Racconto in musica 138: Segreti (OTU – F.ther)

Questa è una storia che inizia un bel po’ di anni fa, e ha parecchie svolte. Inizia con un concerto dei disciolti The R’s, band che andai a intervistare all’Amigdala Theatre di Trezzo Sull’Adda nel 2010, scoprendo che averli paragonati ai Beatles in una recensione del loro primo Ep (senza aver mai ascoltato un album dei Beatles per intero) era diventata una specie di croce che ancora si portavano dietro: esempi di professionalità. Un altro esempio di professionalità era dato dal mezzo utilizzato per l’intervista, una macchina fotografica di basso prezzo che faceva anche filmati, ovviamente di bassa qualità sia video che audio: non vi dico il casino per trascrivere le risposte. In quel concerto mi innamoro della band di supporto, quattro folli che fanno musica strumentale agitata e tremendamente coinvolgente. Si chiamano Bangarang!, compro il loro omonimo Ep e rimango anni ad aspettare A) che producano un disco e B) di vederli di nuovo da qualche parte: succede intorno al 2016, quando esce Religione catodica e riesco a invitarli a suonare in quel della Cooperativa Portalupi di Vigevano insieme ai Sabbia (di cui vi ho parlato qui e qui). Il basso nei Bangarang! era suonato da Gregorio Conti, e io ho ignorato fino all’altroieri (non proprio l’altroieri, è un modo di dire) di averlo incontrato anche in un’altra band.

Torniamo al 2011, anno in cui mi arriva a casa per vie che ora non ricordo minimamente (forse c’entrava l’ufficio stampa di Luca Barachetti, voce dei mitologici Bancale) l’album omonimo dei Verbal, band post-rock nel senso ampio del termine che mi convince parecchio (soprattutto questa canzone), tanto da recensire anche il loro seguente Ep Called war e da imbarcarmi verso Crema per vederli esibirsi nella sonorizzazione di un filmato d’epoca sulla conquista del K2 (o almeno così ricordo. Adorate tutte queste parentesi in una storia che sto già cronologicamente raccontando a cazzo, vero?). Nei Verbal suona il già citato Conti, mentre alla chitarra c’è Isaia Invernizzi: la band purtroppo si scioglie e/o si prende una pausa di riflessione che dura ancora oggi e di Invernizzi, tramite amicizia su Facebook, scopro anche molto marginalmente il lavoro di giornalista.

Arriviamo al 2023, dove queste storie per caso si incontrano. Decido a febbraio di andare a una serata al Circolo Gagarin di Busto Arsizio, senza sapere quasi nulla delle band che suoneranno ma fidandomi di chi la organizza, un amico che conosco da anni e che lavora nell’emittente varesotta Never Was Radio. Un pochetto mi informo in realtà, perché mi incuriosiscono sti OTU che mischiano strumenti e beatmaking: soprattutto vedo due nomi, nella descrizione della band, che catalizzano la mia attenzione, e guarda un po’ se non sono proprio Invernizzi e Conti. Sorpresa!

Il progetto OTU (acronimo di One Tribe United) nasce come duo nel 2018, composto inizialmente da Invernizzi (chitarra, omnichord e sampler) e da Francesco Crovetto (batteria, sampler), vero e proprio motore iniziale. Crovetto inizia già l’anno prima a sperimentare con groove e sample (anche se OTU appare pure nella locandina del NeverFest 2016), l’incontro con Invernizzi gli permette di ampliare lo spettro sonoro e arrivare in brevissimo tempo alla pubblicazione di Clan, disco di dieci tracce che esce nel febbraio 2018 per Dischi Bervisti e Hashtag (etichetta quest’ultima che, in varie incarnazioni, ha fatto uscire i dischi di Verbal, Bangarang! e di altre band di cui su Tremila Battute abbiamo già parlato, come Moostroo e Le capre a sonagli, oltre a organizzare da quasi vent’anni concerti e festival musicali). In Clan Invernizzi e Crovetto si sbizzarriscono con sample vocali e groove hip hop, dilatazioni ambient e chitarre ora morbide, ora taglienti, e il risultato è qualcosa di difficile definizione: loro suggeriscono cinematic hip hop, instrumental hip hop, experimental hip hop, ma in fondo l’importante non è incasellarli bensì lasciarsi trasportare dalla voce di Muhammad Alì che sembra rappare sulla musica intessuta dal duo in Alì, mentre quella di Hal 9000 gela l’ascoltatore nell’onirica Hal in chiusura del disco.

OTU è una creatura in pieno fermento e solo la pandemia la stoppa (e in quel periodo il prezioso lavoro di Invernizzi come giornalista per L’eco di Bergamo aiuta a far luce sulla situazione nella zona e gli apre le porte de Il Post), almeno per il tempo necessario a prendere la rincorsa e tornare in formazione allargata. Nel luglio 2021 per l’etichetta Beat’s Tailors esce infatti l’Ep Q.ter_Vol. 1, che oltre a concentrarsi maggiormente sulla matrice hip hop e a mischiarla con sample soul e funky porta in dote anche l’ingresso nel progetto di Marco Brena, batterista e produttore dei Vanarin. OTU si sviluppa sempre più come un vero e proprio collettivo, e con il successivo album GOODKIDS (2022) i campionamenti di Brena lasciano spazio al basso di Gregorio Conti (eccolo!): l’album rappresenta un’altra faccia della stessa medaglia (una medaglia evidentemente a svariate dimensioni, altro che l’hypercubo), con l’hip hop sempre stabile come base di partenza ma un mondo sonoro più cupo, fra brani che sfiorano l’industrial (Ralph) e altri che si addentrano invece molto di più nella sperimentazione elettronica (No Nap), il tutto accompagnato dalle voci fantasmatiche e inquietanti di… bambini!

Il 2022 si rivela l’anno più prolifico per OTU, che dopo l’uscita dell’album a marzo riprende il lavoro iniziato con Q.ter Vol.1: a ottobre esce sempre per Beat’s Tailors Q.ter_Vol.2, una nuova infornata di basi hip hop mischiate a sample soul e funky, con la leggerezza e la professionalità di chi sa disporre di quegli elementi con maestria. Dal vivo Crovetto, Invernizzi, Brena e Conti riescono a fondere tutti gli elementi sviluppati nei dischi in un mix a tratti psichedelico, facendo muovere la testa a tempo e lasciando viaggiare il cervello verso orizzonti inesplorati della propria psiche: se capitano dalle vostre parti non fate l’errore di farveli scappare.

L’idea per il racconto che ho tratto da F.ther, terza traccia di Q.ter_Vol.1, non nasce dalle suggestioni sonore del brano ma si alimenta di esse: attraverso il suo groove trascinante ho immaginato il percorso dei due protagonisti della vicenda, un uomo e una ragazza il cui legame resta indefinito, portando a compimento un’idea che mi germinava in testa da qualche tempo. Trovate il racconto come al solito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Segreti

L’uomo parcheggia l’auto a pochi passi dal cancello della villetta, tenendosi distante dal cumulo di sacchi della spazzatura sul marciapiede. Attraverso il computer di bordo fa partire una chiamata, riattacca dopo uno squillo. Rimane in attesa osservando la casa, qualche minuto più tardi la ragazza esce e lui sorride. Lei entra nell’auto senza restituire il sorriso.

Sei in anticipo, dice.

Volevo essere sicuro che arrivassimo in orario all’appuntamento, risponde lui.

Sì, vabbé, dice lei. Continua a fissare di fronte a sé. Partiamo?

E la mamma non scende a salutare?, chiede lui ammiccando.

Lei lo guarda, rotea gli occhi. Allunga una mano e indica di fronte a sé. Parti dai, dice.

Era solo una battuta, dice lui. Ingrana la prima, il motore elettrico della berlina si accende silenziosamente. Osserva un’ultima volta la casa, notando una tenda scostata al piano di sopra.

L’imprenditore di fronte a loro ingoia tartine alla stessa velocità con cui fa fuoriuscire parole dalla bocca. Sta spiegando il segreto del successo, una sola semplice regola. Anche se le cose vanno male, dice a lui, devi continuare a investire. Se diventi abbastanza grosso, aggiunge, puoi mangiarti tutti e nessuno potrà più farci niente.

L’uomo stringe la ragazza a sé. Capito?, le chiede. Se vuoi avere successo nella vita, dice, devi fare tesoro di questi consigli.

Lei sorride, poi scosta la mano dell’uomo. Scusate, dice, vado a prendere un bicchiere d’acqua. Si allontana verso il buffet al centro del giardino, schivando i camerieri in livrea.

Mi scusi, dice l’uomo all’imprenditore, allontanandosi. Raggiunge la ragazza. Tutto bene?, le chiede.

Non mi devi stringere così cazzo, dice lei. Sembra una cosa malata, aggiunge.

Lui resta in silenzio, sorseggiando champagne da un calice.

Hai i capelli troppo scuri, dice lei. Dovresti sembrare più anziano, così sembri il mio amante. Fa una pausa. La prossima volta, aggiunge, decolorali, o qualcosa del genere.

Ti vergogni di un padre che vuole apparire giovane?, chiede lui.

Lei butta giù l’acqua in un sorso, poi sorride a una signora con un largo cappello. Poi ne riparliamo, sussurra.

L’uomo parcheggia l’auto di fronte al cancello. È stata una bella giornata, dice.

La ragazza non risponde, armeggia con la borsetta. Estrae dal portafoglio alcune banconote. Le tende verso di lui, senza guardarlo.

Aspetta, dice lui. Non è che devi per forza.

Cosa? Lei lo fissa, inarca le sopracciglia.

Ecco, inizia lui. Indica le banconote, poi si zittisce.

Cosa c’è, sibila lei, allungando ancora i soldi.

Niente, dice lui, prendendoli.

Ricordati dei capelli, dice lei. Scende dall’auto senza voltarsi, pochi secondi ed è già in casa.

Lui accende la macchina, innesta la prima. Sospira, osserva di nuovo la villetta. Al piano di sopra la tenda è ancora scostata, vede al di là del vetro un uomo e una donna. Lo fissano accigliati. Nota che gli occhi dell’uomo sono cerchiati di rosso.

Lui stringe il volante con forza, riparte. Pochi metri ed è già fuori dalle loro vite.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Il giusto, bizzarro equilibrio: Sono un vecchio de Il Re Tarantola

È arrivata quella settimana dell’anno in cui chi si crede un esperto di musica vede tutte le proprie certezze svanire: la settimana dell’Eurovision Song Contest. Al netto di una ragguardevole quota di palle al cazzo incredibili, i paesi partecipanti (quest’anno trentasette, fra cui la nota nazione europea rispondente al nome di AUSTRALIA) riescono sempre a donare grandi soddisfazioni, fra estoni che vengono appesi per un piede in tutina da lotta greco-romana, islandesi tecno-sadomaso e lupi truzzi norvegesi. Certo, anche la tamarraggine esagerata a un certo punto diventa eccessiva, ma questo sta al metro di giudizio personale: dopotutto come si fa a distinguere chi è arrivato lì con un’onesta carriera da performer bizzarr*, come i clamorosi Let 3 croati, da chi magari si è messo una maschera per l’occasione solo perché la bizzarria all’Eurovision funziona sempre (raramente per vincere, a meno che tu non sia i Lordi)?

Davvero vogliamo non far vincere loro quest’anno?

Il gioco, in pratica, riguarda l’annosa domanda “ci sei o ci fai?”, che in musica assume una valenza diversa rispetto alla stessa questione posta in un bar di paese. Ha più a che fare con l’onestà della proposta, con i motivi per cui puoi salvare, sforando nel cinematografico (Tremila Battute per l’arte a tutto tondo! Viva!), uno Sharknado che nasce orgoglioso della sua trashaggine (per quanto il vero trash sia quello inconsapevole) ma setta comunque uno standard, mentre risulta impossibile fare lo stesso con il tentativo di lucrare sopra la stessa formula, portata all’eccesso (squali! Nazisti! Non morti!), operata con quella boiata di Sky sharks (ne avevo parlato qui). Pensate a Bugo: una fantastica prima parte di carriera parlando di Pasta al burro, Piede sulla merda e altri grandi temi d’attualità, coronata dal successo grazie al suo non prendersi sul serio; poi, in maniera esattamente contraria al suo album Dal lofai al cisei, ha cominciato a dare l’impressione di volersi dare un tono, il che non ha a che fare con le partecipazioni a Sanremo ma più con una perdita di spontaneità. Poi sta cosa ha contagiato un bel po’ di indie, con le frasi nonsense buttate in mezzo a testi che vogliono anche essere profondi, e in men che non si dica ti ritrovi i The Giornalisti al Circo Massimo e passi il tempo a chiederti cosa è andato storto.

Ma dove voglio arrivare con tutta sta premessa? Al qui presente Manuel Bonzi, in arte Il Re Tarantola, perché lui ha quel qualcosa che ti fa giustificare tutto il nonsense di questo mondo, un tocco magico che sa di spontaneità e di cazzeggio fatto per divertimento disinteressato: Il Re Tarantola è onesto, e quest’onestà in Sono un vecchio (pubblicato da Il Piccio Records e La Stalla Domestica) è ciò che fa la differenza fra un album riuscito e uno sbagliato.

Non ricordo né come né perché, ma il primo album del Re Tarantola mi capitò fra le mani nel 2011 a scopo recensione, quando ancora si accompagnava con Emma Filtrino e, per citare la title track del disco, faceva “musica sgangherata”. Da allora sono passati più di dieci anni e Bonzi si è messo in tasca un bel po’ di esperienza, accumulata attraverso altri due dischi, un Ep e svariate date con gente del calibro di Tre Allegri Ragazzi Morti (toh, ne abbiamo appena parlato), Marta Sui Tubi, Aucan e chi più ne ha più ne metta: così, quando si è ritrovato chiuso in casa per il lockdown, ha messo a frutto tutto quello che ha imparato e si è registrato un intero disco in totale indipendenza nel suo monolocale. Etica DIY da vero punk, e anche la musica rispecchia la stagione in cui dovunque ti giravi trovavi un concerto dove pogare in allegria (d’altronde in Aiutiamoli a casa loro comprando le loro lauree c’è ospite Spasio, batterista dei Derozer, e nel testo si citano le Pornoriviste), ancorandosi agli anni ’90 e distaccandosene solo per qualche tastiera che sposta il metro di riferimento un poco più indietro, senza che l’operazione sembri ricercare un effetto revival: è solo che Bonzi è un vecchio (che ha cinque o sei anni meno di me), e questa volta è più vecchio delle altre volte.

Sono un vecchio è un album che diverte grazie a un ottimo equilibrio fra musiche ben registrate e testi assurdi e autoironici, in cui fra un discorso sulla precarietà (Aiutiamoli a casa loro comprando le loro lauree, Colesterolo) e un impeto di nostalgia (Ru-Spa) appaiono frasi nonsense e la voce sborda anarchicamente fuori metrica. Il Re Tarantola dall’alto del suo scranno pontifica ironicamente contro i rapper del “guardate dove sono arrivato”, ma si abbassa subito a dire che ha deciso di scrivere anche lui una canzone rap ma “senza rima, così è più brutta” (I bulletti della scuola che mi volevano picchiare li odio ancora tutti), parla di Dio e Gesù Cristo ma se il padre sembra uscito da Dogma e cerca di dimenticarsi della propria onnipotenza (Io sono Dio), nei panni del figlio ci si mette Bonzi stesso, costretto a portarsi una croce sulla schiena per una scommessa da ubriaco (La body art di Gesù Cristo). Il Re Tarantola fa un gioco tutto suo, le regole saltano e una frase come “Invidio la vita sociale che avete nei cellulari/ io potrei morire come Bridget Jones divorato dagli alsaziani” (Ru-Spa) sa di genialità più che di demenzialità, anche perché ci tiene a rimarcare che “tutte le volte che dico una cazzata e qualcuno mi consiglia di farne una canzone, una canzone muore” (I mostri non stanno sotto il letto, ma stanno nella cassetta della posta, un titolo che sembra fare il verso a Giorgio Canali).

Non è certo tutto oro Sono un vecchio, perché qualche brano fuori fuoco qua e là lo si trova, ad esempio una Vacanze rumene che sembra un po’ appiccicata con lo scotch al resto dell’album (e più o meno lo è, visto che risale agli inizi della carriera). Bonzi suona tutto in autonomia, passando dai toni cantautorali di La body art di Gesù Cristo e Il pubblico dei concerti rock è diminuito come i capelli dei musicisti alla carica distorta di pezzi come I bulletti della scuola che mi volevano picchiare li odio ancora tutti o della title track, con varie vie di mezzo che flirtano col pop ad esempio in Colesterolo: l’unico supporto arriva da featuring vocali, rigorosamente registrati ognuno a casa sua, del già citato Spasio e di Dutch Nazari, Mike Orange e Frank dei Lady Ubuntu. Il Re Tarantola arriva al quarto disco in forma smagliante, anche se Sono un vecchio non può e non deve piacere a tutti e in fondo sta anche in questo il suo bello, nel suo essere specchio di una personalità sfuggente il cui senso dell’umorismo è decisamente atipico: dategli una chance, potrebbe essere proprio il vostro livello giusto di bizzarria.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Racconto in musica 137: Ombre della luna (Tre Allegri Ragazzi Morti – La faccia della luna)

Non sono un grande amante dei live. Intendiamoci, non live inteso come concerti, inteso come album dal vivo: i brani preferisco scoprirli nella loro forma sul palco vedendo coi miei occhi la band, oppure fra la versione di una canzone registrata in studio e quella registrata durante un concerto preferirò quasi sempre la prima. Ci sono eccezioni, come ovvio, ad esempio un doppio disco dei Dropkick Murphys che ricevetti non so come né perché fra la massa di cd che una volta arrivavano a Indie-Zone, e che spolpai a ciclo continuo appassionandomi alla band di Boston; soprattutto c’è stato il disco di una piccola (allora) band di Pordenone, verso la fine degli anni novanta, che era l’unica cosa loro che passava in radio e che me ne fece innamorare follemente: quel disco era Piccolo intervento a vivo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, ed era solo questione di tempo prima che una delle band più influenti del panorama musicale indipendente italiano, se non LA band più influente del panorama musicale indipendente italiano, capitasse sulle pagine di Tremila Battute.

A permettermi di parlarne è Sebastiano Scordato, al suo ritorno su queste pagine dopo il racconto ispirato da una canzone dei C + C = Maxigross. Seguire le sue molteplici attività non è facile: scrittore, sceneggiatore, drammaturgo, autore di testi per canzoni, per ognuna di queste diverse attività Sebastiano ha un progetto in corso d’opera o qualcosa che probabilmente germina nella sua mente sempre attiva. Al momento sta per uscire Io scarafaggio, quinto racconto della sua saga de I cento racconti (che potete anche ascoltare), mentre sulla pagina Facebook della rivista Sulla quarta corda potete trovare l’ultimo dei suoi Pensieri del giorno.

Avrebbe senso fare un’analisi cronologica della carriera dei TARM? Forse sì, ma per quello c’è Wikipedia, che in questo caso può essere probabilmente più esaustiva. Preferisco concentrarmi su ciò che è stata ed è per me la band formata da Davide Toffolo (chitarra, voce e “disegni”), Enrico Molteni (basso e cori) e Luca Masseroni (batteria e cori), sempre insieme o quasi dal 1994 (Molteni, già fan della band, sostituì nel 1996 Stefano Muzzin) un concentrato di musica, parole, estetica e indipendenza che è cambiato svariate volte negli anni pur rimanendo fedele ad una certa linea.

La musica innanzitutto, partita con il punk all’interno della scena del The Great Complotto (attiva fin dagli anni settanta, da cui emersero anche i Prozac +) e mischiatasi col pop, col folk, poi una virata improvvisa verso il reggae nel 2010 con il disco Primitivi del futuro (con tanto di fratellino dub, Primitivi del dub) e la collaborazione, solo l’anno scorso, con i Cor Veleno nel disco Meme K Ultra. Non li ho seguiti lungo l’arco di tutta la carriera, me li sono un po’ persi per strada dopo La seconda rivoluzione sessuale (2007, ricordo che lo recensii malissimo in un articolo che probabilmente loro non avranno nemmeno letto: chissà se lo riscriverei uguale), ma il modo in cui hanno saputo reinventarsi, svoltare e divertirsi continuamente con la musica me li continua a far apprezzare come spirito.

Le parole, per me, sono quelle del Toffolo eterno ragazzo, uno che si era fatto cantore dei problemi della gioventù e sembrava non voler uscire più da quel ruolo, anche se ha iniziato a suonare a fine anni settanta e ormai di anni ne ha cinquantotto. Una gioventù narrata attraverso i Quindiciannigià della ragazzina ribelle che, cresciuta, si ritrova dietro “un bancone che non sa che eri preparata all’università”, aspettando Il principe in bicicletta, schiere di ragazzi persi in cui sfumano le differenze fra Mostri e normali (1999, l’unico disco con una major, la Bmg/Ricordi), perché l’importante è non essere Mai come voi, un po’ come hanno cantato i Måneskin con vent’anni di ritardo. I testi dei TARM sono sempre stati un concentrato di leggerezza e profondità, anche ingenui in parte, ma la penna di Toffolo è la stessa con cui ha scritto nella sua carriera da fumettista (chiusa a sorpresa all’incirca un anno fa dopo più di trent’anni) opere ispirate a e da Pasolini, Carnera e Remo Remotti, oltre al ciclo dei Cinque allegri ragazzi morti da cui si è originata l’estetica della band.

Già, l’estetica. Le maschere da ragazzi morti, innanzitutto, non un vezzo ma una precisa scelta di non donare la propria immagine ai media (sì, questa frase l’ho presa da Wikipedia), divenute poi un gadget (un mio amico l’ha usata per officiare lo sbattezzo di sua figlia, storia vera) senza sminuirne l’importanza per il gruppo, non un qualcosa dietro cui nascondersi ma qualcosa dietro cui rinascere in maniera diversa, senza ego. Poi i disegni di Toffolo, che hanno contraddistinto soprattutto i primi video e i primi dischi, portando in musica il mondo che il frontman dei TARM andava delineando nella sua carriera parallela (ricordo ancora il piacere nel trovare, all’interno di Mostri e normali, un fumetto con la genesi dei ragazzi morti). Infine i live, con le dichiarazioni d’apertura e chiusura di rito e il momento del vaffanculo al Señor Tonto, personaggio creato da Enrico Sist e portato avanti dallo stesso Toffolo per farsi costringere, a suon di improperi, a concedere il bis (che il 99% delle band concede invece anche se nessuno l’ha chiesto, uscendo e rientrando giusto perché ormai così si fa. Quanto odio per i bis!), concerti per pochi eletti come quando li vidi con i P.A.Y. al Live Club di Trezzo Sull’Adda (quando ancora il locale era un buco al secondo piano di un capannone, invece che un intero capannone) o per grandi folle come quando li ho riaccolti, più di recente, al Woodoo Fest 2019 in quel di Cassano Magnago, sempre con la stessa energia e la stessa passione.

Manca l’indipendenza, quella portata avanti fieramente con la loro etichetta La Tempesta, un nome che arriva dritto da una delle loro canzoni più iconiche (compresa nell’Ep Il principe in bicicletta del 2000, il primo parto della neonata label) e che negli anni è diventato simbolo di un modo diverso di fare le cose. Casa base in diversi periodi per artisti diversissimi fra loro come Ardecore e Generic Animal, Popolus e Grimoon, Mellow Mood e persino M¥SS KETA, nei primi anni per La Tempesta sono usciti dischi come Canzoni da spiaggia deturpata di Le Luci Della Centrale Elettrica e Dall’impero delle tenebre de Il Teatro Degli Orrori. Se non sbaglio fu Giorgio Canali, a definirla un consorzio di autoproduzioni (lui ci pubblica i suoi dischi dall’inizio, compreso il mitico disco con la freccia rossa verso il basso su sfondo bianco), in un’intervista che gli feci qualche anno fa, ma qualunque sia la natura dell’etichetta questa rimane una delle realtà più importanti del panorama musicale indipendente italiano, capace di far gravitare attorno a sé anche minifestival organizzati fra il 2005 e il 2017 (l’ultimo La Tempesta sul lago, all’interno dell’Albori Music Festival a Paratico in provincia di Brescia). Ora ditemi, si poteva essere esaustivi con tutto questo?

Sebastiano mi ha mandato un testo introspettivo, nato attraverso la musica e da essa trainato, che unisce suggestioni misteriche a teorie scientifiche. Proprio lui mi ha proposto l’associazione con il brano La faccia della luna, settima traccia di Primitivi del futuro, e con la canzone condivide l’idea di un modo diverso di guardare al mondo e di approcciarsi ad esso, entrambe visioni profetiche dagli esiti diversi. Potete trovare il racconto subito dopo il brano a cui è associato, come al solito, e come al solito a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Ombre della luna, di Sebastiano Scordato

Una ragazza troppo magra per la sua statura siede in una stanza illuminata da un bagliore lunare. Ha una pelle chiarissima piena di lentiggini. Le dita magre sono adorne di anelli, sulle unghie smalto nero come la notte. Accende un amplificatore, attacca un jack e prende, come un figlio bastardo, la chitarra elettrica.

  • Una volta si diceva che la musica fosse alla base della creazione; lo sapevano i greci come i monaci orientali, che con campane e cori simulano la pace interiore per scolpire “la via”

Si fa accompagnare da accordi: re fa re re, re la re mi, mi do la fa, mi si sol mi, fa, do, do fa, la re do sol, mi do la fa, mi si sol mi, mi mi do do, sol si sol mi.

La luna illumina una lunga chioma raccolta da un elastico su un viso minuto, zigomi pronunciati, naso all’insù, occhi grandi perduti nella notte.

  • Questa gente illuminata credeva e crede che tutto, corpo, anima, destino, possa essere creato o purificato attraverso la musica

Continua con altri accordi: do la mi la, do do do do, mi si do fa, fa do, si mi, mi fa, fa mi, mi, fa, si, si.

Una distorsione fa vibrare i vetri. Il plettro cala come una lama sulle corde metalliche, il volto d’alabastro maculato rimane impassibile, una maschera di concentrazione e piacere. Il suo cuore diventa silente mentre lo stomaco formicola come se fosse ancora una volta innamorata, come se quelle note evocassero l’amore o qualcosa di simile. In quel suono così duro, la realtà vibra in una distorsione che rallenta il tempo.

  • Il suono della rabbia da dentro vola fuori, come il fuoco dolce di Selene che freddo divora la realtà e ti porta verso il nirvana, verso la luna dove il nostro senno e il nostro giudizio dimorano, sfuggiti dalle sbarre di questo pazzo mondo

Ancora altri accordi: mi do la si, fa mi re do, si la sol fa, mi do la si, do mi fa sol, la sol fa mi.

Le note distorte creano un ritmo di ritorno, inaspettato ma voluto. Tutto cambia nella luce della luna che nelle ombre danza e muta, come se la realtà perdesse il passo per trovarsi in una primordiale e complicata danza viscerale, antica ma moderna, sciamanica e scientifica. Il futuro e il presente si mescolano, la donna brilla del riflesso lunare e nel ritmo si muove e si perde, diventando luce e ombra allo stesso tempo.

Bellissima e inquietante come le streghe che furono, come le donne che sono, che nella propria conoscenza e nella propria anima ritrovano sé stesse. Nella luna brillante e lontana, madre di tutte le madri, figlia tra le figlie della notte, la sua identità e il suo posto nell’ordine cosmico si rivelano. La musica è per lei il linguaggio segreto dell’anima, capace di accendere fuochi e aprire porte altrimenti chiuse. Nella stanza illuminata dalla luna, la ragazza continua a suonare la chitarra elettrica, creando un mondo fatto di suoni, distorsioni e vibrazioni che solo lei può comprendere. Ritrova sé stessa, in note, tra le ombre della luna.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Viaggi allucinanti: Beau ha paura Vs Mad God

Ok, sta cosa di prendere due film/libri/dischi e unirli in un unico articolo ormai mi ha preso la mano. L’ho fatto così tante volte che ho perso il conto, e a volte gli abbinamenti erano davvero azzardati. In questo caso però ci sono punti in comune difficili da ignorare: c’è un protagonista impegnato in un viaggio, c’è della bizzarria di fondo decisamente marcata e, probabilmente, una comune storia di dipendenza da droghe e/o problemi di salute mentale in chi ha creato le opere in questione. Ecco perché, dopo essere andato a vedere al cinema Beau ha paura, il nuovo film dell’enfant prodige dell’horror contemporaneo Ari Aster, mi è venuto naturale associare le impressioni ricavate a quelle rimaste dalla recente visione di Mad God, la pellicola uscita nel 2021 (con poche luci della ribalta) partorita del mago degli effetti speciali Phil Tippett.

Famiglie di merda 3.0

Ci sono registi che infondono le loro pellicole di tematiche ricorrenti (addirittura la moglie di Terry Gilliam sostiene che faccia sempre lo stesso film), scelte di argomenti e modi di narrare che concorrono, nell’arco della carriera, a costruire quella che che ne rappresenta la poetica. Di solito questi elementi sono già presenti sin dai primi film, ma diventano evidenti nell’arco degli anni: Ari Aster, invece, ci ha messo solo tre pellicole a chiarire che quello che gli interessa narrare è come la famiglia sia il luogo più orribile che esista.

Preghiamo

Sia in Hereditary, dove il quadretto famigliare è già ben malato di suo prima ancora che l’orrore lo destabilizzi completamente, che in Midsommar, dove l’appartenenza a un nucleo famigliare a dir poco problematico è la spinta che farà andare tutto di male in peggio, il regista statunitense aveva dimostrato la sua sfiducia verso il concetto Famiglia = Luogo sicuro, e anche in Beau ha paura decide di ribadire il concetto. Lo fa in maniera sempre meno sottile man mano che il povero Joaquin Phoenix avanza nel suo lungo calvario verso casa, mostrandocelo fin dall’inizio come un relitto roso dall’ansia e facendoci capire già solo dal colloquio col suo psicologo e da una telefonata con la madre che quest’ultima ha sicuramente influito sul suo pessimo stato di salute. Certo, non aiuta nemmeno abitare in una strada abitata da feccia così allucinata che manco le comparse nel finale di L’invasione dei pomodori assassini (citati nei titoli di coda di quel capolavoro del trash più o meno come “every scumbag in the area of Los Angeles”) riescono a competere, ma l’insicurezza di Beau ha sicuramente a che fare col suo passato, un passato che non mancherà di essere esplorato lungo le tre ore della pellicola: fra una tessera del puzzle e l’altra, però, Aster decide di lasciare che la follia si impossessi della sua pellicola, trasformandola in un’allucinata commedia semi-demenziale invece che nell’horror che potevamo aspettarci.

Pietà!

Non è esattamente quello che ci si aspetta dal trailer, che già di suo dipinge un quadro bizzarro. Ti aspetti molta più poesia, più enfasi sul cammino e la crescita personale di Beau durante il viaggio, invece finisce che nella prima mezz’ora hai già avuto a che fare con vicini folli che odiano il rumore, una home invasion delirante e pure con un serial killer nudista armato di coltello. E cavolo se ci si diverte. La cosa migliore di Beau ha paura è il suo lato comico, estremizzato in maniera da non lasciare alcun dubbio sul fatto che chiunque si parerà sul cammino del protagonista difficilmente si comporterà in maniera normale. La galleria comprende una famiglia traumatizzata (dicevamo sui temi ricorrenti?) che prima lo investe e poi lo “adotta”, una comunità dei boschi che improvvisa uno spettacolo teatrale fra gli alberi, l’amore perduto di Beau che si fa fotografare con un cadavere trovato in piscina, un reduce di guerra psicopatico e chi più ne ha più ne metta. Beau fa del suo meglio per sopravvivere a tutto quello che gli capita fra il momento in cui decide di prendere un aereo per andare a trovare la madre e il momento in cui finalmente arriva da lei, o forse sarebbe meglio dire che riesce a farlo nonostante la sua cronica incapacità di prendere una qualsiasi decisione: castrato da troppo amore (tossico) ricevuto nell’infanzia, orfano di una figura paterna che non ha mai conosciuto, Beau si lascia trascinare dagli eventi fino a giungere a una sorta di resa dei conti.

L’altra cosa che funziona benissimo è Joaquin Phoenix, spaesato e sbarellato quanto basta a rendere credibile il suo più che fallibile Beau. L’attore è talmente efficace che riesce a coprire degli evidenti buchi nella scrittura del suo personaggio, un ansioso che barrica la porta di casa fantasticando sulla possibilità che gli entri in casa un serial killer ma che quell’ansia la perde piacevolmente per strada, senza dare l’impressione di essere riuscito a superare i suoi enormi blocchi emotivi. Anche il cast che gli gira attorno è in palla, dall’inquietante reduce interpretato da Denis Ménochet all’acida madre Mona (Patti LuPone), una donna che concede il suo amore come una moneta di scambio, ma se le interpretazioni e le gag riescono a far filare liscio un film parecchio lungo questo non significa che Beau ha paura sia esente da macroscopici difetti, uno in particolare: sembra che Ari Aster non sappia esattamente dove vuole andare a parare.

Non so dove andare, ma ci vado con stile

Il terzo film del regista accumula storie, snodi narrativi, invenzioni (visivamente fantastica la scena della rappresentazione teatrale) e personaggi con la stessa frenesia di chi si entusiasma per qualcosa e poi lo molla lì perché nel frattempo si è entusiasmato per qualcos’altro. Io non riesco a non apprezzare un film in cui trovi senza un motivo valido un serial killer nudista e (micro spoiler) UN CAZZO GIGANTE (fine micro spoiler), ma lo accetto se non hai pretese di volermi raccontare qualcosa di importante, e invece Aster quella pretesa ce l’ha. Tutta la parte conclusiva del film è un’analisi del morbosi legami all’interno della famiglia Wesserman che vorrebbe portare a qualche risposta o perlomeno suscitare delle domande, ma le risposte latitano (anche a causa di un finale confusionario, che sembra citare The Truman show) e nessun dubbio esistenziale si affaccia alla mente dello spettatore. Qui a Tremila Battute vogliamo un sacco bene ad Ari Aster, lo abbiamo esplicitato anche in questo articolo, ma se lasciarsi andare a briglia sciolta porta a risultati come questi forse è meglio che qualcuno lo trattenga, perché Beau ha paura è inconcludente e caotico: il miracolo è che riesca a non annoiare nonostante questo, ma se è il miglior complimento che si può fare alla pellicola qualcosa evidentemente è andato storto.

Bosch 2.0

Gioia

Se Beau ha paura ha una trama raffazzonata, Mad God nemmeno ci prova ad averla. Almeno, uno scheletro di narrazione c’è, ma a Phil Tippett non interessa granché esplicitarla, tant’è che il suo film è muto. I due film sono distantissimi come durata (tre ore Vs un’ora e venti), necessità comunicativa (se Aster dà l’impressione di volerti far capire assolutamente qualcosa, Tippett risponde consigliando di approcciare la visione mangiando un’orsetto gommoso al THC, fumandosi una canna e bevendo una bottiglia di vino: orsetto gommoso a parte è più o meno ciò che ho fatto) e messa in scena (mago della stop-motion convertitosi con enormi mal di pancia al digitale, Tippett ha fatto pesantemente uso della prima tecnica per creare il suo mondo estremamente artigianale), le due opere trovano punti in comune nella lunga genesi (Beau ha paura nasce da un corto, Beau, diretto da Aster nel 2011, mentre ci sono voluti TRENT’ANNI e un ricovero psichiatrico a Tippett per concludere Mad God), nella libertà di fare un po’ quel cazzo che vogliono (con ovvie distinzioni a seconda del budget), nella dinamica del viaggio e, soprattutto, nell’incubo. Solo che in Mad God l’incubo arriva alle sue estreme conseguenze.

Il film inizia con un tizio in maschera antigas, ventiquattr’ore stretta in mano e una mappa marcescente in tasca, che si immerge all’interno di una cavità con una batisfera cigolante, il tutto mentre viene bombardato da qualunque arma si possa trovare. Il mondo in cui cercano di farlo fuori è terribile, un luogo buio in cui sembra infuriare una guerra eterna, ma è niente rispetto a ciò che l’assassino (così accreditato nei titoli di coda) troverà sotto la sua superficie: giganti costretti alla sedia elettrica all’infinito, gli escrementi prodotti dagli stessi che colano più in basso, umanoidi schiavizzati che vengono triturati e spappolati dallo stesso illogico sistema produttivo che sono costretti ad alimentare, bocche sgangherate che berciano da maxischermi con voce da neonato e poi creature terribili, affascinanti nella loro repellenza, un esercito di mostri usciti direttamente dagli incubi di Tippett nell’arco dei trent’anni che gli ci sono voluti per realizzare un’opera che definire “visionaria” è persino riduttivo.

Proverete disagio e meraviglia guardando Mad God, perché il marcissimo mondo che l’assassino attraversa è quanto avrebbe partorito Bosch se fosse nato oggi e si fosse appassionato al body horror. Per la visione pare che Tippett abbia consigliato anche una vomit bag, ed all’anteprima al Festival di Locarno 2021 ha orgogliosamente contato quante persone sono uscite dalla sala prima della fine (otto, come riporta questo articolo): io non mi ritengo per forza la persona con più pelo sullo stomaco al mondo (detto che poi quest’espressione è di un machismo insopportabile), ma una scena di rimozione di interiora girata in maniera estremamente materica e parossistica ha avuto il potere di rivoltarmelo, e sfido chiunque a guardare quella o altre sequenze senza rimanere almeno un minimo sconvolt*. A un certo punto della pellicola abbiamo accesso ai ricordi dell’assassino, al mondo oltre quel mondo di depravazione in cui si è avventurato, e detto che pure lì non è che se la passino benissimo (ci sono esercito enorme che fa molto nazismo e un leader inquietante a guidarlo) abbiamo anche qualche esempio di visione edenica oltre l’inferno in cui siamo sprofondati, ma persino il più lugubre e rugginoso antro del mondo di Mad God lascia una sensazione di stupore oltre a quella più immediata di repulsione: in fondo già detto che persino le creature deformi di Mad God sono anche affascinanti, e nessuna lo è più di una specie di spettro in maschera da chirurgo veneziano che se ne va levitando con un orribile feto fra le braccia.

Il paragone fra Mad God e Beau ha paura è strambo anche perché da una parte abbiamo un mago degli effetti speciali (che in carriera si è vinto, fra i vari premi, due Oscar per gli effetti visivi de Il ritorno dello Jedi e per gli effetti speciali di Jurassic Park) che non perde occasione per elogiare i bei film di una volta (e con bei film di una volta intendi quelli muti, da Buster Keaton a Charlie Chaplin), dall’altra un regista nemmeno quarantenne cui è stata affidata, dopo le prime due pellicole, la sorte del cinema horror del futuro: eppure entrambi sono riusciti a mettere su schermo le loro visioni in maniera personale, senza sconti, con difficoltà produttive estremamente diverse (detto che il film di Aster è prodotto dalla A24 e non da una major, la situazione è sicuramente più rosea di quella di un Tippett costretto a fare pure crowdfunding per arrivare alla fine della produzione) e con risultati altrettanto distanti, per forma e impatto. La cosa più strana, se vogliamo, è che il film di tre ore scorre più velocemente di quello di un’ora e venti (che potreste essere persino tentati di mollare a metà visione, ma tenete duro), però quello che rimane più vividamente impresso nelle pupille alla fine è quello più breve: entrambi si concludono con un’esplosione, ed è forse un segno della vittoria del “vecchio” sul “nuovo” che da una parte si sviluppi una rinascita (che porterà probabilmente, nei pessimistici piani di Tippett, a una rimorte) e dall’altra non si sviluppi niente.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Mescolare con personalità: il cocktail sonoro d’esordio dei Fiesta Alba

Sto seguendo un corso online tenuto dallo scrittore Vanni Santoni, il che spiega per quale motivo gli articoli su questo sito stiano latitando un po’ (e sappiate che domenica festeggio il primo maggio in anticipo, quindi niente racconti per una volta). Durante una delle lezioni, parlando di originalità, Santoni ha raccontato un gustoso aneddoto riguardante Juan Rulfo, scrittore messicano che col suo Pedro Páramo ha fatto da spartiacque nella lettura ispanoamericana: interrogato sul come fosse riuscito a dare al suo romanzo una struttura così fuori dai canoni, pare che Rulfo abbia risposto candidamente “ho copiato da Faulkner“. Non so se sia esattamente andata così, dato che Wikipedia complica la questione attribuendo l’influenza principale di Rulfo all’autore islandese Halldór Laxness (in particolare al racconto Gente indipendente), ma il succo della questione è che ciò che ci sembra originale raramente lo è, ed è in realtà frutto di molto mestiere.

Ma perché vi racconto tutto questo? Perché, facendo ammenda, io il termine “originale” per descrivere la musica di artist* var* l’ho utilizzato parecchie volte (e sono sicuro che ancora lo farò), anche se magari quelle canzoni seguivano stilemi che io semplicemente non conoscevo. È anche la prima parola che mi è venuta in mente per definire le sonorità dei Fiesta Alba, bizzarro quartetto di musicisti-luchadores romani che nei cinque brani dell’omonimo Ep d’esordio (pubblicato dall’etichetta neontoaster multimedia dept.) spazia dal math rock all’afro beat, dall’elettronica al rap, dimostrando un’ampiezza di vedute e una capacità di tenere insieme il tutto che magari originale non sarà, ma di certo è estremamente personale.

Octagon (composizioni e chitarre), Dos Caras (suoni sintetici e digitali), Fishman (basso) e Pyerroth (batterie acustiche) si definiscono in lotta da una vita “contro la banalità del conformismo musicale, dello strapotere dei signori della discografia, del declino del rock, della dittatura dell’heavy rotation, della mistica dell’auto-tune”, e di certo è difficile trovare qualcosa nel panorama musicale odierno che gli somigli: certi suoni di chitarra rimandano alle suggestioni africane degli I Hate My Village, il rap (senza auto-tune, sia chiaro) fa capolino in Juicy lips, loro stessi esternano le loro influenze (fra le tante i Battles e Steve Reich, di cui vi abbiamo già parlato) ma il cocktail sonoro è fresco e sa di abilità individuali e capacità di metterle assieme. Non cantano, i quattro luchadores, lasciandoci il dubbio sull’idioma che avrebbero utilizzato (Messicano? Dialetto romano? Un bel mix?), ma si avvalgono di tre voci provenienti da varie parti del globo, più un feat decisamente particolare che avvalora ancora di più la loro politica antisistema.

L’apertura con Laundry mette già in gioco molte delle caratteristiche distintive del suono dei Fiesta Alba: chitarre che si incrociano dal sapore fra il post-punk e il math, distorsioni che duettano con suggestioni africane, sezione ritmica quadrata ma capace di prendersi delle libertà, il tutto unito nel caso specifico alla voce alternativamente suadente e nervosa di Nicholas “Welle” Angeletti. Quindi è questa la formula dei Fiesta Alba, giusto? L’abbiamo sintetizzata? No, perché è pur vero che Dem say frulla alcune di queste caratteristiche per ficcarvi nelle orecchie un miscuglio in cui i ritornelli hanno un retrogusto crossover anni ’90 (forse li cito troppo spesso, ma qualcuno ha detto Mr. Bungle?), ma la libertà con cui la voce del rapper nigeriano Kylo Osprey e gli strumenti tutti si concatenano seguendo ognuno il proprio ritmo porta già in un altro mondo sonoro, e stiamo parlando comunque dei due brani che si assomigliano di più.

Ciò che la band romana fa con la seconda traccia, Juicy lips, è invece sterzare nel reame dell’elettronica, stendendo suoni improvvisamente freddi su ritmiche nervose e bizzarre, affidandosi al rap sghembo di Tha Brooklyn Guy per condurci lungo quattro minuti abbondanti di glitch e riff ossessivi. Consiglierei ai Fiesta Alba di fare un disco intero così? No, probabilmente non lo reggerei, ma nell’economia di un Ep che sorprende da ogni lato una pausa d’inquietudine ci sta benissimo, così come ci sta Octagon, una sorta di breve outro in cui su concatenazioni ritmiche che rimandano ancora al continente africano si stende una chitarra in reverse fantasiosa ed efficace.

Il meglio di sé però la band lo dà in Burkina Phase, incrocio afro-math in cui chitarre, basso e batteria si intersecano a suoni che sembrano uscire da un handpan, ai fiati e alla voce di Thomas Sankara, Presidente del Burkina Faso dal 1983 al 1987 (fu durante il suo governo che lo stato prese questo nome, in luogo del precedente e coloniale Alto Volta), uomo definito “il Che Guevara dell’Africa” e sulla cui figura vi straconsiglio un’approfondimento. Mentre i Fiesta Alba sciorinano il loro meltin’ pot di influenze il Presidente, assassinato da un complotto dai risvolti ancora oscuri, tuona due mesi prima della sua morte contro i propri omologhi al Summit Panafricano, esortandoli ad assumere una posizione unitaria sull’impossibilità di ripagare il debito pubblico contratto per promuovere uno sviluppo che non si è mai concretizzato: anche questo è indice del loro posizionamento antisistema, riuscire a far conoscere una Storia importante mentre si intrattiene l’ascoltatore con musica di qualità sopraffina. Chapeau ai Fiesta Alba insomma, una band sregolata nella forma e nell’immagine che riesce a far passare anche i pochi difetti come aspetti inscindibili della propria personalità.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Racconto in musica 136: Tre minuti (ZEUS! – Enemy e core)

Ci sono poche immagini che danno l’idea dell’intensità di un concerto quanto quella che sto per descrivervi. Non ricordo in che anno siamo, non ricordo in che stagione siamo ma di sicuro non è estate: il bassista sul palco, comunque, è a petto nudo. Siamo a metà concerto, a metà di un concerto a mille all’ora com’è caratteristica comune dei concerti della band sul palco, il bassista sta accordando il suo strumento e dal gomito gli scende, neanche troppo lentamente, più di una goccia di sudore. Io quando penso all’intensità e alla furia sul palco, non c’è proprio niente da fare, penso sempre a Luca Cavina degli ZEUS! e a quel suo essere più sudato di quanto sia mai stato in vita mia (e voglio dire, mi sono fatto le colline del Chianti in bicicletta in agosto pieno con un allenamento ridicolo) solo a metà di un’esibizione che da lì in avanti è stata, per dirla come un fan degli Skruigners dei bei tempi andati, ancora più veloce e più violenta.

A permettermi di introdurre il duo romagnolo è una cara, vecchia conoscenza di Tremila Battute, Andrea Bruccoleri, ovvero il collaboratore più geograficamente distante che sia mai apparso su queste pagine. Nativo di Erice in provincia di Trapani, transfugo prima a Bologna e poi a Liegi per motivi di studio, Andrea si è poi spostato fino in Cile per motivi di lavoro ma sta operando un lento riavvicinamento all’Europa, visto che ora sta a Monterrey in Messico. Dopo il bellissimo racconto che ci aveva inviato (e anche prima di questo, che non è che siamo noi ad avergli acceso la fiammella dell’ispirazione) Andrea è andato avanti a scrivere, con esiti decisamente apprezzabili: è entrato a far parte della famiglia del multiperso, sia nella sua forma digitale che in quella cartacea, è stato fra i finalisti nella sezione Romanzi Inediti del Premio Letterario Zeno 2021 con il suo Cubbàita (che abbiamo avuto l’onore di leggere) e si è classificato secondo nella sezione racconti della seconda edizione di Note d’inchiostro, il concorso cui ha collaborato anche Tremila Battute, con un testo dal ritmo invidiabilissimo basato sulla canzone Kollaps degli Einstürzende Neubauten. Al momento ha vari progetti in corso fra cui (spoiler) uno di micro testi un romanzo breve in spagnolo-cileno, il tutto mentre edita vecchie cose: ne dovremo sentir parlare.

Che dire degli ZEUS!? Il duo formato da Luca Cavina al basso e Paolo Mongiardi alla batteria è uno di quei fortunati incontri/scontri in cui due musicisti dalle doti sovrumane e già coinvolti in millemila progetti (citiamone solo alcuni: Calibro 35 e Craxi per il primo, Fuzz Orchestra e Ronin per il secondo) decidono di ritagliarsi dello spazio per fare musica veloce, ipertecnica e comunque (permettetemi il termine) cazzona nel profondo. Dopo aver suonato insieme nei Transgender e aver collaborato allo split a quattro Il Beat vol. 1, il duo si forma ufficialmente nel 2010 per sfogare su corde e pelli la furia noise, hardcore e math che batte nei loro cuori: il primo risultato esce l’anno stesso, un disco omonimo fatto di riff ultraveloci e incastri basso/batteria al fulmicotone, capace di essere intenso e avvolgente anche quando rallenta e si riempie d’atmosfera in brani come Turbo Pascal o la conclusiva Golden metal shower (il lato cazzone di cui parlavo è ben esemplificato dai titoli dei brani: mitico Cowboia). L’album viene prodotto da una manciata di etichette che comprende Bar La Muerte, Escape From Today, Sangue Dischi, Smartz Records, Shove Records, Offset Records, All’Arrembaggio, si avvale della collaborazione di Enrico Gabrielli, Valerio Cané, Andrea Mosconi e Giulio Favero ed è una bomba sparata nel panorama musicale italiano: purtroppo esplode lontano da me, che mi accorgo dell’esistenza degli ZEUS! solo qualche anno più tardi, precisamente nel 2013 quando esce Opera, il loro secondo album.

Coprodotto da Santeria, Tannen Records e Offset, Opera è una bestia multiforme che sfianca e delizia l’ascoltatore, parte col giro di basso di Lucy in the sky with King Diamond (che ho tentato mille volte di fare con la chitarra in sala prove) tirandoti dentro in un vortice che si fa forza delle urla di Cavina e di Justin Pearson dei Locust, ospite in Sick and destroy, acquista un ritmo marziale in Set panzer to rock e estrania dal mondo nel complicato e sempre più centripeto meccanismo ritmico di Giorgio Gaslini is our Tom Araya (su cui noiseggia Nicola Ratti, uno degli altri ospiti insieme a Vincenzo Vasi) per concludere lo stremante (ed altrettanto appagante) viaggio con una Blast but not Liszt che definirei epica (e su cui ho spesso fantasticato di scrivere un racconto). Nel tour che segue li incrocio un paio di volte dal vivo, una al Mi Ami quando il festival della musica bella e dei baci non costava ancora un occhio della testa, ma i loro orizzonti sono più ampi visto che se la girano pure per l’Europa, in lungo e in largo, nel frattempo allacciando rapporti con svariate band come gli Ornaments, con cui nel 2015 dividono uno split dalla cover meravigliosa (e non che la musica sia da meno). Metamorphosplit esce per Sangue Dischi e Tannen Records e, come da titolo, opera sulle due band una metamorfosi: riducendola all’osso si può dire che gli Ornaments fanno gli ZEUS!, limitando la durata dei loro brani normalmente maestosi e puntando più sull’immediatezza, mentre gli ZEUS! fanno gli Ornaments nella loro unica traccia, Rota, tredici minuti di ambient sempre più caotico i cui echi si possono sentire in Motomonotono, il terzo disco del duo che esce a settembre dello stesso anno.

Si può capire l’importanza degli ZEUS! anche solo da uno dei nomi coinvolti nella produzione del loro terzo e, al momento, ultimo disco: sua maestà Mike Patton, che prende sotto l’ala protettrice della sua Three One G Recordings la band (con la collaborazione anche delle fedeli Sangue Dischi e Tannen Records). Motomonotono è l’ennesimo giro sulle montagne russe, ma se già nei dischi precedenti si era lasciato spazio a dilatazioni sonore dal tono quasi ambient ecco che qui lo spazio per queste sperimentazioni si allarga, fungendo da pausa piena d’atmosfera in Panta Reich e ibridandosi coi ritmi concatenati e indiavolati nella conclusiva Phase terminale, sette minuti e trentasei secondi di magnificenza ossessiva. Gli ZUES! altrettanto ossessivamente cominciano a girare in tour, per l’Italia e per l’Europa, sembrano non fermarsi mai e atterrano in posti come l’Arc Tangent, uno dei festival più importanti per la musica math e derivati (ci erano andati anche i Valerian Swing) o se la cantano e se la suonano con il sodale Mike Patton e la sua superband Dead Cross, trovando il tempo nel 2018 per collaborare, in una dei più improbabili feat che mi sia capitato di ascoltare in vita mia, con M¥SS KETA. Negli ultimi anni la carrozza sferragliante degli ZEUS! ha rallentato, ma prima che la pandemia (e probabilmente gli impegni con i loro mille progetti) li rallentasse hanno fatto in tempo a registrare una canzone con Patton, Human fly, per la compilation con cui la Three One G ha celebrato una band storica come i Cramps: aspetto ansiosamente il momento in cui potrò vedere il duo di nuovo sudare sul palco come se non ci fosse un domani, facendo rassomigliare un gennaio al Cox 18 di Milano come se fosse un torrido luglio.

Il racconto che Andrea mi ha mandato ha una struttura particolare, unisce due storie che si intersecano a distanza prima di collassare in un vortice astronomico: unire il testo alla serrata lotta basso/batteria di Enemy e core, traccia d’apertura di Motomonotono, è sembrato a entrambi la cosa migliore da fare, e a voi non resta quindi che farvi trasportare in un anonimo ufficio, sul palco di un concorso musicale e nelle vastità cosmiche dalla furia degli ZEUS!. Buon ascolto, e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Tre minuti, di Andrea Bruccoleri

Pausa pranzo. Nemmeno il tempo di farsi un pasto come si deve. L’azienda non vede di buon occhio gli impiegati che sprecano minuti preziosi per offrirsi un pranzo prolungato: quelli che cercano un ristorantino nei paraggi, quelli che si attardano in mensa tra caffè e sigarette.

Leggo le istruzioni. Scarto l’imballaggio, ne tiro fuori la vaschetta monoporzione. La metto nel forno a microonde. Accendo.

Tre minuti.

Edwin era venuto su dal nulla, si era fatto da solo. E voleva diventare qualcuno.

Ne aveva fatta tanta di gavetta. Prima che un talent-scout lo scovasse in quel concorso di periferia aveva suonato per anni, per quelli che adesso gli sembravano centinaia di migliaia di anni: balere, pub, feste private, sagre di paese, festival alternativi.

Un apprendistato durato milioni, miliardi di anni.

Era la sua ultima chance. L’assistente di produzione chiamò il suo nome. Avanzò sul palco e si fermò al centro, sotto l’unico riflettore acceso. Di fronte a lui, nascosti nella penombra, scorse i volti dei membri della giuria.

La sua grande occasione. Tre minuti per convincere i giudici nello spazio di un brano. Centottanta secondi: strofa, ponte, ritornello; strofa, ponte, ritornello; variazione; ritornello. Attaccò il jack alla chitarra, regolò il volume. Si schiarì la voce.

Non c’è mai abbastanza tempo in questa perenne lotta contro il tempo. Le cose da fare aumentano in modo esponenziale. Se faccio una cosa, ne devo fare ancora due; se sbrigo due faccende, ne rimangono quattro; e così via.

Prima, non esisteva il tempo. Non esistevano orari o impegni. Tutto era un eterno bighellonare spensierato, atemporale. Ora invece c’è il loop della mia routine: otto ore di lavoro, otto ore per dormire, otto ore per spostarsi e per mangiare.

Uno spreco di neuroni. Un anticlimax di vitalità che sciupa l’energia mattutina e che mi lascia esausto a tarda sera, prima che il sonno mi ristori parzialmente e tutto ricominci daccapo l’indomani, in una continua genesi di espansione e di collasso che non conosce fine.

Guardo girare il piatto di vetro del forno a microonde. Nella vaschetta monoporzione la materia comincia a sfrigolare.

Illuminato al centro del palco dal solo riflettore acceso. Una ballata voce e chitarra. La grande occasione di Edwin, la possibile svolta. Per convincere la giuria, a sua disposizione solo 339.170.698.406 x 104 periodi di Planck.

Ma com’è possibile che dal nulla si generi qualcosa? Le molecole degli alimenti si scontrano nell’insipido, rovente brodo primordiale della vaschetta, delineando così quelli che diventeranno gli ingredienti del piatto pronto.

In un pomeriggio qualsiasi, presenzio alla creazione della materia.

Din. La luce si spegne. Il disco si ferma. Edwin tiene l’ultimo accordo. Tre minuti.

Apro il forno a microonde.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Racconto in musica 135: La via di mezzo (Petrol Girls – Clowns)

Chi ha visto BoJack Horseman sicuramente ricorderà il personaggio di Sextina Aquafina. A dir poco provocatoria, Sextina appare in pochissime puntate ma le sarebbe bastato anche solo il minuto e mezzo della sua canzone Get dat fetus, kill dat fetus per rimanere stampata nella memoria: involontariamente ispirata da Diane Nguyen, la delfina popstar si lancia in una filippica pro-aborto che prevede mirini puntati alla testa del feto, paragoni con Alien e tutto un campionario di rime che definire controverse sarebbe quasi sminuente. Qui a Tremila Battute siamo pro-choice e riteniamo non stia a noi giudicare come una donna decide di vivere la propria interruzione di gravidanza (ma vi segnaliamo volentieri chi tratta la questione in maniera normalizzante e non giudicante, tipo IVG, ho abortito e sto benissimo), e su quella determinata scena della serie di Raphael Bob-Waksberg (di cui continuiamo a consigliarvi la prima raccolta di racconti) abbiamo assistito a un interessante dibattito durante l’edizione 2022 del Festival delle serie tv: sicuramente in sala non era presente Ren Aldridge, magari non ha neanche mai visto una puntata di BoJack Horsman, ma quando ho sentito la cantante delle Petrol Girls intonare per la prima volta il ritornello di Baby, I had an abortion mi è tornata in mete Sextina, anche se nel caso della band londinese i fucili sono sostituiti da chitarre electro-punk.

D’altronde per una band nata ed esibitasi per la prima volta l’8 marzo 2012, durante un house party a casa di Aldridge, e il cui nome deriva dalle Pétroleuses, gruppo di donne accusate di aver dato fuoco a molti edifici per protesta durante gli ultimi giorni della Comune di Parigi, essere femminista e non fare sconti sono due caratteristiche imprescindibili. Dopo aver tirato dentro nel progetto la bassista Liepa Kuraité, il chitarrista Joe York e il batterista Zock Astpai la band inizia subito a fare musica, tanto che nel 2014 esce già il loro primo Ep, omonimo e autoprodotto. Passano altri due anni prima che le Petrol Girls escano con nuovi brani, ma quando lo fanno pubblicano a stretto giro di posta un altro Ep (Some thing, coprodotto dall’etichetta austriaca antifascista Laser Life Records e dalla statunitense Panic State Records) e il primo album, Talk of violence (Bomber Music). Musica e attivismo sono parti inscindibili della carriera delle Petrol Girls e il brano che apre il disco, False peace, è una chiara dichiarazione d’intenti: “we will disturb the false peace” canta Aldridge, la pace ipocrita di chi si oppone a qualunque alternativa alla famiglia nucleare, e quella disposizione d’animo a dare battaglia la esplicitano ancora di più in Touch me again, inno contro la violenza di genere che risponde al problema con altrettanta furia. Intanto il punk hardcore della band si fa sempre più personale, attira l’attenzione della Hassle Records e proprio sotto l’etichetta londinese escono a stretto giro di posta l’Ep The future is dark (2018) e il secondo album, Cut & stitch (2019), un disco in cui i testi lasciano emergere una maggiore vulnerabilità (nelle parole con cui loro stess* presentano il disco su Bandcamp “sometimes being vulnerable is just as radical as being angry”) e approfondiscono anche cosa significa il femminismo per gli uomini, mostrando la difficoltà maschile ad esprimere i propri sentimenti in Talk in tongues.

Cut & stitch è l’ultimo disco a cui partecipa Kuraité, che con un post su Facebook annuncia la sua uscita dalla band: verrà sostituita da Robin Gatt, che con le Petrol Girls registra Baby (2022), album in cui i suoni del gruppo fanno un’ulteriore evoluzione. Le chitarre taglienti della già citata Baby, I had an abortion, la schizofrenia di One or the other, tutto suona nuovo, fresco ed abrasivo al tempo stesso, coniugandosi con una rinnovata voglia di lottare per le cause che ritengono importanti come esplicitano, per l’ennesima volta, nel singolo Fight for our lives scritto con la cantante Janey Starling delle Dream Nails: una canzone che, di concerto con la campagna promossa dall’associazione femminista Level Up per cui Starling lavora, punta a promuovere una diversa narrazione sui media dei femminicidi e della violenza domestica, una narrazione che non scarichi la colpa sulle vittime e che mostri quanto è sistemica la violenza di genere invece di trattare ogni caso come una storia a sé. Se per caso siete in Germania durante l’estate potrebbe capitarvi di incrociare Aldridge e soci in qualche festival, io intanto attendo che arrivino in Italia per andare a urlare e pogare sotto al palco.

Clowns è il quinto brano dell’album Baby, una canzone nervosa e tagliente in cui la band ironizza su una certa immobilità di sinistra: partendo da alcune righe di testo ho creato un breve compendio di scuse per non lottare, ambientando il tutto in un contesto operaio in rivolta in cui la collaborazione fra lavoratori non è da dare per scontata. Trovate il racconto subito dopo la canzone che l’ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

La via di mezzo

Una scusa è ridicola, una motivazione è seria. Chiedere perdono per un rifiuto, pensa, significa già sminuire i propri impegni. Ecco perché al cancello ha sempre tirato dritto, non fermandosi di fronte alle richieste di solidarietà o agli insulti: Io ho una motivazione, pensa, e tanto basta a ritenere gli altri dei pagliacci che non otterranno niente.

Che poi le cose non sono sempre andate così? Anche le battaglie più grandi hanno portato nella tomba chi le ha combattute, chi ha goduto di quelle conquiste e chi se l’è viste sottrarre da sotto il naso. Invece le tasse universitarie di suo figlio sono reali, concrete. La rata della macchina, l’affitto, le vacanze, la cena fuori: questioni di sopravvivenza. Più o meno importanti, ma comunque sempre di sopravvivenza si parla: fisica o mentale poco importa.

Che poi non significa essere degli stronzi: lui è gentile, ma fermo, anche se i manifestanti ironizzano e dicono che fermo ci rimarrà fino alla morte. Si danna, si sbatte, ma per le cose per cui vale la pena farlo. Aiutare un collega a mettere a posto una pressa? Utile. Protestare per ottenere le scarpe antinfortunistiche nuove? Utilissimo, anche se lui le tiene come gioielli e non sa come facciano gli altri a sfasciarle così velocemente. Ma se dai vertici vogliono tagliare qualche testa, e quella testa non è mai la sua, un motivo ci sarà.

Che poi è anche utile, pensa, ti ci fai le ossa con le difficoltà. Se trovi sempre la pappa pronta quando ti serve la rabbia, la garra come gli diceva quello che gli ha mostrato il mestiere, mica riesci a tirarla fuori. Non è che dice che fanno male a protestare, che ci si spacchino la testa coi poliziotti e che gliela spacchino anche a loro possibilmente: non farà mai il tifo per i fasci, ma che non gli rompano le palle se non vuole partecipare alla partita.

Che poi facesse la bella vita, avrebbero ragione a dargli contro: invece la sua è un’esistenza come tante, invisibile, fatta di tanti sacrifici e piccole soddisfazioni. Non farà mai il salto di classe, anche all’aperitivo più fighetto si sente sulle mani l’odore dell’olio, del lubrificante e del ferro, come una seconda pelle che si rinnova ogni quindici ore di apparente libertà. Ci scommette che lo guardano dall’alto in basso, che dietro le spalle gli danno dell’ignorante quando lui ha semplicemente capito l’equilibrio, cosa puoi ottenere e cosa no, e non sta a lui rischiare di ribaltarlo per le cause di qualcun altro.

Che poi gli dicono che la via di mezzo è veleno, come se i compromessi non si sono sempre fatti nella storia, quando la verità è che se fosse per loro, quelli che protestano perché gli stanno sottraendo il futuro, non si potrebbe più dire niente, neanche dire che non si può più dire niente. E allora che si sgolino, loro che hanno sempre la soluzione a ogni problema: lui rimarrà in silenzio, chino sulla sua pressa, a sporcarsi le mani in attesa che la trovino questa benedetta alternativa al capitalismo.

Ma non la trovano mai.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Racconto in musica 134: Panda (Sant’Antonio Stuntmen – Elvis)

Voi pensate che Internet ricordi tutto: non è così. C’è tutto un sottobosco di musica che finisce pian piano per sparire dalle memorie digitali, perché l’ormai abbandonato MySpace ha una perdita di dati sui suoi server, perché l* artist* che l’hanno creata non hanno pensato di farsi un canale su YouTube, perché Spotify non esisteva ancora e ormai non c’è più nessuno nel progetto per caricarci i pezzi (detto che c’è chi non li carica neanche adesso, magari per protesta riguardo alle royalties bassissime, e non mi sento di biasimare questa scelta): paradossalmente è musica di cui potete leggere, ma non ascoltarla. Prendiamo ad esempio i Keep Out, band di stanza a Pescara nei primi anni 2000: sappiamo che fanno un metal abbastanza ibridato, su metal.it per il loro disco del 2009 See it through sfoderano il paragone coi Tool, su metallized.it li definiscono tentacolari, ma nemmeno sul loro profilo su RockIt si riesce a trovare una nota (addirittura in due recensioni diverse il disco passa dai cinquanta ai sessantacinque minuti di durata). Cosa fare quando ti mandano un racconto con una loro canzone che fa da sfondo? Ti arrabatti, provi a cercare tracce in ogni angolo e, quando proprio ti devi arrendere, scandagli nella tua memoria e ricordi che l’etichetta che aveva pubblicato il disco dei Keep Out una volta (quando ancora era attiva) ti mandava dei dischi da recensire: ecco quindi che la band abruzzese, purtroppo mangiata dall’entropia, viene sostituita in corsa dai padovani Sant’Antonio Stuntmen, ormai anche loro disciolti ma di cui il silicio mantiene ancora il ricordo (sì, l’ultima frase è stata scritta solo perché volevo darmi un tono).

A farmi frugare fra i dischi è stato Apolae, che di uno dei Keep Out è stato compagno a scuola. Utilizza uno pseudonimo nelle sue pubblicazioni perché solo così riesce a scrivere liberamente, e questa libertà acquisita gli ha permesso di vincere qualche piccolo premio locale e di essere inserito nell’antologia The source. Scrivere sull’acqua, edita da Libromania (DeA). Online trovate i suoi racconti su Tango y Gotan, giusto per rimanere in tema musicale, e sulla rivista Nabu storie, mentre in proprio pubblica brevi racconti ispirati alle sue foto di viaggio sul profilo Instagram apolae_fotoracconti. Ama la sua famiglia e la letteratura, impegnandosi per coniugare entrambe le passioni.

Che dire dei Sant’Antonio Stuntmen, a parte affermare che hanno uno dei nomi più fighi che io abbia mai sentito? La loro è la carriera di mille altre band che ho visto nascere e crescere nella provincia, di quelle che se ti va male ti sciogli e si ricorderanno di te solo amici, parenti (forse) e recensori, mentre se ti va bene puoi diventare gli Slint. Facevano un miscuglio disordinato e accattivante di noise, punk, stoner e post-hardcore, in poche parole il cazzo che gli pareva visto che Kaene, l’ultima traccia del loro primo disco autoprodotto Into the aorta (2006, ripubblicato nel 2008 dalla Black Nutria Indipendent Label), ribalta tutto e si fa quasi pop nel suo incedere comunque distorto che sa di pomeriggi primaverili adolescenziali passati ad ascoltare musica invece di studiare. Io li scoprii così, affascinato dalla loro cazzonaggine (non ti prendi troppo sul serio se intitoli un brano superdeathbrutalgrindskifosilimbo), ma a quel tempo avevano già passato cinque anni a sudare in sala prove nella campagna cementificata padovana, creando legami con la scena rumorosa veneta che li portarono in giro con band come i Melt (che ancora sembrano vivere e resistere insieme a noi) e i clamorosi Mr. Bizarro and the Highway Experience, che mi capitò di vedere più di una volta e con cui i Sant’Antonio Stuntmen sembravano condividere la carica sul palco, visto che il quartetto padovano si esibiva pure con maschere da luchadores. Grazie ai contatti con due etichette estere, la DBDC Label di Nancy e la Church Of Noise di Berlino, riuscirono a portare la loro musica anche al di fuori del paese, poi l’abbandono di uno dei componenti, il chitarrista Zano, bloccò le operazioni per un certo periodo. Ripartirono coi live a fine 2010, col nuovo chitarrista Silva e con un disco già in testa, Guardingo, uscito nel 2012 sempre per Black Nutria e nei cui credits si legge che è stato registrato ad Agua Dulce, in Messico, dall’eroe locale Ignacio De La Cueva: dobbiamo credere ai quattro santi, credere che San Silva Martinez (protector del los viñedos), Santo Alejandro (protector de las baterías de alto voltaje), San Co (protector de los quesos y del forraje) e San Andreas (proteger el agua subterránea y la soldadura) sono volati davvero fino in Messico per registrare il loro ultimo disco, prima di far perdere lentamente le loro tracce? I want to believe.

Apolae ha creato una storia in cui la musica dei Sant’Antonio Stuntmen entra direttamente in scena, seguendo il protagonista nei suoi approcci con un’amica mentre nel locale si svolgono soundcheck e live: a farli arrivare lì e a portarli poi altrove è la Panda del titolo, che da semplice auto diventerà fonte di ricordi indelebili. Potete leggere il racconto subito dopo il brano che ne fa da ideale colonna sonora, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Panda, di Apolae

Parcheggiare a viale Pindaro? Tu stai fuori biascicò Alex che stava già un po’ bevuto, l’imbecille, che i bodyguard ci avrebbero annusato da metà fila, voi no ragazzi andate a farvi un giro la sentenza dal tipo pelato, lo chiamavamo Mastro Lindo spalle e orecchino, ma intanto Max indicava al nostro autista un posto stretto, un buco nella traversa di via Sforza, anche se a entrare da lì saremmo andati contromano ma sticazzi, Alex si buttò dentro e Bea giù a ridere come una scema, aggrappata alla mia coscia con un mignolo vicino alle palle perché aveva voglia quella sera, tutta in tiro sei una bomba wow tette e gambe, allora io mi tappai gli occhi mentre un suv ci caricò suonando dal senso opposto. Miracolo: la Panda s’infilò svelta in quella specie di parcheggio e lì la lasciammo per un pezzo, riposo meritato, tra un cassonetto dell’immondizia stracolmo e i gradini di un negozio chiuso.

Alla Fabbrica suonavano i Sant’Antonio Stuntmen, amici di Alex che era passato ai controlli all’ingresso per il rotto della cuffia, un misto di Veneto e rock alternativo, roba che non poteva piacermi neanche per sbaglio. E comunque a me il concerto serviva solo come scusa per stare incollato a Bea, chiaro. Nel locale rimbalzavano gli echi nervosi del soundcheck, misti al cicaleccio della gente che parlava impugnando i rum&pera come microfoni, li conosco questi sono forti, ci andavo a scuola a Padova, prendiamo una cosa? Vabbè dai, fino al palco in fondo alla navata, scarno e nero, zero effetti speciali e tanta adrenalina perché i ragazzi si giocavano la reputazione, con amici estranei e forse un talent scout nascosto sulla balconata laterale, a guardare dall’alto le alchimie dei quattro sudare sulle corde e sui piatti, attraverso riff e pattern, traccia dopo traccia.

Andati i primi brani l’ambiente si era scaldato e il gruppo annunciò Elvis, gran pezzo da pogare coi bracciali borchiati, forse contratto su alcuni passaggi ma di certo un buon successo, visto il calore della gente dopo aver tracannato i bicchieri di riscaldamento. Io e Bea ci agganciavamo spesso, prendevamo scuse per toccarci il culo o i fianchi, insomma era il momento giusto quando la guardai dritta con uno sguardo che diceva “andiamo” e lei per tutta risposta mi trascinò all’uscita. In tasca avevo già le chiavi della Panda, che Alex mi prestò in cambio di un favore che avrei dovuto fargli il giorno dopo, mi raccomando bello non sporcate e state lontani dalle puttane, sennò i papponi vi bussano al vetro, disse qualcosa del genere bucando il frastuono che riempiva la serata.

Guidammo fino ai bordi della pineta, senza addentrarci troppo per non rischiare. Il motore lo lasciai al minimo per ripartire in caso di problemi, anche se c’è era giusto qualche macchina a tremolare qua e là coi vetri appannati. Una lucciola si posò placida sul lunotto, poi Bea mi sbottonò la patta e io le alzai la gonna. Fu quella la notte in cui perdemmo insieme una cosa che non avremmo mai più riavuto.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Un sogno lungo molte vite: Sciara di Marina Mongiovì

Sicuramente l’ho già detto (tendo a ripetermi), ma quando ho aperto questo blog/aspirante rivista letteraria io ero DAVVERO convinto che ci fosse un’orda di persone che non vedevano l’ora di pubblicare per il mio neonato progetto: mi affacciavo anche io in quel periodo al mondo delle riviste, spandevo racconti qua e là e la mia fame di pubblicazione la vedevo come una costante per tutt* l* giovani autor*. Sicuramente è così, ma vi basta dare un’occhiata al numero di racconti che sono stati scritti da me (soprattutto nei primi tempi) per capire che non ho avuto proprio tutto questo appeal nella lit-web. Fortuna vuole che uno dei miei racconti tentai di farmelo pubblicare su ‘tina, la storica rivista di Matteo B. Bianchi, venendo rifiutato ma ottenendo un ottimo consiglio: se l* autor* non arrivano a te, vattel* a cercare. Ho iniziato così a scandagliare il web alla ricerca di chi aveva uno stile che mi affascinava, creava storie che mi risuonavano, e alcun* di quest* hanno accettato la mia proposta di creare racconti brevi ispirati da (o associati a) canzoni del varipinto panorama musicale indipendente: fra quest* c’è stata anche Marina Mongiovì.

Nei racconti di Mongiovì (che trovate linkati qui) avevo trovato una forte personalità, una capacità di narrare allo stesso tempo precisa e vaga, pochi dettagli ma essenziali per catturarti e farti entrare in storie piuttosto oniriche. Queste capacità le ho ritrovate nel suo libro d’esordio Sciara, pubblicato a febbraio 2023 dalla casa editrice Kalós, una raccolta di racconti capace di trasportare all’interno di un contesto reale ma mantenendo l’aura del sogno, e questo non solo perché il sogno è l’espediente narrativo su cui si basa l’intreccio fra le varie storie.

Teresa è una giovane ragazza siciliana, impegnata nel rituale dell’imbottigliamento della salsa di pomodoro. Il primo racconto della raccolta è incentrato su di lei e sulle altre donne della sua famiglia, impegnate in una mansione che è anche una sorta di legame intergenerazionale: un’introduzione lenta, avvolgente, che attraverso le chiacchiere e i gesti delle protagoniste ci fa già scivolare nell’ambientazione della provincia catanese, raramente esplicitata con nomi di luoghi precisi ma chiara fin da subito. Dopo le fatiche della mattinata arriva il momento del pranzo, poi quello del riposo pomeridiano, e col sonno Teresa ci porta in un altro mondo: con lo stratagemma del sogno le persone che prima erano solo accenni diventano reali, ne seguiamo le vicende in un ordine dettato dai rapporti che li legano, scoprendo attraverso di loro i segreti della piccola comunità.

Avevano sette o otto anni quando, con i racconti del prete, scoprirono l’esistenza del male. Salvatore non aveva un’idea chiara di chi o cosa fosse: Satana, Satanasso, Lucifero, Diavolo, Mefistofele. Don Carmelo usava sempre nomi diversi, perché diverse potevano essere le sue sembianze: ora un arcangelo cornuto; dopo un insidioso serpente; un uomo con la testa di caprone; o ancora un drago a sei teste. Nei caldi pomeriggi d’estate, per le assolate e deserte vie del paese, Salvatore immaginava di incontrare il demonio sotto forma di biscia nera o con la testa cornuta di un enorme caprone. Al solo pensiero correva a perdifiato e, nella quiete meridiana, si sentiva solo lo scalpitio dei suoi piccoli piedi sul basolato.

Mammelle

Personaggio dopo personaggio, storia dopo storia, la comunità esplorata in Sciara assume contorni inquieti. Fra tradizioni e superstizioni, ruoli che sono come gabbie e cose che tutti sanno ma nessuno può dire, frammenti di vite o esistenze intere scorrono in un continuo andirivieni temporale: ci sono Anna, costretta a sottoporsi a reiterati supplizi volti a farle trovare marito, Orazio, che assieme ai pesci trova nelle reti le ossa dei morti in mare, Giorgio, a cui un caso di morte apparente apre le porte per diventare telepredicatore, e ancora delinquenti, reiett*, tutto un caleidoscopio umano di cui emergono vizi e virtù.

Leggere i racconti di Mongiovì mi ha lasciato una sensazione simile a quella provata, anni fa, con l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Come nel capolavoro del poeta statunitense, infatti, gli orrori quotidiani vengono esposti con grandissima sensibilità, portandoci ad avere pietà anche di chi si macchia di crimini atroci. Non abbonda di innocenti Sciara, ma poch* carnefici non sono stat* a loro volta vittime: al silente gioco al massacro si sottraggono solo i semplici, come la babba Angelina e Fofò, che i bombardamenti della seconda guerra mondiale hanno reso muto, o coloro che non si piegano a regole che appaiono immutabili,, che condannano l’omosessualità del puppo Michele e considerano fonte di malasorte l’irruenza e l’indipendenza di Nunzia. La società scandagliata dall’autrice è imbevuta di patriarcato, ma i ruoli imposti dalla tradizione stanno stretti a quasi tutt*: per ogni Assunta, la “Marchesa” che rifiuta un futuro da moglie e madre, ci sono una Carmela costretta a subire l’adulterio senza fiatare, una Nina prigioniera dell’isola in cui l’ha portata il marito, una Rosalia per cui la maturità del corpo diventa fonte di rabbia e frustrazione; persino Nuccio, il ragazzo attirato dalle promesse della malavita che si farà boss, sembra vittima di un sistema che lo vuole forte e ricco per essere davvero uomo.

La faccia seria di sua madre Lucia sentenziava: «Le signorine stanno a gambe chiuse».

E ancora: «In quei giorni è meglio che non ti lavi».

«Le signorine non giocano e non urlano sguaiate per le vanedde e stanno molto attente a quello che mostrano ai maschi».

«C’avi i so cosi», sussurravano tutti e, nella penombra della sua camera, Rosalia ringhiava come un animale ferito, chiusa nel suo cordoglio.

Ciò che riguardava le femmine, dalla vita in giù, non aveva un nome preciso. Erano cose: sangue infetto da occultare. Qualcosa che andava detto mormorando, con le bocche storte o risolini complici.

Signorina

La bravura di Mongiovì sta nel tessere questa tela rendendone vivido ogni filo. Descrive luoghi ed eventi con una prosa asciutta che mette in risalto ciò che è necessario, a ogni racconto aggiunge pezzi di un puzzle che alla fine risulta completo, e quasi non serve essere stati al carnevale di Catania per immaginarsi Michele ballare vestito da donna, aver percorso i gradini che portano alla chiesa di Sant’Alfio per immaginarsi i festeggiamenti durante la sua festa a maggio, essere stati al numero 13 di Vicolo Rizzo per immaginarsi l’unione di sacro e profano nel quartiere delle prostitute. Mongiovì narra quasi esclusivamente in terza persona, dimostrando di avere una voce forte e riconoscibile, ma si permette anche di sperimentare adottando il punto di vista di un gatto (Requiem per Giorgio Privitera) e maneggiando alla perfezione la seconda persona singolare (Per grazia ricevuta).

Sciara si conclude col risveglio di Teresa, non prima di un’onirica resa dei conti in cui alcuni torti vengono vendicati. Con lei ci risvegliamo anche noi, scossi e affascinati allo stesso tempo, perché nel mettere in fila tutte le storture che animano la sua Catania Mongiovì trasmette anche l’amore che prova per la sua terra: riuscire in un compito simile al primo libro non è semplice, e questo mi rende ancora più orgoglioso di averla contattata un giorno di due anni fa, proponendole di scrivere un racconto ispirato a una canzone del suo conterraneo Cesare Basile.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Racconto in musica 133: Distruggere (Laila Al Habash – Sunshine)

Quanto sono belle le fiere del libro? Certo, dal punto di vista editoriale hanno le loro problematiche, soprattutto dal punto di vista dell’editoria indipendente, tipo i prezzi spropositati degli stand al Salone del libro di Torino (ma se non ci sei non sei nessuno, mi sembrano le fiere a cui partecipano le mie titolari per trovare clienti e poi magari non ne troviamo uno che vuole i nostri bottoni) o le recenti polemiche che hanno portato alcune delle case editrici che ci piacciono di più a non partecipare a Più libri più liberi in quel di Roma, ma rimangono comunque un posto dove fare incontri interessanti e scoprire nuovi orizzonti. Al recente Book Pride di Milano, fra la presentazione di una raccolta di racconti fantastici di autor* african* e un’interessante intervista con Cristiano Godano dei Marlene Kuntz (cui siamo vicini per la scomparsa di Luca Bergia, ex batterista e fondatore della band cuneese con cui qui a Tremila Battute siamo cresciuti), io e la mia compagna ci siamo fatti attirare dalla passione con cui la giornalista Giulia Cavaliere parla di musica per infilarci alla presentazione di Un lavoro da donne, antologia curata da Kim Gordon (storica bassista dei Sonic Youth) e dalla scrittrice Sinéad Gleeson che dà spazio alla musica raccontata da giornaliste, musiciste e artiste nel senso più ampio del termine visto che, guarda un po’, anche il mondo del giornalismo musicale è sessista. Qui a Tremila Battute non ci teniamo a fare i progressisti senza coerenza, il libro non lo abbiamo comprato (ma è più a causa della montagna di arretrati, anche se ammetto di aver letto solo critica musicale fatta da uomini) e pure la nostra playlist è pesantemente sbilanciata verso gli uomini, ma abbiamo approfittato di quella chiacchierata fra Cavaliere, la collega Alba Solaro e una musicista per andare a scoprire ciò che faceva proprio questa terza figura, e ne siamo tornati con canzoni molto belle nelle orecchie. Tutto il solito giro di parole semi-inutile, insomma, per dire che da quell’incontro ci siamo fatti suggestionare dalla musica di Laila Al Habash, ed è di lei che parliamo oggi.

Classe 1998, originaria della provincia di Roma trasferitasi di recente a Milano, ad Al Habash la musica entra nel sangue molto presto, tanto che a 13 anni già scrive canzoni: una cosa forse normale in una famiglia in cui anche le sorelle suonano uno strumento (questa cosa la ricordo dalla presentazione, ma può essere che ricordi male), meno se penso a casa mia dove mi sono ritrovato a suonare la chitarra a 18 anni perché quella c’era (abbandonata da mio fratello) e una batteria non me l’avrebbero mai concessa. Dovevano già essere canzoni con un bel potenziale dato che ancora minorenne attira le attenzioni di gente come il produttore Stabber, guru della scena romana che infatti la porta all’interno della grande famiglia di Bomba Dischi nel 2018: l’anno dopo per l’etichetta della capitale escono i suoi primi singoli Come quella volta, Zattera e soprattutto Bluetooth, che Netflix inserisce nella colonna sonora delle serie Summertime dandole già una visibilità molto ampia. Al Habash però pondera le sue scelte, si muove paradossalmente con una calma velocità e il suo pop venato di soul e R&B in cui risplendono echi nineties assume sempre più sfaccettature. Nel 2020 prepara il terreno con il singolo Rosé, in cui duetta con l’artista italo-svizzero-californiano Tatum Rush, poi nel 2021 spara in rapida successione tutte le sue cartucce: a febbraio esce l’Ep Moquette, alla cui produzione oltre al fido Stabber si aggiunge un certo Niccolò Contessa (di cui qui abbiamo notevole stima), a luglio appare su un billboard gigantesco a Times Square nell’ambito del progetto Equal di Spotify (che fa anche cose buone), poi a novembre esce il primo disco, Mystic motel, edito come il precedente Ep dall’etichetta Undamento.

Al Habash parla di relazioni, perlopiù sentimentali ma non esclusivamente (Oracolo è dedicata alla madre, Pianeta racconta un’amicizia complicata con notevole sensibilità), e lo fa con schiettezza e ironia, accompagnando i suoi testi con una voce che alterna sensualità e momenti quasi spoken word. Quello che stupisce di più, soprattutto in Mystic motel, è il caleidoscopio musicale di cui ammanta le canzoni: il pop gioioso e trascinante di Abbagli e Ponza, il soul di Complimenti, la carica delle frequenze basse che esplodono nei ritornelli di La fine tua fino a momenti più elettronici come Baby e la splendida Sabbia, tutta giocata su un giro lisergico che cattura e disorienta: alla fin fine che ci sia Coez a duettare con lei in Sbronza è la cosa che colpisce meno, perché Al Habash mette così tanta carne al fuoco che una collaborazione importante serve solo a certificare che il suo livello può e deve essere quello dell* grand*. In attesa del prossimo capitolo della sua storia musicale Al Habash si è dedicata a collaborazioni con altr* artist*, come Giuse The Lizia (il singolo Particelle, 2022) e Maria Antonietta (altra vecchia conoscenza del nostro blog), con cui duetta nel recentissimo singolo Per le ragazze come me.

Sunshine è la traccia che più mi ha colpito di Mystic motel, quella in cui si esplicitano maggiormente influenze hip hop che fanno anch’esse parte del bagaglio musicale dell’artista. Una storia d’amore in cui, nonostante la differenza d’età e la spacconeria, l’alfa della situazione non è l’uomo, come spiega (anche se non completamente) proprio Al Habash in questa intervista: mi sono fatto suggestionare da questi elementi e dalla ricetta che elenca sul finale del brano per costruire una storia di fragilità inaspettate e pessime capacità culinarie, che potete trovare subito dopo il brano che l’ha ispirata. Come al solito, buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Distruggere

Il lavello è pieno di padelle sporche, il tavolo della cucina sembra un campo di battaglia e il cadavere ce l’hanno nel piatto. Quattro tocchetti di pollo in diverse tonalità di bianco e rosa, più una salsina sopra che è probabilmente la fonte dello strano odore che si sente. Lui guarda il piatto per non guardare lei, che invece il piatto lo guarda perché non crede a quello che ha davanti agli occhi.

Eh non è che sia uscito proprio bene, fa lui, ma non gli esce manco mezzo sorriso sulla bocca. Sembra proprio giù di corda, forse ci credeva davvero quando le ha detto Stasera ti faccio una sorpresa, dammi la tua ricetta del pollo al curry e vedrai come te lo cucino.

Be’ non è l’aspetto che conta, fa lei, ma questo volatile sembra più crudo che a masticarlo ancora vivo. Deve essersi perso qualche passaggio fra il soffritto da cui iniziare e l’aggiustare di sale e pepe alla fine. E poi perché ha usato tutta quella roba? A cosa gli è servita se non è manco cotto al punto giusto?

Che dici assaggiamo?, fa lui, ma non sembra mica convinto. Lei lo guarda fisso negli occhi, vorrebbe dirgli Ma manco per il cazzo, però gli spiace. Non l’ha mai visto così abbattuto, gli mancano gli occhioni lucidi e sembrerebbe un cucciolo smarrito. Un cucciolo con vent’anni più di lei, che non sa manco cucinarsi una pasta quando è da solo in casa.

Vent’anni buttati nel cesso, pensa, ma non lo dice. Invece assaggia, rapida. Indolore, spera.

Prova a masticare, sotto lo sguardo ansioso di lui che rende ancora più difficoltosa e ridicola l’operazione, ma se non è l’aspetto quello che conta in questo caso il resto è pure peggio. Sputa il boccone nel piatto e si versa un bicchiere d’acqua, mentre lui china il capo e se lo prende fra le mani.

Ecco manco questo so fare, non so fare un cazzo, fa lui con la voce incrinata. Ma no, fa lei, è solo che t’avevo detto di aggiustarlo di sale e pepe, mica di distruggerlo. Fa un risolino, ma lui sembra davvero che stia per mettersi a piangere, così gli tocca alzarsi, abbracciarlo, rassicurarlo, dirgli Ma che c’hai oh, mica è morto nessuno. A parte il pollo, pensa, ed è pure morto per niente.

Mi ami lo stesso?, fa lui, e a lei tocca dire che sì, certo che lo ama, anche se ora sembra un ricatto. Gli tiene la testa nell’incavo fra la testa e la spalla, come un bambino, e non può fare a meno di pensare che potrebbe farsi vedere fragile anche quando è con gli amici, invece di arrivare a metterle una mano attorno al fianco quando parla con qualcuno, come se fosse una sua proprietà.

Dai ordino una pizza, fa lei, adesso mettiti tranquillo. Poi le scappa l’occhio sulla cucina e aggiunge Però col cazzo che pulisco io quel casino.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora