Racconto in musica 149: Pinocchio (Luigi Frassetto – Viale degli oleandri)

In uno dei primi articoli del blog, quando “grazie” alla pandemia e alla conseguente cassa integrazione potevo scrivere gli articoli di pomeriggio invece di sacrificare ore di sonno (e potevo anche completare la mia prima raccolta di racconti, ancora inedita: editori fantasma che leggete Tremila Battute, fate tesoro di questa informazione e fate a gara per coprirmi di soldi), mi vantai di aver riconosciuto al volo la mano di Carter Burwell nella colonna sonora di The morning show. Mi accorgo, a distanza di anni, che quell’articolo poteva dare adito a un disguido, ovvero far pensare che io sia un esperto di colonne sonore: non è così. Appassionato di cinema sì, attento al lato sonoro certamente, ma la mia conoscenza dell* autor* di colonne sonore inizia e finisce con Burwell. Sono anche piuttosto ignorante sul panorama italiano di compositori, visto che saprei citare a memoria solo il nome di Ennio Morricone e mi si fermano sulla punta della lingua una manciata di altri nomi: a coprire parzialmente questa lacuna arriva Christina Nike Gagliardi, gradita new entry fra l* collaborator* del blog, che ha deciso di ispirarsi per il suo racconto alle note del musicista e compositore di colonne sonore Luigi Frassetto.

Christina nasce a Cagliari nel 1983. Laureatasi in Lettere, negli anni collabora con diverse riviste culturali (Critica letteraria, L’indiependente, Succede oggi, S&H e varie fanzine sarde) scrivendo articoli, recensioni letterarie e musicali e ritrovandosi anche a intervistare un certo Jacopo Incani aka Iosonouncane (di cui vi avevamo parlato qui) durante la lavorazione di Die. Nel 2014 vince il premio Sinergie Creative con il racconto Prima persona singolare, mentre Una convivenza difficile le viene pubblicato sul secondo numero della rivista internazionale Interpret Magazine (tradotto anche in francese e inglese). Quest’ultimo racconto entra a far parte della sua prima raccolta Qui e altrove, pubblicata quest’anno dalla casa editrice Dialoghi, in cui Christina unisce ad uno spiccato gusto per il fantastico nelle sue derive più perturbanti una vena di critica sociale. Attualmente vive e lavora a Sassari, e possiamo già annunciarvi che questo non sarà l’unico suo racconto che leggerete su queste schermate.

Molte delle informazioni su Frassetto invece mi arrivano direttamente da lui, grazie al tramite della stessa Christina. Nato nel 1980 a Sassari, consegue il diploma di Bachelor of Recording Arts presso il SAE Institute di Londra e successivamente frequenta i corsi di composizione di musica per film presso il Conservatorio di Cagliari (corsi tenuti dal maestro Franco Piersanti, storico collaboratore fin dagli anni 70/80 di registi come Nanni Moretti e Gianni Amelio e vincitore di ben tre David di Donatello) e presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Chitarrista e membro fondatore della punk/rock/surf band sassarese Rodeo Clown, attiva fin dal 1996, Frassetto ne fuoriesce nel 2013 dopo dieci album e svariati tour in tutta Europa per concentrarsi sulle colonne sonore: lavora, oltre che a numerosi cortometraggi, nel film Luci a mare (2014) di Stefania Muresu, cui fanno seguito il documentario Ananda di Stefano Deffenu (2020, ma uscito nei cinema nel 2022), il film I giganti di Bonifacio Angius (2021) e il docufilm Ignazio: storia di lotta, d’amore e di lavoro di Marco Antonio Pani (2022). Per un certo periodo si trasferisce a Londra, dove oltre a lavorare come musicista e ingegnere del suono nel 2013 registra, con la collaborazione del produttore Rob Jones (one man band nel progetto The Voluntary Butler Scheme) e del polistrumentista Marco Testoni, l’Ep The R.J. Sessions, cinque brani dalla grande varietà in cui emerge l’amore (come afferma lui stesso in questo video) per gli anni 50 e 60, dalle colonne sonore di film come Scandalo al sole ad artisti come Umberto Bindi e Sergio Endrigo, anche se nel brano Super tele le influenze si fanno più seventies. Nel 2019 raccoglie alcuni dei brani scritti per corti e film nell’album 33 1/3.

Dal 2017 Frassetto, ritornato in Sardegna, cura il Club del Disco (serie di incontri dedicata all’ascolto musicale condiviso) e dal 2022 è direttore artistico del Billèllera – Sorso Music Festival, giunto quest’anno alla seconda edizione (comprendente nel programma una vecchia conoscenza di Tremila Battute, Gold Mass): nel frattempo continua ad approfondire la conoscenza musicale, essendo in procinto di completare gli studi di composizione presso il Conservatorio Luigi Canepa di Sassari.

Viale degli oleandri è la penultima traccia di 33 1/3, un breve brano malinconico affidato unicamente alle rade note della chitarra: su questa ossatura Christina costruisce la figura di una donna sconfitta, una Pinocchio al femminile per cui la vita non è altro che un’esistenza da burattina senza scopo. L’unica pace che riesce a trovare è temporanea e illusoria, ma per scoprire quale non vi resta che leggere il racconto più in basso, subito dopo la canzone che l’ha ispirato: a me invece non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Pinocchio, di Christina Nike Gagliardi

Passo la lingua sulla gengiva nuda tra i due incisivi. Sento il sapore del sangue miscelarsi a quello del fumo mentre aspiro dalla cicca.

Piove. Piove su di me, sui capelli unti che mi si incollano alla faccia. Sul tavolino dimenticato sulla pedana all’aperto del bar, su di me dimenticata al tavolino. Piove sul posacenere dove galleggiano palline di carta e filtri di sigarette, gialli e gonfi come corpi in sfacelo. Piove nella mia birra calda, sulle mie ciglia. Minuscole gocce mi penetrano negli occhi, che sono grigi com’è grigia la città quando piove.

Non sono mai stata un bel tipo. Non posso nemmeno dire che sia stata la vita a rovinarmi, anzi. È come se un demiurgo crudele si sia divertito con me, prendendo la peggiore tra le sue marionette — quella con le gambe storte e le braccia troppo lunghe — e tracciandovi sul volto i lineamenti in maniera rozza. Come preso da malefica foga l’ha sfregiato con un pennarello a punta grossa, abbozzandovi due gocce di piombo orientate all’ingiù, per poi con altrettanta sciatteria disegnare al posto della bocca una linea sottile e incerta, gli angoli rivolti verso il basso, le labbra inesistenti.

Mi frugo in tasca. Conto gli spicci, assieme alle monete esce anche il portachiavi a forma di Pinocchio.

Ce l’ho da quando ero ragazzina e mia madre mi diceva Sei magra come un Pinocchio.

Sei un mucchio d’ossa.

Da quando mi diceva Non troverai mai nessuno.

Almeno mettiti addosso qualcosa di femminile.

Poi un giorno lei è morta e in un cassetto ho trovato questo. Mi è sembrato un segno, così l’ho tenuto e ci ho messo le due chiavi – una del cancello e una del portone – che dicono che da qualche parte ho una casa.

Mi alzo e mi aggiusto i pantaloni, sono diventati larghi. Bevo ciò che è rimasto del mio bicchiere di pioggia e Ichnusa, sa di bettola e campi brumosi. Mi è sempre piaciuto l’odore della strada dopo la pioggia. Anche se le persone al mio passaggio si scostano, sono di buonumore.

Mauretto è ai giardini come al solito. Mi dice Ma che cazzo, sei in ritardo, mica posso starmene qui ad aspettare sua maestà. Scambiamo ciò che dobbiamo scambiare e me ne vado. All’angolo tra Via dei Gremi e la stazione scende dall’autobus una che ha l’aria da professorina. Mi scorge da lontano e quando è vicina abbassa lo sguardo, ma nel momento in cui ci incrociamo non può fare a meno di sbirciare.

Almeno adesso saprà. Si ricorderà che, seppure qualcosa nella sua vita è andato storto, non è diventata come me. Persino la mia esistenza da burattino può svolgere un servizio.

Trattengo questo pensiero, mi fa sentire infinitamente generosa. Mi ci trastullo anche a casa, sul letto che galleggia come il dorso di una balena tra le cementine della stanza vuota. È un serpente caldo che infiamma le viscere e mi fa venire le lacrime agli occhi, un’onda che mi avvolge e mi sputa nuda sulla risacca mentre la Lenta sale e naviga attraverso linfa e giunture, mentre le membra si posano disciplinate e immobili accanto al corpo ligneo, il capo che si piega quieto sul petto di tiglio.

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Il giusto ordine: Ventre dei Palmer Generator

A 44 anni forse è il caso di ammettere che sto cominciando a invecchiare. Uno dei primi sintomi, che io sappia, è la refrattarietà ai cambiamenti tecnologici, ma se vado indietro con la memoria mi accorgo che, quando c’era qualche problema ai primi PC che abbiamo comprato io e mio fratello, lui era quello che si sbatteva per risolverli e io invece speravo in un intervento divino e mi adattavo (motivo per il quale il portatile su cui scrivo va alla stessa velocità dei bradipi appesi a testa in giù su un ramo). Che io stia invecchiando o meno è sicuro che la tecnologia è qualcosa che sfrutto senza farmi troppi patemi d’animo, faccio finta di capire come funziona e continuo a sperare in dio: ecco perché, quando mi arriva qualche link di dischi in anteprima su Soundcloud dai promoter, io li ascolto in ordine rigorosamente casuale, ignorando se esista un’app di Soundcloud che permetta di ascoltarli come sono stati pensati. Mi è capitato anche coi Palmer Generator, ascoltati in macchina (madre perdoname por mi ascolti lochi) con ben poca possibilità di decidere l’ordine salvo rischiare una multa da Salvini in persona, ma quando ho sentito nell’ordine giusto Ventre, il loro quarto disco coprodotto con l’etichetta Bloody Sound Fucktory, mi si è palesata alle orecchie un’esperienza completamente diversa.

I Palmer Generator sono quella che potremmo definire una “azienda famigliare”: Michele Palmieri (basso), Mattia Palmieri (batteria) e Tommaso Palmieri (chitarra) sono infatti rispettivamente padre, figlio e zio, una configurazione che porta solitamente a formare una cover band con cui divertirsi in sala prove e magari in qualche pub di fronte agli amici, ma che nel loro caso vira invece verso un incrocio di post-hardcore, psichedelia e attitudine math appena accennata. Nel comunicato stampa si fa un accenno agli Slint fra le influenze, e proprio la band dal successo più improbabile della storia sembra essere una stella polare verso cui tendere per la famiglia Palmieri, parzialmente a livello sonoro ma soprattutto a livello atmosferico.

Diversamente (anche se fino a un certo punto) dalla formazione di Louisville i Palmer Generator non hanno una voce. Tutto ciò che intendono esprimere arriva attraverso il basso sferragliante di Michele, la batteria minimale e fantasiosa di Mattia e la chitarra ossessiva di Tommaso, un power trio atipico che nella traccia d’apertura, Ventre I, fa una breve introduzione delle atmosfere in cui ci si ritroverà immersi di lì in avanti: un sound fatto di ripetizioni ossessive, pause oniriche, tutto avvolto da una cappa di rabbia soffocata, energico nella sua impossibilità costitutiva a sfogarsi fino in fondo. Ventre I è la traccia più concisa e tirata del disco, eppure mette già in chiaro che il mondo sonoro dei Palmer Generator è intriso di disillusione, la stessa che rendeva Spiderland degli Slint un ascolto così straniante e immersivo.

Basta ascoltare i primi minuti di Ventre II per ritrovarsi immersi in questo magma di staticità oppressiva, il basso fattosi più rotondo a tirare le fila del discorso fino a che un’improvvisa apertura solare non ci fa intravedere una speranza che il riff ossessivo della chitarra spegne subito dopo, riportando il sound in territori più cupi. La seconda traccia del disco è un saliscendi fra nebbie brumose, capace di avventurarsi in territori onirici con le note delayate della chitarra a tracciare una strada desolata eppure ancora percorribile, quasi che quel trattenersi dallo sfogare completamente l’energia voglia testimoniare di un’energia che comunque c’è: se non può esplodere è perché nel mondo ricreato dai Palmer Generator questo non è possibile.

«Il titolo, “Ventre”, va inteso in senso simbolico. Il ventre come luogo uterino diviene metafora di vitalità e crescita, di generazione; è fulcro delle cose, centro nevralgico della terra e dei viventi; elemento di metamorfosi e nucleo di somatizzazione, centro di agentività e spiritualità. Il dualismo mente-corpo viene superato nell’immagine del ventre, lo stomaco considerato come un “secondo cervello”, come il luogo in cui avviene la sintesi tra spirito e materia. Così, allo stesso modo del ventre che raccoglie in sé due realtà opposte e complementari, il nuovo album vorrebbe essere un’immersione nell’estremo delle due profondità terrene e cosmiche».

Il ventre come luogo uterino in cui avviene la sintesi tra spirito e materia, questo affermano i Palmer Generator con le parole e lo ribadiscono attraverso la musica. Ventre III si apre con un incedere arioso e calmo, culla l’ascoltatore in un liquido amniotico da cui si eleva con l’aumentare delle distorsioni finché all’improvviso non ci si ritrova a svoltare completamente, la parte ritmica a ribadire ossessivamente un canovaccio che gli arpeggi riverberati della chitarra rendono ancora più melodrammatico. La canzone, fra momenti psichedelici e giochi di sottrazione volti a lasciare il solo basso al centro della scena, è come un lungo parto sonoro (il brano dura quindici minuti) che esprime tutta la pena e la meraviglia dell’atto generativo, una venuta al mondo che attraverso l’ultima nota ascendente delle quattro corde lascia aperta la speranza che un’equilibrio sia effettivamente possibile, che la sofferenza della nascita si mitighi nella meraviglia del mondo e non diventi nostalgia di un luogo a cui non si può ritornare.

L’incedere di Ventre è ciclico, lo afferma la partenza di Ventre IIII, così simile a quella della traccia iniziale da rendere evidente la parentela. La quarta e ultima traccia del disco non si lascia però ingabbiare, la tensione fra l’energia potenziale e la sua impossibilità a sfogarsi viene risolta da un lungo outro, un lento spegnersi nella rarefazione del suono che sembra la direzione naturale verso cui concludere e lascia comunque l’amaro in bocca, come se ci fosse qualcosa di non detto che non riusciamo ad evitare di voler conoscere.

Non è un disco perfetto quello dei Palmer Generator, ma è un disco con una visione e che quella visione riesce a trasmettere. I tre Palmieri creano un’opera complessa di non immediata fruizione, soprattutto per chi non è avvezzo ai tempi dilatati del post-rock (tre tracce su quattro sforano i nove minuti di durata), ma l’atmosfera che permea tutto l’album rende Ventre un’esperienza che lascia il segno, a patto di seguirne la logica strutturale: quindi mi raccomando, niente shuffle!

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Racconto in musica 148: Schiantarsi (Downtown Boys – Wave of history)

Normalmente la stesura di questi articoli avviene di sabato o domenica mattina, ma in questo caso sto scrivendo di giovedì sera. Perché? Perché mentre leggerete queste righe io sarò al banchetto di pièdimosca Edizioni a Firenze RiVista, dove Tremila Battute si paleserà in carne, ossa e rivista cartacea. Eh sì, abbiamo un numero uno dopo il numero zero! Però ve lo allego digitalmente da settimana prossima, mentre se siete di Firenze e volete passare dalla Piazza delle Murate (potete passare anche se non siete di Firenze, ma potrebbe essere un po’ tardi per organizzarvi se venite, che so, da Palermo) potreste avere anche una copia fisica, sempre che ne siano avanzate visto che le regaliamo e di solito le cose gratis attirano l’attenzione. Essere a Firenze RiVista è una cosa bellissima (lo dico ancora prima di esserci fisicamente, perché me la sono già goduta da osservatore), ma avere molte passioni porta a recriminare anche quando succede una cosa bella: la recriminazione, nel caso specifico, è che mentre sarò sul treno del ritorno staranno suonando al Circolo Gagarin di Busto Arsizio i Downtown Boys, e non potendo essere fisicamente lì ho perlomeno deciso di dedicare loro questo articolo.

Ve la farò breve per una volta, perché è tardi e devo ancora preparare lo zaino: i Downtown Boys vengono da Providence nel Rhode Island, si sono formati nel 2012 e fanno punk. Troppo breve? Ok sì, posso dire effettivamente di più, tipo che la band si forma grazie al fortuito incontro fra Joey La Neve DeFrancesco, che suona la tuba (quindi non proprio il primo strumento a cui pensi quando pensi al punk), e la cantante Victoria Ruiz, entramb* impiegat* al Renaissance Hotel di Providence prima che DeFrancesco si porti dietro l’altro suo gruppo, la brass band What Cheer? Brigade, per licenziarsi nella maniera più spettacolare che possa venirvi in mente. Davvero, guardate il video: non avete mai sognato di licenziarvi così? Ok, probabilmente comincerete a sognarlo ora. L’uomo che suona uno degli strumenti meno punk del mondo (anche se nei Downtown Boys si butta sul sax) si licenzia quindi nella maniera più punk che possa venirvi in mente, e la sua musica non può che seguire quella linea: il primo disco arriva già nel 2012 ed è una grezzata di un’energia infinita in cui Ruiz urla come una dannata e tutti vanno a mille all’ora. Attirano con quel disco l’attenzione della Sister Polygon Records, che nel 2014 pubblica un Ep che, giusto per incasinare le idee, è pure quello omonimo (e contiene una seconda versione, lievemente ripulita, della canzone Slumlord Sal), mentre l’anno dopo pubblicano per la Don Giovanni Records il disco Full communism, dove la band si ripulisce il minimo indispensabile senza pensarci minimamente a rallentare. Il titolo del disco è anche una dichiarazione d’intenti, perché i Downtown Boys sono ultrapoliticizzati e si schierano senza troppi giri di parole (in spagnolo e inglese) al fianco di tutte le minoranze e contro ogni oppressione.

Il casino che fanno live fa rumore, ma davvero tanto, perché si accorgono di loro Rolling Stone e il New Yorker, mica due giornaletti del cazzo, e il loro nome comincia a girare pure per i festival che contano, tipo il Coachella e il SXSW. E qui dimostrano ancora di più il loro impegno politico, perché sputtanano il modello di business del Coachella con una lettera aperta in cui si impegnano a donare parte del loro cachet alle organizzazioni LGBTQIA+ Prysm e FIERCE, mentre sono fra i più attivi per far togliere una clausola di collaborazione con l’agenzia di immigrazione nel contratto dell’SXSW (riuscendoci). Vendersi mai insomma, neanche alle major, ma per la maggiore delle minor si può fare un’eccezione: ad agosto 2017 esce per Sub Pop il terzo disco, Cost of living, e il passaggio a una realtà più importante non lede minimamente all’energia della loro musica o all’impegno politico nei testi. A tutt’oggi questo resta il loro ultimo disco, ma c’è anche un po’ d’Italia nel proseguio della loro carriera: nel 2020 la regista italiana Susanna Nicchiarelli (di cui vidi anni fa il meritevole Nico, 1988) fa uscire il suo quarto film Miss Marx, basato sulla storia della figlia più giovane di Karl Marx, Eleanor, e a firmare la colonna sonora ci sono proprio i Downtown Boys, che per l’occasione scrivono il brano L’internationale. Ci sono abbastanza motivi perché andiate al posto mio a pogare in quel di Busto?

Wave of history, brano di apertura di Full communism, è una delle loro migliori rasoiate belle dritte e senza fronzoli. Mentre la ascoltavo pensavo al disilluso Hunter S. Thompson, che in un passaggio amaro del suo Paura e disgusto a Las Vegas ricorda la fine dell’illusione di pace e amore degli anni sessanta: all* protagonist* del racconto di questa settimana faccio immaginare un’onda diversa, destinata non a schiantarsi ma a trascinare con sé altre persone disposte a lottare per i loro ideali. Potete beccarvi sta infusione di positività subito dopo il link al brano, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Schiantarsi

Slalomiamo fra i vicoli ancora cupi e io mi cago sotto a ogni angolo da cui potrebbero schizzar fuori gli sbirri che ci fanno ancora la posta. Mi fa male respirare per le tranvate al costato ma devo stare muto, ci mordiamo la lingua e camminiamo, e se non la maledico cento volte mentre mi tocca sucarmi una salita assassina che in cima ci sta pure l’obitorio (e giù a toccarsi le palle) allora saran centouno.

C’ho qualcosa da farti vedere, mi ha detto la sera prima mentre fasciava la testa di uno dei nostri che piagnucolava che la benda è troppo stretta e oh, stai attenta. Lei gli ha tirato uno schiaffetto sul braccio e mi ha detto sveglia presto, non dirmi di no.

E non puoi farmela vedere adesso sta cosa? le ho chiesto, ma lei mi fa che no, sarà tutto pronto domani mattina. Pronto che, le ho chiesto, ma lei m’ha detto solo di non rompere i coglioni e di dormire, che per domani dobbiamo tenere le energie.

Le energie le sto spalmando tutte qua, vorrei dirle mentre sudo anche se è ancora buio per il caldo velenoso che fa in sti giorni, ma lei mi sta sempre avanti un passo e se sussurro mi sentono solo le mie scarpe. A un certo punto scompare dietro un angolo e io penso ecco, l’hanno acchiappata, ma quando svolto con gli avambracci a protezione lei sta seduta su un muretto e guarda in basso. Non fosse che me ne frega zero della figa la troverei anche carina, con la luce del sole che le sale sulla fronte.

Sai che diceva quello? mi fa.

Quello chi? chiedo.

Uno che scriveva, dice lei. Un giornalista sballone. Un giorno va su una collina nel deserto e guarda in basso e dice che da lì, se l’aria è pulita, si riesce a vedere dove s’è schiantata l’onda di tutti gli ideali che c’avevano lui e la sua generazione.

E te m’hai portato qua per una lezione di lettere, le dico con la voce un po’ troppo forte che poi mi vien da azzannarmi la lingua. Però siam lontani, sbirri manco l’ombra, così mi fermo prima di fare la fine dei ninja catturati dal nemico.

No, mi dice, volevo risollevarti un po’ il morale. Vieni qua che ora si vede.

Mi avvicino a lei e sotto di noi abbiamo tutta la città, si vede bene pure il capannone che occupiamo e tutti gli striscioni sui palazzi intorno, sbirri infami e non ci avrete mai come volete voi e supporto alla lotta e forse potevamo trovarci slogan migliori, alleati più furbi, ma un po’ scalda il cuore vedere che non siamo proprio soli come degli stronzi.

Che dici? mi chiede lei.

Che gli sbirri oggi ci meneranno più forte, le dico.

Sì, mi fa lei, ma quando gli si stancheranno le braccia noi saremo ancora lì.

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Il giusto ritmo: Città tropicale di Luca Bernardi

Mi è capitato, avendo una moderata passione per la scrittura, di conoscere persone che scrivono e, in certi casi, pubblicano pure. A volte l* ho conosciut* prima di leggere qualcosa di loro, altre volte ho conosciuto prima l’opera di chi l’ha prodotta: nel caso di Luca Bernardi si è concretizzata la bizzarra situazione in cui ho conosciuto prima l’opera E prima chi l’ha scritta.

Mi spiego meglio. Una decina d’anni fa, quando di editoria indipendente ne capivo ancora meno di adesso, andai per la prima volta al Salone del libro di Torino, vagando a caso fra gli stand senza sapere cosa fosse meritevole di attenzione, cosa fosse fuffa e cosa stesse al livello intermedio. Incappai così per puro caso, con la malcelata intenzione (beata ignoranza) di piazzare qualche pessimo racconto, nello stand di Tunuè, casa editrice che proprio in quegli anni, attraverso la sua unica collana di narrativa, si faceva fucina di giovani talenti attraverso la guida di un per me ancora misconosciuto Vanni Santoni: non so cosa mi attrasse in particolare, se il progetto grafico o qualcosa nello stand, sta di fatto che me ne tornai a casa con Medusa, il libro d’esordio di Bernardi, che mi piacque più come idee e intenzioni che nella costruzione generale.

Stacco a qualche anno dopo. È il 2018, frequento un corso di scrittura a Milano e non so ancora che di lì a un anno e mezzo mi trasferirò in città: incappo (oggi il verbo incappare mi garba particolarmente) in una serie di eventi sul grande romanzo americano in un piccolo circolo in zona Porta Genova, mi entusiasmo perché si parla pure di Foster Wallace e porto a un paio di incontri alcun* compagn* di corso. A quello su American psycho di Bret Easton Ellis c’è un certo Luca a parlarne, mi piace come presenta e ben presto divento un semi-habituè del locale, che fa un sacco di cose fighe fra cui concerti, aperitivi filosofici, cineforum e jam session: il posto si chiama Corte dei miracoli, è sopravvissuto alla pandemia, continua a ospitare eventi interessanti e io ci ho messo tipo tre anni a scoprire che quel Luca era proprio il Bernardi di cui avevo letto l’opera prima. Passa un altro po’ di tempo e Alessandro Polidoro Editore, attraverso la selezione dell’ex compagno di collana Orazio Labbate, pubblica il nuovo libro di Bernardi, Città tropicale: tutta sta premessa inutile per dire che l’ho letto, e ora comincio finalmente a parlarvene.

Non prima della copertina però!

Zoe non se la passa bene. La canicola estiva si abbatte sulla sua città fino a far pregare la gente affinché piova, per lavoro si prende cura della figlia di una modella, abita con un aspirante rapper dalle posizioni un po’ troppo integraliste e, per finire, l’ansiolitico che prende ormai da anni viene messo fuorilegge. C’è di che lamentarsi, ma presto le cose peggiorano ulteriormente: fra misteriose religioni, delinquenti dai modi spicci, bizzarri incontri e una dipendenza da tenere sotto controllo la ragazza si troverà a vagare per una città opprimente e claustrofobica, mantenendo sempre più a fatica il legame con la realtà. Per somme linee la trama del libro di Bernardi può essere descritta in questo modo, ma è difficile riuscire a rendere in poche righe il caleidoscopio di eventi che costellano le 260 pagine del romanzo. Nella quarta di copertina viene fatto un paragone, per “schizofrenica forza cosmopolita”, con l’album Californication dei Red Hot Chili Peppers, ma troverei più calzante associare Città tropicale all’anime Cyberpunk: Edgerunners (realizzato dallo Studio Trigger, di cui vi avevo già parlato qui) e per un motivo ben specifico: il ritmo indiavolato.

Il Cieco che parcheggia la Lambo sul carrabile e si filma che brucia la multa. Che registra i dischi a Cuba e Los Angeles, braccato dal fisco patteggia un milione. Il Cieco con la fashion blogger, con la diciannovenne cantautrice canadese, con la modella ivoriana sullo yatch, al golf con il figlio di… il Cieco alla sfilata accanto al sindaco mostra il medio ai fotografi, il sindaco si dissocia, filmato su un divano tra due bionde botox che gli strusciano selfie come fosse un cartonato sbaffo bianco sulla narice occhiali azzurri biascica il sindaco e tutti gli sbirri in camicia e i benzinai incravattati di sta terra gli sucano il sashimi lui si misura solo con Sinatra e Gesù. Poi smunto in live sorseggiando Gatorade, raga buon lunedì l’altra sera ho un po’ esagerato con gli spritz non sono mica un santo mi hanno decontestualizzato ringrazio tutti i benzinai a cui lascio sempre mance immonde chiedete in giro mezzo pil solo le mie mance… il Cieco in tivù a ripetere la pappardella scrittagli dalla manager, le dooonne le tratti come dici nei testi? È vero che sei andato a Londra a ripulirti il sangue? Cosa pensi di chi sostiene che le tue canzoni lancino messaggi pericolosi? L’hai vista l’inchiesta sulla collusione tra rapper e criminalità organizzata? Il Cieco ripreso all’alba a barcollare nei viali, un gigante in canotta che lancia uramaki ai piccioni. Il Cieco megafono dell’imperativo al consumo, diceva il Genio, simbolo dello sverginamento del rap italiano figlio dei centri sociali e delle posse antagoniste poi spolpato dalle major, adescato a dompe e coca nei privé glitterati e nei balletti delle influencer fino a diventare, da pentecoste dislessica di vandali in bandana, sottofondo da sfilata e coda del tiggì.

È la vita, diceva Zoe.

No è il mercato, diceva il Genio.

Città tropicale è una sinfonia di frasi che si affastellano senza soluzione di continuità, descrizioni che si mischiano a dialoghi che si mischiano a versi di canzoni, un miscuglio ritmico che se ne frega delle regole perché troppo impegnato a seguire le sue. A Bernardi non interessa accompagnare chi legge nel suo mondo, ti ci butta senza rete fin dalle prime righe introducendo i personaggi col minimo delle presentazioni possibile e lasciando che siano le loro parole e le loro azioni a definirli: amen se questo comporta che certi riferimenti riuscirai a capirli solo dopo svariate pagine, quando gli eventi ti daranno i mezzi per coglierli e il tuo cervello avrà trovato il modo di star dietro al flusso. Sembra la descrizione di un libro che fa dell’anarchia la sua cifra stilistica, eppure non lo è: ciò che permette al romanzo di avere questo ritmo è infatti un perfetto controllo della lingua utilizzata.

Fra slang e invenzioni Bernardi crea dei codici linguistici a cui riesce a rimanere perfettamente aderente, creando con la sola imposizione della lingua un mondo in cui i personaggi e gli eventi più improbabili risultano coerenti e credibili. Anche nel precedente Medusa la lingua era centrale, ma l’impegno nel trovare un proprio modo di dire le cose finiva per offuscare le cose che l’autore aveva da dire: in Città tropicale invece l’equilibrio viene raggiunto, adottando una forma fintamente rozza che è perfetta per l’ambiente in cui si muovono l* protagonist*, una metropoli senza nome che trasuda angoli dimenticati e squallidi, una Milano non Milano che si trasforma nei momenti più concitati della trama in qualcosa di simile alla Los Angeles degli action movie più pulp.

Adora l’abyssooo, disse la soprano. Guarda e impara sorella.

La barbona si girò verso Zoe inarcando il sopracciglio.

Adora che? Cos’è sta cosa?

Allora, disse la ragazza, te la faccio straeasy. Oltre ventooo terraaa acquaaa e fuocooo c’è l’abyssooo che li contieneee… e siccome gli opposti si attragono… per la legge dei contrari no? Se vuoi far piovere ti conviene partire dal fuoco ok? Per quello la fiammella funziona come porta… porta più chiave uguale abysso claro?

Non ho capito amore, disse la barbona.

Scaracchiando il vecchio riaprì gli occhi e intascò lo zippo.

In principio è l’abysso, disse, e l’abysso è la dea che canta la luce.

Sull’altare di questo incastro perfetto fra lingua, personaggi e ambientazione finisce per essere sacrificata la trama. In Città tropicale gli eventi si susseguono velocemente, le pause servono più come digressioni (le pagine in cui il Genio, ex aspirante rapper, e il Cieco, star ormai venduta al mercato, parlano senza fronzoli di integrità e successo sono una lucidissima analisi di ciò che probabilmente non va nel panorama rap odierno – e dico “probabilmente” perché è un genere che guardo troppo da lontano per arrogarmi il diritto di aver capito tutto) e le stranezze sono all’ordine del giorno, tra pseudoinfluencer fissate con la magia (Adoro è il personaggio con il nome più azzeccato di tutto il libro), biker inquietanti e scambi di droga parecchio complicati. Non ho suggerito il paragone con Cyberpunk: Edgerunners a caso, e nemmeno utilizzato il termine pulp a sproposito, perché le vicende narrate da Bernardi assumono toni sempre più esagerati e lisergici man mano che ci si avvicina al finale, al ritmo delle sniffate del Cieco e delle crisi d’astinenza di Zoe: nella presentazione del libro a cui ho partecipato l’autore ha affermato di essere partito dall’idea, suggerita dalla situazione pandemica, di una persona costretta per motivi indipendenti dalla sua volontà a sospendere la propria cura farmacologica per la salute mentale, e mi resta il dubbio su quanto certi eventi del libro accadano per magia, misticismo o allucinazione.

La strada ondeggia. Cammina remando contro il tram che rallenta stridendo, si getta di lato, una moto inchioda e il tipo massiccio in casco integrale e gilè aperto sul petto nudo si volta, sfiorandolo gli gira attorno e riparte. Casca e corre tra le siepi e si siede in un tunnel di fango e si trova in mano un biscotto della fortuna, scarta e spezza, spiega il biglietto ma non riesce a leggere. Con la mano spiaccica la baida contro un sasso e arrotola la banconota nella busta finché la narice sanguina, passa all’altra narice che zampilla pure finché è troppo ingessato per sapere se il setto è esploso o la tensione inibisce i movimenti volontari. Tutte in bianco le sei ragazze alate volteggiano rapidissime e la reginetta con il septum e un vestito corto verdino lo chiama con l’indice. Lui accosta il contagocce ma la mascella resta chiusa impietrita. Arpeggiandolo dall’occipite all’alluce si accavallano nervi che non sapeva di avere e lo sbudellano come un petardo in un rospo.

Ci sono libri che privilegiano lo stile, altri che privilegiano la trama. Città tropicale pende sicuramente verso la prima categoria, ma ha abbastanza energia nelle parole da trascinarti avanti qualunque cosa succeda: se l’esperienza è così intensa, in fondo, che non rimangano impressi tutti i passaggi della trama è l’ultimo dei problemi.

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Racconto in musica 147: Nel paese di Moria (Mount Eerie – Crow)

Mi scappa spesso la parola “originalità” quando parlo di qualche artista, ma negli ultimi tempi cerco di contenermi sempre di più. Non perché Signora mia, non si può più dire niente (anche se poi gente come Pio e Amedeo nomina la N word in diretta televisiva di sabato sera su Canale 5), ma perché mi accorgo che ciò che definisco originale spesso non lo è. Bello si, personale anche, ma originale magari no. Ho avuto svariate prove negli anni di questo, tipo accorgermi che molto del post-hardcore/post-punk/post-tutto che ho ascoltato negli anni era debitore in maniera apocalittica della pazzia di un per me irriconoscibile Nick Cave (io l’ho conosciuto col duetto con Kyle Minogue su Mtv e sì, ho dovuto googolare “Kylie Minogue” per ricordarmi come si scriveva esattamente: ho dei grossi limiti) coi suoi The Birthday Party fra fine anni settanta e inizia anni ottanta, e non significa che ognuno che ha fatto quel genere non sia riuscito a innovarlo o a renderlo una cosa sua o che qualcuno non si sia inventato qualcosa che effettivamente non c’era nel frattempo, ma che la parola originalità andrebbe sempre usata con una certa cognizione di causa.

Bonus track: Nick Cave pazzo a inizi anni 80

Anni fa recensii un paio di dischi di Urali, un progetto di cui vi avevo parlato anche qui, e rimasi folgorato dal modo in cui univa bucoliche suggestioni acustiche a improvvise sferragliate doom. Mi sembrava personalissimo e originale, e personalissimo lo rimane anche se meno originale di quel che credevo. O meglio, magari è anche originale nella mente di Ivan Tonelli, l’uomo dietro al progetto Urali, ma c’è qualcuno che nel lontano 1996 aveva già iniziato a esplorare quel connubio (e che probabilmente Tonelli conosce e rispetta) in quel di Anacortes, nello stato di Washington: il suo nome è Phil Elverum, altrimenti conosciuto col moniker Mount Eerie.

A permetterci di parlare di lui è un gradito ritorno, quello di Danilo Di Prinzio. Collaboratore di lunga data (potete leggere i suoi racconti qui, qui e qui), avrà l’onore di veder pubblicato il suo racconto L’albero della conoscenza assieme ad altri di svariat* autor* sul Numero Uno della rivista cartacea di Tremila Battute, che potrete trovare al banchetto che condivideremo con pièdimosca Edizioni in quel di Firenze RiVista. Eh sì, dal 22 al 24 settembre potrete venire a trovarci nel capoluogo toscano e probabilmente anche Danilo passerà di lì, per qui non vi diciamo più nulla su di lui (potete comunque recuperare informazioni dai link più in alto, fatelo che dà un sacco di soddisfazioni cliccare sui link, molta più che cliccare su “accetta tutto” quando vi chiedono se volete che i cookies profilino la vostra esistenza) a parte consigliarvi di leggere questo suo racconto uscito su Pastrengo e che, chissà perché, ci era sfuggito.

Ripercorrere l’intera carriera di Elverum è un’impresa titanica, costellata di più di venti album (che trovate tutti nel suo profilo Bandcamp) fra The Microphones, primo nome del progetto che comunque aveva lui come unico componente, e Mount Eerie, un nome quanto mai azzeccato vista la sottile vena perturbante che percorre tutta la sua musica, dai brani più incentrati sul binomio voce/chitarra acustica degli ultimi lavori agli esperimenti sonori più rumorosi e orgogliosamente lo/fi dei primi anni di carriera. I suoi primi vagiti musicali glieli pubblica su cassetta la misconosciuta etichetta KNW-YR-OWN di tal Bret Lunsford, con cui Elverum suona la batteria nei D+, ma il primo disco ufficiale esce nel 1998 per la Elsinore Records: Tests è l’unione dei precedenti lavori, una sorta di sgangherato best of del giovane Elverum che va dove vuole, si disinteressa completamente della forma canzone e lascia come unico filo conduttore con ciò che verrà dopo la sua voce esile e sognante, anche se ciò che sogna non è esattamente bucolico come certe sue produzioni potrebbero far pensare. Non vi farò una lista di tutti i suoi album dal peggiore al migliore (anche se un sacco di articoli acchiappalike usano questa formula, forse dovrei imparare a vendermi meglio), ma saltabeccando di qua e di là posso dirvi, per fare un esempio della poetica Elverumiana, che il disco di The Microphones del 2003 Mount Eerie, pubblicato dalla K Records che lo aveva affiancato dal secondo album, rappresenta il punto di passaggio da un moniker all’altro attraverso cinque lunghi brani che, fra rumorismi, intermezzi acustici, passaggi elettronici e aperture armoniose di synth paradisiaci, raccontano di come (wikipedia docet) Elverum muore, viene mangiato dagli avvoltoi e scopre il volto dell’universo. Non male, eh? E fate conto che con queste canzoni ci è arrivato in Giappone, come testimonia un live del 2003 registrato in terra nipponica.

Da qui in avanti Elverum inizia a firmare i dischi come Mount Eerie (monte sull’isola di Fidalgo in cui ha passato l’adolescenza), e pur rimanendo ancorato al suo luogo di origine e alle sue tecniche di registrazione minimali ma non dozzinali inizia a viaggiare per tutto il Nord America e l’Europa con la sua musica, sempre bizzarra (in Singers, uno dei tre album che sforna nel 2005 e realizzato registrando al volo brani nuovi con un tot di gente e un microfono piazzato in mezzo alla stanza, fa abbastanza specie il modo in cui tutti cantano allegramente I can’t believe you actually died nell’omonima e ultima traccia) ed estremamente personale. Nel 2008 si associa alla cantautrice Julie Doiron e al musicista Fred Squire per dare alle stampe Lost Wisdom, album in cui viene fuori pienamente l’animo folk di Elverum che diventerà una cifra stilistica ricorrente come l’autoproduzione, avventura iniziata tre anni prima attraverso la propria etichetta P.W. Elverum & Sun Ltd. Si fa suggestionare anche dalla musica ambient Elverum, come dimostrano dischi quali Wind’s poem (2009) e soprattutto l’accoppiata Clear moon e Ocean roar del 2012, che chiamo accoppiata non a caso visto che, in un esperimento che potrei anche smettere di definire bizzarro dopo tutto quello che ho scritto, l’artista condensa in unico album composto da due tracce di sei muniti l’una tutti i brani che compongono le due opere. E il risultato non è inascoltabile come si potrebbe pensare, anzi!

Se l’artista adora sperimentare sia musicalmente che in altri ambiti (è del 2007 una raccolta fotografica con tanto di 10 pollici allegato, mentre i packaging dei suoi dischi sono finemente curati da lui stesso), la sua vita privata rimane tranquilla almeno fino al 2015: sposatosi nel 2003 con l’artista e musicista canadese Geneviève Castrée, con cui collabora solo occasionalmente per evitare che l’ingerenza artistica nell’altrui carriera potesse avere contraccolpi sul matrimonio, a seguito della nascita della loro prima figlia a Castrée viene diagnosticato un cancro al pancreas non operabile, che nonostante gli sforzi (i due aprirono una pagina su GoFundMe per richiedere sostegno economico dopo aver esaurito i fondi per pagare le cure) la portano alla morte un anno più tardi. Gli ultimi dischi di Mount Eerie risentono di questo evento, soprattutto A crow looked at me del 2017, un lancinante e allo stesso tempo minimale atto d’amore verso la moglie che, attraverso l’esplorazione della morte e della vita che continua (uno dei brani si intitola When I take out the garbage at night), è uno dei modi di elaborare il lutto più sentiti in cui sia mai incappato. L’ultimo disco di Mount Eerie, Lost wisdom Part.2 (2019), lo vede di nuovo al fianco di Julie Doiron, mentre l’ultimo album edito è di nuovo a nome The Microphones: Microphones in 2020 è un’unica lunga traccia di quarantaquattro minuti, intensa e scarna, la rarefazione musicale in un progetto che ha portato Elverum a giocare con folk, ambient, noise finanche col black metal, tanto che Kerrang! lo ha inserito fra l* dieci artist* non metal più apprezzati dai fans del metal e i Wolves In The Throne Room, band black metal attiva dal 2003 che vive nelle stesse zone di Elverum, hanno remixato due suoi brani nel 2018.

Crow è l’ultima traccia di A crow looked at me, una ballata voce/chitarra acustica in cui la figura del corvo che dà il titolo alla canzone assume le sembianze di Castrée, ancora in essenza nel mondo attorno ad Elverum e alla loro figlia. Il racconto di Danilo è molto meno rassicurante ma l’ambientazione rurale e raccolta, così come la presenza di un padre ed un figlio che vivono in un’ambiente solitario, mi hanno fatto subito pensare alle atmosfere di cui è ammantata la musica di Mount Eerie: fatevi avvolgere e sconvolgere dalla vicenda subito dopo aver ascoltato il brano (o perché no, durante), a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Nel paese di Moria, di Danilo Di Prinzio

Il rifugio giace nella luce bruna del tramonto. All’interno un padre e un figlio. Poco dopo irrompe solitaria un’escursionista con indosso, a parte lo zaino, un involto nero e lungo che le cade parallelo alla gamba.

Durante la cena la donna si ritira per un istante nella camera adiacente per andare a prendere il fucile, quindi esce e lo centra alla testa del ragazzo. Con gli occhi simili a due buchi neri in pieno universo, stretti nella forma di un corpo, pone una questione all’uomo, che prima del pasto ha ringraziato il signore nel gesto della preghiera.

Tu pensi che Dio fermerà il mio dito?

Ti prego non farlo, è solo un bambino.

Rispondi alla domanda, o altrimenti premo il grilletto.

Io non lo so, io, io non lo so, io non lo so…

Allora perché preghi? Di cosa lo ringrazi?

È soltanto un’abitudine, preghiamo sempre prima di mangiare.

È solo un’abitudine.

Sì, solo un’abitudine, te lo giuro.

Ma Dio potrebbe esserci anche se tu preghi per abitudine.

Potrebbe esserci, sì, potrebbe esserci, ma ti prego di lasciarlo stare.

Ora preghi me? E tu credi che ti ascolti? Che sia in mio potere esaudire la tua preghiera, più di quanto lo sia in lui?

Lo credo… lo credo, io credo che tu sia una persona buona, io credo che tu sia una persona buona… lo credo.

Ma non hai risposto.

A cosa devo rispondere?

Dio fermerà il mio dito?

Sì.

La donna si volta verso il ragazzo.

Sì, lo fermerà, ripete quest’ultimo.

Vedi, mio caro papà, tuo figlio ha più coraggio di te. Ecco cosa significa essere ancora ragazzi, vivere ancora dentro quello scrigno di pura magia. Uno di voi due ha dato la risposta giusta, e l’altro ovviamente quella sbagliata. Ora, ditemi, chi di voi due ha dato la risposta giusta?

Ti prego di non farlo.

Adesso smettila di pregare, per favore. Abbi il coraggio di affrontare l’ineluttabilità del destino. Allora ragazzo, tu che dici? Hai dato la risposta giusta?

Sì.

Dio ti ringrazio…

E no, mio caro papà.

Lo sparo riecheggiò lungo il massiccio della montagna, fin sopra l’ultima vetta, dove la parete si ergeva spaccata e dritta contro il cielo, come la mano nodosa e ferma dell’Altissimo.

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Racconto in musica 146: Pezzi di te (Albedo – Stomaco)

La prima volta che mi si è palesato il legame fra racconti brevi e musica è stato tramite mio fratello. Il primo ad appassionarsi alla scrittura in famiglia è stato lui, e uno dei primi modi in cui ha deciso di “mettersi alla prova” è stato attraverso un concorso che, guarda un po’, metteva insieme parole e musica. Non ricordo il nome di quel concorso, ricordo invece quale artista gli fece da ispirazione: Ligabue. La sua carriera letteraria purtroppo si è fermata dopo solo un paio di miniraccolte di racconti (qui se vi può interessare trovate traccia delle sue pubblicazioni), i miei gusti musicali invece, molto influenzati da lui durante l’adolescenza, si sono (posso dire per fortuna?) lentamente distaccati.

Quando il legame fra racconti e musica mi si è definitivamente saldato addosso è stato fra il 2013 e il 2014, anni in cui ho prima scoperto e poi partecipato ad un concorso letterario che, in anni successivi, avrei anche contribuito ad organizzare: Provincia Cronica (il nome arrivava dritto da una canzone dei Baustelle), creato dall’associazione Asap – As Simple As Passion, l’associazione di cui entrai a far parte e con cui provai il piacere di smontare il salotto di casa ogni tanto per ospitare artist* nazionali ed internazionali. Nel 2013 la premiazione del concorso, che aveva come ragione d’essere la scrittura di un racconto basato su una canzone specifica (negli anni il tema furono, fra gli altri, brani di Fabrizio De Andrè, Lucio Dalla e Moltheni), fu organizzata a Cerano, il mio (ex) ridente paesello che normalmente ospita nella piazza principale nel giorno della festa Mal o la temutissima Shary Band (ma ci sono passati – incredibile – anche i Perturbazione), mentre nelle feste dei cantoni ci può scappare l’ennesima tribute band di Vasco (lo hanno fatto proprio ieri): Asap portò invece Moltheni (nel periodo in cui preferiva farsi chiamare col nome di battesimo, Umberto Maria Giardini), Daniele Celona e una band che io, per motivi che spiegherò più avanti, considerai per anni abruzzese anche se invece veniva da Milano. Quella band erano gli Albedo, e oggi vi parlo di loro.

Siamo intorno alla metà degli anni 2000 quando Raniero Federico Neri (voce, chitarra, piano e synth), Gabriele Sainaghi (basso, voce e percussioni), Luca Padalino (chitarra lapsteel) e Ruggiero Murray (batteria e percussioni) mettono insieme le loro forze per unire influenze musicali comuni, contenute in un ampio spettro che va dal post-rock al cantautorato passando per il pop, e riesce magicamente a farle convivere. Il primo risultato della loro passione, alimentata (come si legge direttamente dalla loro pagina Facebook) a botte di prove tre volte a settimana fino alle 5 del mattino “nelle orribili sale di Via Lombroso”, è il disco Il male, registrato a Torino e uscito in autoproduzione nel 2010. I quattro hanno le idee chiare su cosa dire e come farlo, non per niente partono con un concept album in cui il tema del male, come da titolo, si mischia con l’esperienza della realtà milanese, fra “parchi naturali di cemento e gelosia” e un sentimento di frustrazione che contamina anche la musica, arrabbiata, distorta e solo di rado ammorbidita da qualche brano più calmo. Sono i testi a colpire particolarmente più che la musica in questo primo atto della loro carriera, perché se dal lato sonoro gli Albedo devono ancora trovare una loro strada personale (il nome dei Ministri è quello più speso come paragone nelle recensioni, forse anche per provenienza geografica) sul fronte delle parole riescono già ad essere efficaci e dirompenti, senza peli sulla lingua quando si tratta di denunciare ciò che non va nella società (ascoltate A farmi intervistare e provate a non trovarci rimandi all’attualità, poi rimuginate sul fatto che è stata scritta più di dieci anni fa. Che cazzo abbiamo combinato in tutto questo tempo?) o nel mondo della musica stesso, come faranno solo due anni dopo con un brano in particolare. Quel brano è La musica è una merda e sta nel disco A casa, ancora un concept album che esce nel 2012 per Inconsapevole Records, una canzone che grida forte il proprio schifo per tutto ciò che fa moda nel circuito indie partendo in maniera semicitazionista di Up patriot to arms (il “pubblico di stupidi” con cui la band non vuole nemmeno parlare evoca nella mia mente il dissociarsi di Battiato dalle “pedane piene di scemi che si muovono”) per poi alzare la posta, fare i conti con le aspettative tradite “non di certo per gli stadi ma almeno per dormire non per strada tra i bidoni” accontentandosi dell’insuccesso altrui guardandoli “soffocare nella stessa merda che volevano suonare”. A casa non è però un disco arrabbiato come quello precedente, smussa i toni o meglio diversifica, mostra l’ampiezza del campionario artistico della band e apre a quello che è il primo album per l’etichetta V4V-Records di Michele Montagano, che è poi il motivo per cui io continuo a pensare che gli Albedo siano abruzzesi.

Abruzzese è infatti Mike, il creatore insieme a Giovanni Amoroso del blog StorDisco di cui vi ho parlato spesso e volentieri: non contento di scrivere di musica lì e da svariate altre parti (lo conobbi su Indie-Zone, l’ho scovato oggi con una recensione proprio di A casa su RockIt) dieci anni fa esatti mette in piedi un’etichetta, la V4V appunto, label definita “indie-perdente” la cui missione è produrre “solo ciò che ci piace”. Forse Michele conosce gli Albedo proprio attraverso la recensione citata in precedenza, forse li seguiva già da parecchio, sta di fatto che la prima uscita dell’etichetta nel 2013 è Lezioni di anatomia, l’ennesimo concept album (avrete capito che fanno sempre questo) in cui protagonista diventa il corpo, o meglio le sue parti. Ognuno dei nove brani si concentra su arti e organi specifici, abbraccia il loro punto di vista mostrandoci le ragioni del Cuore da un punto di vista originale (“questa gabbia d’ossa mi protegge ma mi esclude da tutti voi” sussurra tramite la voce di Neri, mentre è più deciso quando afferma “se tutti facessimo cosa dice quello là sopra […] tanto varrebbe mettersi tutti in croce e marciare come nazisti”) come quelle del Fegato, delle Gambe, di Dita immaginate in fuga di modo che “nessuno le userebbe per sparare”, ma se i testi si mantengono di alto livello anche la musica cresce, affianca ruvida le lamentele dello Stomaco ma accumula riverberi, sfodera in Schiena un binomio piano-voce da brividi e giustifica sempre più, con arrangiamenti ariosi e una spiccata varietà, l’influenza dichiarata del post-rock (e Marracash gli copia pure il concept nel 2019, senza riuscire ad esserne aderente alla stessa maniera). La band già gira per tutto il paese (ho questo ricordo di una data alla Cooperativa Portalupi di Vigevano, alimentata dall’immagine di una locandina appesa alle parte del locale), lo fa ancora di più (con alterne soddisfazioni, perché come dice Neri in questa intervista “nessuno vuole 600 birre in camerino o quali assurde pretese, ma che ci siano due spie funzionanti e non suonare di fronte a gente che mangia in un pub e che non gliene può fregare niente di te”) e, dopo la prima apparizione al MiAmi nel 2012, fa ritorno al MiAmi Ancora del 2014, oltre a dividere il palco con gente tipo Niccolò Fabi, Paolo Benvegnù, Zen Circus e sua maestà (per noi) Giorgio Canali. Partecipano anche a una compilation tributo ai Nirvana di Inconsapevole Records, When I was an alien, donando intensità e distorsioni a Something in the way.

Non riposano sugli allori però gli Albedo, e già nel 2015 arriva sempre per V4V Metropolis, in free download come il precedente e come quasi tutta la loro discografia all’uscita. Influenza dichiarata stavolta è il film di Fritz Lang, sfondo su cui costruire un viaggio in cui si sommano i temi della dicotomia fede/scienza, della solitudine, dell’ansia di successo, dell’amore e dell’odio. Ancora più libero del precedente nell’inseguire una forma canzone staccata da regole prefissate mantenendosi comunque orecchiabile, rock nell’essenza ma integrando i synth sempre più nella formula sonora, Metropolis alza ancora di più l’asticella e crea coi testi un racconto quasi circolare, coerente nel suo andamento e pieno di frasi che ti si stampano in testa nella loro cruda poeticità (memorabile I miei nemici, descritti come persone che “si aspettano qualcuno che li sappia odiare per bene, e chi li sappia far cadere giù per terra, così che qualcuno li possa raccogliere dallo loro stessa merda e farli sentire importanti”). Dopo questo ennesimo successo la band fa le cose un poco più con calma visto il fuoco di fila di tre album in quattro anni, e ce ne mette tre prima di tornare nel 2018 con l’Ep Paura (registrato dal batterista della band Murray), sempre con la V4V, sempre con l’intenzione di dire qualcosa di importante, illustrando con sonorità inaspettatamente più morbide ma sempre di estrema eleganza il “continuo interrogarsi fra un padre e un figlio”, per usare e loro parole. Da allora purtroppo il silenzio, una versione live di Cuore eseguita piano e voce da Neri ad aprile 2020 e qualche raro messaggio su Facebook: “Ode quindi alle piccole band ormai scomparse all’ombra dei tik toker, delle guerre ingiuste e di una pandemia che ci ha portato via così tanto” scrivono nell’ultimo post, noi incrociamo le dita nella speranza che fra quelle band non compaia ancora per anni il loro nome.

Stomaco è la terza traccia di Lezioni di anatomia, una canzone viscerale (di cui nel booklet interno dicono che “deve fare i conti con A day in the life“) in cui è l’organo stesso a esplicitare una fame d’amore mai saziata. Quindi per la seconda settimana consecutiva si parla di cibo, e anche questa volta in maniera molto laterale: cos’avrà combinato con la sua fame l* protagonist* della vicenda per arrivare ad appendere una lettera-confessione alla porta di casa? Potete scoprirlo subito dopo la canzone che fa da colonna sonora al racconto, Tremila Battute va in vacanza fino a settembre ma torneremo con delle novità e molto probabilmente anche un’occasione per vederci dal vivo: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Pezzi di te

Amore,

ti lascio questa lettera attaccata alla porta di casa perché entrando tu sia consapevole che ciò che ho fatto non l’ho fatto per vendetta. So che darai la colpa ai miei scatti di rabbia, ma non farne una questione di equilibrio mentale: la mia era solo una ricerca.

Ho iniziato dai libri, perché dicevi sempre che la cultura appaga. Ti lamentavi del fatto che leggessi poco e male, ma ricordo ancora la sensazione che mi aveva lasciato quella poesia che mi avevi letto anni fa. Mi pare fosse Keats, ma poteva pure essere King, così ho deciso di assaggiare a caso e ti dirò, il sapore della carta non è neanche così male: ma la cultura non ha placato la mia fame.

Ti chiedo scusa in anticipo per la sbroffata di vomito sulla parete vicino al divano. Volevo sentire quello che senti tu, così ho preso le tue medicine invece delle mie. Ne ho prese tante, per annullare i pensieri, per capire cos’avresti potuto dirmi nei momenti migliori invece di gridare che sono un fallimento, che sono inutile, che dovrei segarmi le vene con una lama arrugginita che almeno se non mi dissanguo mi ammazza la setticemia. Volevo capire come potevamo essere senza tutta la cattiveria gratuita ma non preoccuparti, il sangue non c’entra con quello che ho appena scritto.

Ora di sicuro avrai aperto la porta e mi starai cercando, e non trovandomi ti renderai conto del casino che ho lasciato. Ricomincerai a leggere e mi maledirai perché procrastino sempre le spiegazioni (hai notato che so come usare la parola “procrastino” anche se leggo poco?): ti chiedo scusa anche per questo, sai che mi piace mettere le cose in fila alla mia maniera. Forse sono davvero nello spettro dell’autismo come sostenevi anche se, diciamocelo, fosse per te sarebbero tutti autistici. Comunque sto bene, davvero, non fare caso al sangue.

Ho mangiato un po’ di soldi. Niente di che, dieci euro e una moneta da cinque centesimi, ma se li rivuoi trovo il modo di farteli avere. L’ho fatto perché mi dicevi sempre che i soldi la felicità la fanno eccome, e ho mangiato anche una boccetta di vitamine perché dicevi che se c’è la salute c’è tutto (le schegge mi si sono infilate fra i denti, un po’ del sangue arriva da lì. E anche il vomito mi sa che è colpa del cocktail tranquillanti-vitamine, o forse sono solo i tranquillanti). Quello che voglio farti capire è che ho cercato di trovare qualcosa di noi in quello che avevamo, ma non sono riuscito a trovarlo da nessuna parte. Ho sperato fosse rimasto attaccato alle lenzuola, ma ho solo rischiato di soffocare (la carta ha decisamente un sapore migliore della stoffa).

Mi sa che non potremo capire insieme dove s’è perso il nostro amore, così ho deciso di assaggiarmi. Giusto un morso al polso, per cominciare a farci l’abitudine: d’ora in avanti dovrò bastarmi da me. Ecco spiegato il casino, ecco spiegato il sangue. Perdonami, non potevo andarmene senza capire: spero che riuscirai a farlo, io sono sicuro che rimarrai sempre con me, almeno in una parte del mio stomaco.

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Il pacco dietro al pacco: lavorare ad Amazon ne Il magazzino di Alessandro Delfanti

Foto di Joshua Brown: https://www.pexels.com/it-it/foto/luci-scuro-alberi-sera-12820603/

Ho più volte esplicitato che il tempismo non è il mio forte, infatti questo articolo avrebbe avuto ancora più senso se fosse stato pubblicato settimana scorsa. Perché? Per il semplice motivo che l’11 e 12 luglio c’è stato il Prime Day (che poi, essendo due giorni, non avrebbe più senso chiamarli Prime Days?), il periodo in cui Amazon dedica all* affezionat* clienti sconti sbalorditivi. Ne avete approfittato? Anche voi vi siete sentit* come se aveste ricevuto un premio, alla stregua della protagonista dello spot (che avrei voluto linkarvi, ma una ricerca su YouTube rimanda solo a risultati di consigli su qualsiasi cosa da acquistare da parte di utenti affamati di views)? Se avete risposto in maniera affermativa alle due domande spero che, oltre a ringraziare gli altri utenti e il gatto (ma chi li scrive sti spot? Meno male che hanno incluso anche il corriere), vi siate ricordati di ringraziare anche l* magazzinier*.

La vita nei magazzini di Amazon è infatti tutt’altro che rose e fiori. Lo illustra bene Alessandro Delfanti nel suo Il magazzino, pubblicato nel 2021 dalla Pluto Press di Londra e arrivato in Italia da pochi mesi grazie a Codice Edizioni: basato su interviste condotte fra il 2017 e il 2021, il libro si concentra sulla realtà lavorativa negli enormi capannoni dove la merce viene stoccata e smistata, mostrando una realtà a tratti distopica che converrebbe conoscere prima di acquistare qualcosa sull’onda dell’entusiasmo per uno sconto.

Il sottotitolo del libro, Lavoro e macchine ad Amazon, è efficace nell’evidenziare subito i due ambiti su cui si è concentrata la ricerca di Delfanti: le condizioni lavorative all’interno dei magazzini, indagate attraverso interviste a dipendenti ed ex dipendenti e tramite visite di persona in strutture italiane e internazionali; il modo in cui le macchine influenzano queste condizioni e, soprattutto, come potranno influenzarlo ulteriormente. Che l’azienda di Jeff Bezos non sia in cima alle liste delle aziende più magnanime verso i propri dipendenti è già stato estrapolato da svariate inchieste giornalistiche, ma addentrarsi fra i corridoi dei capannoni, pagina dopo pagina, rende più palese e chiaro il modo in cui il fondatore di Amazon si stia arricchendo sulle spalle della forza lavoro e come sia urgente e necessario trovare delle contromisure.

Work hard. Have fun?

Il libro di Delfanti si articola in sei capitoli che prendono spunto da alcuni dei motti più celebri dell’azienda. Il primo, Relentless – Implacabile, funge un po’ da introduzione, mostrandoci i meccanismi sui quali è stato costruito il successo dell’azienda di Seattle e che ha permesso a Bezos di accantonare un patrimonio enorme, talmente ingente che il fondatore dell’azienda con i guadagni del solo 2020 avrebbe potuto donare a ogni singolo dipendente centomila dollari mantenendo il proprio conto in banca a livelli pre-Covid… ma ovviamente non lo ha fatto, per cui l’unica maniera per spendere i suoi soldi in maniera equa è affidarsi a questo gioco. Una delle cose più inquietanti che si scopre già da queste prime pagine è che la maggior fonte di guadagni per Amazon non è il settore della vendita di prodotti, bensì di servizi digitali: Amazon Web Service è infatti la vera gallina dalle uova d’oro, capace di affittare i propri spazi web e cloud a giganti come Uber, Airbnb e Netflix (tenetelo a mente quando vorrete ribellarvi pagando la grande N per boicottare Prime Video) come di vendere tecnologie di sorveglianza ai governi. Se vi state chiedendo “che bisogno c’è di sfruttare i propri dipendenti se bastano dei server a farti diventare ricco?” evidentemente non siete nella testa di Bezos, e non siete implacabili tanto quanto lui e l’azienda che ne rispecchia il credo.

La realtà sul campo, a Piacenza come altrove, ha indotto molti a dubitare delle promesse di emancipazione e modernizzazione fatte dall’azienda di Seattle. Prendiamo l’Inland Empire, in California. Oggi Amazon dà lavoro a circa 20000 persone che vivono in quella zona, e anche se dopo il suo arrivo la disoccupazione è diminuita, il numero di persone che vivono in povertà è aumentato. Negli Stati Uniti, da alcune inchieste di giornalisti e studiosi è emerso che molti dipendenti Amazon devono affidarsi ai buoni alimentari (food stamps) per arrivare a fine mese, e che dopo l’apertura di un nuovo FC il reddito famigliare nell’area limitrofa tende a calare.

Nel 2018 un rapporto dell’Economic Policy Institute intitolato Unfulfilled Promises ha dimostrato che la maggior parte dei fulfillment center di Amazon, pur creando posti di lavoro nei magazzini, non porta a una crescita complessiva nell’occupazione nel settore privato, perché molti altri posti di lavoro vanno persi.

Il magazzino, pag. 37

Il marcio però viene fuori principalmente nella parte centrale del libro. I capitoli Work hard – Lavora sodo e Have fun – Divertiti illustrano due facce della stessa medaglia, ovvero la continua imposizione di un ritmo a lungo termine massacrante (secondo rapporti aziendali interni ai magazzini statunitensi nel solo 2019 Amazon ha registrato un tasso di infortuni gravi di 7,7 ogni 100 dipendenti, quasi il doppio della media nel settore logistico) e il modo in cui questo viene fatto illudendoti che il posto di lavoro sia un ambiente divertente e stimolante. Immaginate di camminare velocemente per recuperare oggetti da una parte all’altra di un capannone enorme per otto ore, seguendo tempistiche scandite da uno scanner di codici a barre (che ogni tanto vi pone domande sul vostro livello di soddisfazione lavorativa, lasciandovi col dubbio se le risposte potrebbero o meno essere usate contro di voi), il tutto mentre l* cap* reparto vi sfidano a dare di più per raggiungere gli obbiettivi della “squadra” (ma non vi avviseranno mai se li raggiungerete) e, se sarete l’elemento più performante, vi regaleranno una borraccia o una maglietta: questo è un esempio ultrasemplificato di come può svolgersi la giornata lavorativa tipo di un picker, uno degli addetti alla raccolta degli oggetti da spedire, senza mettere in conto gli straordinari richiesti senza preavviso. Delfanti va ovviamente molto più nel profondo, analizzando anche come l’algoritmo che gestisce gli spazi di stoccaggio toglie professionalità all* dipendenti, rendendol* superflui anche dopo anni di lavoro in azienda.

Gli associate di MXP5 che hanno avuto modo di lavorare anche in magazzini tradizionali avvertono chiaramente questa differenza. Là venivano trattati come detentori di un sapere prezioso – letteralmente, sapevano dove stavano le cose – e fondamentale per il buon funzionamento del magazzino. Alla luce di questo, il loro valore si preservava nel tempo. Detenere questa conoscenza era una forma di potere, che poteva essere usata come leva e tutela. Amazon ha rimpiazzato questa organizzazione con una procedura complessa che coinvolge centinaia di stower per generare una forma di inventario caotica, gestita per via algoritmica e che nessun umano potrebbe mai dominare interamente.

Il magazzino, pag. 66

Tutto questo per alimentare la Consumer obsession, la passione per il cliente analizzata nel capitolo specifico e a cui si sacrifica qualunque cosa, che sia il tempo per le preghiere della forza lavoro musulmana o, in periodo di pandemia, la distanza minima da mantenere (difficile rispettarla se questo comporta un rallentamento del ritmo di lavoro, soprattutto se questo ti verrà contestato in ogni caso). Dove le cose si fanno distopiche è invece nel capitolo Reimagine now – Reimmagina adesso, dove Delfanti scandaglia le possibili future innovazioni all’interno dei magazzini estrapolate dai brevetti già acquisiti dall’azienda: molti di questi sono accumulati per trarne profitto sotto forma di concessione della licenza d’uso (il brevetto per il sistema di pagamento 1-Click è uno dei più lucrosi in possesso di Amazon), altri immaginano una sempre più stretta collaborazione tra robot forza lavoro in modo che quest’ultima possa sostenere ritmi più alti (come già accade nei fulfillment center robotizzati, dove alla minor fatica fisica fanno da contraltare un lavoro ancor più alienante nella sua ripetitività e un tasso di infortuni che supera del 50% quello degli FC non robotizzati). Non esiste invece il pericolo di venire sostituiti dalle macchine, diversamente da quanto affermavo in questo articolo sul saggio di Mark O’Connell Essere una macchina, perché

Amazon però non sta pianificando l’eliminazione dei dipendenti dai suoi magazzini. Nonostante l’hype che genera attorno a questo tema, anche grazie ai suoi futurologi, l’azienda non ha alcun problema ad ammettere che ci sarà comunque bisogno di lavoro umano: la manodopera resterà, perché costa meno ed è più facile da controllare e scartare rispetto ai robot. Ciò che Amazon sogna in realtà sono nuovi modi di spremere valore dalle lavoratrici e dai lavoratori. Quello che sogna è di trattarli come robot.

Il magazzino. pag. 177

Make history, magari un’altra storia

Per quanto il libro di Delfanti analizzi Amazon nella sua globalità, mostrando come diverse realtà e, soprattutto, diverse leggi che regolano il lavoro limitano o accentuano le possibilità di sfruttamento del “capitale umano” su cui l’azienda lucra, un occhio particolare viene mantenuto sull’hub di Piacenza, l’MXP5, dove si sono concentrati i primi movimenti sindacali e le prime proteste sul territorio italiano. Molte delle voci attraverso cui è possibile farsi un’idea della realtà all’interno dei magazzini provengono da qui, voci di ex dipendenti, di dipendenti insoddisfatt* e anche di dipendenti che hanno preso parte alle serrate attraverso cui, ad esempio, nel 2021 è stato possibile bloccare la consegna di 250000 ordini. Le contestazioni si stanno facendo sempre più organizzate, i sindacati sono riusciti a entrare anche in altri magazzini e gli obiettivi si stanno facendo più ambiziosi (alla riunione degli azionisti 2019 il collettivo Amazon Employees for Climate Justice ha chiesto all’azienda di fare i conti col suo impatto ambientale), segno che non tutto è perduto.

Nonostante quanto scritto finora, però, c’è anche chi è contento di lavorare nei magazzini di Amazon. Non lo nasconde nemmeno Delfanti, anche se com’è ovvio si concentra principalmente sui malumori e le storture del sistema, e nel mio piccolo ho anche io delle testimonianze di prima e seconda mano di persone assunte nell’hub di Novara, l’MXP6, inaugurato a settembre 2021: d’altronde non è così improbabile trovare soddisfacente un luogo di lavoro quando le alternative sono dello stesso livello, se non peggiore. È forse meglio lavorare sei mesi per una piccola azienda che alla fine te ne pagherà solo tre, com’è capitato a un mio amico? Non è preferibile una camminata veloce di otto ore in un magazzino quando nel tuo precedente lavoro venivi sottopagata e contattata ben oltre l’orario di lavoro, come capitato per anni a un’amica che vedeva nel lavoro in MXP6 quasi una vacanza (per fortuna non ha avuto tempo di ricredersi, visto che ora gestisce un rifugio in montagna)? È così diversa da quella di un dipendente Amazon, a livello di permessi retribuiti e ferie concesse, l’esperienza di un dipendente Barilla che a colpi di contratti a tempo determinato per tre anni non ha potuto organizzare le ferie con la sua famiglia? L* stess* dipendenti del piacentino rischiano di licenziarsi solo per finire a lavorare in uno degli altri magazzini della zona, cementificata oltre ogni limite ambientale da altre aziende come Ikea, TNT e Zalando, e chissà se lì avranno l’aria condizionata. Amazon sta sicuramente facendo scuola ma è il mondo del lavoro tutto che dovrebbe porsi delle domande, perché se un colosso della vigilanza privata come Mondialpol si permette di pagare la propria forza lavoro con retribuzioni orarie al di sotto della soglia di povertà (ma ringraziamo il ministro Tajani, che sulla questione del salario minimo pare abbia affermato “Noi vogliamo un paese in cui tutti possano guadagnare di più, non un paese come l’Unione Sovietica in cui tutti guadagnano la stessa cifra”, il tutto prima di fermare eroicamente un comunista che stava per mangiare un bambino) e nelle agenzie pubblicitarie milanesi scoppia con estremo ritardo una bufera sulle molestie sessuali perpetrate sul luogo di lavoro (speriamo che scoppi presto anche quello relativo agli orari assurdi che l* dipendent* sono costrett* a sopportare per creare contenuti che ci convincano a comprare cazzate che non ci servono) possiamo facilmente renderci conto di quante storture esistono e vanno combattute. Proprio per questo motivo la lettura di Il magazzino è importante: aiuta a tenere gli occhi aperti, ci mantiene allerta per capire dove e come arriverà il prossimo attacco alla nostra libertà, che si lavori alle dipendenze di Bezos o meno.

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Racconto in musica 145: Hai fame? (AJJ – Body terror song)

Giovedì ho avuto il piacere e l’onore di essere ospite della rassegna organizzata dall* amic* di Read And Play ai Bagni Elsa N°3, dove ho approfondito il tema di questo articolo e parlato di musica indipendente, calcio e, incidentalmente, di comunismo, anarchia e antitatcherismo. Non so dire esattamente quale sia stata la resa dall’esterno, d’altronde come dicevano i Butthole Surfers “You never know just how to look through other people’ eyes”, ma quegli accenni a temi un minimo politicizzati hanno convinto una signora che parlava solo inglese (e che pertanto non so cos’abbia capito di tutto il reading) a venirmi a parlare una volta finito il tutto, instaurando una conversazione stentata (il mio inglese fa schifo) che è finita su manifesti anarchici, salute mentale e legge Basaglia. Quanto è fantastico nella sua bizzarria il mondo?

E pure la locandina fatta da Alessandro Baronciani!

Ma sta premessa ha un senso o serve solo a permettermi di tirarmela perché sono stato in spiaggia tra Fano e Pesaro a parlare alle genti e mi hanno pure offerto da bere? Il senso c’è, ed è relativo al fatto che la band di cui parliamo questa settimana è uno di quei gruppi belli politicizzati come piacciono a noi: diamo il benvenuto perciò agli AJJ.

A permettermi di parlarne è ancora una volta Simona Lazzaro. Ve la ricordate? È stata ospite di Tremila Battute giusto un mesetto e mezzo fa, ma da allora ha fatto in tempo a uscire il suo racconto per la rivista Gargolla e abbiamo rintracciato anche una sua microfinzione uscita su Coven Riunito. Se non vi basta questo potete seguirla anche su Lasettimanatv, dove parla di serie televisive, o su NanoTv, dove collabora al salotto letterario.

AJJ quindi, acronimo di coloro che una volta si facevano chiamare Andrew Jackson Jihad. La band si forma come trio nel 2004 a Phoenix, ma quando un anno dopo registra il primo album il trio, causa sparizione del batterista, è già diventato un duo: Candy cigarettes, capguns, issue problems! and such esce così per l’etichetta Audioconfusion Manifesto (label improvvisata dietro cui si cela lo studio di registrazione Audioconfusion di Jalipaz Nelson, che rimarrà collaboratore di lunga data della band) registrato dai soli Sean Bonnette (voce e chitarra acustica) e Ben Gallaty (contrabbasso, basso e cori), l’ossatura che rimarrà sempre stabile degli AJJ. I primi lavori del duo sono prettamente acustici con brani raramente sopra i due minuti, anti-folk dall’estetica punk che permea anche il secondo disco People who can eat people are the luckiest people in the world (2007), album che oltre ad avere uno dei migliori titoli nella storia della musica li porta anche sotto il cappello della Asian Man Records, sotto cui rimarranno a lungo. È la stessa etichetta a pubblicare, dopo una scappatella con la Plan-it X Records per registrare l’Ep Only God can judge me, il terzo album Can’t mantain (2009), dove le cose a livello musicale iniziano a cambiare: il lato punk prende spazio, appaiono altri strumenti (al disco collaboreranno una quindicina di musicisti) e il suono si fa più vario e sfaccettato. Ciò che non cambia sono i testi, incentrati su temi sociali, politici, religiosi ed esistenziali, spesso concisi e ironici ma capaci di cogliere comunque il punto.

Gli AJJ parlano molto di odio, di gente sbandata e incapace di trovare una direzione, non indorano la pillola e fanno vedere entrambi i lati della medaglia, perché se la rivalsa è possibile non sempre questa avviene. Forse il miglior modo di illustrare la loro poetica, più che proseguire il banale elenco dei dischi, è il trittico composto da People, People II: the reckoning (ironicamente contenuta nello stesso disco di People, ma la precede nella tracklist) e People II 2: still peoplin’, in cui affrontano la meraviglia di avere a che fare con le persone nonostante i loro difetti, l’odio che ti fanno salire le persone che hai attorno per finire con un campionario di umanità sconfitta, persone che non vogliono sentirsi dire che è tutto nella loro testa perché i problemi possono essere personali ma le soluzioni devono essere collettive, perché come recita il testo “We’re all two or three bad decisions away from becoming the ones that we fear and pity”. La musica degli AJJ è auto-aiuto brutale mascherato con una musica trascinante e vitale, ti illustra quanto la vita fa schifo mentre ti insegna a riprenderne il controllo (“‘Cause I think you deserve much more/ than a smoke and fifty cents/ you deserve to be self-sufficient/ and buy your own cigarettes” recitano in Zombie by The Cranberries by Andrew Jackson Jihad, dimostrando anche quanto sono il miglior gruppo del mondo quando si tratta di trovare un titolo a un disco o ad una canzone). La loro coerenza non può avere miglior marchio della decisione, nel 2016, di adottare l’acronimo con cui li trovate citati, smettendo di usare Andrew Jackson Jihad come nome non volendo più fungere da “living reminder” dell’ex Presidente USA Andrew Jackson (definito “un’interessante figura storica ma una persona odiosa per il quale è scemata la fascinazione”) e in quanto il termine jihad usato da loro, non musulmani, sarebbe irrispettoso e irresponsabile. La carriera degli AJJ prosegue ancora oggi, in una formazione che dall’album Knife man del 2011 vede in pianta stabile Preston Bryant (chitarra elettrica, tastiere e cori) e Mark Glick (violoncello e chitarra baritona), e di album e tour (nel 2012 girarono gli States con i Future Of The Left, che qui a Tremila Battute conosciamo bene) da allora ne sono passati parecchi: l’ottavo, Disposable everyting, è uscito a maggio di quest’anno per Hopeless Records (curiosamente la label che hanno appena lasciato le Destroy Boys, di cui abbiamo parlato da pochissimo), e anche se nel frattempo la velocità è calata e i suoni si fanno fatti un poco più morbidi la carica dissacrante polemica della loro musica continua a rimanere intatta.

Body terror song è la terza traccia dell’album del 2020 Good luck everybody, e pur partendo da una riflessione sul suo stesso corpo di Bonnette riesce ad assumere una valenza universale: l’ha colta bene Simona che tratteggia una storia di anoressia a cui bastano poche immagini e nessun semplice stereotipo per risultare potente, dimostrando ancora una volta di saper usare chirurgicamente le parole. Potete leggere il suo testo subito dopo il link al brano che l’ha ispirata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Hai fame?, di Simona Lazzaro

Mattino

Sale sulla bilancia.

Il colore del suo corpo nudo è violento, una ferita nel candore del bagno. Le curve alla fine si sono arrese, come ogni volta, e hanno ceduto il passo agli spigoli. Le ossa disegnano sulla pelle una linea sporgente e lei ci passa e ripassa le dita.

Pomeriggio

J. sorride e le offre una fetta di pizza. L’odore le fa girare la testa. Sorride anche lei, non ne ho voglia, gli dice, e questa non è proprio una bugia. La fame è una voragine, un tormento che erode la carne – ma lei non vuole riempirla. Deglutisce a fatica. Rinunciare è una delizia.

J. apre la bocca – un’altra ferita – ma poi la richiude in fretta. Le lancia uno sguardo ed esce dall’aula.

Sera

Già quella sera lei non sa che farsene di quel ricordo, di quegli occhi e della sua bocca suturata. La pietà non si mangia, non riscalda e non riempie. Solo la fame sazia la fame.

Sale sulla bilancia.

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Tremila Battute come Le Iene: l’intervista doppia ad Antonio Vangone e Alfonso Lentini

Ok, non ci faccio una grande figura a paragonare questo blog a uno dei programmi che ha avuto il più drastico calo di qualità degli ultimi anni, però quando ho proposto ad Antonio Vangone (che su queste pagine è apparso più e più volte) e Alfonso Lentini di rispondere ad alcune domande relative ai loro libri usciti per pièdimosca edizioni, la prima cosa a cui ho pensato è stata “facciamo un’intervista doppia come Le Iene!”. Questo significa che Tremila Battute sta andando incontro allo sfacelo? Dovrei alzare l’asticella del mio livello culturale invece di guardare Temptation island al lunedì? Solo il tempo darà tutte le risposte, intanto approfondiamo un po’ il contesto.

Attribuzioni di Vangone e Noi siamo i lupopesci di Lentini sono il terzo e quarto volume pubblicati, il 21 aprile, all’interno di glossa, la collana a margine “dirottata” da Carlo Sperduti. I più affezionati fra di voi ricorderanno questa intervista a Sperduti, in cui presentava brevemente quel grande spazio virtuale che risponde al nome di multiperso: da lì a contattare pièdimosca per pubblicare un’antologia delle migliori microfinzioni del blog il passo è stato breve, come quello successivo che ha portato alla creazione di una collana specializzata nelle narrazioni brevissime, i cui primi volumi (l’antologia stessa e Statue linee di Marco Giovenale) sono usciti a novembre 2022. Da affezionato frequentatore del multiperso già sapevo che anche Vangone e Lentini ne erano a loro volta invischiati, la prima domanda mi è sorta quindi spontanea.

Come sei entratto in contatto con il multiperso?

V: “Ho conosciuto il multiperso per caso. Sono anni che scrivo sulle riviste letterarie indipendenti, è così che ho cominciato. Il panorama che vanno a costituire è tanto stimolante quanto instabile: riviste e blog aprono e chiudono in continuazione e non è facile tenere traccia delle loro iniziative. Io ci provo, però, e se ricordo bene è frugando tra i suggerimenti di una rivista su cui avevo pubblicato in passato che ho trovato il multiperso. L’idea alla base del progetto e i riferimenti letterari proposti da Carlo Sperduti mi hanno molto entusiasmato e il riscontro ai miei testi è stato altrettanto positivo; ne è nata quindi una collaborazione vivacissima.”

L: “Semplice: tutto inizia dal mio rapporto con Carlo Sperduti, che seguo da anni avendo letto e apprezzato moltissimo alcuni suoi libri. Con lui per un certo periodo ho mantenuto un rapporto occasionale, ma quando sono venuto a conoscenza del multiperso e del progetto sulla scrittura breve ad esso collegato, non ho esitato a inviargli alcune mie microfinzioni. Quello della scrittura breve e frammentaria è infatti un percorso che sento come congeniale e che pratico da tempo. Alcuni miei libri precedenti (in particolare “Tre lune in attesa” del 2018) sono raccolte di testi brevi o brevissimi e in generale la mia ricerca espressiva ruota attorno alla brevità da intendere però non necessariamente in senso strettamente quantitativo, ma come rifiuto della narrazione organica e compiuta a vantaggio della frammentarietà. Cosi quando Carlo ha deciso di progettare per pièdimosca la collana glossa, l’unica in Italia interamente dedicata alla scrittura breve, mi è sembrato naturale proporgli un mio inedito.”

La comunità che si è creata attorno a multiperso e, come naturale evoluzione, intorno a glossa è variegata per età, esperienze e, soprattutto, stile. Quello che non cambia è lo spazio entro cui convogliare la propria fantasia: massimo 2500 battute per microfinzione, un numero ridotto di caratteri che però è diventato uno stimolo per scrittori e scrittrici e, ovviamente, anche per Vangone e Lentini.

Qual è il tuo rapporto con la microfinzione?

V: “La amo molto. Condensando in poco spazio intere realtà si lascia modo a chi legge la possibilità di riempire i vuoti come meglio crede. Trovo che quest’ambiguità sia un grande atto di fiducia verso il lettore, che di fiducia e ambiguità vive, o almeno dovrebbe.
La brevità della microfinzione permette poi cambiamenti repentini di genere, umore, punto di vista; altro aspetto per me cruciale è che in testi di poche righe si possono sperimentare meccanismi linguistici che a lungo andare diverrebbero insostenibili. Insomma, ci si diverte.”

L: “Ti rispondo partendo dal fatto che la mia formazione risale agli anni settanta, quando vivevo a Palermo e – giovanissimo – sono entrato in contatto con un’area di autori che faceva capo alla neoavanguardia e a Gaetano Testa (scrittore che aveva partecipato al Gruppo 63 ed aveva già pubblicato con Feltrinelli). In quest’area si praticava con spirito anarchico un tipo di scrittura aperta, spiazzante, volutamente disorganica e spesso i testi che uscivano in riviste come Fasis o Per Approssimazione (che poi diventò un casa editrice molto trasgressiva) erano frammenti molto brevi. Uno dei miei primi libri, L’arrivo dello spirito (pubblicato nel 1991 insieme a Carola Susani), uscì con questa casa editrice ed era in sostanza una raccolta di microracconti piuttosto spiazzanti. Anche dopo il mio trasferimento a Belluno ho mantenuto un rapporto con quel tipo di sperimentazione e in particolare sono rimasto legato a uno di quegli autori palermitani, Francesco Gambaro. Più recentemente, poco prima di morire, Gambaro aveva dato vita al quotidiano di scrittura online Il Cucchiaio nell’Orecchio che in un certo senso è un’ideale derivazione di quella nostra ormai lontana esperienza. Ancora oggi Il Cucchiaio nell’Orecchio continua a uscire, diretto da Gaetano Altopiano, ed è diventato un importante punto di riferimento per molti autori che, pur diversi fra loro, sono accomunati da un’idea di scrittura non riconducibile ai canoni tradizionali. Il Cucchiaio, insieme al multiperso, rappresenta per me una specie di palestra che mi mantiene in allenamento. E non è un caso che Noi siamo i lupopesci sia dedicato proprio a Francesco Gambaro, amico di sempre e compagno di tante avventure culturali: senza la sua affettuosa complicità e senza i suoi decisivi incoraggiamenti, davvero, ‘senza di lui non scriverei così’.”

C’è un adagio già ripetuto svariate volte su queste pagine: le raccolte di racconti non vendono. Pare che il mercato stia mutando, e probabilmente anche collane come glossa stanno aiutando a “diffondere il verbo”, ma per ovviare a questa profezia autoavverante sempre più spesso vediamo raccolte che hanno un filo conduttore (spesso scelto a posteriori) o i cosiddetti “romanzi di racconti”. Non che ci sia per forza qualcosa di sbagliato in queste scelte (di un romanzo di racconti abbiamo parlato giusto poche settimane fa), ma sembra quasi che il mercato editoriale più che i lettori stessi siano spaventati dall’anarchia che incarna una raccolta in cui l’unico legame fra le storie sia la voce di chi li ha scritti. Attribuzioni e Noi siamo i lupopesci sovvertono a loro modo questo diktat non scritto: Vangone riunisce le sue microfinzioni in tre sezioni, i cui titoli sono però cancellati per, usando le sue stesse parole, lasciare “a chi legge la libertà di scegliere cosa unisce o separa le finzioni qui raccolte”; Lentini invece è apparentemente più diligente, ordina le proprie microfinzioni in quattro sezioni di cui le prime tre mantengono una bizzarra unità di significato (Scale presenta una famiglia ossessionata dall’idea di salire, scalare, scalire, scalere; Del dormire viene definita “un’appassionata requisitoria contro i fanatici esaltatori della veglia”; Nani di mente si focalizza su una comunità affetta, causa sostituzione di una consonante, da una condizione che riduce la sanità mentale al nanismo), per poi lasciare briglia sciolta alla fantasia nell’ultima sezione, Il viaggio sulla luna, un viaggio che però si svolgerà… all’incontrario.

Cosa pensi della necessità di trovare un filo conduttore in una raccolta di racconti?

V: “Per me non è una necessità, ma una delle possibilità a disposizione. Impernare una raccolta su un’idea dichiarata esplicitamente non toglie e non aggiunge nulla al discorso, di suo. Certo è più facile catturare l’attenzione del pubblico se gli si garantisce un argomento a cui è già interessato, ma credo che un’organizzazione mentale venga comunque a formarsi naturalmente, sia in chi scrive sia in chi andrà poi a leggere, e che immergersi nell’opera senza riferimenti precisi possa rivelarsi molto interessante. È un processo che ho tentato di esplorare in Attribuzioni.”

Se il diciannove giugno dello scorso anno avessi risposto al tuo messaggio e continuato la conversazione in modo arguto, presto o tardi saremmo andati a bere un caffè e avremmo fatto una passeggiata sul lungomare, ma senza farla diventare un’abitudine. C’è sempre troppa gente, lì.

Ti avrei presentato i miei amici più simpatici e se fossimo andati davvero d’accordo anche quelli un po’ meno simpatici, ma mai quelli a cui ormai vogliamo bene solo per tradizione. Siamo cambiati.

Universo parallelo in cui io e G. diventiamo amici, Attribuzioni

L: “Non vedo una necessità particolare. Questo libro è come un mazzo di carte intercambiabili che volendo si può leggere senza rispettare l’ordine delle pagine, perché ogni testo ha una sua autonomia. Se vi si vuole cercare un filo conduttore, questo non può che essere il lavoro sulla lingua, la ricerca, che del resto è la base costitutiva di qualsiasi libro. Tuttavia, per rendere più fruibile la lettura, ho cercato di creare quattro sezioni con una loro omogeneità tematica. Questa omogeneità in particolare mi sembra più evidente nella prima sezione (‘Scale’) e nella terza (‘Nani di mente’). Vi è poi un gioco di simmetrie rovesciate che collega l’inizio e la fine del libro. I personaggi di ‘Scale’, cercano nei modi più bizzarri di dirigersi verso l’alto, mentre il microracconto che chiude il libro parla di un viaggio sulla luna che però si svolge dall’alto verso il basso (perché la luna, contrariamente alle apparenze, non è in cielo, ma si nasconde nel centro della terra). Dunque si comincia con un movimento verso l’alto e si finisce con il movimento opposto, verso il basso.”

La particolarità dei libri di Vangone e Lentini si desume anche dai titoli scelti. Attribuzioni e Noi siamo i lupopesci appaiono inizialmente solo bizzarri (soprattutto nel caso di Lentini visto che, escluso il racconto iniziale, di lupopesci non c’è traccia nel libro), ma tramite gli autori stessi è possibile carpire gli inside joke che hanno portato a questa decisione.

In che modo hai scelto il titolo del tuo libro?

V: “Nella raccolta è presente un testo intitolato ‘Il racconto che mi è stato attribuito postumo’, che è stato uno spunto importante.
L’atto di dare significato a un evento, di riferire un qualcosa a un qualcuno è ricorrente nel libro e ne costituisce anche l’ossatura: Attribuzioni è infatti diviso in tre sezioni i cui titoli sono però stati cancellati; chi legge è quindi libero di inventare i propri e comunicarmeli tramite un QR code che rimanda al mio sito internet, determinando così il libro secondo una lettura personale.
Cercavo un titolo che non direzionasse troppo i lettori, ma trasmettesse comunque la mia visione dell’opera.”

L: “‘Lupopesci’ è una parola inventata che però proprio per la sua stranezza spero possa attrarre i lettori più curiosi e disponibili verso la scrittura non convenzionale. Il microracconto a cui si riferisce il titolo è quello che apre il volume: parla di certi esseri immaginari che di notte guizzano in un lago ed essendo in qualche modo consapevoli della loro ‘non esistenza’, si rivolgono al lettore chiedendogli di ‘percepirli’ con la sua fantasia e in tal modo farli esistere ‘anche solo per qualche minuto’. È una storiella apparentemente leggera (e forse divertente) che però, se letta con attenzione, può ricordare il pensiero filosofico di Berkeley e il suo ‘esse est percipi’ (cioè ‘esistiamo se siamo percepiti’). Ottimo spunto per introdurre un libro che invita il lettore a interagire attivamente con le pagine attraverso un suo personale sforzo di fantasia.

Mi sveglio in un altro letto. Sono al dodicesimo piano di un condominio in via delle Mille Libertà. Un sole nuovissimo sta per sorgere su questa città che non ho mai abitato. Ho dormito per trecentonovantotto anni, mi dicono. Come avranno fatto a contarli, tutti questi anni, uno per uno mentre io dormivo? Chi vegliava al mio capezzale e contava gli anni? Però è sicuro: questo non è il letto dove mi ero coricato. Questa non è la mia città. Questa non è la mia voce.

La mia voce, Noi siamo i lupopesci

Certo, le interviste de Le Iene prevedono che l* intervistat* rispondano alle stesse domande, ma perché non prendersi delle libertà rispetto al formato? D’altronde le differenze fra Attribuzioni e Noi siamo i lupopesci sono maggiori dei punti di contatto, per cui ho deciso di approfondire alcuni elementi singolarmente: fate finta che lo schermo non sia più diviso in due, ammesso che riusciste veramente a vedere lo schermo diviso in due nel qual caso bravi, avete molta fantasia o siete vicini a smarrire la vostra nanità mentale.

Antonio, in alcuni tuoi racconti sembra riflettersi una passione per la mitologia: cosa puoi dirci al riguardo?

V: “La mitologia mi appassiona moltissimo: i miti esprimono la percezione del mondo condivisa da una civiltà. Trovo affascinante come i nostri avi arrivassero a interpretazioni della realtà tanto distanti dalle nostre, pur condividendo con noi la stessa realtà anatomica e obbedendo alle stesse leggi fisiche. L’essere umano tende per natura a cercare significati nelle cose, e penso sia importante non dimenticare che i risultati a cui arriviamo tanto faticosamente sono solo alcuni tra gli infiniti possibili: questo vale anche e soprattutto per la letteratura.”

Il deserto di Lubanikkara è un invito al vuoto. Un invito che non andrebbe accettato. Ma c’è chi lo fa.

Perdersi tra le sabbie significa essere ospiti e prigionieri dei dervisci di pietra, la cui pelle è grigia e dura come arenaria.

Chiederete: cosa porta ad amarli?

Hanno voci profonde e occhi gentili. Mangiano poco e bevono molto tè; i loro ampi abiti bianchi profumano di menta. Sono goffi in ogni movimento, finché non producono musica. Allora pregano danzando magnificamente, e nel danzare inseguono in eterno l’annullamento di un sé già più sottile di un filo di lino.

Chiederete: cosa spinge a odiarli?

Usi e preghiere dei dervisci di pietra del deserto di Lubanikkara, Attribuzioni

Alfonso, in alcuni tuoi racconti, particolarmente nelle sezioni Scale e Del dormire, ci sono suggestioni che rimandano al mondo delle fiabe. Sei influenzato da questo tipo di immaginario?

L: “Il fiabesco mi rimanda alla Sicilia di quando ero bambino, a quando mia zia Giuseppina, detta Pepé, tenendomi sulle ginocchia mi leggeva ad alta voce le fiabe di Capuana, che ancora oggi amo moltissimo perché è da quelle lontane letture che ho imparato a immaginare dimensioni alternative. Nella mia scrittura però cerco di utilizzare il fiabesco negandolo come genere letterario in sé e immettendolo in un diverso contesto narrativo, di apparente normalità, in modo da accentuare l’effetto di straniamento. Se sei dentro a una fiaba non è strano che a un certo punto compaia un orco, ma se un orco compare in un racconto ambientato in un grattacielo di Londra, beh, allora l’effetto è ben diverso. Ed è questo effetto di radicale spiazzamento che distingue la letteratura fantastica da altri generi meno ‘turbativi’, come ad esempio il fantasy.”

Un’orda zampettante di topini viene fuori dai cassetti riversandosi sul pavimento. Sono i piccoli pensieri di mia cugina che fuoriescono a frotte e chiedono udienza. Ma il primo topino che riesce a fuggire dalla stanza si lancia sulle scale in cerca di respiro e subito tutti gli altri lo seguono. La stanza si svuota e mia cugina resta sola, tristissima. Immobile sulla sua sedia, si guarda tutt’intorno sperando che un topino ritardatario sia rimasto nascosto da qualche parte, ma niente, sono fuggiti tutti, topi e pensieri; su per le scale, verso il solaio, in cerca di respiro.

E lei, tristissima, sola, senza pensieri né respiro.

Mia cugina, Noi siamo i lupopesci

Uno dei racconti più originali della tua raccolta è sicuramente La guerra dei polpi, in cui ogni verbo dà l’impressione di non essere lì per caso. Ti sei immaginato ogni scena per progettarlo?

V: “Certo, ho costruito una vicenda e l’ho filtrata tramite un’intelligenza disumana, ovvero quella del polpo: per farlo ho voluto ridurre il linguaggio a una serie di verbi all’infinito. Il risultato è di conseguenza molto ambiguo e spaesante, tanto che di rado due lettori immaginano la vicenda allo stesso modo; non nascondo di essere molto felice della cosa. In un testo come questo trovo che il punto di arrivo sia la sensazione evocata nel lettore, che ho curato imprimendo al testo diverse velocità, più che lo svolgimento di una trama riconoscibile.”

Toccare afferrare stringere spaccare stringere mangiare mangiare mangiare. Raccogliere guardare toccare scavare scavare nascondere mangiare mangiare dormire. Sognare.

Uscire. Soffrire. Vedere colpire colpire soffrire accecare fuggire fuggire fuggire. Nascondere nascondere. Scavare scavare. Nascondere. Aspettare.

Scivolare. Scivolare. Aspettare. Aspettare. Colpire colpire colpire soffrire soffrire soffrire colpire colpire fuggire fuggire fuggire nascondere rifugiare toccare rifugiare stringere toccare vedere toccare stringere. Stringere. Toccare. Toccare. Stringere. Vedere. Unire. Dormire. Sognare. Sognare. Vedere. Toccare. Stringere. Unire. Scivolare. Guidare. Afferrare stringere spaccare mangiare. Dividere. Mangiare. Dividere. Toccare. Stringere. Tornare. Dormire. Sognare. Sognare. Sognare.

Vedere. Toccare. Stringere. Seguire. Seguire. Seguire. Vedere. Toccare. Stringere. Negare. Fuggire fuggire fuggire. Tornare. Rifugiare. Toccare. Stringere. Dormire. Sognare. Vedere. Toccare. Stringere. Guidare. Afferrare stringere spaccare afferrare stringere spaccare. Afferrare stringere spaccare. Tornare. Toccare. Toccare. Dormire. Vedere. Toccare. Stringere. Guidare. Scivolare scivolare. Aspettare. Aspettare. Accecare colpire colpire colpire soffrire soffrire colpire soffrire colpire colpire soffrire stringere mordere mordere mordere soffrire stringere stringere mordere soffrire. Stringere. Stringere. Mordere. Mordere. Lasciare. Dividere. Toccare. Toccare. Stringere.

La guerra dei polpi, Attribuzioni

Alfonso, in che maniera sono nati i Nani di mente e come ti è venuto in mente di raccontarne le vicende?

L: “I Nani di mente sono una popolazione che vive in una dimensione limitata (una specie di Flatlandia, tanto per dare un’idea). Il loro nanismo però non è legato all’altezza (Nani di mente ce ne sono di tutte le misure, anzi: la loro dimensione è il tempo), ma sta nel loro modo di essere. Differenti dai ‘sani di mente’ solo grazie a uno scambio di consonante, sono perigliosamente simili ai cosiddetti normali: ad esempio, sono assoggettati a un misterioso ‘regista’ e, se devono votare, votano il ‘partito del ventilatore’, se devono trasgredire lo fanno in modo infantile e confuso, e soprattutto ‘credono solo in quello che vedono’. Perciò se mi chiedi come sono nati i Nani di mente, ti rispondo che sono nati semplicemente guardandomi attorno. I Nani di mente sono dappertutto, forse anche dentro ciascuno di noi.”

L’altezza dei nani di mente non è misurabile. Si dice che ce ne siano di tutte le dimensioni, in effetti. Sembra che alcuni superino i due metri, e sono bestioni enormi come orsi. Altri, al contrario, sono smilzi e bassi che sembrano pinguini. Ci sono donne di coscia slanciata che neppure una svedese e altre con la spina dorsale di un gattino. Tuttavia i nani di mente non sono misurabili. Non li puoi misurare perché sgusciano, non stanno mai fermi, perciò è quasi impossibile acchiapparne uno e metterlo accanto a un metro.

L’altezza dei nani di mente, Noi siamo i lupopesci

Attribuzioni e Noi siamo i lupopesci sono stracolmi di invenzioni (come avrete notato leggendo gli estratti sparsi qua e là), dalle vicende spesso ironiche della famiglia di scalatori e dei Nani di mente orchestrate da Lentini agli elenchi sotto cui Vangone nasconde storie che sanno di vita vera, con le sue nostalgie e i suoi drammi. A tutt* voi consiglio di leggerle tutte (magari acquistandole qui), ma un’intervista non è completa se non si chiede agli intervistati i piani per il futuro: dividete di nuovo lo schermo con la fantasia o la follia, vi saluto lasciandovi all’ultima domanda.

Quali sono i tuoi prossimi progetti editoriali?

V: “L’anno prossimo uscirà un mio libro per déclic (casa editrice fondata da Carlo Sperduti che esordirà nel 2024). Più in generale progetto di scrivere cose di ogni tipo: videogiochi, fumetti, giochi di ruolo. Mi interessa molto esplorare le possibilità offerte dai diversi mezzi narrativi.”

L: “Dato che non scrivo per mestiere né per diventare ricco, posso permettermi di pubblicare solo quando si presentano situazioni adatte al mio genere di scrittura (come nel caso di glossa dove sono approdato, per così dire, ‘spontaneamente’). Avrei a portata di mano diversi inediti che continuo a ritoccare (qualcuno anche da molti anni), ma non ho fretta. I miei libri hanno una gestazione imprevedibile. Germogliano secondo il loro capriccio. Scrivere per me è un bisogno, un misto di piacere e sofferenza, dunque l’attività che mi coinvolge di più è quella compositiva, che del resto alterno da sempre alla pratica espressiva nel campo delle arti visive. Scrivere o realizzare opere visuali è per me una forma del respiro. Pubblicare o non pubblicare è un passaggio successivo che mi interessa meno. Tanto più oggi che la pubblicazione di un libro cartaceo ha ormai perso la ‘sacralità’ di cui un tempo godeva. Il libro tradizionale non è più il principale mezzo di trasmissione della comunicazione culturale, di conseguenza il concetto stesso di ‘progetto editoriale’ sta mutando forma. Vedo che in certi casi un racconto pubblicato in un blog può raggiungere molti più lettori potenziali di un libro cartaceo, specialmente se di difficile reperibilità. Ma, naturalmente, pubblicare un libro per me è sempre una grande, bellissima emozione che spero di poter ripetere appena si creeranno le condizioni giuste!”

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Un altro modello di semplicità: le Trust The Mask Vs. i tormentoni estivi

Ogni luogo di lavoro ha le sue problematiche: nel mio, ad esempio, qualche anno fa eravamo piuttosto in crisi e ci siamo ritrovati con tre stipendi arretrati. Col tempo le cose si sono messe a posto, grazie anche all’intervento dei sindacati, ma proprio questo intervento non è andato giù alla dirigenza che ha operato alcune ripicche tipo il vietare la musica all’interno del capannone in cui lavoriamo. Niente radio, niente lettore mp3 (ai tempi del diktat andavano ancora di moda), niente qualunque cosa vi venga in mente per ascoltare musica. Questo divieto è durato anni, ma finalmente da pochi mesi siamo riusciti a ottenere nuovamente la possibilità di ascoltare quel che vogliamo, vietati solo gli auricolari per ragioni di sicurezza: e così, finalmente, posso farmi una bella cultura sui tormentoni estivi.

UO-O-O-O-OOO!

Possiamo giustificare in mille modi l’improvvisa caduta di neuroni che sembra colpire chiunque cerchi di creare una hit estiva. Possiamo dire che lo scopo di quelle canzoni è intrattenere, non far pensare, perché d’estate bisogna divertirsi; possiamo tirar fuori la regola per cui per fare le cose semplici ci vuole molto più talento che per fare le cose difficili; possiamo dire “prova te a far cantare la tua canzone a milioni di italiani”. Fatte queste premesse, però, ogni stagione estiva porta con sé canzoni che dovrebbero far vergognare le orecchie di chi le ha create, e questo anche ammettendo che il ritmo della canzone di Mark & Kremont (quella in cui cantano Marracash e Tananai, per intenderci) è coinvolgente, che il duetto fra Marco Mengoni ed Elodie è stato arrangiato con una mole di impegno anni luce superiore a qualsiasi altra hit del periodo (e dà la merda alle rispettive canzoni sanremesi), che Max Gazzé non sarà quello di Vento d’estate ma fa la sua porca figura anche in un featuring piuttosto tamarro. Ascolti strofe come “tu sai di ginger beer, non di Ginger Rogers” o “mi parte il basso dei Righeira se vado incontro agli occhi tuoi” e ti accorgi che no, non ce la si può fare neanche quest’anno, che non dovrebbe essere ammissibile passare in continuazione il delitto perfetto rappresentato da Disco paradise di Fedez, Articolo 31 e Annalisa, una canzone che sarà pure un capolavoro di paraculaggine ma rappresenta tutto ciò che la musica non dovrebbe essere: il minimo sforzo possibile per trovare la melodia più orecchiabile, e possibilmente anche un po’ retrò che adesso va (ancora) di moda la nostalgia per gli anni 80.

L’immediatezza è dunque un delitto? Muoiano i tormentoni e facciamo tornare il progressive rock? Non per forza, basterebbe solo fare le cose con un approccio artistico e non solo economico. Si può essere semplici E anche elaborati, basta pensare alla musica come a un mezzo per veicolare un messaggio non per forza immediato in maniera sufficientemente mediata: più facile a dirsi che a farsi ma, guarda un po’, sembra proprio ciò che hanno tentato di fare le Trust The Mask col loro primo disco Idiom, uscito il 16 giugno per Bronson Recordings.

Duo electro-pop formato dalla compositrice Elisa Dal Bianco e dalla vocalist Vittoria Cavedon, le Trust The Mask cercano nei dodici brani del loro disco d’esordio una formula alchemica di difficile realizzazione: non quella per piacere a tutti a scapito della qualità, bensì quella che coniuga sperimentazione e immediatezza. La voce di Cavedon è sicuramente il grimaldello migliore per ottenere facile accesso alle orecchie del maggior numero di ascoltatori possibile, la porta della semplicità: melodiosa e ammaliante, raramente si avventura in terreni divisivi ed è l’elemento pop catalizzatore. Detto così può sembrare sminuente, invece è essenziale per l’architettura musicale impostata dal duo, perché va ad ammorbidire con fantasia e capacità un comparto tecnico meno docile di quanto sembri, indottrinando l’ascoltatore fingendo di distrarlo: una finzione nella finzione, portata avanti senza che lo stratagemma appaia disonesto.

Il tappeto sonoro che Dal Bianco dipana dopotutto è di prim’ordine. Pop senza essere banale, sperimentale senza sforare nel cerebrale, la musica delle Trust The Mask non lesina elementi caratteristici anche in brani ammiccanti come Otaku, ballabile e retrò ma infarcita di un’esotismo sotterraneo (merito di Giuseppe Dal Bianco, che nel disco utilizza strumenti tipici di paesi come Armenia, Indonesia e Paesi Baschi). La mia lacunosa cultura elettronica non mi concede molti punti di riferimento, ma se dovessi azzardare un paragone citerei i Röyksopp come una delle influenze principali: ritmo non eccessivamente sostenuto, atmosfere vagamente malinconiche, suoni che spaziano fra le epoche senza fissarsi su un decennio in particolare. Va ammesso che gli anni 80 hanno la loro influenza anche su Dal Bianco, ma se i The Kolors hanno Moroder nell’anima giusto perché non sapevano cosa dire in quel punto della loro hit estiva i synth di Idiom riescono ad andare oltre, ad esempio in una Loaded gun dove sono filtrati attraverso la tradizione dei figli sporchi di quel decennio come Trent Reznor.

Le Trust The Mask alternano con sapienza le atmosfere, lasciano spazio all’allegria scacciapensieri con Will you come? per poi sprofondare l’ascoltatore nello spigoloso scenario distopico di Frontiers, fra voci modificate elettronicamente e suoni che, come in una megalopoli futuristica, mischiano freddi ritmi sintetici a pulsioni esotiche. Anche il lato più pop della loro musica non è mai ancorato a un solo schema, si permette la libertà di associare lunghe digressioni a ritornelli contagiosi come nell’iniziale Juniper e assume poi la forma di una lenta ascesa scarnamente basata sul duetto synth-voce nell’intensa Unsaid, mentre il fronte sperimentale esce in pieno soprattutto nell’ipnotica It’s a matter of fact e nel liquido affastellarsi di glitch di Murder flashback, forse l’unica vera concessione a un approccio da musica dance “intelligente”, in cui la band esplora nuove forme espressive o chissà, forse solo il modo di rendere quei suoni digeribili ma non comodamente masticabili in un prossimo futuro.

Una ciambella riuscita col buco quindi? Non del tutto, ma per trovare difetti ci si deve concentrare sulle sottigliezze, come le chiusure un po’ frettolose di brani come Frontiers e Our fault (ma quanto è deliziosamente ingannevole l’allarme che suona in sottofondo in quest’ultima, talmente amalgamato nel flusso sonoro da farmi credere che provenisse dall’esterno?): il passo ulteriore forse sarà soddisfare il corpo tanto quanto la mente, aumentando i bpm mantenendo comunque la stessa presa magnetica sull’ascoltatore. E a chi giustifica le hit estive decerebrate con la motivazione che non è mica facile far cantare milioni di italiani chiedo: e se passassimo in radio in heavy rotation Otaku invece dei Pinguini Tattici Nucleari? Perché non facciamo a cambio?

Eh sì, un uomo può almeno sognare.

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