Sono stato a Gorizia senza muovermi da Milano: cronaca dell’edizione online del Be Afraid Horror Fest

Sono normalmente abituato a guardare il bicchiere mezzo pieno, perciò anche nel mezzo di una pandemia cerco di trovare qualcosa di buono da salvare. Ognuno è costretto a scavare più o meno a fondo per trovare queste cose, soprattutto a seconda del piano in cui il famoso ascensore sociale si è bloccato per non ripartire più neanche a propulsione di bestemmie, ma tra le cose che il 2020 mi ha regalato, con un colpo di coda inaspettato, posso dire di annoverare anche la copertura completa di un festival cinematografico. Certo, non mi hanno inviato l’accredito stampa come si farebbe ai veri giornalisti (infatti non lo sono), non ero in sala a godermi le proiezioni su schermo (tutto il festival è stato ospitato su Mymovies, dal 18 al 23 dicembre), ma la possibilità di seguire il Be Afraid Horror Fest per parlarne su queste schermate è stata comunque una di quelle esperienze che ti fanno credere di aver fatto qualcosa di “professionale”. Se effettivamente lo sono stato, professionale, potrete scrivermelo nei commenti: dalla vostra risposta dipende il numero e la qualità delle richieste che potrò avanzare all’organizzazione (punto a essere ospitato in regime all inclusive allo Sheraton, ammesso che a Gorizia ci sia uno Sheraton), quando ritorneremo a una situazione normale che possa loro permettere di organizzare il festival così come lo avevano immaginato. Andiamo ora quindi con le proiezioni, in rigoroso ordine cronologico di apparizione, iniziando con

Sky Sharks (Marc Fehse, Germania 2020)

Trama – Nazisti supermutanti, frutto di un esperimento risalente alla seconda guerra mondiale, si risvegliano tra i ghiacci e cominciano ad assaltare aerei di linea cavalcando i loro cybersquali volanti: lo scienziato che ha collaborato a crearli li affronta insieme alle due figlie.

Il più grande pericolo, quando fai un mash-up di cliché horror (tipo pescando spudoratamente da Sharknado e Dead Snow, citando i primi due che mi vengono in mente), è di pensare che il film si scriva da sé. Marc Fehse fa esattamente questo: ha gli squali volanti, ha i nazi-zombi mutanti, ci infila tette a straforo per alzare la quota trash e di dare un senso alla trama, o anche solo di creare un po’ di pathos, se ne frega altamente. In compenso ci tiene a spiegare nel dettaglio il piano originario dei nazisti, cosa di cui avrei volentieri fatto a meno piuttosto che ritrovarmi con un combattimento finale che sembra una qualsiasi altra sequenza del film. Porte aperte all’ultimo per un sequel, non ne abbiamo veramente bisogno: speriamo che almeno per questo non sfruttino i soldi dei benintenzionati che lo hanno finanziato tramite Kickstarter.

Hail to the Deadites (Steve Villeneuve, Canada 2020)

Trama – La vita dei fan sfegatati della saga di Evil Dead, attraverso partecipazioni alle convention, collezioni private e interviste agli attori che hanno recitato nella saga.

Un documentario interessante, ma specificatamente indirizzato ai veri cultori della saga di Ash Williams. Villeneuve non ha molto interesse a creare una narrazione che coinvolga lo spettatore indifferente per portarlo nel vortice, cullandosi i suoi Deadites: dopo sette anni di riprese poteva forse puntare più in alto.

Fried Barry (Ryan Kruger, Sud Africa 2020)

Trama – Barry è un eroinomane attaccabrighe, con una famiglia che non aiuta e una predilezione solo per la prossima dose. Viene posseduto da un’entità aliena, che ritornando sulla terra come ospite nel suo corpo si ritroverà a vagare per gli angoli più luridi di Città del Capo.

Di certo il film di Kruger non è la miglior pubblicità per la città sudafricana. Barry, dopo essere stato posseduto in una sequenza allucinata ma girata con stile, comincia il suo viaggio con lo stupore del bambino di fronte a un negozio di giocattoli, solo che viene immerso in rave, trip allucinogeni, prostituzione, delinquenza e rapimenti di bambini. Visivamente azzeccato, con uno stile assolutamente sopra le righe fatto di accelerazioni e colorazioni esagerate (e di qualche dettaglio gore, come un rapporto sessuale che sfocia nel body horror), ma alla lunga la serie di scenette in cui Barry si trova coinvolto, spesso a livello della slapstick comedy, diventa pesante senza una narrazione convincente a supportarle. Plauso all’interpretazione di Gary Green, che al suo primo ruolo da protagonista si prende tutto il film sulle spalle e mostra un campionario interpretativo invidiabile: molto del fascino del film lo si deve a lui.

Victim of Love (Jesper Isaksen, Svezia 2020)

Trama – Un uomo torna nell’albergo in Europa dove ha passato l’ultima vacanza con la sua fidanzata, scomparsa al ritorno negli Stati Uniti. In cerca di indizi per ritrovarla, la sua indagine lo porterà a scoprire più di quel che voleva.

Il film di Isaksen è sbagliato, più o meno da qualunque punto lo si voglia esaminare. Ha una sceneggiatura basica che si capisce dove voglia andare a parare dopo neanche dieci minuti, un’estetica che cerca di essere originale usando a profusione i lens flare, una recitazione piatta e un ritmo lento e stanco. Forse voleva essere la versione horror di Memento (buchi nella memoria del protagonista, piantina con gli indizi in camera), peccato che l’indagine non inizi mai visto che il protagonista non fa altro che bere e drogarsi: si salva un po’ il comparto audio, ma arrivati alla conclusione pure il titolo del film vi apparirà sbagliato, almeno quanto un articolo di Vittorio Feltri sul caso Genovese.

The Columnist (Ivo van Aart, Olanda 2020)

Trama – Un’editorialista, esasperata dai continui attacchi da parte dei troll su internet, decide di passare all’azione e farla pagare ai suoi detrattori in maniera molto meno virtuale.

Una delle sorprese positive del festival. Il film di van Aart è un’ottima black comedy, ben recitata e con un ritmo che non cala mai. Il modo in cui la protagonista Femke inizia la sua vendetta è fin troppo spensierato ma la sceneggiatura riesce a mostrarci la sua discesa nella follia come un cammino graduale, volutamente esagerato ma che abbandona man mano i toni della commedia per farsi sempre più cupo. Una specie di versione femminista de Una cena quasi perfetta col discorso sulla libertà d’espressione al centro dell’indagine, ben sviscerato anche grazie al rapporto tra i protagonisti: la madre editorialista, la figlia addetta del giornale scolastico e l’amante della madre scrittore di horror.

To Freddy (Viljar Bøe, Norvegia 2020)

Trama – Cinque amici appena diplomati decidono di passare un ultimo weekend in campeggio prima di prendere ognuno la propria strada. Uno di loro, Freddy, ha però qualcosa da nascondere: una scatola contenente delle lettere che prevedono il futuro, in cui c’è scritto che uno dei suoi amici lo ucciderà.

Idea molto interessante, svolgimento così così. Bøe mette i suoi protagonisti (e sé stesso, è uno degli amici di Freddy) all’interno di un bosco, facendo capire fin dall’inizio che le cose degenereranno, ma per la stragrande maggioranza del tempo vediamo cinque amici che si sbronzano, litigano e, soprattutto, si annoiano a morte. Vien da chiedersi perché andare fin lì (senza tende, dettaglio di cui si accorgono solo una volta arrivati) per rompersi incredibilmente i coglioni, ma le loro motivazioni non sono supportate da recitazioni tendenti verso il minimo sindacale. Tanta noia dovrebbe perlomeno far risaltare i momenti di tensione, ma la verità è che si arriva stancamente al climax finale, dove il cerchio si chiude in maniera soddisfacente: peccato che non basti.

Diablo Rojo (Sol Moreno, Panama 2020)

Trama – Tragica notte per perdersi nei boschi di Chiriqui, tra demoni alati, congreghe di streghe e un popolo di cannibali.

Lo ammetto, il mio primo horror panamense me lo sono perso per strada. Quattro film domenicali erano troppi per star dietro a tutto, soprattutto nell’ultimo fine settimana di (semi)libertà: scusami Sol Moreno, sei stato la vittima sacrificale all’altare delle mie poche ore di sonno.

Get the Hell Out (Wang I.-Fan, Taiwan 2020)

Trama – Cosa può essere peggio di una sessione del parlamento di Taiwan, fra risse non solo verbali e gavettoni? Lo scatenarsi di un’epidemia di rabbia all’interno delle aule, con la gente infetta che si trasforma in velocissimi zombie assetati di carne umana: un’attivista e un membro del congresso innamorato di lei si uniranno per sventare la minaccia.

“Una versione sotto anfetamina e con gli zombie di Scott Pilgrim vs. The world“, così lo ha definito in maniera azzeccata Stanlio Kubrick su I 400 Calci, ed è una descrizione che mi sento di sottoscrivere. Il film di I.-Fan fa sembrare Fried Barry una pellicola in costume, ha il piede continuamente schiacciato sull’acceleratore ed è un profluvio di sangue che schizza, filtri colorati (pure nelle scene romantiche, che vengono opportunamente virate in rosa con tanto di musichetta zuccherosa) e qualunque cosa possa venire in mente a un folle permeato di estetica videoludica che gira gli scontri buttandosi in mezzo agli attori e facendo caciara quando può, cioè praticamente in ogni inquadratura. La prima mezz’ora è il preludio all’apocalisse, ed è comunque girata sopra le righe alla stessa maniera: lo spaesamento a volte assale, ma è divertente da morire.

Anonymous Animals (Baptiste Rouveure, Francia 2020)

Trama – Alcune persone vengono braccate e imprigionate da animali antropomorfi, i quali seguono modalità e scopi tipici degli esseri umani.

Un film dalle chiare intenzioni animaliste, che ribalta i rapporti di forza uomo-animale mantenendo inalterate le dinamiche. A dispetto della categoria “Torture” che gli viene affibbiata sul sito del festival il film di Rouvere non ha uno sguardo compiaciuto verso la violenza, che centellina anzi mostrando il meno possibile. La scelta, funzionale, di mantenerlo senza dialoghi aiuta alla creazione dell’atmosfera, veramente azzeccata, ma complice un montaggio che effettua troppi stacchi tra una vicenda e l’altra il ritmo ne risente. Credibile la recitazione, soprattutto quella di Thierry Marcos nei panni della persona trattata come un cane.

Monster Seafood Wars (Minoru Kawasaki, Giappone 2020)

Trama – Un calamaro, un polipo e un granchio, destinati come offerta a un tempio, vengono trafugati e mutati geneticamente in giganteschi mostri. Una task force speciale viene messa in piedi per sconfiggerli e salvare Tokyo dalla distruzione.

La quota Kaiju del festival viene occupata dal film di Kawasaki, in parte mockumentary e in toto rilettura ironica dei classici del genere. I “mostri” che invadono Tokyo sono carini e puccettosi quanto il pupazzone Godzilla di Godzilla contro i robot, e sono l’unica cosa che vale la visione: tra liti adolescenziali e quarti d’ora passati a elogiare il sapore dei mostri cucinati la pellicola si perde per strada, come una barzelletta divertente stiracchiata fino a renderla insopportabile.

Historia de lo Oculto (Cristian Ponce, Argentina 2020)

Trama – Il nucleo investigativo di un programma giornalistico, giunto all’ultima puntata a causa di ingerenze politiche, cerca di mostrare in diretta le prove di un complotto contro i cittadini ordito dal presidente in persona, avente a che fare con la stregoneria.

La vera sorpresa del festival, nonché uno dei migliori horror degli ultimi anni a mio parere. Ambientato nel 1987, Ponce fa del suo film un’inquietante e claustrofobica rilettura della vicenda dei figli perduti dei desaparacidos, guardando per temi ed estetica tanto a Essi vivono (il film è in bianco e nero) quanto a La svastica sul sole. Historia de lo oculto porta avanti la sua natura politica senza mai dimenticarsi di essere una pellicola di genere, infilandoci anche una pregevole sequenza psichedelica: per un film che punta moltissimo sui dialoghi, scritti a prova di bomba quanto la sceneggiatura, riuscire a tenere sul filo della tensione per tutta la durata è un doppio successo, merito anche di attori in parte ma soprattutto di un regista a cui auguro una lunga e prospera carriera.

The Brain that Wouldn’t Die (Derek Carl, USA 2020)

Trama – A seguito di un incidente d’auto uno scienziato folle, dedito a esperimenti poco ortodossi, decide di mantenere in vita la testa decapitata della fidanzata in attesa di trovarle un nuovo corpo. La ragazza, impotente, trova comunque il modo di ribellarsi al suo destino.

Remake di una pellicola del 1962, riportata in auge anche sotto forma di musical, il film di Carl estremizza la componente involontariamente comica dell’originale, rendendolo allo stesso tempo una parodia e un omaggio. Fedele all’estetica delle pellicole anni ’60, The brain that wouldn’t die intrattiene efficacemente con una recitazione volutamente macchiettistica e una trama strampalata: come per molti dei film trattati non ci si spaventa per niente, ma si ride di gusto.

Sleepless Beauty (Pavel Khvaleev, Russia 2020)

Trama – Un politico subisce un attentato in diretta televisiva, sopravvivendo all’agguato. In seguito, una giovane donna viene rapita dal suo appartamento e portata in un edificio abbandonato, dove sotto l’occhio di alcune persone collegate in streaming viene torturata per giorni, anche tramite la privazione del sonno.

Probabilmente la pellicola più horrorofica del lotto. Il film di Khvaleev fa sfoggio orgoglioso della sua appartenenza al sottogenere Torture, ma il senso di inquietudine si perde in una messa in scena che smorza la tensione e fa perdere quasi empatia con la sfortunata protagonista, costringendoci a farci semplici voyeur. Il legame fra la scena iniziale e il destino della protagonista, svelato solo nel finale, convince poco, molto efficaci in quanto a terrore sono invece le animazioni grafiche che la vittima è costretta a visionare durante la notte, una tortura virtuale che farebbe uscire di senno chiunque.

The Cyst (Tyler Russell, USA 2020)

Trama – Un dottore folle, specializzato nella rimozione di cisti, cerca di ottenere il brevetto per un avveniristico macchinario di sua invenzione. Pur di ottenerlo è disposto a tutto, anche causare involontariamente la creazione di una cisti mutante.

Ambientato negli anni 60, il film di Russell riprende l’estetica di quegli anni e testimonia di un fascino del passato molto in voga (trend ripreso anche da molti corti, che guardano invece perlopiù verso gli anni 80), pur con uno script originale a differenza di The brain that wouldn’t die. La pellicola è comunque piacevole, dura il giusto (poco più di un’ora), ha un buon ritmo e in alcuni punti riesce anche a creare tensione…una cosa da non dare per scontata quando il tuo mostro è una cisti gigante. Fra i pregi il cast, un piccolo gruppo di attori in palla tra cui compare in un piccolo ruolo anche Greg Sestero, attore nel cult movie The Room e autore del libro da cui James Franco ha realizzato la pellicola The Disaster Artist.

I corti

Parlare di tutti i corti in gara sarebbe improponibile, per cui mi limiterò a una veloce carrellata su quelli a mio parere più meritevoli.

  • Vestige, diretto dai francesi Pierre Marie Charbonnier e Simon Pierrat, che in soli due minuti riesce a creare la mitologia di una casa (e una macchina fotografica) infestata.
  • Mannequins, diretto dal russo Maksim Noginov, variazione sul genere “manichini inquietanti” con un sapiente uso delle luci.
  • Under the Lather, diretto dal francese Ollivier Briand, gusto anni 80 nel mettere insieme la classica storia della babysitter disattenta con quella di un bambino che fa un incontro molto particolare nella vasca da bagno.
  • The Zillas have a Picnic, diretto dal tedesco Christian Franz Schmidt, storia d’animazione in cui, come da titolo, la famigliola di Godzilla improvvisa un picnic CON Tokyo come buffet, litigando col kaiju vicino per il territorio.
  • Tooth Fairy, diretto dalla canadese Alice Bédard, non fosse altro che per l’estetica di una fatina dei denti veramente da incubi.
  • Brutal Reality, Inc., diretto dallo statunitense Erik Boccio, storia delirante su un musicista black metal che lotta per diventare agente immobiliare.
  • Dead End, diretto dall’inglese Jack Shillingford, bravissimo nell’unire un lupo mannaro (anche ben realizzato) e la microcriminalità in una narrazione breve ma che si chiude con un cerchio perfetto.
  • Eject, diretto dall’inglese David Yorke, sorta di miniepisodio di Black Mirror in cui una donna scopre di avere una porta USB nel braccio e abusa della “memoria aggiuntiva” messa a sua disposizione.
  • Grub, diretto dal francese Pierre Mazingarbe, spassosa storia sullo stile di Scappa – Get Out con i cannibali al posto dei razzisti.

Breve menzione anche per gli unici italiani in gara, i corti A Witch is Børn diretto da Otto e Fantasmagoria diretto da Riccardo Grippo, caratterizzati da estetiche lontane anni luce ma comunque originali: si spera portino il mondo dell’horror italiano un po’ più in là di quanto non abbia fatto lo scialbo Il legame.

I premi

Tenutasi in diretta facebook nel pomeriggio del 24 dicembre, la cerimonia di premiazione oltre ai vincitori finali ha annunciato vari premi speciali, che potete trovare elencati qui (vi anticipo solo che il mio favorito, Historia de lo oculto, si è portato a casa il premio Best Scare, ricevuto per il senso di inquietudine che pervade l’intera pellicola più che per un momento singolo). L’audience si è così espressa:

  • Best Lockdown Horror Short: Out-There, diretto dai giapponesi Shingo Taked e Shinsuke Fujioka
  • Best Horror Short: The Zillas have a Picnic
  • Best Horror Feature: Fried Barry

Per la giuria invece i vincitori sono stati:

  • Best Horror Short: Under the Lather
  • Best Horror Feature: Fried Barry
  • Honorable Mention: Get the Hell Out

Ed è tutto, diamoci appuntamento l’anno prossimo a Gorizia mentre io cerco di mettermi in contatto diretto con l’Argentina per chiedere a Cristian Ponce come ha fatto a creare quella figata incredibile di Historia de lo oculto!

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

Una opinione su "Sono stato a Gorizia senza muovermi da Milano: cronaca dell’edizione online del Be Afraid Horror Fest"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: