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Musica e sport volume 2: il calcio

Ammetto di aver fatto il passo più lungo della gamba. Quando sono partito con l’idea di scrivere un articolo sul legame fra musica indipendente e sport io avevo in mente una manciata di pezzi, storie eroiche di illustri sconosciuti (almeno per il grande pubblico) che gli artisti riuscivano a rendere universali con la loro poetica. Già col ciclismo ho dovuto arrendermi all’evidenza che essere esaustivi era pura utopia, ma quando mi sono messo finalmente sotto per fare lo stesso col calcio sono finito per incappare in questo articolo e ho capito che non ne potevo uscire vivo. Quindi al grido di “il blog è mio e me lo gestisco io” ribalto completamente la questione e citerò in maniera anarchica solo un pugno di canzoni, sperando di farvi conoscere perlomeno delle storie interessanti.

Questa è ANARCHIA!

Peter Knowles, in missione per conto di Geova

Se pensate al calcio inglese non è certo il Wolverhampton la prima squadra che vi verrà in mente, eppure il team della città delle West Midlands negli anni ’50 venne definito addirittura “il club più forte del mondo”: in quel periodo vinse tre campionati e si distinse anche a livello internazionale battendo in amichevole le migliori squadre del continente (nel dicembre 1954 un’amichevole con l’allora fortissima squadra ungherese dell’Honved gli valse la nomina di campione del mondo, prima che quella e altre amichevoli prestigiose portassero all’organizzazione della prima Coppa dei Campioni). Merito di Stan Cullis, buon giocatore con la carriera segnata dalla seconda guerra mondiale (prima della quale, giusto per entrare nella storia anche in negativo, con i Wolves nel 1938/39 fu protagonista del primo “double horror” della storia del calcio inglese, ovvero la sconfitta in finale di FA Cup con contemporaneo secondo posto in campionato) ma eccezionale allenatore.

Dopo la sbornia di successi i risultati cominciarono a mancare, tanto che nel 1964 l’eroe Cullis venne esonerato, decisione che non evitò alla squadra la retrocessione. Una sfortuna per un giovane promettente che proprio in quegli anni si affacciava al calcio professionistico, scampato a un destino di povertà e al lavoro in miniera che già aveva ucciso il padre: ovviamente era Peter Knowles.

Non troverete molte informazioni su di lui. Fu una meteora, ottimo attaccante fra First e Second League ma mai arrivato ad alti livelli. Il motivo principale fu uno, il ritiro a 24 anni per seguire Dio a seguito di un incontro con un testimone di Geova: in quel periodo burrascoso, condito di ottime prestazioni ma da una vita privata insoddisfacente, per ironia della sorte i tifosi lo inneggiavano proprio con il nomignolo di God’s Footballer.

Cercarono di convincerlo a continuare sia il fratello Cyril, colonna del Tottenham, che la dirigenza del suo club, con un contratto lungo fino al 1982 (rispettato, cosa pazzesca nei nostri tempi fatti di contratti in somministrazione), ma lui fu irremovibile: dopo un match contro il Nottingham Forrest del 1969 Peter lasciò il calcio, trovando una pace che la folla adorante sugli spalti non riusciva a donargli. Per mantenersi farà il lattaio, il pulitore di vetri e il venditore di cravatte, e per quel che ne sappiamo a tutt’oggi non si è mai pentito della scelta.

Billy Bragg, cantautore britannico noto anche per il suo attivismo politico contro fascismo, razzismo, sessismo, omofobia e Tatcherismo, ha dedicato a Peter Knowles una bellissima canzone che potete ascoltare qui sotto, prima di passare alla prossima storia.

Comunardo Niccolai e il (falso) mito dell’autogol

Puoi vincere uno storico campionato col Cagliari ed essere ricordato comunque per un episodio negativo? Puoi giocare la partita inaugurale del campionato del mondo 1970 ed essere percepito come un intruso? Può succedere se ti chiami Comunardo Niccolai, ancora oggi ricordato come il più grande autogoleador italiano.

In realtà Niccolai non è nemmeno in testa a questa speciale classifica (i ben più celebrati Riccardo Ferri e Franco Baresi la guidano, ma i successi con le squadre milanesi eclissano questo loro “prestigioso” traguardo), ma sono due episodi sfortunati ad averlo reso indelebile in maniera negativa nella memoria del pubblico calcistico.

Comunardo, così chiamato dal padre antifascista (ed ex portiere del Livorno, squadra rossa per eccellenza) in onore della comune di Parigi del 1871, nonostante la nascita in provincia di Pistoia legò il suo nome soprattutto alla Sardegna. Esordì come professionista nel 1963 nella Torres, dopo una carriera giovanile nel Montecatini, e già l’anno dopo passò al Cagliari neopromosso in Seria A. Rimase con i rossoblu isolani per dodici stagioni, vincendo da titolare lo storico campionato del 1969/70, durante il quale avvenne il primo dei due episodi che lo hanno consegnato alla storia.

Il 15 marzo 1970 si gioca un match decisivo per l’assegnazione dello scudetto: la favorita Juventus e la cenerentola Cagliari, trascinata da Gigi Riva, si affrontano a Torino con solo sei partite rimanenti alla fine del campionato. Sullo 0 a 0 Giuseppe Furino scodella a centro area un cross, e lì succede il patatrac: Niccolai anticipa il suo portiere Enrico Albertosi, la palla finisce in rete e il Cagliari si trova sotto di un gol fuori casa e in un campo reso pesante dalla pioggia. Ci penserà l’eroe Riva a rimettere le cose a posto con una doppietta, la partita finirà 2 a 2 e alla fine del campionato il Cagliari si troverà a festeggiare con quattro punti di vantaggio sull’Inter e ben sette sulla Juventus: forse non sarebbe andata così se da quel campo i sardi fossero usciti sconfitti, ma a livello puramente numerico la classifica finale dice che l’autogol di Niccolai non sarebbe stato comunque decisivo.

Decisamente più rocambolesco, anche se in realtà non si tratta propriamente di un autogol, è il secondo episodio per cui Niccolai è passato alla storia. Campionato 1971/72, 13 febbraio, Catanzaro: siamo vicini al novantesimo, il Cagliari sta vincendo 2 a 1 in casa dei calabresi, la squadra di casa si riversa in avanti alla ricerca del pareggio e in uno stadio indiavolato l’ala destra Alberto Spelta cade in area. Lo stadio, oltre che di tifosi, è pieno di giornalisti perché l’arbitro Concetto Lo Bello raggiunge le trecento direzioni di gara in carriera. L’arbitro ha gli occhi di tutti addosso, ma secondo lui non sussistono gli estremi per il calcio di rigore. Solo che qualcuno fischia, probabilmente dagli spalti, o almeno così pare a Niccolai. In un gesto di frustrazione, sicuro del rigore contro, calcia il pallone verso la porta trovando la pronta risposta con le mani del compagno Mario Brugnera che, però, portiere non è: stavolta Lo Bello fischia, il Catanzaro pareggia e un altro 2 a 2 sciagurato mette Niccolai sotto i riflettori e, soprattutto, concede qualcosa di memorabile da scrivere a un plotone di giornalisti che non attende altro.

Oltre all’immeritata fama di autogoleador Niccolai riceve dalla storia anche un altro sberleffo: titolare nella partita inaugurale dei campionati del mondo di Messico 1970, quelli del famosissimo Italia-Germania 4-3, si infortunò al trentasettesimo del primo tempo e non calcò più il campo in quella storica competizione. Divenne famosa una frase del suo allenatore al Cagliari Manlio Scopigno, che vedendolo in campo disse “mi sarei aspettato di tutto dalla vita, ma non di vedere Niccolai in mondovisione”, ma il giornalista Giampaolo Murgia sconfessa questa versione dei fatti e riabilita, almeno in parte, la figura bistrattata di Niccolai: l’allenatore dei sardi spense sì il televisore mentre il nome del suo difensore risuonava nello stadio di Toluca, borbottando “ma si può?”, ma lo fece per l’orgoglio e la commozione di vedere quello che Murgia definisce “il suo pupillo” schierato titolare in una gara della Coppa del Mondo.

Jocelyn Pulsar, band forlivense trasformatasi in progetto solista di Francesco Pizzinelli nell’arco della sua carriera quasi ventennale, ha omaggiato questa figura a suo modo mitica in una canzone del 2015 intitolata Elogio dell’autogol, perpetuando una passione per il calcio dimostrata dedicando nell’album Penso a Sonia ma suono per la gloria una canzone ad un altro mito particolare del nostro calcio, il portiere campione d’Italia con Verona e Napoli Claudio Garella.

Un campionato dimenticato sotto le bombe: lo Spezia 1943/44

Ci sono squadre che sono rimaste impresse nell’immaginario collettivo, sia per i loro successi che per eventi tragici che ne hanno caratterizzato la storia. All’estero vale la pena di ricordare il Manchester United del 1958, i “Busby Babes” (nomignolo derivante dalla giovane età della rosa e dal nome dell’allenatore, Matt Busby) che a causa di un incidente aereo a Monaco nel 1958 videro morire ben otto giocatori della rosa e tre membri dello staff, in un conto totale delle vittime che arrivò a ventitré fra giornalisti, membri dell’equipaggio e altri passeggeri: Morrisey ha dedicato una canzone alla tragedia, da cui i Red Devils uscirono devastati ma determinati, tanto da arrivare sul tetto d’Europa dieci anni dopo con lo stesso allenatore, miracolosamente sopravvissuto, e con un certo Bobby Charlton, anch’egli scampato alla morte su quel maledetto volo. Più nota nei nostri confini, e ancora più devastante, fu l’incidente aereo di Superga che spazzò via in un colpo solo tutto il Grande Torino nel 1949: qui si sprecano le canzoni dedicate, ma val la pena citare il cuore granata degli Statuto che, oltre ad aver scritto un intero album dedicato alla squadra, ne hanno firmato nel 2006 l’inno ufficiale…e ad avercene di canzoni ska che risuonano per tutto lo stadio.

Proprio al Grande Torino, vincitore di cinque campionati consecutivi fra il dopoguerra e la tragedia, è legata la storia dello Spezia 1943/44. In quel periodo, con l’Italia, spezzata in due dalla Linea Gotica, il campionato di calcio andò avanti sotto il nome di Torneo di guerra dell’Alta Italia ma i giocatori furono costretti a trovare un’occupazione alternativa, almeno di facciata: i giocatori del Torino furono assunti dalla Fiat (caso storico stranissimo di connubio fra i granata e gli Agnelli), quelli della Juventus dalla Cisitalia e via così, senza ovviamente mai entrare davvero in fabbrica a lavorare. In modo analogo i giocatori dello Spezia si arruolarono come Vigili del fuoco, per evitare di essere dispersi per tutta Italia sotto l’esercito, ma a differenza degli altri calciatori fecero il loro dovere: più di 1500 interventi sotto le bombe, con un autobotte modificata che fungeva anche da autobus improvvisato per le trasferte. Una situazione paradossale, a cui è impossibile associare un rendimento sportivo all’altezza. Invece lo Spezia vinceva, non moltissimo ma abbastanza da garantirsi l’accesso alle semifinali interregionali.

Sarà che il morale crebbe, sarà che la squadra era veramente valida, ma passando per quelle partite e per le qualificazioni interzonali col Bologna (doppio 2 a 0, sia in trasferta che in casa) lo Spezia si qualificò per le finali nazionali da giocarsi a Milano contro lo strafavorito Torino e il Venezia (da cui i granata avevano pochi anni prima rilevato un certo Valentino Mazzola).

Con una formula simile a quella che sarà fatale per il Brasile del 1950 (il match del Maracanazo con l’Uruguay infatti non era la finale tout court, ma l’ultima partita di un gironcino a quattro che divenne decisiva vista l’impossibilità aritmetica per Spagna e Svezia di ambire al titolo) lo Spezia si ritrovò a giocare con il Torino il 16 giugno 1944 dopo aver ottenuto, sette giorni prima, un pareggio per 1 a 1 col Venezia. Il Torino era stanco a causa di un evento che poche cronache ricordano, cioè la disputa di un incontro con la nazionale a Trieste organizzato per motivi di propaganda, ma il presidente Ferruccio Novo (che fu curiosamente anche allenatore della nazionale italiana nel 1950) rifiutò un possibile rinvio contando sulla forza superiore dei suoi: si sbagliava.

Contro ogni pronostico lo Spezia vinse 2 a 1, con doppietta di Angelini prima e dopo il rigore segnato da un Silvio Piola sotto contratto coi granata solo perché con l’Italia spaccata in due non poteva tornare a Roma dalla Lazio. Il Torino batté poi il Venezia 5 a 2 in un partita inutile per loro, ma che sancì matematicamente la vittoria di quello strano campionato da parte dello Spezia. Un successo che la stessa Repubblica Sociale Italiana che aveva indetto il campionato, equiparando il vincitore ai Campioni d’Italia di una normale stagione, disconobbe in luglio, per poi venire reso addirittura illegittimo nell’ottobre dello stesso anno dal Regno D’Italia. Forse avrebbero fatto lo stesso col Torino, ma il sospetto che la sudditanza psicologica non sia un concetto solo dei nostri tempi rimane: c’erano comunque altri problemi, sicuramente più pressanti, e la storia dello Spezia finì nel dimenticatoio.

Passarono quasi sessant’anni prima che quella vittoria venisse giustamente ricordata, con un titolo onorifico della FIGC del 22 gennaio 2002 che non lo equipara però a uno scudetto. Qualcosa ha fatto anche il cantautore Martino Corti, nel 2015, per mantenere viva quella epica storia di sport: ha scritto una canzone, quella che trovate qui sotto introdotta da Federico Buffa.

Sentimenti IV, il primo portiere goleador

Ci sono alcuni rimandi particolari fra le storie che ho raccontato: il fatto che lo United coinvolto nell’incidente aereo del 1958 fosse un serio candidato allo scudetto negli anni in cui il Wolwerhampton viveva i migliori momenti della propria gloria sportiva; il fatto che Knowles e Niccolai si siano ritrovati a giocare con le rispettive squadre di club in un campionato nordamericano organizzato dalla FIFA nel 1967, dove il Wolverhampton venne “camuffato” da Los Angeles Wolves e il Cagliari da Chicago Mustangs; e infine la coincidenza che vuole il protagonista della storia che sto per raccontare fra i pali dell’amichevole organizzata fra River Plate e una selezione di stelle del calcio italiano chiamata Torino Simbolo, organizzata per commemorare la squadra che perse la vita a Superga. Quel portiere era Lucidio Sentimenti IV.

Quarto di nove fratelli, di cui cinque calciatori, Lucidio detto Cochi iniziò la sua carriera nel Modena, anche grazie a una lettera dove con commovente innocenza scriveva:

“Ho quasi quindici anni, faccio il garzone calzolaio a 15 lire la settimana, vorrei giocare. Va bene qualsiasi ruolo. Anche portiere.”

Nonostante l’altezza (era alto solo un metro e settanta) la sua carriera lo porterà a giocare prima nella Juventus, dal 1942 al 1949 (periodo durante il quale, nel famigerato campionato di guerra 43/44, venne utilizzato anche come ala destra a causa di una frattura alle dita, segnando quattro reti), poi nella Lazio fino al 1954 (dove il fratello minore Primo raggiunse lui e Vittorio, già compagni con Modena e Juventus). Da lì il trasferimento al Lanerossi Vicenza e un finale di carriera passato nelle serie minori col Cenisia, con una breve parentesi ancora nel massimo campionato nel 1959 con un Torino allora ribattezzato Talmone Torino.

Ben prima dei sudamericani Higuita, Chilavert e Rogério Ceni (recordman assoluto a livello di gol fra i portieri, con 131 reti segnate col San Paolo) Sentimenti IV fu protagonista calciando i rigori per la sua squadra. Ne segnò cinque, di cui tre con la Lazio e uno a testa con Juventus e Modena, ma fu proprio il primo battuto con gli emiliani a farne una figura epica.

17 maggio 1942, allo stadio San Paolo di Napoli arriva il Modena. La squadra partenopea non versa in buone acque, tanto che a fine stagione retrocederà nonostante un portiere titolare capace di parare ben nove rigori consecutivi: il suo nome era Arnaldo Sentimenti, fratello maggiore di Lucidio. Cochi nel frattempo si è ripreso il posto da titolare nei gialloblu, rubatogli da Bruno Monti dopo la promozione dell’anno prima, ma anche per lui quel campionato finirà con l’amarezza della retrocessione, mitigata da un contratto con la Juventus l’anno seguente. Manca ancora un mese alla fine del campionato, i giochi non sono ancora chiusi, e quando viene fischiato un rigore a favore del Modena ci si chiede chi sarà la prossima vittima del pararigori Arnaldo: sul dischetto si presenta suo fratello.

Lucidio è più giovane di sei anni, ma con quel gesto dimostra fegato da vendere (l’eccesso di sicurezza, in era laziale, gli fece subire spesso gol da fuori area, tanto che i tifosi lo accusarono di essere miope e convinsero la società a fargli sostenere una visita oculistica). Si porta sul dischetto, batte con sicurezza, e in un attimo il primato del fratello viene azzerato. Leggenda vuole che Arnaldo si mise a inseguire il fratello per tutto il campo, e che dopo quell’evento non si parlarono per due anni.

Un rigore fra tanti, ma che per i Valentina Dorme ha significato qualcosa di più: questa storia la band veneta (che non ho mai fatto mistero di amare profondamente) l’ha poeticamente raccontata nella canzone che da lui prende il nome, con uno stile e una sensibilità che di certo il mio articolo non può raggiungere. Sono le note di chiusura, la prossima volta (chissà in quale maniera) vi parlerò di boxe.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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