Racconto in musica 61: Gemme (Requiem for Paola P. – Del nostro parlare moderno)

I più attenti fra di voi se ne saranno accorti, forse alcuni hanno già partecipato: non diciamolo troppo ad alta voce, ma stanno tornando i concerti. Certo, c’è il coprifuoco e devono iniziare prima, ma mi sono già capitate situazioni in cui i gruppi cominciavano al pomeriggio e alla sera sul presto era già tutto finito: facciamo finta che sia la norma, speriamo ancora per poco. Fra i primi concerti che mi sono apparsi davanti agli occhi ce n’è uno che me li ha fatti brillare (ma mannaggia a me non ci sono andato): Bloom di Mezzago, locale storico della Brianza dove, per dire, hanno suonato i Kyuss, sul palco cinque band fra cui Muschio e Bacon’s Chaos, che chi segue il blog da un po’ di tempo già conosce. Eventi con così tanti gruppi tutti insieme sono caratteristici delle serate organizzate da Tutto il nostro sangue, un manipolo di ragazzi che dal 2017 organizza mensilmente concerti che spaziano fra rock, hardcore, indie, punk e cantautorato, il tutto con etica diy e supportando esclusivamente la scena indipendente. Come si fa a non volergli bene?

Sono stato sola ad una delle loro serate, nel 2019, perché a certe cose io ci arrivo tardi. Mi sono goduto un pout-pourri di band fra cui Treccani e Bruuno, che vi consiglio caldamente, e ho potuto scambiare qualche parola con Andrea Pezzotta, uno delle menti dietro a Tutto il nostro sangue: non potrebbe essere altrimenti, visto che l’ultimo album della sua band Requiem for Paola P. si intitola in maniera molto simile.

Col sangue ha a che fare anche il racconto di Danilo Di Prinzio, nuova penna che ha deciso di donare una storia alla causa della musica bella e indipendente. Nato nel 1972 a Guardiagrele, antico borgo alle pendici della Majella, Danilo dice di aver bruciato una laurea in filosofia prima di iniziare a lavorare per un’impresa di costruzioni, lavoro durante il quale approfitta delle pause per scrivere racconti e poesie. Amante della musica, di Scarface e di Modigliani, nei periodi travagliati legge Faulkner, in quelli quieti McCarthy e negli altri corre in moto. Nei suoi scritti, già premiati in vari concorsi (vincitore del concorso Podcastory “Un bicchiere di vino” con il racconto Del vino, una storia e del Premio letterario di poesia e narrativa Amor mio con la poesia Tu, finalista all’edizione 2020 del Premio letterario Zeno con il racconto Elezione al rango di contemplatore della luna, con la poesia Fugacità ha ottenuto la menzione speciale della giuria alla ventiseiesima edizione del Premio nazionale di poesia inedita “Ossi di Seppia” e all’edizione 2020 del Premio Letterario Clepsama, concorso quest’ultimo dove già nel 2019 aveva raggiunto la finale con il racconto Mereo), esplora le grandi domande dell’uomo sulla vita, l’amore, il senso ultimo dell’esistenza e il potere metafisico dell’arte creativa. Potete leggere suoi racconti su Rivista Blam, Waste, Fuco (su cui è apparso anche La Pandafeche, incluso nell’antologia L’horror ai tempi del Lockdown), Racconti dal crocevia e presto su Salmace, mentre una sua silloge poetica intitolata Una pietra al centro del senso è stata pubblicata nella collana Aonia di Pav Edizioni.

Formatisi nel 2006 dall’incontro fra membri di altre formazioni momentaneamente in stallo, i Requiem for Paola P. devono il loro nome a un pomeriggio domenicale di zapping televisivo, una sigla che rappresenta un canto funebre rivolto a chi la testa l’ha messa sotto la sabbia e ricorda loro ogni giorno ciò che non vogliono diventare. Il primo disco Simplicity esce nel 2008, autoprodotto come tutto il resto della loro discografia, cantato perlopiù in inglese e intriso di punk e di altri elementi che lasciano già presagire sviluppi più personali, confermati dall’uscita due anni dopo di Tutti appesi. Qui il cantato passa definitivamente all’italiano, i testi e gli intrecci vocali fra le voci di Andrea e Claudio si fanno più elaborati e la loro musica assume i contorni di un emocore con suoni più decisi della media. Bisognerà aspettare sei anni e qualche cambio di formazione per ascoltare l’ennesima evoluzione, concentrata nei dieci brani di Sangue del nostro sangue: alla seconda voce (nonché a chitarra e synth) arriva Baba, aggiungendo con le sue parti urlate pacchi di enfasi che in un brano come questo apparirebbero evidenti anche a un sordo, il suono si fa ancora più duro e grezzo e gli arrangiamenti si fanno più articolati. Fiore all’occhiello ulteriore della produzione è la cover, composizione apocalittica di tre incisioni del 1500, e visto che sarebbe un delitto non mostrarvela ve la piazzo qui.

Del nostro parlare moderno, prima traccia del disco (a cui si spera che presto diano un seguito), è un lento incedere verso un’esplosione che si percepisce sottopelle, accompagnata da visioni evocative e dal sapore biblico. Ho associato il brano al testo di Danilo perché ci ho trovato un’atmosfera simile, un rimando di immagini che, pur non corrispondendo perfettamente, si incastrano nei punti giusti: il “che dovrei fare” urlato da Andrea sul finire del brano potrebbe essere quello che rimane in gola al protagonista del racconto, roso dai dubbi e dai sensi di colpa che lo colgono alla fine di un atto violento di cui non vediamo i dettagli e le ragioni, ma solo le conseguenze. Trovate il racconto come al solito dopo il brano, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Gemme, di Danilo Di Prinzio

Le nocche gocciolano, le gocce si confondono con la terra, la macchia resta per un istante, si vede dall’alto dello sguardo dell’uomo con la testa china, gli avambracci sulle ginocchia, le mani che penzolano, abbandonate, sanguinanti. Un’altra goccia stilla dal pugno. Un pensiero scende dal cranio, come una lacrima attraverso il viso, si mischia alla porpora della vita, e poi muore. Con la terra.

I pensieri gli si attorcigliano nella testa, come filo spinato. Poi sforza la massa di marmo del suo corpo e si ritrova in piedi, vacilla, rimane fermo per riprendere possesso dello spazio in cui si trova. Si sente colto da una debolezza imprevista, una forza oscura muove da quell’abisso, cerca di trascinarlo dentro, lo afferra per il cervello che è come artigliato da mani le cui dita sono schegge di vetro. Fruga con lo sguardo attraverso il buio, tagliato da lamine di luce in un caos di pulviscolo polveroso.

Perché di colpo sente che non avrebbe dovuto farlo? Cos’è questa aria putrefatta che gli paralizza il respiro? Non è lei che giace nell’altra stanza, non può essere lei. Lei non c’è. Adesso guarderà di là della porta e non troverà nulla. Non la vedrà schiacciata sul pavimento della biblioteca dove lavora. Eppure è ancora lì, acciambellata in un angolo, le mani sul viso, le dita, piccole e sporche.

La sagoma rincattucciata muove la testa verso l’uomo, lo guarda appena, è svuotata da ogni timore, nessuno potrebbe oltrepassare ciò che è già stato ferocemente oltrepassato.

Lo sguardo… Lo sguardo trafigge il mostro, sembra che gli stia ripetendo quelle parole…

fai quello che devi fare

taci

so che non hai colpa, non puoi avere colpa

ho detto di stare zitta

che senso avrebbe la vita altrimenti? Dio…

Ora basta, il mostro grida.

…non è un dito puntato, in una pena che non aspetta altro che di essere inflitta

no… no… taci.

Non è in tutto questo… Lui… Lui è dentro il martirio stesso…

Ti prego stai zitta, ma lui non grida più…

Io ti ho già perdonato, ti perdono, perché non sai quello che fai perché non sai quello che fai… e nemmeno si accorge di averlo ripetuto…

Adesso le sente conflagrare dentro, le parole sono carne, le sente emergere dalla stessa carne, le sente bruciare. Lui è dentro il martirio stesso. Lui è dentro il martirio stesso. Lui è dentro il martirio stesso. Riecheggiano tra le pareti del cranio come l’eco di una bomba esplosa dentro una caverna. Quindi era anche dentro la morte dell’unica persona che abbia mai amato, dentro quel respiro che mancava, quell’urlo che giaceva inascoltato. Perché il corpo non si muoveva? Dopo aver giocato, come se null’altro al mondo fosse stato creato che per la felicità di un gioco infinito, perché il serpente l’aveva morso? Dove si trovava la bocca magica che cullava la quiete, i sorrisi, le corse per i campi, tra i prati, sul ponte di legno costruito con tanta fatica per passare di là dal fiume? E perché questo Dio di cui parla la ragazza piegata dalla sua violenza, è così capace di misericordia?

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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