Racconto in musica 53: Falso positivo (McKenzie – Mia)

Ho perso il conto delle volte in cui ho detto “quando ho iniziato non pensavo che…” ma davvero, sono successe un sacco di cose che non mi aspettavo da febbraio 2020 (e no, non intendo la pandemia). Il fatto che ci sia sempre più gente che voglia collaborare con un proprio testo mi fa immensamente piacere, anche se sinceramente ci speravo fin dall’inizio (sì, il fatto che ci sia un sacco di spazio per i miei racconti in musica è dovuto alla mancanza di contributi iniziale, ma perlomeno ho potuto dare spazio a molti artist* che amo), ma ancora di più mi stupisce che il blog sia riuscito a raggiungere persone al di fuori dell’Italia. Già era capitato con Mattia Grigolo, tedesco d’adozione, ora scopro che persino dal Cile qualcuno conosce Tremila Battute e ci ha tenuto a contribuire con un racconto. Accolgo quindi con entusiasmo Andrea Bruccoleri, che ringrazio anche per avermi fatto conoscere una nuova band, i McKenzie.

Nato a Erice in provincia di Trapani nel 1984, Andrea si è spostato sempre più in là dall’isola in cui è nato. Dopo gli studi in Lettere a Bologna ha volto lo sguardo verso l’Europa, specializzandosi in didattica del francese a Liegi. Dal 2014 casa sua è diventata il Sudamerica, il Cile nello specifico, dove nonostante un rapporto conflittuale con le vocali nasali insegna francese e coordina la rete nazionale delle Alliance Française cilene. Tutto questo girovagare si unisce nelle passioni, dalla rosticceria della natia Sicilia alle birre belghe, oltre a un comprensibile debole per la linguistica. Anche l’ormai non più nuova vita in Sudamerica ha contribuito ad alimentare una sua passione, quella per la scrittura, sfociata in un racconto apparso su Malgrado le mosche che è la testimonianza in prima persona delle proteste cilene iniziate a ottobre 2019: un tema, quello sociale, che si riverbera anche nel racconto che mi ha donato.

Dall’altra parte dello stretto rispetto alla natia Sicilia di Andrea si trovano invece i McKenzie, band calabrese formatasi nel 2015 e già l’anno successivo arrivata alla prima pubblicazione, un Ep di cinque pezzi che già tracciano la via del loro suono: ruvido e dalle ritmiche nervose, intriso di sonorità anni 90 ma personale negli arrangiamenti e nei testi. Registrato in casa con lo studio mobile di Vladimir “Kayadub” Costabile, il primo lavoro del trio esce per LaLumacaRecords ma già attrae l’attenzione dell’etichetta Black Candy, che pubblicherà il primo disco Falena dopo varie vicissitudini (registrato nel 2016, vedrà la luce solo nel 2018). Prodotto ancora da Costabile e masterizzato da un guru della musica indipendente “rumorosa” come Giulio “Ragno” Favero, l’album contiene dieci tracce che spaziano fra il post-hardcore e momenti più malinconici e comprende anche una cover, È aria, interpretata col suo autore Umberto Palazzo. L’attività live, che già prima dell’uscita li aveva portati a calcare palchi come quello dell’Arezzo Wave Love Festival, si intensifica ancora di più: Bad Religion, Corrosion of Conformity, A Perfect Circle e MC5 sono alcune delle band per cui i McKenzie aprono i concerti (Kim Tahyil dei Soundgarden, in concerto con gli MC5 in quel periodo, impazzì per l’artwork del loro disco, curato come per l’Ep precedente dall’amico Pasquale De Sensi), girando in lungo e in largo per lo stivale. Pronti nel 2020 a registrare un nuovo disco, fanno i conti come noi tutti con la pandemia che ne ferma i lavori: non ci resta che attendere, loro nel frattempo non sono rimasti fermi e hanno da poco registrato un live in studio, utilizzato anche per fare promozione ad una raccolta fondi per Emergency.

Mia è la quinta traccia del primo disco dei McKenzie e nelle parole della canzone, così come nell’andamento della musica, io e Andrea abbiamo trovato agganci involontari con il suo testo. Quel “La via più semplice/ restare immobile” con cui si apre il brano rimanda al protagonista del racconto, immobile mentre viene spogliato e rivestito da mani che non hanno intenzione di soccorrerlo, nonostante le ferite. Falso positivo è un lavoro di fantasia basato su una vicenda tremendamente reale, lo Scandalo dei falsi positivi, che ha coinvolto l’esercito colombiano durante tutto il periodo della lotta armata contro diverse organizzazioni di liberazione nazionale (FARC e ELN su tutte): dopo l’esplosione del caso nel 2018 a seguito dell’uccisione di 19 giovani del sud del paese ritrovati poi nel nord-est con indosso divise da guerriglieri, l’inchiesta che ne scaturì rivelò che i militari uccidevano sistematicamente civili innocenti (il computo delle vittime oscilla tra le 1257 e le 2248) dopo averli attirati con offerte di lavoro, solo per travestirli da terroristi e intascare così gli incentivi donati a chi otteneva risultati concreti nella lotta al terrorismo. Andrea riesce in pochissime battute a restituire una simile vicenda e lo spaccato sociale in cui si svolge attraverso l’esperienza del singolo, una storia che potrete leggere subito dopo il link alla canzone: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Falso positivo, di Andrea Bruccoleri

Carlos riemerge. Un fischio acuto gli rimbomba nelle orecchie impedendogli di distinguere tra i rumori circostanti. Un ronzio persistente che sovrasta il calpestio di passi affrettati, il gracchiare di ordini impartiti attraverso l’intermittenza di frequenze radio.

Anche se il sangue non gli annebbiasse la vista, non metterebbe a fuoco a un palmo dal suo naso. Si sente stremato, oppresso da un peso di cui non riesce a delineare i contorni. I muscoli non rispondono ai comandi.

Due mani possenti lo afferrano, cavandolo fuori da quel groviglio disarticolato. Mani callose. Mani che bruscamente gli sfilano le scarpe, i pantaloni. Mani premurose che lo rivestono in fretta con altri indumenti che puzzano di umido.

Carlos si era giurato che non avrebbe fatto la fine del padre. Non ne valeva la pena di rompersi la schiena per difendere un pezzo di terra dalla brutalità della foresta. Una lotta votata alla sconfitta che lasciava sciancati e con addosso il fetore di bestia.

A lui piacevano le città, i bar pieni di fumo, i locali dove con l’alba aspettava il primo autobus per rientrare a casa, bevendo vino mischiato a Coca-Cola, spiando di sottecchi le ragazze che si dimenavano al ritmo della cumbia.

Per un tempo si era trasferito a Barranquilla. Era stato ambulante, imbianchino, carrozziere. Poi suo padre aveva sofferto un malore e lui era dovuto tornare al paese.

Carlos ricorda. Non c’era nessun lavoro. Ha un buco in testa. Credono sia morto e lo tirano per le gambe sul camion. Sfiora gambe inermi, stecchite. Gambe attorcigliate in posizioni innaturali.

Fiuta l’odore del sangue. Ascolta gli sberleffi, sente il ronzio degli insetti sulle piaghe dei cadaveri. Il sole gli picchia sul cranio, il motore del camion gli pulsa nelle tempie.

Non sa più se vede o immagina villaggi con baracche di lamiere, copertoni bruciati, panni messi a stendere su reti metalliche arrugginite. L’asfalto sconnesso cede il passo alla ghiaia, al fango. Il motore si spegne.

Non trovò niente a parte l’afa e le zanzare. Il campo del padre era stato bruciato in uno di quei raid che servono a giustificare i lauti fondi elargiti per la lotta al narcotraffico.

Sfaccendato, attendeva su una panchina della piazza che venisse il fresco della sera o che qualcuno gli offrisse un sorso dal cartone di vino. Un giorno arrivò un battaglione dell’esercito: bisognava costruire degli avamposti sulla Cordigliera, vicino al confine.

Reclutavano muratori, elettricisti, braccia forti in cerca di una buona paga. Si mise in fila, salì sul camion. Non avrebbe fatto la fine di suo padre. Al quartier generale gli avrebbero dato maggiori informazioni sull’offerta di lavoro.

Carlos riflette. Si finge cadavere nel fondo della fossa. Ha una frattura scomposta e il naso gli poggia sul braccio, a contatto con lo stemma cucito sull’uniforme infilatagli di forza. Riconosce l’emblema delle FARC.

La luce che filtra dall’alto della buca si oscura: una pioggia di sassi e di palate di terra. Sprofonda.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: