Racconto in musica 92: Spaesamenti (Steve Reich – Mallet quartet 1: fast)

Let’s go to the classic! A parte un caso non mi sono finora mai avventurato nel mondo dei compositori, e c’è un buon motivo: non me ne intendo. Per quanto uno possa cercare di ampliare i propri orizzonti musicali esiste sempre un territorio che rimane inesplorato, e in generale ho sempre fatto un’associazione molto settaria che più o meno fa così: compositori = musica classica = noia. Perdonatemi per la mia imperdonabile approssimazione e ringraziate insieme a me Elena Soprano, che con il suo racconto mi ha permesso di addentrarmi nella musica di Steve Reich.

Elena ha uno di quei curriculum che possono solo suscitare ammirazione. Vanta infatti una carriera letteraria ultraventennale, iniziata con la pubblicazione del romanzo La maschera nel 1994 (vincitore l’anno seguente del Premio Lerici Opera Prima e tradotto in cinque paesi) e proseguita con vari editori (fra gli altri Archinto, Baldini & Castoldi, La Tartaruga e Topipittori) alternandosi fra letteratura per adulti e per ragazzi, e a tutto questo vanno aggiunti racconti apparsi su quotidiani, periodici e riviste (Il Giornale, Il Piccolo, D – La repubblica delle donne, Gulliver, Nuovi Argomenti, Tutte Storie, L’immaginazione, Ventiquattro). Ha lavorato anche in radio, scrivendo testi radiofonici per la Rai e per la Radio Svizzera Italiana, e sta concludendo un master in musicoterapia, segno di un amore per la musica che si accompagna a quello per la letteratura. Di origini greche, il suo libro preferito è La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem e ha una collezione di bottoni trovati per terra, passione che coltiva da sempre: sarà un caso che è arrivata qui, nel blog creato da uno che i bottoni li produce?

Che dire di Steve Reich, dopo aver professato la mia ignoranza sui compositori? Classe 1936, dopo aver studiato composizione alla celeberrima Juilliard School di New York (sua città di origine) e al Mills College di Oakland nel 1966 ritorna nella Grande Mela, dove inizia il suo percorso musicale. Qui collabora con ex compagni di studi come Philip Glass e Jon Gibson, con cui si esibisce all’interno delle gallerie d’arte prima di formare col secondo il gruppo Steve Reich and Musicians, di cui facevano parte anche i pianisti Steve Chambers e Arthur Murphy: è in quegli anni che si crea, sull’onda delle sperimentazioni di La Monte Young, il cosiddetto movimento minimalista, caratterizzato da soluzioni semplici e una costante ripetizione in luogo dell’astrattismo d’avanguardia dei primi anni ’60. Nel 1970 Reich va in Ghana a studiare tecniche percussive con un maestro della tribù degli Ewe, esperienza che segnerà profondamente la sua musica donandole una sorta di movimento circolare. In una carriera che lo vede tuttora in attività ha realizzato un numero enorme di composizioni, collaborato con musicisti di mondi differenti come il chitarrista Pat Metheny, inserito nelle proprie opere testi del poeta William Carlos Williams e di Ludwig Wittgenstein (sancendo un amore di gioventù, quello con la filosofia, di cui era stato studente presso la Cornell University). Il mondo della musica lo ha celebrato con il Premio Pulitzer nel 2009 (per il brano Double Sextet) e con il premio alla carriera alla Biennale di Venezia nel 2014, sancendo con notevole ritardo (alla consegna del premio alla Biennale disse “doveva arrivare prima, ma meglio tardi che mai”, in relazione soprattutto al fatto che nessun compositore minimalista avesse ottenuto prima quel tipo di riconoscimento) la sua importanza: potete avere un assaggio della sua influenza ascoltando le colonne sonore per i film di Hayao Miyazaki e soprattutto di Takeshi Kitano realizzate da Joe Hisaishi, ispirato nella sua musica proprio dal compositore newyorkese (oltre che da Quincy Jones, a cui è ispirato anche il nome d’arte).

“Veloce nel ritmo percussivo, ma leggero nel timbro, quasi diafano”: così descrive Elena il primo movimento del Mallet Quartet per due marimbe e due vibrafoni, associandovi un racconto che cita esplicitamente, oltre che lo stesso Reich, opere di compositori storici come Mussorgsky e Saint Saens. Vi invito allora a seguire la protagonista Taila nel suo percorso verso il raggiungimento di quella stessa diafanicità, attraverso incontri e momenti di meditazione che hanno lo stesso ritmo e la stessa leggerezza del brano a cui sono associati: buon ascolto, quindi, e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Spaesamenti, di Elena Soprano

«Mamma, un fantasma scozzese» dice la voce di un bambino. Poi, più vicino: «Tu non puoi mica meditare qui. Che ti credi?»

Taila abbassa il telo tartan che si è messa in testa per creare un effetto a capanna indiana. Davanti a lei due ragazzine, molto simili, forse sorelle. Sorelle matrioska.

«C’eravamo noi. È il nostro spazio».

«E cosa ci dovete fare con tutto questo spazio?»

«Niente. Ma se c’è qualcuno dentro, non è spazio. Anche la nostra è una meditazione».

Taila le fissa. Se non fosse che quanto hanno detto le suona familiare, le avrebbe già prese a calci. Si avvia al molo, svolta nel vicolo del vecchio teatro. La porta è socchiusa, entra. Sul palcoscenico scene dipinte su fondali di carta. Nello spazio tra palco e poltrone, alcuni bambini. Esce dalla quinta un contrabbassista, poi sbuca la proboscide di un enorme elefante di cartapesta.

Il Carnevale degli animali” pensa Taila “È una vita che non lo sento”. Invece, partono le note di Promenade di Mussorgsky. Il contrabbassista finge di suonare, la musica è in playback. Sono le prove generali di Spaesamento, divertimento in atto unico per animali e strumenti sbagliati, un patchwork musicale in cui hanno mescolato Quadri di una esposizione e il Carnevale di Saint Saens. La seconda scena rappresenta un bosco. Parte la musica dolcissima di Acquario e sul palco balza un mimo vestito da gnomo. La luce sul viso gli dà un’espressione da film horror. È il personaggio del primo brano dei Quadri. I bambini non fiatano.

La rappresentazione non dura più di mezz’ora, Taila esce dal teatro con un lieve mal di testa, ma estasiata. Segna il nome del regista su uno scontrino, lo mette in tasca. Probabilmente lo perderà prima di sera, ma vorrebbe approfondire la cosa, per lo meno sapere chi è che ha messo in scena e dato un senso al suo modo di sentirsi perennemente avatar.

Chiama sua madre perché è domenica. La donna non capisce neanche con chi stia parlando. «Ora la devo lasciare, sto aspettando che mi chiami mia figlia» ripete. E la figlia sorride, rassicurata. Nessuno come sua madre la riporta alla bellezza dell’asincronicità. Esserci, ma non esserci.

Si siede sul molo. Dopo due ore arriva Paula, i soliti capelli a chioma di salice piangente, il basso a tracolla. Suonerà con una nuova band, ma non sa se accetterà l’incarico. Il funky non è il suo genere. È per un minimalismo pop di sperimentazione e ha fatto di Steve Reich il suo guru.

«Andiamo, è tardi» esclama Paula. «Che si fa dopo? Cinema?»

«No, non vengo».

«Scema. Allora cosa mi hai aspettato a fare?»

«È bello aspettare. Non ho fatto altro che aspettarti da quando ci conosciamo».

«Mi aspetti qui allora?»

Arriverà il giorno in cui dirà di no, ma ora dice di sì. Saluta Paula, si rimette sotto al suo telo a gambe incrociate. Respira una, due, tre e più volte. Nessun corpo, nessun luogo, nessun tempo. Sente il verso di un gabbiano. Avverte un senso di dissolvenza. Poi, finalmente, l’aria tra le piume e le zampe.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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