Racconto in musica 106: Fantasmi di provincia (L’Orso – Baci dalla provincia)

Foto di copertina di Valeria Pierini (http://valeriapierini.it/?page_id=1406)

Avete mai pensato all’obsolescenza tecnologica associata alla fruizione della musica (che frase eh? Si vede che sono un perito elettrotecnico)? Non intendo il fatto che se avete una musicassetta in casa probabilmente non avete nessun mezzo per ascoltarla, ma il fatto che i server su cui vengono caricati i nostri contenuti possano essere cancellati, che i siti (e social network) che siamo abituati ad usare possano un giorno sparire con tutto ciò che abbiamo affidato alla memoria digitale, e magari solo a quella. Questa domanda ha cominciato a circolarmi nel cervello a partire da questo articolo (scoperto con soli tre anni di ritardo), in cui si parla della cancellazione di tutti i contenuti antecedenti il 2019 su MySpace, social ante litteram in cui erano custodite ben cinquanta milioni di canzoni. Cinquanta milioni! Pensate a quante band che nel frattempo si sono sciolte e di cui magari le uniche tracce erano riscontrabili proprio lì, tipo i miei [progetto morosa], la copia degli Offlaga Disco Pax che mettemmo in piedi io e un amico con testi che parlavano di apocalissi, Voltaire, violenza domestica e serial killer giapponesi. In questo blog cerco di parlare prevalentemente di gruppi che sono ancora attivi (e che pertanto potete ancora sovvenzionare per fare in modo che continuino a fare musica), ma un salto nel passato ogni tanto è cosa buona e giusta per tenere traccia della storia della musica indipendente: quindi oggi parliamo di L’Orso, band scioltasi nel 2016 e scelta da Antonio Vangone come musa ispiratrice per il suo racconto.

Antonio l’ho scovato in quel bellissimo luogo che è il multiperso creato da Carlo Sperduti, di cui siamo entrambi assidui frequentatori (qui trovate tutte le sue microfinzioni), rimanendo affascinato dalla sua eclettica fantasia. E proprio con la narrativa brevissima lo vedremo esordire prossimamente con pièdimosca, casa editrice molto interessante di cui vi abbiamo già parlato (e continueremo a parlare molto presto). Classe 1995, Antonio è stato finalista al Premio Raduga nel 2017 e ha sparso i suoi racconti su molte riviste letterarie: potete leggerlo su Split, Firmamento, Pastrengo, Clean, Ammatula, Risme (sul numero 3), COYE (al momento in stato “gatto di Schroedinger”: forza!), Bomarscé e altre. Ricordate: i link sono fatti per essere cliccati, non fate i timidi!

Il progetto L’Orso nasce invece a Ivrea nel 2010 da un’idea di Mattia Barro, che già nell’anno successivo autoproduce il primo Ep L’adolescente, cinque brani costruiti perlopiù sul binomio chitarra-voce (o anche ukulele-voce) che parlano della realtà di provincia, un tema caro a Barro che infatti, già preso sotto l’ala dell’etichetta Garrincha Dischi e unitosi artisticamente a Tommaso Spinelli (basso e voce), chiamerà proprio La provincia il suo secondo Ep, uscito sempre lo stesso anno. È un periodo molto prolifico per L’Orso, che nel biennio 2011-2012 partecipa anche a due compilation di Garrincha (Il cantanovanta, con la cover di Serenata Rap di Jovanotti, e Il calendisco, con la cover di Luglio di Riccardo Del Turco), fa uscire un terzo Ep (La domenica) e approda infine, nel 2013, al primo album omonimo. L’Orso (il disco) si divide equamente fra brani dei precedenti Ep e canzoni nuove, tutti immersi in una cornice indie-pop-folk che passa dall’introspettivo allo sbarazzino, mischiando esperienze personali e riferimenti alla cultura pop (splendida la canzone semi-dedicata a James Van Der Beek con ospiti i Magellano). Parte un tour di svariate date in giro per l’Italia (e qualche puntata anche in Europa), L’Orso si trasforma sempre più in una band con l’ingresso di Gaia D’Arrigo (synth, violino, tastiere e cori) e Giulio Scarano (batteria) e nell’autunno dello stesso anno una riuscita campagna su Musicraiser li porta a suonare con un’orchestra alle spalle al Teatro Oscar di Milano.

Si fermano dopo questa serie inarrestabile di soddisfazioni? Manco per idea! A fine 2013 esce un quarto Ep di outtakes e inediti (Il tempo passa), nei primi mesi del 2014 collaborano con Mecna (ospite in una versione alternativa di Quanto lontano abiti, b-side del singolo Ti augurerei il male) e a febbraio 2015 esce il secondo disco, Ho messo la sveglia per la rivoluzione, cui collaborano nel brano Baader-Meinhof anche i compagni d’etichetta Lo Stato Sociale. Nel frattempo si sono divise le strade con Spinelli e Scarano, sostituiti da Omar Assadi (chitarra e voce), Francesco Paganelli (basso e voce) e Niccolò Bonazzon (batteria), la musica si è fatta più elaborata e più tendente al pop elettronico e qualcosa, fuori dai riflettori, comincia a scricchiolare. Il pubblico se ne accorge solo a cose fatte, quando nel 2016 la band annuncia sui social prima una pausa a tempo indeterminato e poi, qualche mese più tardi, lo scioglimento definitivo, ma Barro rimuginava probabilmente già da un po’ su quel che stava facendo e su quanto aderisse ancora alla sua visione della musica e della vita: “non stavo pensando a chi fosse davvero Mattia”, dirà in seguito, quando dopo tre anni di silenzio tornerà all’attività musicale cambiando completamente. Splendore, il moniker (derivato dal cognome della madre) con cui è conosciuto oggi, è un progetto completamente nuovo per genere musicale (sperimentazione elettronica, condita sempre da un certo retrogusto pop) estetica e narrazione di sé, visto che Barro fa coincidere la svolta di carriera con l’annuncio della sua pansessualità e la rivendicazione di essere un artista bi+. Ci sarebbe molto da dire anche su Splendore e sul collettivo Ivreatronic di cui è parte integrante, e chissà che non lo faremo un giorno…

Baci dalla provincia è una delle prime canzoni de L’Orso, ed è uno dei brani migliori per definire la poetica della band: il racconto di alcuni episodi di vita lungo gli anni, un lui e una lei che si sfiorano fra lavoro, università, concerti e feste con un’unica consapevolezza, “la provincia ci ha uccisi”. Antonio sfrutta questa ambientazione per mostrare il rapporto fra due persone, il bancone di un bar e le scelte fatte nella vita a dividerli, mentre in un’anonima serata si raccontano aneddoti strani ed inquietanti prima di lasciarsi nuovamente. Potete leggere il racconto come al solito subito dopo la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Fantasmi di provincia, di Antonio Vangone

Raccontami la cosa più strana che ti sia mai capitata, gli dice, una sfida negli occhi chiari.

Dal bancone, con la testa pesante e le narici piene d’alcol, la guarda, mente.

Una volta da bambino mi sono perso. Ero in campeggio con i miei genitori dalle parti di Rimini, una sera dopo cena loro stavano assistendo a non ricordo quale spettacolo, cabaret mi pare, comunque sia mi allontanai. Seguivo una luce, tipo, una luce piccola più grande di una lucciola ma non una luce del tipo stai morendo, non la luce in fondo al tunnel, capito no? Sferica, velocissima, pensa un alieno o una fata, oppure uno di quei fulmini globulari di cui parlano tanto su Internet, boh. Dopo un po’ la persi di vista. Ricordo solo la tristezza di non vederla più e che mi ritrovai mano nella mano con una signora anziana, mi sorrise e mi disse ora ti porto da mamma e papà, ma quando arrivammo all’ingresso del campeggio mi salutò. Mi chiamò per nome, ma non ricordo di averle mai detto come mi chiamavo e neppure che i miei genitori fossero lì. Ero piccolo, è vero, a quell’età i ricordi non sono affidabili, però fu stranissimo comunque. Per quanto ci rifletta non so darmi una spiegazione normale.

Silenzio. È bella mentre pulisce attenta un bicchiere, fischia piano.

Bella storia. Ti meriti un premio, ti va un altro gin tonic?

Certo. Però raccontami qualcosa anche tu.

Posso provarci, ma dubito di averne alla tua altezza. Ti ricordi di Giacomo, no?

Purtroppo.

Già. Ai tempi abitava con i genitori in quel palazzone rosa in via Emilia. Una notte prendo l’ascensore, viveva all’undicesimo piano, a me gli ascensori non piacciono di base ma insomma ero obbligata, si ferma ed entra un tizio, completo marrone, abbastanza in là con gli anni e già lì mi cago sotto, erano tipo le tre di notte e questo tizio è un armadio. Non sembra prestarmi attenzione, quindi un po’ mi calmo. A un certo punto però si gira e il suo volto è cambiato, cioè quando è salito mi era parso normale, ora è orribile, non so come descrivertelo, come quello di un demone giapponese, paonazzo, tutto zanne e cattiveria. La sua espressione non la dimenticherò mai, era di rabbia pura, terrificante. Non so come abbia fatto a non urlare… Rimaniamo così fermi per un paio di minuti, poi per fortuna l’ascensore si ferma al secondo piano e lui scende. Poi chiesi a Giacomo se per caso il condominio fosse infestato. Se la rise, mi disse che avrebbe chiesto ai suoi genitori o alla nonna, solo che ovviamente non lo fece mai. Non era il tipo da interessarsi a cose del genere.

Capisco. Che roba, mamma mia.

Sì, eh.

Che fine ha fatto Giacomo?

Boh, ha trovato lavoro a Torino. Ora vive lì, credo. Preferisco non interessarmene troppo.

Fai bene.

Tu?

Io?

Quand’è che riparti?

Ah, martedì.

Ti sei fermato poco, stavolta.

Sì, ho un sacco da fare con gli esami.

Capisco, capisco. Ah, è ora di chiudere. Ti serve un passaggio?

No, grazie mille, non c’è bisogno, faccio due passi.

Va bene.

Attenta ai vecchi demoniaci.

Tu alle strane luci.

Mi raccomando.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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