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Racconto in musica 26: La tua parte (Moostroo – Valzerino di provincia)

C’è una scena che considero estremamente interessante nel panorama musicale odierno, e non sto parlando di quella romana che ha dato luce a Thegiornalisti, Gazzelle e fuffa varia (di quell’ambiente salvo giusto I cani, che qualche bella canzone agli inizi l’han fatta). È quella bergamasca, la cui punta dell’iceberg sono ovviamente i Verdena ma che vede alla base una moltitudine di band che hanno saputo ritagliarsi il loro spazio, tutte valide e dei generi più disparati: de Le capre a sonagli ho già parlato qualche mese fa, ma meritano di essere ascoltati anche Spread, Vanarin, Teich, Verbal e i compianti Bancale. Oltre alle già già citate, e alle mille altre che avrò colpevolmente dimenticato, una aveva già da tempo solleticato la mia voglia di scrivere: i Moostroo.

Attivi dal 2012, nascono dalle ceneri della band patchanka Jabberwocky e si mettono subito al lavoro su alcuni brani scritti negli anni precedenti. Il nome Moostroo arriva dopo il primo ep, pubblicato come Dulco Klo Charm, quando già il set di strumenti ha subito delle leggere ma sostanziali modifiche: Dulco Mazzoleni elettrifica la sua chitarra acustica, Francesco Pontiggia passa al basso a due corde bottleneck e Igor Malvestiti riduce all’essenziale il suo set di batteria. Il primo album omonimo, uscito nel 2014, suona aggressivo eppure scarno, acustico ed elettrico in egual maniera, con la voce e i testi di Dulco a creare atmosfere degne del miglior cantautorato su una base musicale che pesca dal post-punk in maniera estremamente personale. A fine 2016 esce Musica per adulti, un secondo disco in cui i testi prendono una direzione più intima ma senza che il risultato finale pecchi di energia: dopo averli recensiti e visti dal vivo in più occasioni ho avuto l’opportunità di conoscerli meglio proprio all’uscita di questo album, grazie a un’intervista che potete trovare qui. Sui loro profili social negli ultimi giorni sono apparsi indizi criptici su un nuovo disco, ed è inutile dire che lo attendo con ansia.

Valzerino di provincia, la canzone che ho scelto per il racconto di questa settimana, è tratta dal primo disco dei Moostroo. È uno sguardo lucido e disincantato sulla realtà di provincia, sui mostri che covano sotto l’apparenza, ironica e raggelante al tempo stesso: ho reinterpretato queste suggestioni cercando di mantenere la musicalità della canzone ma inserendo i miei riferimenti provinciali, piccole esperienze stranianti che sono la norma per chi non cerca altro che la sicurezza della consuetudine. Trovate il racconto sotto allo splendido video realizzato dalla band stessa (Dulco è dietro anche ai disegni di alcuni video de Le capre a sonagli, tipo questo), a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

La tua parte

Ogni giorno si ripete una storia già vista, un copione scontato con interpreti ignari.

La macchina piantata in mezzo alla strada, né quattro frecce né niente, alla fermata del bus. Il conducente si sporge, controlla i necrologi, come fosse più importante chi è morto dei viventi. Osserva rapito, cercando chissà chi, non lo distrae nemmeno un clacson inviperito.

La strana signora, all’angolo del bar, ha gli occhi nel vuoto e le braccia conserte. Sta così tutto il giorno, guarda il mondo passare, e che cosa gliene resta è un mistero da sondare. Si anima solamente per chiedere una sigaretta, anche a chi, ogni giorno, le rammenta che non fuma.

La barista furiosa, con la scopa in una mano, sbraita contro cani e padroni che le han lasciato il “regalino”. «Proprio davanti alla porta» si lamenta con tutti, poi getta la sigaretta all’ingresso dell’edicola.

Le biciclette che passano per le vie del centro rigorosamente contromano, pretendendo precedenza. Sono gli ultimi anarchici, resistono stoicamente a un futuro dove il senso di marcia è qualcosa di rilevante.

E suonano le campane dal campanile della chiesa, ma il sagrato è vuoto, oggi non è domenica. Una vecchina che passa si fa il segno della croce, poi inciampa nei lastroni e quasi le scappa un bestemmione. Inveisce contro il sindaco e chi ha rifatto la piazza, un sermone appassionato quasi come Gesù nel tempio.

Tu lo ascolti e ti distrae dalle occhiate degli avventori del circolino sotto casa dove passi ogni giorno. Pensionati, disoccupati o semplici nullafacenti, che ti guardano diffidenti come fosse la prima volta. Chiudi la porta alle spalle ma rimani sulla soglia, attendi bisbigli e commenti sul tuo esser fuori dalla norma.

Sogni posti lontani, una vita meno vana di quella che vedi vivere a chi il paese chiama casa. Una comunità che si aiuta, almeno di facciata, ma ci crede davvero anche quando emargina.

Fuggi presto, se devi, perché il tempo ti cambia, toglie coraggio all’azione e lascia solo inadeguatezza. C’è già un posto per te, nella partitura che ognuno segue, per accoglierti nel rifiuto, nella continua recriminazione: il ribelle, il fallito, la voce fuori dal coro, che fa risaltare ancor di più il dogmatico Alleluja.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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