Racconto in musica 111: Re dei granchi (Saito & Lester, Nowhere – Glidin’ along)

Venerdì prossimo dovrò andare a vedere un concerto di Marracash, uno di quei concerti perennemente rimandati causa pandemia. “Aaaaaaah, Tremila Battute si vende alla musica commerciale!”, sento già sussurrare la folla oceanica che segue queste pagine: in realtà no, il concerto mi è stato proposto dalla mia fidanzata e contando che la trascino a vedere di tutto chi sono io per dirle di no? Contando che, oltretutto, non si ha abbastanza tempo per ascoltare qualsiasi cosa (o forse si potrebbe averlo e manca abbastanza voglia e apertura mentale), e io ho di rap/hip hop/trap/qualsiasi sottogenere vogliate trovare sono piuttosto a digiuno. “Sì vabbe’”, sento di nuovo sussurrare la folla oceanica, “questo vuole approfondire ‘sti generi e va a vedere Marracash” ma che ci volete fare, io vado in direzione ostinata e a cazzo e quel che riesco a trovare sulla mia strada approfondisco: ben venga allora che, totalmente a caso, proprio questa settimana tornano i racconti, torna Antonio Vangone e mi porta in dono un duo di producer e beat maker, Saito e Lester, Nowhere.

Qualcuno di voi si ricorderà di Antonio per il suo racconto dedicato alla band L’Orso (lo trovate qui). Scovato in quel fantastico luogo di breve perdizione (ché i racconti sono lunghi massimo 1500 battute) chiamato multiperso, dove il nostro ha proposto recentemente altre quattro microfinzioni (l’ultima, guarda un po’, uscita proprio oggi), Antonio continua a produrre belle cose con la sua penna/tastiera: presto potrete leggerlo su volume fisico nell’antologia del multiperso, in uscita in autunno, e più avanti su un volume in proprio per la collana glossa di piédimosca edizioni.

Che dire invece di Saito e Lester, Nowhere, vista la mia conclamata ignoranza in materia? Partiamo col dire che sono due beatmaker di Prato, fulminati in tempi diversi sulla via del chill-hop (alcuni dischi di Saito sono tributi a Nujabes, dj e produttore giapponese purtroppo deceduto nel 2010 che è stato definito il padrino del genere e che, fra le altre cose, ha partecipato alla colonna sonora di quel gran bel pezzo di anime che è Samurai Champloo), del boombap e del lofi hip-hop, che nel 2015 scoprono di abitare letteralmente a due minuti a piedi di distanza l’uno dall’altro (come raccontano in questa intervista su La casa del rap, da cui ho saccheggiato molto del materiale di questo articolo) e decidono perciò di collaborare. Il primo risultato di questo lavoro a quattro mani è Groove marauders nel 2017, tredici brani fitti di collaborazioni con altri beatmaker e rapper della scena, nazionali e internazionali (molte collaborazioni si sono sviluppate tramite soundcloud, permettendo ai due di raggiungere nomi come l’angolano Ntourage o il giapponese Minthaze) la cui caratteristica principale è il groove caldo, rilassante e galvanizzante al tempo stesso. Saito e Lester, Nowhere accolgono l’ascoltatore in un’atmosfera retrò piena di fantasia compositiva, e siccome i beat sembrano uscirgli dalle orecchie persino nel sonno passa solo un anno prima delle loro nuove collaborazioni: Glidin’ along esce a gennaio del 2018 e contiene venti brani spesso sotto i due minuti di durata, beat che confermano l’abilità del duo nel mischiare campioni che vanno dal jazz alle suggestioni orientali, Groove marauders 2 esce invece a settembre ispirato, come scrivono sul profilo bandcamp di Saito, “dalla Chinatown di Prato e dalle strade vuote della città durante l’estate”. Questi album sono stati le ultime collaborazioni fra i due, che continuano a mischiare beat e influenze singolarmente e con elevata prolificità (in alto ho linkato i loro profili bandcamp, ma vi conviene seguirli anche su spotify e sui loro profili social per essere aggiornati su quel che combinano), ma chissà che il futuro non ci riservi qualche sorpresa…

Cosa abbia portato Antonio a immaginare un granchio gigante immerso in uno scenario vagamente postatomico sulle note di Glidin’ along sinceramente lo ignoro: forse lo zampettio dei piccoli granchi che porta sul suo guscio ricorda i beat leggeri del brano, forse semplicemente è bello farsi trasportare altrove dalla musica e ritrovarsi dove non ci si sarebbe mai aspettati di arrivare. Potete approfondire il rapporto fra la voce narrante e il Re dei granchi più in basso, subito dopo il brano che ha ispirato il racconto: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Re dei granchi, di Antonio Vangone

Il re dei granchi cammina tronfio tra le rovine della città. Lo vedo arrivare ogni mattina, mi affaccio dalla finestra della cucina e lui è lì. Mi piace osservarlo mentre faccio colazione, accendo il gas sotto la moka e lui è chino su un cumulo di macerie, prendo i cereali dalla dispensa e lui rovista tra i rifiuti con le sue enormi chele, strappa le parietarie dal cemento e se le porta alla bocca modulare mentre io mastico le mie barchette al cioccolato. Lo aspetto.

La cosa che più mi piace di lui è che si porta sulla schiena tanti altri granchi, alcuni larghi come piatti per la pizza, altri più piccoli del mio pollice. Scivolano sul suo guscio producendo un suono magnifico che ho imparato ad associare alla serenità del primo mattino. Sembra quasi che giochino allegri; so che in realtà lottano, si litigano il cibo che schizza dalle fauci del loro sovrano, si divorano tra loro. Però sono carini, scatto loro foto zoomate storte con il cellulare, fanno un bel suono con le loro zampette, con i loro gusci che scivolano sul guscio del re, lo percuotono, lo graffiano.

La cosa che meno mi piace di lui è lo sguardo vorace che mi rivolge quando nota la mia presenza, anche se è ingiusto parlare di sguardo: i suoi occhi sono neri e vacui: lucidi come specchi: ballano su e giù: non hanno nulla da comunicare, tranne la completa, fugace attenzione del potere assoluto, imbattuto. Lo guardo di rimando, dalla mia finestra al primo piano; penso che forse potrebbe riuscire ad arrampicarsi fin qui, pensa che forse potrebbe riuscire ad arrampicarsi fin qui. Mi accendo una sigaretta. Sogno di mangiarlo, sogna di mangiarmi. Nel frattempo, ci facciamo compagnia.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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