Racconto in musica 67: Il poeta assassino (HO.BO. – Psalm)

Di solito in questo cappello introduttivo mi ritrovo a spiegare come ho scoperto l’artista di cui si parlerà (vi siete accorti che mantengo un sacco di suspence prima di svelare un nome che è scritto bello grosso nel titolo dell’articolo?) e/o presentare lo scrittore ospite. Ma che succede se ho già parlato della resident band della settimana, e ho pure già ospitato colui che mi ha donato il suo racconto? Succede che questo cappello introduttivo dura meno (qualcuno dirà Allelujah! e qualcuno dirà Nooooooo) e passo subito a ri-presentarvi Danilo Di Prinzio e il gruppo che ha ispirato la sua penna (tastiera), ovvero gli HO.BO.

Non sono passati nemmeno due mesi da quando Danilo è stato gradito ospite di queste pagine, associando il suo racconto Gemme ad una canzone dei Requiem for Paola P. Come Stefano Tarquini prima di lui ha deciso di tornare a supportare la causa della musica bella e indipendente, e io non posso che essergli grato e consigliarvi di andare a recuperare gli innumerevoli suoi racconti apparsi sul web (e che trovate comodamente elencati nel primo link poche righe sopra).

Gli HO.BO. da queste parti sono invece passati a novembre 2020, quando mi imbattei fortuitamente nel loro A man with a gun lives here. Formatisi a Biella nel 2017 dall’incontro di vari musicisti già attivi in altre band della zona (Samuel Manzoni – voce e chitarra, Andrea Bertoli – piano, farfisa e wurlitzer, Filippo Sperotto – chitarra elettrica, chitarra acustica e cigar-box guitar, Mattia Rodighiero – batteria, Edoardo Perona – chitarra elettrica, Marco Tommaso – basso, banjo, home-made double bass e armonica), gli HO.BO. si ispirano alle atmosfere folk-blues più oscure del panorama statunitense, e già nel nome omaggiano la libertà dolente degli hoboes, i vagabondi per scelta che ancora oggi si possono incontrare in viaggio per le sterminate strade degli States. Il loro esordio discografico arriva nel 2019, 2/10, licenziato da NOSTUDIOREC (il loro personale studio di registrazione), La Mansarda e Kono Dischi, etichetta quest’ultima che li affiancherà anche nel 2020 (assieme alla sempre meritevole I Dischi del Minollo) per l’uscita del secondo album a strettissimo giro di posta, il già citato A man with a gun lives here, il tutto inframezzato dall’uscita di una versione alternativa del brano Lord, please tell us the truth con la collaborazione del chitarrista irlandese Tom Portman. Due dischi in pochissimo tempo possono prosciugare la linfa creativa di una band, ma gli HO.BO. dimostrano di avere molte frecce al proprio arco: tracce come Muddle-headedness e The strange story of Jones McCarthy and Tom Burke già lasciano presagire il mood del secondo album, ma l’atmosfera unica e le storie senza lieto fine che compongono A man with a gun lives here arrivano a vette che in Italia sono state toccate probabilmente solo dai Dead Cat In A Bag, il cui vocalist Luca “Swanz the lonely cat” Andriolo non per niente è ospite nella parentesi bluegrass di A tiny man called Smith.

Psalm è la settima traccia di A man with a gun lives here, una sorta di spiritual crepuscolare con un testo scarno ma denso di suggestioni Proprio a questo brano si è ispirato Danilo per il suo racconto, allargando la prospettiva e rendendoci partecipi dello strazio interiore di un poeta assassino, una storia che affonda le sue radici nei concetti di colpa e perdono biblici e si fa forza di un’atmosfera eterea ed inquietante al tempo stesso, come lo è il delitto di cui si macchia il protagonista. Potete leggerlo subito dopo il link al brano, a me non resta che augurarvi come al solito buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Il poeta assassino, di Danilo Di Prinzio

In una prigione lontana c’è un poeta assassino, uno che ha ucciso la moglie – in quanti modi si può uccidere? – mentre lei lo guardava dentro una luce mistica di follia e dolore, sentendosi come inchiostro di un tempo in cui intingere il nulla della memoria e forse del riscatto…

La sera si mette alla finestra e recita. Dopo cena un gruppo di discepoli si raduna lì sotto, lungo il muro di confine, macerati dall’esistenza, tute macchiate di sudore, e in coro con il poeta assassino cantano come antichi aedi accompagnati dal suono di una chitarra. Qualche passante indugia e si ferma nell’oscurità addensata che è oramai quasi estate, ascolta quelli che sarebbero morti, come morti lo sarebbero stati anche loro, li ascoltano cantare del cielo e di come sono stanchi e del barbaro silenzio dell’universo. E nell’intervallo fra canto e canto una voce profonda e triste, uscita dall’ombra frastagliata che dall’albero di Giuda si protende verso il lampione all’angolo, guaisce come bestia al macero.

«Pochi giorni ancora, e poi faranno fuori il più grande poeta del dolore!»

A volte durante il giorno il poeta assassino si mette a recitare solo ma di solito, dopo un po’, due o tre ragazzini straccioni o degli operai con dei cestini per il pranzo si fermano davanti al muro di confine. I vecchi nel bar di là della strada, a riposo sulle loro seggiole, lo odono sopra il rumore debole del loro masticare.

«Un altro giorno, poi non ci sarò più! Chi può aiutarmi se Tu mi hai abbandonato, se nemmeno Dio può farlo?», dice. «Il miracolo alle volte è non permettere che qualcosa accada, basterebbe soltanto questo… Basterebbe…», dice. «Invece di tingere marmi con la porpora, d’incastrare il cielo in macchie verginee, baluginanti messaggi d’allarme… Basterebbe alle volte non fare nulla», dice.

Sotto alla finestra centrale del carcere di cemento, dove è appoggiato il poeta assassino – soprannomi, perché la verità è luce accecante che costringe a volgere lo sguardo altrove – una fila di teste incassate fra le scapole, nude o col cappello, innalzano le loro voci in armonie, tristi e profonde nella notte insondabile, cantando di cielo e silenzio. Sul muro di confine, sbarrato e inciso, l’ombra a chiazze dell’albero di giuda rabbrividisce e pulsa, mostruosa, anche se non c’è quasi vento. Ricco e triste è il canto dei discepoli, che accompagna il suo lamento.

«Un altro giorno! Non c’è posto per te in paradiso! Dove vai? Dove vai ramingo su riarsi deserti?»

Ed è qui che lo sente, e tutti all’improvviso scompaiono, sente quella voce di sottile silenzio, lacerante il foglio randagio della legge, dell’odio, del fratello risentito dal ritorno, dalla festa inspiegabile del padre…

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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