell’omonima canzone, persino nell’allegria sempre e comunque veicolata dall’alcool di Drive. L’evoluzione del loro sound non si ferma qui, e serve un cambio di etichetta a portarlo a ulteriore maturazione: dopo un tour di supporto agli Helmet la Ipecac Recordings di sua maestà Mike Patton li mette sotto contratto, fa uscire a giugno 2022 l’Ep Hollywood junkyard e a ottobre dello stesso anno il terzo disco in meno di un quinquennio, Bellevue.

Bellevue è la concretizzazione della frase “più veloce più violento” che sentivo ai concerti degli Skruigners, accelera ancora rispetto ai dischi precedenti e riesce a essere dirompente anche quando si prende qualche pausa, come nell’ipnotica Strange days. L’album è la fotografia di una band coesa, energica, in forma smagliante e decisa a non farsi prendere da quella sindrome del culo molle che ti porta a suonare a San Siro: infatti lì non li vedrete, almeno per ora, e nemmeno in Italia in generale, ma se volete fare una capatina in Francia fra giugno e luglio ci sono due o tre posti che vi consiglierei di visitare, che potete trovare elencati direttamente sul loro profilo Bandcamp.

Hollywood junkyard è la canzone che dà il titolo all’omonimo Ep, nonché la seconda traccia di Bellevue, ed è una di quelle canzoni che non ha bisogno di accelerare per far arrivare tutta la sua potenza. Nelle sue strofe si specchia il classico sogno americano all’incontrario, la gloria e la fama che sfuggono di mano e lasciano spazio solo alla miseria, un tema che probabilmente Quartin (che, come Wind, è anche attrice, e di suo posso consigliarvi per passare una serata strana da cui uscirete dicendo “ma questo film mi è piaciuto?” Let me make you a martyr, in cui c’è pure Marylin Manson che fa il killer) sente particolarmente vicino. Detto fatto ecco che il racconto di questa settimana vi porta direttamente a Los Angeles, fra le sue strade che ospitano corpi scolpiti e tende di senzatetto e le sue colline su cui ogni attore sogna di andare ad abitare, magari all’ombra della scritta Hollywood (od Hollywoo, se BoJack Horseman è passato da quelle parti): fatevi un viaggio senza pagare il biglietto andando più in basso, subito dopo il brano che ispirato la storia, io intanto vi auguro buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Cimeli

Ha scoperto della sua morte solo perché ha avuto l’accortezza di morire in mezzo a una strada, piuttosto che in un vicolo isolato o in una tenda piantata sul marciapiede come qualunque barbone in città. Alla gente è venuta per questo la curiosità di frugargli nelle tasche, alla ricerca dei documenti, trovando invece la falange del pondulo quasi mummificata, ma con ancora lo smalto rosso splendente sull’unghia. Ci è finito così sul giornale.

Lei ripensa al giorno in cui l’ha incontrato, all’Einstürzende, col faccione pallido per il cerone. Era stato lui a proporre lo scambio, qualche settimana dopo, al termine di un giro di cocktail pagati con lo stipendio di uno dei pochi lavori decenti trovati da uno di loro, chissà chi. Era una sorta di assicurazione, disse: se qualcuno ce la fa, gli altri hanno in mano qualcosa con cui riempirsi le tasche.

Pensa a quello che le ha lasciato mentre attraversa il corridoio, dirigendosi alla stanza dei cimeli. Osserva distrattamente la città al di là della vetrata, i grattacieli del centro e l’idea della spiaggia, là in fondo, nascosta dalla nebbia di smog. Da qui non si vede la scritta che ha alimentato per anni prima i sogni di tutti e poi gli incubi di chi non ce l’ha fatta. Tutti, a parte lei.

Apre lo sgabuzzino, accende la lampadina che penzola dall’alto. Apre la cassettiera mangiata dai tarli e dall’umidità ed eccoli lì, i suoi cimeli. Un anello in ferro con la R stampata sopra; un portafoglio da uomo con le iniziali ricamate nella fodera interna; la foto di una ragazzina col broncio, racchiusa in una cornice di legno da quattro soldi; un guanto lungo di seta, con una macchia di rossetto che una volta era una dedica. Prende in mano il portafoglio e pensa a quello che ha lasciato, le parti di sé donate al branco di disperati che pensava bastasse quello a renderli ricchi, la gloria riflessa in un orecchino da quattro soldi o in una foto con autografo da rivendere ai collezionisti. Se ci fosse rimasta lei, in mezzo a una strada, da quel mucchio di cianfrusaglie non ci avrebbe tirato fuori un pasto.

Richiude la cassettiera, attraversa il corridoio e ritorna nel salotto del pianterreno. Si versa una dose generosa di rum che vale più delle loro bevute di un mese, poi alza il bicchiere a mo’ di saluto e lo butta giù in un sorso. Tu sì che avevi capito tutto, dice a sé stessa, poi si versa un altro bicchiere. Ricorda il suo sorriso enigmatico dopo la proposta, il modo febbrile in cui le aveva chiesto una parte di lei unica, autentica, lontano dagli altri che altrimenti avrebbero capito l’inganno sotteso a quel gioco.

Guarda la sua faccia sul giornale, invecchiata dagli anni, dalle notti al freddo anche qui dove splende sempre il sole, dall’alcool scadente. Beve, raggomitola le gambe sul divano, accarezza distrattamente la cicatrice sul piede sinistro.

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Non the next big thing, ma comunque big: l’esordio dei Klidas con No harmony

Se volete farmi felice, fatemi scoprire qualcosa che non conosco. Ma se volete farmi DAVVERO felice, fatemi scoprire qualcosa che assomiglia a ciò che conosco già e che prova a superarlo a destra.

In fondo ognuno di noi ha una sua comfort zone, e le mie non funzionano in maniera così dissimile da quelle degli altri. La differenza, forse, è che a stimolarmi sono i paragoni non tanto con artist* che adoro, ma con artist* con cui ho un rapporto più complicato, gente che fa cose che mi piacciono magari la metà delle volte ma in cui vedo il potenziale di creare ciò che sarà la mia personale next big thing (oh, quanti termini stranieri oggi! Va a finire che il governo mette fuori legge Tremila Battute). Ça va sans dire (aridaje) la maggior parte delle volte resto deluso, ma non mi arrendo. Capita ad esempio ogni volta che esce un disco dei The Mars Volta, o che qualcosa viene paragonato a loro.

Leo Di Caprio, fan numero uno dei The Mars Volta

Quando mi è arrivato il comunicato stampa dell’album dei Klidas, band marchigiana attiva dal 2014 ma giunta solo oggi all’esordio discografico, il nome della formazione di El Paso campeggiava fra le influenze insieme a gente del calibro di Radiohead e Swans (ammetto di non conoscere né i Secret Chiefs 3 né i Pirate, altri punti di riferimento citati), e amen se l’ultimo disco di Bixler Zavala, Rodriguez-López e soci non mi aveva proprio entusiasmato: io questo ensemble di musicist* dovevo ascoltarlo.

No harmony, uscito il 2 giugno per l’etichetta australiana Bird’s Robe, è un disco bizzarro. La band (Emanuele Bury chitarra e voce, Francesco Coacci basso e voce, Samuele De Santis sassofono, Alberto Marchegiani tastiere e synth e Giorgio Staffolani batteria, cui si aggiungono live la voce e la chitarra di Lisa Luminari e il sax di Francesco Fratalocchi) spazia in maniera agile fra tempi dispari, atmosfere noir, sfoghi elettrici e momenti riflessivi, amalgamando bene il tutto senza che si avvertano scossoni in corsa. Dal jazz alla psichedelia, dal rock alternativo al prog, proprio come recita il comunicato stampa: ma c’è anche l’ispirazione?

All’inizio del disco, onestamente, sembra latitare un po’. Per un gruppo che fa musica quasi esclusivamente strumentale (la voce appare solo in brevi momenti di Shine e Arrival) l’atmosfera è fondamentale, ma Shores come apripista fallisce nel crearla: gli strumenti ci si dannano, evocano una malinconia che si fa forza delle note dolenti del sax e del phaser sulla chitarra, intessono alchimie efficaci, ma a conti fatti quando arriva la tempesta finale dopo la quiete ci si accorge che la tensione non è mai veramente montata. Shine, la seconda traccia, fa un po’ meglio, evocando inizialmente immagini di locali equivoci dove andare a bere il bicchiere della staffa con persone a cui la vita non ha tolto solo la dignità, poi però si fa prendere dalla frenesia di dire qualcosa in più e, pur intrattenendo fra continue rincorse e momenti di pausa, perde il fascino fin lì acquisito. Dimostrano di essere ancora acerbi i Klidas con questa mezza falsa partenza, parzialmente anche nei suoni perché la chitarra distorta che parte ad accordoni sul finale di Shine è una rasoiata di frequenze alte che ammazza dinamiche e poesia, e si fa notare (spesso negativamente) anche in altri punti del disco. Poi però arriva Not to dissect, e il discorso cambia.

La terza traccia di No harmony è la più breve del lotto, ma riesce comunque a dire tanto. Jazz-prog trascinante, non ha bisogno di cambiare pelle perché ne ha già una splendida: il sax si tira dietro la baracca gigioneggiando su una base ritmica e armonica coesa, efficace nei punti in cui deve spingere e capace di un’accelerazione finale che finisce di botto, lasciandoti sulla punta della lingua un “ancora” che fin lì non sapevi di voler pronunciare. È il primo asso nella manica che si giocano i Kildas, ma non l’unico.

Arrival gioca la carta della morbidezza, scorre placida cullando le orecchie ma rischia di passare inosservata finché nel finale il jazz non prende il sopravvento, lasciando ad una voce giapponese (quella di Manami Kunitomo) e a rade note di chitarra il compito di chiudere un conto sostanzialmente in pareggio. Circular, contrariamente alla traccia precedente, parte subito con un giro di chitarra che setta un ritmo indiavolato, farcito di pause che riescono a mantenere il mood anche quando a tirare avanti la baracca si trovano solo synth, tastiera e una batteria minimale: l’ascesa finale si prende i tempi giusti sia come volumi che come velocità e quando la butta in una caciara che sa di post-hardcore (che a me ha ricordato certe cose dei discioltissimi Triclops!, giusto per citare una band che da queste parti mi sa che ho ascoltato solo io) tutto esplode proprio come ti aspetti che dovrebbe fare. Partire con un arpeggio che ricorda un po’ i Tool nella conclusiva The trees are in misery a quel punto sembra un po’ un azzardo, invece basta che entri la batteria a ribaltare il giro di chitarra e ti ritrovi come il Di Caprio del meme di cui sopra: quando entra la distorsione/rasoio temi che tutto vada sprecato cercando la soluzione più facile, invece i Klidas hanno il coraggio di rallentare, alternare con precisione certosina chitarra e tastiera nella fase centrale mentre basso e batteria continuano a tessere la loro tela ritmica, rispolverare il sax in tempo per un assolo da applausi e chiudere ritornando con nonchalance a un giro esplorato cinque minuti prima. Ora gli assi sono tutti calati, e la partita è vinta.

Vinta sì, ma con riserva. I Klidas sprecano quasi mezzo album a far vedere cosa sanno fare prima di farlo sul serio, come la demo di un programma di cui devi saggiare le potenzialità. Non superano a destra i The Mars Volta, a ben guardare ci hanno a che fare solo marginalmente, ma mi sa tanto che il prossimo disco lo ascolterò sperando nel the next big thing: non deludetemi raga.

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Racconto in musica 141: Passione (Crywank – Song for a guilty sadist)

Quanto deve essere lungo un racconto? Qui su Tremila Battute sapete che, nomen omen (che è una delle due frasi che so in latino), la lunghezza massima è proprio di tremila battute, ma esiste una lunghezza minima da rispettare? Non mi sono mai effettivamente posto il problema, perché se c’è una minima (microscopica) prova che l’allenamento in scrittura serve è data dal fatto che ormai, quando stendo un racconto per il blog, riesco abbastanza facilmente a capire se sto sforando oltre il limite. Raramente però mi sono venute in mente storie che potessero risolversi in poche righe, almeno non per Tremila Battute.

Della massima brevità si è fatto in qualche maniera portavoce addirittura Ernest Hemingway, con la famosa scommessa sullo scrivere il romanzo più breve in assoluto. Il risultato fu “For sale: baby shoes, never worn” (Vendesi: scarpine per neonato, mai indossate), un capolavoro di sintesi il cui regno incontrastato, almeno nella mia testa, è stato intaccato di recente solo dalla microprosa scritta nel 1959 dall’autore guatemalteco Augusto Monterroso, Il dinosauro: “Quando despertó, el dinosaurio todavia estaba alí” (Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì). Il mistero che sia Hemingway che Monterroso creano attorno alle loro parole è denso di domande che rimarranno senza risposta, lasciano vagare con la mente a tutte le possibilità di tono (il bambino è morto o hanno solo sbagliato a comprare le scarpe? Il dinosauro è un temibile velociraptor o un pacioso brachiosauro?), genere e sviluppo, uno sviluppo che rimarrà per sempre solo potenziale… A meno che la Disney o qualche altra major non decida di acquisirne i diritti per un film, d’altronde se l’hanno fatto con Tetris chi può fermarli?

Ma perché tutta questa premessa? Perché Simona Lazzaro, pur non entrando in diretta competizione coi due mostri sacri di cui sopra, è riuscita a condensare in pochissime battute una storia che lascia intravedere solo il giusto, e lo ha fatto prendendo ispirazione da una canzone dei Crywank.

Parliamo di Simona innanzitutto. Autrice, editor e articolista, collabora con diverse testate giornalistiche, studia psicologia e, ovviamente, scrive anche per diletto e lo fa con ottimi risultati sia nella forma breve che in quella lunga. Ha pubblicato con Milena Edizioni due romanzi, Euterpe (2013) e Sirene (2014), racconti e riflessioni nelle raccolte curate da Antonio Schiena e Beniamino Soprano del sito Roba da scrittori, Roba da scrittori e Roba da scrittori – L’ombra dell’ignoto (il titolo del suo testo in quest’ultima, Onironauta, mi rimanda a questo splendido e viscerale disco dei purtroppo disciolti Kaleidoscopic) e, ovviamente, anche racconti sparsi nella lit-web: ne trovate uno sulla mai dimenticata Split di Pidgin, un altro sul sempre lodato multiperso e presto la troverete anche su Gargolla. Diversity ambassador, Simona ha anche vinto con un suo racconto un concorso indetto dall’Università Federico II di Napoli: si definisce una persona bizzarra che legge di tutto, scrive e, talvolta, morde, tanto che sui social la trovate come @mordescrive.

Che si può dire invece dei Crywank? Duo anti-folk di Manchester, nascono nel 2009 come progetto solista di Jay Clayton, che con la chitarra a tracolla e un bagaglio di disagio e rabbia nella voce comincia a registrare i primi album, James is going to die soon (2010) e Narcissist on a verge of a nervous breakdown (2012), settando già il tono di quello che sarà il progetto da lì in avanti: carica punk, autoproduzione, testi che parlano di tristezza, paranoia, miseria e tanto, tanto humor per farci una risata sopra. Nel 2013 a Clayton si affianca il batterista Daniel Watson e la formazione si completa, rimanendo stabile per tutti gli anni successivi (nel biennio 2015/2016 si aggiunge anche il bassista Tom Connolie, giusto il tempo di registrare il disco Don’t piss on me, I’m already dead e di partecipare al relativo tour, anche se un suo contributo alla chitarra è rintracciabile anche nell’Ep precedente Shameless valentines money grab), anni fatti di tour in tutto il mondo e di dischi rilasciati a ciclo continuo: al momento ne hanno registrati otto, a cui si affiancano una galassia di Ep e progetti paralleli di Clayton (fra cui l’album Following the lizard queen, pubblicato come Langdon Algier, una sorta di dichiarazione d’amore in sette canzoni a Lisa Simpson che sfiora l’ossessione).

Ma che fanno i Crywank? Potrei descriverveli come dei punk posseduti dal folk, dall’animo più bizzarro dei Butthole Surfers, dalla teatralità dei Tenacious D e dall’umorismo più macabro di Matt Groening (il titolo dell’album Don’t piss on me, I’m already dead è una citazione sempre dei Simpson, se non sbaglio a tradurre presa di peso dal finale del sorprendente corto di Barney Gumble), ma non renderebbe l’idea. La loro è una follia controllata, orecchiabile finché non fai caso ai testi o ai titoli (ce ne sono di infiniti, tipo When you eat yourself, first start with your head up your arse o The only way I could save myself now is if I start to firebombing), viscerale nel suo urlare la propria incapacità di trovare un posto nel mondo e comica nel riderci immancabilmente sopra. Non c’è una nota nei loro dischi che risulti meno che sincera (vabbé, non li ho ascoltati DAVVERO tutti, ma spero di rendere l’idea), sono come dei folletti usciti da un regno fatato di scherzi bizzarri, giunti a noi per ricordarci che la musica la si fa per esprimere qualcosa e non per vendere dischi. Insomma, come si fa a non amarli?

Per farmeli (e farveli) conoscere Simona ha scelto una delle canzoni forse più strambe del duo, Song for a guilty sadist, seconda traccia del disco Tomorrow is nearly yesterday and everyday is stupid. La confessione di un riluttante sadico diventa, nelle mani di Simona, una storia più ampia eppure sempre in equilibrio su quel labile confine fra il dire troppo e il dire troppo poco, su quella linea che, una volta conclusa la lettura, lascia un sacco di domande in testa e la voglia di saperne di più. Potete farvi avvolgere dalla sua narrazione subito dopo il brano che l’ha ispirata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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Passione, di Simona Lazzaro

Aveva già estratto i molari e gli incisivi, quindi si dedicò ai canini.

Sputò l’ultimo insieme a un grumo di sangue e saliva.

La trovarono così: le braccia piene di morsi freschi e cicatrici, le pinze insanguinate accanto a sé.

Aveva fatto l’attrice in un passato non troppo remoto e per questo la notizia era rimbalzata rapida sulle pagine dei giornali locali.

Quando K. la lesse, ripensò per giorni alla luce obliqua dei pomeriggi che avevano trascorso insieme. Non disse nulla alla moglie; nascose il viso nella sciarpa che gli aveva regalato al compleanno e salì sul primo autobus.

Erano decenni che non si incontravano, almeno due vite, ma la riconobbe da lontano; prima ancora che chiamasse il suo nome, lei si era voltata nella sua direzione.

Dopo un po’ K. le chiese perché l’avesse fatto. “Perché” gli rispose, mentre accartocciava il viso in un sorriso sdentato “a volte ho desiderato morderti.”

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Racconto in musica 140: Male non può fare (Whitemary – Chi se ne frega)

Per anni ho considerato fine maggio come l’inizio ufficiale dell’estate, perché c’era il Mi Ami. Adoravo in particolare il venerdì, il rituale della mezza giornata di ferie per arrivare all’apertura e godermi ore e ore di gruppi conosciuti e sconosciuti, il riposo in collinetta col sottofondo della musica o appoggiato a un albero a leggere, cosa che un anno ha attirato un sacco di gente con la macchina fotografica manco fossi una specie rara (ci ho scritto un racconto su questa cosa). Ci sono tornato a volte anche il sabato, persino la domenica (ricordo una lavata sotto il palco a guardare una reunion dei CCCP, o forse dei CSI, o forse me la sono sognata e non voglio svegliarmi), perché la fetta di parco dell’Idroscalo a disposizione del Magnolia era un posto accogliente dove era bello passare il tempo anche se magari non tutta la selezione musicale ti piaceva, anche se quasi tutta la selezione musicale non ti piaceva: era l’inizio dell’estate, l’inizio della stagione dei festival.

Io parlo al passato ma il Mi Ami non è morto, anzi si sta svolgendo proprio in questo fine settimana. Vive e lotta ma non sono convinto che lo faccia più insieme a noi, non insieme a me almeno che, potendo dare una pacca sulla spalla al me del passato, riderei delle mie lamentele sull’ingresso alzato a venti euro a fronte del costo di 49 EURO PER SINGOLA SERATA di quest’anno (poi ok, l’abbonamento per l’anno prossimo è già fuori e ne costa 63 per tutte le serate, ma non è che per risparmiare devo pianificare il fine settimana da un anno all’altro). Rimangono però tanti festival più accessibili, alcuni ad ingresso gratuito come il Big Bang Music Fest di Nerviano o il Solidar Rock di Cassano D’Adda (scusate se mi mantengo sull’area attorno a Milano, e anzi segnalatemi quelli nelle vostre zone), altri a pagamento e immersi in belle situazioni, come il Woodoo Fest a Cassano Magnago o il Diluvio Festival nel piccolo borgo di Ome: in questi ultimi (e anche al Mi Ami, per onore di cronaca) ho trovato nella line-up finora rivelata un nome interessante che nelle ultime settimane ha cominciato a risuonare nelle casse della mia macchina, che poi è quello che ha ispirato il racconto di questa settimana. Tutti pronti a ballare con Whitemary?

Di Biancamaria Scoccia, alias Whitemary, ho scoperto molto grazie a questa intervista rilasciata a Rolling Stone. Abruzzese d’origine, romana d’adozione, inizia come cantante jazz e arriva all’elettronica per vie traverse, fulminata (anche se non istantaneamente) da un pezzo di Justice che le fa ascoltare il suo fidanzato (con cui collabora o collaborava nei Concerto, duo dal nome che non aiuta nelle ricerche su Google). Da lì a giocare con quel tipo d’immaginario il passo è breve, anche se giocare non è la parola giusta: in poco tempo Whitemary crea un suo mondo musicale, con la stessa serietà dedicata agli studi jazz in precedenza, e il primo risultato è l’Ep Alter Boy!, dove a una musica da club vagamente oscura si associano testi in italiano sintetici e graffianti. Avete presente quando Stromae ha fatto successo con la sua Alors on danse? Non vi sto dicendo che le due cose si somiglino, ma ascoltando i testi di Whitemary mi sono ricordato di quando scoprii che la canzone di Stromae aveva una valenza politica: anche i testi di Whitemary, pur nella loro brevità, danno da pensare, veicolano una disillusione tardo capitalistica (anche attraverso i titoli, penso a Sentimenti echonomy) che si sposa in maniera agrodolce con un impianto sonoro che normalmente parlerebbe solo al corpo.

Nel 2022 Whitemary alza la posta, viene inserita nel roster della benemerita 42 Records e fa uscire il primo disco, Radio Whitemary. Abbandonati (o quasi) gli effetti sulla voce, la sua musica continua a sposarsi alla perfezione con le parole, mantiene un alone cupo che avvolge e proietta in club dove rinchiudersi nell’oscurità rotta solo dalle luci stroboscopiche fino al mattino seguente, persi nell’illusoria tranquillità delle strofe di Radio che esplode poi come la tensione del nodo in gola che Scoccia si sente, nel movimento convulso delle membra a ogni Chi se ne frega recitato nell’omonima canzone, nello sfogo catartico solo apparentemente trattenuto di Credo che tra un po’ mi metto a urlare, nel giro di basso ipnotico di Numeri e basta. Non me ne intendo abbastanza di musica elettronica per proporvi similitudini fra ciò che fa Whitemary e ciò che potreste aver già sentito, quello che posso lodare ulteriormente nel suo disco è però l’estrema varietà d’approccio alla materia, le armonie e le metriche vocali che vanno in direzioni che non ti aspetti, tutto un insieme che funziona alla stragrande: se niente mi mette i bastoni fra le ruote il 22 luglio sarò fra gli alberi a Cassano Magnago a ballare, se volete ci vediamo lì.

Chi se ne frega è il pezzo che più mi ha colpito al primo ascolto, condensa in poco meno di quattro minuti e in pochissime frasi le dinamiche di una relazione che si basa più sull’attrazione che sulla ragione, o perlomeno questo è il film che mi sono proiettato io nella testa ascoltandola e muovendo la testa a ritmo mentre guidavo. Da lì a rendere protagonista del racconto una coppia il passo è stato breve, evidenziarne il rapporto fino a un certo punto problematico anche, ma che si può fare se l’attrazione funziona come una specie di magia? Per capire come affrontano la questione l* protagonist* della storia non vi resta che leggerla subito dopo il brano che l’ha ispirata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Male non può fare

Ti faccio tre esempi, così magari capisci la situazione.

  • Il martedì ho crossfit, non faccio manco in tempo a tornare a casa da lavoro per riuscire ad andarci e ok che poi lì sudo ma mi fa anche un po’ schifo andarci con i vestiti che puzzano. Te non hai mai niente da fare di martedì, stai lì sul divano ad ammazzarti di canne e guardare film che manco capisci. Non che me ne freghi niente eh? Fai bene, potessi lo farei anche io e giuro che mentre sono lì ad ammazzarmi di flessioni ci penso e mi dico “ma non potevo starmene sul divano?” Per cui cazzi miei se voglio faticare e ok, dico ok, che tocca a me lavare i piatti perché tu ti occupi dei pavimenti e gli accordi sono questi, ma se un cazzo di martedì che io sono a crossfit ti trovi il lavello pieno ti costa davvero così tanto lavarli, quei cazzo di piatti, invece di impilarcene sopra altri in una pila instabile che ancora un po’ e crollano?
  • La carta igienica serve a pulirsi il culo. Lo so che lo sai, è una delle basi della vita moderna. I nostri antenati se lo pulivano con le foglie di betulla o di sa il cazzo quale albero, che manco so come sono fatte le foglie di betulla, ma noi abbiamo la carta igienica. E un’altra delle basi della vita moderna è l’aiuto reciproco, anche la democrazia in fondo in fondo funziona grazie a questo principio. E allora com’è che io la carta igienica nuova te la faccio trovare sempre ma mai una volta che te sei capace di cambiare il rotolo quando sta per finire?
  • Lo sai che alla mattina io odio il mondo. Fosse per me dormirei tutto il giorno, e lo capisco che a un certo punto bisogna svegliarsi e magari abbiamo pure qualcosa di bello da fare e pensandoci poi mi riprendo. Però ho i miei tempi, mi serve spazio e se qualcuno mi parla devo trattenermi per non azzannarlo. E tu, ripeto, tu lo sai. E allora come cazzo è che appena apro gli occhi ne approfitti subito per farmi il resoconto di quello che hai sognato durante la notte, che non è mai manco interessante?

Ora, lo so che pure io sono insopportabile. Ce li ho i miei difetti, penso a tutte le volte che rischio di sboccarti in macchina perché bevo troppo, o a quanto dev’essere odioso sentirmi usare il sarcasmo ogni volta che apro bocca. Ma questo non fa che avvalorare la mia tesi: noi non possiamo stare insieme. È già un miracolo che siamo ancora in vita, altre persone le avrei ammazzate per molto meno.

E allora com’è che ogni volta che ci guardiamo negli occhi, anche quando pensiamo davvero che stavolta litigheremo di brutto perché lo abbiamo già fatto con altre persone, facendo anche volare i piatti e le sedie, allora com’è dicevo che invece alziamo le spalle e diciamo chi se ne frega? Secondo me è stregoneria.

Ecco perché c’è qua un prete. Non è che deve fare un esorcismo, mica arrivo a tanto, ma una benedizione ci sta. Mica voglio che ci molliamo eh, non sia mai, ma a me sta storia puzza. E ok che non ci credo a queste cose, che non ci credi neanche tu, ma male non può fare no? No?

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Diversi modi di affrontare la morte, o di come trovare un filo conduttore fra Giorgio Manganelli e il black metal norvegese

Il problema più importante, quello della morte, è trattato sempre e solo da incompetenti. Non conosciamo il parere di nessun esperto.

Francesco Burdin

Eh già, aveva proprio ragione Burdin (di cui consiglio la ripubblicazione del suo Manes. Sette variazioni su un tema universale a qualunque casa editrice, che trovarlo in giro mi sa che è parecchio dura): per quanto Epicuro abbia tentato già parecchi secoli fa di rassicurarci, affermando che “quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi”, la morte ci dà ancora parecchio da pensare. C’è chi la affronta con spirito, seguendo il proverbio yddish (vado a memoria, l’ho letto su un Dylan Dog di anni fa) “polvere eri e polvere tornerai, ma fra una polvere e l’altra un buon bicchiere non ci sta male”, chi si tormenta di continuo come faceva Massimo Coppola da bambino, chiedendosi perché telegiornali, quotidiani e giornali radio non aprissero con la notizia “Purtroppo neanche oggi è stato possibile capire cosa sia la morte e che senso abbia l’esistenza”, chi ci ride sopra in maniera dissacrante e provocatoria come il sito Il morto del mese. La morte è anche al centro di un libro e di un podcast con cui sono entrato in contatto nell’ultimo mese, e gli approcci alla materia non potrebbero essere più distanti: sono Il vecchio gioco di esistere, raccolta di epitaffi scritti da Giorgio Manganelli pubblicati dalla casa editrice Hacca, e Helvete/Inferno, podcast sulla scena black metal norvegese a cavallo fra gli anni 80 e 90, realizzato dal giornalista di Radio Capital Antonio Cristiano e prodotto dalla piattaforma OnePodcast.

Con dolore e letizia

Giorgio Manganelli io l’ho conosciuto attraverso La morte. Non la sua, avvenuta nel 1990 quando il mio apice a livello di letture era rappresentato da Le avventure di Tom Sawyer di Mark Twain con attorno il nulla, bensì La morte, progetto ambient funereo di Riccardo Gamondi (Uochi Toki) e Giovanni Succi (di cui vi ho parlato più e più volte) in cui il secondo prestava la sua voce per leggere passi inerenti la grande mietitrice estrapolati da libri e non solo. Fra i vari estratti ce n’era uno preso da Dall’inferno, libro di Manganelli uscito nel 1985, e quello è stato l’input essenziale per recuperarlo e, in seguito, recuperare anche lo splendido Centuria, uno dei libri che più ha influenzato il mio amore per la forma breve. Mi sono ripromesso mille volte di leggere altri suoi libri ma si sa, poi c’è la vita e la maledetta colonna di letture in arretrato che continua inesorabilmente ad aumentare: quando ho avuto l’opportunità di mettere le mani su Il vecchio gioco di esistere, però, non me la sono fatta sfuggire.

Avete presente cosa sono, in ambito giornalistico, i coccodrilli? Fino a qualche mese fa lo ignoravo, poi è arrivato Francesco Costa con la sua rassegna stampa giornaliera Morning a darmi delucidazioni: sono gli articoli in cui si ricordano i personaggi famosi passati a miglior vita, che nell’ansia che ogni giornale ha di dare per primi una notizia pare abbia portato alla consuetudine di scriverli in anticipo. Già: da qualche parte, in qualche archivio digitale, c’è un pezzo su Silvio Berlusconi che aspetta solo di essere pubblicato. Dubito che durante la lunga carriera giornalistica di Manganelli ci fosse questa consuetudine, men che meno me lo immagino aderirvi e Il vecchio gioco di esistere ne è la migliore testimonianza: in questo breve volume, condito da una prefazione della figlia Lietta, lo scrittore affronta in lettere “con dolore e letizia”, per citare il modo in cui saluta la dipartita dell’amica Giuliana Benzoni, la dipartita di alcuni personaggi famosi della sua epoca, spesso a lui legati da un rapporto di amicizia e non solo.

L’uomo pudico, ma savio uomo di lettere, amò scrittori scurrili ed ebbri, talora ebbri di angoscia, di quel cruccio che Frassineti ospitò alla propria tavola, nella propria vita; quietamente, sempre. Quelle traduzioni sono assolutamente dei classici, sono testi perenni. Forse ho toccato la parola che spetta a Frassineti; disperso l’effimero orrore della morte, di Augusto Frassineti resta una pietra dura lavorata, qualcosa di esatto e infrangibile, una dolcezza fattasi perfetta durezza, la concisa lucentezza del classico.

Era un uomo di rara eleganza linguistica (su Augusto Frassineti)

I commiati di Manganelli, da quelli scritti per il proprio psicanalista Ernst Bernhard a quello per un grande della letteratura mondiale come Jorge Luis Borges, trasudano umanità ma non pietismo: la morte appare come un passaggio lieve nei suoi scritti, quasi come fossero vergati per qualcuno che è ancora lì al suo fianco di cui lodare le gesta. Sono minuziosi nell’inquadrare caratteristiche specifiche delle personalità, come la convivenza nella figura di Augusto Frassineti di ironia, timidezza e ingenuità, o la capacità del pittore Gastone Novelli (che per l’Hylarotragoedia manganelliana disegnò le mappe) di definire Grecia “una serie di appunti meticolosamente ignari di storia e cultura”, e allo stesso tempo hanno la capacità di condensare gli elementi fondamentali che hanno reso una vita e una carriera degne di essere ricordate. Ammetto candidamente di conoscere poche delle figure commemorate all’interno de Il vecchio gioco di esistere, ma è la scrittura di Manganelli il fulcro dell’esperienza, il suo modo di giocare con le parole e creare immagini e mondi anche quando ciò che esplora sono biografie e non invenzioni della propria fantasia: spiace solo che il viaggio sia breve, sessanta pagine per accomiatarsi, per rimanere in tema, con un altro esempio della sua superba scrittura.

Ci fu molta ironia nell’opera di Borges, ma non fu ironia scettica e perfezionista, fu quella particolare ironia che è propria della letteratura, l’arte di sopravvivere dentro l’ingegnosa struttura delle parole, la folla delle proposizioni; sopravvivere in quella maniera trionfante e marginale che Borges sperimentò in guise estreme. Venerato in modi anche incauti, cui egli consentiva con una recitazione che pareva gioco e burla, Borges rappresentò una sorta di scrittore per il quale in realtà non c’è indulgenza: lo scrittore che sa che egli non ha nulla da dire nel duplice senso; non dice nulla e dice il nulla.

Una piaga sul volto della storia (su Jorge Luis Borges)

Se le morti celebri fanno riferimento a figure con cui le giovani generazioni hanno avuto poco a che fare, l’estratto conclusivo della raccolta si lega puntualmente alla realtà dei giorni nostri. Non un coccodrillo, ma il racconto dell’apparizione su una spiaggia adriatica di un capodoglio, degli inutili sforzi per fargli riprendere il mare e delle cause che ne hanno decretato la morte: alcuni inutili colpi d’arma da fuoco e, soprattutto, l’inquinamento. Ecco allora che nel sottolineare come “piace all’uomo pensare che sia una resa, questo consegnarsi alla violenza scientifica del minuscolo intossicatore del mondo” Manganelli evidenzia un tratto del nostro mondo contro cui abbiamo fatto ancora troppo poco: il mare piagato e lebbroso di cui parla è il nostro mare, e per la malattia che lo affligge, di cui siamo responsabil*, non siamo ancora riuscit* a trovare una cura.

Una storia di musica, fiamme e sangue

Non sono un amante del black metal. Ok, è un modo molto diplomatico per dire che è un genere che proprio non riesco a sopportare: i suoni, la voce, le atmosfere, tutto mi urta. Eppure i dettagli di una storia che ha a che fare con quell’ambiente sono arrivati anche a me, sono diventati una mitologia che di bocca in bocca è arrivata anche a chi col metal, con qualunque tipo di metal, non ha mai avuto niente a che fare. In quella storia fatta di passione per la musica estrema, di chiese bruciate e di morte ha fatto ordine Antonio Cristiano con Helvete/Inferno, il podcast in sei puntate con cui ripercorre le gesta di coloro che facevano parte dell’Inner Circle, un gruppo di giovani spesso nemmeno ventenni che crearono una scena musicale e allo stesso tempo una specie di setta satanica, rendendo sfumati i confini fra le due cose.

Parte da lontano Cristiano, e parte anche un po’ maluccio. Il modo in cui si mette a mistificare la difficoltà di reperire la musica negli anni 80 rispetto alla realtà iperconnessa di oggi sa un po’ di boomerata, ma ci mette poco a mettere sotto gli occhi una pratica che effettivamente differenzia parecchio le due epoche: l’interscambio di cassette da una parte all’altra del globo fra appassionati, uno sbattimento a cui nemmeno il peer to peer pre banda larga (se siete abbastanza vecchi per ricordarvene) può essere minimamente paragonato. Dalla pratica di mettere la colla sul francobollo e farselo rispedire, in modo da poterlo riutilizzare togliendo i resti del timbro postale, arriviamo velocemente in Norvegia, dove alcuni giovani musicisti stanno per far partire una rivoluzione sonora: fra di loro c’è Øystein Aarseth, chitarrista dei Mayhem, che di lì a poco prenderà il nome di Euronymous.

Immagina una meravigliosa chiesa antica in legno… cosa succede quando brucia? I cristiani si disperano, la casa di Dio va in fiamme, e le persone comuni soffrono perché qualcosa di bello è andato distrutto. Così diffondiamo dolore e disperazione, che è sempre una buona cosa.

Da un’intervista di una radio svedese a Euronymous nel 1993

Tempo fa ho parlato degli Slint in questo articolo, rimarcando come il loro successo fosse inspiegabile. In modo simile si può inquadrare la genesi del black metal, un genere che nasce in contrapposizione al death metal perché “quella era musica da poser”, che ha come pietra fondante un album la cui copertina doveva essere rosso sangue e invece esce rosa (un concetto su cui Cristiano calca particolarmente) che viene registrato in uno studio dove l’addetto al mixer praticamente non muove un dito: poteva uscirne fuori la demo dei [progetto morosa], il mio fallimentare progetto di reading distorto, invece ne esce fuori Deathcrush, il primo Ep dei Mayhem, l’inizio di tutto. Aarseth e il bassista e amico Jørn “Necrobutcher” Stubberud portano avanti il progetto dopo la defezione degli altri membri fondatori, piano piano il loro nome comincia a girare anche grazie a coincidenze fortunate (portano alcune copie in un negozio di Londra che si scopre poi essere fra i negozi presi a campione per le classifiche discografiche, il che li proietta nella Top 20 del magazine musicale Kerrang) e alla formazione si aggiungono il batterista Jan Axel “Hellhammer” Blomberg e un cantante che arriva dalla Svezia, Per Yngve Ohlin, che prenderà il nome di Dead: sarà lui a portare la morte vera nel black metal, dando avvio a una spirale che da autodistruttiva si espanderà alla nazione intera.

Cristiano è un narratore abilissimo e un biografo preciso, riesce a evidenziare i momenti fondamentali che hanno alimentato la spirale di fiamme e sangue che dalla primavera del 1991 ha cominciato a gravitare intorno all’Helvete, il negozio di dischi che Aarseth aprì a Oslo facendone il punto di ritrovo della neonata e crescente scena black metal. Ha la pazienza di aspettare il quarto episodio (su sei totali) per introdurre una figura fondamentale come Varg “Count Grishnackh” Vikernes, il musicista che con il moniker Burzum creò alcuni dei dischi fondamentali della scena e che per primo diede fuoco a una chiesa, la Stavkirke di Fantoft, dando il là a decine di roghi nei mesi a venire, e ha anche la capacità di rimarcare quanto gli atti criminali compiuti da alcuni membri dell’Inner Circle stridessero con attriti ben più banali, come la questione sui profitti che Aarseth, che distribuiva i dischi di Burzum con la sua etichetta Deathlike Silence, mai pagò a Vikernes: eppure furono proprio queste ultime motivazioni, insieme a una “lotta” per la leadership all’interno della scena, che portò il rapporto fra i due alle più estreme conseguenze.

Mi sono rimasti tutti fedeli tranne alcuni traditori. Solo i deboli e i falliti mi hanno tradito. Samoth e Faust degli Emperor hanno denunciato tutti alla polizia e hanno testimoniato il falso per salvarsi il culo. Sono codardi che si sono arresi senza combattere, cristiani del cazzo. Faust verrà punito, quando uscirà. Siamo tutti vichinghi, ci vendichiamo con il sangue: in questo paese comunista, con un cazzo di ebreo come primo ministro gli informatori sono considerati persone oneste.

Da un’intervista dal carcere a Varg Vikernes

Il più grande merito di Cristiano è però quello di mantenere distaccato il discorso musicale da tutto ciò che ci è girato intorno. Per quanto atroci siano stati i delitti commessi da alcuni membri dell’Inner Circle, per quanto confusamente fasciste e sataniste fossero le ideologie che li muovevano, gli album registrati dai gruppi della scena in quel periodo sono diventati pietre miliari del metal tutto, spesso registrati negli stessi Creative Studios di Kolbotn dove i Mayhem incisero Deathcrush solo perché era il primo studio discografico di cui avevano trovato il numero sull’elenco telefonico. Band come Immortal, Satyricon, Enslaved ed Emperor vanno avanti chi più chi meno con le loro carriere ancora oggi, i Darkthrone hanno il loro disco A blaze in the northern sky esposto nella Biblioteca Nazionale di Oslo, e di questo e degli altri dischi registrati agli inizi degli anni 90 Cristiano riesce a restituire le caratteristiche incuriosendo anche un profano del genere come me: martedì dopo il lavoro, bevendo una birra e fumando una canna con un amico, ci siamo concessi qualche breve ascolto di Deathcrush, e chissà che non approfondisca ulteriormente. Non mancano nel podcast interessanti contributi di chi quella scena l’ha vissuta parzialmente, anche se da lontano: i musicisti Fabban degli Aborym (attivi ancora oggi) e Roberto Mammarella dei Monumentum, quest’ultimo oggi dietro l’etichetta specializzata in black e doom metal Avantgarde Music. Nonostante la sua genesi il black metal è diventato parte integrante della cultura di una nazione, la Norvegia, da cui i membri più estremisti della scena volevano eradicare la cristianità: paradossalmente oggi, per diventare parte integrante del corpo diplomatico, la conoscenza del black metal è imprescindibile.

Nel 1985 usciva Dall’inferno di Giorgio Manganelli; un anno dopo, nel 1986, i Mayhem registravano in maniera grezza e casalinga la loro prima demo, Pure fucking armageddon. Che Euronymous, Necrobutcher e gli altri componenti della prima formazione della band norvegese abbiano potuto leggere il libro di Manganelli è altamente improbabile, eppure l’inferno a loro modo l’hanno comunque portato in Norvegia. La morte e non Satana lega le storie di Manganelli e dell’Inner Circle, ma questa piccola coincidenza sembra proprio puzzare di zolfo.

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Racconto in musica 139: La notte mi dimentica (Ratatat – Nightclub amnesia)

La mia compagna ha gusti musicali molto diversi dai miei, ma è molto curiosa ed è più facile che dica di sì alla possibilità di un’esperienza nuova piuttosto che il contrario. Una delle prime volte che siamo uscit* insieme l’ho portata a vedere gli Eugenio In Via Di Gioia, e le sono piaciuti (io, nella specifica occasione, le sono piaciuto meno, ma è comunque una storia a lieto fine): negli anni le ho poi fatto scoprire Giorgieness, l’ho fatta ridere ai concerti/spettacoli di stand up comedy di Musica Per Bambini, ci siamo meravigliati insieme della conoscenza enciclopedica su Dante Alighieri sfoggiata con naturalezza e partecipazione da Giovanni Succi nei suoi interventi su L’arte del selfie nel Medioevo (non perdeteveli). Che bella storia vero? L’amore trionfa con l’aiuto della musica, degli arcobaleni e degli unicorni rosa, evviva! No.

O meglio, l’amore trionfa ma passa anche per delle prove, e nello specifico per la mia compagna questo significa passare per le forche caudine di concerti molto meno accessibili di quelli elencati sopra. Perché all’inizio le ho proposto artist* che pensavo potessero piacere anche a lei, poi me ne sono approfittato e le ho fatto sanguinare le orecchie (solo in maniera figurata) con un susseguirsi continuo di band strumentali, punk hardcore, post metal: lei si è sorbita tutto con abnegazione invidiabile, a volte odiandomi, ma sopportando la mia passione anche quando la portava in territori, come quelli degli Ufomammut, in cui avrei dovuto capire che forse era meglio non farla entrare. La amo anche per questo, e perché anche lei mi fa scoprire mille cose con cui, nella mia pur malleabile comfort zone, probabilmente non sarei mai entrato in contatto, fra serie televisive, libri, eventi e, più in generale, una visione del mondo. Anche musica, per quanto distanti rimangano i nostri gusti, perché ad esempio poche settimane fa ho sentito provenire dal suo cellulare le note di una canzone che mi ha subito fatto drizzare le antenne: era Seventeen years dei Ratatat, e oggi il racconto della settimana è ispirato a un loro brano.

Mi capita spesso di appassionarmi a una band nel periodo sbagliato. Un paio di decenni fa mi sembrò una maledizione, visto che le band si scioglievano non appena iniziavo a seguirle con devozione (mi capitò con Soundgarden e At The Drive-In, pochi esempi ma grossi): per i Ratatat questo esempio vale fino a un certo punto, perché un po’ come il gatto di Schroedinger (o come i Fuck Buttons), non sono né vivi né morti, hanno pubblicato l’ultimo disco nel 2015 ma non hanno mai annunciato scioglimenti né pause di riflessione. Tutto questo l’ho scoperto dopo aver cominciato a recuperare velocemente (e, come ho scoperto poi, disordinatamente) i loro cinque dischi, dall’omonimo Ratatat datato 2004 a Magnifique, immergendomi sempre di più nel loro sound fatto di incroci fra chitarra, basso e percussioni, innesti elettronici e un gusto eclettico che mischia funky, math rock e dance.

Ma chi sono i Ratatat? Sono un duo composto da Mike Stroud (chitarra, melodica, synth e percussioni) e Evan Mast (basso, synth e percussioni), formatosi nel 2001 ai tempi in cui i due frequentavano lo Skidmore College di Saratoga Springs, vicino a New York. La musica era già una passione per entrambi, tanto che Stroud aveva già fatto un tour con i Dashboard Confessional (mai ascoltati, ma il nome è noto pure a me), da lì a piazzarsi in casa di Mast a registrare qualcosa il passo è breve: nel 2003 fanno uscire il primo singolo, la già citata Seventeen years, per l’etichetta Audio Dregs (fondata da Mast col fratello Eric), poi firmano per la Xl Recordings e l’anno seguente fanno uscire l’album omonimo, dopo “solo” due anni di lavoro su un laptop in un appartamento di Brooklyn. In quel disco sono già presenti tutti i caratteri distintivi della band, del loro suono allegro e travolgente, una sorta di versione dei Battles a cui piacciono più i tempi pari che quelli dispari e che preferiscono farla semplice. D’altronde a Stroud e Mast la gente piace (anche) farla ballare, non per niente ai cinque dischi prodotti nel corso degli anni (fra il primo e l’ultimo ci sono Classics del 2005, Lp3 del 2008 e Lp4 del 2010) si sono aggiunti due album di remix (Ratatat remixes vol. 1 e Ratatat remixes vol.2, che includono rivisitazioni di brani di Jay-Z, Kanye West, Notorious B.I.G. e altri nomi della scena rap e non solo: esclusa da questi album io vi consiglio di recuperare la loro versione della splendida e inquietante We share our mother’s health dei The Knife). Concerti nei maggiori festival, qualche puntata in Europa e un’esibizione pure al Guggheneim di New York (in cui pare, secondo Wikipedia, siano stati la prima band a esibirsi in un concerto per il pubblico nel 2006) si sono alternate negli anni per il duo, che è arrivato pure in Europa ma, ahime, non in Italia (o forse non ahime, visto che ora mi mangerei le mani per essermeli persi): dal post tour di Magnifique, comunque, i riflettori si sono spenti e se Mast sembra più concentrato sulla carriera da produttore (con il nome E.Vax), Stroud si è concentrato su un altro progetto, i Kunzite, che esplorano parzialmente lo stesso sound che mi ha fatto innamorare velocemente dei Ratatat.

Nightclub amnesia, ottava traccia di Magnifique, è uno dei brani più da club del duo. Vuoi per la sua natura, vuoi per l’associazione spontanea creata dal mio cervello con il film Amnesia di Gabriele Salvatores, il racconto che ho tratto dalle loro note è un confuso assemblaggio di ricordi dopo una serata folle passata (o forse no) nel club che dà il titolo alla canzone: per cercare un ordine in quella confusione non vi resta che proseguire oltre il brano che lo ha ispirato (sentendolo in sottofondo mi raccomando!), mentre a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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La notte mi dimentica

Ricordo di essere stato in un posto, un posto che doveva essere l’Amnèsia. O forse no. Ricordo però un’amnesia, minuti o forse ore; so solo che era notte prima ed era notte anche dopo, in mezzo uno spazio vuoto nella mente. Quindi il ricordo dell’Amnèsia può essere frutto dell’amnesia, e non il posto dove sono stato.

Al risveglio, però, al posto dell’orologio mi sono trovato sul polso il simbolo di un locale che sembra quello dell’Amnèsia. Ma quando sono stato l’ultima volta in quel posto? Ne ho un vago ricordo: poteva o non poteva essere un nightclub in cui pippavamo forte, e roba strana che ti fa dimenticare le cose. Quindi è probabile che io sia stato all’Amnèsia, per via dell’amnesia. Ma se l’amnesia fosse frutto della frequentazione dell’Amnèsia non potrei ricordarmene, mentre io lo ricordo. O meglio, ho il ricordo di un posto che si chiama Amnèsia i cui dettagli non ricordo.

Potrei chiamare qualcuno di quelli che erano con me. Ma chi c’era con me? Non ricordo. Potevano o non potevano essere quelli con cui pippavo forte all’Amnèsia, ma fatico a ricordarne i volti. Loro si ricorderebbero di me vedendomi? Forse all’Amnèsia, o in un altro posto che poteva o non poteva essere l’Amnésia, abbiamo tutti avuto un’amnesia e ora vaghiamo per le strade con simboli strani sui polsi mentre i nostri orologi chissà che fine hanno fatto. Ci hanno drogato per rubarci gli orologi? E se sì, all’Amnèsia o dove?

Sento qualcosa di caldo e bagnato che mi cola dal naso. Ci passo la mano sopra, la ritiro ed è sporca di sangue. Vuol dire che ho pippato, anche se non lo ricordo. Ma che ricordo ho di quella roba strana che pippavamo e che faceva dimenticare le cose? Nessuno, nemmeno se era all’Amnèsia o meno. Quanti minuti od ore è durata quest’amnesia? Ero in nightclub quando? E dove? So solo che era notte prima e anche dopo, ma quale notte? Quante notti?

Mi alzo dal marciapiede. Non so dove sono né come ci sono finito. So solo che ho avuto un’amnesia, questo lo ricordo, è quella che mi ha portato qui. Ma qui dove? Fossi all’Amnésia almeno saprei di essere in un posto conosciuto, anche se non lo ricordo, ma il ricordo che ho di quel ricordo confuso di un posto che poteva o non poteva essere l’Amnèsia è quanto di più vicino a ciò che posso chiamare casa. Ho freddo, mi mancano i miei amici, mi manca il ricordo dei miei amici e delle pippate che ci facevamo con quella roba che fa dimenticare le cose. Anche io gli mancherò, o staranno pensando ai loro orologi? O forse staranno pippando per dimenticare, dimenticare me o il fatto di aver perso i nostri orologi?

Vedo delle luci in fondo alla strada. Ho la vista offuscata, il sangue mi ha macchiato la camicia. Il simbolo sulle insegne potrebbe o non potrebbe essere quello che ho sul polso, potrebbe o non potrebbe essere quello dell’Amnèsia. Forse avvicinandomi ancora un po’ ricorderò, forse ricordando la droga le cose ricorderanno gli orologi dei miei amici nel posto dove ora la notte pippando ricordo sì sì. Sì! O forse no.

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Crearsi i precursori in casa: lo stoner fra passato e futuro di Adriatic desert de Le Scimmie

Ascoltando Adriatic desert de Le Scimmie mi è tornato in mente uno dei brevi saggi inseriti in Altre inquisizioni di Jorge Luis Borges, quello in cui l’autore argentino analizza alcuni testi precedenti a Franz Kafka per designarli come suoi precursori. Ho ripreso in mano il libro per trovare il passaggio specifico (accorgendomi che la vecchia edizione Feltrinelli in mio possesso ha un tot di pagine stampate al contrario), che riporto qui sotto:

Se non erro, gli eterogenei testi che ho enunciato somigliano a Kafka; se non erro, non tutti si somigliano tra loro. Quest’ultimo fatto è il più significativo. In ciascuno di quei testi è l’idiosincrasia di Kafka, in grado maggiore o minore, ma se Kafka non avesse scritto, non la avvertiremmo; vale a dire, essa non esisterebbe. Il poema Fears and scruples di Robert Browning profetizza l’opera di Kafka, ma la nostra lettura di Kafka affina e altera sensibilmente la nostra lettura del poema. Browning non lo leggeva come ora lo leggiamo noi. Nel vocabolario critico, la parola precursore è indispensabile, ma bisognerebbe purificarla da ogni significato di polemica o di rivalità. Il fatto è che ogni scrittore crea i suoi precursori.

Kafka e i suoi precursori

Ma che ci azzeccano uno scrittore argentino e la sua analisi su uno scrittore boemo con l’ultimo album di una band stoner/doom strumentale di Vasto? Seguitemi, se ne avete il coraggio, perché non sarò breve.

Il mio rapporto con Le Scimmie (Angelo “Xunah” Mirolli, chitarrista e deus ex machina del progetto, coadiuvato da Marco D’Aulerio alla batteria) è lungo e fatto di alti e bassi. Nel 2007, anno di fondazione della band, ricevetti il loro Ep d’esordio e non mi piacque per niente, il che avrebbe potuto far finire lì la storia; caso volle però che Michele Montagano, colui che mi chiamò per scrivere su StorDisco e a cui devo la mia attuale militanza nella “critica musicale” (decidete voi se è un bene o un male), ci fosse rimasto sotto, e in senso positivo, con l’album che la band pubblicò tre anni dopo, Dromomania. Non lo ascoltai molto ai tempi, ma percepii una maturazione evidente in quel poco che mi passò per le orecchie: la band (a quei tempi con Mario Serrecchia dietro le pelli) si era votata a un suono più cupo e grosso, stoner con venature oscure che se non andavano verso il doom poco ci mancava. Quello sarebbe venuto sei anni e un tour europeo (in cui se non sbaglio Montagano, vastese come loro, li accompagnò) dopo, con l’uscita di Colostrum. L’album del 2016 era un vademecum perfetto su come si fa un disco di doom psichedelico, allargava la formazione per la prima volta (oltre a Mirolli c’erano Simone all’effettistica e Gianni alla batteria, i cui cognomi non citavo nella recensione che scrissi e che pertanto si sono persi nei meandri dell’Internet) e con i quattro brani da cui era composto faceva impallidire alfieri nostrani del genere come gli Ufomammut. Sono passati ben sette anni da allora, che sarà cambiato? Non tutto, ma molto.

Gli allucinogeni scorrono potenti in questa cover

Mi aspettavo la psichedelia da Adriatic desert, e un po’ di fattanza c’è fra le pieghe degli otto brani in cui chitarra e batteria mulinano riff e pattern: il sound de Le Scimmie ora però è molto più diretto, dritto al punto, potente come non mai ma di una potenza che ha più a che fare con Red Fang e Fu Manchu che non con il doom del penultimo disco. Se Colostrum lasciava l’ascoltatore con lo sguardo perso nel vuoto come dopo un (bad) trip a base di LSD, Adriatic desert lo rianima con dosi abbondanti di distorsioni veloci e vigorose che sanno di serate passate a trincare birra, passarsi qualche canna e fare headbaging come se il collo domani non ti servisse più. L’iniziale Wild boar è un parziale passaggio di consegne: parte veloce e fuzzosa, corre concisa e concentrata fino a metà dei suoi cinque minuti di durata per poi rallentare, dilatando all’estremo una variazione sul tema dei riff precedenti e ficcandoci sopra anche una seconda chitarra viaggiosa per rendere più lisergico il tutto, ma ciò che interessa al Mirolli del 2023 è la velocità e ci mette il resto del disco a specificarlo.

Non manca di varietà Adriatic desert, fra momenti in cui arpeggi elettricamente melodiosi avvicinano Le Scimmie agli Yawning Man (A giant summer) e acidissime cavalcate su cui la chitarra sgomma e derapa facendo stridere piacevolmente il cervello (Acid lime), ma ci si mette più tempo ad entrarci in sintonia di quanto se ne impieghi a fare su e giù con la testa. Le sfumature si percepiscono con l’aumentare degli ascolti, quando arriva tutto il lavoro fatto sulle seconde chitarre (sarei curioso, causa ventennale militanza ignorante alle sei corde, di vedere se Mirolli dal vivo riesce a rendere tutto questo con una loop station, nel qual caso mi inchinerei) che riempie di sfumature le granitiche geometrie create dal duo, come nella title track o in 2007, un brano che con la sua vena hardrockeggiante riecheggia i primi vagiti del progetto. È innegabile però che quanto si guadagna in botta e immediatezza viene perso in atmosfera, lasciando un po’ l’amaro in bocca a chi si aspettava un viaggio dagli orizzonti più ampi di quelli che concede la conclusiva Fluoroscent dinosaur, che prova lodevolmente a creare qualche sprazzo lisergico nel finale ma non tanto da farci immaginare per davvero un dinosauro fluorescente.

Ma che c’azzeccano Borges e Kafka con tutto questo? È presto detto: se si analizza la carriera de Le Scimmie a ritroso ecco che in Dromomania si vede la sintesi perfetta di quanto creato successivamente. Non che quello del 2010 sia l’album migliore di Mirolli e soci, tutt’altro, ma in quel disco convivevano in maniera grezza tanto le suggestioni che hanno portato alle visioni cupe di Colostrum quanto l’approccio dritto e granitico che in Adriatic desert trova la sua piena maturazione. Il nuovo disco del duo, pubblicato il 27 aprile da Frekete! Records, assume così un valore di continuità che potrebbe sfuggire a chi ha scoperto il progetto post-2016, una via di esplorazione alternativa che si giustifica evidenziando il proprio precursore casalingo: io, pur da profano degli allucinogeni, continuo a preferire l’LSD, ma basta la potenza di questi otto brani a farvi scambiare la sabbia delle spiagge adriatiche per quella del deserto.

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