L’ennesima reunion del dinamico duo: il pop secondo Cedric Bixler Zavala e Omar Rodriguez-López in The Mars Volta

È una storia d’amore (musicale) lunga e appassionata quella che unisce il cantante Cedric Bixler Zavala e il chitarrista Omar Rodriguez-López, tanto da passare attraverso tre decenni e quattro gruppi. Iniziata negli anni 90 con gli At The Drive-In, band con cui i due diedero una personale ed energica versione di ciò che doveva essere il post-hardcore, proseguì negli stessi anni con il progetto parallelo De Facto, sorta di valvola di sfogo alle limitazioni che il resto dei componenti degli ATD-I (acronimo appena inventato) poneva loro in sede di composizione. Neanche i De Facto però bastarono a Cedric e Omar, che dopo aver goduto di una certa libertà nell’Ep Vaya (a tutti gli effetti miglior cosa partorita dagli At The Drive-In) furono costretti a tarpare le ali ai loro voli pindarici: “mai più”, devono essersi detti dopo Relationship of command, e così via di scioglimento per entrambi i progetti e nascita di una nuova band pronta al volo. Così nascono i The Mars Volta.

Riassumere la carriera dei Mars Volta è parecchio complicato. Sorta di discendenza spuria del progressive rock e dell’art rock, la band ha spaziato fra un nugolo enorme di generi fra il 2001 e il 2012, anno di uscita del sesto e ultimo disco Noctourniquet, e più il tempo passava più il progetto si formava a immagine e somiglianza del duo, lasciando ai restanti componenti (cambiati di continuo) il compito di “resident band”. L’amore non è bello se non è litigarello dice però un detto popolare che ho sempre considerato particolarmente scemo, e anche Cedric e Omar finiscono per scazzare: neanche il tempo di rifondare per un tour gli At The Drive-In che i Mars Volta vengono sciolti, apparentemente a causa dei mille impegni paralleli di Rodriguez-López (e basta una capatina sulla sua pagina wikipedia per non fare fatica a crederlo: nel biennio 2012/2013 fece uscire sette album a proprio nome, nel solo 2016 addirittura 12!). Sembra la fine di un’era, con Cedric che si fa anche lui gli affari suoi fondando gli Zavalaz, invece passano un paio d’anni e i due creano gli Antemasque (l’unico album, omonimo, è datato 2014), altri due e riuniscono gli At The Drive-In senza il nemico-amico Jim Ward (durano il tempo di un disco, il deludente In-ter-a-li-a, poi vanno in stand-by) e oggi, dopo una pausa più lunga di quel che è lecito aspettarsi da due persone così prolifiche, arriva anche la reunion dei Mars Volta. Cosa si saranno inventati questa volta per stupirci?

Hanno deciso di fare un disco pop.

Gli si può addirittura credere, a tratti. Non mi sarei infatti mai aspettato dieci anni fa che i Mars Volta potessero intingere nella gioia e nella spensieratezza le loro note come fanno in Vigil o in Collapsible shoulders, o che si potessero trovare a loro agio con la sensualità soul di Shore story, ma di certo non basta questo a fare di un disco un disco pop. Non basta se inizi un brano con il piglio di chi sta puntando a un featuring con Santana manco fossimo ai tempi di Corazon espinado per poi finirlo alzando il tiro e facendo moderatamente casino (Que Dios te maldiga mi corazon), o se parti con una batteria che lascia presagire scenari anni 80 e lasci tutti con un palmo di naso innestandoci subito un cantato tarantolato (No case gain), perché quello che farebbe un artista pop è dare alla gente ciò che si aspetta mentre per Cedric e Omar (che qui riformano in parte la vecchia banda, portando sul carrozzone la bassista Eva Gardner, il tastierista Marcel Rodriguez-López e il batterista Willy Rodriguez Quinones) il massimo del compromesso è cercare di risultare accessibili autolimitandosi.

Ci sono sprazzi della gloria passata nei quattordici brani di The Mars Volta, lampi di fantasia che emergono dall’andatura frammentata e dalle svisate chitarristiche di Flash burns from flashbacks, dagli arrangiamenti sempre ricercati che nel finale lasciano spazio a strutture più complesse (Tourmaline, Equus 3 e The requisition sono un gran bel trittico), ma i Mars Volta del 2022 cercano di inscatolare queste suggestioni in un minutaggio da airplay radiofonico (sforano oltre i quattro minuti solo in due occasioni, e di pochi secondi) che finisce per lasciare molti brani indecisi sulla strada da prendere. Ascoltate Graveyard love, con quel suo utilizzo cupo dell’elettronica che si avvale però di un ritmo coinvolgente: ci si aspetterebbe uno sviluppo a un certo punto, invece nel momento del lancio il brano finisce troncato di netto. Questo difetto è disseminato in molti canzoni del disco, in maniera più o meno evidente, quasi che la band avesse paura che lasciandosi prendere la mano potesse tornare a cazzeggiare per delle ore: meglio porre un freno prima che sia troppo tardi allora perché qui si deve essere concreti, anche se questo impedisce a brani come la bella e malinconica Blank condolences di spiccare il volo, anche se spesso l’idea di pop che emerge è stabilizzarsi su una struttura il più possibile simile a quella strofa-ritornello ammazzando le dinamiche per apparire solari o delicati (la già citata Vigil e Cerulea).

La cosa strana, dopo questo commento non esattamente entusiasta, è dover ammettere che The Mars Volta è un disco piacevole. Non è una delusione cocente come lo fu il primo e unico disco degli At The Drive-In post-reunion, che perdeva per strada tutta l’energia dimostrata negli anni 90, non è nemmeno il ritorno in grande stile di una band che comunque in grande stile aveva lasciato (Noctourniquet a me piacque un sacco, anche perché Rodriguez-López fece un passo indietro e i brani soffrivano meno della sua spasmodica voglia di spippolare con la chitarra quando cavolo gli pareva e piaceva), bensì l’album onesto di un gruppo che cerca di rielaborare il proprio passato musicale in una maniera fruibile da un pubblico più ampio, senza mutare eccessivamente il proprio suono e ricordando qua e là che la classe c’è ancora. Auguriamoci che il dinamico duo sciolga giusto un poco le briglie in futuro, perché nelle evoluzioni abortite sul nascere c’è tanto potenziale inespresso, e nel frattempo godiamoci questa svolta pop che pop non è: poteva andare molto peggio, poteva essere senz’anima come uno degli ultimi dischi dei Muse.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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