Progetta un sito come questo con WordPress.com
Crea il tuo sito

Racconto in musica 82: Quel che ci definisce (Eugenio In Via Di Gioia – Sette camicie)

Pensate a quanto è bello veder crescere un artista fino al successo. Andare ai primi concerti e gustarseli a due passi dal palco, vedere quel nome che pian piano compare sulla bocca di sempre più persone e alla fine trovarsel* lì, in televisione, dove non avreste mai pensato di vederl*. Sentite quella sensazione di orgoglio, come se un po’ fosse merito vostro, o siete troppo impegnati a dire frasi come “i primi album erano meglio” o “s’è vendut* come Zerocalcare?

Io quella sensazione non l’ho mai provata appieno (ci starebbe l’esempio di Bugo, visto in un centro sociale a Novara, ma andava già su Mtv e mi pare ipocrita dire “io c’ero prima di voi), ma c’è almeno una band che ho sfiorato nel periodo della sua ascesa. Nell’ottobre 2014 forse già facevo parte dell’associazione Asap – As Simple As Passion di Novara, probabilmente avevo già partecipato a un secret concert dei Giuradei in casa di un amico, ma sicuramente non ero andato alla Casa di paglia (che è fatta davvero di paglia) a Fontaneto D’Agogna per vedere una band dal nome strano che faceva folk e arrivava da Torino. Per qualche anno quel gruppo non l’ho cagato di striscio, per un qualche pregiudizio legato al loro strano nome o per chissà quale motivo, poi li ho visti su un palco al solito Balla coi cinghiali, in mezzo a una folla che saltava e cantava le loro canzoni, e ho capito di essermi perso molto ma che c’era ancora tempo per recuperare: da allora gli Eugenio In Via Di Gioia quando posso non me li perdo mai, anche se ora i loro concerti fanno soldout in tempo zero.

Descrivere la loro carriera con una fredda formula cronologica sarebbe ingeneroso verso un gruppo che ha fatto del coinvolgimento nei live la sua cifra stilistica, ma ci sta dire almeno che Eugenio Cesaro (voce e chitarra), Emanuele Via (pianoforte, fisarmoniche e cori), Paolo Di Gioia (batteria, percussioni e cori) uniscono le loro forze nel 2012, risolvendo in maniera originale il problema del nome da dare alla band unendo i propri. Di lì a poco entra nel gruppo anche Lorenzo Federici (basso e cori), la cui esclusione dal nome della band viene risolta intitolandogli il primo album, Lorenzo Federici, uscito proprio in quel 2014 in cui io chissà cosa avevo di meglio da fare rispetto ad andare a vederli nella provincia novarese. Gli Eugenio In Via Di Gioia fanno propria la tradizione buskers, esibendosi come artisti di strada e mantenendo quell’approccio anche sul palco: la distanza fra loro e il pubblico viene empaticamente annullata e spesso sparisce anche fisicamente, vuoi perché Eugenio lancia un cubo di rubik fra il pubblico per poi risolverlo mentre canta e suona Prima di tutto ho inventato me stesso (canzone contenuta nell’Ep Urrà del 2013) o perché salta in mezzo alla gente a fine concerto per cantare Giovanni re fasullo d’Inghilterra (di cui la Disney mantiene immeritatamente i diritti). L’umanità che li contraddistingue è palese nella loro alchimia sul palco, nel modo di interagire con i fan e di inventarsi sempre nuovi modi per essere genuinamente originali, dalla tessera fedeltà che dava diritto a un kebab fatto con carne a km 0 una volta arrivati a dieci concerti visti/oggetti del merchandising acquistati (potete farla anche ora, aiutando col ricavato un progetto legato alle persone anziane in difficoltà) ai video fatti coinvolgendo il proprio pubblico.

I media nazionali si sono accorti di loro quando nel 2018 hanno intrattenuto i passeggeri di un treno che viaggiava con un ritardo di sei ore, ed era già uscito il secondo disco Tutti su per terra (licenziato come il precedente da Libellula Music); il Festival di Sanremo si è accorto di loro, portandoli sul palco degli emergenti nel 2020 con il brano Tsunami, dopo che già era uscito il terzo disco Natura viva; loro invece si sono accorti che il mondo si può migliorare anche attraverso le canzoni impegnandosi in progetti come Lettera al prossimo, una campagna crowdfunding organizzata nel 2019 con FederForeste e Coldiretti per ripiantare una foresta danneggiata da una tempesta nel triveneto. Il sociale e la società erano già temi presenti in molti dei loro brani, ma con il già menzionato Natura viva del 2019 (che li ha portati a suonare anche al Concerto del Primo Maggio) gli Eugenio In Via Di Gioia hanno fatto un ulteriore step, passando con coraggio dall’ironia alla schiettezza perché, come dicono in questa intervista che non mi stancherò mai di linkare, “speriamo che questo possa entrare più in profondità e rendere coscienti i giovani che esiste un’alternativa”. Sono felice di aver scoperto gli Eugenio In Via Di Gioia, anche se non posso dire “io c’ero prima di voi”, e sono felice che il primo concerto visto con la mia futura fidanzata sia stato proprio un loro live al Serraglio di Milano, perché penso che la mia felicità sia anche un po’ merito loro e per quanto stucchevole possa essere mi piaceva dirglielo in qualche maniera, anche se magari non leggeranno mai queste righe (ma se loro sono riusciti a convincere Chiara Ferragni a visitare i Musei Egizi di Torino perché non pensare che tutto è possibile?) P.S. È uscito il loro nuovo singolo Umano!

Sette camicie è contenuta in Tutti su per terra ed è un brano che, pur nella sua sfrenata allegria, mostra come ci costruiamo delle gabbie attorno a un’immagine di sanità da mantenere a tutti i costi, esemplificata da quella camicia indossata persino al mare perché “esser sé stessi è appagante, ma esser sani costa fatica”. Riuscirà a togliersela il protagonista del racconto, impegnato in uno spogliarello ambulante su una spiaggia? Per saperlo andate poco più in basso, non prima di aver ascoltato il brano che lo ha ispirato: buon ascolto e buona lettura!

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Quel che ci definisce

Il cellulare cade a terra e rimane lì, vibrante su una cunetta di sabbia, ignorato da tutti. Non si accorgono della sua presenza i ragazzi che giocano a beach soccer pochi passi più in là, non lo degna di attenzione la donna di mezza età che, con la sdraio piazzata lì di fronte, preferisce farsi rapire dalle pagine di un romanzo rosa il cui protagonista maschile, per quanto focoso e ribelle, non sostituirebbe comunque al goffo e prevedibile uomo di cui si è innamorata anni fa.

Le scarpe si fanno notare, quella destra almeno. Scalciata lontano raggiunge l’asciugamano dove un giovane addormentato, presa in faccia una manciata di sabbia, si alza gridando Avete rotto il cazzo con questo pallone, ma di fronte ha solo una calzatura di pelle nera coi lacci che ricadono sui bordi. Mentre il giovane si guarda in giro incuriosito l’uomo ha già abbandonato dietro di sé anche i calzini.

Avanza con passi lenti e ondeggianti, liberando il collo dal giogo della cravatta. Passando accanto a un ombrellone fa un lancio distratto e la abbandona lì, nello spazio vuoto creato dall’improvviso bisogno di refrigerio di un gruppo di bambini scalmanati. Da una radio lontana proviene un ritmo soffocato, l’uomo se ne lascia trasportare giusto il tempo di qualche passo tentennante, a occhi chiusi, mentre con le braccia stese all’indietro e qualche contorsione del tronco cerca di scostarsi la giacca dalle spalle.

Un signore anziano alza la testa quando il sole del primo pomeriggio viene oscurato per un istante, sulla sua pelle simile al cuoio plana come un gabbiano nero l’ennesimo indumento. L’uomo cerca di avanzare mentre slaccia e srotola i pantaloni, con movimenti goffi li lascia dietro di sé, in una posa che ricorda le sagome disegnate a terra dopo un delitto. Una coppia lo osserva, lei sussurra Sembra proprio come in un film, lui si guarda intorno cercando le telecamere.

Ormai è a pochi passi dal mare, la sabbia umida del bagnasciuga gli penetra fra le dita dei piedi, rinfrescando le piante arroventate. L’uomo sfila l’orologio e fa per lanciarlo tra le onde, poi si limita a gettarlo con sufficienza al suo fianco. Il peso del cronografo di ultima generazione causa il crollo della torre di un castello, il pianto del bambino che lo ha costruito e la reazione di suo padre, che si alza e grida Oh ma sei coglione?

Ora l’uomo è in mare, le sue grige mutande di marca si scuriscono a contatto con l’acqua. Gli restano solo quelle e la camicia da togliere, la mano si dirige verso un polsino ma lì si ferma, congelata in un istante che dura quanto una hit estiva. Poi l’uomo si avvolge le spalle come in un abbraccio e incomincia a piangere.

I bambini scalmanati giocano a schizzarsi, presi dalla frenesia mettono l’uomo nel mezzo e lo bagnano da capo a piedi, confondono le lacrime con l’acqua del mare. A furia di schizzi rendono la camicia trasparente tanto che quasi non la si nota più, fra le sue braccia, l’invisibile gabbia d’alta sartoria che lo definisce e di cui non riesce a disfarsi.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Pubblicità

Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: