Racconto in musica 71: Mala simenza (Cesare Basile – L’arvulu rossu)

Per quanto abbia ascoltato e continui ad ascoltare un sacco di musica sono consapevole (e probabilmente ho già espresso questo pensiero altre volte) di conoscerne meno di quanta vorrei. Tremila Battute è anche questo, un modo per fare scoperte che stupiscano me stesso oltre a cercare, umilmente, di suscitare curiosità per il mondo musicale indipendente. Col racconto di questa settimana si è così attivato uno strano corto circuito che mi ha portato a proporre a Marina Mongiovì, scrittrice di origine etnea, alcun* artist* da cui trarre ispirazione per un racconto: fra quegli ascolti c’era anche un cantautore, pure lui catanese, un nome che da anni è considerato fra i migliori a livello nazionale ma di cui ho sempre ascoltato troppo poco. Quel cantautore è Cesare Basile, e oggi ho un motivo in più per recuperare la sua discografia.

Ma presentiamo innanzitutto Marina Mongiovì, cui devo la mia gratitudine per aver accettato l’invito. Nata in provincia di Catania nel 1982 e vissuta lì fino a trent’anni, Marina ha una laurea in Scienze della Comunicazione ma ha sempre lavorato come contabile, oltre a collaborare con diverse testate giornalistiche locali. Oggi vive a Palermo e ha deciso di dividere il suo tempo fra la famiglia, la fotografia e la scrittura, passione recente ma che le sta già portando soddisfazioni. Nei suoi racconti aleggia un’atmosfera personale, densa di mistero, e se ne sono accorti già Pastrengo, Morel – Voci dall’Isola, Cariddi – Rivista vorace (edita da Rosso Malpelo Edizioni) e, ultima in ordine di tempo, Risme, che ha selezionato un suo racconto a seguito della call Sfocature indetta in collaborazione con Fiaf: vi invitiamo a tenere d’occhio l’uscita, in modo da poter leggere anche questo suo racconto.

Su Cesare Basile ci sarebbero da scrivere fiumi di parole, e qualcuno più esperto di me potrebbe sicuramente analizzarne la carriera in maniera più degna. Io mi limiterò a riassumere in ordine cronologico il suo percorso artistico, cominciato sul finire degli anni 80 con la militanza in diverse band fra Roma (Candida Lilith), la natia Sicilia (Kim Squad) e Berlino, dove con i Quartered Shadows registra nel 1993 il disco The last floor beach e arriva ad aprire i concerti di Nirvana e Primus. Tornato a Catania, nel 1994 inizia la sua carriera solista pubblicando per l’etichetta siciliana Lollypop l’album La pelle, seguito quattro anni più tardi da Stereoscope (uscito per Black Out/Mercury): in questi primi dischi il rock è ancora preponderante ma si affina la vena poetica dell’autore, che esploderà con il successivo album. Closet meraviglia esce nel 2001 per Extra Lable, prodotto da Hugo Race con collaboratori illustri come John Bonnair, Roy Paci e i Massimo Volume: la musica è apparentemente più scarna ma ricca di elementi che si associano alla perfezione con la nuova lirica di Basile, più cupa e autoriale. I successivi due album (Gran Calavera elettrica, 2003, e Hellequin Song, 2006) escono per Mescal, facendo entrare in contatto Basile (nel frattempo trasferitosi a Milano) con Manuel Agnelli, artista con cui collaborerà in vari progetti e che lo vorrà a bordo quando nel 2009, a seguito della partecipazione degli Afterhours al Festival di Sanremo, pubblicherà la compilation collettiva Il paese è reale. Nel frattempo Basile è passato sotto l’etichetta Urtovox Records, con cui dal 2008 fa uscire tutti i suoi dischi, a partire da Storia di Caino fino ad arrivare a Cummeddia del 2019. Nel 2011 torna a vivere in Sicilia, dedicandosi anche all’attività sociale: con l’Arsenale – Federazione Siciliana dell’arte e della musica, di cui è uno dei principali promotori, occupa e autogestisce il Teatro Coppola di Catania, una scelta che lo porterà anche a non ritirare la Targa Tenco per il miglior album in dialetto (l’omonimo Cesare Basile) del 2013, affiancandosi a una polemica con la SIAE sui diritti d’autore fatta partire dal Teatro Valle “Franca Valeri” di Roma. La sua carriera artistica procede anche in altri ambiti, dalla produzione di dischi (ad esempio di Dave Muldoon e Black Eyed Dog) alla realizzazione della colonna sonora per il film-documentario My world is upside down della regista slovena Petra Seliskar, dedicato al funambolo del palcoscenico Frane Milenski Jezek, passando per mille collaborazioni e per la scrittura di un libro, Nero immobile, edito da Habanero ed Erga Edizioni nel 2012 e al cui interno era presente un disco contenente la sonorizzazione live ad opera dei Calibro 35 di un reading dello stesso Basile: sempre con le parole gli ha reso tributo lo scrittore Raffaele M. Petrino, che per la casa editrice Arcana ha pubblicato il libro Amore alzati che passa la cummeddia di Cesare Basile.

Il racconto di Marina è ispirato alla canzone L’arvulu rossu, tratta dall’ultimo disco Cummeddia. Lascio alle parole dell’autrice la spiegazione della sua genesi, perché non potrei trovarne di migliori:

“Cesare Basile racconta una storia poco nota, risalente al periodo fascista, che vede il questore di Catania Alfonso Molina (citato nel pezzo: “Molina, dimmi quantu è russu u sangu do scacciatu”. In sottofondo, tra l’altro, sono letti i testi originali dell’epoca) che portò avanti una campagna di arresti, abusi e il confino per gli omosessuali siciliani. Nel racconto ho voluto narrare una storia diversa, per ambientazione storica e contenuti, anche se il tema del diverso e dello scacciato è centrale.

Il carnevale richiama ricordi d’infanzia; nel mio paese, che è in provincia di Catania, ha origine a fine Ottocento e fino agli anni Ottanta era un’istituzione. Dal racconto dei nonni e dei genitori, quei giorni erano una parentesi di libertà in una realtà di provincia abbastanza chiusa. Io purtroppo l’ho solo sfiorato perché con l’inizio della guerra di mafia, che interessò la provincia etnea, venne ucciso anche il carnevale; almeno com’era stato inteso fino a quel momento. “Mala simenza”, che ho ripreso dal pezzo di Basile, non è un termine dispregiativo riferito agli omosessuali, come “jarrusu” o “puppu”, ma più generalmente si riferisce a qualcuno nato storto, un seme che non produce frutti buoni.”

E dopo questa splendida introduzione non mi resta che augurarvi, al solito, buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Mala Simenza, di Marina Mongiovì

È piovuto sul martedì grasso e ora i coriandoli sono una fanghiglia incolore sulle basole come quando, dopo le mareggiate, la posidonia si prende metà della spiaggia al lido Jolly. Rosaria passa sul viso un abbondante ciuffo di ovatta umida che si colora di un fondotinta bruno. Stacca le lunghe ciglia, cola il nero del mascara, scivola via il blu brillante degli ombretti. Scioglie i capelli e guarda il suo volto riflesso che le lampadine della toletta illuminano di una luce anonima.

Poche ore prima, Rosaria era sotto i riflettori delle luminarie e al corso la taliavano tutti, maschi e femmine. Volteggiava dentro un abito di tulle e paillettes turchini. Sopra un tacco sottile, in equilibrio sulla pietra lavica del centro storico, si annacava tutta e mostrava le cosce dallo spacco laterale; baci generosi volavano verso i compaesani che ridevano e ammiccavano ai lati della strada. Sfilavano i gruppi in maschera e i carri allegorici, tra una musica brasiliana e una tarantella; Rosaria muoveva i fianchi, portava in processione due lunghe cosce e le labbra rosse e carnose. Maschi sussurravano parole oscene e si scambiavano sorrisi compiaciuti.

Rosaria è una cavadda di razza: alta, altissima, due occhi grandi come quelle della televisione e due minnazze rotonde e spudorate. Nessuno riusciva a non abbiare l’occhio sul corpo di Rosaria; pure le femmine la taliavano e, coi musi stretti, si voltavano a commentare.

In piazza, un fantoccio dal largo sorriso brucia avvolto da lingue di fuoco; scoppiettando pare deformarsi in un demone, poi in un santo martire. Domani, dalle sue ceneri, tutto tornerà come prima. Per strada non si ballerà più, i petali dei carri infiorati appassiranno; ci si spoglierà delle maschere per indossare le divise d’ordinanza. Per il corso si tornerà a passiare coi doppiopetti e le gonne al ginocchio, in un’interminabile quaresima di sorrisi garbati e gesti misurati. E Rosaria tornerà ad essere Saru ujarrusu. Agli sguardi voluttuosi seguiranno occhiate e lingue affilate. Perché Saru è puppu, perché Saru si talìa solo a carnevale, quando diventa Rosaria, quando sfila insieme ai pupi di cartapesta. I maschi si sfarderanno le orecchie a forza di toccarsi il lobo e le femmine, che avevano peccato di sdegno e invidia, avranno sguardi e sorrisi di commiserazione, per il mischino che è mala simenza, pianta nata storta e infeconda.

Dopo aver cancellato il trucco, Rosaria socchiude la porta e si accuccia a letto, ascolta il ticchettare della pioggia sui canali di terracotta e lo strisciare umido delle ruote sull’asfalto. È lungo il tempo fino al prossimo carnevale; chiude gli occhi, sogna uno sfarfallio di luci e un altro giro di gonna.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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