Racconto in musica 146: Pezzi di te (Albedo – Stomaco)

La prima volta che mi si è palesato il legame fra racconti brevi e musica è stato tramite mio fratello. Il primo ad appassionarsi alla scrittura in famiglia è stato lui, e uno dei primi modi in cui ha deciso di “mettersi alla prova” è stato attraverso un concorso che, guarda un po’, metteva insieme parole e musica. Non ricordo il nome di quel concorso, ricordo invece quale artista gli fece da ispirazione: Ligabue. La sua carriera letteraria purtroppo si è fermata dopo solo un paio di miniraccolte di racconti (qui se vi può interessare trovate traccia delle sue pubblicazioni), i miei gusti musicali invece, molto influenzati da lui durante l’adolescenza, si sono (posso dire per fortuna?) lentamente distaccati.

Quando il legame fra racconti e musica mi si è definitivamente saldato addosso è stato fra il 2013 e il 2014, anni in cui ho prima scoperto e poi partecipato ad un concorso letterario che, in anni successivi, avrei anche contribuito ad organizzare: Provincia Cronica (il nome arrivava dritto da una canzone dei Baustelle), creato dall’associazione Asap – As Simple As Passion, l’associazione di cui entrai a far parte e con cui provai il piacere di smontare il salotto di casa ogni tanto per ospitare artist* nazionali ed internazionali. Nel 2013 la premiazione del concorso, che aveva come ragione d’essere la scrittura di un racconto basato su una canzone specifica (negli anni il tema furono, fra gli altri, brani di Fabrizio De Andrè, Lucio Dalla e Moltheni), fu organizzata a Cerano, il mio (ex) ridente paesello che normalmente ospita nella piazza principale nel giorno della festa Mal o la temutissima Shary Band (ma ci sono passati – incredibile – anche i Perturbazione), mentre nelle feste dei cantoni ci può scappare l’ennesima tribute band di Vasco (lo hanno fatto proprio ieri): Asap portò invece Moltheni (nel periodo in cui preferiva farsi chiamare col nome di battesimo, Umberto Maria Giardini), Daniele Celona e una band che io, per motivi che spiegherò più avanti, considerai per anni abruzzese anche se invece veniva da Milano. Quella band erano gli Albedo, e oggi vi parlo di loro.

Siamo intorno alla metà degli anni 2000 quando Raniero Federico Neri (voce, chitarra, piano e synth), Gabriele Sainaghi (basso, voce e percussioni), Luca Padalino (chitarra lapsteel) e Ruggiero Murray (batteria e percussioni) mettono insieme le loro forze per unire influenze musicali comuni, contenute in un ampio spettro che va dal post-rock al cantautorato passando per il pop, e riesce magicamente a farle convivere. Il primo risultato della loro passione, alimentata (come si legge direttamente dalla loro pagina Facebook) a botte di prove tre volte a settimana fino alle 5 del mattino “nelle orribili sale di Via Lombroso”, è il disco Il male, registrato a Torino e uscito in autoproduzione nel 2010. I quattro hanno le idee chiare su cosa dire e come farlo, non per niente partono con un concept album in cui il tema del male, come da titolo, si mischia con l’esperienza della realtà milanese, fra “parchi naturali di cemento e gelosia” e un sentimento di frustrazione che contamina anche la musica, arrabbiata, distorta e solo di rado ammorbidita da qualche brano più calmo. Sono i testi a colpire particolarmente più che la musica in questo primo atto della loro carriera, perché se dal lato sonoro gli Albedo devono ancora trovare una loro strada personale (il nome dei Ministri è quello più speso come paragone nelle recensioni, forse anche per provenienza geografica) sul fronte delle parole riescono già ad essere efficaci e dirompenti, senza peli sulla lingua quando si tratta di denunciare ciò che non va nella società (ascoltate A farmi intervistare e provate a non trovarci rimandi all’attualità, poi rimuginate sul fatto che è stata scritta più di dieci anni fa. Che cazzo abbiamo combinato in tutto questo tempo?) o nel mondo della musica stesso, come faranno solo due anni dopo con un brano in particolare. Quel brano è La musica è una merda e sta nel disco A casa, ancora un concept album che esce nel 2012 per Inconsapevole Records, una canzone che grida forte il proprio schifo per tutto ciò che fa moda nel circuito indie partendo in maniera semicitazionista di Up patriot to arms (il “pubblico di stupidi” con cui la band non vuole nemmeno parlare evoca nella mia mente il dissociarsi di Battiato dalle “pedane piene di scemi che si muovono”) per poi alzare la posta, fare i conti con le aspettative tradite “non di certo per gli stadi ma almeno per dormire non per strada tra i bidoni” accontentandosi dell’insuccesso altrui guardandoli “soffocare nella stessa merda che volevano suonare”. A casa non è però un disco arrabbiato come quello precedente, smussa i toni o meglio diversifica, mostra l’ampiezza del campionario artistico della band e apre a quello che è il primo album per l’etichetta V4V-Records di Michele Montagano, che è poi il motivo per cui io continuo a pensare che gli Albedo siano abruzzesi.

Abruzzese è infatti Mike, il creatore insieme a Giovanni Amoroso del blog StorDisco di cui vi ho parlato spesso e volentieri: non contento di scrivere di musica lì e da svariate altre parti (lo conobbi su Indie-Zone, l’ho scovato oggi con una recensione proprio di A casa su RockIt) dieci anni fa esatti mette in piedi un’etichetta, la V4V appunto, label definita “indie-perdente” la cui missione è produrre “solo ciò che ci piace”. Forse Michele conosce gli Albedo proprio attraverso la recensione citata in precedenza, forse li seguiva già da parecchio, sta di fatto che la prima uscita dell’etichetta nel 2013 è Lezioni di anatomia, l’ennesimo concept album (avrete capito che fanno sempre questo) in cui protagonista diventa il corpo, o meglio le sue parti. Ognuno dei nove brani si concentra su arti e organi specifici, abbraccia il loro punto di vista mostrandoci le ragioni del Cuore da un punto di vista originale (“questa gabbia d’ossa mi protegge ma mi esclude da tutti voi” sussurra tramite la voce di Neri, mentre è più deciso quando afferma “se tutti facessimo cosa dice quello là sopra […] tanto varrebbe mettersi tutti in croce e marciare come nazisti”) come quelle del Fegato, delle Gambe, di Dita immaginate in fuga di modo che “nessuno le userebbe per sparare”, ma se i testi si mantengono di alto livello anche la musica cresce, affianca ruvida le lamentele dello Stomaco ma accumula riverberi, sfodera in Schiena un binomio piano-voce da brividi e giustifica sempre più, con arrangiamenti ariosi e una spiccata varietà, l’influenza dichiarata del post-rock (e Marracash gli copia pure il concept nel 2019, senza riuscire ad esserne aderente alla stessa maniera). La band già gira per tutto il paese (ho questo ricordo di una data alla Cooperativa Portalupi di Vigevano, alimentata dall’immagine di una locandina appesa alle parte del locale), lo fa ancora di più (con alterne soddisfazioni, perché come dice Neri in questa intervista “nessuno vuole 600 birre in camerino o quali assurde pretese, ma che ci siano due spie funzionanti e non suonare di fronte a gente che mangia in un pub e che non gliene può fregare niente di te”) e, dopo la prima apparizione al MiAmi nel 2012, fa ritorno al MiAmi Ancora del 2014, oltre a dividere il palco con gente tipo Niccolò Fabi, Paolo Benvegnù, Zen Circus e sua maestà (per noi) Giorgio Canali. Partecipano anche a una compilation tributo ai Nirvana di Inconsapevole Records, When I was an alien, donando intensità e distorsioni a Something in the way.

Non riposano sugli allori però gli Albedo, e già nel 2015 arriva sempre per V4V Metropolis, in free download come il precedente e come quasi tutta la loro discografia all’uscita. Influenza dichiarata stavolta è il film di Fritz Lang, sfondo su cui costruire un viaggio in cui si sommano i temi della dicotomia fede/scienza, della solitudine, dell’ansia di successo, dell’amore e dell’odio. Ancora più libero del precedente nell’inseguire una forma canzone staccata da regole prefissate mantenendosi comunque orecchiabile, rock nell’essenza ma integrando i synth sempre più nella formula sonora, Metropolis alza ancora di più l’asticella e crea coi testi un racconto quasi circolare, coerente nel suo andamento e pieno di frasi che ti si stampano in testa nella loro cruda poeticità (memorabile I miei nemici, descritti come persone che “si aspettano qualcuno che li sappia odiare per bene, e chi li sappia far cadere giù per terra, così che qualcuno li possa raccogliere dallo loro stessa merda e farli sentire importanti”). Dopo questo ennesimo successo la band fa le cose un poco più con calma visto il fuoco di fila di tre album in quattro anni, e ce ne mette tre prima di tornare nel 2018 con l’Ep Paura (registrato dal batterista della band Murray), sempre con la V4V, sempre con l’intenzione di dire qualcosa di importante, illustrando con sonorità inaspettatamente più morbide ma sempre di estrema eleganza il “continuo interrogarsi fra un padre e un figlio”, per usare e loro parole. Da allora purtroppo il silenzio, una versione live di Cuore eseguita piano e voce da Neri ad aprile 2020 e qualche raro messaggio su Facebook: “Ode quindi alle piccole band ormai scomparse all’ombra dei tik toker, delle guerre ingiuste e di una pandemia che ci ha portato via così tanto” scrivono nell’ultimo post, noi incrociamo le dita nella speranza che fra quelle band non compaia ancora per anni il loro nome.

Stomaco è la terza traccia di Lezioni di anatomia, una canzone viscerale (di cui nel booklet interno dicono che “deve fare i conti con A day in the life“) in cui è l’organo stesso a esplicitare una fame d’amore mai saziata. Quindi per la seconda settimana consecutiva si parla di cibo, e anche questa volta in maniera molto laterale: cos’avrà combinato con la sua fame l* protagonist* della vicenda per arrivare ad appendere una lettera-confessione alla porta di casa? Potete scoprirlo subito dopo la canzone che fa da colonna sonora al racconto, Tremila Battute va in vacanza fino a settembre ma torneremo con delle novità e molto probabilmente anche un’occasione per vederci dal vivo: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Pezzi di te

Amore,

ti lascio questa lettera attaccata alla porta di casa perché entrando tu sia consapevole che ciò che ho fatto non l’ho fatto per vendetta. So che darai la colpa ai miei scatti di rabbia, ma non farne una questione di equilibrio mentale: la mia era solo una ricerca.

Ho iniziato dai libri, perché dicevi sempre che la cultura appaga. Ti lamentavi del fatto che leggessi poco e male, ma ricordo ancora la sensazione che mi aveva lasciato quella poesia che mi avevi letto anni fa. Mi pare fosse Keats, ma poteva pure essere King, così ho deciso di assaggiare a caso e ti dirò, il sapore della carta non è neanche così male: ma la cultura non ha placato la mia fame.

Ti chiedo scusa in anticipo per la sbroffata di vomito sulla parete vicino al divano. Volevo sentire quello che senti tu, così ho preso le tue medicine invece delle mie. Ne ho prese tante, per annullare i pensieri, per capire cos’avresti potuto dirmi nei momenti migliori invece di gridare che sono un fallimento, che sono inutile, che dovrei segarmi le vene con una lama arrugginita che almeno se non mi dissanguo mi ammazza la setticemia. Volevo capire come potevamo essere senza tutta la cattiveria gratuita ma non preoccuparti, il sangue non c’entra con quello che ho appena scritto.

Ora di sicuro avrai aperto la porta e mi starai cercando, e non trovandomi ti renderai conto del casino che ho lasciato. Ricomincerai a leggere e mi maledirai perché procrastino sempre le spiegazioni (hai notato che so come usare la parola “procrastino” anche se leggo poco?): ti chiedo scusa anche per questo, sai che mi piace mettere le cose in fila alla mia maniera. Forse sono davvero nello spettro dell’autismo come sostenevi anche se, diciamocelo, fosse per te sarebbero tutti autistici. Comunque sto bene, davvero, non fare caso al sangue.

Ho mangiato un po’ di soldi. Niente di che, dieci euro e una moneta da cinque centesimi, ma se li rivuoi trovo il modo di farteli avere. L’ho fatto perché mi dicevi sempre che i soldi la felicità la fanno eccome, e ho mangiato anche una boccetta di vitamine perché dicevi che se c’è la salute c’è tutto (le schegge mi si sono infilate fra i denti, un po’ del sangue arriva da lì. E anche il vomito mi sa che è colpa del cocktail tranquillanti-vitamine, o forse sono solo i tranquillanti). Quello che voglio farti capire è che ho cercato di trovare qualcosa di noi in quello che avevamo, ma non sono riuscito a trovarlo da nessuna parte. Ho sperato fosse rimasto attaccato alle lenzuola, ma ho solo rischiato di soffocare (la carta ha decisamente un sapore migliore della stoffa).

Mi sa che non potremo capire insieme dove s’è perso il nostro amore, così ho deciso di assaggiarmi. Giusto un morso al polso, per cominciare a farci l’abitudine: d’ora in avanti dovrò bastarmi da me. Ecco spiegato il casino, ecco spiegato il sangue. Perdonami, non potevo andarmene senza capire: spero che riuscirai a farlo, io sono sicuro che rimarrai sempre con me, almeno in una parte del mio stomaco.

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Il pacco dietro al pacco: lavorare ad Amazon ne Il magazzino di Alessandro Delfanti

Foto di Joshua Brown: https://www.pexels.com/it-it/foto/luci-scuro-alberi-sera-12820603/

Ho più volte esplicitato che il tempismo non è il mio forte, infatti questo articolo avrebbe avuto ancora più senso se fosse stato pubblicato settimana scorsa. Perché? Per il semplice motivo che l’11 e 12 luglio c’è stato il Prime Day (che poi, essendo due giorni, non avrebbe più senso chiamarli Prime Days?), il periodo in cui Amazon dedica all* affezionat* clienti sconti sbalorditivi. Ne avete approfittato? Anche voi vi siete sentit* come se aveste ricevuto un premio, alla stregua della protagonista dello spot (che avrei voluto linkarvi, ma una ricerca su YouTube rimanda solo a risultati di consigli su qualsiasi cosa da acquistare da parte di utenti affamati di views)? Se avete risposto in maniera affermativa alle due domande spero che, oltre a ringraziare gli altri utenti e il gatto (ma chi li scrive sti spot? Meno male che hanno incluso anche il corriere), vi siate ricordati di ringraziare anche l* magazzinier*.

La vita nei magazzini di Amazon è infatti tutt’altro che rose e fiori. Lo illustra bene Alessandro Delfanti nel suo Il magazzino, pubblicato nel 2021 dalla Pluto Press di Londra e arrivato in Italia da pochi mesi grazie a Codice Edizioni: basato su interviste condotte fra il 2017 e il 2021, il libro si concentra sulla realtà lavorativa negli enormi capannoni dove la merce viene stoccata e smistata, mostrando una realtà a tratti distopica che converrebbe conoscere prima di acquistare qualcosa sull’onda dell’entusiasmo per uno sconto.

Il sottotitolo del libro, Lavoro e macchine ad Amazon, è efficace nell’evidenziare subito i due ambiti su cui si è concentrata la ricerca di Delfanti: le condizioni lavorative all’interno dei magazzini, indagate attraverso interviste a dipendenti ed ex dipendenti e tramite visite di persona in strutture italiane e internazionali; il modo in cui le macchine influenzano queste condizioni e, soprattutto, come potranno influenzarlo ulteriormente. Che l’azienda di Jeff Bezos non sia in cima alle liste delle aziende più magnanime verso i propri dipendenti è già stato estrapolato da svariate inchieste giornalistiche, ma addentrarsi fra i corridoi dei capannoni, pagina dopo pagina, rende più palese e chiaro il modo in cui il fondatore di Amazon si stia arricchendo sulle spalle della forza lavoro e come sia urgente e necessario trovare delle contromisure.

Work hard. Have fun?

Il libro di Delfanti si articola in sei capitoli che prendono spunto da alcuni dei motti più celebri dell’azienda. Il primo, Relentless – Implacabile, funge un po’ da introduzione, mostrandoci i meccanismi sui quali è stato costruito il successo dell’azienda di Seattle e che ha permesso a Bezos di accantonare un patrimonio enorme, talmente ingente che il fondatore dell’azienda con i guadagni del solo 2020 avrebbe potuto donare a ogni singolo dipendente centomila dollari mantenendo il proprio conto in banca a livelli pre-Covid… ma ovviamente non lo ha fatto, per cui l’unica maniera per spendere i suoi soldi in maniera equa è affidarsi a questo gioco. Una delle cose più inquietanti che si scopre già da queste prime pagine è che la maggior fonte di guadagni per Amazon non è il settore della vendita di prodotti, bensì di servizi digitali: Amazon Web Service è infatti la vera gallina dalle uova d’oro, capace di affittare i propri spazi web e cloud a giganti come Uber, Airbnb e Netflix (tenetelo a mente quando vorrete ribellarvi pagando la grande N per boicottare Prime Video) come di vendere tecnologie di sorveglianza ai governi. Se vi state chiedendo “che bisogno c’è di sfruttare i propri dipendenti se bastano dei server a farti diventare ricco?” evidentemente non siete nella testa di Bezos, e non siete implacabili tanto quanto lui e l’azienda che ne rispecchia il credo.

La realtà sul campo, a Piacenza come altrove, ha indotto molti a dubitare delle promesse di emancipazione e modernizzazione fatte dall’azienda di Seattle. Prendiamo l’Inland Empire, in California. Oggi Amazon dà lavoro a circa 20000 persone che vivono in quella zona, e anche se dopo il suo arrivo la disoccupazione è diminuita, il numero di persone che vivono in povertà è aumentato. Negli Stati Uniti, da alcune inchieste di giornalisti e studiosi è emerso che molti dipendenti Amazon devono affidarsi ai buoni alimentari (food stamps) per arrivare a fine mese, e che dopo l’apertura di un nuovo FC il reddito famigliare nell’area limitrofa tende a calare.

Nel 2018 un rapporto dell’Economic Policy Institute intitolato Unfulfilled Promises ha dimostrato che la maggior parte dei fulfillment center di Amazon, pur creando posti di lavoro nei magazzini, non porta a una crescita complessiva nell’occupazione nel settore privato, perché molti altri posti di lavoro vanno persi.

Il magazzino, pag. 37

Il marcio però viene fuori principalmente nella parte centrale del libro. I capitoli Work hard – Lavora sodo e Have fun – Divertiti illustrano due facce della stessa medaglia, ovvero la continua imposizione di un ritmo a lungo termine massacrante (secondo rapporti aziendali interni ai magazzini statunitensi nel solo 2019 Amazon ha registrato un tasso di infortuni gravi di 7,7 ogni 100 dipendenti, quasi il doppio della media nel settore logistico) e il modo in cui questo viene fatto illudendoti che il posto di lavoro sia un ambiente divertente e stimolante. Immaginate di camminare velocemente per recuperare oggetti da una parte all’altra di un capannone enorme per otto ore, seguendo tempistiche scandite da uno scanner di codici a barre (che ogni tanto vi pone domande sul vostro livello di soddisfazione lavorativa, lasciandovi col dubbio se le risposte potrebbero o meno essere usate contro di voi), il tutto mentre l* cap* reparto vi sfidano a dare di più per raggiungere gli obbiettivi della “squadra” (ma non vi avviseranno mai se li raggiungerete) e, se sarete l’elemento più performante, vi regaleranno una borraccia o una maglietta: questo è un esempio ultrasemplificato di come può svolgersi la giornata lavorativa tipo di un picker, uno degli addetti alla raccolta degli oggetti da spedire, senza mettere in conto gli straordinari richiesti senza preavviso. Delfanti va ovviamente molto più nel profondo, analizzando anche come l’algoritmo che gestisce gli spazi di stoccaggio toglie professionalità all* dipendenti, rendendol* superflui anche dopo anni di lavoro in azienda.

Gli associate di MXP5 che hanno avuto modo di lavorare anche in magazzini tradizionali avvertono chiaramente questa differenza. Là venivano trattati come detentori di un sapere prezioso – letteralmente, sapevano dove stavano le cose – e fondamentale per il buon funzionamento del magazzino. Alla luce di questo, il loro valore si preservava nel tempo. Detenere questa conoscenza era una forma di potere, che poteva essere usata come leva e tutela. Amazon ha rimpiazzato questa organizzazione con una procedura complessa che coinvolge centinaia di stower per generare una forma di inventario caotica, gestita per via algoritmica e che nessun umano potrebbe mai dominare interamente.

Il magazzino, pag. 66

Tutto questo per alimentare la Consumer obsession, la passione per il cliente analizzata nel capitolo specifico e a cui si sacrifica qualunque cosa, che sia il tempo per le preghiere della forza lavoro musulmana o, in periodo di pandemia, la distanza minima da mantenere (difficile rispettarla se questo comporta un rallentamento del ritmo di lavoro, soprattutto se questo ti verrà contestato in ogni caso). Dove le cose si fanno distopiche è invece nel capitolo Reimagine now – Reimmagina adesso, dove Delfanti scandaglia le possibili future innovazioni all’interno dei magazzini estrapolate dai brevetti già acquisiti dall’azienda: molti di questi sono accumulati per trarne profitto sotto forma di concessione della licenza d’uso (il brevetto per il sistema di pagamento 1-Click è uno dei più lucrosi in possesso di Amazon), altri immaginano una sempre più stretta collaborazione tra robot forza lavoro in modo che quest’ultima possa sostenere ritmi più alti (come già accade nei fulfillment center robotizzati, dove alla minor fatica fisica fanno da contraltare un lavoro ancor più alienante nella sua ripetitività e un tasso di infortuni che supera del 50% quello degli FC non robotizzati). Non esiste invece il pericolo di venire sostituiti dalle macchine, diversamente da quanto affermavo in questo articolo sul saggio di Mark O’Connell Essere una macchina, perché

Amazon però non sta pianificando l’eliminazione dei dipendenti dai suoi magazzini. Nonostante l’hype che genera attorno a questo tema, anche grazie ai suoi futurologi, l’azienda non ha alcun problema ad ammettere che ci sarà comunque bisogno di lavoro umano: la manodopera resterà, perché costa meno ed è più facile da controllare e scartare rispetto ai robot. Ciò che Amazon sogna in realtà sono nuovi modi di spremere valore dalle lavoratrici e dai lavoratori. Quello che sogna è di trattarli come robot.

Il magazzino. pag. 177

Make history, magari un’altra storia

Per quanto il libro di Delfanti analizzi Amazon nella sua globalità, mostrando come diverse realtà e, soprattutto, diverse leggi che regolano il lavoro limitano o accentuano le possibilità di sfruttamento del “capitale umano” su cui l’azienda lucra, un occhio particolare viene mantenuto sull’hub di Piacenza, l’MXP5, dove si sono concentrati i primi movimenti sindacali e le prime proteste sul territorio italiano. Molte delle voci attraverso cui è possibile farsi un’idea della realtà all’interno dei magazzini provengono da qui, voci di ex dipendenti, di dipendenti insoddisfatt* e anche di dipendenti che hanno preso parte alle serrate attraverso cui, ad esempio, nel 2021 è stato possibile bloccare la consegna di 250000 ordini. Le contestazioni si stanno facendo sempre più organizzate, i sindacati sono riusciti a entrare anche in altri magazzini e gli obiettivi si stanno facendo più ambiziosi (alla riunione degli azionisti 2019 il collettivo Amazon Employees for Climate Justice ha chiesto all’azienda di fare i conti col suo impatto ambientale), segno che non tutto è perduto.

Nonostante quanto scritto finora, però, c’è anche chi è contento di lavorare nei magazzini di Amazon. Non lo nasconde nemmeno Delfanti, anche se com’è ovvio si concentra principalmente sui malumori e le storture del sistema, e nel mio piccolo ho anche io delle testimonianze di prima e seconda mano di persone assunte nell’hub di Novara, l’MXP6, inaugurato a settembre 2021: d’altronde non è così improbabile trovare soddisfacente un luogo di lavoro quando le alternative sono dello stesso livello, se non peggiore. È forse meglio lavorare sei mesi per una piccola azienda che alla fine te ne pagherà solo tre, com’è capitato a un mio amico? Non è preferibile una camminata veloce di otto ore in un magazzino quando nel tuo precedente lavoro venivi sottopagata e contattata ben oltre l’orario di lavoro, come capitato per anni a un’amica che vedeva nel lavoro in MXP6 quasi una vacanza (per fortuna non ha avuto tempo di ricredersi, visto che ora gestisce un rifugio in montagna)? È così diversa da quella di un dipendente Amazon, a livello di permessi retribuiti e ferie concesse, l’esperienza di un dipendente Barilla che a colpi di contratti a tempo determinato per tre anni non ha potuto organizzare le ferie con la sua famiglia? L* stess* dipendenti del piacentino rischiano di licenziarsi solo per finire a lavorare in uno degli altri magazzini della zona, cementificata oltre ogni limite ambientale da altre aziende come Ikea, TNT e Zalando, e chissà se lì avranno l’aria condizionata. Amazon sta sicuramente facendo scuola ma è il mondo del lavoro tutto che dovrebbe porsi delle domande, perché se un colosso della vigilanza privata come Mondialpol si permette di pagare la propria forza lavoro con retribuzioni orarie al di sotto della soglia di povertà (ma ringraziamo il ministro Tajani, che sulla questione del salario minimo pare abbia affermato “Noi vogliamo un paese in cui tutti possano guadagnare di più, non un paese come l’Unione Sovietica in cui tutti guadagnano la stessa cifra”, il tutto prima di fermare eroicamente un comunista che stava per mangiare un bambino) e nelle agenzie pubblicitarie milanesi scoppia con estremo ritardo una bufera sulle molestie sessuali perpetrate sul luogo di lavoro (speriamo che scoppi presto anche quello relativo agli orari assurdi che l* dipendent* sono costrett* a sopportare per creare contenuti che ci convincano a comprare cazzate che non ci servono) possiamo facilmente renderci conto di quante storture esistono e vanno combattute. Proprio per questo motivo la lettura di Il magazzino è importante: aiuta a tenere gli occhi aperti, ci mantiene allerta per capire dove e come arriverà il prossimo attacco alla nostra libertà, che si lavori alle dipendenze di Bezos o meno.

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Racconto in musica 145: Hai fame? (AJJ – Body terror song)

Giovedì ho avuto il piacere e l’onore di essere ospite della rassegna organizzata dall* amic* di Read And Play ai Bagni Elsa N°3, dove ho approfondito il tema di questo articolo e parlato di musica indipendente, calcio e, incidentalmente, di comunismo, anarchia e antitatcherismo. Non so dire esattamente quale sia stata la resa dall’esterno, d’altronde come dicevano i Butthole Surfers “You never know just how to look through other people’ eyes”, ma quegli accenni a temi un minimo politicizzati hanno convinto una signora che parlava solo inglese (e che pertanto non so cos’abbia capito di tutto il reading) a venirmi a parlare una volta finito il tutto, instaurando una conversazione stentata (il mio inglese fa schifo) che è finita su manifesti anarchici, salute mentale e legge Basaglia. Quanto è fantastico nella sua bizzarria il mondo?

E pure la locandina fatta da Alessandro Baronciani!

Ma sta premessa ha un senso o serve solo a permettermi di tirarmela perché sono stato in spiaggia tra Fano e Pesaro a parlare alle genti e mi hanno pure offerto da bere? Il senso c’è, ed è relativo al fatto che la band di cui parliamo questa settimana è uno di quei gruppi belli politicizzati come piacciono a noi: diamo il benvenuto perciò agli AJJ.

A permettermi di parlarne è ancora una volta Simona Lazzaro. Ve la ricordate? È stata ospite di Tremila Battute giusto un mesetto e mezzo fa, ma da allora ha fatto in tempo a uscire il suo racconto per la rivista Gargolla e abbiamo rintracciato anche una sua microfinzione uscita su Coven Riunito. Se non vi basta questo potete seguirla anche su Lasettimanatv, dove parla di serie televisive, o su NanoTv, dove collabora al salotto letterario.

AJJ quindi, acronimo di coloro che una volta si facevano chiamare Andrew Jackson Jihad. La band si forma come trio nel 2004 a Phoenix, ma quando un anno dopo registra il primo album il trio, causa sparizione del batterista, è già diventato un duo: Candy cigarettes, capguns, issue problems! and such esce così per l’etichetta Audioconfusion Manifesto (label improvvisata dietro cui si cela lo studio di registrazione Audioconfusion di Jalipaz Nelson, che rimarrà collaboratore di lunga data della band) registrato dai soli Sean Bonnette (voce e chitarra acustica) e Ben Gallaty (contrabbasso, basso e cori), l’ossatura che rimarrà sempre stabile degli AJJ. I primi lavori del duo sono prettamente acustici con brani raramente sopra i due minuti, anti-folk dall’estetica punk che permea anche il secondo disco People who can eat people are the luckiest people in the world (2007), album che oltre ad avere uno dei migliori titoli nella storia della musica li porta anche sotto il cappello della Asian Man Records, sotto cui rimarranno a lungo. È la stessa etichetta a pubblicare, dopo una scappatella con la Plan-it X Records per registrare l’Ep Only God can judge me, il terzo album Can’t mantain (2009), dove le cose a livello musicale iniziano a cambiare: il lato punk prende spazio, appaiono altri strumenti (al disco collaboreranno una quindicina di musicisti) e il suono si fa più vario e sfaccettato. Ciò che non cambia sono i testi, incentrati su temi sociali, politici, religiosi ed esistenziali, spesso concisi e ironici ma capaci di cogliere comunque il punto.

Gli AJJ parlano molto di odio, di gente sbandata e incapace di trovare una direzione, non indorano la pillola e fanno vedere entrambi i lati della medaglia, perché se la rivalsa è possibile non sempre questa avviene. Forse il miglior modo di illustrare la loro poetica, più che proseguire il banale elenco dei dischi, è il trittico composto da People, People II: the reckoning (ironicamente contenuta nello stesso disco di People, ma la precede nella tracklist) e People II 2: still peoplin’, in cui affrontano la meraviglia di avere a che fare con le persone nonostante i loro difetti, l’odio che ti fanno salire le persone che hai attorno per finire con un campionario di umanità sconfitta, persone che non vogliono sentirsi dire che è tutto nella loro testa perché i problemi possono essere personali ma le soluzioni devono essere collettive, perché come recita il testo “We’re all two or three bad decisions away from becoming the ones that we fear and pity”. La musica degli AJJ è auto-aiuto brutale mascherato con una musica trascinante e vitale, ti illustra quanto la vita fa schifo mentre ti insegna a riprenderne il controllo (“‘Cause I think you deserve much more/ than a smoke and fifty cents/ you deserve to be self-sufficient/ and buy your own cigarettes” recitano in Zombie by The Cranberries by Andrew Jackson Jihad, dimostrando anche quanto sono il miglior gruppo del mondo quando si tratta di trovare un titolo a un disco o ad una canzone). La loro coerenza non può avere miglior marchio della decisione, nel 2016, di adottare l’acronimo con cui li trovate citati, smettendo di usare Andrew Jackson Jihad come nome non volendo più fungere da “living reminder” dell’ex Presidente USA Andrew Jackson (definito “un’interessante figura storica ma una persona odiosa per il quale è scemata la fascinazione”) e in quanto il termine jihad usato da loro, non musulmani, sarebbe irrispettoso e irresponsabile. La carriera degli AJJ prosegue ancora oggi, in una formazione che dall’album Knife man del 2011 vede in pianta stabile Preston Bryant (chitarra elettrica, tastiere e cori) e Mark Glick (violoncello e chitarra baritona), e di album e tour (nel 2012 girarono gli States con i Future Of The Left, che qui a Tremila Battute conosciamo bene) da allora ne sono passati parecchi: l’ottavo, Disposable everyting, è uscito a maggio di quest’anno per Hopeless Records (curiosamente la label che hanno appena lasciato le Destroy Boys, di cui abbiamo parlato da pochissimo), e anche se nel frattempo la velocità è calata e i suoni si fanno fatti un poco più morbidi la carica dissacrante polemica della loro musica continua a rimanere intatta.

Body terror song è la terza traccia dell’album del 2020 Good luck everybody, e pur partendo da una riflessione sul suo stesso corpo di Bonnette riesce ad assumere una valenza universale: l’ha colta bene Simona che tratteggia una storia di anoressia a cui bastano poche immagini e nessun semplice stereotipo per risultare potente, dimostrando ancora una volta di saper usare chirurgicamente le parole. Potete leggere il suo testo subito dopo il link al brano che l’ha ispirata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Hai fame?, di Simona Lazzaro

Mattino

Sale sulla bilancia.

Il colore del suo corpo nudo è violento, una ferita nel candore del bagno. Le curve alla fine si sono arrese, come ogni volta, e hanno ceduto il passo agli spigoli. Le ossa disegnano sulla pelle una linea sporgente e lei ci passa e ripassa le dita.

–

Pomeriggio

J. sorride e le offre una fetta di pizza. L’odore le fa girare la testa. Sorride anche lei, non ne ho voglia, gli dice, e questa non è proprio una bugia. La fame è una voragine, un tormento che erode la carne – ma lei non vuole riempirla. Deglutisce a fatica. Rinunciare è una delizia.

J. apre la bocca – un’altra ferita – ma poi la richiude in fretta. Le lancia uno sguardo ed esce dall’aula.

–

Sera

Già quella sera lei non sa che farsene di quel ricordo, di quegli occhi e della sua bocca suturata. La pietà non si mangia, non riscalda e non riempie. Solo la fame sazia la fame.

Sale sulla bilancia.

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Tremila Battute come Le Iene: l’intervista doppia ad Antonio Vangone e Alfonso Lentini

Ok, non ci faccio una grande figura a paragonare questo blog a uno dei programmi che ha avuto il più drastico calo di qualità degli ultimi anni, però quando ho proposto ad Antonio Vangone (che su queste pagine è apparso più e più volte) e Alfonso Lentini di rispondere ad alcune domande relative ai loro libri usciti per pièdimosca edizioni, la prima cosa a cui ho pensato è stata “facciamo un’intervista doppia come Le Iene!”. Questo significa che Tremila Battute sta andando incontro allo sfacelo? Dovrei alzare l’asticella del mio livello culturale invece di guardare Temptation island al lunedì? Solo il tempo darà tutte le risposte, intanto approfondiamo un po’ il contesto.

Attribuzioni di Vangone e Noi siamo i lupopesci di Lentini sono il terzo e quarto volume pubblicati, il 21 aprile, all’interno di glossa, la collana a margine “dirottata” da Carlo Sperduti. I più affezionati fra di voi ricorderanno questa intervista a Sperduti, in cui presentava brevemente quel grande spazio virtuale che risponde al nome di multiperso: da lì a contattare pièdimosca per pubblicare un’antologia delle migliori microfinzioni del blog il passo è stato breve, come quello successivo che ha portato alla creazione di una collana specializzata nelle narrazioni brevissime, i cui primi volumi (l’antologia stessa e Statue linee di Marco Giovenale) sono usciti a novembre 2022. Da affezionato frequentatore del multiperso già sapevo che anche Vangone e Lentini ne erano a loro volta invischiati, la prima domanda mi è sorta quindi spontanea.

Come sei entratto in contatto con il multiperso?

V: “Ho conosciuto il multiperso per caso. Sono anni che scrivo sulle riviste letterarie indipendenti, è così che ho cominciato. Il panorama che vanno a costituire è tanto stimolante quanto instabile: riviste e blog aprono e chiudono in continuazione e non è facile tenere traccia delle loro iniziative. Io ci provo, però, e se ricordo bene è frugando tra i suggerimenti di una rivista su cui avevo pubblicato in passato che ho trovato il multiperso. L’idea alla base del progetto e i riferimenti letterari proposti da Carlo Sperduti mi hanno molto entusiasmato e il riscontro ai miei testi è stato altrettanto positivo; ne è nata quindi una collaborazione vivacissima.”

L: “Semplice: tutto inizia dal mio rapporto con Carlo Sperduti, che seguo da anni avendo letto e apprezzato moltissimo alcuni suoi libri. Con lui per un certo periodo ho mantenuto un rapporto occasionale, ma quando sono venuto a conoscenza del multiperso e del progetto sulla scrittura breve ad esso collegato, non ho esitato a inviargli alcune mie microfinzioni. Quello della scrittura breve e frammentaria è infatti un percorso che sento come congeniale e che pratico da tempo. Alcuni miei libri precedenti (in particolare “Tre lune in attesa” del 2018) sono raccolte di testi brevi o brevissimi e in generale la mia ricerca espressiva ruota attorno alla brevità da intendere però non necessariamente in senso strettamente quantitativo, ma come rifiuto della narrazione organica e compiuta a vantaggio della frammentarietà. Cosi quando Carlo ha deciso di progettare per pièdimosca la collana glossa, l’unica in Italia interamente dedicata alla scrittura breve, mi è sembrato naturale proporgli un mio inedito.”

La comunità che si è creata attorno a multiperso e, come naturale evoluzione, intorno a glossa è variegata per età, esperienze e, soprattutto, stile. Quello che non cambia è lo spazio entro cui convogliare la propria fantasia: massimo 2500 battute per microfinzione, un numero ridotto di caratteri che però è diventato uno stimolo per scrittori e scrittrici e, ovviamente, anche per Vangone e Lentini.

Qual è il tuo rapporto con la microfinzione?

V: “La amo molto. Condensando in poco spazio intere realtà si lascia modo a chi legge la possibilità di riempire i vuoti come meglio crede. Trovo che quest’ambiguità sia un grande atto di fiducia verso il lettore, che di fiducia e ambiguità vive, o almeno dovrebbe.
La brevità della microfinzione permette poi cambiamenti repentini di genere, umore, punto di vista; altro aspetto per me cruciale è che in testi di poche righe si possono sperimentare meccanismi linguistici che a lungo andare diverrebbero insostenibili. Insomma, ci si diverte.”

L: “Ti rispondo partendo dal fatto che la mia formazione risale agli anni settanta, quando vivevo a Palermo e – giovanissimo – sono entrato in contatto con un’area di autori che faceva capo alla neoavanguardia e a Gaetano Testa (scrittore che aveva partecipato al Gruppo 63 ed aveva già pubblicato con Feltrinelli). In quest’area si praticava con spirito anarchico un tipo di scrittura aperta, spiazzante, volutamente disorganica e spesso i testi che uscivano in riviste come Fasis o Per Approssimazione (che poi diventò un casa editrice molto trasgressiva) erano frammenti molto brevi. Uno dei miei primi libri, L’arrivo dello spirito (pubblicato nel 1991 insieme a Carola Susani), uscì con questa casa editrice ed era in sostanza una raccolta di microracconti piuttosto spiazzanti. Anche dopo il mio trasferimento a Belluno ho mantenuto un rapporto con quel tipo di sperimentazione e in particolare sono rimasto legato a uno di quegli autori palermitani, Francesco Gambaro. Più recentemente, poco prima di morire, Gambaro aveva dato vita al quotidiano di scrittura online Il Cucchiaio nell’Orecchio che in un certo senso è un’ideale derivazione di quella nostra ormai lontana esperienza. Ancora oggi Il Cucchiaio nell’Orecchio continua a uscire, diretto da Gaetano Altopiano, ed è diventato un importante punto di riferimento per molti autori che, pur diversi fra loro, sono accomunati da un’idea di scrittura non riconducibile ai canoni tradizionali. Il Cucchiaio, insieme al multiperso, rappresenta per me una specie di palestra che mi mantiene in allenamento. E non è un caso che Noi siamo i lupopesci sia dedicato proprio a Francesco Gambaro, amico di sempre e compagno di tante avventure culturali: senza la sua affettuosa complicità e senza i suoi decisivi incoraggiamenti, davvero, ‘senza di lui non scriverei così’.”

C’è un adagio già ripetuto svariate volte su queste pagine: le raccolte di racconti non vendono. Pare che il mercato stia mutando, e probabilmente anche collane come glossa stanno aiutando a “diffondere il verbo”, ma per ovviare a questa profezia autoavverante sempre più spesso vediamo raccolte che hanno un filo conduttore (spesso scelto a posteriori) o i cosiddetti “romanzi di racconti”. Non che ci sia per forza qualcosa di sbagliato in queste scelte (di un romanzo di racconti abbiamo parlato giusto poche settimane fa), ma sembra quasi che il mercato editoriale più che i lettori stessi siano spaventati dall’anarchia che incarna una raccolta in cui l’unico legame fra le storie sia la voce di chi li ha scritti. Attribuzioni e Noi siamo i lupopesci sovvertono a loro modo questo diktat non scritto: Vangone riunisce le sue microfinzioni in tre sezioni, i cui titoli sono però cancellati per, usando le sue stesse parole, lasciare “a chi legge la libertà di scegliere cosa unisce o separa le finzioni qui raccolte”; Lentini invece è apparentemente più diligente, ordina le proprie microfinzioni in quattro sezioni di cui le prime tre mantengono una bizzarra unità di significato (Scale presenta una famiglia ossessionata dall’idea di salire, scalare, scalire, scalere; Del dormire viene definita “un’appassionata requisitoria contro i fanatici esaltatori della veglia”; Nani di mente si focalizza su una comunità affetta, causa sostituzione di una consonante, da una condizione che riduce la sanità mentale al nanismo), per poi lasciare briglia sciolta alla fantasia nell’ultima sezione, Il viaggio sulla luna, un viaggio che però si svolgerà… all’incontrario.

Cosa pensi della necessità di trovare un filo conduttore in una raccolta di racconti?

V: “Per me non è una necessità, ma una delle possibilità a disposizione. Impernare una raccolta su un’idea dichiarata esplicitamente non toglie e non aggiunge nulla al discorso, di suo. Certo è più facile catturare l’attenzione del pubblico se gli si garantisce un argomento a cui è già interessato, ma credo che un’organizzazione mentale venga comunque a formarsi naturalmente, sia in chi scrive sia in chi andrà poi a leggere, e che immergersi nell’opera senza riferimenti precisi possa rivelarsi molto interessante. È un processo che ho tentato di esplorare in Attribuzioni.”

Se il diciannove giugno dello scorso anno avessi risposto al tuo messaggio e continuato la conversazione in modo arguto, presto o tardi saremmo andati a bere un caffè e avremmo fatto una passeggiata sul lungomare, ma senza farla diventare un’abitudine. C’è sempre troppa gente, lì.

Ti avrei presentato i miei amici più simpatici e se fossimo andati davvero d’accordo anche quelli un po’ meno simpatici, ma mai quelli a cui ormai vogliamo bene solo per tradizione. Siamo cambiati.

Universo parallelo in cui io e G. diventiamo amici, Attribuzioni

L: “Non vedo una necessità particolare. Questo libro è come un mazzo di carte intercambiabili che volendo si può leggere senza rispettare l’ordine delle pagine, perché ogni testo ha una sua autonomia. Se vi si vuole cercare un filo conduttore, questo non può che essere il lavoro sulla lingua, la ricerca, che del resto è la base costitutiva di qualsiasi libro. Tuttavia, per rendere più fruibile la lettura, ho cercato di creare quattro sezioni con una loro omogeneità tematica. Questa omogeneità in particolare mi sembra più evidente nella prima sezione (‘Scale’) e nella terza (‘Nani di mente’). Vi è poi un gioco di simmetrie rovesciate che collega l’inizio e la fine del libro. I personaggi di ‘Scale’, cercano nei modi più bizzarri di dirigersi verso l’alto, mentre il microracconto che chiude il libro parla di un viaggio sulla luna che però si svolge dall’alto verso il basso (perché la luna, contrariamente alle apparenze, non è in cielo, ma si nasconde nel centro della terra). Dunque si comincia con un movimento verso l’alto e si finisce con il movimento opposto, verso il basso.”

La particolarità dei libri di Vangone e Lentini si desume anche dai titoli scelti. Attribuzioni e Noi siamo i lupopesci appaiono inizialmente solo bizzarri (soprattutto nel caso di Lentini visto che, escluso il racconto iniziale, di lupopesci non c’è traccia nel libro), ma tramite gli autori stessi è possibile carpire gli inside joke che hanno portato a questa decisione.

In che modo hai scelto il titolo del tuo libro?

V: “Nella raccolta è presente un testo intitolato ‘Il racconto che mi è stato attribuito postumo’, che è stato uno spunto importante.
L’atto di dare significato a un evento, di riferire un qualcosa a un qualcuno è ricorrente nel libro e ne costituisce anche l’ossatura: Attribuzioni è infatti diviso in tre sezioni i cui titoli sono però stati cancellati; chi legge è quindi libero di inventare i propri e comunicarmeli tramite un QR code che rimanda al mio sito internet, determinando così il libro secondo una lettura personale.
Cercavo un titolo che non direzionasse troppo i lettori, ma trasmettesse comunque la mia visione dell’opera.”

L: “‘Lupopesci’ è una parola inventata che però proprio per la sua stranezza spero possa attrarre i lettori più curiosi e disponibili verso la scrittura non convenzionale. Il microracconto a cui si riferisce il titolo è quello che apre il volume: parla di certi esseri immaginari che di notte guizzano in un lago ed essendo in qualche modo consapevoli della loro ‘non esistenza’, si rivolgono al lettore chiedendogli di ‘percepirli’ con la sua fantasia e in tal modo farli esistere ‘anche solo per qualche minuto’. È una storiella apparentemente leggera (e forse divertente) che però, se letta con attenzione, può ricordare il pensiero filosofico di Berkeley e il suo ‘esse est percipi’ (cioè ‘esistiamo se siamo percepiti’). Ottimo spunto per introdurre un libro che invita il lettore a interagire attivamente con le pagine attraverso un suo personale sforzo di fantasia.

Mi sveglio in un altro letto. Sono al dodicesimo piano di un condominio in via delle Mille Libertà. Un sole nuovissimo sta per sorgere su questa città che non ho mai abitato. Ho dormito per trecentonovantotto anni, mi dicono. Come avranno fatto a contarli, tutti questi anni, uno per uno mentre io dormivo? Chi vegliava al mio capezzale e contava gli anni? Però è sicuro: questo non è il letto dove mi ero coricato. Questa non è la mia città. Questa non è la mia voce.

La mia voce, Noi siamo i lupopesci

Certo, le interviste de Le Iene prevedono che l* intervistat* rispondano alle stesse domande, ma perché non prendersi delle libertà rispetto al formato? D’altronde le differenze fra Attribuzioni e Noi siamo i lupopesci sono maggiori dei punti di contatto, per cui ho deciso di approfondire alcuni elementi singolarmente: fate finta che lo schermo non sia più diviso in due, ammesso che riusciste veramente a vedere lo schermo diviso in due nel qual caso bravi, avete molta fantasia o siete vicini a smarrire la vostra nanità mentale.

Antonio, in alcuni tuoi racconti sembra riflettersi una passione per la mitologia: cosa puoi dirci al riguardo?

V: “La mitologia mi appassiona moltissimo: i miti esprimono la percezione del mondo condivisa da una civiltà. Trovo affascinante come i nostri avi arrivassero a interpretazioni della realtà tanto distanti dalle nostre, pur condividendo con noi la stessa realtà anatomica e obbedendo alle stesse leggi fisiche. L’essere umano tende per natura a cercare significati nelle cose, e penso sia importante non dimenticare che i risultati a cui arriviamo tanto faticosamente sono solo alcuni tra gli infiniti possibili: questo vale anche e soprattutto per la letteratura.”

Il deserto di Lubanikkara è un invito al vuoto. Un invito che non andrebbe accettato. Ma c’è chi lo fa.

Perdersi tra le sabbie significa essere ospiti e prigionieri dei dervisci di pietra, la cui pelle è grigia e dura come arenaria.

Chiederete: cosa porta ad amarli?

Hanno voci profonde e occhi gentili. Mangiano poco e bevono molto tè; i loro ampi abiti bianchi profumano di menta. Sono goffi in ogni movimento, finché non producono musica. Allora pregano danzando magnificamente, e nel danzare inseguono in eterno l’annullamento di un sé già più sottile di un filo di lino.

Chiederete: cosa spinge a odiarli?

Usi e preghiere dei dervisci di pietra del deserto di Lubanikkara, Attribuzioni

Alfonso, in alcuni tuoi racconti, particolarmente nelle sezioni Scale e Del dormire, ci sono suggestioni che rimandano al mondo delle fiabe. Sei influenzato da questo tipo di immaginario?

L: “Il fiabesco mi rimanda alla Sicilia di quando ero bambino, a quando mia zia Giuseppina, detta Pepé, tenendomi sulle ginocchia mi leggeva ad alta voce le fiabe di Capuana, che ancora oggi amo moltissimo perché è da quelle lontane letture che ho imparato a immaginare dimensioni alternative. Nella mia scrittura però cerco di utilizzare il fiabesco negandolo come genere letterario in sé e immettendolo in un diverso contesto narrativo, di apparente normalità, in modo da accentuare l’effetto di straniamento. Se sei dentro a una fiaba non è strano che a un certo punto compaia un orco, ma se un orco compare in un racconto ambientato in un grattacielo di Londra, beh, allora l’effetto è ben diverso. Ed è questo effetto di radicale spiazzamento che distingue la letteratura fantastica da altri generi meno ‘turbativi’, come ad esempio il fantasy.”

Un’orda zampettante di topini viene fuori dai cassetti riversandosi sul pavimento. Sono i piccoli pensieri di mia cugina che fuoriescono a frotte e chiedono udienza. Ma il primo topino che riesce a fuggire dalla stanza si lancia sulle scale in cerca di respiro e subito tutti gli altri lo seguono. La stanza si svuota e mia cugina resta sola, tristissima. Immobile sulla sua sedia, si guarda tutt’intorno sperando che un topino ritardatario sia rimasto nascosto da qualche parte, ma niente, sono fuggiti tutti, topi e pensieri; su per le scale, verso il solaio, in cerca di respiro.

E lei, tristissima, sola, senza pensieri né respiro.

Mia cugina, Noi siamo i lupopesci

Uno dei racconti più originali della tua raccolta è sicuramente La guerra dei polpi, in cui ogni verbo dà l’impressione di non essere lì per caso. Ti sei immaginato ogni scena per progettarlo?

V: “Certo, ho costruito una vicenda e l’ho filtrata tramite un’intelligenza disumana, ovvero quella del polpo: per farlo ho voluto ridurre il linguaggio a una serie di verbi all’infinito. Il risultato è di conseguenza molto ambiguo e spaesante, tanto che di rado due lettori immaginano la vicenda allo stesso modo; non nascondo di essere molto felice della cosa. In un testo come questo trovo che il punto di arrivo sia la sensazione evocata nel lettore, che ho curato imprimendo al testo diverse velocità, più che lo svolgimento di una trama riconoscibile.”

Toccare afferrare stringere spaccare stringere mangiare mangiare mangiare. Raccogliere guardare toccare scavare scavare nascondere mangiare mangiare dormire. Sognare.

Uscire. Soffrire. Vedere colpire colpire soffrire accecare fuggire fuggire fuggire. Nascondere nascondere. Scavare scavare. Nascondere. Aspettare.

Scivolare. Scivolare. Aspettare. Aspettare. Colpire colpire colpire soffrire soffrire soffrire colpire colpire fuggire fuggire fuggire nascondere rifugiare toccare rifugiare stringere toccare vedere toccare stringere. Stringere. Toccare. Toccare. Stringere. Vedere. Unire. Dormire. Sognare. Sognare. Vedere. Toccare. Stringere. Unire. Scivolare. Guidare. Afferrare stringere spaccare mangiare. Dividere. Mangiare. Dividere. Toccare. Stringere. Tornare. Dormire. Sognare. Sognare. Sognare.

Vedere. Toccare. Stringere. Seguire. Seguire. Seguire. Vedere. Toccare. Stringere. Negare. Fuggire fuggire fuggire. Tornare. Rifugiare. Toccare. Stringere. Dormire. Sognare. Vedere. Toccare. Stringere. Guidare. Afferrare stringere spaccare afferrare stringere spaccare. Afferrare stringere spaccare. Tornare. Toccare. Toccare. Dormire. Vedere. Toccare. Stringere. Guidare. Scivolare scivolare. Aspettare. Aspettare. Accecare colpire colpire colpire soffrire soffrire colpire soffrire colpire colpire soffrire stringere mordere mordere mordere soffrire stringere stringere mordere soffrire. Stringere. Stringere. Mordere. Mordere. Lasciare. Dividere. Toccare. Toccare. Stringere.

La guerra dei polpi, Attribuzioni

Alfonso, in che maniera sono nati i Nani di mente e come ti è venuto in mente di raccontarne le vicende?

L: “I Nani di mente sono una popolazione che vive in una dimensione limitata (una specie di Flatlandia, tanto per dare un’idea). Il loro nanismo però non è legato all’altezza (Nani di mente ce ne sono di tutte le misure, anzi: la loro dimensione è il tempo), ma sta nel loro modo di essere. Differenti dai ‘sani di mente’ solo grazie a uno scambio di consonante, sono perigliosamente simili ai cosiddetti normali: ad esempio, sono assoggettati a un misterioso ‘regista’ e, se devono votare, votano il ‘partito del ventilatore’, se devono trasgredire lo fanno in modo infantile e confuso, e soprattutto ‘credono solo in quello che vedono’. Perciò se mi chiedi come sono nati i Nani di mente, ti rispondo che sono nati semplicemente guardandomi attorno. I Nani di mente sono dappertutto, forse anche dentro ciascuno di noi.”

L’altezza dei nani di mente non è misurabile. Si dice che ce ne siano di tutte le dimensioni, in effetti. Sembra che alcuni superino i due metri, e sono bestioni enormi come orsi. Altri, al contrario, sono smilzi e bassi che sembrano pinguini. Ci sono donne di coscia slanciata che neppure una svedese e altre con la spina dorsale di un gattino. Tuttavia i nani di mente non sono misurabili. Non li puoi misurare perché sgusciano, non stanno mai fermi, perciò è quasi impossibile acchiapparne uno e metterlo accanto a un metro.

L’altezza dei nani di mente, Noi siamo i lupopesci

Attribuzioni e Noi siamo i lupopesci sono stracolmi di invenzioni (come avrete notato leggendo gli estratti sparsi qua e là), dalle vicende spesso ironiche della famiglia di scalatori e dei Nani di mente orchestrate da Lentini agli elenchi sotto cui Vangone nasconde storie che sanno di vita vera, con le sue nostalgie e i suoi drammi. A tutt* voi consiglio di leggerle tutte (magari acquistandole qui), ma un’intervista non è completa se non si chiede agli intervistati i piani per il futuro: dividete di nuovo lo schermo con la fantasia o la follia, vi saluto lasciandovi all’ultima domanda.

Quali sono i tuoi prossimi progetti editoriali?

V: “L’anno prossimo uscirà un mio libro per déclic (casa editrice fondata da Carlo Sperduti che esordirà nel 2024). Più in generale progetto di scrivere cose di ogni tipo: videogiochi, fumetti, giochi di ruolo. Mi interessa molto esplorare le possibilità offerte dai diversi mezzi narrativi.”

L: “Dato che non scrivo per mestiere né per diventare ricco, posso permettermi di pubblicare solo quando si presentano situazioni adatte al mio genere di scrittura (come nel caso di glossa dove sono approdato, per così dire, ‘spontaneamente’). Avrei a portata di mano diversi inediti che continuo a ritoccare (qualcuno anche da molti anni), ma non ho fretta. I miei libri hanno una gestazione imprevedibile. Germogliano secondo il loro capriccio. Scrivere per me è un bisogno, un misto di piacere e sofferenza, dunque l’attività che mi coinvolge di più è quella compositiva, che del resto alterno da sempre alla pratica espressiva nel campo delle arti visive. Scrivere o realizzare opere visuali è per me una forma del respiro. Pubblicare o non pubblicare è un passaggio successivo che mi interessa meno. Tanto più oggi che la pubblicazione di un libro cartaceo ha ormai perso la ‘sacralità’ di cui un tempo godeva. Il libro tradizionale non è più il principale mezzo di trasmissione della comunicazione culturale, di conseguenza il concetto stesso di ‘progetto editoriale’ sta mutando forma. Vedo che in certi casi un racconto pubblicato in un blog può raggiungere molti più lettori potenziali di un libro cartaceo, specialmente se di difficile reperibilità. Ma, naturalmente, pubblicare un libro per me è sempre una grande, bellissima emozione che spero di poter ripetere appena si creeranno le condizioni giuste!”

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Un altro modello di semplicità: le Trust The Mask Vs. i tormentoni estivi

Ogni luogo di lavoro ha le sue problematiche: nel mio, ad esempio, qualche anno fa eravamo piuttosto in crisi e ci siamo ritrovati con tre stipendi arretrati. Col tempo le cose si sono messe a posto, grazie anche all’intervento dei sindacati, ma proprio questo intervento non è andato giù alla dirigenza che ha operato alcune ripicche tipo il vietare la musica all’interno del capannone in cui lavoriamo. Niente radio, niente lettore mp3 (ai tempi del diktat andavano ancora di moda), niente qualunque cosa vi venga in mente per ascoltare musica. Questo divieto è durato anni, ma finalmente da pochi mesi siamo riusciti a ottenere nuovamente la possibilità di ascoltare quel che vogliamo, vietati solo gli auricolari per ragioni di sicurezza: e così, finalmente, posso farmi una bella cultura sui tormentoni estivi.

UO-O-O-O-OOO!

Possiamo giustificare in mille modi l’improvvisa caduta di neuroni che sembra colpire chiunque cerchi di creare una hit estiva. Possiamo dire che lo scopo di quelle canzoni è intrattenere, non far pensare, perché d’estate bisogna divertirsi; possiamo tirar fuori la regola per cui per fare le cose semplici ci vuole molto più talento che per fare le cose difficili; possiamo dire “prova te a far cantare la tua canzone a milioni di italiani”. Fatte queste premesse, però, ogni stagione estiva porta con sé canzoni che dovrebbero far vergognare le orecchie di chi le ha create, e questo anche ammettendo che il ritmo della canzone di Mark & Kremont (quella in cui cantano Marracash e Tananai, per intenderci) è coinvolgente, che il duetto fra Marco Mengoni ed Elodie è stato arrangiato con una mole di impegno anni luce superiore a qualsiasi altra hit del periodo (e dà la merda alle rispettive canzoni sanremesi), che Max Gazzé non sarà quello di Vento d’estate ma fa la sua porca figura anche in un featuring piuttosto tamarro. Ascolti strofe come “tu sai di ginger beer, non di Ginger Rogers” o “mi parte il basso dei Righeira se vado incontro agli occhi tuoi” e ti accorgi che no, non ce la si può fare neanche quest’anno, che non dovrebbe essere ammissibile passare in continuazione il delitto perfetto rappresentato da Disco paradise di Fedez, Articolo 31 e Annalisa, una canzone che sarà pure un capolavoro di paraculaggine ma rappresenta tutto ciò che la musica non dovrebbe essere: il minimo sforzo possibile per trovare la melodia più orecchiabile, e possibilmente anche un po’ retrò che adesso va (ancora) di moda la nostalgia per gli anni 80.

L’immediatezza è dunque un delitto? Muoiano i tormentoni e facciamo tornare il progressive rock? Non per forza, basterebbe solo fare le cose con un approccio artistico e non solo economico. Si può essere semplici E anche elaborati, basta pensare alla musica come a un mezzo per veicolare un messaggio non per forza immediato in maniera sufficientemente mediata: più facile a dirsi che a farsi ma, guarda un po’, sembra proprio ciò che hanno tentato di fare le Trust The Mask col loro primo disco Idiom, uscito il 16 giugno per Bronson Recordings.

Duo electro-pop formato dalla compositrice Elisa Dal Bianco e dalla vocalist Vittoria Cavedon, le Trust The Mask cercano nei dodici brani del loro disco d’esordio una formula alchemica di difficile realizzazione: non quella per piacere a tutti a scapito della qualità, bensì quella che coniuga sperimentazione e immediatezza. La voce di Cavedon è sicuramente il grimaldello migliore per ottenere facile accesso alle orecchie del maggior numero di ascoltatori possibile, la porta della semplicità: melodiosa e ammaliante, raramente si avventura in terreni divisivi ed è l’elemento pop catalizzatore. Detto così può sembrare sminuente, invece è essenziale per l’architettura musicale impostata dal duo, perché va ad ammorbidire con fantasia e capacità un comparto tecnico meno docile di quanto sembri, indottrinando l’ascoltatore fingendo di distrarlo: una finzione nella finzione, portata avanti senza che lo stratagemma appaia disonesto.

Il tappeto sonoro che Dal Bianco dipana dopotutto è di prim’ordine. Pop senza essere banale, sperimentale senza sforare nel cerebrale, la musica delle Trust The Mask non lesina elementi caratteristici anche in brani ammiccanti come Otaku, ballabile e retrò ma infarcita di un’esotismo sotterraneo (merito di Giuseppe Dal Bianco, che nel disco utilizza strumenti tipici di paesi come Armenia, Indonesia e Paesi Baschi). La mia lacunosa cultura elettronica non mi concede molti punti di riferimento, ma se dovessi azzardare un paragone citerei i Röyksopp come una delle influenze principali: ritmo non eccessivamente sostenuto, atmosfere vagamente malinconiche, suoni che spaziano fra le epoche senza fissarsi su un decennio in particolare. Va ammesso che gli anni 80 hanno la loro influenza anche su Dal Bianco, ma se i The Kolors hanno Moroder nell’anima giusto perché non sapevano cosa dire in quel punto della loro hit estiva i synth di Idiom riescono ad andare oltre, ad esempio in una Loaded gun dove sono filtrati attraverso la tradizione dei figli sporchi di quel decennio come Trent Reznor.

Le Trust The Mask alternano con sapienza le atmosfere, lasciano spazio all’allegria scacciapensieri con Will you come? per poi sprofondare l’ascoltatore nello spigoloso scenario distopico di Frontiers, fra voci modificate elettronicamente e suoni che, come in una megalopoli futuristica, mischiano freddi ritmi sintetici a pulsioni esotiche. Anche il lato più pop della loro musica non è mai ancorato a un solo schema, si permette la libertà di associare lunghe digressioni a ritornelli contagiosi come nell’iniziale Juniper e assume poi la forma di una lenta ascesa scarnamente basata sul duetto synth-voce nell’intensa Unsaid, mentre il fronte sperimentale esce in pieno soprattutto nell’ipnotica It’s a matter of fact e nel liquido affastellarsi di glitch di Murder flashback, forse l’unica vera concessione a un approccio da musica dance “intelligente”, in cui la band esplora nuove forme espressive o chissà, forse solo il modo di rendere quei suoni digeribili ma non comodamente masticabili in un prossimo futuro.

Una ciambella riuscita col buco quindi? Non del tutto, ma per trovare difetti ci si deve concentrare sulle sottigliezze, come le chiusure un po’ frettolose di brani come Frontiers e Our fault (ma quanto è deliziosamente ingannevole l’allarme che suona in sottofondo in quest’ultima, talmente amalgamato nel flusso sonoro da farmi credere che provenisse dall’esterno?): il passo ulteriore forse sarà soddisfare il corpo tanto quanto la mente, aumentando i bpm mantenendo comunque la stessa presa magnetica sull’ascoltatore. E a chi giustifica le hit estive decerebrate con la motivazione che non è mica facile far cantare milioni di italiani chiedo: e se passassimo in radio in heavy rotation Otaku invece dei Pinguini Tattici Nucleari? Perché non facciamo a cambio?

Eh sì, un uomo può almeno sognare.

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Racconto in musica 144: Bivi (Destroy Boys – Cherry Garcia)

L’estate è arrivata ufficialmente e la produttività di questo blog sta cominciando a scemare. Fa caldo, si sta in giro, le energie sono quelle che sono e ogni articolo non scritto alimenta (oltre alla nostra voglia di non fare un cazzo) la battaglia contro la necessità di essere sempre produttivi e all’altezza delle aspettative. Non è per questi motivi però se l’introduzione a questo articolo è più breve del solito, ma semplicemente perché lo avevamo annunciato meno di un mese fa che avremmo parlato di una band che mi aveva colpito allo Slam Dunk Festival: sono le Destroy Boys, e arrivano dritte dritte dalla California.

È nella regione più punk degli Stati Uniti che Alexia Roditis e Violet Mayugba iniziano a fare musica nel 2015, con le idee non ancora così chiare né sul genere (partono come duo acustico) né sul cosa suonare: Roditis avrebbe dovuto suonare la batteria, Magyuba suonare la chitarra e cantare, ma il primo Ep Mom jeans (di cui non sono riuscito a trovare traccia da nessuna parte, né sul loro profilo Bandcamp né sul loro sito ufficiale) lo registrano con la prima alla voce e la seconda alla chitarra acustica. Come nelle migliori tradizioni di band che si formano alla cazzo di cane e poi ti ritrovi a girare il mondo il batterista lo trovano in maniera rocambolesca e casuale: la madre di Eric Knight si è stufata di pagargli le lezioni di batteria per vederlo suonare da solo e lo spinge a trovare una band, pena il taglio dei fondi, lui contatta Magyuba (che in tutto questo è figlia di musicisti, visto che la madre cantava nella band Skirts e il padre suonava la chitarra nei Phallucy, noti più che altro per aver avuto come batterista un membro dei Deftones, Abe Cunningham) e lei gli invia Mom jeans, che lo colpisce abbastanza da decidere di entrare nella band.

Il primo parto creativo del trio arriva nel 2016: Grimester è un Ep grezzo e pieno di energia, punk rock senza troppi fronzoli animato dalla voce a tratti isterica di Roditis, ma sono già presenti elementi che lasciano intuire sviluppi diversi in Goldilocks spot, il brano più morbido e strutturato dell’Ep. Le Destroy Boys nel frattempo vanno incontro a una notevole girandola di componenti, soprattutto al basso dove fra il 2017 e il 2021 si alternano Enzo Malaspina, Blake Eithel, Falyn Walsh e infine David Orozco (chissà se ha qualche legame di parentela con questo Orozco): più semplice il passaggio che porta Narsai Malik dietro le pelli una volta che Knight decide di lasciare la band, visto che eredita il posto nel 2018 da Chris Malaspina (fratello del bassista Enzo). In mezzo a questo tourbillon di componenti le Destroy Boys riescono a registrare ben due dischi, Sorry, mom nel 2016 e Make room nel 2018. Se il primo recupera dal precedente Ep il suono e un paio di brani, il secondo rappresenta una prima evoluzione: più rifinito, più consapevole, più vario come influenze e come arrangiamenti, merito anche dell’aggiunta di Roditis alla seconda chitarra. Le Destroy Boys suonano parecchio, vengono nominate anche per alcuni premi nella zona di Sacramento e attirano l’attenzione della Hopeless Records, che nel 2021 pubblica il loro terzo disco, Open mouth, open heart: senza abbandonare l’energia degli esordi, ben esemplificata dal fulmineo singolo di un minuto scarso Muzzle, le Destroy Boys smussano ancora di più gli angoli e aprono a qualche commistione col pop, dosandolo sapientemente in modo che non faccia storcere il naso (e per quel che mi riguarda l’operazione può dirsi riuscita). Il 2023 porta in dote il singolo tiratissimo Beg for the torture, in cui qualche influenza elettronica li avvicina a quella bomba atomica che sono stati i Mindless Self Indulgence: non so se l’intero album di là da venire manterrà queste premesse, intanto la riedizione dei vecchi dischi da parte di un’istituzione del punk rock statunitense come la Epitaph sembra aprire ad un futuro ancora più roseo per una band partita dal classico garage e da una scritta su una lavagna, quel “destroy boys” scritto per frustrazione da Mayugba dopo una serie di storie finite male e diventato simbolo di successo.

Cherry Garcia è la quinta traccia di Open mouth, open heart, un brano in cui si sposano alla perfezione l’anima più diretta e quella più pop della band. La canzone racconta di una storia d’amore complicata dall’indecisione, la presenza di un altro lui che scompagina le carte e finisce per rovinare tutto: ho cercato di rendere la difficoltà di trovare la felicità in una relazione attraverso una struttura a librogame (se avete presente ciò di cui parlo probabilmente avete passato i quaranta), limitando le “scelte” per ovvie ragioni di spazio ma lasciando intatta la scintilla iniziale che porta Roditis a cantare “my head splits in two”. Procuratevi due dadi e divertitevi col racconto, a me non resta che augurarvi buon ascolto buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Bivi

  1. Conosci una persona. Cominciate a uscire, vi piacete, iniziate a fare coppia fissa. Andate a convivere, conoscete i rispettivi genitori. Pensate di avere dei figli: se sarà una lei la chiamerete come una tua zia morta giovane, se sarà un lui come il suo cantante preferito. Le cose procedono bene, ma a una festa conosci un’altra persona. Affascinante, dotta, tutto quello che pensi di volere in quel momento. Tempo dopo finite in una stanza insieme, senza nessun altro.

Se tradisci vai al paragrafo 7.

Se non tradisci vai al paragrafo 3.

  1. Vorresti dire che non è cambiato niente, ma quando guardi la persona con cui vivi pensi all’altra. A quello che hai perso. Non parlate più di figli, la vita si trascina ma restate insieme, per noia o per paura di restare soli.

Vai al paragrafo 12.

  1. Nessuno fa il primo passo, torni a casa e tutto è come prima. Ma ci ripensi. La persona con cui vivi sembra non notare niente. Lancia due dadi.

Se il risultato è da 2 a 6 vai al paragrafo 2.

Se il risultato è da 7 a 12 vai al paragrafo 11.

  1. Dov’è finita quell’elettricità? Mille cose che ti infastidiscono, non vedi l’ora di uscire di casa. Fai tardi a lavoro per non vedere chi ti ha rovinato la vita, e tu odi il tuo lavoro. Perché hai mandato tutto a puttane?

Vai al paragrafo 12.

  1. Il senso di colpa scema: è stata un’avventura, un errore o forse no. Continui ad amare la persona che hai accanto e a vivere con lei. Ogni tanto ripensi a quella sera, ma senza rimpianti o rimorsi.

Vai al paragrafo 12.

  1. Pianti, dolore, urla: andarsene non è così semplice, ma era doveroso. L’altra persona ti accoglie in casa sua, ora avrai tempo di conoscerla veramente. Lancia due dadi.

Se il risultato è da 2 a 6 vai al paragrafo 4.

Se il risultato è da 7 a 12 vai al paragrafo 8.

  1. Tutto è come avevi fantasticato, anche meglio. Mentre rientri senti ancora l’elettricità attorno ai vostri corpi, ma a casa la persona con cui convivi è sveglia. Senti di essere a un bivio.

Se resti vai al paragrafo 10.

Se lasci tutto vai al paragrafo 6.

  1. Per un po’ ti senti in colpa, ma la vita è fatta anche di sofferenza. Con la nuova persona vi intendete a meraviglia, auguri il meglio a chi hai lasciato. Forse un giorno vi sentirete, ridendo dei vostri piani per il futuro.

Vai al paragrafo 12.

  1. Il senso di colpa ti lacera, non riesci più a guardare negli occhi la persona con cui vivi. E la cosa più brutta è che non sai se hai fatto bene a rimanere qui. Pensi ogni giorno di confessare, ma non lo fai.

Vai al paragrafo 12.

  1. Lancia due dadi.

Se il risultato è da 2 a 6 vai al paragrafo 5.

Se il risultato è da 7 a 12 vai al paragrafo 9.

  1. Ripensi a quella sera, ma presto razionalizzi: era solo la voglia di avventura, di evadere dalla quotidianità. Continui la tua vita amando chi hai accanto, a volte di più, a volte di meno.

Vai al paragrafo 12.

  1. La vita è fatta di scelte: sta a noi accettarne o meno le conseguenze, senza moralismi. Ma se pensi che basti un lancio di dadi a darti un finale migliore, ricomincia pure dal paragrafo 1.

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Racconto in musica 143: Errore di sistema (MasCara – Glitch)

Non so se lo ricordate (dipende probabilmente dall’età che avete) ma qualche anno fa era esplosa la moda dei Secret Concert. Per quel che ricordo in Italia la lanciarono i Marta Sui Tubi, che ci fecero un’intero tour passando di casa in casa da nord a sud (io li vidi a Garbagnate Milanese, e vi agevolo un contributo di quella serata), poi la cosa si estese a macchia d’olio e iniziarono ad organizzarne privati e associazioni. Fu proprio in quel periodo che entrai in contatto, anche se per altri motivi (toh, un concorso letterario che associava racconti a canzoni: dove l’ho già sentita questa cosa?), con l’associazione Asap – As Simple As Passion, tramite la quale trasformai varie volte il salotto di casa mia in una sala concerti. Purtroppo le mode vanno e vengono, l’attenzione del pubblico finisce per scemare e a Milano non ho lo spazio in casa per smontare la sala e stiparla in camera da letto (e ci staremmo anche in meno, altro che i trenta pressati a vedere MusicaPerBambini), ma nel 2014 ricordo che eravamo una delle CINQUE realtà che organizzavano concerti casalinghi et similia a NOVARA, città dove per la pelle del culo esiste un circolo Arci (ma, per dare a Cesare quel che è di Cesare, organizzano importanti festval Jazz e Gospel). Proprio a uno degli eventi della “concorrenza” (sì, c’era della competizione, e non sempre sana) riuscii a fare due chiacchiere con una band che seguivo già da tempo, una di quelle cose divertenti che non faccio da un sacco di tempo (ma in questo caso mai dire mai): si trattava dei MasCara, e oggi sono loro la resident band.

Se c’è una cosa che va riconosciuta a Lucantonio Fusaro (voce e chitarra), Claudio Piperissa (chitarra), Marco Piscitello (basso), Nicholas Negri (batteria) e Simone Scardoni (piano, synth e violoncello) è di essere riusciti a partire da un genere ed averlo rinnovato e innovato sempre più. Quel genere è la new wave, non esattamente nativa di Vergiate nel varesotto diciamo, ma è qui che dal 2007 la band inizia a sperimentare e ibridare le proprie influenze. Ci mettono un paio d’anni per arrivare all’esordio, e il loro primo Ep autoprodotto L’amore e la filosofia li fotografa già come una realtà consapevole dei propri mezzi: saranno gli arrangiamenti ariosi di brani come l’iniziale Il gesto di Ettore, sarà la voce di Fusaro che si impone all’ascoltatore con personalità ed ecletticità, sarà quel che sarà ma i primi sei brani dei MasCara mi capitano in mano chissà in quale maniera e io me li gusto con piacere, anche se capisco fin da subito che il bello può e deve ancora venire. Che il potenziale ci sia lo riconosce anche l’etichetta Eclectic Circus (guarda un po’, la stessa dei primi dischi dei Marta Sui Tubi!), che li mette sotto contratto e produce nel 2012 Tutti usciamo di casa, il primo di una serie di concept album: in questo caso i testi di Fusaro si concentrano sulla crescita, l’emancipazione che ognuno di noi deve affrontare, alternando la morbidezza di brani come I gironi di Urano contro alla corsa a perdifiato di La stanza, dimostrando di aver aumentato le frecce nella propria panoplia musicale e di sapere dove scagliarle, aiutati anche dal lavoro di Matteo Cantaluppi che, dopo aver lavorato con loro al primo Ep e al primo disco, rimane al loro fianco anche quando, per divergenze artistiche, la band torna all’autoproduzione.

La consapevolezza di una band la si riconosce dalle strade che decide di percorrere anche se il buonsenso (o l’opportunismo) direbbero tutto il contrario: con distribuzione Universal in atto e un’etichetta che spinge per valorizzare i lati pop del loro sound i MasCara decidono di fare da sé (come spiegano, fra le altre cose, nell’intervista di cui parlavo in alto), perché col disco nuovo l’intenzione è di andare da un’altra parte. Lupi (2014) lo dimostra bene, perché il suono della band acquisisce nuove sfumature, si fa più aggressivo ma senza sacrificare la fantasia degli arrangiamenti: è un piccolo miracolo di concretezza e fantasia, capace di creare anche un nuovo immaginario che si apre all’ibridazione fra umanità e tecnologia, un futuro in cui andremo a pregare in Cattedrali al neon. I MasCara vanno per la loro strada, sperimentano sia col sonoro che con l’immagine (i loro video sono tutti dei piccoli gioielli) e non si fanno problemi di tempo se devono ottenere quello che vogliono ottenere: ecco perché ci vogliono ben sei anni per rivederli alla ribalta, un percorso che li porta ancora più nel futuro ad esplorare quel discorso di ibridazione cominciato con Lupi. Questo è un uomo, questo è un palazzo è il risultato, esce nel settembre 2020 per RcWaves e, lo ammetto, sulle prime mi ha lasciato spiazzato: la posta in gioco si alza ancora, i brani sono meno immediati e ci ho messo parecchi ascolti per digerirlo, capirlo e rendermi conto che sì, anche in questo caso i MasCara hanno fatto la scelta giusta. Basterebbe il modo in cui nell’iniziale Scorpioni una voce modificata e la tastiera avanzano placide per poi lasciare spazio a una rincorsa guidata dal sax e conclusa dalla batteria ed un coro di voci ad affascinare, ma per entrare in questo mondo fatto di Carne e pixel bisogna lasciarsi andare, lasciarsi avvolgere dall’armonia rotta dalle urla di Fusaro nel ritornello di 22+1, vibrare al ritmo della batteria spezzettata di Heavy soul, entrare nelle atmosfere vagamente R&B di Domino. Inutile dire quanto era difficile fare musica nel 2020 e oltre, quanto sia stato difficile portarla in giro: i MasCara non li vedo da un bel po’ di tempo su un palco (in compenso li ho scoperti come produttori del disco dei mitici Lo Stadio Animale, che vorrei costringervi fisicamente ad andare a cercare), ma spero di recuperare presto.

Il racconto di questa settimana non è inedito, ma è uscito anzi sulla rivista Cedro.Mag: quando ho ascoltato Glitch, sesta traccia di Questo è un uomo, questo è un palazzo, non ho però potuto non fare un parallelo con la storia che avevo creato, ispirato in particolare dalla frase “il nostro amore è soltanto una serie di errori, una sorta di glitch”. Qual è l’Errore di sistema alla base della storia ve lo lascio scoprire da soli, a me non resta che augurarvi buona ascolto e buona lettura.

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Errore di sistema

La prima volta che incontrai l’amore non lo riconobbi. Guidavo a velocità folle un’auto rubata, inseguito dalla polizia, quando sentii una sorta di paralisi, una sensazione mai provata prima. Nemmeno mi resi conto di averla vista, pochi istanti e tutto finì: una macchina mi tagliò la strada, mi schiantai contro un muro e fu tutto buio.

Quando la incontrai la seconda volta seppi subito che era lei. Mi trovavo in una via affollata del centro, circondato dalle urla e da persone che fuggivano, e mentre alzavo la pistola per rispondere al fuoco degli assalitori mi immobilizzai col braccio alzato. Anche lei stava fuggendo, col suo casco di ricci biondi perfettamente in ordine anche nel terrore: provai vergogna per quello che stavo facendo, per la mia vita basata su istinti moralmente deprecabili, e il proiettile che mi trapassò il cranio lo accolsi come una giusta punizione.

Provai a incontrarla di nuovo, esplorando la città palmo a palmo, ansioso di trovarla. Come mi ero sentito spinto da una forza superiore a commettere ogni sorta di crimine adesso era l’amore a muovermi, ma con esso arrivò la delusione. Quando la trovai non mi riconobbe, né io riuscii a parlarle: mi si bloccarono le parole in gola. Rimasi a fissarla mentre proseguiva il cammino, con le stelle in cielo che facevano risplendere il suo tailleur bianco.

Non so quante volte tornai a cercarla. La vidi all’osservatorio in cima alla collina, sulla camminata che circondava la spiaggia, la incontrai di notte e di giorno e una sola volta al tramonto, in un bar affacciato sull’oceano, col sole calante che si divertiva a creare ombre sulla sua pelle abbronzata. Provai una frustrazione sempre più grande, maggiore di quella che mi coglieva quando una rapina perfettamente architettata andava a rotoli proprio all’ultimo momento. Io, l’uomo da cui dipendevano i destini di tutti gli abitanti della città, paralizzato dagli occhi blu di una donna.

Non fece mai cenno di notarmi, persa nelle sue inutili azioni quotidiane, e alla fine mi stancai di lei. Tornai alla mia vecchia vita, insensibile al dolore altrui, col cuore di nuovo immune da sentimentalismi inutili. Come ogni altra ferita si rimarginano anche quelle d’amore: quando la incontro per la strada passo oltre, non cerco nemmeno la vendetta.

Mi convinco che non è stato niente di nuovo, niente di diverso da quando mi bloccai, in seguito, di fronte a una berlina blu, alla casa del mio trafficante d’armi, alla barca con cui avrei dovuto assaltare quella nave al largo. È stato un test, solo più piacevole, perché è meglio perdere il controllo di fronte a una bella donna piuttosto che davanti a una mitragliatrice. Ma la ripetizione alla fine ti rende insensibile a ogni cosa, e in fondo il controllo, nella mia vita, io non l’ho mai avuto.

Presto sarò completo. Farò tutto ciò che devo, senza tentennamenti. La contemplazione non è nella mia natura, sono stato creato per l’azione: il nostro amore era solo un errore di programmazione, ed ora è stato sistemato.

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La magia del non lasciarsi comprendere: Temevo dicessi l’amore di Mattia Grigolo

Nella vita il tempismo è una qualità utile. A volte essere il primo a dare una notizia può essere la discriminante per farsi notare (sempre che tu non faccia come quelli che, per informare tempestivamente della morte di Nelson Mandela, scrissero “Morto Mandela, leader dell’apartheid”), spesso lo è se parli in anteprima di qualcosa. A Tremila Battute siamo lenti e disinteressati a queste questioni, per cui parliamo di cose che ci interessano quando ormai ne hanno parlato anche i pesci, o di cose che non interessano a nessuno quando… Va be’, se non interessano a nessuno il tempismo è l’ultima cosa di cui preoccuparsi. Una volta però ci è andata di culo: siamo stati i primi a pubblicare un racconto di Mattia Grigolo.

Io quasi non me ne ero reso conto, poi me lo ha ricordato lui ad una presentazione di La raggia, il suo esordio letterario uscito circa un anno fa per la benemerita Pidgin. Se parlo di culo è perché in realtà Grigolo era già in parola per pubblicare racconti con altre Riviste con la R maiuscola, e se questa aspirante rivista (con la r minuscola) è arrivata per prima è solo perché ci ho messo poco a capire che quella storia fatta di pochi dettagli messi al posto giusto (che potete leggere qua) meritava la pubblicazione. Di racconti poi non ha certo smesso di scriverne, suscitando l’attenzione di più di una casa editrice: così, a un anno di distanza dall’esordio, è Terrarossa Edizioni a pubblicare il suo secondo libro, Temevo dicessi l’amore.

Se La raggia era una novella (basata a sua volta su questo racconto uscito su Split, che Stefano Pirone ha avuto l’intuizione di far espandere) Temevo dicessi l’amore si inscrive nel florido panorama dei cosiddetti “romanzi di racconti”. Tutto ruota intorno a Ofelia, ragazza misteriosa che nell’arco delle pagine ritroveremo donna, anziana e bambina, in un flusso di storie cronologicamente sparso di cui, ad aumentare lo spaesamento, non è ben specificato nemmeno il periodo. Siamo in un generico presente, come dimostrano alcuni punti di riferimento quali due audiocassette di Dalla e De Gregori che emergono dai ricordi d’infanzia di uno dei protagonisti, ma Grigolo non sente la necessità di evidenziare nulla (anzi, una semplice citazione di Adventure Time confonde ancora di più le acque): lui è della scuola che preferisce lasciar parlare i fatti, e l’essenzialità della prosa traspare da ogni riga.

Una sera eravamo in un bar, c’era anche l’amica di Ofelia che avrebbe dovuto ospitarci mesi prima. Un ragazzo ci aveva raggiunto al tavolo. Reggeva una pinta di birra nella sinistra e con l’indice della destra indicava il mio parka avvolto allo schienale della sedia. Avevo sfilato l’imbottitura esterna per renderlo meno pesante.

Aveva detto qualcosa e io non avevo capito. Aveva ripetuto e Ofelia, sottovoce, mi aveva spiegato che l’accento era di Liverpool. Nessuno dei tre aveva compreso una sola parola.

Il tipo aveva atteso una nostra reazione, poi aveva appoggiato la sua birra di fianco alla mia e si era inginocchiato. Aveva un falco tatuato sul bicipite e gli occhi lucidi, forse per via dell’alcool. Le ali nascoste dalla manica arrotolata della camicia a quadri.

Aveva afferrato un lembo della mia giacca e così era rimasto, a guardarla e basta.

Ofelia aveva detto: «Forse dovresti darglielo». E io le avevo risposto che non volevo dare via il mio parka.

Il ragazzo, con il polpastrello, seguiva il perimetro della macchia di sangue rappreso.

Ofelia si era alzata e gli aveva appoggiato una mano sulla spalla. Lui non si era mosso, ancora accovacciato di fianco alla mia sedia. Eravamo quasi abbracciati.

Si era messo a piangere. Le lacrime scendevano tanto lente che avrei voluto spingergliele fuori.

E allora ci eravamo abbracciati davvero e qualcosa era sparito intorno a noi: la nostra amica, il resto della gente. Persino il bar. Restavamo solo io, lui e Ofelia. Il ragazzo aveva appoggiato la testa al mio braccio e bagnato il parka singhiozzando, per un po’ la macchia di sangue si era confusa con il suo dolore. Eravamo rimasti così, avvinghiati e maldestri.

Ofelia aveva preso la chitarra e, delicatamente, aveva cominciato a cantare la sua canzone.

Regent’s Canal

Se c’è un libro con cui mi viene più facile spendere un paragone, questo è Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti. Al pari della raccolta pubblicata nel 2012 da Minimum Fax anche qui il personaggio principale funge da raccordo, lo strumento attraverso cui riusciamo ad indagare più i sentimenti di chi le ruota attorno che quelli di lei stessa, una figura sfuggente di cui abbiamo raramente la possibilità di indagare i segreti. Ofelia è una calamita, tutte le persone che entrano nella sua orbita faticano a staccarsene, dall’amica Chiara, innamorata non ricambiata, alla sorella Marie, legata da un rapporto simbiotico come i pappagallini inseparabili. Proprio gli animali assumono grande importanza nelle storie, a volte simbolici come i cavalli dei caroselli che un’Ofelia quarantenne costruisce per lavoro, più spesso reali, come i fenicotteri che nel rapporto con l’energica Adamare assumono un’aura misteriosa che non viene sciolta.

Fra tutti i racconti pubblicati su riviste da Grigolo quello che preferisco è probabilmente Dei gabbiani stanno morendo, pubblicato sul numero 36 di ‘Tina. In quella storia ci sono molte delle caratteristiche che rendono Temevo dicessi l’amore così affascinante: dialoghi asciutti, personaggi realistici, qualche elemento soprannaturale e, soprattutto, una tensione sotterranea che rimane costante. Mischiando sapientemente questi elementi i quattordici racconti, o capitoli se li si vuol considerare così, riescono a creare un’atmosfera misteriosa che rende il risultato globale maggiore della somma delle sue parti, perché se è difficile tirare le fila tra presenze fantasmatiche, segreti che rimangono tali e rapporti che risultano enigmatici anche a chi li vive, è innegabile che di ottenere risposte chiare si riesce ben presto a fare a meno.

«Perché i cavalli?» Chiede Maddalena.

«La domanda giusta credo sia: “Perché i cavalli da carosello?»

«Ok.»

«Guardali. Sono sempre al galoppo ma in realtà sono immobili, non vanno da nessuna parte, non possono. Gli si crea l’illusione di correre facendoli girare intorno a una pedana, cavalcati da bambini. Girano all’infinito senza mai muoversi. Non ho mai visto niente di più rassegnato e inconsapevole.»

«Sono come te?»

«No, io posso andare dove voglio. Loro no.»

Maddalena si avvicina di un passo. Si spostano delle ombre e con le ombre gli equilibri.

«Loro sono delle cose, Ofelia. Cose che non decidono.»

«Noi decidiamo? Possiamo davvero farlo? Allora questi cavalli sono meglio di me, perché non riescono a sbagliare.»

Ecco qualcosa di riduttivo

Recentemente è uscito un libro dello scrittore e docente Gianluigi Simonetti che si intitola Caccia allo Strega, in cui l’autore analizza i libri candidati al famoso (o famigerato) premio negli ultimi venti anni per desumerne l’identikit del “libro da Strega”. Una delle caratteristiche, come ho appreso da questa puntata del podcast Comodino, è la scrittura paratattica, frasi brevi e poco complesse che risultano più digeribili per il lettore, una scelta stilistica che spesso è dettata da motivi commerciali e di “posizionamento strategico”. Anche Grigolo è un paratattico (pure Hemingway, come ci tengono giustamente a precisare le autrici del podcast), ma Temevo dicessi l’amore è tutto tranne che un libro furbo o semplice: anzi, è nel suo apparente disinteresse a farsi comprendere appieno che risiede molto del suo fascino, perché quando si ha qualcosa da dire e si sa come dirlo non servono formule, basta la sincerità dell’autore che emerge da ogni parola.

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Racconto in musica 142: Cimeli (The Bobby Lees – Hollywood junkyard)

Normalmente i concerti a cui vado costano poco. Sono dell’idea che un concerto a San Siro possa essere sicuramente un’esperienza (o meglio, sarebbe un’esperienza se suonasse qualcuno di decente e non i Pinguini Tattici Nucleari, ma sicuramente qualcuno di decente c’è), ma con ottanta euro (se va bene) posso farmi quattro live di band che si incula meno gente in buone location, otto live di artist* che si incula ancora meno gente o addirittura sedici live gratis in cui devo pagare solo il costo della birra (qui è già più dura coi tempi che corrono). Non si tratta di taccagneria, è che diventa pure difficile trovare chi riempie San Siro senza essersi fatto venire il culo molle con gli anni, aggiungeteci che io ho i miei gusti del cazzo (per la massa) e fortunatamente (o sfortunatamente) chi adoro musicalmente al massimo può suonare nel parcheggio dello stadio. Però.

Però negli ultimi dieci giorni sono andato a ben DUE concerti che costavano mediamente più di quanto penso sia legittimo spendere, che certo c’è da pagare la coreografia ma a me basta la gente che suda con un telo nero dietro e vaffanculo. Ieri, ad esempio, ho visto Tenacious D in un Carroponte di Sesto San Giovanni mai così stracolmo di gente, e devo ammettere che la coreografia aveva il suo perché, così come le invenzioni di Jack Black e Kyle Gass (quando è entrato IL METAL sono morto); venerdì scorso invece, ero a Bellaria allo Slam Dunk Festival a godermi un sacco di gruppi come Rancid, Anti-Flag, Less Than Jake etc. etc., e tutto quel punk mi ha fatto venire voglia di parlare, come non faccio troppo spesso, appunto di punk. La mia compagna mi ha fatto notare come il festival fosse in maniera preponderante una sagra della salsiccia, problema annoso in generi considerati “estremi” (la cosa più estrema che ho visto era un padre nel pogo con il bambino sulle spalle: col mio equilibrio, sulle mie spalle quel bambino sarebbe già in ospedale), e conscio che anche qui su Tremila Battute c’è una netta disparità di genere riguardo ai sessi dell* artist* di cui parlo vado a presentarvi una band che, pur non essendo totalmente al femminile (allo Slam Dunk ne ho vista esibirsi una che probabilmente apparirà su queste pagine fra non molto), è perlomeno paritaria nella sua composizione: The Bobby Lees.

Le The Bobby Lees non le ho conosciute da molto (forse devo pure ringraziare Spotify per questo), ma ci hanno messo poco a tirarmi dentro nel loro mondo fatto di distorsioni, alcool e sudiciume. D’altronde non è da molto che sono attiv*, dal 2017 per la precisione, quando in quel di Woodstock (che non ho idea se sia QUELLA Woodstock, ma la contea è la stessa, quella di New York, per cui probabile sia la stessa anche la città) Sam Quartin (voce e chitarra), Kendall Wind (basso), Macky Bowman (batteria) e Nick Casa (chitarra e cori) uniscono le forze per tirare fuori qualcosa che unisca il blues del lontano sud degli States, il punk più cupo e viscerale e pure un po’ di sano garage rock. Il primo parto creativo arriva già a febbraio del 2018, Beauty pageant, in cui è presente anche la canzone che dà il nome alla band e che certifica la principale fonte d’ispirazione per i testi: Bobby Lee parla di un fantasma che va a trovare Quartin durante una notte di bagordi, e proprio gli eccessi e gli episodi di schizofrenia indotta dall’alcool della frontman fanno da sfondo a molte delle storie narrate nelle loro canzoni. Beauty pageant è un’ottima introduzione al sound delle The Bobby Lees, lascia la sensazione di trovarsi in qualche oscuro locale perso fra le paludi col peggior alcool a disposizione, la band che si esibisce con una rete protettiva per non prendersi addosso le bottiglie lanciate dal pubblico e, magari, pure il diavolo che ti aspetta al primo incrocio a disposizione come da tradizione blues da Robert Johnson in avanti.

Sopravvissuta a quella simpatica disavventura che consiste nel vedersi fottere gli strumenti durante il tour (succede a Tulsa, in Oklahoma, ma loro riescono a suonare grazie al prestito degli strumenti da parte delle band locali: quanto è bello il mondo del punk?), evento che presumo gli abbia portato non pochi scazzi, la band a furia di live adrenalinici attrae l’attenzione di un certo Jon Spencer e della Alive Naturalsound Records: il primo produce il nuovo disco, la seconda lo distribuisce, ed ecco che nel luglio 2020 è già pronto Skin Suit. Il punk prende più spazio, virato in una sorta di punkabilly che mantiene ancora molto di quell’aria sudicia da periferia disagiata, e non periferia intesa come quartieri alle porte delle metropoli ma periferia intesa come buco del culo del mondo, posti dove bere per dimenticare di vivere lì è quasi l’unica possibilità che hai: The Bobby Lees quel disagio lo veicolano con ogni nota, nella storia di abbandoni trainata da un basso distortissimo di Guttermilk, nella descrizione di figure tanto affascinanti quanto inquietanti come la Mary Jo dell’omonima canzone, persino nell’allegria sempre e comunque veicolata dall’alcool di Drive. L’evoluzione del loro sound non si ferma qui, e serve un cambio di etichetta a portarlo a ulteriore maturazione: dopo un tour di supporto agli Helmet la Ipecac Recordings di sua maestà Mike Patton li mette sotto contratto, fa uscire a giugno 2022 l’Ep Hollywood junkyard e a ottobre dello stesso anno il terzo disco in meno di un quinquennio, Bellevue.

Bellevue è la concretizzazione della frase “più veloce più violento” che sentivo ai concerti degli Skruigners, accelera ancora rispetto ai dischi precedenti e riesce a essere dirompente anche quando si prende qualche pausa, come nell’ipnotica Strange days. L’album è la fotografia di una band coesa, energica, in forma smagliante e decisa a non farsi prendere da quella sindrome del culo molle che ti porta a suonare a San Siro: infatti lì non li vedrete, almeno per ora, e nemmeno in Italia in generale, ma se volete fare una capatina in Francia fra giugno e luglio ci sono due o tre posti che vi consiglierei di visitare, che potete trovare elencati direttamente sul loro profilo Bandcamp.

Hollywood junkyard è la canzone che dà il titolo all’omonimo Ep, nonché la seconda traccia di Bellevue, ed è una di quelle canzoni che non ha bisogno di accelerare per far arrivare tutta la sua potenza. Nelle sue strofe si specchia il classico sogno americano all’incontrario, la gloria e la fama che sfuggono di mano e lasciano spazio solo alla miseria, un tema che probabilmente Quartin (che, come Wind, è anche attrice, e di suo posso consigliarvi per passare una serata strana da cui uscirete dicendo “ma questo film mi è piaciuto?” Let me make you a martyr, in cui c’è pure Marylin Manson che fa il killer) sente particolarmente vicino. Detto fatto ecco che il racconto di questa settimana vi porta direttamente a Los Angeles, fra le sue strade che ospitano corpi scolpiti e tende di senzatetto e le sue colline su cui ogni attore sogna di andare ad abitare, magari all’ombra della scritta Hollywood (od Hollywoo, se BoJack Horseman è passato da quelle parti): fatevi un viaggio senza pagare il biglietto andando più in basso, subito dopo il brano che ispirato la storia, io intanto vi auguro buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Cimeli

Ha scoperto della sua morte solo perché ha avuto l’accortezza di morire in mezzo a una strada, piuttosto che in un vicolo isolato o in una tenda piantata sul marciapiede come qualunque barbone in città. Alla gente è venuta per questo la curiosità di frugargli nelle tasche, alla ricerca dei documenti, trovando invece la falange del pondulo quasi mummificata, ma con ancora lo smalto rosso splendente sull’unghia. Ci è finito così sul giornale.

Lei ripensa al giorno in cui l’ha incontrato, all’Einstürzende, col faccione pallido per il cerone. Era stato lui a proporre lo scambio, qualche settimana dopo, al termine di un giro di cocktail pagati con lo stipendio di uno dei pochi lavori decenti trovati da uno di loro, chissà chi. Era una sorta di assicurazione, disse: se qualcuno ce la fa, gli altri hanno in mano qualcosa con cui riempirsi le tasche.

Pensa a quello che le ha lasciato mentre attraversa il corridoio, dirigendosi alla stanza dei cimeli. Osserva distrattamente la città al di là della vetrata, i grattacieli del centro e l’idea della spiaggia, là in fondo, nascosta dalla nebbia di smog. Da qui non si vede la scritta che ha alimentato per anni prima i sogni di tutti e poi gli incubi di chi non ce l’ha fatta. Tutti, a parte lei.

Apre lo sgabuzzino, accende la lampadina che penzola dall’alto. Apre la cassettiera mangiata dai tarli e dall’umidità ed eccoli lì, i suoi cimeli. Un anello in ferro con la R stampata sopra; un portafoglio da uomo con le iniziali ricamate nella fodera interna; la foto di una ragazzina col broncio, racchiusa in una cornice di legno da quattro soldi; un guanto lungo di seta, con una macchia di rossetto che una volta era una dedica. Prende in mano il portafoglio e pensa a quello che ha lasciato, le parti di sé donate al branco di disperati che pensava bastasse quello a renderli ricchi, la gloria riflessa in un orecchino da quattro soldi o in una foto con autografo da rivendere ai collezionisti. Se ci fosse rimasta lei, in mezzo a una strada, da quel mucchio di cianfrusaglie non ci avrebbe tirato fuori un pasto.

Richiude la cassettiera, attraversa il corridoio e ritorna nel salotto del pianterreno. Si versa una dose generosa di rum che vale più delle loro bevute di un mese, poi alza il bicchiere a mo’ di saluto e lo butta giù in un sorso. Tu sì che avevi capito tutto, dice a sé stessa, poi si versa un altro bicchiere. Ricorda il suo sorriso enigmatico dopo la proposta, il modo febbrile in cui le aveva chiesto una parte di lei unica, autentica, lontano dagli altri che altrimenti avrebbero capito l’inganno sotteso a quel gioco.

Guarda la sua faccia sul giornale, invecchiata dagli anni, dalle notti al freddo anche qui dove splende sempre il sole, dall’alcool scadente. Beve, raggomitola le gambe sul divano, accarezza distrattamente la cicatrice sul piede sinistro.

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Non the next big thing, ma comunque big: l’esordio dei Klidas con No harmony

Se volete farmi felice, fatemi scoprire qualcosa che non conosco. Ma se volete farmi DAVVERO felice, fatemi scoprire qualcosa che assomiglia a ciò che conosco già e che prova a superarlo a destra.

In fondo ognuno di noi ha una sua comfort zone, e le mie non funzionano in maniera così dissimile da quelle degli altri. La differenza, forse, è che a stimolarmi sono i paragoni non tanto con artist* che adoro, ma con artist* con cui ho un rapporto più complicato, gente che fa cose che mi piacciono magari la metà delle volte ma in cui vedo il potenziale di creare ciò che sarà la mia personale next big thing (oh, quanti termini stranieri oggi! Va a finire che il governo mette fuori legge Tremila Battute). Ça va sans dire (aridaje) la maggior parte delle volte resto deluso, ma non mi arrendo. Capita ad esempio ogni volta che esce un disco dei The Mars Volta, o che qualcosa viene paragonato a loro.

Leo Di Caprio, fan numero uno dei The Mars Volta

Quando mi è arrivato il comunicato stampa dell’album dei Klidas, band marchigiana attiva dal 2014 ma giunta solo oggi all’esordio discografico, il nome della formazione di El Paso campeggiava fra le influenze insieme a gente del calibro di Radiohead e Swans (ammetto di non conoscere né i Secret Chiefs 3 né i Pirate, altri punti di riferimento citati), e amen se l’ultimo disco di Bixler Zavala, Rodriguez-López e soci non mi aveva proprio entusiasmato: io questo ensemble di musicist* dovevo ascoltarlo.

No harmony, uscito il 2 giugno per l’etichetta australiana Bird’s Robe, è un disco bizzarro. La band (Emanuele Bury chitarra e voce, Francesco Coacci basso e voce, Samuele De Santis sassofono, Alberto Marchegiani tastiere e synth e Giorgio Staffolani batteria, cui si aggiungono live la voce e la chitarra di Lisa Luminari e il sax di Francesco Fratalocchi) spazia in maniera agile fra tempi dispari, atmosfere noir, sfoghi elettrici e momenti riflessivi, amalgamando bene il tutto senza che si avvertano scossoni in corsa. Dal jazz alla psichedelia, dal rock alternativo al prog, proprio come recita il comunicato stampa: ma c’è anche l’ispirazione?

All’inizio del disco, onestamente, sembra latitare un po’. Per un gruppo che fa musica quasi esclusivamente strumentale (la voce appare solo in brevi momenti di Shine e Arrival) l’atmosfera è fondamentale, ma Shores come apripista fallisce nel crearla: gli strumenti ci si dannano, evocano una malinconia che si fa forza delle note dolenti del sax e del phaser sulla chitarra, intessono alchimie efficaci, ma a conti fatti quando arriva la tempesta finale dopo la quiete ci si accorge che la tensione non è mai veramente montata. Shine, la seconda traccia, fa un po’ meglio, evocando inizialmente immagini di locali equivoci dove andare a bere il bicchiere della staffa con persone a cui la vita non ha tolto solo la dignità, poi però si fa prendere dalla frenesia di dire qualcosa in più e, pur intrattenendo fra continue rincorse e momenti di pausa, perde il fascino fin lì acquisito. Dimostrano di essere ancora acerbi i Klidas con questa mezza falsa partenza, parzialmente anche nei suoni perché la chitarra distorta che parte ad accordoni sul finale di Shine è una rasoiata di frequenze alte che ammazza dinamiche e poesia, e si fa notare (spesso negativamente) anche in altri punti del disco. Poi però arriva Not to dissect, e il discorso cambia.

La terza traccia di No harmony è la più breve del lotto, ma riesce comunque a dire tanto. Jazz-prog trascinante, non ha bisogno di cambiare pelle perché ne ha già una splendida: il sax si tira dietro la baracca gigioneggiando su una base ritmica e armonica coesa, efficace nei punti in cui deve spingere e capace di un’accelerazione finale che finisce di botto, lasciandoti sulla punta della lingua un “ancora” che fin lì non sapevi di voler pronunciare. È il primo asso nella manica che si giocano i Kildas, ma non l’unico.

Arrival gioca la carta della morbidezza, scorre placida cullando le orecchie ma rischia di passare inosservata finché nel finale il jazz non prende il sopravvento, lasciando ad una voce giapponese (quella di Manami Kunitomo) e a rade note di chitarra il compito di chiudere un conto sostanzialmente in pareggio. Circular, contrariamente alla traccia precedente, parte subito con un giro di chitarra che setta un ritmo indiavolato, farcito di pause che riescono a mantenere il mood anche quando a tirare avanti la baracca si trovano solo synth, tastiera e una batteria minimale: l’ascesa finale si prende i tempi giusti sia come volumi che come velocità e quando la butta in una caciara che sa di post-hardcore (che a me ha ricordato certe cose dei discioltissimi Triclops!, giusto per citare una band che da queste parti mi sa che ho ascoltato solo io) tutto esplode proprio come ti aspetti che dovrebbe fare. Partire con un arpeggio che ricorda un po’ i Tool nella conclusiva The trees are in misery a quel punto sembra un po’ un azzardo, invece basta che entri la batteria a ribaltare il giro di chitarra e ti ritrovi come il Di Caprio del meme di cui sopra: quando entra la distorsione/rasoio temi che tutto vada sprecato cercando la soluzione più facile, invece i Klidas hanno il coraggio di rallentare, alternare con precisione certosina chitarra e tastiera nella fase centrale mentre basso e batteria continuano a tessere la loro tela ritmica, rispolverare il sax in tempo per un assolo da applausi e chiudere ritornando con nonchalance a un giro esplorato cinque minuti prima. Ora gli assi sono tutti calati, e la partita è vinta.

Vinta sì, ma con riserva. I Klidas sprecano quasi mezzo album a far vedere cosa sanno fare prima di farlo sul serio, come la demo di un programma di cui devi saggiare le potenzialità. Non superano a destra i The Mars Volta, a ben guardare ci hanno a che fare solo marginalmente, ma mi sa tanto che il prossimo disco lo ascolterò sperando nel the next big thing: non deludetemi raga.

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