Racconto in musica 112: L’uomo nero (Battles – Leyendecker)

Ho questo ricordo. Potrebbe essere un falso ricordo, potrebbero cambiare gli orari segnalati, ma così è come mi è rimasto in mente. È il 2007, sto guardando Mtv e la fascia oraria è quella preserale. Viene annunciato il video di una band nuova, lo pompano abbastanza e questo mi incuriosisce parecchio. Quando parte la canzone (Atlas) vedo quattro musicisti in una stanza fatta di specchi che suonano un ritmo ossessivo, il cantato modificato elettronicamente. La canzone finisce, io rimango perplesso: non l’ho capita, non mi ha preso. Succede.

Quello è stato il mio primo approccio con i Battles. Quel che mi fa strano a ripensarci, e che mi fa venire il dubbio che le cose non siano andate proprio così, è che fra le sette e le otto di sera Mtv possa aver passato con un certo entusiasmo il primo singolo di una band math rock matta da legare. Mtv era diversa, allora? Un altro mondo era possibile, e l’ho lasciato sfuggire malcagando quel video? O forse confondo le otto di sera con mezzanotte passata, l’orario in cui normalmente veniva relegato ciò che le masse rifiutavano a priori? Se anche voi siete stat3 partecip3 di questa allucinazione scrivetemi, intanto io faccio ammenda e vi parlo un po’ di quella band che ai tempi non capii (beata ignoranza).

Wikipedia parla della band come di un supergruppo, termine che non sono abituato ad associare a gente che arriva dall’underground ma che in effetti ci sta. Dopotutto Ian Williams (chitarra e tastiere) si è fatto più di dieci anni a sperimentare con band seminali come Storm & Stress e Don Caballero, John Stainer (batteria) è stato il primo batterista degli Helmet e ha seguito un certo Mike Patton in uno dei sui tanti progetti deliranti, i Tomahawk, Tyondai Braxton (chitarra, tastiere e voce) oltre a essere figlio d’arte di un famoso jazzista aveva già un disco solista pubblicato e David Konopka… Ok, lui è quello su cui so di meno visto che dei Lynx fatico a trovare informazioni (google mi suggerisce una band soul britannica degli anni 80: non penso proprio). Com’è come non è i quattro fanno fronte comune nel 2002 e, alla faccia del supergruppo, buttano fuori un paio di Ep per label talmente indipendenti che manco le avevo mai sentite nominare (EP C per la Monitor e B EP per la Dim Mak Records, entrambi nel 2004), prove discografiche che saranno poi riunite in un unico disco quando i Battles fanno il salto e si accasano, nel 2006, con una delle label indipendenti più affezionata alla sperimentazione, soprattutto elettronica: la britannica Warp (ecco due esempi del loro roster). Il primo parto creativo sotto la nuova etichetta è Mirrored (2007), un concentrato di follia contagiosa che ti fa venire voglia di saltare anche se non riesci a capire esattamente su che ritmo lo stai facendo, che alterna cupezze ossessive a suoni che non riesco a definire in maniera diversa da “giocattolosi”, il tutto con Braxton che ci canta e vocalizza sopra con la voce spesso modificata all’estremo e SEMPRE sopra le righe. Ai tempi ero sordo, ora ci sento e me lo godo.

Basta però un album alla superband per cominciare a perdere i pezzi. Quando nel 2011 esce Gloss drop Braxton ha appena lasciato per concentrarsi sulla sua carriera solista, perché ha già troppe date su cui concentrarsi, perché ha un gomito che fa contatto col ginocchio… Insomma, durante la produzione dell’album ci sono stati degli scazzi, nessuno era soddisfatto del risultato e così Williams, Konopka e Stainer riscrivono tutto in quattro mesi togliendo quelle che Stainer definì alla BBC “ridicolous, terrible vocals” per sostituirle con ospitate di un certo livello (fra le altre Kazu Makino dei Blonde Redhead e Gary Numan): il risultato è ancora matto al punto giusto, sempre in bilico fra il divertito e il cerebralmente ossessivo con estremi da una parte (il primo singolo Ice cream, con la voce di Matias Aguayo) e dall’altra (Inchworm). Fra febbraio e aprile 2012 la band fa uscire quattro Ep, una serie intitolata Dross glop in cui le canzoni dell’album vengono stravolte in versione dance da vari artisti, giusto per non farsi mancare niente.

Bisogna aspettare il 2015 per La Di Da Di, il terzo album di quello che ora è ufficialmente un trio. Questa volta niente voci sostitutive, si bada al sodo e i Battles pubblicano un disco completamente strumentale (Konopka dichiara che, dal suo punto di vista, la voce è un quarto strumento totalmente insignificante nel loro progetto, perché nessuno di loro ha qualcosa da dire e non sono capaci veramente di cantare), il che non sminuisce il loro carico di fantasia compositiva. Williams e Stainer però devono ripensarci a quella questione delle voci, perché quando Konopka lascia la band nel 2018 loro tornano a sperimentare l’effetto che fa la voce sulle loro ritmiche deliranti: Juice B crypts (2019), ad oggi l’ultimo album di quello che si è ormai ridotto a un duo, ospita ad esempio un certo Jon Anderson degli Yes, autopropostosi per una collaborazione (inizialmente per suonare la batteria, te pensa), e non perde niente di quell’alchimia che ha reso unico il loro suono. Quest’estate sono passati da Milano e io, vai a capire perché, me li sono persi: sono passati quindici anni dal 2007, ma io confermo di non capire un cazzo.

Quando ho ascoltato per la prima volta Leyendecker, la quinta traccia di Mirrored, il pensiero mi è subito corso a un vecchio racconto di Stephen King intitolato The boogeyman, la storia di un uomo che ha appena perso un figlio e che rivela ad uno psichiatra l’inquietante storia che si cela dietro la morte. Ho rielaborato queste suggestioni lasciandomi trasportare dalle note della band, sottilmente inquietato dal mugolio distorto di Braxton che immaginavo provenire da un armadio socchiuso, di notte… Potete leggere il racconto subito dopo la canzone da cui è tratto, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

L’uomo nero

Non devi avere paura dell’uomo nero. Questo è stato il tuo primo insegnamento padre, e io ho ti subito dato ascolto. Anche quando mamma ha detto che te n’eri andato io continuavo a scrutare il buio, senza temere mostri ma cercando un segno dove gli altri vedevano solo terreno fertile per gli incubi. E laggiù ti trovavo.

Lo dicevo, ai miei amici, che nel buio non c’era niente da temere. Quando mi confidavano timorosi le loro notti insonni io pensavo alla tua voce, alle rassicurazioni che mi mandavi dalla soglia dell’armadio. Mi addormentavo cullato dal suono calmo della tua voce, e con la stessa pacatezza cercavo di convincerli a dormire sonni tranquilli. Invano. La paura li attanagliava e questo sanciva una distanza fra me e loro, una differenza che me li faceva sentire lontani anche quando eravamo vicini. Per tutta l’infanzia ebbi compagni, ma non amici.

A che mi servivano? Prima di addormentarmi tu mi insegnavi tutto quello che c’era da sapere, eri l’unica voce di cui avessi bisogno. Ma più crescevo più la tua voce si faceva flebile, arrivando prima al sospiro e poi a qualcosa di simile al gemito. Infine, non ti sentii più. La mia adolescenza fu più simile a quella dei ragazzi che mi stavano attorno: confusa, dolorosa, a volte atroce. Per superarla dovetti adattarmi, seguire le indicazioni di mia madre. La donna che avevi abbandonato mi insegnò la via della normalità, perché senza la tua guida non riuscivo più a sentirmi speciale, migliore.

Finii la scuola. Cercai un lavoro. Credetti di trovare degli amici, e alcuni non si rivelarono tali. Mi innamorai di una donna e pensai di poter costruire una vita con lei, ma non era quella giusta. Mi innamorai di nuovo, ma non ero io quello giusto. Inseguii un sogno di conformità che sentivo mio e mi era estraneo, finché non misi su famiglia con una compagna abbastanza perspicace da capire che il nostro amore bastava solo per accontentarsi l’una dell’altro. Poteva bastare.

Ebbi un figlio con lei. La gioia della paternità mi avvolse come un bozzolo mentre le grida di mia moglie venivano coperte dalle sue, emerso dalle oscurità del corpo. Allora capii, mentre lo stringevo fra le braccia per la prima volta: tutto ciò che avevo fatto, tutto ciò che avevo vissuto, tutto era servito a farmi arrivare a quel momento.

Si può temere solo ciò che non si è, e i nostri legami con la materia della notte sono stretti. Il giorno in cui sono diventato padre ho capito perché non dovevo avere paura. Guardai la soglia che divideva l’anta dell’armadio dallo spazio che mi stavi lasciando, padre, e quando sentii che quell’antro era libero entrai a prendere il mio posto. Il nostro posto.

Ora è qui che devo stare. Ma ci sarò sempre per darti la buonanotte, figlio mio, almeno fino a quando dovrai fare a meno di me. Veglierò ogni notte finché non chiuderai gli occhi, prima di andare a trovare i bambini meno fortunati di te.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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