Progetta un sito come questo con WordPress.com
Crea il tuo sito

Racconto in musica 123: L’albero della conoscenza (Diego Deadman Potron – Carnhate)

Ci sono concerti che possono farti innamorare di qualche artista immediatamente. A volte è la carica della band, come quando vidi per la prima volta Le Capre A Sonagli e fui travolto da questi pazzi che saltavano, usavano catene per suonare la batteria e si gettavano in mezzo al pubblico, il tutto mentre il cantante e chitarrista Stefano Gipponi se ne stava comodamente seduto su un amplificatore con la sua acustica; a volte può essere al contrario la postura dimessa, tipo quella con cui un vibrante ma ancora sconosciuto Vasco Brondi aka Le Luci Della Centrale Elettrica catturò la mia intenzione in apertura a Il Teatro Degli Orrori in un locale ormai chiuso dell’hinterland novarese (ciao ciao Piccole Iene/ Rock’n’roll Arena); a volte possono essere le parole giuste per descrivere le proprie canzoni, una semplice frase in apertura a un brano, qualcosa tipo “questa canzone parla di un tizio che si taglia il cazzo e decide di metterlo a essiccare sopra il caminetto”: è con parole simili a queste che Diego Deadman Potron attirò la mia attenzione a un concerto anni fa, tenendola calamitata per tutto il tempo.

Mi dà modo di parlarne un vecchio amico di Tremila Battute, Danilo Di Prinzio. Ospite del blog in altre due occasioni, Danilo entra nel novero dei collaboratori più assidui insieme a Stefano Tarquini, Alessio Barettini e Alex Roggero, il che mi riempie il cuore di gioia e di affetto verso ognuno di loro. Pubblicato su svariate riviste coi suoi racconti, vincitore di alcuni concorsi con i suoi testi sia letterari che poetici, da poco ha pubblicato con la casa editrice I Quaderni Del Bardo la raccolta di racconti Elezione al rango di contemplatore della Luna, che potete trovare qui.

Chi è Diego Deadman Potron? Il bluesman oscuro che racconta storie di violenza e disagio, di uomini che apostrofano le proprie donne dicendo “se non capisci questo concetto, dovrò usare il ferro”? Il chitarrista scatenato che assieme al batterista Christian Amendolara spande stoner a piene note coi Dead Man’s Blues Fuckers, che ebbi la fortuna di incrociare nel 2016 al Balla Coi Cinghiali? Il cantastorie bizzarro che canta allegramente del ben poco rassicurante Mr. Choppy? Tutto questo e non solo, perché nell’arco della sua più che decennale carriera Potron ha esplorato tutte le anime del blues, dalla cupezza alla levità, dagli arpeggi acustici alle distorsioni. La sua carriera comincia nel 2006 come one man band, chitarra elettrica a tracolla, cigar box, batteria al piede e una voce profonda con cui affascinare il pubblico con le sue storie, spesso come opening act (sia in Italia che in tutta Europa) di gente come Bob Log III, Turbonegro e San Nick Oliveri (la mia labile memoria non mi rende sicuro di questa affermazione, ma è probabile che proprio a un suo concerto lo abbia incrociato la prima volta). Al primo disco ufficiale ci arriva tardi, nel 2013, quando la Ammonia Records (quanti ricordi punk che ho legati all’Ammonia!) produce Electro Vodoo, un disco grezzo, sporco e trascinante (ascoltate Demon in my ass e provate a restare fermi), la matrice da cui solo tre anni dopo si svilupperanno i Dead Man’s Blues Fuckers. Il 2016 è anche l’anno in cui sempre Ammonia produce il fantastico split in cui il one man band Potron incontra la one woman band Elli De Mon: il risultato è Vs, un concentrato di emozioni in cui emerge il lato più intimistico del “Deadman” e che lo porterà a intraprendere una nuova direzione nei suoi album solisti.

La differenza la si può già ascoltare nel 2018, anno in cui esce Winter session (dopo una parentesi ancor più fragorosa, ovvero l’esordio nel 2017 dei Dead Man’s Blues Fuckers Phase II, pubblicato da Femore e Crono Sound Factory): composto da brani in cui i suoni acustici hanno più peso, dal respiro più ampio e con affinità evidenti con il panorama musicale folk, le nove canzoni di Potron sono piccoli gioielli introspettivi che non perdono comunque per strada le atmosfere “maledette” che hanno contraddistinto la produzione del bluesman fino a quel momento. Il 2020 è l’anno di Ready to go, altre dieci tracce fra intensità e ironia (che titolo fantastico è While I sleep my dog goes to the beach and play Bo Diddley?) in cui si fa notare la cover di Stayin’ alive, ennesima rilettura del brano dei Bee Gees (senza discostarci troppo di genere ricordiamo quella degli Hormonauts) che riesce comunque a essere piena di personalità. L’ultimo capitolo della storia musicale di Potron, almeno dal punto di vista discografico, si chiama Safari station ed è una nuova collaborazione, questa volta con il polistrumentista e cantante Andrea Van Cleef: l’album del duo, uscito nel 2021 per Rivertale Productions, espande ulteriormente il cosmo musicale, ma fra l’ascesa continua di You and I were born for better things e la lenta progressione della title track resistono salde le radici di un suono che Potron maneggia con energia e sentimeno unici. E la primavera sembra promettere novità, che potrete assaggiare al Bloom di Mezzago andando a vederlo di supporto agli Ardecore il 23 dicembre…

L’albero della conoscenza, il racconto propostomi da Danilo, non è nato sulle note di Carnhate ma entrambi siamo stati concordi sul fatto che il brano potesse esserne un’ottima “casa musicale”: la levità della musica e la semplicità del testo di Potron, unito alle immagini di libertà interiore che ne scaturiscono, ben si associavano al linguaggio usato da Danilo, una melodia di frasi lunghe e articolate che svelano una realtà scabrosa, a tratti respingente, ma che mantiene un germe di purezza proprio grazie al modo in cui è raccontata. Potete leggerla come al solito dopo il brano che l’ha ispirata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

L’albero della conoscenza, di Danilo Di Prinzio

È con la guancia contro la porta, gli occhi chiusi, le narici attente a percepire ogni molecola di fragranza. Lo sente con tutta la pelle, il suo odore, lì dentro nel cervello, in una elaborazione da confondere la ragione. Poi il fruscio delle vesti, un soffio leggero sulle piastrelle, un passo come di danza, lui al di qua della porta, le tende tirate le une di fianco alle altre, per spegnere il mondo affinché si sveli l’eccesso che abita la sua interiorità senza luce, alterato dall’effluvio del passo di lei, un braccio levato in avanti e un altro indietro, mentre cammina lungo il corridoio. Poi ecco che la sente fermarsi, e sprofonda nel viaggio che seduce, che non ha requie, che costringe la mano a sfiorarsi tra le gambe, sulla costrizione dei pantaloni.

Quanto tempo impiegherò per avanzare nel deserto di questa casa? Io lo so che lui è lì, che aspetta impaziente che io traversi la porta, che raggiunga il bagno per disfarmi di questi abiti sempre troppo ingombranti. So che sta lì sperando che gli conceda il privilegio dello strofinio del liquido ebbro sulle sue labbra avide di me. Allora incedo lentamente, un passo dietro l’altro. Chi ha colpa? Loro, i nostri genitori, i custodi della nostra vita. Allora compiere il misfatto, allora allontanarli dalla possibilità della conoscenza, allora escluderli dall’amore innaturale. Ma cos’è innaturale? Cosa non lo è? Quello che sento, se mi vibra, nella milza, nel fegato, nelle viscere, nell’orrido del cuore, non è dunque parte della natura? Non è esso stesso natura?

Lei riprende ad avanzare, mentre lui stringe con il pugno il turgido pulsante elemento creativo, gli occhi viaggiano frugando nella fantasia, alla ricerca della composizione della nudità della ragazza, nudità che ha scovato a tratti, che ha rubato nelle notti inconsapevoli, quando lei era chiusa in bagno, quando la spiava attraverso il buco della serratura, quando anche allora stringeva il membro agitandolo fino a schizzare l’immaturità della carne contro la porta, non come adesso in cui il culmine del piacere lo raggiunge nel momento preciso in cui la porta del bagno si chiude.

Supero la sua camera, mi prende un turbinio nelle fessure, avanzo accelerando di pochissimo il passo. Dall’esterno nessuno avrebbe potuto accorgersene, ma io lo sento nello scorrere feroce del sangue, nelle pareti delle arterie che forzano violente verso l’esterno, che quasi scoppiano, procedo rasente il muro, sfiorandolo con la punta delle dita. Poco dopo m’infilo in bagno, accosto la porta, tocco la chiave, ma la lascio in quella posizione. Lo specchio rimanda l’immagine del desiderio, trasformato in un rossore tiepido sulle guance, sulle labbra, tra le gambe, aspetto, perché so che arriverà, ma non so quando, fremo, aspetto e fremo.

Lui esce, in un balzo è in bagno, lei è di fronte allo specchio con i palmi stretti intorno al bordo del lavabo, Dio chiama da lontano, li cerca nell’ansia del risveglio e tutta la storia a venire.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Pubblicità

Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: