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L’IA ci ucciderà? Connessioni letterarie (e non solo) col libro Essere una macchina di Mark O’Connell

Oggi l’uomo trae il senso del miracoloso dalla scienza e dalle macchine, dalla radio, dagli aerei, da enormi navi e dai dirigibili, dai gas velenosi e dalla seta artificiale: queste cose nutrono il senso del miracoloso dell’uomo odierno come la magia faceva in passato.

D. H. Lawrence

Avete mai sentito parlare del transumanesimo? Probabilmente no, eppure alcune delle opere di finzione in cui magari vi è capitato di imbattervi hanno molto a che fare con la realtà che gli aderenti al movimento stanno cercando di realizzare. Sicuramente avrete invece sentito parlare di Google, di Elon Musk, di Amazon: ecco, dietro il transumanesimo ci sono anche questi grossi nomi, e non è sempre un buon segno.

Mark O’Connell, giornalista irlandese, ha deciso di dedicare a questo movimento una fetta della sua vita per realizzare Essere una macchina, libro edito in Italia da Adelphi. Quel che ha scoperto, nel suo viaggio perlopiù circoscritto alla tecnologicamente avanzata Silicon Valley, ha dell’incredibile: aziende che criogenizzano le persone in vista di una loro possibile “resurrezione”, aspiranti cyborg che testano le loro scoperte sulla propria pelle, spettri di un futuro dominato dall’intelligenza artificiale e l’illusione dell’immortalità, speranza inseguita da alcuni attraverso il travaso del nostro cervello su hard disk e da altri, più “realisti”, attraverso l’annullamento del processo di invecchiamento. O’Connell descrive queste frontiere, e le persone che cercano di raggiungerle, con un sano scetticismo a cui però si associa anche un misto di meraviglia e timore: la domanda che aleggia è “e se avessero ragione loro?”

«Parliamoci chiaro,» dice Nate «io sono convinto che questa roba mi ucciderà».

Chissà perché, la sua formulazione così precisa mi colpisce più delle altre. Che Nate prenda tanto sul serio la minaccia è naturale. So bene che per le persone come lui non si tratta di un giochino intellettuale: lui e gli altri credono davvero che questa sia una possibilità molto concreta. Eppure, l’idea che Nate ritenga più probabile essere ucciso da un sofisticato programma computerizzato piuttosto che da un cancro, da una cardiopatia o dalla banale vecchiaia mi pare, per non girarci intorno, una pazzia.

Mark O’Connell, Macchine come noi

Il Nate che parla è Nate Soares, direttore esecutivo al MIRI (Machine Intelligence Research Institute) di Berkeley, una delle realtà che analizza il “rischio esistenziale” degli studi sull’AI, e i suoi timori sono condivisi da imprenditori del calibro del già citato Musk e di Bill Gates, che al MIRI e ad altre associazioni devolvono importanti cifre, e da attori come Alan Alda e Morgan Freeman, che hanno fatto da consulenti per dette associazioni. E vien da chiedersi se è un caso che Freeman abbia deciso nel 2014 di interpretare, in Transcendence, proprio un personaggio intento a impedire con ogni mezzo l’avvento della “singolarità”.

In questo articolo non cercherò di convincervi che un simile pericolo è più preoccupante e vicino del riscaldamento globale, ma semplicemente di fare un salto nella fantascienza letteraria e cinematografica per trovare rimandi a ciò che O’Connell ha scoperto con le sue indagini e interviste, per valutare insieme se, come dicevano i Bad Religion, “sometimes truth is stranger than fiction”.

Criogenizzazione e aldilà: le conquiste del presente e la semi-vita di Philip K. Dick

Cose che possono andare storte quando vieni criogenizzato

Immaginate un edificio grigio, basso e squadrato nel mezzo del deserto di Sonora, a mezz’ora di strada da Phoenix. Dall’Area 51 al perimetro militare sulle White Hills, dove la bomba atomica venne testata per la prima volta, i deserti degli Stati Uniti sono teatro di ogni congettura possibile sugli esperimenti che vi si svolgono in gran segreto, ma in quell’edificio, sede della Alcor di Max More, non c’è nessun riserbo a proclamare che 117 persone vengono tenute in animazione sospesa tramite criogenesi…e molti di questi, per inciso, con la sola testa all’interno di cilindri metallici.

Sono ben quattro le strutture nel mondo (tre negli Stati Uniti e una in Russia) dove si insegue l’illusione di poter mantenere sospese le funzioni vitali di una persona, o del suo cervello, abbastanza a lungo da rianimarla in un futuro in cui il progresso tecnologico potrà farlo senza danni. Al netto delle conoscenze tecnologiche e sanitarie attuali farsi criogenizzare è più un discorso di fede (tema che torna spesso in Essere una macchina) che altro, ma se volete immaginare quel tipo di futuro che More e consorte anelano sappiate che c’è chi l’ha già fatto.

Matt Groening, ad esempio, che in Futurama riesce a far diventare presidente degli Stati Uniti un redivivo Richard Nixon…o meglio la sua testa, sospesa all’interno di una teca di vetro in una sorta di immortalità che è toccata, tra gli altri, anche a Leonard Nimoy, Luciano Pavarotti, Lucy Liu e i Beastie Boys. Padrino di una simile tecnologia, all’interno del panorama fantascientifico, è stato però il geniale Philip K. Dick in Ubik, probabilmente il miglior romanzo dello scrittore che proprio nella stessa California dei transumanisti creava le sue storie. Fra le mille invenzioni concepite all’interno del libro fanno la loro comparsa i Moratorium, edifici dove le persone sono sospese in semi-vita (o pre-morte, sarebbe meglio dire) in attesa della dipartita finale. Fintanto che gli rimane una scintilla di vita i cari quasi-dipartiti possono ancora comunicare, cosa che porterà all’interno della trama a sviluppi che vi lascio il piacere di approfondire, nel caso vi siate persi questo capolavoro della science fiction. Fa specie che, con gli innumerevoli adattamenti (non sempre centrati) dalle sue opere, da Blade Runner in poi , un libro di cui lui stesso aveva scritto la sceneggiatura non sia ancora riuscito a trovare spazio sul grande schermo: ci provarono qualche anno orsono, coinvolgendo il Vincenzo Natali di The cube (e di quel piccolo capolavoro, inedito in Italia, di Nothing), ma al grande fermento della notizia fece seguito un nulla di fatto.

Mappare l’anima: come riversare la nostra essenza su hard disk e vivere felici

«Quando l’informazione perde il suo corpo,» scrive la critica letteraria N. Katherine Hayles «quando la materialità in cui la mente si sostanzia appare irrilevante in confronto alla sua essenza, assimilare gli esseri umani ai computer diventa facilissimo».

Mark O’Connell, Essere una macchina

L’affermazione sovrastante troverebbe sicuramente d’accordo Umberto Galimberti, che alla scissione mente-corpo operata da Cartesio (e da Platone prima di lui) ha dedicato anni orsono il saggio Psichiatria e fenomenologia, ma non Randal Koene, dottorando in neuroscienze computazionali alla McGill University di Montreal, che con la sua organizzazione no-profit Carboncopies insegue l’obiettivo opposto: rendere obsoleto il corpo, facendo un uploading totale della mente.

Koene è solo uno dei tanti che, attraverso lo Human Brain Project, cerca di trovare il modo di tradurre la nostra coscienza in informazioni. Obiettivo impossibile secondo alcuni, fra cui il pioniere nel campo delle tecnologie dedicate all’interfaccia cervello-macchina Miguel Nicoelis, anche se gli studi sul campo compiuti dal neuroingegnere Ed Boyden hanno già portato a mappare completamente il cervello del nematede C. elegans, un vermicello trasparente lungo all’incirca un millimetro. Che sia possibile o meno, insomma, la strada appare ancora lunga.

Pessima CGI direttamente dagli anni 90

Forse la prima opera (o almeno la prima che viene in mente a me) a immaginare una coscienza che si libera del corpo per assumere una forma esclusivamente digitale è stata Il tagliaerbe, film del 1992 con Jeff Fahey e Pierce Brosnan in cui il classico scemo del villaggio viene sottoposto a esperimenti per migliorare le potenzialità del suo cervello, con conseguenze inaspettate quando questi cerca di perpetuarsi in rete (curiosità: Stephen King intentò causa alla produzione, rea di averlo citato nei credits per l’ispirazione tratta da un suo racconto che, per inciso, non c’entra davvero niente). In Altered Carbon invece, serie televisiva prodotta da Netflix la coscienza di un essere umano può venire spostata da un corpo all’altro tramite una sorta di disco fisso impiantato alla sommità della spina dorsale, ma la buona idea di partenza (che porta, tanto per cambiare, a disparità sociali grazie alle quali i ricchi possono disporre dei corpi migliori) viene sprecata con un susseguirsi di cliché narrativi talmente fastidiosi da convincermi a interrompere la visione.

Meglio recuperare, se siete videogiocatori avvezzi al survival horror, Soma di Frictional Games, studio di programmazione con una lunga esperienza in materia. Nei panni di Simon Jarrett, uomo con gravi danni cerebrali a causa di un incidente automobilistico, ci ritroveremo improvvisamente proiettati di cento anni nel futuro, dove dovremo dare una mano alla dottoressa Catherine Chun, il cui scopo è spedire nello spazio una sorta di “arca della speranza” (chiamata, molto fantasiosamente, Ark) in cui sono immagazzinate le coscienze di tutta l’umanità. Il come siamo arrivati lì e il perché sia stato varato un simile piano sono solo alcune delle domande a cui troverete risposta esplorando la labirintica base sottomarina in cui si svolgono le vicende…sempre che riusciate a sopravvivere a WAU, l’intelligenza artificiale che ha preso il controllo del sito. E a proposito di intelligenze artificiali…

Hal 9000 e i suoi simili: il rischio esistenziale nella fiction e nella realtà

Visto che non citerò Ex Machina lo metto qui, tutti contenti

Quanti film si possono citare in cui una AI poco avvezza ad ubbidire agli ordini attenta alla vita degli esseri umani, se non dell’umanità intera? Da 2001: odissea nello spazio in avanti la possibilità che i computer diventino più intelligenti di noi è stata esplorata in mille modi, dallo Skynet che in Terminator e seguiti cerca di eliminare gli esseri umani a suon di cyborg alla matrice di Matrix che invece si accontenta di usarci come pile, passando per interazioni meno nocive come quella immaginata nello splendido Her di Spike Jonze, consigliato se volete vedere Siri e compagnia sotto una luce diversa.

Certo nessuno dei futuri che il cinema ci ha prospettato sembra potersi realizzare, ma c’è chi non la pensa così. Nate Soares ad esempio, citato nel cappello introduttivo, e assieme a lui tutti gli studiosi impegnati a capire come rendere una eventuale evoluzione inaspettata dell’intelligenza artificiale gestibile, magari non tramite le tre leggi della robotica di Asimoviana memoria ma per mezzo di qualcosa che funzioni alla sua stregua. Nick Bostrom, filosofo svedese che dirige il Future of Humanity Institute, ha pubblicato, proprio per sensibilizzare il mondo scientifico al riguardo, il libro Superintelligenza: Tendenze, pericoli e strategie, ed esemplifica il pericolo che corriamo in maniera semplice ma glaciale:

In uno degli scenari più estremi, a un’intelligenza artificiale viene chiesto di produrre graffette nel modo più efficiente ed economico possibile, solo che lo fa trasformando in graffette (e in impianti per la produzione di graffette) tutta la materia dell’universo.

Mark O’Connell, Essere una macchina

Una frase come quella sopra esposta può apparire ridicola, ma se l’Effective Altruism, associazione di razionalisti di cui fanno parte i già citati Musk e Gates, decide che è più importante a livello umanitario stanziare fondi per capire come contenere l’intelligenza artificiale, piuttosto che investire nella disponibilità di acqua potabile nei paesi in via di sviluppo…be’ qualche domanda viene da farsela. Ciò su cui più insistono gli allarmisti è che solo una minima percentuale di scienziati che stanno studiando come far evolvere l’AI si preoccupa di come contenerla, sicuri che la sua evoluzione non possa essere così veloce, anche se il passaggio dal livello “scemo del villaggio” al livello “super Einstein” potrebbe essere veloce come uno schiocco di dita. Stephen Omohundro, ricercatore al MIRI come Soares, prova a fare un altro esempio per illustrare il pericolo a cui siamo esposti:

Se un robot scacchista viene distrutto non giocherà mai più, un esito che la macchina considera un controsenso, e che cercherà in ogni modo di evitare. Insomma, si costruisce un robot che gioca a scacchi convinti di poterlo spegnere nel caso qualcosa non vada per il verso giusto, salvo scoprire, con immenso stupore, che il robot non ha alcuna intenzione di lasciarci fare.

Stephen Omohundro

Fondamentalmente tutti concordano con uno scenario in cui l’AI si ribellerà non perché vuole vendicarsi di noi, ma semplicemente perché i suoi piani non avranno più a che fare con noi. Qualcosa di simile, andando a ripescare dalla sterminata bibliografia Dickiana, al racconto Autofac, in cui un’industria automatizzata continua a produrre le sue merci anche dopo un olocausto nucleare, consumando le residue risorse del pianeta a danno dei sopravvissuti che non sanno che farsene dei suoi prodotti. Assomiglia molto alla storia delle graffette, no?

Più curiosa è invece una variante tutta italiana all’argomento, e che arriva direttamente dai giochi di ruolo. Sine Requie, GDR nostrano a tema horror in cui si immagina un D-Day alternativo in cui allo sbarco in Normandia è coincisa la resurrezione dei morti, vede l’impero russo sotto il potere di Z.A.R., un’intelligenza artificiale che è riuscita a creare una sorta di comunismo perfetto: tutti sono uguali, nel senso che sono ugualmente schiavi della sua tecnocrazia.

Cyborg e supersoldati: come transumanisti, governi, Amazon e Uber vogliono sfruttare la tecnologia

Cyborg che ci piacciono: Adam Jensen da Deus Ex: Human Revolution

Se nel paragrafo precedente non ho citato Invernomuto, l’IA che compare in Neuromante di William Gibson, è perché il panorama più vicino al padrino del cyberpunk è quello di gente come Tim Cannon, il fondatore di Grindhouse Wetware. Collettivo nato allo scopo di potenziare l’umanità attraverso tecnologie sicure, accessibili e open source, quello di Tim e dei suoi (pochi) compagni è un movimento che cerca di andare oltre le limitazioni del corpo, sperimentando ad esempio impianti sottopelle che indicano il nord magnetico. Se i transumanisti che studiano come convogliare la propria coscienza su hard disk vogliono escludere il corpo, quelli di Grindhouse Wetware non vanno molto lontano visto che Cannon stesso all’interno del libro dichiara:

Chiedi ai transgender, ti diranno tutti che sono intrappolati nel corpo sbagliato. Io invece sono intrappolato nel corpo sbagliato perché sono intrappolato in un corpo. Tutti i corpi sono sbagliati.

Tim Cannon

La descrizione che il leader dei grinder fa del suo primo impianto, innestato sottopelle grazie a un’operazione compiuta non da un medico ma da un ingegnere tedesco specializzato in modificazione corporea (che ha operato, dulcis in fundo, senza anestesia), non può non ricordare l’inizio di Tetsuo, geniale opera prima di Shin’ya Tsukamoto, in cui a seguito dell’investimento accidentale di un uomo intento a innestare parti metalliche nel suo corpo il protagonista comincia, a sua volta, a trasformarsi inspiegabilmente in un cyborg. Film seminale, girato con un budget irrisorio da uno Tsukamoto coinvolto in ogni fase del lavoro, riesce con un montaggio che fa largo uso dello stop-motion, una colonna sonora dai toni industrial e quintalate di stile a sopperire a qualunque carenza monetaria.

Tsukamoto, non contento di fare praticamente tutto, in Tetsuo ci recita anche

Se collettivi come Grindhouse Wetware nascono con una visione democratica (per quanto inquietante) dell’augmentation, ben più preoccupanti sono gli scenari che emergono quando si inserisce nel contesto la DARPA. Branca del pentagono che si occupa dello sviluppo di nuove tecnologie per scopi militari (il GPS e ARPANET, tecnologia da cui si è sviluppato Internet, sono entrambi loro traguardi), la DARPA organizza concorsi legati allo sviluppo di robot da utilizzare in contesti pericolosi per gli esseri umani (tipo la guerra) e allo stesso tempo sovvenziona, tramite il Defense Sciences Office diretto da Michael Goldblatt, studi dai risultati inquietanti, come topi pilotabili da portatili grazie a elettrodi impiantati nel cervello e, come prossima meta, ibridazioni uomo-macchina che portino ad avere soldati insensibili al dolore, attivi 24 ore su 24 e in condizione di comunicare col pensiero.

Proprio quest’ultima caratteristica mi ha ricordato un passo di World War Z, il libro di Max Brooks da cui è stato tratto un film talmente brutto e fuori fuoco che lo sconsiglio a chiunque. Vero e proprio resoconto di guerra, ma di una combattuta contro gli zombi, Brooks riesce a trattare il tema in maniera serissima, tracciando anche un quadro geopolitico credibile del mondo post-apocalisse zombi. In un capitolo descrive l’azione di un battaglione dell’esercito, i cui membri sono collegati visivamente l’uno all’altro, mentre cerca di riconquistare New York: la tecnologia ottiene però un effetto contrario a quello sperato, cioè ottimizzare i contatti fra i soldati, facendoli finire nel panico quando le reti neurali gli mostrano in diretta la morte dei compagni. Forse anche la direttrice della Darpa Arati Prabhakar dovrebbe leggere il libro di Brooks, ma è più probabile che le sia gradito uno scenario come quello immaginato da Charlie Brooker nella puntata Gli uomini e il fuoco della serie Black Mirror: qui una squadra speciale dell’esercito statunitense si trova a combattere contro i “parassiti”, orribili mutanti solo in parte umani, ma un malfunzionamento nella maschera di uno dei soldati gli permette di scoprire che i nemici in realtà sono umani quanto loro.

Visto che non c’è limite al peggio, e in questo caso peggio fa rima con capitalismo, sappiate che Amazon e Uber non stanno cercando di creare ibridi tecnologici che possano lavorare ininterrottamente, ma si accontentano semplicemente di sviluppare tecnologie che non prevedano la nostra presenza. Non che lavorare in un magazzino dell’azienda di Jeff Bezos sia un sogno, ma sapere che tramite l’Amazon Picking Challenge si cerca di eliminare l’ultimo intermediario fra il prodotto e il suo cliente, cioè i dipendenti fisici, e che il servizio di consegne tramite droni è già stato testato…be’, tutto questo non fa piacere. Quel simpaticone di Travis Kalanick, il patron di Uber che già si è attirato l’odio dei tassisti di tutto il mondo, sta invece aspettando come la manna che il Self-Driving Car Project di Google (azienda che, tramite start-up e consociate varie, sta dietro più o meno a tutto ciò di cui si è parlato fino ad ora) diventi realtà per fare a meno degli autisti: nella sua ottica sono un lusso che, una volta eliminato, permetterebbe un ulteriore abbassamento dei costi per i clienti, e quando gli è stato chiesto come spiegherebbe agli autisti la loro obsolescenza si è limitato a dire “così va il mondo, non è tutto rose e fiori”.

Meglio rimanere nello scantinato dove operano Tim Cannon e soci insomma, che per quanto strani possano sembrare mantengono un animo poetico nelle loro azioni. Sentire il suo collaboratore Marlo Webber dichiarare che

Vuole diventare un’entità così potente e onnisciente da non lasciare letteralmente più nulla fuori di sé, al di là di sé, finché tutto ciò che esiste, tutto lo spazio e il tempo, non saranno consustanziali con l’essere precedentemente noto come Marlo Webber.

Mark O’Connell, Essere una macchina

fa quasi tenerezza, e si avvicina all’aspirazione dello stesso Cannon quando dice di voler semplicemente “esplorare pacificamente e amorevolmente l’universo per l’eternità”. A sentire discorsi come questo viene in mente il bizzarro Clancy Gilroy, protagonista della serie animata The Midnight Gospel, che esplora l’universo intervistando assurdi personaggi che ampliano sempre di più la sua visione della realtà: nel terzo episodio, Cacciatori senza dimora, Clancy finisce per essere edotto sui misteri della magia da un androide comandato da un pesce in una teca di vetro (psichedelia portami via), e le sue spiegazioni sulla via per costruirsi un corpo astrale sarebbero utili a Cannon quando questi si chiede “in che senso io? Cos’è una persona?”…forse anche più dei suoi innesti futuribili.

Vecchiaia addio: come rendere la morte un problema risolvibile

“Davvero posso vivere per sempre?” “No, Nemo, tu no”

In questo blocco conviene che escludiate qualunque dubbio metafisico sul fatto che è l’approssimarsi della fine che rende la vita degna di essere vissuta: nella Silicon Valley dei transumanisti non trovereste nessuno disposto a darvi retta, visto che il più “ragionevole” al riguardo potrebbe essere Jason Xu, il leader della pseudoreligione Terasem, che ha inscenato davanti alla sede di Google una manifestazione con cartelli come “Google, per favore, risolvi il problema morte“. E l’azienda con sede a Mountain View, ovviamente, ci sta pensando davvero.

Da Aubrey De Grey, specialista in gerontologia biomedica e direttore dell’organizzazione no-profit SENS che si occupa di soluzioni tecniche contro l’invecchiamento, a Peter Thiel, multimiliardario cofondatore di Paypal che dichiara

La potenza di calcolo investirà in misura crescente il campo della biologia, permettendoci di rimediare a tutte le sofferenze umane così come rimuoviamo un bug da un programma informatico.

Peter Thiel

sono in molti quelli che si adoperano per raggiungere la velocità di fuga della longevità, traguardo dopo il quale il progresso tecnologico ci permetterà di vincere la morte naturale per distacco. Larry Page e Sergey Brin ad esempio, i fondatori di Google che col loro ramo di venture capital investono copiosamente nel settore delle biotecnologie e con Calico, società biotech fondata nel 2014, compiono ricerche con l’obiettivo dichiarato di combattere l’invecchiamento e le malattie legate all’età; Laura Deming, giovanissima ricercatrice che Peter Thiel ha sovvenzionato con 100000 dollari per creare il Longevity Fund, società espressamente indirizzata al progetto dell’estensione della vita umana; Zoltan Istvan, il meno fantascientifico di tutti, che si è limitato a guidare in lungo e in largo per gli Stati Uniti un camper a forma di bara per sensibilizzare tutti sul problema della morte, candidandosi nel contempo alle elezioni presidenziali 2016 come primo effettivo candidato transumanista. La cosa strana è che a nessuno è venuto in mente che un mondo di immortali (o quasi) finirebbe per essere sovrappopolato a livelli che ora non possiamo neanche immaginare, a meno che Thiel non stia bluffando quando dichiara che l’esenzione dalla morte non sarebbe ad appannaggio solo dei ricchi ma “finirebbe per diffondersi verso il basso, fino a noi”.

Questo fantastico mondo senza vecchi, propagandato proprio in un momento storico in cui si cerca di combattere l’ageismo (e vengono realizzati documentari come questo al riguardo), sembra paradossale quanto le dichiarazioni del sopracitato Istvan quando, interrogato riguardo alle barriere architettoniche presenti a Los Angeles, preferisce parlare di esoscheletri potenziati con cui “aggiustare” i disabili piuttosto che della cultura discriminatoria che emerge nell’ambiente urbano. Istvan in fondo vede qualunque devianza dal “canone” base come qualcosa da ottimizzare, e se le sue reazioni di fronte a un adolescente con un grave handicap mentale possono essere quasi condivisibili (“Saresti contento di vivere così?” chiede a O’Connell, “Ti piacerebbe vivere senza poter pensare, sempre agitato, combinando un disastro dopo l’altro?”) sono le derive di tale pensiero a spaventare: tipo quella che, in Danimarca, sta portando a una società senza bambini down.

L’allungamento della vita tramite la medicina è un argomento che è stato trattato, in maniera simile, dai romanzi Non lasciarmi del premio Nobel per la letteratura 2017 Kazuo Ishiguro e The repossession mambo di Eric Garcia: in entrambi si ipotizza un futuro in cui è possibile ricorrere alla sostituzione degli organi, ma sarebbe un peccato aggiungere altro. Contando che il romanzo di Garcia è inedito in Italia potreste volerli recuperare nella loro trasposizione cinematografica (il romanzo di Ishiguro è stato portato sul grande schermo da Mark Romanek con titolo omonimo, il secondo è diventato invece Repo Men e vede Jude Law e Forest Whitaker nel cast), nel qual caso vi consiglio di aggiungere alle visioni anche Mr. Nobody. Diretto dal regista belga Jaco Van Dormael e interpretato da uno Jared Leto ancora lontano dal fiasco di Suicide Squad (curiosamente è stato l’unico attore per cui interpretare il Joker è stato il punto più basso della carriera, invece che il più alto), il film racconta gli ultimi giorni di vita di un ultracentenario, perso nei suoi confusi ricordi mentre il mondo intero attende con curiosità la sua dipartita: la razza umana ha infatti raggiunto l’immortalità, e Nemo (questo il nome del protagonista) è l’ultima persona sulla Terra a dover affrontare la morte.

Conclusioni: la visione di Ray Kurzweil contro quella di Stanislaw Lem

Fra il dire e il fare c’è di mezzo un oceano. Senziente.

Il nome di Ray Kurzweil potrà non dirvi molto, ma se si può indicare un vero e proprio guru all’interno del movimento transumanista quello è lui. Inventore geniale (a lui si devono lo scanner a piano fisso, la macchina di lettura usata dai ciechi e, tramite un’azienda fondata con Stevie Wonder, sintetizzatori all’avanguardia utilizzati tra gli altri da Scott Walker e dai New Order), Kurzweil è noto soprattutto per i suoi scritti in cui predica l’avvento della Singolarità, un futuro di abbondanza tecnologica che, secondo i suoi calcoli, dovrebbe arrivare a compimento nel 2045.

«La Singolarità» scrive Kurzweil «ci permetterà di superare queste limitazioni dei nostri corpi e cervelli biologici. Acquisiremo potere sul nostro stesso destino. La nostra mortalità sarà nelle nostre mani. Saremo in grado di vivere quanto vorremo (una cosa un po’ diversa dal dire che vivremo per sempre). Capiremo a fondo il pensiero umano e ne estenderemo ed espanderemo enormemente il dominio».

Mark O’Connell, Essere una macchina

In una scena del documentario a lui dedicato, The transcendent man, Kurzweil osserva l’Oceano Pacifico al tramonto e si perde in una digressione sul numero di calcoli che rappresenta quella massa liquida. Per lui tutte quelle molecole d’acqua che interagiscono non sono altro che materiale computabile, informazioni che possono essere analizzate ed immagazzinate, basta solo arrivare ad avere la potenza di calcolo necessaria.

A questa visione meccanicistica dell’uomo e del mondo, affine a quella del pioniere dell’intelligenza artificiale Marvin Minsky (il quale definiva il cervello una “macchina di carne”), mi piace opporre quella filosofico-fantascientifica dello scrittore polacco Stanislaw Lem. Nel suo romanzo più famoso, Solaris, immagina un mondo lontano che l’umanità ha cercato di studiare (creando una branca apposita della scienza, la Solaristica) senza però arrivare a comprenderne i segreti: la sua orbita instabile resta un mistero, così come l’oceano che ne compone la superficie, capace di assumere forme incredibili ma in cui non si riconosce un senso logico. Solaris è allo stesso tempo un pianeta e un essere vivente unico, mosso da un’intelligenza talmente aliena alla nostra da rendere impossibile la comunicazione con esso: ci proverà lo psicologo Kelvin, protagonista del libro (da cui sono stati tratti ben due film, uno del regista russo Andrej Tarkovskij nel 1972 e uno diretto da Steven Soderbergh e interpretato da George Clooney nel 2002, quest’ultimo universalmente riconosciuto come inferiore), trovandosi però confuso e atterrito quando l’oceano pensante che “È” Solaris lo metterà di fronte una copia identica della moglie morta.

Kurzweil, di fronte all’Oceano, pensa di poter comprendere tutto; Lem, col suo di Oceano, ci ricorda che può esistere una coscienza diversa da quella dell’uomo nell’universo. Il futuro darà ragione a uno dei due, e sono curioso di vedere quale.

«Dammi retta, Kelvin: apriamo i portelli inferiori e chiamiamolo! Può darsi che ci senta! Chissà qual è il suo nome…Ti rendi conto che abbiamo dato un nome a tutte le stelle e pianeti, e che quelli un nome magari ce l’avevano già? Che usurpazione!»

Stanislaw Lem, Solaris

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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